Il Calendario dell’Avvento Letterario: un po’ di Natale, dove meno te l’aspetti

bannervale

Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Francesca di Tegamini, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’#AvventoLetterario, arricchendolo ogni giorni di spunti, curiosità, parole, storie. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei anche ringraziare tutti voi che ci avete letto/condiviso/commentato ogni giorno, e augurarvi un felicissimo Natale tramite Bruce Springsteen.

 

FullSizeRender (1)

 

Il Natale, si sa, è la festa dei buoni sentimenti, dei messaggi edificanti, degli antipasti rigorosamente a base di salmone affumicato, dei regali per forza originalissimi e dei dolcetti allo zenzero. Non capirò mai che cosa la gente ci trovi, nello zenzero, ma va così. A Natale ci sentiamo pronti ad indossare maglioni con le renne, a sorbirci centinaia di cene d’auguri di cui non sempre c’importa qualcosa, a regalare libri a chi non ne ha mai letto uno in vita sua e a decorare le nostre case con uno spropositato numero di lucette e aggeggi super garruli che, in fin dei conti, rallegrano veramente solo i nostri gatti. Nonostante tutto questo, il Natale è bello.

E ci piace un casino. Il Natale ci piace così tanto che abbiamo sviluppato un nuovo dovere morale: essere incredibilmente felici a Natale. Se il Natale non ti mette addosso una gioia sconfinata, hai evidentemente qualcosa che non va. La gente diffida delle persone insensibili alla magia natalizia, le guarda con sospetto e vago raccapriccio. Che poi è un po’ l’atteggiamento che nutro io nei confronti degli astemi.

Comunque.

In nome di quei pochi folli che il mondo emargina perché “nemici” del Natale, ho deciso di andare a cercare del Natale là dove mi sembrava improbabile trovarlo: in un libro di trucide e sconvolgenti piccole poesie meravigliose di Tim Burton, The Melancholy Death of Oyster Boy (and Other Stories). E, manco a dirlo, ho scoperto che il Natale è qualcosa di universale e potentissimo, anche per i mostricciattoli senza speranza.

Tim Burton che ti racconta il Natale è una specie di tremendo toccasana. Prima che impazzisse e ci propinasse tavanate cinematografiche a ripetizione, Tim Burton ha sempre coltivato un rapporto distorto e molto speciale con il Natale. Più che celebrarlo, ha cercato di scomporlo e di tradurlo in una manciata di concetti essenziali, puri e sinceri. E di portarne lo spirito più giocoso e tenero fin nei recessi più terrificanti dell’universo, trascinandolo alle estreme (e spesso sconfortanti) conseguenze. Potrei star qua a sfornare metafore commoventi, ma facciamo tutti prima a riguardare The Nightmare Before Christmas.

The Melancholy Death of Oyster Boy (uscito qualche anno dopo, nel 1997) si muove su un binario parallelo. Anzi, somiglia molto al capitolo successivo di quella storia. Perché, in fin dei conti, ci fa vedere che cosa succede una volta che il Natale attecchisce veramente in un piccolo microcosmo da incubo. Perché il Natale prova a farsi amare da tutti, ma non è detto che la faccenda funzioni.

Ecco qua una mini-rassegna di festose sventure che riusciranno a farvi rivalutare anche il più detestabile dei regali riciclati, devastando  il vostro cuore e colmandovi di mesto stupore.

index

The Boy with Nails in His Eyes

The Boy with Nails in His Eyes

put up his aluminium tree.

It looked pretty strange

because he couldn’t really see.

*

Stain Boy’s Special Christmas

For Christmas, Stain Boy got a new uniform.

It was clean and well pressed,

comfy and warm.

But in a few short minutes

(no longer than ten)

those wet, greasy stains

started forming again.

*

James

Unwisely, Santa offered a teddy bear to James, unaware that he had been mauled by a grizzly earlier that

year.

*

Stick Boy’s Festive Season

Stick Boy noticed that his Christmas tree looked healthier than he did.

*

Char Boy

For Christmas, Char Boy received his usual lump of coal,

which made him very happy.

For Christmas, Char Boy received a small present instead of his usual lump of coal,

which confused him very much.

For Christmas, Char Boy was mistaken for a dirty fireplace and swept out into the street.

*

FullSizeRender (3)

Buon Natale. Se ne avrete il coraggio.

Anzi, buona lettura!

Speriamo che v’arrivi un pezzo di carbone.

Il Calendario dell’Avvento Letterario#22: un albero cresce a Brooklyn

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Francesca de Il Club dei Libri

1-1

È il 1912 e siamo a New York, per la precisione a Brooklyn. È dicembre, il Natale è alle porte e sulle strade i venditori di abeti hanno allestito dei boschetti provvisori, attorno ai quali i newyorkesi si accalcano per scegliere l’albero che adornerà il loro salotto. Molte delle persone che sono su quel marciapiede, però, quell’albero possono solo sognarlo e tra loro ci sono anche i fratelli Nolan, Francie e Neeley, che individuano l’abete più grosso e più bello e sperano che rimanga invenduto fino alla sera della vigilia, perché, se così sarà, potranno provare a vincerlo partecipando al crudele lancio dell’abete.

Spirit of Christmas circa 1900s-1930s (1)

È infatti usanza, sui marciapiedi di Brooklyn, che la sera della vigilia i venditori degli alberi di Natale li lancino addosso ai bambini: se questi non crollano sotto al peso dell’abete, allora lo possono avere gratis.

Quello scelto dai fratelli Nolan è davvero enorme, alto, massiccio e pesante e, quando il venditore annuncia che sarà proprio quello il primo ad essere messo in palio, Francie non esita un secondo ad annunciare di volerci provare. Neeley è spaventato dall’impresa, ma non vuole contraddire la sorella e così si lascia piazzare davanti a lei nonostante i ragazzi più grandi li scherniscano e chiedano loro a gran voce di farsi da parte.

early-1900s-window-shopping-christmas-toys

Quando l’uomo degli abeti assiste alla scena, il suo primo pensiero va al coraggio immenso di questi due minuscoli bambini; il secondo è un sentimento paterno: sicuramente si faranno male, soprattutto il maschio, così piccolo e minuto; il terzo è un sentimento di carità: perché non posso semplicemente regalar loro quest’albero e basta? Perché devo sottoporli per forza a questa usanza, meschina per certi aspetti?

Alla fine, però, prevale il senso del commercio: se lo regalo a loro, anche tutti gli altri ragazzi pretenderanno di averlo in dono e io non potrò più venire a vendere i miei abeti il prossimo Natale. Quindi che tentino, che imparino presto che a questo mondo nessuno dà niente per niente, che devi lottare con le unghie e con i denti per ottenere quello che vuoi.

Bene bambini, preparatevi.

Spirit of Christmas circa 1900s-1930s (9)

Francie si posiziona il fratello davanti, così può sostenerlo nel caso il suo corpicino ceda sotto il peso dell’albero, poi tutto accade come in un sogno: non c’è niente sul quel marciapiede, è sparita New York, è sparito l’uomo degli abeti, è sparito Neeley e sono spariti i ragazzi più grandi. C’è solo lei con la sua determinazione e la sua forza.

E, all’improvviso, l’albero di Natale dei suo sogni che le piomba addosso, graffiandole mani e viso e colpendole la testa.

Ma ce l’hanno fatta. I fratelli Nolan non sono crollati sotto tutto quel peso e sono riusciti a ottenere l’albero di Natale più bello e più grosso di tutta la città.

Ancora non ci credono, eppure è proprio così, lo stanno trascinando lungo la strada, lo stanno davvero portando a casa!

15129348717812422_Qev5P3Te_c

E chi se ne frega se c’è quel ragazzo che salta sui rami e si fa trascinare rendendo il trasporto più faticoso, chi se ne frega del dolore alla testa, dei graffi, del sangue che cola.

L’unica cosa che conta è che i Nolan, questo Natale, avranno il loro albero grande, grosso, enorme, che spargerà i suoi aghi sul pavimento della piccola stanza e inonderà la mattina del 25 dicembre con il suo profumo di resina e di bosco.

Christmas-in-Orson-Reynolds-House-ca.-1880

Questa storia è solo un pezzo di quello che succede a Francie e Neeley il giorno di Natale, è la parte più dolce e più bella, perché i Nolan sono una famiglia povera e in questo giorno speciale, nonostante sia un giorno di festa, non si permettono di vivere spensierati e dimentichi delle loro sfortune.

La famiglia Nolan è la protagonista di quel magnifico libro che è Un albero cresce a Brooklyn di Betty Smith che, se non conoscete, è il caso che vi procuriate il più presto possibile.

Non è un libro facile e con il lieto fine, è un romanzo duro, come tutti quelli che parlano di miseria e povertà e di un riscatto sociale che tarda ad arrivare, ma è una storia bellissima proprio per questo e che riporta a galla quel sogno americano che, ahimè, gli americani stessi si sono dimenticati di sognare.

macywindow08-17B

Buon Natale cari amici e che il 2016 sia magnifico e ricco di tutto ciò che più vorreste trovare sotto l’albero.

libro

Il Calendario dell’Avvento Letterario#15: a Natale chiamate uno spazzacamino

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Michele di Casa di ringhiera

fireplace 3

 

Durante il periodo natalizio ci sono un sacco di faccende da sbrigare. Pur non avendo la capacità di essere presenti in posti diversi nello stesso momento, lo sdoppiamento non ci riesce quasi per un soffio. Si passano intere giornate alla ricerca del giusto dettaglio da esporre nel bel mezzo delle solite riunioni di famiglia. L’albero e i suoi addobbi assorbono tutte le nostre attenzioni; facciamo di tutto pur di renderlo perfettamente consono alla nostra idea – vi svelo un segreto: nella maggior parte dei casi piace solo a chi lo addobba, mentre per il resto degli ammiratori si tratterà di una comune schifezza.

Per la sera di Natale tutto sarà al suo posto. I preparativi vi faranno andare in pappa il cervello, ma vedere quell’albero che si illumina per via dell’ultima serie di luci a led ripaga le vostre immense fatiche. Avrete pensato a tutto, anche al segnaposto coordinato con la tovaglia rigorosamente rossa con  renne e alberi innevati. Riceverete i complimenti per l’ottima organizzazione, eppure qualcosa manca all’appello. Qualcosa a cui avete dimenticato di provvedere perché ormai non ci fate più caso: il camino. Sì, in tutta questa confusione avrete dimenticato il ruolo centrale che svolge il camino nella notte di Natale. Andrete a dormire felici nell’attesa di ricevere regali che non arriveranno mai, dato che non avrete pulito per bene la canna fumaria attraverso cui Babbo Natale scenderà durante la notte. Il vecchio signore del Polo Nord rimarrà incastrato. Per questa evenienza calza a pennello il detto popolare prevenire è meglio che curare. Adesso, prendete in mano i vostri telefoni e fate un paio di chiamate. Conosco alcuni spazzacamini che svolgono il loro lavoro in un modo davvero eccezionale.

fireplace 2

Il primo che vorrei suggerirvi è Bert, lo spazzacamino più famoso della letteratura uscito dalla penna di Pamela Lyndon Travers. Se avrete la fortuna di presiedere la vostra casa durante le sue pulizie, riuscirete ad ascoltare la melodia che intona mentre svolge la sua mansione. Mica male. Cam caminì cam caminì, spazzacamin

mary p

Il secondo invece è il mio preferito. Lo chiamo ogni anno, anche quando non c’è nessuna canna fumaria da pulire. Ci sediamo nelle poltrone in salotto e parliamo del più e del meno, come fanno i vecchi amici. Il suo nome è Joe Penny, per gli amici J.P..

Lui e il protagonista di Da dove sto chiamando – racconto di Raymond Carver – si sono conosciuti nella clinica di Frank Martin. J.P. era diventato uno spazzacamino dopo aver conosciuto sua moglie Roxy. Lei, a quel tempo, era una ragazza spazzacamino che lavorava per la ditta di famiglia. J.P. se n’era  innamorato perdutamente sin dal primo giorno. La scintilla che diede fuoco al suo amore – parlare con questi toni dei racconti di Carver fa strano – scoccò proprio quando Roxy realizzò la tradizione che investe tutti gli spazzacamini stakanovisti: una volta pulita la canna fumaria, lo spazzacamino un bacio porta fortuna al committente. Dopo avere dato un bacio al padrone di casa, J.P. inseguì Roxy fuori dall’abitazione, chiedendo anche per lui un bacio porta fortuna.

fireplace 4

Nonostante le cose tra J.P. e Roxy non siano andate per il verso giusto negli anni successivi, è lui lo spazzacamino migliore che conosco. Per amore ha abbracciato un lavoro che in pochi sanno svolgere nel miglior modo possibile. Non dimenticate che, se fate il suo numero, oltre a ricevere il suo bacio porta fortuna, potreste ricevere anche quello di sua moglie – anche se non è più uno spazzacamino –  proprio come è accaduto al protagonista del racconto di Carver. Avere un po’ di fortuna non fa mai male, no? Magari chiamatelo quando è nei vostri paraggi con Roxy.

fireplace 5

Il camino non va dimenticato. È l’unico canale da dove possono arrivare i regali. Se lo lasciate otturato, Babbo Natale passa automaticamente al vostro vicino antipatico e addio dolce risveglio. A quel punto subentrano le imprecazioni – che io non disdegno affatto.

fireplace

Il Calendario dell’Avvento Letterario#14: a Natale regalate una storia

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Chiara di Librofilia

cropped-typewriter_large

Ormai mancano davvero solo una manciata di giorni al Natale e quindi ci tocca parlare di quelle cose pratiche e che purtroppo più di ogni altro simbolo contraddistinguono il Natale, quasi come se all’infuori di queste non esistesse nient’ altro; ma, in fondo, alzi la mano chi di noi quest’anno spera di riceverne tanti e di farne magari qualcuno in meno, risparmiando così tempo e denaro?
Se non l’avevate ancora capito, stiamo parlando dei tanto famigerati e temuti “regali di Natale”, che, se da un lato sono attesi perché fanno felici e contenti (si spera!), dall’altro lato invece sono demonizzati e bistrattati poiché l’insana e imperversante logica del consumismo li ha resi il fulcro centrale di questa ricorrenza, che, oltre a far dilapidare interi patrimoni, getta totalmente nel panico più assoluto. Meno giorni mancano al Natale, più si fa largo la solita domanda che recita più o meno “Cosa regalo a …?”.
Se il soggetto in questione è un fervido lettore o un’impavida lettrice, il problema è presto risolto, dal momento che basta addentrarsi nella prima libreria (meglio se indipendente!) e aggirarsi curiosi fra gli scaffali, lasciandosi guidare dall’istinto, o, in caso contrario, affidarsi al libraio competente: saprete così di non aver affatto sbagliato il regalo (anche in questo caso, si spera!).

type 2
Se quest’anno invece volete davvero stupire i vostri amici lettori/lettrici e volete osare di più, potete ricorrere all’aiuto di C.D Hermelin, meglio conosciuto come lo scrittore itinerante dei parchi di New York, che, con una vecchia macchina da scrivere sulle ginocchia e con accanto una pila di fogli immacolati e dopo una brevissima conversazione con il committente, mette in piedi un racconto inedito e personalizzato di poche pagine. Il tutto in cambio di una piccola e arbitraria donazione.

Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)
Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)
Ovviamente, se vi viene difficile portare il soggetto in questione fino a New York, è possibile raggiungere e intercettare C.D Hermelin attraverso il web e scoprire cosi il suo meraviglioso, strampalato e inedito progetto  e chiedere di sfornare per voi o per i vostri cari un racconto esclusivo e unico nel suo genere.
In caso contrario, se nemmeno quest’idea dovesse essere in grado di risolvere il grattacapo legato al regalo da fare, armatevi di carta e penna (o di penna e calamaio, purché  lasciate perdere almeno per una volte le tastiere dei pc o gli sfioramenti dei vostri touchscreen), aprite il vostro cuore, lasciatevi trascinare dai pensieri e dalle immagini e provate a scrivere voi un messaggio di auguri personalizzato per i vostri cari (tranquilli che per farlo non serve essere dei moderni Dostoevskij o dei mancati premi Strega). Il risultato finale, vi assicuro, stupirà anche voi stessi.
Scommettiamo?

Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)
Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)

cd hermelin 3
Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)
vintage typewriter

Il Calendario dell’Avvento Letterario#12: le notti bianche del Natale

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Nellie di Just Another Point.

Vintage Russian winter card

A me piace molto il fantastico mondo dei Se.

Non ho ricordo o avvenimento realmente accaduto che la mia testa non abbia trasformato in un grande e immenso Se, in un’alternativa possibile (ma a volte nemmeno troppo), un mondo parallelo dove la mia storia avrebbe potuto avere un finale e/o un risultato diverso. È un vizio che mi porto sin da bambina, da quando dicevo a mia madre che la mia io, su un pianeta parallelo al nostro , in una galassia parallela alla nostra, poteva mangiare il cioccolatino che io volevo, ma che mia madre mi negava (spoiler: non funzionava mai).

Ancora oggi, a distanza di anni, mi ritrovo a fare gli stessi ragionamenti assurdi, con la differenza, però, che mi ritrovo ad applicarli anche al mondo dei libri, dove la fantasia può trasformare e rivisitare storie infinite volte (e Gianni Rodari lo sapeva bene, tanto da scriverne la Grammatica della Fantasia). È proprio in occasione di questo avvento letterario, quindi, che ho pensato a un nuovo Se: cosa sarebbe accaduto se Le Notti Bianche di Fëdor Dostoevskij fossero state ambientate nei quattro giorni precedenti al Natale?
Mi perdonino gli studiosi e gli accaniti appassionati dello scrittore russo che molto probabilmente stanno già inforcando le armi, ma la mia è solo una supposizione, che nasce in realtà da un piccolo ma enorme problema di memoria (anche questo ereditato dall’infanzia: mai saputo ripetere una poesia a memoria in vita mia). Proverò subito a spiegarvi meglio.

Vintage Russian2
Lessi Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij nel lontano 22 marzo 2013, dopo un’abbuffata in uno dei miei ex ristoranti giapponesi preferiti (tranquilli, ricordo tutto ciò semplicemente perché è scritto nella prima pagina della mia copia – il motivo per il quale il ristorante sia uno degli “ex” preferiti lo si può leggere fra le righe). Insomma, stavo facendo una passeggiata con la pancia piena di sushi e sashimi e riso saltato con la soia e altre leccornie simili, quando in una libreria dell’usato mi decisi ad acquistare una copia di uno dei classici più amati della letteratura russa (forse perché, pardon ancora una volta a tutti i russofili, il più breve?).

Inutile dire che me ne innamorai dalla prima pagina, quasi quanto inutile aggiungere che a distanza di più di due anni mi son ritrovata a ricordarne solo lo schiaffo finale e la panchina lungo il fiume (quest’ultima reminiscenza, forse, perché pochi giorni dopo la lettura de Le notti bianche  vidi Manhattan di Woody Allen, ma questa è decisamente un’altra storia).
Ma torniamo a Fëdor Dostoevskij: nel mio cassetto della memoria (decisamente troppo impolverato), il nostro solitario protagonista incontrava Nasten’ka sotto la neve. Ho ripreso in mano il libro a distanza di due anni e di questo fenomeno meteorologico nemmeno si parla; anzi, nelle prime righe del racconto ho ritrovato proprio tutt’altra descrizione.

“Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?

Avevo forse scambiato tutta questa magia con quell’atmosfera felice e spensierata che si respira proprio nei giorni precedenti al Natale? Ho deciso, di conseguenza, di rileggere l’intero racconto e a lettura terminata mi è stato fin troppo chiaro che nella mia testa c’era proprio un errore stagionale.

“C’è qualcosa di indicibilmente toccante nella nostra natura pietroburghese, quando d’improvviso, all’apparire della primavera mostra tutta la sua potenza, tutte le energie donatele dal cielo, si adorna, si agghinda, si colora di fiori..”

Lo ammetto, non un errore stagionale ma un enorme e abominevole errore stagionale in cui in realtà mi sarebbe bastato sapere che “le notti bianche”, nella Russia del Nord, sono quel periodo dell’anno in cui il sole tramonta dopo le 22. Eppure tutte quelle stelle, tutto quell’agghindare la città non poteva essere scambiato per alberi e luci e preparativi alla festa più attesa di tutto l’anno?  Non poteva essere una notte fredda ma con un cielo limpido a cui mancava solo la stella cometa a fare da ciliegina sulla torta?

“(..) e non faccio che sognare, ogni giorno, che alla fine, chissà quando, incontrerò qualcuno. Ah, se sapeste quante volte sono stato innamorato in questo modo!”
“Ma come dunque, di chi?”
“Ma di nessuno, di un ideale, di colei che mi appare in sogno. Io in ogni sogno creo interi romanzi. (..)”

Madre lo dice sempre che sono un’incallita sognatrice: credo lo dica più per disperazione che per orgoglio, ma io lo prendo sempre come un complimento. Sta di fatto che rileggere Le notti bianche e scoprire che mancano la neve e gli alberi di Natale mi ha fatto proprio arrabbiare, tanto da decidere, perciò, di tenere il ricordo che avevo e raccontarmi questo classico come lo vorrei io, anzi, con una piccola aggiunta. Perché, nel mio finale, nel  mattino dopo la quarta notte il sognatore con il cuore spezzato trova una sorpresa.

“Le mie notti finirono un mattino.”

Torna a casa e la ragnatela sul soffitto della camera non c’è più semplicemente perché Matrëna sta addobbando l’albero, scusandosi per il ritardo ma facendo intendere che il profumino che sale dalle scale sarà il pranzo di Natale più inaspettato e goloso che il sognatore si sarebbe potuto aspettare.

Albert Chevallier Tyler
The Christmas Tree, Albert Chevallier Tyler, 1911

Si spiegherebbero così molte cose, si spiegherebbe come, tornando a casa la sera prima (la Vigilia di Natale!), molte persone gli avessero sorriso nonostante il suo umore gelido e il cuore freddo, nonostante il suo aver detto addio a quel sogno che era stato così vicino a diventare reale. Quel mattino, il suo cuore si sarebbe scaldato, l’atmosfera natalizia l’avrebbe cullato e il pranzo in compagnia l’avrebbe fatto sentire meno solo, contento per Nasten’ka come in ogni caso sarebbe stato, ma contento anche per sé che solo, nella sua testa, avrebbe potuto continuare a sognare, ma aiutato da quell’atmosfera che scalda il cuore ogni anno.
A Natale tutto è possibile, no?

Vintage Russian 3

Il Calendario dell’Avvento Letterario#10: Natale con Fëdor Dostoevskij

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Noemi di Tazzina di caffè

Natale2

A Natale, e tanto più nei giorni che lo precedono, i sentimenti si fanno più intensi e le emozioni si amplificano. Tutto sembra più bello: le luci, i profumi, i sapori, la famiglia, gli amici. Le cose e le persone brillano di nuova bellezza e magia.

Ed ecco che proprio in questa  meravigliosa atmosfera arrivano certi scrittori, con racconti strazianti come questi due, a guastare la festa. Ma non vorrei essere fraintesa: è un guastare buono, lo dico subito, che a guardarlo bene è il più bel regalo che si possa ricevere a Natale, e non solo…

La vocazione di molti maestri, come è il caso senz’altro di Dostoevskij, sembrerebbe proprio quella di inguaribili guastafeste. Se leggerete questi due brani, tratti dai Racconti e romanzi brevi e confezionati da Mursia in questa elegante e piccola strenna di Natale nel 2011 (ma ancora reperibile in commercio), sperimenterete proprio questa sensazione di “guasto” e poi di regalo.

In poche parole, il venerabile Fëdor cosa fa? Prende il Natale e con il suo sguardo innocente, eppure acuminato come la più affilata delle spade, ci costruisce dentro due storie di dolore. Il suo sguardo è quello di chi non può non vedere come vanno le cose.

Ecco come opera, ad esempio nel primo racconto, che comincia in una festicciola di Natale in una casa qualunque:

“Non potevo poi fare a meno di ammirare la saggezza dei padroni di casa nella distribuzione dei doni natalizi: la bambina dalla dote da trecentomila rubli aveva ricevuto una bambola di grande valore; quindi erano seguiti regali di sempre minor costo, in proporzione ai ranghi dei rispettivi genitori di tutti questi bambini fortunati. Infine, l’ultimo bambino, un maschietto di circa dieci anni, magrolino, piccolo, dai capelli rossi, dal viso coperto di efelidi, ricevette soltanto un libro di racconti sulla maestosità della natura, libro senza illustrazioni e perfino senza vignette. Il ragazzino era il figliolo di una povera vedova, istitutrice dei figli del padrone di casa, ed era un fanciullo estremamente timido e alquanto impaurito”.

Noemi2

Qui introduce una situazione che suona a tutti normale, ma che a vederla scritta fa male: i regali di Natale, ma anche tutto il resto della nostra vita, sono proporzionali “ai ranghi”.  Quello che non sappiamo è che non sempre a rimetterci sono i più poveri, ma tocca leggere fino alla fine.

Inoltre Dostoevskij fa un passo avanti, beh altrimenti non sarebbe Dostoevskji (ovvero quello, ricordiamolo, che ha scritto i suoi migliori capolavori dopo essere tornato dai lavori forzati in Siberia…), e questa situazione verrà esaminata, si evolverà e prenderà pieghe inaspettate fino a farci giungere a una conclusione: la realtà è quella che è, talvolta è orribile e spetta alla scrittura svelare questa  faccenda, e consolarci.

Nel secondo racconto l’autore non sarà meno spietato, ma si affiderà alla fantasia. Per concludere con una frase disarmante:

“Non è per inventare un poco che io son romanziere”?

Noemi

Ed è proprio alla fine che scatta il legame più forte con questi due brevi racconti: ci hanno fatto vedere la realtà, e il Natale, anche nei suoi risvolti più drammatici, eppure noi stiamo meglio, siamo grati all’autore, alla sua arte. In una parola: siamo cresciuti insieme.

Il Calendario dell’Avvento Letterario#9: un libro fantastico

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Alessandra di Una Lettrice.

“Scrivere questo libro ha completamente cambiato la mia esistenza. Credo sia importante. Credo che voi siate importanti. Spero che vi piaccia e se vi piace vi prego di condividerlo perchè condividere è importante”. 

Dallas Clayton

Clayton3

Come tutti i momenti di passaggio, Il Natale è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato lontanissimo: mentre l’anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre.

È uno dei momenti di passaggio dell’anno, forse il più drammatico e paradossale: l’oscuritá regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle  brume invernali. Dopo il Solstizio, la notte più lunga dell’anno, le giornate ricominciano poco alla volta ad allungarsi: la luce ha vinto sul buio.

Ale3.png

Qualsiasi sia la vostra tradizione o la vostra religione, qualunque sia il motivo per cui festeggiate il Natale,  ciò che state festeggiando è la vittoria della luce sull’oscurità.

Per questo motivo vi propongo “Un Libro Fantastico” (questo è proprio il titolo!).

 È un libro scritto, pensato, illustrato da Dallas Clayton, artista che  si definisce “autore di libri per bambini” perchè, ha affermato in un’intervista “quando la gente lo sente, sorride”.

Ale2

Quando nacque il figlio Audio Science Clayton –il figlio di Dallas si chiama proprio Audio Scienza ed è nella lista dei figli di Hollywood con nomi più strani, ma è solo in novantesima posizione – Dallas desiderò fargli un regalo prezioso.

Clayton5

Scrisse e disegnò 64 pagine che raccontano, con disegni coloratissimi e poche, profonde parole,  che è importante sognare in grande.

Se volete leggerlo gratis andate qui: selezionate la vostra lingua madre, cliccate su “apri”, iniziate a leggere e …Buon Natale.

Clayton1

Ci sono posti nel mondo dove i sogni stanno per morire

Quindi bambini ricordatevi, prima di andare a dormire

Di sognare un sogno così grande,  che più grande non può esistere

Poi sognate un sogno dieci volte più grande

Ora che hai sognato un sogno così grande

Sognane mille e mille ancora

Ma non sogni tranquilli

Sogni ruggenti

Ale1

Il Calendario dell’Avvento Letterario#8: Natale a casa Franzen

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Ilenia di Con amore e con squallore.

frantzen_santa-900x477-c-center

“Un ultimo Natale” è l’ultimo capitolo de “Le correzioni”. Quel romanzo di Jonathan Franzen che tutti sembravano aver letto tranne me.

Adesso che conosco anch’io gioie e dolori della famiglia Lambert, mi trovo nella condizione di non poter evitare di parlare proprio del loro Natale, se mi si chiede un intervento a tema, in attesa del fatidico giorno.

Sì, anche a costo di rovinare la festa a tutti. So che non ci sono regole, ma immagino che un calendario dell’Avvento letterario dovrebbe circondarsi di certe atmosfere, magari che si associno bene all’immagine rassicurante di un focolare, di pacchi dalla carta sgargiante e cesti di deliziose noci, giusto? Ora invece arriva la guastafeste che ci racconta della disfunzionale famiglia del Midwest e del loro Natale atroce.

Sbagliato. Perché, rifletteteci, anche i Natali hanno i loro momenti d’agonia. E io dirò, audacemente, soprattutto i Natali.

L’ultimo Natale della famiglia Lambert (che già così non suona proprio benissimo, no?) è l’Evento attorno a cui ruota tutto il romanzo, non a caso si trova in chiusura. È il canto del cigno di un romanzo ambizioso. In particolare, l’epicentro è Enid, la madre, ossessionata dall’idea di riunire tutta la famiglia (tutti e tre i figli ormai adulti, che fanno i conti con le loro vite a pezzi) per un ultimo Natale, prima che tutto crolli.

Questo momento perfetto, a cui tendono tutti gli sforzi di Enid (e dei figli che cercano di realizzare questo suo desiderio), non è che un autoinganno, un ultimo, inutile riparo contro una grande verità: niente potrà essere più come prima. Nessun Natale potrà essere uguale ad un altro.

“Ecco una tortura che i Greci, inventori dei supplizi del Banchetto e del Masso, avevano dimenticato di inserire nell’Ade: il Mantello dell’Illusione. Un bel mantello caldo che copriva l’anima afflitta, senza però riuscire a coprirla del tutto. E ora le notti stavano diventando fredde”.

Per dimostrarvi come il Natale nasconda subdole soprese, devo per forza introdurvi il concetto di“momenti alla Franzen”. Il nostro caro Autore è un maestro nel creare momenti di estremo disagio (spesso mascherati da una feroce ironia) che riescono benissimo ad illuminarci su quanto distanti siamo gli uni dagli altri. La regola principe di ogni “momento alla Franzen” è: il disagio non è mai abbastanza. Qualche esempio?

Ilenia Z

Quando ti parlano di affari al supermercato mentre hai un salmone viscido che ti scivola giù per la gamba. Ma i momenti si moltiplicano all’infinito, così come la frustrazione dei personaggi: sopportare la stupidità e l’ottusità altrui annuendo, facendo finta di nulla; ignorare l’egoismo del partner, i figli tirannici, mentre tenti di ascoltare tua madre (che non ascolta te, invece) che ripete fino alla nausea le stesse insignificanti raccomandazioni sulla tua vita.

Queste sono le tribolazioni dei Lambert; ma, in realtà, tutti noi ci prepariamo a scendere in battaglia quando partecipiamo ad un Evento che riunisce tutta la famiglia. E ogni anno nasconde maggiori insidie dei precedenti e molti, moltissimi “momenti alla Franzen”.

Quello zio con cui non avete mai scambiato più di sei parole tutte di fila e che con tutta probabilità potrebbe non conoscere nemmeno la vostra età, figuriamoci intavolare una discussione fluida, che tenta goffamente di capire da che assurdo pianeta proveniate. Rassegnatevi. Per un’altra decina d’anni ancora sarete identificati come “figlio/a di x”. Poi tutta quella valanga di domande :“E il fidanzato? E la laurea? E a Capodanno? Ma quei capelli? La barba quando la tagli?”.

Nel frattempo nel vostro cervello compaiono immagini amorevoli di banchetti familiari alla Shirley Jackson (per chi non ha mai conosciuto questa magnifica donna, chiarisco: sonnifero nello zucchero).

Non so voi, magari siete più fortunati di me, ma a Natale sento sempre (tra le molte, moltissime altre cose belle) una distanza tra me e gli altri. E, più divento grande, più sento aumentare questo divario. E più ti senti diverso, più aumentano i momenti-farsa in cui fingi di ascoltare, seppellisci la tua vita, i tuoi segreti sotto strati e strati di cortese convenzionalità e chiacchiere frivole.

Però c’è un altro tipo di “momento alla Franzen”. Un momento che rende necessario e prezioso qualsiasi Natale. I momenti in cui riesci a vedere attraverso.

I componenti della famiglia Lambert sono davvero insopportabili, irrimediabilmente infelici. E cercano continuamente di correggersi senza successo. Non si accettano perché non si capiscono, non si parlano. Si odiano perché cercano di essere migliori senza mai riuscirci. Franzen è bravissimo nel relegare i loro singolari dolori, le loro delusioni segrete (come in ogni famiglia letteraria che si rispetti, non si parla mai di ciò che è importante ma si finisce sempre a parlare di soldi, cibo e sgabelli per la doccia) ciascuno in ogni capitolo, con il suo punto di vista, la sua prospettiva, per farci capire quanto siano appunto distanti gli uni dagli altri.

Però c’è un passaggio in più. Il Natale. Per un giorno (per poche ore, in realtà), finalmente, sono tutti insieme. E arrivano sia “i momenti alla Franzen” pieni sia di imbarazzi e farse, sia dei nuovi momenti di rivelazione.

“Ma come tanti fenomeni che apparivano belli da lontano – nubi temporalesche, eruzioni vulcaniche, stelle e pianeti – quel dolore seducente si rivelò, a distanza ravvicinata, di proporzioni disumane”.

Sono attimi di autentica comprensione dell’Altro. Certo, durano poco e nascono spesso da un’insopportabile vergogna (non sarebbe Franzen senza una bella dose di imbarazzo). Trovarti davanti alla malattia di un padre (con tutto il corredo di orribili conseguenze che ne derivano, conseguenze piene di viscida, disgustosa, incontrollabile materia organica), ad esempio. Sono momenti rari che ci fanno capire che, se solo smettessimo di volerci correggere, forse, potremmo, anche solo per qualche ora, accettarci. Molte incertezze ci tengono, forse per coincidenza, sotto lo stesso tetto, almeno una volta l’anno.

Ho deciso per questo Natale di lanciarmi due importanti sfide (prendendo ispirazione da questo bel libro):

1) “Se non posso avere la cosa vera, non voglio niente”.

2) Cercare di capire che, come per Alfred Lambert, a volte “l’amore non è questione di avvicinarsi ma di tenersi a distanza”.

JonathanFranzen

(Le citazioni usate nel post sono tratte da Le correzioni, Jonathan Franzen, trad. a cura di Silvia Pareschi, Einaudi super ET, 2003)

Il Calendario dell’Avvento Letterario#7: felice Jólabókaflóð

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Marina di Interno storie

marina3

Il Nord Europa mi sorprende sempre. L’immagine algida, nonostante la latitudine, non gli si addice per nulla, specie nel caso  dell’Islanda, la nazione dei primati negli ambiti letterario ed editoriale con il più alto tasso di lettura al mondo. Gli Islandesi non si risparmiano in quanto a biblioteche e librerie.

In una città come Reykjavík, insignita del titolo di Città della Letteratura dall’UNESCO, i prestiti alla biblioteca comunale superano il milione, considerando che ha una popolazione di circa 200 mila persone.

In questi giorni l’Islanda si trasforma nella patria dei libri, dove ogni amante della letteratura vorrebbe trasferirsi: è un tripudio di pagine scritte, o meglio ancora, un diluvio. Ora capirete meglio.

È il periodo del Jólabókaflóð, un termine impronunciabile. In inglese si dice Christmas Book Flood. E, se proprio vogliamo essere meticolosi con le traduzioni, in italiano è il Diluvio del libro di Natale. Un evento che salta fuori dal nulla, ma affonda le radici nella prima metà del secolo scorso. Durante il secondo conflitto mondiale, le importazioni erano state ridotte al minimo, così come gli acquisti da parte della popolazione. Tuttavia, nei riguardi della carta stampata le autorità sono state indulgenti e nei Natali della guerra si è estesa l’abitudine di regalare un libro come bene prezioso. Ne è nata una tradizione duratura, speciale.

marina1

Tra novembre e dicembre arrivano sugli scaffali delle librerie circa 800 titoli di autori, per lo più islandesi. Si registrano le più alte vendite proprio in vista del Natale, circa l’80­-90%. Un diluvio, appunto. Persino la televisione non lesina in spot pubblicitari e, a quanto pare, è il maggiore argomento di conversazione tra gli adulti.

Gli editori recapitano alle famiglie il bókatíðindi, un catalogo di tutti i libri acquistabili per se stessi o come regalo. Come consuetudine ogni islandese riceverà e donerà almeno un libro per Natale. I libri si scambiano il 24 dicembre, dopo il tradizionale pranzo, così da poter scegliere le proprie letture tra quelle ricevute e dedicarvisi fino a tardi.

«E poi arrivava la notte quando tutte le candele erano consumate e tutti gli incendi spenti e tutti i nastri e le carte ripiegati per il prossimo Natale. Io avevo i miei regali con me nel letto», scrive Tove Jansson ne Il libro dell’inverno, che islandese non è, ma conosce bene il momento magico in cui si trova rifugio nella gioia dei doni – se sono libri ancora di più.

Lo scambio dei libri è un’usanza consolidata che non accenna a perdere smalto, anzi ogni anno l’attesa si fa spasmodica, tanto che gli islandesi intasano i telefoni degli editori per l’impazienza di avere il catalogo nel più breve tempo possibile.

“Ad ganga med bok io maganum” è un detto islandese, pressapoco dovrebbe suonare come “ogni islandese ha un libro nel suo stomaco”, inteso sia come divoratore di storie e sia come “ciascuno ha una storia da raccontare”. Infatti, un islandese su dieci si cimenta nella scrittura.

I numeri relativi alla lettura sono molto alti, non voglio annoiarvi elencandoveli; sicuramente è una situazione diametralmente opposta alla nostra per mirate politiche culturali e solidità dell’editoria.

Questa terra ha una ricca tradizione letteraria fin dal Medioevo – quando nei villaggi le storie venivano narrate oralmente durante i rigidi inverni e le scarse ore di luce – che ha assunto nel tempo un ruolo importante, un costante punto di riferimento per la società civile.

Pensavate che solo gli italiani fossero un popolo di scrittori? L’Islanda è anche il paese della lettura. Un esempio da tenere a mente.

Felice Jólabókaflóð!

marina2

Il Calendario dell’Avvento Letterario#6 – Un Natale a New Orleans

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Marta di La McMusa.

1. truman capote

C’era una volta un bambino preoccupato: aveva più o meno sei anni, viveva in Alabama con alcuni zii e una cara cugina di nome Sook, molto molto più grande di lui, e, che fosse inverno o no, credeva in Santa Claus. Un giorno di dicembre, all’improvviso, il bambino preoccupato ricevette una lettera decisa e misteriosa in cui veniva richiesto.

Veniva richiesto dal padre – un signore lontano che aveva visto poche altre volte nella sua vita e che abitava a New Orleans – che adesso lo invitava a trascorrere il Natale con lui. Padre e figlio, e una manciata di giorni insieme per ricordarsi, forse, di un calore ormai disperso. Spaventato e in lacrime, il bambino disse a Sook che a New Orleans per Natale non ci voleva andare e che avrebbe preferito stare con lei a scartare i regali che Santa Claus avrebbe di certo consegnato sotto l’albero della loro casa di campagna la notte del 24 dicembre: un cappello da cowboy con tanto di lazo, un coltello con il manico di perla, un fucile ad aria con cui sparare ai passeri.

“Non piangere, Buddy. Magari a New Orleans vedrai la neve!”

Il bambino preoccupato, convinto allora dal sogno della neve, prese la corriera e, quando arrivò a New Orleans dopo 400 miglia di terre paludose, per sopportare il distacco, la paura e la solitudine, si mise in attesa di fiocchi bianchi e un poco di magia. Si mise in attesa di un soffio di fiaba abbagliante come abbagliante era stata la neve delle storie che gli leggeva Sook da quando era piccolo per dargli la buonanotte.

Solo che la neve, a New Orleans, non arrivò mai. Né quel Natale, né gli altri. Al suo posto il bambino preoccupato conobbe per la prima volta i suoni e frastuoni dei tram di quella grande città afosa, il vociare della gente nelle strade, la radio e il frigorifero (insieme, nella casa del padre, nel bel mezzo della Grande Depressione), il balcone della stanza da letto con i merletti di ferro, il cortile con i fiori e la fontana a forma di sirena, una mezza dozzina di amiche del padre, un aereo.

2. vintage aeroplane toy

Stava in una vetrina di un negozio di giocattoli. Il giorno prima di Natale, camminando per Canal Street, il bambino preoccupato era rimasto ammaliato: l’aereo aveva i pedali, un motore rosso ed era tanto grosso da poterci entrare dentro e pedalare fino a prendere il volo. Con quell’aereo sì che avrebbe fatto ridere i suoi cugini; con quell’aereo sì che avrebbe potuto correre in mezzo alle nuvole; con quell’aereo sì che Santa Claus l’avrebbe reso felice.

Il bambino preoccupato quella notte si mise a pregare e pregò proprio rivolto a Santa Claus: il Signore raccoglie gli ordini, Santa Claus li consegna sotto forma di regalo. Così diceva Sook.

Fu quella notte stessa, però, che il bambino preoccupato – che di nome faceva Truman e come cognome portava la malinconia agitata di un matrimonio durato poco e finito male tra un ricco uomo d’affari di New Orleans e una tipica southern belle che era stata anche Miss Alabama – scoprì che Santa Claus non esisteva: la piramide di regali sotto l’albero stava sì prendendo forma, ma la stava costruendo il padre, tradendo rumore e prosaicità nel bel mezzo della notte più poetica dell’anno.

“Un ragazzino della tua età non può credere ancora nel Signore. E neanche in Santa Claus.”

Senza lacrime ma con rabbia, Truman pregò allora per un altro padre, che pochi anni dopo arrivò e gli diede il cognome Capote, un’istruzione prestigiosa e una stabilità emotiva che non aveva mai avuto ma che adesso, forse, era troppo tardi per apprezzare. Pregò allora anche per un’altra madre, che da quel Natale fino alla sua morte divenne proprio New Orleans, la città senza neve e con un grosso aeroplano in vetrina, la città dove vivono le sirene, i colori, uomini e donne in costume, e la libertà di poter credere a Santa Claus perché Santa Claus, in fondo, altro non è che la bellezza di avere qualcosa in cui credere.

3. new orleans at xmas

Il racconto One Christmas di Truman Capote – da cui è tratta la mia storia natalizia di oggi – lo potete trovare in una vecchia edizione Garzanti intitolata Un Natale e altri racconti. È una storia  semplicemente perfetta, di cui io ho modificato il finale facendolo convergere sulla vita vera, ma che sulla pagina fa il paio con il celeberrimo (almeno in America) racconto Un ricordo di Natale: nostalgia, dolcezza e amicizia proiettati nell’infanzia e riportati in vita nel presente da uno degli scrittori più amabili e potenti della storia letteraria contemporanea. Non solo americana.

Buon Natale 🙂