Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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Il viaggio di Nabokov alla volta di Lolita

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Non è un segreto che Lolita, il capolavoro di Nabokov, sia per me uno dei libri più belli della storia della letteratura. A causa degli spinosi argomenti di cui tratta, è anche uno dei libri più fraintesi, più censurati, più boicottati, vittima di una campagna di odio basata su ipocrisia e fraintendimenti, a partire da questa celebre stroncatura comparsa nel 1958 sul New York Times, che lo definisce un libro depravato e disgustoso.

In realtà, Lolita è molto di più della vicenda narrata: è la storia di un viaggio, quello iniziato a partire dalla fuga di Nabokov e della sua famiglia dalla Germania nazista e continuato con la loro esplorazione della parte orientale degli Stati Uniti; è un’epopea linguistica, l’esplosione dell’inglese di Nabokov nel suo periodo più maturo e fecondo, imperitura testimonianza degli eleganti virtuosismi a cui il raffinato russo è riuscito ad arrivare; sopra ogni altra cosa, Lolita è un impietoso, impassibile spaccato della vita e della società americana quali si erano presentate ai Nabokov alla fine degli anni quaranta.

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Lolita nella bellissima edizione di The Folio Society

Se nei romanzi precedenti Nabokov aveva elaborato la sua personalissima visione della Russia e dell’Europa, il suo romanzo americano diventa anche una sorta di diario della scoperta e della rielaborazione degli Stati Uniti, che lo scrittore aveva tanto sognato fin da ragazzino.

Divorando chilometri, Stati, motel e galloni di benzina, Nabokov diventa più americano degli scrittori a stelle e a strisce: sicuramente li percorre più di un Fitzgerald, di uno Steinbeck o addirittura di un Kerouac, specializzandosi nell’esplorazione di stradine secondarie e sentieri meno trafficati, giungendo così a penetrare il cuore segreto e nascosto dell’America. C’è voluto un Russo, insomma, per confermare quello che Mark Twain già sapeva: l’America non è un luogo, è una strada. Il viaggio dei Nabokov attraverso l’America diventa così un tutt’uno con la folle corsa contro il tempo di Humbert e Lolita: una monumentale fuga attraverso quarantotto stati, tra anonimi motel e stradine isolate, per arrivare in New Mexico e riuscire a sposare l’irrequieta, infelice, languida ragazzina, che nel frattempo coltiva sogni e machiavellici piani di fuga.

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Quello dei Nabokov è quindi un sogno americano on the road, alla volta dei vari college che offrono allo scrittore incarichi temporanei: dopo un breve soggiorno al Wells college (Aurora, New York) e al Wellesley College (in Massachussets) la famiglia al completo (Vladimir, la fedele moglie e aiutante Vera e il figlio Dimitri) parte nel 1941 alla volta di Palo Alto, dove Vladimir avrebbe insegnato all’università di Stanford. Né Vladimir né Vera se la sentono di guidare: si affidano quindi alla guida di Dorothy Leuthold, studentessa di Nabokov.

Il loro primo viaggio on the road dura ben tre settimane: il sistema delle strade numerate è ancora relativamente recente, alcune di esse non sono nemmeno state asfaltate. Inoltre, i Nabokov fanno soste regolari e dormono ogni notte in un motel diverso. Gli anni Quaranta sono gli anni d’oro del motel, che si sostituisce all’hotel come simbolo del viaggio on the road per eccellenza. Sempre più persone viaggiano infatti in macchina, mentre gli hotel tendono invece a trovarsi in prossimità di stazioni ferroviarie. Il motel risponde invece alla necessità di fermarsi in un punto qualunque lungo la strada, quando si ha fame o inizia ad essere troppo buio o si è stanchi e si ha bisogno di riposare: Nabokov inizia ad appuntarsi i nomi di tutti i motel nei quali soggiorna, con tanto di rating (un precursore di Tripadvisor, insomma), e diventa un lettore assiduo delle guide e delle mappe dell’American Automobile Association.

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Il cuore dell’intero viaggio è per Nabokov la sosta al Grand Canyon, che gli permette di indulgere nella sua più grande passione: la ricerca e lo studio delle farfalle. I Nabokov alloggiano al Bright Angel Lodge, ora parte dei National Historic Landmark, una classificazione ufficiale attribuita a luoghi o monumenti considerati di interesse storico a livello nazionale. Il Bright Angel Lodge era stato restaurato dall’architetto Mary Colter, che si era ispirata allo stile degli Hopi, una popolazione Navajo stanziata in Arizona.

A Palo Alto, i Nabokov si stabiliscono a Sequoia Avenue 230, non lontano dal campus di Stanford. Qui Nabokov fa amicizia con Henry Lanz, un professore di origini finlandesi che, appena trentenne, a Londra, durante il caos della prima guerra mondiale, aveva sposato una quattordicenne. Nonostante Nabokov abbia sempre negato, Lanz potrebbe aver influito sulla nascita di Humbert Humbert, il tristo protagonista di Lolita, folle d’amore, di passione e di ossessione.

Dopo l’estate passata a Stanford, i Nabokov tornano on the road, alla volta della California e dello Yosemite Park, tappa obbligata per un amante della natura come Vladimir, che aveva già visitato il Great Smoky Mountains National Park, l’Hot Springs National Park e il Grand Canyon nel viaggio precedente. La famiglia si reca poi a New York e da lì a Boston, dove per sette anni riesce ad andare avanti, anche se a stento, grazie ad incarichi irregolari offerti a Vladimir dal Wellesleyan College. I Nabokov fanno una vita molto frugale, ma non risparmiano sull’istruzione di Dimitri, prediligendo scuole private che gli possano permettere un’immersione a tuttotondo nella lingua, nella cultura e nella società americana. Si stabiliscono quindi a Cambridge, all’ 8 di Craigie Circle, tuttora meta di pellegrinaggi letterari degli aficionados di Nabokov, e lo iscrivono alla Dexter School, dove, a detta di Dimitri, non gli insegnano solo Cicerone e Cesare, ma anche ad eccellere negli sport, a perfezionare la stretta di mano, ad essere un buon cittadino americano.

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Vladimir e Vera Nabokov

Anche l’americanizzazione dei coniugi è in corso: Vera fa domanda per il porto d’armi, adducendo la necessità di difendersi dai pericoli durante le battute di caccia entomologiche nei territori più aspri ed isolati.

Nel frattempo, Nabokov sperimenta un frustrante blocco dello scrittore, dovuto prevalentemente alla sua insoddisfazione nei confronti del suo livello d’inglese. Scrive a Edmund Wilson, critico letterario e amico di Nabokov fino alla pubblicazione di Lolita, che crea un solco tra i due artisti, di sentirsi pronto a scrivere qualcosa di grandioso, ma di non poterlo più fare in russo e non sentirsi ancora pronto a farlo in inglese. Nabokov ama profondamente il russo, che trova più immaginifico, intimo e poetico di qualsiasi altra lingua, in grado di rendere il mondo più luminoso e più affascinante. Per perfezionare l’inglese, Nabokov si butta a capofitto nella scrittura scientifica, sviluppando uno stile robusto e sicuro. Nel frattempo, le sue esplorazioni continuano nel Midwest e nel Sud, dove fa visita a una serie di campus che lo invitano a fare lezioni, scrivendo a Vera lettere piene di curiosità, incontri più o meno comici e sgomento nei confronti del razzismo esibito da abitanti di stati quali la Georgia o il South Carolina. Con Vera e Dimitri lo scrittore si reca invece nello Utah per passare l’estate in uno stabilimento sciistico a Sandy, vicino a Salt Lake City. Lo Utah entusiasma Nabokov: scrive di sentirsi nella terra delle aquile, lontanissimo da tutto e tutti, in un punto di osservazione privilegiato. Il figlio undicenne viene iniziato alla montagna e alle scalate, passione che, insieme a quella per le macchine da corsa, lo accompagnerà per tutta la vita.

Tornato a Cambridge, Nabokov continua a perfezionare il suo inglese, dedicandosi nel corso degli anni a minuziose traduzioni letterarie dal russo all’inglese (come quella di Eugene Onegin di Pushkin).

Nonostante tutti gli anni trascorsi nella East Coast, il cuore di Nabokov rimane ad Ovest: continua a studiare e a reinventare la sua America passando l’estate del ’46 in Colorado, con un Dimitri ormai tredicenne e ansioso di ritrovarsi all’aria aperta e dedicarsi a scalate e passeggiate.

Dopo il Colorado, i Nabokov partono alla volta della Cornell University, a Ithaca, Rhode Island, che sarà la loro base per ben undici anni. Durante gli anni alla Cornell, Nabokov scrive parti di Lolita, di Pnin e del suo memoir Speak, memory, oltre a una manciata di storie, poesie, traduzioni – tra cui quella di Eugene Onegin di Pushkin.

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Nabokov a Ithaca, NY, 1958

A Ithaca, Dimitri diventa un adolescente difficile, testardo, dedito a bravate, amante delle ragazze. Non a caso, Lolita ha la stessa età di Dimitri e, come lui, viene mandata in una scuola privata, la Beardsley School una caricatura di scuola privata che ricorda un po’ la Pencey del giovane Holden, ubicata in una località non meglio specificata nel New England.

La Beadsley ha assurde pretese posh e British e si vanta di essere molto avantgarde, attenta alla maturazione sessuale e sentimentale delle ragazze – uno dei crucci della preside, Miss Pratt, è che la piccola Lolita si mostra ostentatamente disinteressata nei confronti dal sesso, reprimendo quella che pare essere una curiosità morbosa. È probabile che per la Beardsley Nabokov si sia ispirato alla St Mark, una delle scuole frequentate da Dimitri, nei confronti della quale sia lui che Vera avevano espresso una viva insoddisfazione. Dimitri e le sue bravate ispirano anche quegli ormonali ragazzotti americani dalle cui grinfie Humbert è determinato a preservare la sua piccola Lo, che ha la capacità sorprendente di attaccare bottone con tutti i muscolosi, gelatinati avventori delle pompe di benzina.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov scrive Lolita nell’arco di di cinque anni, dal 1948 al 1953. La stesura è lenta, sofferta e piena di ripensamenti: più volte Nabokov tenta di bruciare bozze e appunti raccolti mentre Vera è al volante, affidando all’azione catartica del fuoco il materiale esplosivo che ha prodotto. La provvidenziale Vera impedisce la fatale distruzione, esortando risolutamente il marito a portare a termine l’opera, mentre sulla carta si delinea, sempre più chiaramente, la costruzione nabokoviana dell’America: un continente colonizzato dall’europeissimo Humbert, che si fa a sua volta colonizzare dal rossetto, dal profumo, dai giornalini e dalla musica di Lolita; un’America senza maschere e senza veli, così vera da dare concretezza e legittimità alla triste storia di Humbert e Lo, rivelata nelle sue contraddizioni e in quella stessa volgarità che conferisce a Nabokov, scrittore ormai americano, il diritto di smascherarla, scavando in argomenti scomodi, sordidi. Nabokov lo fa usando lo slang americano, respirando l’aria dei sobborghi, dei parchi nazionali, delle strade polverose, alla ricerca della giusta combinazione di verità e di clamore per fare breccia nell’immenso, inquieto pubblico americano; lo fa accompagnando Humbert e Lolita in un viaggio privo di speranza, nel quale vedono tutto e non vedono niente. Le sole cose che restano sono mappe piene di orecchiette, guide consumate e i laceranti singhiozzi della bambina, ogni notte, fino al sopraggiungere del sonno. Il viaggio, tra realtà e allucinazione, distrugge l’innocenza di Lolita e dell’America al tempo stesso, lasciando Humber Humbert solo e col cuore spezzato davanti alle desolanti conseguenze dell’irreversibilità del male e alla solitudine eterna.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov non è interessato a regalare emozioni al lettore, né a riempirgli la testa di idee: vuole regalargli brividi lungo la spina dorsale, vuole folgorarlo di piacere estetico, vuole incantarlo con la potenze della sua illusione creativa.

Lolita diventa così una parodia del male resa reale dal dolore; qualunque sia la reazione del lettore, non riesce a distanziarsene, perché riconosce in ogni pagine le piaghe e le contraddizioni di un’America più vera, più schietta.

Nell’economia delle peregrinazioni dei Nabokov/ di Humbert e Lolita, il Wyoming gioca un ruolo essenziale: lo scrittore vi fa ritorno per la terza volta nel 1952, tra i camion decorati di luci come enormi, allucinogeni alberi di Natale e le gigantesche balle di fieno. I Nabokov alloggiano nell’ormai defunto Lazy U Motel a Laramie, prima di approdare a Riverside, un polveroso villaggio con un garage, due bar, tre motel e una manciata di ranch, a un miglio dalle strade polverose e dai marciapiedi di legno della vetusta Encampment, odorosa di abbandono.

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Afton, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Nabokov passa il 4 luglio 1952 a Riverside, tra i festeggiamenti per l’Independence Day, che rieccheggiano in Lolita: durante la fuga, l’europeissimo Humbert osserva con costernazione e stupore il gran numero di fuochi d’artificio, dei quali ignora la causa.

Da lì i Nabokov proseguono alla volta di Dubois, cittadina che, secondo Landon Y. Jones, sarebbe servita da ispirazione a Nabokov per la cittadina fittizia di Ramsdale (lo scrittore si sarebbe ispirato a Ramshorn, una strada molto rafficata e costellata di motel).

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Riverside, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Ramsdale avrebbe così dato  i natali a Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo, a Lola in pantaloni, a Dolly a scuola, a Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita, conclude un Humbert ebbro d’amore e di ossessione: e resterà sempre Lolita nell’immaginario collettivo, richiudendo in il mistero della sua oscena innocenza, del suo fascino perverso, della sua capacità di seduzione troppo grande per i suoi anni e per la sua piccola vita.

Quello di Lolita è un mistero insolvibile, impossibile da ridurre a chiavi di lettura quali il femminismo o la pedofilia, l’amore o la follia, il disgusto o l’adorazione; è un segreto vasto e profondo quanto l’intera America, destinato a continuare a incantare e depistare il lettore, trascinandolo con sé per le rosse strade polverose dello smisurato, camaleontico, impenetrabile West, regalando a Humbert Humbert e a Lolita, la coppia peggio assortita e più infelice della storia della letteratura, l’unica immortalità alla quale avrebbero mai potuto ambire.

Per saperne di più:

Nabokov in America: On the Road to Lolita, Robert Roper, Bloomsbury USA

On the Trail of Nabokov in the American West, Landon Y. Jones, The New York Time

Lolita, Vladimir Nabokov, Adelfi edizioni, trad. a cura di G. Arborio Mella

– Lolita, Vladimir Nabokov, edizione The Folio Society

Soundtrack: la colonna sonora composta da Ennio Morricone per Lolita di Adrian Lyne, con Dominique Swain nei panni dell’immortale ninfetta e Jeremy Irons in quelli del tristo Humbert Humbert

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Jeremy Irons e Dominique Swain in Lolita (1997)

Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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The rules of (literary) dating#2 – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

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Pensavate di esservi liberati dei miei bestiari letterari, vero?

Invece no, perché, se la letteratura è infinita, infiniti sono i personaggi, infiniti i caratteri, infinite le tipologie da imparare a riconoscere e, eventualmente, a evitare.

Purtroppo, la mia capacità di lettura è finita, delimitata dal tempo, dagli impegni, dalle coincidenze e dalle prenotazioni, dalle trappole e dagli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale. Tuttavia, le mie liste di frequentazioni letterarie mi divertono tantissimo, e, dato che uno dei miei (finora fallimentari) buoni propositi PRTDV (post rientro traumatico dalle vacanze) è cercare di concentrarmi di più sulle cose belle, che mi fanno stare bene, tenterò (malgrado la mia patologica avversione alla pianificazione) di aggiornarle di quando in quando, magari stilando anche una lista di personaggi femminili. Va da sé che tutti i vostri suggerimenti sono più che benvenuti, anzi, caldamente incoraggiati, nei commenti al post, sulla pagina Facebook del blog, su Twitter, per email, per piccione viaggiatore, cablogramma o civetta di Hogwarts. Cominciamo?

I'm_Sorry_The_Fictional_Characters_In_My_Head_Recently_Have_Been_More_Important_Than_You_To_me

(Riassunto delle puntate precedenti: Il Mr Darcy (Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen); L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë ; Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell); Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez); Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen); Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë); L’Amleto (Amleto, William Shakespeare) – L’Otello (Otello, William Shakespeare); L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov) – Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj).

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Matthias Schoenaerts as “Gabriel” in FAR FROM THE MADDING CROWD. Photos by ALex Bailey.  © 2014 Twentieth Century Fox Film Corporation
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Tipologia K: Il Gabriel Oak (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Durante l’estate ho letto per la prima volta Via dalla pazza folla, invaghendomi della capacità di Hardy di delineare e dar vita sulle pagine ai suoi personaggi, specie al trittico di protagonisti maschili innamorati della bella e (apparentemente) indomabile Bathsheba Everdene.

Il fattore Oak è quel tipo di uomo che tutte le donne vorrebbero incontrare prima o poi: onesto, leale, con la testa sulle spalle, capace di amare in modo assoluto, genuino, duraturo. Il tipo Oak è inoltre caratterizzato da una silenziosa ostinazione, da una pazienza pertinace che gli consente di aspettare anni (tra un marito deceduto per finta e un quasi fidanzato stalker) prima di ottenere il cuore della sua bella. Il tipo Oak è inoltre generoso e altruista, capace di proteggere e aiutare l’oggetto dei suoi desideri in silenzio, assicurandosi che cada sempre in piedi, senza troppa fanfara, senza aspettarsi qualcosa in cambio.

L’unico neo del tipo Oak è quel filino di prevedibilità e quell’eccessiva disponibilità che a volte lo rende un tantinello noioso, incapace di sorprendere. D’altro canto, nessuno è perfetto, no?

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Tipologia L: Il Mr Boldwood (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Sarei curiosa di sapere a quante di voi (spero poche) sia capitato di avere un ammiratore un po’ troppo insistente e persistente. Alla povera Bathsheba purtroppo è successo: a seguito di uno stupido scherzo di San Valentino, si ritrova a ricevere le costanti attenzioni e l’indesiderata ammirazione del suo vicino di casa, Mr Boldwod. Timido, ritroso, cupo, scapolo incallito, Boldwood scopre per la prima volta l’amore senza volerlo né cercarlo. Il tipo Boldwood è un solitario, abituato a pensare solo a se stesso e per se stesso, incurante dei sentimenti e del gentil sesso. A maggior ragione, quando Cupido scocca la sua freccia avvelenata, l’oggetto dei desideri diventa per il tipo Boldwood una vera e propria ossessione, capace di fargli promettere di aspettare sette anni di vedovanza prima di dichiararsi per l’ennesima volta e addirittura uccidere l’odiato rivale.

Un consiglio disinteressato, lettrici che, per qualche misteriosa ragione, trovate un attaccamento del genere commovente o addirittura meritevole di comprensione/compassione: davanti a un Boldwood, scappate a gambe levate.

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Tipologia M: Il Francis Troy (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Il Troy chiude la trilogia di spasimanti letterari di Bathsheba Everdene. È l’unico che riesce a conquistarla, per una ragione molto semplice: di lei non gliene importa un fico secco. Certo, la trova attraente, ma gli piacciono di più i suoi soldi, che consuma in fretta. Il Troy fa parte di una delle tipologie peggiori di uomini, fittizi e non: è narcisista, innamorato di se stesso, egoista, egocentrico, del tutto incurante dei sentimenti altrui e del dolore che infligge, interessato alle persone solo se gli sono strumentali per raggiungere lo scopo che si è prefisso.

Il Troy è convinto di essere assurdamente romantico; ma le sue pretese di romanticismo sono, letteralmente, assurde. In ogni caso, non illudetevi di riuscire a catalizzare le sue attenzioni su di voi per più di un paio di giorni: il Troy si annoia in fretta.

(Tanto per restare in argomento, fate questo test per scoprire quali delle tre tipologie vi attrae maggiormente. Secondo il mio risultato, sarei attratta da Boldwood: devo iniziare a preoccuparmi?)

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Tipologia N: Il Nathaniel Piven (Amori e disamori di Nathaniel P., Adelle Waldman)

Il Nathaniel P. non sa cosa vuole, ma cerca lo stesso di ottenerlo, incurante delle conseguenze e dei sentimenti altrui. In amore è un vero disastro: ha bisogno di convincersi che una donna sia perfetta per uscire con lei, e quella donna perfetta deve ottenere il sigillo d’approvazione dei suoi amici. È un insicuro, troppo superficiale e concentrato su se stesso e sulla sua vita per potersi realmente innamorare. Il Nathaniel P. è un ragazzo intelligente e privilegiato che si limita a fare un sacco di navel-gazing: letteralmente a guardarsi l’ombelico, metaforicamente ad essere così ossessivamente concentrato su se stesso e sulle sue idiosincrasie da dimenticarsi di osservare il mondo che lo circonda. È inoltre misogino, insofferente delle donne per il semplice fatto di essere donne, con i pregi e i difetti che questo comporta: il bisogno di definire i confini di una relazione, il desiderio ossessivo di parlare della relazione stessa, la spinta ad analizzare ogni stato d’animo e rivivere ogni litigio, l’emotività, la prevedibilità, l’ostinazione, la sottile preferenza accordata alle situazioni e alle cose difficili. Il Nathaniel P. ama invece le cose facili, già pronte, come i pasti precotti, già scartati, riscaldati al microonde e messi in tavola senza che lui debba fare nessuno sforzo.

Dal canto mio, lo piazzo nel mio bestiario come il tipo da evitare a tutti i costi: astenersi fanciulle in cerca del principe azzurro o quantomeno di una frequentazione seria, benvenute perditempo, masochiste ad oltranza, donne col complesso da infermiera e da io-ti-salverò. Un po’ un Wickam dei nostri tempi, insomma, con l’aggiunta di pose e pretese da intellettualoide, o meglio ancora un Willoughby di Ragione e sentimento: per me, le somiglianza tra Adelle Waldman e Jane Austen (alla quale alcuni incauti ed iper-entusiasti blurb l’hanno paragonata) si esauriscono qui.

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Tipologia N: L’Alfred Lambert (Le correzioni, Jonathan Franzen)

La prima tappa (quasi obbligata) della mia #franzethon (una maratona di lettura dell’opera omnia di Franzen in attesa di incontrarlo qui il 18 ottobre) mi ha fatto incontrare uno dei personaggi maschili (secondo me) più sgradevoli: Alfred Lambert, incarnazione della più assoluta incapacità di amare e capire le persone che gli stanno intorno. Misogino, individualista, l’Alfred Lambert arriva addirittura ad essere disgustato dal mero contatto fisico (ne Le correzioni, la moglie Enid deve far finta di essere addormentata perché lui possa avvicinarsi a lei). Incorreggibile solipsista, preferisce vivere da solo, quindi toglietevi dalla testa qualsiasi progetto di coabitazione: la sua casa è chiusa, come il suo cuore. Lettrici avvisate, mezzo salvate.

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thanks+for+being+my+friend+despite+my+obesession+with+fictional+characters

Soundtrack: Tous les garçons et les filles , Françoise Hardy

Anch’io volevo un Nobel – i celebri esclusi

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Anche quest’anno l’attesa da TotoNobel è passata, e le congratulazioni di turno spettano alla bielorussa Svetlana Alexievich (di cui onestamente non ho mai letto nulla).

Se, come me, anche voi aspettate questo periodo dell’anno per ridere con i post del mitico Tumblr Philip Roth rosica, e, in fondo in fondo, a ogni giro sperate che vinca un autore che amate, o almeno conoscete (la mia doppietta del cuore è rappresentata da Wisława Szymborska nel 1996 e dalla mia amatissima Alice Munro nel 2013), ecco a voi una lista di celebri (e, a parer mio, meritevolissimi) autori snobbati dall’algida Accademia svedese.

Tra l’altro, si vocifera che l’Accademia sia un filino (no, non c’è un modo politicamente corretto di dirlo, o se c’è mi sfugge) antiamericana: nel 2008 il segretario permanente della giuria dell’Accademia, Horace Engdahl, in una dichiarazione all’Associated Press, affermò quanto segue:

There is powerful literature in all big cultures, but you can’t get away from the fact that Europe still is the centre of the literary world … not the United States.The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature …That ignorance is restraining.

(C’è della grande letteratura in tutte le grandi culture, ma non si può negare che l’Europa continui a rappresentare l’ombelico del mondo letterario..non gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono troppo isolati, troppo insulari. Non traducono abbastanza e non partecipano realmente al dialogo letterario in senso lato…Quell’ignoranza li limita).

Quindi, caro Roth, mi sa che ti tocca rassegnarti. Tuttavia, non disperare: sei in ottima compagnia.

tolstoj1) Leo Tolstoj. Se qualcuno di voi riesce a trovare un solo buon motivo (letterario, non politico, ovvio) per cui l’autore di opere immortali come Guerra e pace e Anna Karenina (tra parentesi, il mio libro preferito) non possa essere giudicato meritevole del premio Nobel me lo comunichi, per favore.

E non solo la sola a pensarla così: nel 1901, anno di rodaggio del Nobel, quarantadue autori svedesi scrissero un’accorata lettera a Tolstoj, esprimendo tutto il loro dispiacere per la sua esclusione dal premio, assegnato a Sully Prudhomme (Wikipedia può esservi più utile di me, dato che non ho idea di cos’abbia scritto). Il buon vecchio Leo la prese molto sportivamente: si dichiarò sollevato, scrivendo ai quarantadue svedesi di essere certo che quel denaro non gli avrebbe portato che male. Ricorderete che, a un certo punto, Tolstoj inizia a soffrire di acuta depressione, abbandona gradualmente la famiglia e la pretesa di possedere beni materiali e si rifugia nella religione.

1311162-Marcel_Proust2) Marcel Proust. Forse il suo Alla ricerca del tempo perduto era troppo sperimentale e innovativo per i gusti dell’Accademia? La butto lì.

3) James Joyce. L’esclusione di Joyce sorprende un po’ di meno: non fu apprezzato in vita, e la famosa scena dell’Ulisse in cui Leopold Bloom si masturba su una panchina guardando un gruppo di scolarette non aiutò di certo la sua causa presso l’Accademia svedese (Ulisse, d’altro canto, ha fatto parte dei banned books negli States fino al 1930).

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4) John Updike. Che dire? Troppo bianco, troppo Americano, troppo sessualmente esplicito?

John Updike in 1986

5) Virginia Woolf. Su 112 Nobel per la letteratura, solo 13 (14 con la Alexievich) sono stati assegnati a autrici donne (ma in Svezia non esistono le quote rosa?). Comunque, la leonessa del Bloomsbury group non è stata tra le scrittrici insignite. Troppo avant-garde, troppo depressa? Il suo flusso di coscienza è rimasto sul groppone dell’Accademia, come quello di Joyce? AI posteri l’ardua sentenza.

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borges6) Jorge Luis Borges. Ancora una volta, l’unica spiegazione plausibile per giustificare il mancato riconoscimento all’autore dell’Aleph o de Il giardino dei sentieri che si biforcano sono le sue simpatie per regimi dittatoriali (Pinochet, Franco) e le sue critiche rivolte all’Accademia stessa.

Borges, candidato per trent’anni al Nobel senza averlo mai vinto, affermava – non senza una certa amarezza – che “quelle persone in Svezia” dovevano essersi dimenticate di lui, o essere convinte di avergli già assegnato il premio in passato. Povero Jorge.

nabokov7) Vladimir Nabokov. Se iniziassi ad elencare tutti i motivi per cui Nabokov avrebbe dovuto vincere il Nobel, non la finirei più. Già il fatto di essere un grande scrittore in due lingue (russo, la sua madre lingua, e inglese) e aver regalato al mondo un capolavoro come Lolita dovrebbero bastare. D’altro canto, proprio l’autore di un libro come Lolita non poteva essere scelto come Nobel laureate. Tra l’altro, sapete chi vinse il premio l’anno in cui Nabokov venne nominato (1974?) Due Svedesi, Eyvind Johnson and Harry Martinson (se vi state chiedendo chi siano, la risposta è: non ne ho idea). Piccola curiosità: i premi Nobel svedesi sono stati sette, numero superiore a quello di ogni altra nazionalità. Sorpresi?

Henry-James8) Henry James. Soprannominato The Master dai suoi contemporanei per la dedizione assoluta alla revisione e alla limatura dei suoi scritti, ci ha lasciato indubbiamente alcuni dei più grandi capolavori della letteratura mondiale – Ritratto di signora in prima linea.

Perché allora i sommi accademici l’avrebbero escluso? Apparentemente, durante i suoi primi anni di vita, il comitato di selezione scartava autori considerati esplicitamente “idealisti” (anche Kipling è stato scartato per lo stesso motivo). Inoltre, ai suoi albori, il Nobel per la letteratura veniva assegnato prevalentemente ad autori europei (quasi tutti svedesi, sorpresa sorpresa). Bisogna aspettare il 1923 per assistere al trionfo di William Butler Yeats.

9) Philip Roth. Niente, non riesco a rimanere seria e a parlare del valore letterario dell’autore di Pastorale americana, specie in questo periodo. Visitate il tumblr Philip Roth rosica e capitere perché. Comunque Philip, non disperare: finché c’è vita c’è speranza. Ci rivediamo l’anno prossimo!

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10) E. L. Doctorow. Anche lo scrittore americano, deceduto quest’anno, si sarebbe meritato un viaggetto nella capitale svedese.

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Niente, io continuerò a fare il mio eterno tifo per Ismail Kadaré, autore di meraviglie quali Il palazzo dei sogni e Il ponte a tre archi, purtroppo poco apprezzato in Italia, Milan Kundera e Leonard Cohen (per i profani: Cohen, oltre ad essere un grandissimo musicista, è un incredibile poeta).

Vi lascio con una lettura per il fine settimana: una bellissima intervista della Paris Review ad Ismail Kadaré. Buona lettura, e buon weekend.

Soundtrack: The winner takes it all, Abba

Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo: Sembrava una felicità di Jenny Offill

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Era una buona moglie?

Be’, no.

Ho iniziato a leggere Sembrava una felicità di Jenny Offill nel bel mezzo di un trasloco, in una casa ancora estranea, tra valigie e scatoloni. L’ho trovato un momento particolarmente adatto a questo tipo di lettura: in fondo, cos’è un trasloco se non sovvertimento dell’ordine naturale della quotidianità, una domesticità alterata, tirata fuori dalla norma e forzata fino agli estremi dell’ignoto?

Quando si svuota una casa, ogni suo singolo pezzo è un punto interrogativo. Ogni singolo pezzo è un riassunto delle scelte fatte fino a quel momento, che hanno portato a questo particolare risultato e non a un altro. Ci si mette in dubbio, e il risultato di queste conversazioni con se stessi riflette in molti casi lo stato d’animo della protagonista della Offill:

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Lei è Moglie. Non sappiamo il suo nome, perché quando si è innamorata e sposata con Lui e ha avuto una Bambina ha iniziato a fare compromessi con se stessa, col suo sogno di diventare un mostro d’arte, scrivere un Romanzo, trovare un compagno che potesse essere per lei quello che Vera era per Nabokov: un’ancora alla realtà quotidiana per le cose.

Alcune donne lo fanno così facile, quel modo di scrollarsi l’ambizione di dosso come se fosse un cappotto costoso che non va più bene.

Ci si mette in mezzo l’Amore, e sconvolge i piani, e porta alla creazione di una famiglia, alla nascita di una bambina dagli occhi nerissimi e dall’intelligenza vivissima.

Allora perché Lei non è felice? Perché le aspettative sono una cosa, la realtà è ben diversa. Perché è facile – fin troppo – farsi delle promesse: promesse bellissime, di prendersi sempre cura dell’altro e non lasciarsi mai, e sconfiggere insieme la solitudine. Altra cosa è mantenerle, quelle promesse, e fare in modo che, in quel laborioso laboratorio di compromessi che è la costruzione della vita di coppia, non ci si dimentichi dell’Io. Non si perda di vista chi si è, che cosa si vuole, da dove si è partiti, dove si vuole arrivare. Lei si è persa di vista, e sperimenta sulla sua pelle assottigliata un nuovo tipo di solitudine.

Qualche sera dopo spero segretamente di essere un genio. Perché altrimenti com’è che non esiste un sonnifero che riesca a piegare la mia testa? Ma al mattino mia figlia chiede cos’è una nuvola e io non so rispondere.

A complicare i tasselli di una quotidianità piena di vuoti ci si mette l’amante di Lui, una ragazza giovane e coi capelli rossi – dello stesso colore dei capelli di Lei, prima che smettesse di tingerseli durante la gravidanza per non riprendere mai più, e ritrovarsi striata di grigio.

Se costruire un amore, una casa, una famiglia non è facile, ricostruire è ancora più difficile. Una vocina segreta e nascosta suggerisce che tutto potrebbe essere più semplice, che dalla frantumazione di quel Noi potrebbe riemergere quell’Io troppo a lungo dimenticato. Tuttavia, nemmeno considerazioni di questo genere possono arginare le ondate di rabbia, dolore, delusione, nostalgia per quella cosa così delicata nelle sue imperfezioni, ormai rotta, forse per sempre.

Un esperimento per gentile concessione degli stoici. Se sei stufo di tutto ciò che possiedi, immagina di averlo perso.

Ci sono collanti più forti di ogni rottura. C’è la memoria di coppia, un contenitore di Polaroid di due Io che si incontrano in un tempo in cui tutto era più leggero. C’è una figlia dagli occhi liquidi pieni di domande. C’è l’amore, che cambia, si trasforma, viene attaccato da ogni fronte, ma lotta per l’evoluzione e la sopravvivenza. L’amore che sopravvive grazie alle piccole cose: Lui che sbuccia la mela della bambina in una spirale perfetta e ne ricava un racconto che nasconde tra i fogli di Lei, per vedere se è abbastanza attenta. L’amore che sta sveglio la notte e sorveglia l’insonnia dell’altro. L’amore che è cura e attenzione: dei sentimenti, degli stati d’animo, dell’individualità (propria e altrui), dei piccolissimi, insignificanti tasselli che compongono una vita. L’amore dei piccoli gesti, delle carezze furtive. L’amore invisibile, nascosto in un piatto cucinato con cura o in una corsa alla fermata dello scuolabus sotto la neve.

Una volta un visitatore chiese al maestro Zen Ikkyu di scrivere un distillato della massima saggezza. Lui scrisse una sola parola: Attenzione.

Il visitatore rimase deluso: “Solo questo?”

E così Ikkyu lo accontentò. Due parole.

Attenzione, attenzione.

 

La Offill racconta una storia apparentemente semplice, già sentita tante, forse troppe volte, ma lo fa in modo rivoluzionario, attraverso i pensieri disordinati di Lei, attraverso il cambiamento quasi impercettibile di prospettiva e di persona – la prima, la terza, un Noi sbagliato, un Noi che finalmente suona più giusto e pieno di piccole, sottili promesse, che si vuole provare a rispettare, stavolta.

Come diceva il rabbino, “Tre cose hanno il sapore del mondo che verrà: il sabato, il sole e l’amore coniugale”.

Sembrava una felicità è una piccola bomba ad orologeria, in attesa di esplodere. Attiva meccanismi segreti e nascosti, che erano lì, da sempre, e aspettavano di essere messi in moto dall’introspezione, dalla consapevolezza, dal coraggio. Le parole della Offill fanno male. I pensieri di Lei, tutti da sottolineare, sono destinati a infilarsi sotto le pelle del lettore, e rimanerci. Un monito, un memento mori, una speranza.

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Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scriveva Tolstoj in uno degli incipit più abrasivi della storia, quello della sua Anna Karenina. La ricetta della Offill per combattere le forzature di una quotidianità appassita è il coraggio: di cercare di ricordarsi di essere se stessi, di guardarsi dentro e allo specchio, di interrogarsi quotidianamente, tenendo sempre d’occhio quelle storie minime, quei piccolissimi istanti di felicità che contengono l’essenza stessa dell’amore.

La neve, finalmente. Il mondo è di una bellezza sospesa. Portiamo fuori il cane, che davanti a noi lascia una scia di pipì in quel biancore. Camminiamo verso la strada, a volte lo scuolabus arriva in ritardo. C’è ghiaccio sugli alberi e un vento da est, frizzante e pungente. Riappare il cane, trascinandosi dietro il guinzaglio. Aspettiamo vicino alle cassette della posta. Uno o due alberi hanno ancora le foglie, tu ti allunghi per prenderne una, e me la fai vedere.

“Ha foglie oblique” dici. “Vedi?”. Te la lascio infilare nella mia tasca.

Lo scuolabus giallo si ferma, le porte si aprono e lei è lì, con una cosa di carta e spago in mano. È arte, pensa la bambina. Forse scienza. La neve ricomincia a cadere, delicati fiocchi bagnati sul tuo viso. Il vento mi punge gli occhi. Nostra figlia ci affida i fogli spiegazzati e se ne va via correndo. Tu ti fermi e mi aspetti. La guardiamo diventare sempre più piccola.

Da piccoli, non si sa il nome delle cose.

Sembrava una felicità, Jenny Offill, NN editore

Trad. a cura di Francesca Novajra

Soundtrack: la playlist Spotify proposta da NN per la lettura del libro

suf

Lolita, Lolita dov’è? A casa Lamb non c’è

William Eggleston
William Eggleston

Tra i limiti d’età di nove e quattordici anni non mancano le vergini che a certi ammaliati viaggiatori, i quali hanno due volte o parecchie volte il loro numero di anni, rivelano la propria reale natura: una natura non umana, ma di ninfa (vale a dire, demoniaca). Orbene, io propongo di chiamare “ninfette” queste creature eccezionali.

Vladimir Nabokov, Lolita

William Eggleston
William Eggleston

L’archetipo di ninfetta, dipinto da Nabokov con pennellate magistrali, è indimenticabile e destinato, inevitabilmente, a ergersi a Musa custode di una fetta controversa della narrativa: quella narrativa che si avvicina a temi scomodi, scabrosi, abitati da creature eccezionali al limitare dell’adolescenza e creature spaventose, dagli occhi che si accendono in quell’oscurità nella quale si nascondono.

Inevitabilmente, tutti quegli autori che sceglieranno di raccontare una storia del genere (una storia sbagliata, cantava De Andrè), rientreranno, inevitabilmente, nel topos lolitesco. Se i suddetti sceglieranno poi di infarcirla di episodi ed elementi che giocano un ruolo fondamentale nella trista vicenda di Lo al mattino, Lola in pantaloni, Dolly a scuola, Dolores sulla linea tratteggiata, Lolita tra le braccia dell’ambiguo Humbert (road trip; nottate insonni in squallidi motel; balocchi profumi e vestiti acquistati en masse per aggraziarsi l’ineffabile ninfetta; loschi figuri che perseguitano i due fuggitivi e infestano l’aria che respirano con la loro invisibile presenza, o il peso della loro assenza; campeggi improvvisati; la ninfetta che si ammala nel momento meno – o più – opportuno, bruciante di febbre in un alberghetto da quattro soldi) farebbe molto déjà vu.

Qual è lo scopo di raccontare una storia del genere, archetipica, già sentita? Il punto è: far perdere al lettore le tracce. Farlo uscire dal seminato, dalla sua comfort zone. Seminare indizi nel suo sentiero, e depistarlo a ogni angolo, tra effluvi di intangibile inquietudine.

I protagonisti di Lamb di Bonnie Nazdam – che pure ricadono nella trappola di una serie di giri di vite che fanno gridare al Lolita dov’è? – riescono in parte a sdoganarsi dal modello mostro innamorato ma pur sempre mostro/ninfetta, rivelandosi, per certi aspetti, ancora più inquietanti, ancora più moralmente al margine.

Tommie, la ninfetta della Nadzam, di Lolita ha ben poco: non è una preadolescente precoce e, a modo suo, conturbante, ma una ragazzina esile, dalla dentatura sbilenca, i capelli così biondi da sembrare bianchi, la pelle luminescente piena di lentiggini dalle forme strane, il viso porcino. Gli aggettivi che sembrano restarle appiccicati a quella pelle bianchissima sono piccola, ordinaria, gracile:

Veniva verso di lui in un top viola e sghembo, pantaloncini larghi e sandali color ottone decorati con gli strass. (…) Dai vestiti le spuntavano braccia e gambe bianche e ossute. I pantaloncini erano come appesi al bacino e la pancia le sporgeva in fuori come un lembo di lenzuolo bianco sporco. Era grottesca. Adorabile. Le lentiggini si concentravano sulle guance e lungo il naso e sulla leggera curvatura della fronte, appena sopra le sopracciglia. Ce n’erano di enormi, grandi come un pisello, e altre più piccole. Alcune chiare, altre scure, si sovrapponevano come coriandoli bruciati sulle sue spalle nude e sul naso e sulle guance.

(…) Era una ragazzina trascurata. Quelle che a scuola prendono tutte C. Non era carina, né atletica, né intelligente. Era solo una ragazzina magrolina che ancora non era sviluppata, e cercava disperatamente di stare al passo con le amiche. Rapida a farsene di nuove. Sciocca.

(…) Sul viso le comparve un’espressione vacua. Aveva un’aria così assente e stupida quando non era arrabbiata. Pelle straordinaria, pelle da porcellino, ma sotto niente luce.

(…) Guardò i suoi pantaloncini di cotone blu. Vestiti da bambola. La esaminò con lo sguardo mentre parlava. Dio, se era piccola.

Dimenticatevi gli occhiali da sole a forma di cuore e le scarpe di vernice col calzino coi volants: questa mocciosa (letteralmente, visto che per tre quarti del romanzo frigna e si pulisce il naso col braccio esile) è una ragazzina insicura, vittima delle bullette della sua scuola (tipo Syd, che ovviamente è bionda e, molto probabilmente, si prepara a un folgorante futuro da cheerleader. La Lolita di Nabokov non si sarebbe mai lasciata prendere in giro, bulletta impertinente che era).

Dimenticatevi anche Humbert Humbert, che col suo ego preponderante quasi schiaccia il lettore, portandolo attraverso i meandri della sua storia, delle sue Annabelle: David Lamb, che racconta la vicenda in prima persona – una prima persona asettica, distaccata, clinica – non si rivela. Intravediamo da dove proviene – pupilla degli occhi di sua madre, morta troppo giovane; padre dongiovanni, forse un po’ troppo dedito all’alcool; un fratello minore disadattato, scomparso dopo una notte in sacco a pelo vicino a una stazione di benzina; un’ex moglie, Cathy, tradita troppe volte; un’amante, Linnie, molto giovane e troppo innamorata); non vediamo, però, come e perché arriva a diventare il protagonista di questa storia.

Non credo si possa ripulire un cuore come fosse un garage, David.

Perché quel giorno David Lamb (ovviamente, il gioco di parole non si perde: lamb come agnello, vittima sacrificale, simbolo di innocenza e purezza), in quel parcheggio, decide di dare una lezione alla grottesca Tommie, costretta dalle sue amiche a vestirsi in modo ridicolo e andargli a chiedere una sigaretta? Perché decide di “rapirla” (fino a un certo punto: Tommie è parzialmente sua complice) e portarla in un folle road trip sulle Rockies, fino a una vecchia casupola in disuso che apparteneva al padre, morto da poco? E perché si fa raggiungere dalla sua giovane amante, impedendo a Tommie di uscire dalla stanza per non farsi vedere, convincendo Linnie a non entrare nella stanza di Tommie, perché infestata dal fantasma di una bambina morta?

Il punto è proprio questo: la storia di Lamb e Tommie tiene il lettore avvinto per tutta la sua durata grazie alla sua estrema imprevedibilità. La mancanza di approfondimento psicologico dei personaggi, che a volte può risultare frustrante, impedisce che il lettore si senta coinvolto emotivamente nella vicenda, permettendogli di osservarla dall’esterno, con occhio clinico, attraverso un vetro un po’ sporco, un po’ appannato, cercando di dirimere le fila di una storia di quasi amore che lascia un sapore amaro e pungente in bocca.

Immagina di essere a letto. Quel vecchio letto a due piazze, a casa. Le lenzuola spiegazzate, morbide e fresche. Le tue gambe, pulite e forti. Le spalle che si rilassano, si fondono con la schiena. Ci sei? Diciamo che stai leggendo un libro. (…) Riesci a malapena a distinguere le parole. La verità è che avverti un vuoto freddo in fondo al cuore. Tutto, fuori, è metallo. Senti il corpo un po’ spento. Desideri le mie braccia e le mie gambe calde accanto, non è così? Vuoi il fiume e il lieve sussurro dei succiacapre appol­laiati tra gli alberi, e vuoi i semi di erba selvatica tra i capelli e nei calzini bianchi. Vuoi il calore del nostro fuocherello per la colazione al mattino, che ti scalda il petto, le braccia, le spalle e ti apre tutti i pori della pelle riflettendosi nei tuoi occhi. La brezza fresca che ti sfiora la schiena. Nel vento l’odore della salvia e della neve. Le mani che stringono la piccola tazza di metallo piena di caffè. Ma sei nella tua grigia stanza di città, per sempre perduta. A mille miglia da me. Le piccole brande e il fil di ferro e le bluebonnet ormai avvizzite. E ti rigirerai nel letto chiedendoti se io sia mai stato reale. Che sia stato solo un sogno?

Nel tuo cuore ci sarà una tremenda bellezza. Su di esso una ferita, come un sigillo, che coprirà la città, dura e spaccata, come una sottile pellicola dai colori vivaci. Al tuo volto si sovrapporrà quello che avevi quando eri con me, sulle montagne. Un volto più luminoso, più giovane, un volto mite come il tempo.

(Lamb, Edizioni Clichy, collana Black Coffee, trad. a cura di Leonardo Taiuti)

Soundtrack: Lolita, Samuele Bersani

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The rules of (literary) dating – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

indexUn’educazione bovaristica e un’esposizione precoce a certi tipi di letture hanno l’indubbio svantaggio di generare aspettative che non potranno mai essere soddisfatte. Tuttavia, perché guardare il bicchiere mezzo vuoto? Se Jane Austen & company ci hanno insegnato qualcosa, è anche – e soprattutto – l’arte di percepire determinati segnali che, come campanelli d’allarme, gettano una nuova luce sul protagonista di una storia, rendendolo un eroe degno delle attenzioni della protagonista, un perfido cialtrone, un’insignificante macchietta.

Perché allora non utilizzare questo “superpotere” anche nella vita di tutti i giorni? In fondo, la letteratura è imitazione della vita, no?

Quindi vi propongo un inventario semiserio (che mi sono divertita un sacco a compilare) di tipologie di eroi/vili marrani in cui ogni lettrice che si rispetti è incappata, prima o poi, tanto tra le pagine di un libro che nella vita vera.

In quale tipologia vi rispecchiate maggiormente? In ogni caso, niente panico: come scriveva Jane Austen alla nipote Fanny Knight

Non andare di fretta; abbi fiducia, l’Uomo giusto alla fine arriverà; nel corso dei prossimi due o tre anni, incontrerai qualcuno più unanimemente ineccepibile di chiunque tu abbia già conosciuto, che ti amerà con un ardore che Lui non ha mai avuto, e che ti affascinerà in modo così totale, da farti sembrare di non aver mai veramente amato prima.

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Tipologia A – Il Mr Darcy (Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen)

Non è sicuramente il tipo adatto a fare il +1 ad un matrimonio, un compleanno, una cena di lavoro, nè il partner ideale per il corso di tango, dal momento che si rifiuta di ballare. A pensarci bene, non è solo il ballo il problema: la sua vita sociale è fortemente limitata dalla sua scarsa disponibilità a mescolarsi con la gente che non conosce, da quella sua tendenza a fare un po’ l’orso della situazione e a starsene in disparte, con un’espressione tra il serio e l’annoiato, studiando attentamente i titoli della libreria del padrone di casa di turno (probabilmente per criticarne segretamente gusti e scelte).

Non ha un grandissimo senso dell’umorismo, è riservato e ha bisogno di (tanto) tempo per aprirsi, e accordare la sua fiducia: tempo che passerete cercando di capire cosa gli passi veramente per la testa. In fondo è un po’ come un riccio, irto e irsuto fuori, sorprendentemente dolce e gentile dentro. Onesto, leale, generoso, è sempre pronto a dare una mano, specie se si tratta di tirare fuori dai guai la fanciulla che occupa gran parte dei suoi (criptici) pensieri, magari a sua insaputa. Dire che ha un brutto carattere è un eufemismo: è spesso burbero e cupo, tremendamente orgoglioso (potremmo dire pieno di sé..): una volta persa, la sua stima è persa per sempre. Testardo fino all’esasperazione, non darà soddisfazione alle insicure in cerca di conferme: ma le sue (rarissime) dichiarazioni, lungamente represse, sono sincere e impetuose, e non ci si dimentica facilmente della sua ardente stima e ammirazione.

Il Mr Darcy scrive inoltre bellissime lettere, ma le amanti del genere epistolare non dovrebbero nutrire illusioni: le sue missive sono infatti volte a riparare qualche suo errore di giudizio tremendamente stupido, che avrà diminuito infinitamente il suo valore agli occhi della Lizzie di turno, incline, a sua volta, a cadere vittima dei suoi pregiudizi. Ma, in fondo, il bel tenebroso piace anche per questo, no? Lunghe passeggiate all’aria aperta possono rivelarsi il metodo migliore per superare le (innumerevoli) controversie, perché, ammettiamolo, quando ci innamoriamo perdiamo tutti la ragione (vero, zia Jane?)

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Tipologia B – L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë)

Ammettetelo: vi piacciono i bad boy, i tipi cupi, tormentati, misteriosi, irrequieti, inquieti, sempre fuori posto e fuori tempo. Se è cosi, Heathcliff, il selvatico e appassionato protagonista maschile di Cime tempestose, la cui complicata personalità, a cavallo tra bene e male, incarna quelle lande selvagge e desolate dello Yorkshire che fanno da sfondo alla sua storia d’amore con la capricciosa Cathy, fa al caso vostro.

Non potreste mai invitarlo a mangiare la lasagna a casa di vostra madre la domenica, anche perché, diciamocela tutta, molto probabilmente non si presenterebbe (senza nemmeno avvisarvi): ma riuscirebbe comunque a farsi perdonare il bidone, perché il ragazzo sa farci con le parole, quando vuole.

Non è di certo una persona convenzionale o ortodossa: gli piace distinguersi e fare l’alternativo, e poco gli importa dell’opinione altrui.

Nessuno potrebbe mai capire il vostro amore: ma, anche se il mondo intero fosse contro di voi, non v’importerebbe, perché le vostre anime sono fatte esattamente della stessa sostanza. Il vostro amore non cambierà come le foglie d’autunno: piuttosto, somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi stessi, una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria.

Il problema è che, a volte, il suo comportamento fin troppo eccentrico e sprezzante potrebbe portarvi a vergognarvi di lui, e ad allontanarvi. In questo caso, l’Heatchliff sarebbe portato a farvi vedere la sua parte peggiore di sé: sprezzante, possessiva, gelosa, poco incline a perdonare e a dimenticare.

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Tipologia C – Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell)

(Vedi anche alla voce: potrei ma non voglio, vorrei ma non posso)

Che strazio i se e i forse! Se non aveste sprecato tempo prezioso sospirando drammaticamente per qualcuno che, in fondo, non sarebbe mai stato quello giusto, forse vi sareste accorte prima di quel Rhett che vi stava accanto, aspettando solo di essere notato da voi.

Il Rhett non corrisponde allo stereotipo di gentiluomo americano del Sud – anzi. Beve come una spugna, bestemmia come un camionista, non si sottrae mai a una rissa, e, francamente, se ne infischia dell’opinione altrui.

Non si sdilinquisce in complimenti, dice sempre quello che pensa, è egoista ma generoso al momento opportuno, protettivo dei più deboli (Bella Waitling vi dice qualcosa?), e, udite! udite! Ama i bambini!

La sua pazienza sconfina nella testardaggine: tuttavia, dopo aver superato un certo limite, francamente se ne infischia. Poco male: domani è un altro giorno, vero?

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Tipologia D – Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez)

Il Florentino non è un tipo che si fa notare: è quasi insignificante, nascosto sotto un mantello dell’invisibilità di potteriana memoria. Eppure, ha un suo perché: scrive incantevoli lettere d’amore, e si distingue per la sua incredibile tenacia, che lo rende capace di attendere 51 anni, nove mesi e quattro giorni (beh, forse non così tanto: ma ho reso l’idea, no?), sfidando l’odore penetrante delle mandorle amare armato delle sua silenziosa pertinacia.

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Tipologia E – Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen)

Fanciulle, fate attenzione: il Willoughby vi mentirà spudoratamente, negando davanti alla più palese evidenza; vi farà aspettare ore e ore (con conseguenti gastriti e insonnie) una sua chiamata (che non arriverà mai, ovviamente); vi farà credere di essere l’unica (ingenua, che crede che le “telefonate di lavoro” possano arrivare anche dopo mezzanotte). Arriverà perfino a chiedervi un ricciolo da tenere sempre con sé, e a farvi visitare (di nascosto, s’intende) la magione di sua zia che spera di ereditare, un giorno.

Diciamocela tutta: è insopportabilmente affascinante, ha (o finge di avere) i vostri stessi gusti musicali e letterari, è sempre pronto a farvi da complice quando avete voglia di ridere di voi stesse e degli altri – specie di quel qualcuno timido e un po’ imbranato che cerca di ronzare dalle vostre parti (povero colonnello Brandon).

Poi non dite che zia Jane non vi aveva messo in guardia: lettrice avvisata, mezza salvata.

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Tipologia F – Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Date retta a Charlotte Brontë: non uscite col vostro capo (o collega). Se proprio non riuscite a farne a meno (ah, l’ammmmore), cercate almeno di capire se avete a che fare con Il Rochester.

Se fa finta di flirtare con fanciulle dal nome pretenzioso (Blanche, dico a te) e il suo comportamento oscilla schizofrenicamente tra il possessivo e il distaccato, è molto probabile che nasconda in soffitta qualche scheletro (o una moglie pazza).

Tuttavia, se riuscite a fare breccia nel suo cuore di pietra, dirimere i nodi del suo oscuro e tormentato passato e raggiungere con lui un rapporto assolutamente paritario (senza aspettare che, per esempio, perda parzialmente la vista in un incendio per riconoscere che ha bisogno di voi, perché, per dirla tutta, è anche un po’ misogino) allora, lettrici, potreste anche arrivare a sposarvelo.

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Tipologia G – L’Amleto (Amleto, William Shakespeare)

V’ama, non v’ama, v’ama, non v’ama. Vi trova fin troppo belle, così belle che l’unico modo per preservare la vostra purezza e onestà è chiudervi in un convento. Ha problemi a casa (e che problemi, tra complesso di Edipo, di Medea, ecc.), il momento non è quello giusto, probabilmente frequenta compagnie (fantasmi) sbagliate (defunte).

In ogni caso, i suoi problemi esistenziali sono decisamente più grandi di voi due messi insieme. Se passa troppo tempo a parlare da solo con un teschio in mano, non aspettate di fare la fine della dolce e bellissima Ofelia: scappate.

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Tipologia H – L’Otello (Otello, William Shakespeare)

Attenti alla gelosia, quel mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre!

Tutto va bene tra voi; eppure, per qualche oscuro, recondito motivo, L’Otello avverte l’insana necessità di controllare costantemente il vostro telefono (appena vi girate dall’altra parte), giocare al piccolo hacker col vostro account Facebook, chiedere a un amico di sorvegliarvi.

L’Otello sembra forte, ma ha una personalità molto debole: è facile manipolarlo e convincerlo del fatto che due più due faccia cinque, a scapito della vostra relazione (e della vostra salute mentale).

Ricordatemi se queste cose finiscono bene, ché ho un’amnesia temporanea.

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Tipologia I – L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov)

Magari è amore a prima vista, ultima vista, eterna vista, ma lui vi sembra forse lievemente ossessionato dal suo primo amore pre-adolescenziale e non riesce proprio a smettere di parlarne?

Scappate.

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Tipologia J : Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj)

Il Vronskij non è tipo da tirarsi indietro davanti a una sfida: quando si prefigge un obiettivo, niente può fermarlo. Quando vuole qualcosa, deve averla. Più è difficile ottenerla, più la vuole. Niente e nessuno (che sia un noioso marito burocrate, o una madre desiderosa di farlo sposare per soldi) possono distoglierlo dalla meta prefissa.

Il fatto che sia estremamente affascinante è innegabile: tuttavia, la sua esteriorità patinata spesso nasconde una personalità narcisistica e superficiale, interessante e profonda quanto i discorsi motivazionali delle candidate a Miss Italia.

Siete sicure di aver veramente trovato l’anima gemella, e di voler sacrificare tutto per lui?

Potete leggere questo post in Inglese qui.

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The Ophelinha Gazette#6 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Avete presente quando a Roma è nevicato, nel 2011? Guardavo sui social media le foto dei miei ex colleghi che, felici come bambini, dedicavano la loro pausa pranzo a battaglie con palle di neve.

Qui a Greyville, signore e signori, c’è il sole. Avete capito bene: non il solito raggio di sole pallido dietro la nebbiolina, ma un sole arancione sullo sfondo di un cielo blu che mi fa sospirare di nostalgia per quello calabrese. Non un giorno di sole, non due, ma ben cinque.

Ora, una settimana di sole a voi parrà niente, ma da queste parti è un evento raro e inspiegabile come, non so, non strappare i collant in giornata, non finire una bottiglia di Chablis, non guardare Anna Karenina perché il Crotone gioca contro il Trapani (Lupster, dico a te).

Quindi, col senso di colpa tipico di chi vive su al Nord e sa che l’ebbrezza da luce solare non durerà, taglio corto e scappo al parco in maniche corte (ci sono 13 gradi, ma equivalgono a 23 in terra italica).

La redazione augura a tutti un ottimo fine settimana assolato di camminate a piedi nudi nel parco.

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1) Qualche notte fa ho fatto un sogno stranissimo (che s’inserisce nella mia lista di sogni deliranti). Ho sognato che Humbert Humbert mi declamava la poesia che compone per Lolita quando lei scappa con Clare Quilty (che è davvero bellissima, tra l’altro: se non la conoscete, correte ai ripari).

Mi sono svegliata piena di parole, my Dolly, my folly. Quindi vi propongo un bellissimo articolo sulla biografia di Nabokov e sulla sua vita pre-ninfette, che poi è anche un’interessante riflessione sul concetto di autobiografia: non basta essere un ottimo scrittore, bisogna anche aver vissuto una vita straordinaria, fuori dal normale, piena di eventi interessanti.

E un’altra lista (lo so, lo so, si era detto niente più liste. Ma è Nabokov, quindi facciamo un’eccezione) dei libri più belli del XX secolo (e di quelli più sopravvalutati).

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2) Cosa rende un libro più o meno facile da leggere, e perché i libri che non ci piacciono ci risultano più difficili da leggere, benché siano apparentemente più “leggeri”?

3) Il sei marzo Gabo e il suo realismo magico avrebbero compiuto 88 anni. Brain Pickings lo celebra ricordando i suoi difficili (e tardivi) inizi di scrittore, che sfatano il mito secondo il quale scrittori si nascerebbe, non si diventerebbe. Marquez voleva fare il musicista, invece ha creato l’universo di Macondo e vinto il Nobel per la letteratura. Come direbbe Svevo, la vita non è né bella né brutta, ma originale.

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4) Janeite, vi siete mai chiesti quali biscotti Aunt Jane avrebbe scelto come accompagnamento al tè? Qui uno spunto interessante e goloso (con un intervento a sorpresa della sottoscritta, eheh).

E, dato che siamo in tema, beccatevi quattordici consigli della Austen per dirimere i casini della vostra vita sentimentale e renderla Darcy-approved.

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Photo courtesy Il Cavoletto di Bruxelles

Essere prese sul serio.

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Ieri sera ho pianto. Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina, con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà: sull’egoismo di Henry, sulla smania di potere di June, sulla mia creatività insaziabile che deve sempre occuparsi degli altri e non sa bastare a se stessa. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso anche amare senza credere. Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.

Anaïs Nin, Diari

Il femminile non è un errore. Tra tante, troppe polemiche  e piccole, grandi disfatte quotidiane, mi rendo conto che la Nin ha ragione: essere donna è un lavoro a tempo pieno di per sé  e non diventa facile, anzi.

Perché essere una donna significa, in ogni caso, fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, in tutti gli ambiti.

Il mio blog ha uno sfondo rosa. E non solo perché questo colore – tanto bistrattato, patriarca di tutti gli stereotipi di genere, fortemente connotato – mi piaccia: anche – e soprattutto – perché vuole essere a modo suo un messaggio, una minuscola goccia nell’oceano. Si può amare il rosa senza per questo essere delle ochette svampite. Si può amare il rosa e parlare cinque lingue, aver affrontato molteplici traslochi internazionali, aver preso in mano le carte offerte dalla vita e averle giocate tutte, anche gli innumerevoli due di picche.

Mi dicono che ho la faccia da bambina. Mi dicono che sembro “troppo giovane”. Che poi non lo sono nemmeno, così giovane, almeno non più, e anche se indosso calze turchesi e cappotto giallo posso essere comunque dannatamente brava in quello che faccio – o quantomeno meritare una possibilità. Una cravatta gialla o turchese genererebbe le stesse perplessità? Ecco, appunto.

Mi piace Jane Austen, esponente – a quanto pare – di un tipo di letteratura “rosa” (ancora una volta), un brodo di giuggiole di fidanzamenti e matrimoni e tè del pomeriggio (dimentichiamoci pure il fatto che la Austen, insieme alle sorelle Brontë, abbia sdoganato un certo tipo di eroina, la protagonista femminile alla Cenerentola, oh-sono-cosi-carina-e-fragile-tu-maschio-vieni-a-salvarmi). Questo non significa che non mi piacciano altri autori: più testosteronici, più en vogue, più “giusti” (sempre secondo i canoni assurdi di cui si è già parlato). Questo non significa che stia lì a leggere spin-off di cattivo gusto invece di, che so io, Martin Amis, o delle lezioni americane di Nabokov. Allora perché sento il bisogno di stare qui a giustificarmi?

Una volta venivo qui a diluire i miei pensieri , accompagnati da pillole di letteratura. Ora cancello post, e mi nascondo dietro i libri (rimanendo sempre lì, perché la mia soggettività non riuscirà mai a diventare totalmente oggettiva). Perché ho paura di non essere presa sul serio, se svelo pezzi di me? E non stiamo mica parlando di vita quotidiana o vicissitudini sentimentali o altra roba esageratamente in prima persona, che farebbe a pugni con la mia natura riservata, da riccio: ma di impressioni, tout court. Scrivere mi ha sempre aiutato a “spurgarmi” l’anima: invece no, ultimamente scrivo coi guanti da chirurgo, attenta a non sporcare le pagine.

Non so cucinare. Se sapessi farlo, mi piacerebbe sperimentare ricette care agli scrittori che amo, perché continuo a pensare che quello tra cucina e letteratura sia un connubio bellissimo, e che dentro la letteratura non ci siano solo parole, ma tanta, tantissima vita.

Non mi so truccare. Pasticcio con correttore e fondotinta la mattina, per nascondere le occhiaie della mia perenne insonnia e i sempiterni brufoli (ho capito che la vita è quella sottile linea rossa tra brufoli e rughe). Se sapessi truccarmi farei i tutorial su YouTube? Probabilmente no, anche perché non so girare video decenti, e non li so caricare. Questo non significa che snobbi le persone che hanno voglia di farlo, o quelle che hanno voglia di guardarli.

Non vesto alla moda. Mischio fantasie e colori disparati, e sono sempre spettinata. Non potrei mai farmi fare servizi fotografici fashion, né tantomeno postarli in rete. Mi fa piacere che esistano persone che sappiano vestirsi bene, e riescano a farsi fotografare senza sembrare galline con l’itterizia e il triplo mento (io).

Non potrei mai essere una mommy blogger. Non riuscirei mai a parlare di maternità, che per me resta una delle esperienza più private, più intime che una donna possa sperimentare. Tuttavia, ci sono mamme che si raccontano, e magari aiutano, con le loro parole, frotte di neomamme che dormono troppo poco e hanno bisogno di boccate d’aria.

Tutto questo pippone per dire che si, una donna può essere bella e vestirsi bene e essere mamma e amare il rosa e viaggiare e leggere Joyce e Wallace e fare colloqui di lavoro in tre lingue diverse e sfornare crostate e meringhe. Una cosa non esclude l’altra, e sarebbe anche tempo che smettessimo di giustificarci.

Quindi si, faccio coming out: scrivo poesie d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona melensa (o, come qualcuno mi ha suggerito, una persona depressa?). Tant pis.

Scrivo racconti, spesso d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona meno seria, meno attendibile quando parlo di letteratura? Tant pis.

Non sarò mai la persona posata che mi ero prefissa di essere, non scriverò mai quanto e come avrei desiderato, non avrò mai la carriera stellare che la me tredicenne aveva promesso a se stessa, casa mia sarà sempre in disordine (alla faccia dei vari Instagram e Pinterest), continuerò  ad odiare Greyville e tutte le sfumature di grigio con tutto il cuore, brucerò torte, sarò sempre spettinata, non riuscirò mai a leggere tutti i libri che vorrei, i racconti di Wallace continueranno a non piacermi (!) e continuerò a mangiarmi le unghie, a leggere poesie, a scrivere poesie, a leggere biografie su Sylvia Plath. E, almeno qui, cercherò di essere me stessa.

andrea teatro

annnnnnn