Di ispirazione, esordi e Jack London

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Da quasi due mesi a questa parte non riesco a scrivere niente.

Il 2016 è stato un anno lungo e difficile, puntellato di piccoli e grandi eventi – o non eventi – che mi hanno mio malgrado profondamente segnata, rendendomi più chiusa, più restia, più silenziosa. Facendomi diventare diffidente – degli altri, delle mie e delle altrui parole, dei sentimenti altrui, dei miei sentimenti.

Mi sono detta e ripetuta che, una volta passato questo lungo e freddo inverno, fatto di cambiamenti poco desiderati, valigie e scatoloni, le parole sarebbero tornate. Sono sempre stata tremendamente meteoropatica, e otto anni di cieli nordeuropei hanno acuito ancora di più la mia tendenza alla malinconia quando il cielo è grigio e a smisurati attacchi di allegra irrequietezza al primo, timido raggio di sole.

L’arrivo della primavera nordeuropea è stato salutato quest’anno da splendide giornate di sole, ma le parole non sono tornate. Mi sembra di avere un tappo sulla bocca dello stomaco che comprime con forza tutti quei sentimenti e quelle emozioni che nell’arco degli ultimi mesi ho archiviato con cura, seguendo il credo del “ci penserò domani, domani è un altro giorno” (Rossella O’Hara, c’est moi). Forse ho paura di tirarlo via, questo tappo, e di scoprire una sorte di vaso di Pandora; forse sono semplicemente stanca, o soffro di bloggo esistenziale, per citare La Cocchi (a proposito, seguite il suo blog? Se non lo fate, vi consiglio di rimediare).

In compenso, sto leggendo tantissimo, e, nel tentativo di superare il bloggo, ho cercato un paio di articoli su aspiranti scrittori/scrittori alle prime armi/ esordienti sedotti e delusi dal fascino camaleontico delle parole. Su Letters of Note, fonte di costante ispirazione per gli amanti del genere epistolare (avevamo già letto una bellissima lettera di Steinbeck al figlio, sempre tratta da Letters of Note), ho trovato questa missiva molto tranchant indirizzata da Jack London a tale Max Fedder, che ha avuto l’ardire di propinargli una copia del suo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. La trovate di seguito nella mia traduzione, sperando che contribuisca a farmi (e magari a farvi, se ne avete bisogno) ritrovare l’ispirazione.

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Oakland, California

26 ottobre, 1914

Gentile Max Fedder,

Rispondo alla sua recente lettera, arrivatami senza data, e restituisco con la presente il suo manoscritto.

Per iniziare, lasci che le dica che, come psicologo e come qualcuno che c’è passato, ho apprezzato la sua storia per la sua psicologia e per il punto di vista. In tutta franchezza e onestà, non ne ho apprezzato l’attrattiva o il valore letterario. A onor del vero, ha poco valore letterario e praticamente zero fascino. Il fatto che lei abbia qualcosa da dire che potrebbe interessare agli altri non la esime dallo sforzarsi di esprimerla al meglio della forma e del mezzo. Lei ha del tutto trascurato sia mezzo che forma.

Tornando a quanto stavo dicendo nel paragrafo precedente, cosa ci si può aspettare da un ragazzo di vent’anni, privo di esperienza, in termini di conoscenza del mezzo e della forma? Perdinci, ragazzo, se volesse diventare un abile fabbro avrebbe bisogno di almeno cinque anni di apprendistato. Oserebbe dichiarare di aver dedicato non dico cinque anni, ma almeno cinque mesi al duro, irreprensibile, continuo lavoro di imparare a usare gli strumenti dello scrittore professionale, in grado di vendere le cose che scrive ai giornali e ricevere in cambio un compenso? Ovviamente non può: non l’ha mai fatto.

Tuttavia, dovrebbe già aver capito che il motivo per il quale gli scrittori di successo vengono pagati così bene è che ben pochi aspiranti scrittori raggiungono la fama. Se sono necessari cinque anni per diventare un fabbro provetto, quanti anni di studio intensificato, concentrato in diciannove ore al giorno cosicché un anno di lavoro duro equivalga a cinque, sono necessari per un uomo di talento e con qualcosa da dire per studiare il mezzo e la forma, l’arte e il mestiere? Quanti anni per fargli raggiungere una posizione tale nel mondo delle lettere da permettergli di guadagnare un migliaio di dollari in contanti ogni settimana?

Avrà capito il succo del discorso. Se qualcuno vuole sfruttare una stella da 1000 dollari a settimana, in proporzione dovrà lavorare molto più duramente di colui che sfrutta una piccola lucciola da 20 dollari a settimana. L’unica ragione per cui ci sono più fabbri di successo che scrittori di successo è che diventare un abile fabbro è più facile e meno faticoso che diventare uno scrittore famoso. Non è possibile che lei, a vent’anni, abbia già fatto il lavoro necessario per raggiungere il successo con la scrittura. Non ha nemmeno iniziato il suo apprendistato. Ne è prova il fatto che abbia avuto l’ardire di scrivere questo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. Se si fosse preso la briga di fare qualche ricerca, avrebbe scoperto che storie come la sua non vengono pubblicate sui giornali. Se vuole scrivere per la fama e per i soldi, deve proporre al mercato prodotti che possano essere venduti. Il suo scritto non rientra in questa categoria, e se si fosse preso la briga di andare la sera in una sala di lettura e avesse letto tutte le storie pubblicate sugli ultimi giornali, avrebbe già capito che il suo scritto non si può vendere.

Ragazzo mio, le parlo dal cuore. Si ricordi una cosa molto importante: il suo ennui dei vent’anni è il suo ennui dei vent’anni. Nel corso della sua vita, attraverserà ben altri periodi di ennui, ancora più complicati. Io ho sperimentato l’ennui dei sedici anni e quello dei vent’anni, e la noia, e l’apatia, lo squallore dell’ennui dei venticinque e dei trent’anni. Eppure sono sopravvissuto, e ingrasso, e sono molto felice, e rido per la maggior parte delle mie giornate. Vede, la mia malattia ha raggiunto uno stadio ben più avanzato della sua. Come superstite che esibisce le cicatrici della battaglia, guardo ai suoi sintomi come a quelli dell’adolescenza.

Lasci che le ripeta che conosco questi sintomi, ne ho sofferto, e, come nel mio caso, anche lei dovrà subire cose ben peggiori. Nel frattempo, se vuole trionfare ed essere ben pagato, si prepari a lavorare duramente.

C’è un solo modo di iniziare, ed è fatto di duro lavoro, e pazienza, e preparazione per tutte quelle delusioni che Martin Eden ha dovuto sperimentare prima del successo – che io stesso ho dovuto sperimentare prima del successo – dal momento che ho equipaggiato il mio personaggio fittizio, Martin Eden, delle mie stesse esperienze in quel duro gioco che è la scrittura.

Se dovesse venire in California, mi farebbe piacere che venisse a farmi visita qui al ranch. Posso aiutarla ad arrivare al nocciolo della questione, e martellarla con quelle cose della vita che probabilmente non ha ancora esperito.

Suo,

Jack London

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Soundtrack: Inside of love, Nada Surf

Un’ora con…Michele Nenna di Casa di ringhiera

Protagonista della puntata di oggi è una penna versatile e generosa, pronta a scrivere di fotografia, serie tv e letteratura, se americana ancora meglio. Michele anima una casa di ringhiera affollata e poliedrica, un esperimento collettivo spontaneo e coraggioso, foriero di spunti e contenuti interessanti che spaziano dai libri alle arti visive.

Pronti a conoscerlo meglio?

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1) Casa di ringhiera: come e perché?

Prima di dar vita a questo magazine, avevo in mente un blog che riuscisse a raccogliere tutta una serie di cose che amo leggere in giro. Sembra una di quelle risposte buttate lì, magari studiate a tavolino, eppure è stata proprio questa la forza motrice che ha portato alla nascita di Casa di Ringhiera. Venivo da una prima esperienza con un altro blog collettivo, si chiamava La magia di un libro. Scrivevo le recensioni dei libri che leggevo, poi nel 2013 chiuse i battenti. In quel periodo avevo respirato un’aria molto stimolante, così dopo qualche anno ho proposto a Mariateresa Pazienza di avviare insieme un nuovo progetto, ed eccoci giunti agli inizi del 2015 con questo umilissimo blog. Per quanto riguarda il nome, la storia è un po’ goffa. Stando ai racconti di uno zio emigrato a Milano dal sud per esigenze lavorative, con la sua famiglia si ritrovò in una delle famosissime case di ringhiera di Corso Italia. Quando scoprirono che i bagni erano in condivisione con il resto degli altri appartamenti del pianerottolo, rimasero di sasso. Ecco, dietro Casa di Ringhiera c’è proprio questo, la voglia di condividere approfondimenti che vanno dalla letteratura alla fotografia, dalla musica al cinema, comprese le serie tv, proprio come è capitato a questo mio zio di condividere il cesso nella fine degli anni sessanta. Il tutto è unito da quel fil rouge che sono le storie di ogni genere, croce e delizia di noi lettori.

2) Chi c’è dietro Casa di ringhiera?

Dietro Casa di Ringhiera ci sono io, povero ventisettenne con la fissa per la letteratura americana e per i racconti, e Mariateresa Pazienza, che col cognome che si ritrova ricopre perfettamente il ruolo del coach che motiva i suoi ragazzi. Noi due siamo le due presenze fisse, nonostante abbiamo i nostri fedelissimi collaboratori che ci fanno visita secondo le loro esigenze. Da noi vige la filosofia del fai-quel-che-ti-pare-quando-ti-pare, e credo sia la migliore. Non ci sono forzature e gli articoli che pubblichiamo sono davvero sentiti. Inoltre non abbiamo alcun argomento fisso. Se Mariateresa vuole scrivere di letteratura, o di fotografia, può farlo tranquillamente. Stessa cosa vale per me e per tutti gli altri.

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3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio personalissimo scaffale d’oro, stando a quel che sono oggi, non devono mai mancare Philip Roth, Raymond Carver e Paolo Cognetti. Se mai vorrai farmi un regalo, non dimenticare che insieme alle chiavi della baita che si affaccia su uno di quei laghi dove l’acqua è verde per via del riflesso degli alberi che la circondano, dovrai farmi trovare Lamento di Portnoy, Principianti e Manuale per ragazze di successo, in quest’ordine preciso – c’è un valido motivo, non ridere!

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Questa è una questione spinosa, dato che i personaggi sono molteplici come la vastissima serie di eventi improbabili con cui possiamo ritrovarci a fare i conti. Potrebbe sembrare banale, ma se guardo al passato direi sicuramente di essermi trovato a mio agio nell’immedesimarmi con Alexander Portnoy. L’uragano adolescenziale e post adolescenziale, tutte le vicende che segnano un punto di svolta della propria vita insomma. Il trambusto provocato da quell’energia vitale che ti scaraventa da un lasso di tempo all’altro senza nemmeno lasciarti lo spazio necessario per renderti conto delle cose che ti sono passate davanti. A mio avviso quelli sono gli anni in cui si corre senza nemmeno avere in programma il raggiungimento di una meta ben predefinita. Come se quello a cui aspiriamo fosse il frutto di un’illusione talmente gigante da passare inosservata. Se invece guardo al presente, sono pronto a immedesimarmi in uno dei qualsiasi personaggi carveriani. Escludendo la caratteristica negativa – che a me non smette di affascinare – di persone sconfitte dalla loro stessa vita, adoro riscoprirmi nelle loro riflessioni, nei loro silenzi, quasi come se fosse questo il momento giusto per decomprimere il proprio fisico dopo uno sforzo immane. Carver mi ha trasmesso molto e per questo lo tratto come se fosse un amico da cui poter apprendere il posto giusto dove poter sistemare la Legna da ardere durante l’inverno.

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5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Senza alcuna ombra di dubbio Holy shit di Father John Misty – Mariateresa sarà sicuramente d’accordo con la mia scelta. È un po’ la riproduzione fedele dei tempi che la società di oggi sta vivendo, il tutto confezionato da una melodia struggente e malinconica.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Devo molto alla lettura come mezzo attraverso cui allargare i confini della propria conoscenza. Sarei un matto a sorvolare su una cosa del genere. Apri un libro e ti ritrovi catapultato da tutt’altra parte e magari in quel posto riesci anche a ritrovarti. La letteratura è l’agenzia viaggi più precisa in assoluto, anche se a volte sa deluderti come tutte le altre – a chi non e mai capitato di provare la sensazione di voler lanciare un brutto libro fuori dalla finestra? Ho iniziato a scrivere recensioni e articoli perché volevo dare una forma a quello che provavo ogni volta che chiudevo un romanzo, un racconto. È la lettura che col tempo mi ha portato a sperimentare le prime forme di scrittura, racconti in primis – tranquilli, sono tutti rinchiusi nelle quattro mura di casa, anzi, nell’hard disk del laptop, dato che non uso stampare quello che scrivo. Sono due pratiche legate indissolubilmente l’una all’altra. Si parte dapprima con l’emulazione dello scrittore preferito per poi trovare la propria strada. Una scrittura che nella maggior parte dei casi ti svuota perché riesce a farti sentire bene, che sia essa fiction o non fiction. Dentro la pagina c’è sempre qualcosa di tuo, anche se cerchi di camuffarla a tutti i costi. Naturalmente scrivo quando ho la spinta giusta, odio le forzature – per fortuna non ho contatti con gli uffici stampa.

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7) Progetti in cantiere

Attendere la consegna dell’ultimo ordine che i corrieri si stanno lanciando da una parte all’altra dell’Italia. Scherzi a parte, andare avanti con Casa di Ringhiera, continuare la bellissima e inaspettata collaborazione con L’indiependente e attendere con ansia il coinvolgimento nelle tue iniziative – tipo quella del Calendario dell’avvento letterario. Ultimamente escogito cose che puntualmente rimangono chiuse nel celebre cassetto, quindi sono pronto per fare tutto e niente. E poi c’è Medium che bussa continuamente alla porta – magari un giorno, chissà.

UPDATE 21 febbraio 2017: Casa di Ringhiera è diventato un magazine a tutti gli effetti, sopratutto da quando lo scorso ottobre è riuscito ad ottenere – dopo numerose imprecazioni – l’hosting su Medium. Insomma, alla fine qualcosa è riuscita ad uscire da quel cassetto.

Ps. Dimenticavo, oggi comunico tranquillamente con tutti gli uffici stampa che hanno il piacere di scrivere una email al nostro indirizzo.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #24: il sogno di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Pino di I fiori del peggio

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Sull’onda della richiesta sempre più pressante, da parte di cittadini e istituzioni, di un sistema di controllo della qualità delle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione, un solerte burocrate, non si sa se per odio o paura dei libri, aveva pensato bene di estenderne gli effetti anche al mercato editoriale e aveva perciò scritto i dieci articoli dal 48 al 53 del Capo XVIII del Trattato Intercontinentale per il Controllo e la Verifica delle Fonti Informative (Tr.I.Co.Ve.F.I.), che conteneva le Misure per il contrasto della pubblicità ingannevole. Gli articoli in questione così recitavano:

Articolo 48

Al fine di contrastare la pubblicità ingannevole e la diffusione di informazioni non verificabili sulla qualità delle opere pubblicate, e garantire a tutti gli operatori uguali opportunità di accesso al mercato editoriale e le condizioni per una concorrenza leale, è fatto obbligo a tutti i Paesi aderenti di pubblicare le opere editoriali senza alcun riferimento all’autore, al titolo e alla casa editrice e utilizzando copertine prive di qualsiasi immagine.

Articolo 48 bis

Le opere soggette all’obbligo di cui al precedente articolo sono quelle la cui data di prima pubblicazione è successiva alla data di ratifica del presente Trattato.

Articolo 48 ter

Al fine di evitare possibili associazioni a una Casa editrice sulla base della grafica o del carattere utilizzato per la stampa, i libri dovranno essere commercializzati esclusivamente con copertine in brossura di colore corrispondente al codice Pantone 408 e stampati utilizzando il font Arial.

Articolo 48 quater

In tutti i Paesi aderenti il titolo del libro sarà sostituito dall’International Serial Book Number (ISBN)

Articolo 48 quinquies

La seconda, terza e quarta di copertina potranno essere utilizzate esclusivamente per riportare la sinossi dell’opera. Al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’articolo 52, le Case editrici dovranno evitare qualsiasi riferimento dal quale si possa risalire all’identità dell’autore dell’opera.

Articolo 49

L’obbligo di cui all’articolo 48 ha una durata di cinque anni dalla data di prima pubblicazione, termine trascorso il quale le opere potranno essere pubblicate in chiaro.

Articolo 50

Al fine di garantire il rispetto di quanto previsto dagli artt. dal 48 al 49, per la stampa delle opere le case editrici dovranno avvalersi esclusivamente di Centri Stampa accreditati dai singoli Paesi aderenti.

Articolo 51

Fatta salva la possibilità da parte delle Case editrici di stringere accordi contrattuali di tipo privatistico con i singoli autori, i diritti d’autore sulle singole opere, calcolati sulla base della normativa vigente nei singoli Paesi aderenti, saranno corrisposti sulla base dei volumi di vendita effettivi nel periodo di cinque anni di cui all’articolo 49.

Articolo 52

Qualsiasi violazione a quanto sopra disposto comporterà una sanzione a carico della singola Casa editrice di importo non inferiore ai 20 milioni di euro o valuta equivalente al cambio vigente alla data di ratifica del presente Trattato. L’importo dovrà essere applicato per ogni singola infrazione.

Articolo 53

La vigilanza sul rispetto di quanto previsto dagli articoli dal 48 al 52, è di competenza dei Paesi aderenti.

La perversa fantasia del legislatore, peraltro, non si era limitata alle oltre ottocento pagine di cui si componeva il Tr.I.Co.Ve.F.I., visto che al trattato erano allegate migliaia di pagine di complicatissimi regolamenti attuativi che avevano affrontato ogni minimo aspetto applicativo della norma, rendendo di fatto impossibile ogni deroga o scappatoia.

Eppure quando, secondo i diversi fusi orari, alla mezzanotte del 25 dicembre del 2016 il Trattato venne ratificato contemporaneamente da 203 Stati mondiali (mancavano all’appello solo l’Ossezia del Sud, la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk), il mondo che gravitava attorno ai libri aveva ostentato una certa tranquillità, ritenendo che addetti ai lavori e semplici lettori si sarebbero ben presto adattati alle novità introdotte dalla legge. In fondo, si sosteneva, titolo, autore ed editore erano solo dettagli di cui si poteva fare a meno: nel giro di pochi mesi tutti avrebbero acquisito la stessa abilità di un esperto sommelier messo alla prova in una degustazione alla cieca perché la qualità delle opere avrebbe parlato da sola.

Le cose non andarono proprio così.

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I primi a manifestare segni di sofferenza furono gli uffici editoriali addetti alla “creazione dei casi editoriali”, visto che non era più possibile lanciare un libro vantando l’anticipo milionario con cui l’editore X lo aveva acquistato, e per due ottimi motivi: innanzitutto non si poteva nominare l’editore che aveva anticipato, né lo scrittore che aveva ricevuto l’anticipo, e neanche il titolo del libro; e poi nessuna casa editrice si azzardava più a sborsare cifre a sei zeri sapendo di non poter contare sul battage degli osannanti marchettari a libro paga.

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Subito dopo furono le centinaia di festival/fiere/saloni del libro in giro per il mondo a dover fare i conti con il Tr.I.Co.Ve.F.I., e in particolare con il fatto che gli stand erano tutti uguali e che, quindi, era inutile e antieconomico continuare ad allestirli (sia i saloni che gli stand). Nessuno, a parte i direttori (dei saloni), ne sentì la mancanza.

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Fu poi il turno delle recensioni che, sia sulla carta stampata che online, iniziarono a essere sempre più vaghe e anodine fino a diventare un esercizio di “cerchiobottismo estremo”, per evitare di incensare troppo un’opera che cinque anni dopo poteva essere attribuita a Flavio Dolo oppure, all’opposto, stroncare un opera che ex post si sarebbe scoperta “fondamentale”, perché scritta da Alberto Sariano. Si narrava, addirittura, che lo scrittore Paolo Pizziroli fosse stato colto da malore perché non riusciva più ad appioppare a un libro la sua prediletta definizione di “opera mondo”. Nonostante il massimo delle cautele, tuttavia, si verificarono diversi incidenti come quando, alla scadenza del primo lustro di applicazione del trattato, si scoprì che un libro di cui non aveva parlato nessuno (un indigeribile polpettone noto fino ad allora come “978-3807072881”), era in realtà “Il cartellino” di Don Tartina (vincitore per due volte del premio Pallitzer, per questo soprannominato “du’ Pallitzer”). Nonostante i tentativi di recupero fuori tempo massimo (come quello di Manola Laboria che lo definì: “una imperdibile parabola sul disagio della modernità ambientata nello spietato mondo dei travet”) i lettori non abboccarono e il libro vendette pochissimo.

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A causa delle difficoltà nel recensire i libri, anche i supplementi culturali dei quotidiani furono costretti a drastiche cure dimagranti, riducendosi a un paio di pagine, occupate per gran parte da illeggibili classifiche (i titoli erano tutti composti da serie di tredici numeri) e per il resto da brevi recensioni che, si favoleggiava, fossero in realtà frutto di un algoritmo computerizzato che assemblava associazioni più o meno sensate di sostantivi e superlativi. Inutile aggiungere che nessuno, a parte chi ci scriveva, ne sentì la mancanza.

Anche i premi letterari entrarono in crisi. Il premio Sbraga inventò il “premio condizionale postumo”, che veniva assegnato con cinque anni di ritardo rispetto alla data di pubblicazione con la dicitura “Il libro che avrebbe vinto il premio Sbraga cinque anni fa”. Tuttavia, quando gli editori si accorsero che l’assegnazione di questi riconoscimenti non aveva più alcun effetto sulle vendite, cessarono di interessarsi ai premi e i premi, semplicemente, cessarono di esistere. E anche in questo caso nessuno, a parte le giurie e i presidenti (dei premi), ne sentì la mancanza.

Pure le trasmissioni televisive dovettero smettere di parlare di libri. Particolarmente colpiti furono Lorenzo Formica e Dario Dazio, costretti a riservare il loro campionario di iperboli e di incenso solo a film e dischi, almeno fino a quando il Tr.I.Co.Ve.F.I. non avesse regolamentato pure quelli.

Le noiosissime presentazioni (e gli ancora più noiosi reading) nelle librerie, poi, scomparvero quasi del tutto.

Le conseguenze sul mondo dei social non furono meno eclatanti. Qualche account si salvò specializzandosi sui classici, ma molti altri furono completamente spiazzati. Fra i creatori compulsivi di hashtag, ci fu chi pensò di cavarsela proponendone uno “omnibus” (il celeberrimo #AdMinchiam), ma ben presto venne abbandonato dai suoi follower e, soprattutto, dalle case editrici che non potevano più contare su un ritorno pubblicitario a costo zero. Anche i blogger che postavano in continuazione foto con i libri omaggio o in anteprima ricevuti da questo o quell’editore non sapevano più che fare, visto che i pieghi di libri erano ormai anonimi (come i libri in essi contenuti). Il problema si risolse da sé quando i mittenti si accorsero che i destinatari non potevano più umettarne a dovere le terga e smisero di inviare copie omaggio. In questo modo anche i blogger dovettero comprare i libri come tutti i comuni mortali.

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Eppure, alla lunga, gli effetti di tutto questo non furono del tutto negativi, anzi.

Innanzitutto le case editrici dovettero ricominciare a fare il proprio lavoro, selezionando con attenzione i libri da pubblicare e stampandoli con più cura. Furono perciò costrette a valorizzare (e retribuire adeguatamente) il lavoro degli scout, degli editor e dei traduttori. Il risultato fu che si stamparono molti meno libri e che questi raramente superavano le trecento pagine (a questo proposito si narra che Leonardo Albernati fosse quasi impazzito al ventesimo rifiuto della sua “La scuola mormonica” che non riusciva a tagliare al di sotto delle quindicimila pagine e fu costretto a ricorrere al self publishing – anonimo anche quello, peraltro). E anche i lettori, che non perdevano più tempo a twittare hashtag o postare foto di copertine/presentazioni/saloni/festival/inserti culturali, lessero molto di più.

Insomma, la perfidia di un invisibile burocrate aveva prodotto un risultato assolutamente inaspettato e paradossalmente rivoluzionario: per parlare di un libro era diventato indispensabile averlo prima letto.

E adesso scusate, ma devo andare: è ora che prenda le pillole che mi ha dato il dottore.

Buone feste a tutti.

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Un’ora con…Nellie Airoldi di Just Another Point

Nellie è un’altra voce che mi sento di raccomandare senza alcuna esitazione: fresca, spontanea, brillante, innamorata delle verdi colline d’Irlanda, lettrice onnivora con il dono dell’ubiquità (la trovate sul blog, su Finzioni Magazine, su Salt Editions e mille altri posti ancora). Se a tutto ciò aggiungete i suoi ottimi gusti in fatto di musica e serie TV, avrete tredici buone ragioni (per parafrasare il tormentone di Zucchero) per correre a scoprirla.

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1) Just another point: come e perché?

Just Another Point è stata una di quelle che si chiamano scelte di vita sotto la doccia. Era il 25 marzo 2013 ed ero dottoressa in Beni Culturali da meno di una settimana quando avevo cominciato a capire che tutto quello che mi passava per la testa non lo volevo più condividere solo con i miei taccuini, e quindi un po’ per noia (la disoccupazione già mi stava stretta) e un po’ per divertimento (scrivere è un immenso piacere) ho deciso di aprire uno spazio tutto mio dove poter raccontare ciò che mi stava accadendo, ovvero il fortissimo bisogno di mettermi in gioco e pubblicare online ciò che fino a quel momento avevo fatto solo fra me e me. Il nome del blog, poi, è stata una scelta naturale in quanto il mio è semplicemente un altro dei tanti punti di vista che si trovano sul web e che negli ultimi anni sono nati e cresciuti sempre più. Anche io, però, volevo dire la mia.

 

2) Chi c’è dietro Just another point?

Nellie, tanta confusione ma soprattutto tanta curiosità in tutto ciò che sta nero su bianco,  soprattutto perché spero sempre di trovare fra le righe la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, che sostanzialmente è 42 ma a me i numeri non sono mai piaciuti.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio scaffale d’oro ci sono 3 fumetti ogni 8 libri. Le storie disegnate, come quelle scritte, sono una fonte inestimabile di stimoli e proprio non riesco a rinunciarvi. Nel mio scaffale d’oro, quindi, c’è Asterios Polyp che amo infinitamente ed è il primo graphic novel che mi ha fatto innamorare. A fianco c’è Joan Didion che se la racconta con Calvino e di quella meraviglia che è Se una notte d’inverno un viaggiatore. C’è poi Mario Soldati, America Primo Amore è forse diventato uno dei miei libri preferiti, ma una vera lettrice sa di doversi tener pronta ad accettare l’arrivo di un altro capolavoro che si metterà fra i piedi come ha fatto Elizabeth Strout con Olive Kitteridge, Elena Ferrante con la sua quadrilogia, Paco Roca con la dolcezza di Rughe, Ágota Kristóf con La Trilogia di K. Insomma, lo scaffale d’oro è una vera e propria dimensione a sé stante sempre pronta a ingigantirsi e inglobare libri belli.

 

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Questa è veramente difficile. Quando lessi Nessuno Scompare Davvero mi ritrovai molto nelle parole di Elyria (“..e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre”) eppure il bello di leggere è trovare la frase giusta al momento giusto quindi capita spesso di ritrovarmi nella parole di quella che magari è l’unica battuta triste di un personaggio protagonista di un libro comico. Vorrei però raccontarti un passaggio de L’anno del pensiero magico di Joan Didion e svelarti qual è la mia idea di felicità e quella che un giorno vorrei tanto provare.

 

Il libro che aveva in mano era uno dei miei romanzi (..).

La sequenza che lesse ad alta voce era (..) complicata (..). “Accidenti” mi disse John quando chiuse il libro. “Non venirmi mai più a raccontare che non sai scrivere. Ecco il mio dono per il tuo compleanno.”

Ricordo che mi vennero le lacrime agli occhi.

Le sento ancor oggi.

Retrospettivamente, questo era stato il mio presagio, il mio messaggio, la prima nevicata, il regalo per il mio compleanno che nessun altro avrebbe potuto farmi.

 

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Una canzone di quelle che si ascoltano in treno a volume basso mentre ci si perde nel paesaggio guardando dal finestrino del treno. Potrebbe essere Holland Road dei Mumford & Sons anche se in realtà in queste settimane sto ascoltando tantissimo Free Stuff di Edward Sharpe & the Magnetic Zeros e forse sì, potrebbe essere il mio blog trasformato in canzone.

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Leggere è da anni una necessità. Ci sono mattine che il treno è talmente pieno che non riesco nemmeno a togliere il libro dallo zainetto: passare un’ora della giornata in piedi fra gente che parla dei fatti propri senza poter nuotare tra le parole mi uccide realmente. Con il tempo anche scrivere è diventato essenziale quanto la lettura, una logica conseguenza di un processo che è cominciato con il giornalino di famiglia quando ero bambina e che è cresciuto con i numerosi taccuini che si sono alternati durante gli anni delle superiori ma soprattutto dell’università. Ancora oggi non esco di casa senza un quadernetto nello zaino e una penna blu.

 

7) Progetti in cantiere

Scrivere scrivere scrivere! Da diversi anni collaboro con diversi magazine online, sono tutte collaborazioni che prendono il mio tempo libero ma lo faccio con molto piacere. È ciò che amo fare e non smetterò mai di crederci.

Un’ora con…Laura Ganzetti de Il tè tostato

 

Che dire di Laura, meglio nota come la fanciulla del tè tostato e dei libri?

In primis che l’ammiro moltissimo: ha mille idee, realizza tantissimi progetti e si dedica a tutti con passione ed entusiasmo (vi rimando a questo post in cui Laura spiega di cosa si occupa e come potete seguire i suoi progetti di lettura sui social).

Laura, ti lascio la parola e spero di incontrarti prestissimo, magari a qualche evento bronteano 😉

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1) Il tè tostato: come e perché?

Il tè tostato è nato per mettere in fila le mie letture e non dimenticarle. Leggo tanto e a un certo punto mi è sembrato impossibile continuare ad avere tutto in testa, così ho aperto il blog; un diario non sarebbe bastato, sono un’incostante e senza un impegno all’esterno avrei smesso.

Il nome deriva dall’altra mia passione, il tè, e appunto il tè tostato è uno di quelli che preferisco; in giapponese si dice Hojicha ed era abbastanza improbabile, così ho scelto la versione italiana, ma per un anno intero quando dicevo “Il tè tostato” tutti capivano “Il terzo stato”: è imbarazzante dover ripetere come ti chiami, ma sento di essere quasi fuori dal tunnel. Andando avanti Il tè tostato si è arricchito di idee, voglia di fare, progetti, collaborazioni, il rapporto uno a uno di me che scrivo e mio padre che leggeva è cambiato e oggi occupa moltissimo della mia giornata.

 

2) Chi c’è dietro Il tè tostato?

Il tè tostato è tutto mio e solo mio, in un’autarchia arcaica e felice. Dato che sono in costruzione (e demolizione) personale continua, lo è anche il blog. I libri sono la cosa che mi piace di più, la lettura e la scrittura sono il modo in cui preferisco passare il tempo, sono una solitaria, mi piace l’autunno e il malumore della pioggia. Poi c’è tutta la mia vita personale che nel blog non appare, ma lo condiziona come la lettura condiziona me. Parlando di pratica dietro c’è una negata col computer che ha imparato a starci insieme, la mia pagina l’ho fatta da sola e so che si vede, ma ne sono orgogliosa, ed è stato un passo importante, ci sono poi, e soprattutto, molte ore di lettura, di approfondimento, di discussione e confronto con chi legge, c’è l’amore per la condivisione del mondo dei libri la frequentazione di librerie e il dialogo con chi di libri vive e lavora, e moltissima curiosità.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Lo scaffale è lungo e articolato, in ordine sparso: Jack Kerouac, George Simenon, Virginia Woolf, J.D. Salinger, Jane Austen, Emily Brontë, tutti gli Harry Potter. Di alcuni autori l’intera narrativa per me è fondamentale, certo con delle preferenze di titolo, e poi c’è la saga che ha frantumato i miei pregiudizi letterari, ed è stata una sensazione di miglioramento unica. Il mio percorso di lettore mi ha portata dall’amare visceralmente gli americani della beat generation, poi a sentire la necessità di ambientazioni inglesi a partire da Peter Pan; ora, per esempio, sono inamorata di Elizabeth Jane Howard.

Ma c’è un’autrice italiana a cui devo tutto ed è Natalia Ginzburg: è stato con Lessico Famigliare che ho scoperto il piacere della lettura, avevo undici anni. C’è inoltre un autore cui devo l’attenzione per la parola e la fiducia nell’immaginazione ed è Italo Calvino: Se una notte d’inverno un viaggiatore mi ha insegnato che le storie possibili sono infinite e così le vite.

 

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Holden Caulfield, per il suo disagio cui il mio assomiglia moltissimo e la sua voglia di esistere anche. Ho una famiglia di personaggi letterari, sono figure che sento, vorrei potergli telefonare, farci una passeggiata, ma nessuno è come Holden per me. Lui sa chi sono, e seppure abbia ancora sedici anni mentre io sono diventata grande, e si spera che diventerò vecchia, Holden è in me e io lo tengo stretto. Che poi l’immedesimazione secondo me è sopravvalutata, ho amato dei libri in cui non mi sono trovata, sono stata spettatore seppure partecipe, in ogni lettura entro e esco dall’ambientazione, ma non dai personaggi, non spesso almeno, ma Holden, lui non si batte, non se ne è più andato da me.

 

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Il mio blog sarebbe Nella mia ora di libertà di Fabrizio De André, e Hotel Supramonte; ci sono poi alcune colonne sonore di film, quella di City of Angels prima di tutte, film orribile,ma brutto brutto, colonna sonora pazzesca, e poi quella di Ritorno al futuro.

Poi c’è Mexico di James Taylor, perché l’evasione è quel posto in cui poi si va a vivere.

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Con la lettura facilissimo, con la scrittura complicatissimo. Leggere e scrivere sono le uniche cose che ho sempre fatto da quando ho imparato, quelle che mi hanno salvato, divertito, sostenuto, fatto soffrire e fatto stare bene.

 

7) Progetti in cantiere

Uh, moltissimi! Tra quelli interni al blog e le sue derive, ho tremila idee e, contrariamente al mio solito che le contemplo e basta, ora tento di realizzarne almeno due o tre. Sto imparando a essere (almeno un po’) concreta. Comunque tra le altre dovrebbe esserci l’abbandono della mia grafica autodidatta alla volta di qualcosa meno naif , ma non troppo, e nuovi gruppi di lettura, che sono un po’ la mia missione.

Un’ora con… Irene Daino di LibrAngolo Acuto

Irene – che molti di voi conosceranno come Nereia, crudele e irresistibile stroncatrice di copertine brutte su LibrAngolo Acuto – ha risposto alle mie domande esordendo con “scusa se è tipo l’intervista più lunga che tu abbia mai fatto. My fault, sono logorroica seriamente”, cosa che me l’ha resa ancora più simpatica, perché le sue risposte sono tutto tranne che logorroiche: sono brillanti, sincere, spontanee. E questa è la cosa bella del conoscersi, no? Parlarsi senza troppi artifici, senza preoccuparsi di sembrare una cosa o quell’altra: essere se stessi, nella scrittura come nella vita di tutti i giorni. Da quello che leggo, mi sembra che Irene riesca a farlo egregiamente.

Potete leggerla anche su Agenda Geek (www.agendageek.it), dove scrive sempre di libri ed editoria.

Irene

 1) LibrAngolo Acuto: come e perché

Una delle cose che mi dicono più spesso è che io sia brava a scrivere, anche se non ci ho mai creduto realmente. Non perché non mi fidi della gente, ma perché il concetto di “ben scritto” è variabile. Nel 2011, quando ho pensato di metter su un blog, ne seguivo già diversi, di belli e di brutti, sempre a tema letterario – passami il termine.

Seguivo più intensamente quelli di blogger che recensiscono libri che io non apprezzo particolarmente. Il motivo era semplice: possibile che loro, che leggevano libri spesso oggettivamente brutti, potessero farlo e io no? Potessero parlarne tranquillamente con altre persone? In fondo anche io ero stata, seppur per poco tempo, una utente di My Space. In quello spazio scrivevo racconti, romanzando la mia vita privata. Non avevo mai scritto di libri, ma non poteva essere più difficile che rendere migliore la propria vita agli occhi miei – che la inventavo – e degli altri. E in fondo, a detta degli stessi altri, ero anche brava a scrivere. Così l’ho pensato e creato, senza renderlo pubblico. Non aveva niente, neanche un nome. Aveva la struttura e la pagina fissa che spiega chi sono. È stato un embrione per qualche mese, volevo che fosse fatto bene, che avesse un nome e una struttura sensati. E poi non lo so come mi è venuto in mente di chiamarlo LibrAngolo Acuto, non ricordo il frangente esatto. Ricordo solo che, dentro di me, questo nome aveva perfettamente senso. L’angolo dei libri, per cui LibrAngolo, ma anche Acuto. In fondo l’angolo può essere anche acuto, no? Ed essere acuti vuol dire essere perspicaci. L’angolo acuto dei libri. Mi sembrava – e mi sembra tutt’ora – completamente sensato. Qualcuno mi ha confessato che non è esattamente intuitivo ma che importa. In fondo ha senso per me.

2) Chi c’è dietro LibrAngolo

Oddio, ho il terrore delle presentazioni. Mi sento sempre a una roba che è un perfetto mix tra un focus group e Ok, il prezzo è giusto. E poi non so mai che dire, ti ritrovi a elencare delle cose di cui in effetti non frega niente a nessuno. Che gli frega, a quello che manda avanti il focus o, nella peggiore delle ipotesi, ai telespettatori di dove passi il tuo sabato sera e di come ti smangiucchi le pellicine quando sei nervosa? Ma supererò questo scoglio. Ho 30 anni, mi tingo i capelli perché il mio colore naturale mi mette tristezza, mi piace l’autunno, mi piace il mare d’inverno. Sto bene con gli altri, ma anche sola con me stessa, sto meglio in compagnia degli animali. Sono aracnofobica e mi innamoro sempre della persona sbagliata. Sono spesso quella che ama, molto meno spesso quella amata. Mi piacciono i film tristi, adoro i romanzi lunghi. Sono logorroica, soprattutto quando scrivo. Mi commuovo troppo spesso, adoro i ninnoli e i fiorellini e i vestitini con il pizzo. Mi piacciono i fiocchi, ho tre tatuaggi e prima di abbracciare il dolce far niente facevo la copywriter.

3) Il tuo scaffale d’oro

Che domandone. Difficile rispondere. Non dirò libri a caso, anche se spesso molti di quelli che inserisco tra gli “irrinunciabili” mi rendo conto, a posteriori, che erano irrinunciabili solo riferiti a quel preciso momento. Uno che non cambierà mai è C’era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell’isola di San Giulio di Gianni Rodari. Non so elencare le volte che l’ho letto ma, credimi, sono davvero tantissime. Il secondo irrinunciabile è Jane Eyre, seguito da Cime tempestose. E poi Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Lucky di Alice Sebold, Chiedi alla polvere di John Fante. E mi fermo qui perché altrimenti ne nomino a migliaia e non diventa più uno scaffale ma una cantina d’oro.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Amélie Poulain, un po’ disadattata nel suo essere così naïve e gentile in un mondo abitato da persone che, spesso, non meritano alcun atto di gentilezza. Mi piace Amélie perché ci crede ancora nel genere umano, perché si emoziona ancora per le piccole cose, perché è una pura di cuore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Sarebbe Occhi bassi dei Tre allegri ragazzi morti. Anche se, forse, è più la canzone di Nereia che quella del suo blog. Forse questa domanda è più difficile di quella sullo scaffale d’oro. Sì, perché sto cominciando a parlare di me e Nereia come fossimo due cose distinte e non è un buon segno. (Irene, lo faccio anch’io con Ophelinha, se ti consola)

6) Il tuo rapporto con la scrittura/lettura

Con la scrittura ho sempre avuto un rapporto difficile, fatto di alti e bassi. Fare la copywriter è stato più difficile di quanto immaginassi. Perché, per chi non scrive, non è possibile immaginare che cosa significhi scrivere quando non sei dell’umore adatto o, peggio, quando devi trattare un argomento che non ti piace. Mi occupavo di automobili – cosa di cui, non mi vergogno a dirlo, non me ne può fregare di meno – e quando dovevo star lì e cercare di rendere accattivante qualcosa che riguardava un veicolo commerciale – immagina l’entusiasmo – mi stressavo non poco. Avevo certi mal di testa a fine giornata che non hai idea. Per il blog funziona allo stesso modo che con le automobili, più o meno, con la differenza che l’argomento mi interessa. È l’umore che non è sempre dei migliori.

Con la lettura, invece, va decisamente meglio. Perché cambio libro a seconda dell’umore. Ciofeca quando sto male, libro intenso quando sono triste, romanzo normale quando ho il mio umore di sempre. E quando la testa è annebbiata da troppi pensieri, spazio agli young adult che se sono ridicoli è anche meglio. E pensare che un tempo ero una persona seria, leggevo molta meno spazzatura.

7) Progetti in cantiere

Progetti tanti, tantissimi. Mi vengono sempre in mente delle cose che potrei fare, ma poi mi mancano i mezzi oppure, spesso, vince la pigrizia e la tendenza a fare le cose alla cazzo di cane. Posso dire cazzo, vero? (Si, Irene, puoi dire quello che vuoi).

Tra tutti c’è quello di incrementare le rubriche sul blog, non solo dedicate ai libri brutti – anche se la tentazione di specializzarmi in quel settore è forte.

Allo stesso tempo, però, mi piacerebbe che il blog fosse leggermente più professionale, senza che questo significhi annullare del tutto l’ironia con la quale affronto il brutto e la sciatteria editoriale. Però, ecco, vorrei migliorarlo anche nell’aspetto grafico per renderlo meno chiassoso. Per l’aspetto grafico, però, devo aspettare un po’: non sono ancora pronta ad abbandonare il mio adorato ET e forse non lo sarò mai.

E adesso che si fa, normalmente ci si saluta? Ma sì, vieni qua ragazza, fatti abbracciare! È stato un piacere 🙂

(Anche per me, darling)

someecards

Un’ora con…Noemi Cuffia di Tazzina di caffè

tazzina

Oggi è la volta di una blogger a cui tengo in modo particolare, per tutta una serie di motivi.

È la prima book blogger che ho iniziato a leggere e a seguire anni fa, quando ho scoperto il magico mondo dei blog, sul suo delizioso Tazzina di caffè, nel quale Noemi continua a tenerci svegli a colpi di caffeina e libri belli. Noemi fa anche la cantastorie sul suo Acqua Naturale, un contenitore di impressioni, instanti, immagini, ricordi  che scivolano tra le dita.

Noemi ha inoltre portato a compimento il suo sogno di scrivere, pubblicando con LibrerAria Il metodo della bomba atomica nel 2013 e, da pochi mesi, il frizzante Ricette per ragazze che vivono da sole, realizzato insieme a Ilaria Urbinati e pubblicato da Zandegù editore.

Se non la conoscete già, se non la leggete già (cosa che dubito fortemente) vi invito a scoprirla, e a fermarvi a bere una tazzina di caffè con lei.

 

 

1) Tazzina di caffè: come e perché?

Il come è semplice: un blog in cui pubblico le foto dei libri che leggo con accanto (o più spesso sopra…) una tazzina di caffè. L’idea è nata così, semplicemente. Sul perché invece ci sarebbe da raccontare per ore, e al tempo stesso non si arriverebbe forse a una spiegazione sensata (e breve!). Credo che, in poche parole, il perché sia questo: perché mi piace scrivere e raccontare agli altri ciò che mi accade.

 

2) Chi c’è dietro Tazzina?

Dietro Tazzina c’è un’indefessa squadra di piccoli aiutanti di Babbo Natale! Scherzo, ci sono solo io, una persona sola. Anzi, solitaria ma non troppo… Una persona che vuole tenere accesa e viva la fiamma della sua passione per la scrittura: non sempre è facile ma non riesco proprio ad arrendermi.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Calvino, Melville e Szymborska.

 

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Oggi come oggi non saprei, ma la prima identificazione della mia storia di lettrice è stata con L’Idiota di Dostoevskji. E ricordo che fu una sensazione sconvolgente, che mi portò a capire il potere vero della letteratura.

 

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Bellissima domanda. Sarebbe una canzone dei Beatles: Across the Universe, cantata da Fiona Apple.

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Per me è una questione di vita o di morte: è una citazione, che ho anche letto di recente, ma non ricordo più dove!

 

7) Progetti in cantiere

Scrivere altri romanzi (dopo Il metodo della bomba atomica, uscito ormai due anni fa per LiberAria editrice). E credere sempre che sia possibile intrattenere le persone tramite la scrittura.