Un’ora con…Norma Amitrano di Il soffitto si riempie di nuvole

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Quello di Norma è un bel mondo.

È un mondo colorato, pieno di intraprendenza, di fantasia e di creatività.

È un mondo delicato, intessuto di ricordi e memorie leggere come quelle nuvole che riempiono il soffitto del blog.

È un mondo genuino, creato da una persona che non si sforza di adattarsi alle mode e non cerca di piacere a tutti i costi, ma rimane se stessa, sempre.

È un mondo ironico, in cui spesso l’ansia fa capolino, ma viene decostruita e sdrammatizzata con leggerezza.

Ora però ve lo faccio raccontare da Norma, il suo mondo, che è meglio.

 

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Il soffitto si riempie di nuvole: come e perché?

Quando ero adolescente scrivevo poesie. In ogni classe che si rispetti c’è sempre la ragazzetta pallida col trucco sbavato di nero che scrive poesie, nella mia classe si era deciso che dovessi essere io. Di solito si trattava di versucoli malinconici, pervasi da quello che mi pareva spleen ma in realtà erano i 17 anni. Ogni tanto, però, sbucavano dal nulla sprazzi di speranza, colori chiari, cieli azzurri, voli di rondini, soffitti pieni di nuvole.

E infatti Il soffitto si riempie di nuvole è il verso iniziale di un componimento, per il resto dimenticabile, che dovrei aver scritto da qualche parte in un diario del 2005.

Non mi è più tornato in mente fino al 2011, quando decisi di aprire un blog. Non sapevo cosa mai avrei potuto scriverci dentro, sapevo solo che doveva essere azzurro e leggero.

 

Chi c’è dietro Il soffitto si riempie di nuvole?

Norma, 30 anni, perenne indecisa e perfezionista, di fronte alla richiesta di una presentazione si blocca come un cerbiatto che ha appena udito un fruscio tra le foglie, certo della morte imminente.

Questa presentazione in particolare l’ho cominciata, penso, 720 volte.

Sono curiosa, cocciuta, idealista e suscettibile. Il mio ruolo nel mondo è dare risposta alla domanda “Insicurezza e narcisismo sono conciliabili?” 1

Lavoro come copywriter e come barista, a volte nello stesso momento.

Leggo appena posso, cammino sempre, potrei essere presa come testimonial delle linee di autobus della mia città.

Sono afflitta da una lieve ossessione per i quaderni: ne ho uno per ogni occasione. Il mio primo diario risale al 1994. Rileggendoli a distanza di tempo, scopro che ci scrivo dentro quasi sempre le stesse cose: “Cambierò? Migliorerò? Supererò questo e quest’altro? Diventerò all’improvviso una persona meno ansiosa?” 2

Amo i travestimenti, la recitazione e il teatro. Sì, amo anche il palcoscenico, camminare finalmente sulle assi di legno diseguali dopo mesi di prove in uno stanzone, sentire il calore delle luci sulla testa e l’odore polveroso del sipario nelle narici, mettermi nei panni del personaggio, guardarmi allo specchio e riconoscermi. Sì, sono reduce da uno spettacolo, non parlatemi della realtà, è troppo difficile.

 

1 La risposta è naturalmente sì

2 La risposta è naturalmente no

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Il tuo scaffale d’oro

Lo prendo e lo spargo sul tavolo, mescolando le età, facendo incontrare i personaggi tra di loro.

Ci sono Le correzioni di Franzen, Revolutionary Road di Yates, Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Ci sono Anna Karenina ed Emma Bovary. Oh, e c’è Lolita. E Julien Sorel, mio adorato stronzetto, dove ti eri nascosto?

C’è Neil Gaiman che sa sempre in quale mondo portarmi a spasso.

C’è Harry Potter: ho iniziato a leggerlo solo un anno fa, mi chiedo perché non l’abbia fatto prima. C’è Sylvia Plath, sempre e da sempre. C’è Rimbaud, che, anche se non lo leggo da anni, è ancora lì che passeggia mani in tasca, Petit-Poucet rêveur. Ci sono i Wu Ming. C’è Calvino con le sue città invisibili, c’è L’isola di Arturo col suo incanto senza fine.

Ci sono i libri di quando ero bambina, come Piccole donne o qualsiasi romanzo di Bianca Pitzorno, Le streghe di Roahl Dahl, Il Mistero di Agnes Cecilia di Maria Gripe (che ha decisamente vinto il premio di Libro più letto dalla sottoscritta).

 

Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Per motivi che prima o poi mi diventeranno lampanti, tendo a immedesimarmi quasi sempre nei personaggi antipatici e insopportabili. Inizia subito un rapporto d’odio che si trasforma piano piano in comprensione e infine in riconoscimento.

Mi è successo soprattutto con Emma Woodhouse, la protagonista del romanzo di Jane Austen, che mi ha messo di fronte a uno specchio con questa frase:

“Che cosa meritate?”
“Oh, merito sempre il trattamento migliore, perché non ne accetto altri.”

Mi sono sentita e mi sento tuttora Emma Bovary, Julien Sorel, Cathy Earnshaw – irrequietezza allo stato puro.

Alle elementari, invece, mi immedesimavo decisamente in Harriet la spia, la protagonista di Professione? Spia! di Louise Fitzhugh, tant’è che per un periodo me ne sono andata in giro scrivendo sul taccuino ogni cosa o movimento che vedessi, alla ricerca di chissà quali scoop di paese.

Se invece dovessi scegliere il personaggio di una serie, la parte di me più altera e snob sta già trasformandosi in Lady Mary mentre scende la scalinata di Downton Abbey. E lì siamo ben oltre l’antipatia e l’insopportabilità, ma sarei abbigliata benissimo e andrei a cavallo e potrei finalmente alzare il sopracciglio con aria di superiorità di fronte alla maggior parte delle cose della vita – sarebbe bellissimo.

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Termino col personaggio di un film che amo molto: Ofelia de Il labirinto del fauno. Le lacrime che piango quando lo guardo sono per lei e per me.

(Perdonami Manuela, tu mi hai chiesto un personaggio, io te ne ho scritti 79. E pensare che all’inizio non me ne veniva in mente neanche uno!) Ma figurati! Anzi, come sempre, mi stupisco della quantità di cose che abbiamo in comune…)

 

Se il tuo blog fosse una canzone…

Nothing brings me down di Emiliana Torrini. Mi piacerebbe riuscire a trasmettere la stessa dolcezza e purezza, lo stesso incanto.

Invece, se il mio blog fosse il pezzo che ascolto quasi sempre quando scrivo, sarebbe Friends of the night dei Mogwai (messo su in loop fino a che non ho finito, se no l’atmosfera cambia e la qui presente autrice della domenica perde l’ispirazione).

 

Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Ho sempre amato scrivere, ma ammetto con candore che da bambina era più facile. Se la mia testolina pensava a una storia, dopo cinque minuti la mia mano la stava scrivendo. Ho avuto la fase “Storie a tema miominipony” e la fase “Storie del mistero”, in cui impavidi gruppi di dodicenni risolvevano questo o l’altro caso, di solito dopo essere scappati di casa.

Questo rapporto ideale si è incrinato crescendo, quando sono sopraggiunte domande esistenziali come “Ma perché mai dovrei fare lo sforzo di scrivere questa scemenza?”.

L’abitudine di scrivere per me stessa però non l’ho mai persa: non viaggio mai senza il mio diario, bisognerebbe avere sempre qualcosa di sensazionale da leggere in treno, direbbe la mia cara Gwendoline Fairfax.

Per lavoro, mi è capitato di scrivere di qualsiasi argomento, pure di biomagneti e urne funerarie (non necessariamente nello stesso testo).

Sul blog, scrivo soprattutto per desiderio di leggerezza. La domanda di cui sopra continuo comunque sempre a farmela.

La lettura ha seguito all’incirca le stesse fasi: esplosione da bambina, timore misto a senso di colpa crescendo. Ho ricominciato a leggere con tranquillità e gusto solo da alcuni anni. Forse non leggo tanto quanto vorrei, ma non me ne faccio un cruccio. Mi distraggo facilmente e se in testa ho altri pensieri, altre storie o qualcuna delle mie fantamirabolanti idee geniali, non riesco a mettermi col naso su un libro.

Detto ciò, sono una lettrice viziata: a casa ho una sessantina di libri ancora da leggere e sono capace di non trovare nulla che possa concorrere al titolo di Prossima Lettura.

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Progetti in cantiere

Il mio blog è un cantiere perenne, anche se non si vede. Da mesi mi ripeto che devo dargli una sistemata, ma rimando e rimando e rimando. A giugno mi ero promessa che entro settembre l’avrei fatto. No, non fatemi notare che ormai è ottobre.

Ho delle rubriche in mente e vorrei portarle avanti con costanza, che non è di certo una delle mie virtù principali. Ad esempio, ci sono Le guide definitiveLe guide definitive, ovvero: come affrontare cose più o meno pratiche della vita di tutti i giorni se sei una persona poco pratica come la sottoscritta. Però non posso programmarle, perché mi vengono in mente sempre e solo quando è troppo tardi e sto già sclerando e l’unico modo per superare la frustrazione è riderci su scrivendo.

Una rubrica iniziata e subito abbandonata (forse perché nata nel momento sbagliato) è Interviste tra le nuvole. L’idea era quella di andare a trovare persone che mi piacciono che fanno cose che mi piacciono nei luoghi dove le fanno e raccontarle attraverso un’intervista libera e non programmata (quelle che di solito si chiamano chiacchiere). La vorrei riprendere, ma qualcosa mi blocca. Che dici Manuela, riparto? J

Di certo so che continuerò a invitare ospiti per la rubrica I libri dei ricordi, perché frugare tra gli scatoloni dei libri e dei momenti dell’infanzia mi fa sempre sorridere gli occhi.

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Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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Un’ora con…Ophelinha

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Questa puntata di Un’ora con è un po’ fuori dalle righe e diversa dalle altre, perché a rispondere alle domande…sarò io 😉

È da tempo infatti che volevo fare un po’ il punto della situazione: parlare di com’è nato il blog, come si è evoluto nel corso degli anni, come vorrei che continuasse a cambiare. Avrei voluto farlo a novembre, in occasione del quarto compleanno del blog, ma eravamo in fase di preparazione del calendario dell’Avvento letterario, un’esperienza molto divertente che spero di ripetere anche quest’anno (voi della ciurma, ci sarete tutti, vero?)

Approfitto dell’occasione anche per parlare un po’ di me: sono schiva, riservata e mi viene sempre più facile nascondermi dietro Ophelinha che far venire fuori Manuela. Voglio provare comunque a mettermi, per una volta, dall’altra parte e provare a raccontarmi. Pronti?

 

1) Impressions chosen from another time: come e perché?

Il mio blog nasce in un brumoso pomeriggio del lontano novembre 2011. Avevo già scritto su altri blog e testate (tipo qui o qui), occupandomi prevalentemente di politica europea; quando poi questa passione è diventata anche un po’ (all’incirca pressappoco) il mio lavoro, ma non nei termini o nelle misure che speravo (quasi per niente), ho sentito la necessità di dare sfogo ad altre passioni che mi rappresentassero maggiormente: la lettura, la letteratura, la scrittura, il cinema, il teatro.

Avevo un numero imprecisato di quaderni pieni di appunti, poesie, racconti, e ho pensato – anche per smettere di perderli – di iniziare a ricopiarli in questa sorta di finestrella virtuale che mi era creata su blogger. Vorrei poter dire che la ragione per cui ho iniziato a scrivere sul blog è qualcosa di eroico, nobile ed elevato, ma non è così: era un pomeriggio di novembre, mi ero ri-trasferita da circa un annetto (dopo aver vissuto a Roma, Londra, di nuovo Roma, di nuovo Londra, di nuovo Roma e una prima volta a Bruxelles), c’era un sacco di nebbia e faceva freddissimo. L’inverno 2011 è stato il secondo inverno più freddo di quelli che ho trascorso in Belgio: ha nevicato fino ad aprile e per me è stata dura abituarmi sia al freddo che a un contesto professionale molto diverso.

Nel primo post ho copiato semplicemente una poesia che avevo scritto a Londra nel 2008, Un altro finale, perché era quello che mi auguravo: di trovare il mio lieto fine, un posto in cui stare bene, un lavoro che mi appagasse, un contesto socio-professionale (e climatico) che mi si confacesse di più. Non l’ho ancora trovato (segno che dovrei ritirarmi nella campagna inglese e fare l’eremita) e mi auguro ancora esattamente le stesse cose, ma da un annetto a questa parte ho iniziato a provarci sul serio, e spero di trovare presto quello che sto cercando.

Il titolo del blog è tratto da una canzone di Brian Eno, By this river, colonna sonora de la stanza del figlio di Nanni Moretti. Amo le canzoni malinconiche (sono un’allegrona), e il testo di By this river è davvero bellissimo, oltre a riflettere lo stato d’animo in cui mi trovavo nel periodo in cui ho aperto il blog (e in cui mi ritrovo a momenti alterni): così confusa e lontana dalle cose importanti per me da sentirmi con la testa sott’acqua, cercando di carpire l’eco di parole troppo lontane per risultare intellegibili (suona drammatico, lo so, ma non lo è: abbiate pazienza, sono una drama queen) .

 

2) Chi c’è dietro Impressions chosen from another time?

Ci sono io, Manuela. C’è Ophelinha, che è nata come una crasi tra l’ineffabile Ofelia shakesperiana, scritta all’inglese (Ophelia) e la malinconica Ofélia Queiroz, eterna fidanzata e mai moglie di Fernando Pessoa. L’incomprensibile grafia vuole essere metà anglofona, metà lusofona: finora quasi nessuno è riuscito a scriverla correttamente, ma non riesco a liberarmene, per ragioni che ora cerco di spiegarvi. Abbiate pazienza, e sopportatemi!

L’eteronimia mi ha sempre affascinato: ho iniziato a studiare il portoghese al secondo anno di università e mi sono innamorata di Pessoa. Ophelinha (Pequena, scritto come nella versione portoghese, perché Pessoa, tra altri nomignoli e vezzeggiativi, chiamava la fidanzata “la sua piccola Ofelia”) è diventata per me un posto felice, un repositorio di cose belle nel quale rifugiarmi e dietro al quale nascondere la mia timidezza (Lucio Battisti usava i suoi ricci, io uso Ophelinha, anche un po’ i ricci, a dire il vero). Ophelinha è un po’ la regina di quelle storie d’amore infelici e contrastate di cui ho sempre voluto farmi paladina, ed è rétro e antiquata quanto basta per piacermi.

Dietro Ophelinha c’è Manuela, timida, disordinata, idealista, donchisciottesca, nevrotica, insonne, perennemente alla ricerca di qualcosa.

Amo leggere, scrivere quando ne ho voglia, viaggiare (specie se si tratta di andare a Londra, il mio posto preferito in assoluto, o se si tratta di andare da qualche parte dove c’è il mare e possibilmente il sole). Amo il teatro (ho fatto parte di un gruppo anglofono fino a due anni fa e mi manca un sacco), la campagna inglese, i frullati di frutta, un buon vino bianco (aziende vinicole, vero che volete farvi sponsorizzare da me?), la focaccia, la musica di Leonard Cohen e di Joni Mitchell (non ascolto solo musica deprimente, lo giuro).

Mi interessano la politica internazionale e il mondo della comunicazione e dei new media, che sto cercando di approfondire, essendo da qualche mese tornata a studiare.

Non amo le polemiche (specie quelle sui social media – a cui comunque sono troppo pigra per rispondere), i posti troppo affollati, la mancanza di gentilezza, l’opportunismo, l’arroganza, il freddo e la neve. Sto cercando di trovare il giusto equilibrio tra l’eccesso di condivisione e l’essere diventata una privacy freak: le cose più belle e personali, però, me le tengo per me, ben strette.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio scaffale d’oro metterei in primis i libri che mi hanno insegnato ad amare la lettura: Piccole donne di Louisa May Alcott, Cime tempestose di Emily Brontë, tutta Jane Austen. Ci sarebbe tanta poesia: Antonio Machado, Juan Ramón Jiménez, Federico García Lorca, Eugenio Montale, Jacques Prévert, TS Eliot, Sylvia Plath, Emily Dickinson, ee cummings, Wislawa Szymborska, Leonard Cohen, Pablo Neruda, solo per citarne alcuni. Ci sarebbero le lettere di Pessoa alla fidanzata e quelle di Sylvia Plath alla madre. Ci sarebbero i racconti di Alice Munro e l’Ernest Hemingway di Addio alle armi, Per chi suona la campana e Fiesta. Ci sarebbe l’incredibile Gabo con le meraviglie di Macondo e l’idilliaca Port William di Wendell Berry. Non potrebbe mancare una rappresentanza russa, Anna Karenina e Lolita in cima al mucchietto. Ci sarebbe un libro che ho amato in un momento particolare della mia vita, L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, qualche biografia e qualche bella saga familiare, tipo I viceré di De Roberto. Non potrebbe mancare qualche testo teatrale – l’Amleto shakespeariano, Casa di bambola di Ibsen, La Locandiera di Goldoni per un amarcord di tutto rispetto. Ci sarebbe Il grande Gatsby, col suo finale che mi fa rabbrividire ogni volta che lo leggo, e L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. Ci sarebbero vecchi amici – La coscienza di Zeno di Svevo, il Coe de La banda dei brocchi e La casa del sonno, Via col Vento della Mitchell, Sostiene Pereira di Tabucchi, nuovi amori – Jonathan Franzen, nuove scoperte – Miriam Toews e Elizabeth Strout.

E ci sarebbe un bel po’ di spazio per i libri che verranno.

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4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Sono un po’ Ofelia, un po’ Rossella O’Hara di Via col Vento: testarda, ostinata, sono bravissima a fare pessime scelte e a rimpiangerle per molto, moltissimo tempo. La mattina del mio ventiquattresimo compleanno ho trovato sulla porta della mia stanza (abitavo in uno studentato) un post-it con l’aggettivo quixotic, e non a torto: ho in comune con Don Chisciotte la tendenza a battermi per le cause perse  e a essere romanticamente idealista (e a sentirmi fuori posto abbastanza spesso).

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

…sarebbe la canzone che gli ha dato il titolo (vedi risposta uno), con un tocco di Famous blue raincoat di Leonard Cohen e di Both sides now di Joni Mitchell (cantata a squarciagola sotto la doccia).

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Con la lettura è sempre andata abbastanza bene, anche se il trucco nel mio caso è trovare il libro che funzioni a seconda delle situazioni, ispirazioni, stati d’animo, livelli di stress e stanchezza.

Con la scrittura è molto più altalenante: non scrivo quando non ne ho voglia, non scrivo quando non ho effettivamente qualcosa da dire. La scrittura – specie quella personale, che non va a finire necessariamente nel blog, almeno per ora – va spesso per me di pari passo con stati d’animo riflessivi e malinconici: per dirla con Luigi Tenco (o Bruno Lauzi, dato che non ci si mette d’accordo sulla paternità di questa citazione), quando sono felice esco.

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7) Progetti in cantiere

Mi piacerebbe tornare a dare al blog un taglio più personale: parlare di letteratura e raccontare storie mettendoci anche pezzi di me. La realtà è che, al momento, scrivo prevalentemente lettere di motivazione da affiancare al curriculum, e, per quanto inizi seriamente a pensare che alla redazione di cv e affini andrebbe dedicato un intero genre, non credo che il mondo sia ancora pronto a canonizzarlo. In definitiva, mi tocca mettermi a ricercare la mia voce eccetera, sperando che il processo non sia troppo lungo o doloroso e che non includa meditazione o affini (ho provato a meditare una volta e sono andata in spin: devo pensare a un posto felice – non mi viene in mente un posto felice – ma ho attaccato la lavatrice stamattina? – ma che ansia.)

Vorrei anche ripetere a dicembre il calendario dell’Avvento letterario e continuare a organizzare iniziative insieme a gente che mi piace.

 

Sono prolissa, lo so. Se siete arrivati fino a qui sotto meritate un premio 😉

 

Sylvia Plath, la donna senza voce

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L’undici febbraio 1963, nel corso di uno degli inverni più rigidi conosciuti a Londra, Sylvia Plath si toglie la vita. Nel momento stesso in cui la Sylvia-persona smette di respirare, la testa appoggiata su un panno ordinatamente piegato in due, nasce una leggenda.

Quando la Sylvia mamma, poetessa, moglie tradita dal cuore spezzato, figlia arrabbiata, artista tormentata tace per sempre, dalle sua ceneri emerge l’idea di Sylvia: un’idea di cui hanno cercato – e continuano a cercare – di appropriarsi studiosi, critici, storici, eserciti di femministe. Ognuno di questi gruppi cerca di alzare la voce, di gridare di più, di fare ascoltare al mondo la propria versione di Sylvia: una Sylvia che ormai non può più difendersi e cercare di raccontare la sua, di versione, mentre il suo unico romanzo – La campana di vetro – e le sue poesie vengono rivisitate e forzate ad assumere la forma, la dimensione e le sfumature imposte loro dalla mitologia imperante.

Questo è il rischio che si corre quando si scrive della Plath: le versioni e le rappresentazioni che si sono avvicendate nel corso degli anni sono così diverse tra loro che Sylvia ha perso la sua voce, intrappolata in una rete sempre più contorta di aspettative individuali e collettive, mentre i due schieramenti della tifoseria – i pro Hughes, nettamente in minoranza, e i pro Plath, agguerriti e pieni di rivendicazioni – si guardano in cagnesco. Ognuno di loro vuole un pezzo della Plath, un pezzo che corrisponda a una precisa idea e raffigurazione, tanto che non si può fare a meno di chiedersi: chi è davvero Sylvia Plath? A chi appartiene l’idea, la memoria, il ricordo della creatura mitologica che emerge dalle ceneri con i suoi capelli di fuoco e mangia gli uomini come se fossero aria?

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Image credits: Etsy

Di chi sono le sue parole – e non solo quelle pubbliche, ma quelle più intime, quegli spaccati di vita quotidiana racchiusi nelle lettere e nei diari?

Uno degli episodi più macabri ed eccessivi di questa lotta per l’appropriazione della poetessa rimasta eternamente trentenne riguarda la sua lapide. Il 7 aprile 1989, due ammiratori della poetessa scrivono una lettera al Guardian per esprimere la loro indignazione per non essere riusciti a trovare la tomba di Sylvia, sepolta a Heptonstall, nel West Yorkshire. La sua lapide era infatti stata rimossa: un gruppo di femministe, offese dal fatto che l’iscrizione sulla lapide leggesse Sylvia Plath Hughes (i due non erano legalmente divorziati al momento della sua dipartita) avevano infatti grattato via il cognome del marito, e la lapide era stata rimossa per essere riparata.

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Un altro feudo degno di nota è quello nato tra i lettori, gli studiosi, i biografi e The Plath Estate, gestito con mano ferrea da Hughes (deceduto nel 1998) e da sua sorella Olwyn, agente letteraria, deceduta a gennaio. I due fratelli hanno dato filo da torcere ai biografi che, nel corso dei decenni, hanno cercato di raccontare la loro versione di Sylvia, tra querele, richieste di ritrazioni, lettere aperte, permessi non accordati: l’unica biografia approvata da Olwyn, Bitter fame, è stata praticamente scritta a quattro mani dalla stessa Olwyn e dalla poetessa Anne Stevenson, finendo per offrire un’agiografia di Ted Hughes e un’immagine alquanto negativa della Plath, mangiatrice di uomini, misogina, patologicamente gelosa del marito, offuscata dai suoi problemi mentali.

L’intera vicenda della sfortunata biografia Bitter fame è raccontata dalla scrittrice e giornalista Janet Malcolm in The Silent Woman: Sylvia Plath e Ted Hughes. La Malcolm, oltre a  ricostruire quelle vicende che hanno cercato di erodere la potenza della voce della Plath, offre interessanti spunti di riflessione sulla natura stessa delle biografie: il biografo, scrive, è un ladro professionista che si infiltra nelle case degli altri e rovista nei loro cassetti, svuotandone il contenuto e sottraendone sia le cose di valore, sia i segreti più sordidi, in una sorta di estasi voyeuristica.

C’è sicuramente un elemento di voyeurismo nelle vicende della famiglia Hughes-Plath, che fanno gridare Ted alla persecuzione e che vengono esasperate dalle vicende editoriali dopo la morte di Sylvia. La campana di vetro, il suo unico romanzo, era stato infatti pubblicato solo in Regno Unito e con uno pseudonimo, Victoria Lucas: Sylvia temeva infatti soprattutto di ferire i sentimenti della madre, la cui ambizione eccessiva nei confronti della figlia e la sua parziale cecità nei confronti dei suoi problemi psicologici sono incarnati dalla madre di Esther Greenwood.

All’inizio degli anni ’70, Hughes chiede alla madre della Plath, Aurelia, il permesso di pubblicare il romanzo anche negli Stati Uniti, per una motivazione alquanto veniale che rivela in una lettera datata 24 marzo 1970: Ted racconta all’ex suocera di aver adocchiato una bellissima casa nella costa nord del Devon. Non vuole vendere la casa che ha comprato nello Yorkshire, definendola un ottimo investimento, nè Court Green, il cottage in cui aveva vissuto con Sylvia, per ragioni sentimentali:

“Therefore I am trying to cash all my other assets and one that comes up is The Bell Jar”.

Aurelia acconsente a malincuore, ma vuole la sua parte: il permesso di Hughes di pubblicare le lettere che Sylvia aveva scritto a lei e a fratello, ovviamente in un’edizione rivista e corretta da lei, con tutti i tagli e le omissioni necessarie.

Anche i Diari, nei quali la voce di Sylvia può finalmente trovare libero sfogo, non sfuggono alle forbici di Hughes: il diario degli ultimi mesi di vita della poetessa viene da lui distrutto, sostenendo che fosse suo dovere risparmiare ulteriori sofferenze ai loro due figli, Frieda e Nicholas; un altro dei diari scompare misteriosamente. Tuttavia, come scrive Katharine Viner, è nei diari che ritroviamo le varie identità di Sylvia: la casalinga anni ’50, la donna sessualmente liberata anni ’60, la femminista anni ’70 e anche un tocco della Bridget Jones degli anni ’90:

“The journals remind us that there was a time when Sylvia Plath was alive and living – angry, happy, distressed, bitchy, silly, right, wrong. In her own words, withouth the filter of biography or poetry, here, the silent woman speaks for herself” (I diari ci ricordano che c’è stato un momento in cui Silvia era viva e viveva – arrabbiata, felice, angosciata, pettegola, frivola, giusta, sbagliata. Attraverso le sue parole, senza il filtro della biografia o della poesia, qui la donna silenziosa ritrova la sua voce”.)

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Per questo The Silent Woman della Malcolm rimane uno studio più interessante dei diversi tentativi biografici: è infatti un’analisi delle analisi, un’interpretazione delle interpretazioni dell’immenso baraccone sorto intorno al connubio Plath-Hughes. Secondo la Malcolm, in questo marasma di articoli, libri, studi, biografie, parole, la voce della Plath è stata totalmente soffocata, e non sarà mai in grado di raccontare il freddo, la tristezza, la solitudine, l’angoscia, l’alienante disperazione di quegli ultimi mesi. Tutti si arrogano il diritto di parlare al posto suo, in suo nome: ma la sua voce, diventata sempre più fievole fino a svanire del tutto quel gelido 11 febbraio, è stata così sottoposta a interventi esegetici e di alterazione che bisogna essere in grado di scavare sotto tutti gli strati per cercare di ritrovarla.

Bisogna approcciarsi alla Plath, sia alla sua prosa che alla sua poesia, cercando di non leggere tutto attraverso il mito della sua vicenda biografica: solo così, libere dal peso di decenni di tentativi di appropriazione, le sue parole riacquisteranno un senso perlomeno simile a quello originale, e Sylvia Plath, la ragazza di vetro andata a pezzi poi incollati alla meno peggio e messi a prendere polvere nel buio di una credenza scura, riacquisterà la sua propria voce.

Tesoro, è tutta la notte

che vacillo, spenta, accesa, spenta, accesa.

Le lenzuola si fanno grevi come il bacio di un vizioso.

Tre giorni. Tre notti.

Acqua e limone, acqua

di pollo, acqua mi fanno vomitare.

Sono troppo pura per te o per chiunque.

Il tuo corpo

mi fa male come il mondo fa male a Dio. Sono una lanterna_______

la mia testa una luna

di carta giapponese, la mia pelle oro in foglia

infinitamente delicata e infinitamente costosa.

Non ti sbalordisce il mio calore? È la mia luce.

Tutta sola, sono un’enorme camelia

che arde e viene e va, vampa su vampa.

Sto sollevandomi, credo.

Credo che salirò______

I grani di metallo bollente volano e io, amore, io

sono una pura

vergine

di acetilene, scortata da rose,

da baci e cherubini,

da tutte queste strane cose rosa.

Non tu, né lui,

non lui, né lui

(i miei io che si dissolvono, vecchie gonnelle di puttana)________

verso il Paradiso.

(Da Febbre a 40 gradi, trad. a cura di Anna Ravano)

Consigli di lettura:

Soundtrack: Celebrity skin, Hole (You want a part of me? Well I’m not selling cheap, no, I’m not selling cheap)

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Tutti i piccoli, piccolissimi dispiaceri di Miriam Toews

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Nature morte, Sophia Koegl e Robert Dziabel

La depressione è il male del nostro tempo, eppure mi sconvolge (e mi rattrista) l’atteggiamento della maggior parte dei non depressi, di coloro che, fortunatamente, non hanno mai esperito the mean reds, per dirla con Holly Golightly e Truman Capote:

“You know the days when you get the mean reds?
(Paul Varjak) The mean reds. You mean like the blues?
(Holly Golightly) No. The blues are because you’re getting fat, and maybe it’s been raining too long. You’re just sad, that’s all. The mean reds are horrible. Suddenly you’re afraid, and you don’t know what you’re afraid of.
Do you ever get that feeling?”

(Breakfast at Tiffany’s, Truman Capote)

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Secondo alcuni dei non depressi (che chiameremo negazionisti) la depressione non esiste. È la tendenza che caratterizza un manipolo di pessimisti proni a vedere il bicchiere sempre vuoto e alla disperata ricerca di attenzioni, che cercano di strascinare nel vortice della loro (incomprensibile) tristezza coloro che li circondano.

I non negazionisti sono gli allarmisti, che considerano la depressione una pericolosa malattia mentale: chi ne soffre non può avere tutte le rotelle a posto.

L’anno scorso la Pixar ha prodotto Inside out, un’intelligente riflessione sull’impossibilità di essere sempre felici (che poi, cos’è davvero la felicità?) nell’epoca delle timeline di Facebook, di Twitter, di Instagram, della vita Pinterest, dove la felicità perenne sembra quasi un obbligo, dove – in una sorta di contorto social-darwinismo – non c’è posto per i momenti di scoramento, per le perdite, per le mancanze, per i cuori spezzati, per i momenti bui: sei sei down, sei out.

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Inside out insegna a non vivere i momenti di infelicità come una debolezza, a non vergognarsi della malinconia, a imparare a convivere con la tristezza.

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Questa lunga riflessione si inserisce tra le dinamiche familiari dei protagonisti di All My Puny Sorrows di Miriam Toews (il cui cognome si pronuncia Taves, che fa rima con saves). La Toews mi era stata consigliata e aspettavo il momento giusto per iniziare a leggerla. Questo momento è arrivato inaspettatamente a New York in un tardo pomeriggio di pioggia torrenziale: mi sono rifugiata in una libreria dalle parti di Little Italy, ho afferrato una copia di All My Puny Sorrows (in italiano I miei piccoli dispiaceri, pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di M. Balmelli, con una copertina ancora più adorabile di quella dell’edizione che ho sfogliato a NYC) e ho letto le prime quaranta pagine tutte d’un fiato, per poi finire il libro sul Greyhound da New York a Philadelphia.

Il titolo del romanzo è tratto da una poesia di Coleridge, To A Friend, With An Unfinished Poem:

“I, too, a sister had, an only sister —
She loved me dearly, and I doted on her;
To her I pour’d forth all my puny sorrows.”

Come nei versi di Coleridge, Yoli ha una sorella, Elf, talentuosa, fragile, complicata e bellissima. Le due sono legate da un legame tanto forte quanto problematico e tormentato: sono entrambe reduci, sopravvissute a una severa, intransigente educazione mennonita, vissuta all’interno di una comunità che si arroga il diritto di controllare, criticare, condannare le famiglie che ne fanno parte. Elf è la prima a ribellarsi, iniziando a suonare il pianoforte nonostante la cosa non venga vista di buon occhio dagli anziani. Giovanissima, vince una borsa di studio per la Norvegia e riesce a scappare, a viaggiare, a diventare una pianista di fama mondiale, adorata dal compagno, Nic. Al confronto, la vita di Yoli sembra molto più incasinata: due figli da due matrimoni diversi, entrambi finiti, una serie di storie che la lasciano più vuota e sola che mai.

Tuttavia, c’è una differenza sostanziale tra le due sorelle; Elf non vuole vivere. Elf vuole morire, come suo padre, uscito un giorno di casa per andare a buttarsi sotto un treno. Tra un tentativo di suicidio e l’altro – ciascuno più disperato e distruttivo – Elf chiede a Yoli di aiutarla: vuole andare in Svizzera, vuole optare per l’eutanasia, vuole porre fine a quel dolore insopportabile, a quella totale incapacità di vivere. Vuole smettere di soffrire. Vuole essere salvata dalla persona che più la ama al mondo e le è complementare.

Come si fa ad aiutare una persona amata a morire? Mi viene in mente il bellissimo, lacerante racconto di Poissant, Come aiutare tuo marito a morire: tuttavia, il marito in questione è gravemente malato di cancro, mentre Yoli spera ancora di riuscire a salvare la sua Elf adorata, portandola via con sé, a Toronto. Cercando di portarla al sicuro, al sicuro dalla vita, salvandola da se stessa.

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Elf sente troppo: ogni emozione, ogni sentimento viene amplificato e la lascia esausta. Ogni nota va a suonare quel pianoforte di vetro che alberga dentro il suo stomaco, che potrebbe andare in pezzi ogni istante, distruggendola. Elf sente sulla sua pelle, dentro il suo stomaco quel male di vivere che Montale ha eternato nei suoi versi:

“Spesso il male di vivere ho incontrato

 era il rivo strozzato che gorgoglia

 era l’incartocciarsi della foglia

 riarsa, era il cavallo stramazzato.

 Bene non seppi, fuori del prodigio

 che schiude la divina Indifferenza:

 era la statua nella sonnolenza

 del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.”

Tutto l’amore del mondo – quello di Yoli, quello incondizionato di Nic, quello di sua madre, che è una vera e propria fortezza, quello dei suoi nipoti, quello del suo agente, quello dei suoi ammiratori – nulla può contro il dolore e il desiderio di morte di Elf.

Ho amato il personaggio di Nic: non ha paura della malattia di Elf, non prova nemmeno una volta il desiderio di scappare, è sempre pronto a raccogliere i pezzi e a ricominciare, grato di ogni nuovo giorno accanto alla compagna, di cui non stigmatizza né banalizza la sofferenza del corpo e dell’anima. Quando Nic vede Elf, non vede solo la sua depressione, la sua incapacità di continuare a vivere, il suo folle, esacerbato desiderio di morte: vede la luce di Elf, tutta quella luce che gli altri non riescono a vedere. La sua sensibilità di farfalla, la fragilità di chi è oppresso dalla presenza di un pianoforte di vetro nello stomaco, che soffoca le note dell’anima. Come Esther de La campana di vetro, anche Elf è una ragazza di cristallo; e la Towes è coraggiosa quanto la Plath, raccontando sotto forma di finzione la sua storia, la storia della sua famiglia, martoriata dalla depressione.

Nic, anche nel peggiore dei momenti, anche quando la sua bellissima, complicata ragazza di cristallo gli scivola dalle mani, guarda in faccia la madre di Elf e la ringrazia di averla messa al mondo, insieme a tutti i suoi piccoli, grandi dispiaceri.

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Miriam Toews, foto di Teri Pengilley per The Guardian

I don’t remember what I am. I am what I dream. I am what I hope for. I am what I don’t remember. I am what other people want me to be. I am what my kids want me to be. I am what Mom wants me to be. I am what you want me to be”.

(All My Puny Sorrows, Faber&Faber, in italiano I miei piccoli dispiaceri, pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di M. Balmelli)

 

Soundtrack: Blue, Joni Mitchell

I #BookBreakfast di Petunia Ollister

PO1Di Instagram come strumento da utilizzare per diffondere libri belli si era già parlato un po’ di tempo fa, in occasione dell’iniziativa #unlibroallasettimana (un hashtag ci seppellirà, lo sento. Lo so.)

Facezie a parte, mi servo spesso e volentieri di Instagram per cercare belle edizioni dei libri che colleziono (Anna Karenina, Lolita, Orgoglio e Pregiudizio, tutto di Sylvia Plath: se vi va di suggerirmi qualche edizione bella e/o rara, non potrà che farmi piacere). Nelle mie scorribande mattutine, tra un occhio ancora chiuso e una tazza extra-large di caffè, ho intravisto qualcosa che mi è piaciuto molto: i libri a colazione di Petunia Ollister* (potete seguirla su Twitter e su Instagram, appunto).

Lascio la parola a Petunia, che vi racconterà come sono nate le sue colazioni letterarie.

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I #BookBreakfast sono nati una mattina mentre sfogliavo il libro dei graphic designers di Daily Dishonestly. Quando ho osservato che la tazza da cui stavo sorseggiando il caffè era esattamente dello stesso colore della copertina, in un secondo ho preso la scala, ci sono salita e ho scattato una foto perfettamente dall’altro. Il format è nato e non ho più cambiato lo schema. Da quel giorno ho iniziato a pensare a quale libro avrei fotografato la mattina successiva, al colore delle grafiche di copertina, alla frase da scegliere e allo styling della composizione.

I criteri sono variabili ma sempre governati dalle mie ossessioni per gli accostamenti cromatici, il rigore per le disposizioni simmetriche e la compulsione allo scatto dall’alto hanno fatto il resto.

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Ho sempre letto molto fin da bambina, l’escamotage per vivere infinite storie e emanciparmi dalla realtà piatta e monotona della provincia lombarda. I libri che fotografo vengono per la maggior parte dalla mia libreria, piuttosto ben fornita, complici gli studi umanistici e vari lavori nel mondo editoriale, e da amici che hanno deciso di darmi i loro libri più cari da immortalare”.

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Lo scaffale d’oro di Petunia:

– Franzen, Le correzioni

– Eugenides, Middlesex

– Fenoglio, Una questione privata

– Mann, I Buddenbrook

– Coe, La banda dei brocchi

– Hornby, Alta fedeltà

– DeLillo, Underworld

– Wolf, Casandra

– Richler, La versione di Barney

– Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

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*Bio: Petunia Ollister è uno pseudonimo nato cinque anni fa dall’involontaria collaborazione tra le menti – brillanti – di alcuni amici che progressivamente ha soppiantato la sua persona anagrafica. Chi la incontra non si ricorda nemmeno il suo vero nome ma conosce molto bene Petunia, i suoi difetti e le sue passioni, tra cui l’ossessione per i libri.

Soundtrack: 500 miles, The Proclaimers

(Ndrm – nota della redazione mia: vi dedico la mia canzone del risveglio, fatene buon uso…)

Sylvia Plath. Solitudini e moltitudini.

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Penso spesso alla solitudine di Sylvia Plath.

Non in modo morbosamente curioso: succede quando leggo una sua poesia, quando sfoglio i suoi diari (ritrovando tra le sue parole tanto di me, più di quello che vorrei), quando ripercorro le tappe della sua vita attraverso le sue lettere – quasi come sfiorare una persona cara al buio, riconoscerne i tratti, colline di guance e vallate di collo.

Penso a quanto si sia sentita sola, quella sera di febbraio del 1963. Così sola che nessuno sarebbe più riuscita a toccarla, pelle e anima, che nessuno sarebbe più riuscito a guardarla e vederla, veramente. Sola di quella solitudine che ti avviluppa tutta e diventa una seconda pelle scomoda, appiccicosa, sudaticcia. La pelle di qualcun altro.

Così sola che nessuno sarebbe più riuscito ad ascoltarla – non sentirla, ascoltarla – e capire quella voglia di gridare e battere i denti e strapparsi vestiti e capelli di dosso ed esorcizzare tutto quel dolore, quella stanchezza di secoli, quell’impossibilità di rassegnarsi al flusso degli eventi, di vivere giorno per giorno.

Penso a quanto debba aver lottato per anni senza mai rassegnarsi alla mediocrità, senza riuscire a cercare pace, cercando qualcosa e qualcuno da amare così tanto da farle male, da farla sentire profondamente, inesorabilmente viva. Da distruggerla.

Penso a quanto debba aver avuto freddo, quella notte, nel suo appartamentino londinese. Così freddo da essere scossa da brividi dalla testa ai piedi, lame di gelo conficcate tra le scapole, stalattiti di ghiaccio a perforare il cuore, con la convinzione recondita di non riuscire mai più a provare l’abbraccio del calore. Un abbraccio capace di liberarla da quell’inverno perpetuo e riportarla nelle sue amate spiagge della East Coast, la pelle giovane sporca di sabbia bianca e tostata dal sole, i piedi immersi nell’acqua trasparente come quando, a due anni e mezzo, la madre le aveva annunciato l’arrivo del fratello Warren, e Sylvia aveva preso coscienza di essere parte del tutto ed essere al tempo stesso un essere autonomo, con limiti e confini ben delimitati.

Penso a quanto dovesse avere fame. Non fame di quel pane e quel latte che avrebbe lasciato per la colazione dei suoi bambini: fame di vita, così tanta da esplodere, fame di balli e vestiti che lasciavano le spalle scoperte e macchine decappottabili e ragazzi alti Ivy League e scarpe a tacco e vento tra i capelli . Fame di parole, parole partorite dal sangue e dall’inchiostro che trovavano la loro collocazione in strutture retoriche perfette, parole che messe tutte insieme avevano senso, davano un senso al dolore, all’alienazione, all’impossibilità di essere capite, a quell’amore così assoluto da tradursi nell’impossibilità di respirare. Nostalgia di un tempo in cui quelle parole, quei versi, quelle frasi si facevano ricettacolo di una rabbia muta e sorda, e sfamavano la necessità di capire, di capirsi, di riconoscersi.

Penso a Sylvia, seduta a tavola, il capo chino sulle mani, a ripercorrere la trama dei suoi errori, di tutte le cose che avrebbe potuto fare meglio, di tutte le cose che aveva voluto fare e non aveva mai fatto. Quella lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard, quell’esperienza newyorkese che sapeva di cocktail andati a male, le poesie più belle che non avrebbe mai scritto, Ted. Quella pantera che le aveva strappato la fascia dai capelli e aveva preteso di cibarsi del suo cuore. Quel poeta dal quale si era spesso sentito oscurata, e dal quale, al tempo stesso, era incoraggiata a scrivere, a fare di più, a fare meglio. Quello stesso Ted che avrebbe poi scritto Birthday Letters, uno struggente commiato in versi (che emana anche l’odore pungente di una catarsi tardiva dai sensi di colpa) dalla moglie abbandonata, ormai morta, che fa intravedere in quella stanzetta londinese anche la sua ombra: un’ombra scomoda, che non c’era quando Sylvia ne avrebbe più avuto bisogno. Too little, too late.

Penso a Sylvia, che ha amato così tanto Ted senza forse mai conoscerlo veramente, e a Ted, che proprio non riesco a farmi stare simpatico, che forse ha amato Sylvia senza mai capirla a fondo. Senza mai vederla davvero, quella bellissima ragazza di vetro incrinata da tante, troppe fragilità.

E penso a Sylvia e ai suoi bambini, a Nicholas e Frieda. Penso al dolore struggente di una madre che sa che non li vedrà mai crescere, che li abbraccia col cuore, con gli occhi, con la memoria, nella quale rimarranno sempre piccoli, nella quale non cresceranno mai. Sylvia non sarà con loro il primo giorno di scuola, non nasconderà i loro regali sotto l’albero di Natale, non asciugherà le lacrime delle prime delusioni d’amore, non assisterà alla loro cerimonia di laurea.

Cerco di immaginarmi come sia stato, quando tutto è diventato troppo, quando il peso di se stessa, l’orrore di convivere con se stessa, il peso delle responsabilità e di tutte le decisioni moltiplicate per tre sono diventati semplicemente insopportabili. Ripercorro i suoi passi silenziosi, forse scalzi sul pavimento gelido, rivedo quelle azioni così semplici e quotidiane eseguite con maldestra maestria per l’ultima volta: aprire il frigo, versare il latte nei bicchieri, affettare il pane (sentire la lama fredda del coltello contro la guancia, indugiare in una voluttà momentanea, un desiderio di sangue: il sangue della ferita di Ted dopo quel morso irruento di Syvvy alla prima festa, il sangue mensile, il sangue dell’imene lacerato di Esther Greenwood; ma non è così che deve finire).

Penso a Sylvia che prepara con cura gli asciugamani col monogramma (magari SH, non SP) e tappa ogni fessura con cura maniacale, il suo modo di accomiatarsi.

E penso a Sylvia, sdraiata per terra sul pavimento gelido, cercando di colmare quella voragine nel cuore che, nonostante tutto l’amore e le parole e i ricordi e i successi, diventa sempre più profonda, aspettando che il suo cuore esploda, sperando con tutta la se stessa che le rimane di trovare pace.

Tutto questo Katie Crouch l’ha raccontato molto meglio di me qui. Perché, quando quella particolare campana ha suonato, ha toccato – e continua a toccare, e a scuotere nel profondo – migliaia di non isole che abitano acque agitate, e che hanno bisogno di non sentirsi soli come Sylvia, quella notte. Hanno bisogno di dissetarsi di versi che testimonino che qualcun altro, un giorno, una notte, si è sentito esattamente nello stesso modo, e ha trasformato la rabbia e il dolore in energia creativa, in poesia immortale. La solitudine di una donna in una freddissima notte di febbraio è diventata il cuore pulsante di una moltitudine viva, vitale, vibrante: tre aggettivi che Sylvia – sia quella bionda che quella bruna – avrebbe amato.

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Cinque curiosità su Sylvia Plath

Questo post nasce come traduzione di un articolo di Interesting literature.

Tuttavia, trattandosi di Syvvy, la tentazione di aggiungere qualcosa di mio era troppa, quindi troverete qui e lì delle simpatiche Ndrm (note della redazione mia). Buona lettura!

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  1. Durante il suo primo incontro con Ted Hughes, Sylvia Plath rimane così scossa che gli morde la faccia. I due avvertono un’inspiegabile attrazione e iniziano quasi subito a – letteralmente – divorarsi di baci. Quando lasciano la festa dove si sono incontrati, Sylvia si accorge che il morso sul viso di Ted sta sanguinando.

(Ndrm: sia Ted che Sylvia si erano recati alla festa accompagnati, lui da un’altra studentessa di Cambridge, tale Shirley, lei da Hamish Stewart, col quale aveva bevuto copiosamente scotch. Sylvia è così inebriata che per strada continua a sbattere contro gli alberi che incontra. Ted non è meno selvaggio di Sylvia: le strappa dai capelli la fascia rossa, che le sequestra per essere sicuro di rivederla, e, baciandola, le fa cadere gli orecchini. Sylvia lo descrive come a big, dark, hunky boy, un ragazzone scuro e muscoloso.

Ted ricorda il loro primo incontro nella poesia 18 Rugby Street, che fa parte della raccolta Birthday letters, una sorta di commiato in versi di Hughes dall’ex moglie morta).

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  1. Ted Hughes e Sylvia Plath si sposano il 16 giugno in onore di James Joyce.

La scelta della Plath e di Hughes vuole essere un omaggio al Bloomsday, il giorno in cui sono ambientate le vicende dell’Ulisse. Lo stesso Joyce aveva scelto il 16 per commemorare il suo primo vero appuntamento con Nora Barnacle, la donna che sarebbe poi diventata sua moglie.

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  1. Il padre di Sylvia era esperto di api. Otto Plath era infatti entomologo e professore di biologia presso la Boston University, autore di una monografia sui calabroni, Bumblebees and their ways, pubblicata nel 1934, quando Sylvia aveva appena due anni.

(Ndrm: Otto Plath aveva deciso che sarebbe morto precocemente di malattia e si era autodiagnosticato un tumore, chiudendosi nelle sue stanze e vivendo totalmente alienato dai figli. In realtà, Otto sarebbe morto nel 1940 di diabete. Per Sylvia, il padre avrebbe rappresentato, nel suo immaginario poetico, la volontà di morte).

  1. W. B. Yeats aveva abitato nell’appartamento dove Sylvia Plath mette fine ai suoi giorni.

La Plath sapeva che il grande poeta irlandese aveva abitato al 23 di Fitzroy Road a Londra, nello stesso appartamento che lei avrebbe occupato dal 1962 fino alla sia morte, sopravvenuta nel 1963; pensava che l’illustre poeta avrebbe giovato alla sua scrittura, portandole ispirazione.

  1. La Plath ha scritto un libro di filastrocche per bambini, The Bed Book, una raccolta di poesie sui diversi tipi di letti, pubblicata solo nel 1976, tredici anni dopo la morte della poetessa.

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Come nel caso di molti libri per bambini, The Bed Book era stato scritto per divertire i figli dell’autrice. L’edizione inglese originale viene illustrata da Quentin Blake, noto per aver illustrato molti dei libri di Ronald Dahl.

 

Per approfondire:

Immensamente Sylvia Plath (cenni biografici)

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

Essere prese sul serio.

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Ieri sera ho pianto. Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina, con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà: sull’egoismo di Henry, sulla smania di potere di June, sulla mia creatività insaziabile che deve sempre occuparsi degli altri e non sa bastare a se stessa. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso anche amare senza credere. Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.

Anaïs Nin, Diari

Il femminile non è un errore. Tra tante, troppe polemiche  e piccole, grandi disfatte quotidiane, mi rendo conto che la Nin ha ragione: essere donna è un lavoro a tempo pieno di per sé  e non diventa facile, anzi.

Perché essere una donna significa, in ogni caso, fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, in tutti gli ambiti.

Il mio blog ha uno sfondo rosa. E non solo perché questo colore – tanto bistrattato, patriarca di tutti gli stereotipi di genere, fortemente connotato – mi piaccia: anche – e soprattutto – perché vuole essere a modo suo un messaggio, una minuscola goccia nell’oceano. Si può amare il rosa senza per questo essere delle ochette svampite. Si può amare il rosa e parlare cinque lingue, aver affrontato molteplici traslochi internazionali, aver preso in mano le carte offerte dalla vita e averle giocate tutte, anche gli innumerevoli due di picche.

Mi dicono che ho la faccia da bambina. Mi dicono che sembro “troppo giovane”. Che poi non lo sono nemmeno, così giovane, almeno non più, e anche se indosso calze turchesi e cappotto giallo posso essere comunque dannatamente brava in quello che faccio – o quantomeno meritare una possibilità. Una cravatta gialla o turchese genererebbe le stesse perplessità? Ecco, appunto.

Mi piace Jane Austen, esponente – a quanto pare – di un tipo di letteratura “rosa” (ancora una volta), un brodo di giuggiole di fidanzamenti e matrimoni e tè del pomeriggio (dimentichiamoci pure il fatto che la Austen, insieme alle sorelle Brontë, abbia sdoganato un certo tipo di eroina, la protagonista femminile alla Cenerentola, oh-sono-cosi-carina-e-fragile-tu-maschio-vieni-a-salvarmi). Questo non significa che non mi piacciano altri autori: più testosteronici, più en vogue, più “giusti” (sempre secondo i canoni assurdi di cui si è già parlato). Questo non significa che stia lì a leggere spin-off di cattivo gusto invece di, che so io, Martin Amis, o delle lezioni americane di Nabokov. Allora perché sento il bisogno di stare qui a giustificarmi?

Una volta venivo qui a diluire i miei pensieri , accompagnati da pillole di letteratura. Ora cancello post, e mi nascondo dietro i libri (rimanendo sempre lì, perché la mia soggettività non riuscirà mai a diventare totalmente oggettiva). Perché ho paura di non essere presa sul serio, se svelo pezzi di me? E non stiamo mica parlando di vita quotidiana o vicissitudini sentimentali o altra roba esageratamente in prima persona, che farebbe a pugni con la mia natura riservata, da riccio: ma di impressioni, tout court. Scrivere mi ha sempre aiutato a “spurgarmi” l’anima: invece no, ultimamente scrivo coi guanti da chirurgo, attenta a non sporcare le pagine.

Non so cucinare. Se sapessi farlo, mi piacerebbe sperimentare ricette care agli scrittori che amo, perché continuo a pensare che quello tra cucina e letteratura sia un connubio bellissimo, e che dentro la letteratura non ci siano solo parole, ma tanta, tantissima vita.

Non mi so truccare. Pasticcio con correttore e fondotinta la mattina, per nascondere le occhiaie della mia perenne insonnia e i sempiterni brufoli (ho capito che la vita è quella sottile linea rossa tra brufoli e rughe). Se sapessi truccarmi farei i tutorial su YouTube? Probabilmente no, anche perché non so girare video decenti, e non li so caricare. Questo non significa che snobbi le persone che hanno voglia di farlo, o quelle che hanno voglia di guardarli.

Non vesto alla moda. Mischio fantasie e colori disparati, e sono sempre spettinata. Non potrei mai farmi fare servizi fotografici fashion, né tantomeno postarli in rete. Mi fa piacere che esistano persone che sappiano vestirsi bene, e riescano a farsi fotografare senza sembrare galline con l’itterizia e il triplo mento (io).

Non potrei mai essere una mommy blogger. Non riuscirei mai a parlare di maternità, che per me resta una delle esperienza più private, più intime che una donna possa sperimentare. Tuttavia, ci sono mamme che si raccontano, e magari aiutano, con le loro parole, frotte di neomamme che dormono troppo poco e hanno bisogno di boccate d’aria.

Tutto questo pippone per dire che si, una donna può essere bella e vestirsi bene e essere mamma e amare il rosa e viaggiare e leggere Joyce e Wallace e fare colloqui di lavoro in tre lingue diverse e sfornare crostate e meringhe. Una cosa non esclude l’altra, e sarebbe anche tempo che smettessimo di giustificarci.

Quindi si, faccio coming out: scrivo poesie d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona melensa (o, come qualcuno mi ha suggerito, una persona depressa?). Tant pis.

Scrivo racconti, spesso d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona meno seria, meno attendibile quando parlo di letteratura? Tant pis.

Non sarò mai la persona posata che mi ero prefissa di essere, non scriverò mai quanto e come avrei desiderato, non avrò mai la carriera stellare che la me tredicenne aveva promesso a se stessa, casa mia sarà sempre in disordine (alla faccia dei vari Instagram e Pinterest), continuerò  ad odiare Greyville e tutte le sfumature di grigio con tutto il cuore, brucerò torte, sarò sempre spettinata, non riuscirò mai a leggere tutti i libri che vorrei, i racconti di Wallace continueranno a non piacermi (!) e continuerò a mangiarmi le unghie, a leggere poesie, a scrivere poesie, a leggere biografie su Sylvia Plath. E, almeno qui, cercherò di essere me stessa.

andrea teatro

annnnnnn

How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much

ellisQualche settimana fa mi sono imbattuta in quello che sarebbe il mio salotto ideale.
(Tra l’altro, io il salotto nemmeno ce l’ho. Una stanza qualsiasi, insomma).
Una stanza popolata di tutte quelle eroine che hanno invaso, in ordine sparso, la ma infanzia, la mia adolescenza, la  mia età attuale (senza denominazione, che è meglio), seminandovi colori e confusione, distribuendo scie di profumo e risate chiassose, mischiando lacrime a sorrisi. Le sorelle March e Esther Greenwood, Cathy Earnshaw e Rossella O’Hara, Jane Eyre e le sorelle Bennet, Lucy Honeychurch e Sarah Crewe.
Donne che non potrebbero essere più diverse tra di loro si ritrovano, da una sponda all’altra dell’Atlantico, da un secolo all’altro, nel salotto di Samantha Ellis, o meglio nel suo delizioso, brioso memoir How to be a Heroine: Or, What I’ve learned from reading too much (purtroppo non ancora disponibile in traduzione italiana).
Samantha Ellis scrive per il teatro, vive a Londra, ha origini ebraico-irachene e nutre fin da piccola una vera e propria ossessione per le eroine letterarie che racconta in un Bildungsroman autobiografico. La Ellis descrive come le  protagoniste delle sue letture abbiamo  contribuito allo sviluppo del suo carattere, alle sue scelte, alla delicata transizione da ragazza a donna, tra le mille aspettative, pretese e limitazioni imposte dalla piccola, ristretta comunità ebraico – irachena londinese.
L’interesse di Samantha per queste appassionate, carismatiche, contraddittorie figure femminili parte dall’affascinante, avventurosa storia di sua madre.
Gli ebrei di Baghdad non hanno certo avuto una vita facile: protetti durante la dominazione ottomana, hanno iniziato a essere preda di discriminazioni e persecuzioni tra le due guerre mondiali, fino ad arrivare al farhud  (pogrom, genocidio) del 1941, quando la popolazione ebrea è stata derubata, seviziata, uccisa.
La famiglia di sua madre, decisa a rimanere in Iraq a tutti i costi, cerca di scappare. Qualcosa va storto, e tutti i componenti vengono arrestati e rilasciati dopo tre settimane, riuscendo a scappare a Londra, dove sua madre, appena ventiduenne, si innamora e si sposa dopo pochissimo tempo con un altro ebreo iracheno. La piccola Samantha ambisce a una vita eroica, ricca di avventure, e con un lieto fine.
Una delle sue prime eroine è Ariel, l’infelice sirenetta protagonista della favola di Andersen. Da bambina, la Ellis si immedesima in lei perché, come Ariel è sospesa in una sorta di terra di nessuno, tra i fondali marini e la superficie, lei è divisa in due, tra il suo desiderio di visitare Baghdad e di appartenere alla comunità ebraico-irachena e la sua vita londinese, con la sua insofferenza nei confronti delle tradizioni troppo rigide della comunità stessa. Ormai adulta, la Ellis rilegge Ariel come una sorta di “campanello d’allarme” per tutte le donne: non rinunciate mai alla vostra voce! Non fate sacrifici per uomini che non se lo meritano! Non sacrificatevi, ma usatelo, quel coltello (la presenza e il sostegno di altre donne; nella fiaba di Andersen, la sirenetta può sopravvivere solo pugnalando il principe nel cuore, e bagnando le gambe nel suo sangue ancora caldo; sceglie invece di morire, dissolvendosi in migliaia di bollicine d’acqua, nonostante le sorelle avessero sacrificato i loro bellissimi capelli marini per procurarle il pugnale stregato), simbolo di affrancamento personale dalla gabbia delle convenzioni di genere.

Uno dei capitoli più interessanti è quello dedicato alla rilettura di Cime tempestose di Emily Brontë e Jane Eyre di Charlotte Brontë. Durante una gita ad Haworth, sulle tracce delle sorelle Brontë , l’autrice discute con la sua migliore amica, compagna da sempre di letture e di merende,  che preferisce la Jane di Charlotte, pacata e apparentemente scialba, ma solida e decisa, all’impetuosa Catherine che vive un amore assoluto, ma è capricciosa, viziata e snob.
Rileggendo i due romanzi, la Ellis, che nutre da sempre una predilezione per la selvaggia Cathy, rivaluta Jane Eyre, apprezzandone il coraggio e la determinazione,  i valori (quando scopre che Rochester, il suo datore di lavoro che le ha chiesto di sposarlo, ha già una moglie, Bertha, chiusa in soffitta per i suoi problemi mentali, si rifiuta di rimanere e diventare la sua amante e scappa via la notte stessa, col cuore spezzato), la generosità, il suo desiderio di instaurare con Rochester un rapporto paritario.

Tuttavia, leggendo la vicenda di Jane in chiave più critica e femminista, l’autrice sostiene che Jane e Rochester non arrivano mai a un rapporto paritario: si sposano solo quando lui, avendo perso un occhio e una mano durante un incendio causato da Bertha, ha bisogno di lei più che mai. C’è davvero bisogno che un uomo sia parzialmente disabile perché possa instaurare con la sua donna un rapporto equo?
E comunque, un’eroina perfetta che non compie mai errori (Jane Eyre) non riesce a riscuotere le simpatie indiscusse della Ellis.
Cathy è tutta un’altra storia. È una creatura selvaggia, che appartiene alle brughiere e alle lande desolate dello Yorkshire, alle foglie, al vento, alla nebbia. È viziata, capricciosa, conosce il suo cuore ma non è capace di seguirlo: nutre un amore sterminato, illimitato per Heathcliff, trovatello di oscure origini con cui è cresciuta, ma sposa codardamente Linton, il giovane più ricco della contea, sostenendo che Heathcliff la degraderebbe. Ma Cathy è Heathcliff: le loro anime sono fatte della stessa sostanza, le loro sofferenze sono condivise, la loro sensibilità è affine, come lo è il loro egoismo, il loro essere noi-due-contro-il- mondo.
Sono divisi però da divisioni sociali e valichi incolmabili; scrive la Ellis;

Cathy and Heathcliff’s love is too raw and rarefied to exist in the real world, and they know it; they can only be together as restless ghosts. (…) Their love is just not realistic. It is the kind of love, in fact, that could only be written by someone who had never been in love…and also mean that Wuthering Heights is a terrible template for actually conducting a love affair. (…) I can’t help thinking that a heroine should be able to love without being erased.
(L’amore di Cathy e Heathcliff è troppo crudo e rarefatto per esistere nel mondo reale, e loro lo  sanno; possono solo essere insieme quando diventano inquieti fantasmi. (…) Il loro amore non è realistico. È un amore che poteva essere descritto solo da qualcuno che non è mai stato innamorato…ciò rende Cime tempestose un pessimo modello di storia d’amore. (….) Non posso fare  a meno di pensare che un’eroina dovrebbe essere in grado di amare senza essere annullata dall’amore).

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Da Rossella O’Hara la Ellis impara che non è necessario diventare una lady: basta avere il coraggio di diventare una donna, ed essere fedele all’idea di se stessa. Grazie a lei e al timido, passivo Ashley, la scrittrice riesce a superare la sua attrazione fatale per gli amori impossibili:

I thought impossible love was the best kind. But I hope I’m braver about love now, and I’m tempted to make a rule that any heroine who spends a whole novel in love with someone who can’t or won’t love her back is not truly a heroine. Because unrequited love is delusional, thankless and boring. It’s also a misuse of imagination…
(Pensavo che l’amore impossibile fosse quello vero. Ora spero di essere diventata più coraggiosa in amore, e mi stuzzica l’idea di stabilire la seguente regola: ogni eroina che passi un intero romanzo innamorata di qualcuno che non può amarla o non l’amerà mai non si merita il titolo di eroina. L’amore non corrisposto è una delirante, ingrata, noiosa illusione, nonché uno spreco di immaginazione…)

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Impara dalla Franny salingeriana a trovare significato e risposte al di fuori della religione, e ad apprezzare il potere curativo e mistico del brodo di pollo; da Ester Greenwood, l’eroina autobiografica di Sylvia Plath, a convivere con l’idea che essere donna equivalga a soffrire, a sopravvivere al dolore e allo senso di smarrimento che derivano dagli attacchi di cui la Ellis diventa vittima durante gli anni universitari (derivano probabilmente da forti emicranie, causate da pulsazioni dell’arteria basilare). Questi attacchi le fanno perdere orientamento ed equilibrio, rendendola incapace di continuare a vivere come prima: da Sylvia Plath impara l’eroismo di chi lotta ogni giorno con fantasmi più grandi di lei, cercando di dare a se stessa – e ai suoi lettori  – la possibilità di rinascere dalle ceneri.

Da Lucy Honeychurch, la poco convenzionale protagonista di Camera con vista di Edward Morgan Forster, eredita il desiderio di essere coraggiosa quando scrive e nella vita, facendo sua la massima di Mr Beebe, uomo di chiesa che dice di Lucy:

If Miss Honeychurch ever takes to live as she plays, It will be very exciting both for us and for her.
(Se Miss Honeychurch iniziasse a vivere come suona, si aprirebbero nuove ed eccitanti prospettive sia per lei che per noi).

Valley of the Dolls di Jacqueline Susann le insegna a fidarsi del suo talento, e a investire tutta se stessa nel desiderio di scrivere per il teatro, facendo sua la lezione di Neely, una delle controverse protagoniste:

Guys will leave you, your looks will go, your kids will grow up and leave you, and everything you thought was great will go sour; all you can really count on is yourself and your talent.
(Gli uomini ti lasceranno, la tua bellezza svanirà, i tuoi figli cresceranno e se ne andranno, le tue cose preferite ti lasceranno l’amaro in bocca; puoi solo contare su te stessa e sul tuo talento).

L’ultima eroina del libro, Sherazade, le insegna la lezione più importante: solo appropriandoci delle nostre eroine diventiamo eroine noi stesse. Il coraggio dell’intrepida protagonista de Le mille e una notte non si trova nelle storie che racconta, ma nelle storie che vive, che salvano lei stessa, le altre vergini destinate a diventare vittime, il re.

La frustrazione della scrittrice, che ambisce ad essere un’eroina in carne ed ossa, non tarda a farsi sentire, insieme ad un paio di rivelazioni:

I felt let down when I could see a writer too much at work on a character because it reminded me forcefully that of course I didn’t have a writer working on my story, guiding me to safety, bending the laws of reality for me, bringing in a hero  to rescue me or transporting me to a happier life by the stroke of her pen. No writer is writing me a better journey.
And then I realise I am the writer. I don’t mean because I write. I mean because we all write our own lives
(Mi sentivo tradita quando mi rendevo conto che uno scrittore lavorava troppo su un personaggio, perché mi metteva di fronte al fatto che io non avevo uno scrittore a lavorare sulla mia storia, a portarmi al sicuro, a sfidare la realtà per me, facendo intervenire un eroe a salvarmi o trasportandomi a colpi di penna verso il mio lieto fine.
Poi mi sono resa conto che lo scrittore sono io, e non perché scrivo. Tutti scriviamo la nostra vita).

Il segreto delle vere eroine, sostiene la Ellis, è l’improvvisazione: affidandosi ad essa, ogni incidente di percorso diventa un’avventura, ogni errore un invito a cambiare direzione, ogni caduta una revisione delle regole del gioco. Il principio dell’improvvisazione è semplice, come a teatro: uno degli attori formula un’offerta, l’altro la accetta mettendoci qualcosa di suo, per non bloccare lo sviluppo della situazione. E si va avanti, a tentativi, a braccio.
Dire diventa allora il segreto non solo dell’improvvisazione, ma della vita stessa, la formula che permette di scegliere, trasformarsi, andare avanti.
Perché non ci sono lieti fini, solo lieti inizi.

How to be a Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, Samantha Ellis, Chatto & Vindus

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