Frida Kahlo: ritratto di artista alle Scuderie del Quirinale

Frida Kalho è senza dubbio uno dei personaggi più affascinanti del panorama artistico degli ultimi cento anni. Una donna passionale e appassionata, emancipata, capace di guardare i suoi demoni in faccia, di combatterli. Di conviverci.

La sua figura è strettamente – e inevitabilmente – legata alla sua storia personale, travagliata e sofferta, col rischio di farne un’eroina romantica e tormentata e di far passare in secondo piano la grandezza della sua produzione artistica.

In realtà, Frida è un vero e proprio punto di riferimento: come Sylvia Plath, Virginia Woolf e altre grandissime scrittrici, poetesse, pittrici, fotografe, Frida canalizza sofferenza e dolore sublimandoli in capolavori unici nel loro genere.

Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón nasce a citta’ del Messico nel 1907.

Suo padre, Guillermo Kahlo, è un fotografo di origini tedesche. Frida aiuta suo padre e prende lezioni di pittura, anche se il suo obiettivo è diventare medico. Fino al tragico incidente in bus, a 18 anni, durante il quale contrae lesioni multiple (la colonna vertebrale si spezza in tre punti nella regione lombare; si frantuma il collo del femore, le costole, la gamba sinistra; il piede destro resta slogato e schiacciato, la spalla sinistra lussata e l’osso pelvico spezzato in tre. Inoltre un corrimano dell’autobus le entra nel fianco, uscendole dalla vagina).

Forzata ad abbandonare gli studi universitari e ad una lunga immobilità, straziata da dolori lancinanti che non le lasciano tregua, Frida si fa appendere uno specchio al muro e inizia a dipingere, usando se stessa come soggetto.

Se stessa, e il suo corpo aperto e dolorante, straziato e lancinato, sottoposto più e più volte ad operazioni chirurgiche.

Se stessa spezzata e rotta, organi e osservati e rappresentati dall’esterno, raffigurati quasi come entità aliene.
Frida si avvicina alla pittura senza un vero e proprio approccio accademico, ma in maniera piuttosto spontanea, da autodidatta. Uno dei suoi dipinti che amo maggiormente  è un autoritratto che Frida regala al suo primo fidanzato, Alejandro Gomez (che si trovava con lei sull’autobus nel giorno fatale dell’incidente). E’ un dipinto molto diverso da quello che poi diventerà lo stile di Frida: e’ elegante e sensuale, essenziale eppure così pieno di bellezza da catturare a lungo lo sguardo, e tenerlo imprigionato.

Frida non indossa uno dei suoi amati costumi messicani, ma un elegante e scollato vestito di velluto scuro. Il suo collo allungato, aggraziato, elegante ricorda le donne di Modigliani, e le fotografie di Tina Modotti. Anche lo sfondo non e’ la lussureggiante foresta messicana: e’ uno sfondo scuro, perche’ tutto su si accentra sulla bellezza di quel viso, di quel collo, di quello sguardo che si donano all’amante.

 
 
Una volta ristabilitasi, ancora zoppicante, Frida porta alcune delle sue opere al pittore Diego Rivera, che ha sempre ammirato e la cui opera tiene in grandissima considerazione. Diego ha fama di essere un don Giovanni incallito; Frida prova a resistere al suo fascino e alle sue lusinghe, ma tra i due scoppia una passione incontenibile, un’attrazione magnetica, che li portera’ a due matrimoni, separazioni sofferte, tradimenti reciproci. Nonostante Diego non celi mai a Frida la sua natura libertina e incostante e il loro sia un matrimonio aperto, e la stessa Frida abbia diverse avventure   – celebre quella con Trotsky, esule politico in Messico, e quella con Josephine Baker, cantante, attrice e ballerina – Frida rimane sempre ferocemente gelosa di Diego.

 

La pittrice e’ altrettanto visceralmente legata alla sua identita’ messicana, e porta avanti con Diego ideali di uguaglianza sociale, impegno politico, comunismo. La sua identità messicana si rafforza ancora di più durante il suo soggiorno negli USA con Diego, invitato a dipingere un murale nel Rockefeller Center. Il murale non verrà mai terminato, perché Diego vi raffigurerà anche Lenin, rifiutandosi categoricamente di alternarne i tratti somatici.
Il murale verrà distrutto, e in Frida si rafforzerà ancora di più l’insofferenza nei confronti del capitalismo e della stratificazione sociale statunitense, magistralmente raffigurata nel dipinto My dress hangs there: uno dei vestiti di Frida – un tradizionale costume messicano – è sospeso tra il microcosmo di valori, simboli, substrati culturali da cui Diego e Frida provengono e quel mondo estraneo, alieno che hanno da poco imparato a conoscere, ma non ad amare, e che sono forzati a lasciare senza un soldo in tasca, ma con valori e ideali intatti.

 

L’esperienza americana è segnata da un altro doloroso evento: un aborto spontaneo. Frida desidera fortemente la maternità, resa molto difficile dall’incidente che ha segnato linee e tratti del suo corpo e della sua vita tutta. Ancora una volta, Frida sfoga il suo dolore sulla tela: il suo corpo aperto, quelle lacrime onnipresenti, il feto sospeso di quel bambino che non sarebbe mai nato, il cuore gonfio di un’inesprimibile sofferenza. La maternità mancata segna Frida a punto tale che anche il suo corsetto, compagno ineluttabile degli ultimi anni di vita, rappresenta il suo ventre, un feto al suo interno, il sole e la luna a proteggerli entrambi.
 
 
 
 
Gli ultimi anni di vita della pittrice sono segnati dai successi artistici e dagli alti e bassi con Diego. Tra agonia e riconciliazioni, Frida inizia a desiderare ardentemente armonia, conciliazione, equilibrio universale.
Nel grandioso The Love Embrace, Frida rappresenta la madre terra, la dicotomia notte/giorno, ombra/luce, lei stessa nuda, figlia del cosmo, con Diego tra le braccia, rappresentato come un neonato. Frida affida se stessa e il suo amante/bambino alla terra, sperando che le sofferenze fisiche e spirituali che hanno estenuato entrambi vengano assorbite e riconciliate in una nuova armonia universale, un equilibrio che sia perdono, oblio, abbandono cieco e fiducioso all’abbraccio materno e cosmico.

 

 
Frida si spegne il 13 luglio 1954. Scrive nel suo diario – un misto di lettere a Diego, pensieri, disegni – espero que la salida sea breve, y espero no volver nunca (spero che l’uscita sia gioiosa, e spero di non tornare mai più) frase che ha fatto pensare a un suo possibile suicidio, mai confermato.
Si spegne così una grande artista e una grande donna, che ha amato appassionatamente, tanto da raffigurarsi con il tatuaggio del viso di Diego al posto del terzo occhio, tanto da scrivergli lettere appassionate e deliranti, come questa:
 
Nella saliva nella carta nell’eclisse. In tutte le linee in tutti i colori in tutti i boccali nel mio petto fuori, dentro nel calamaio – nelle difficoltà a scrivere nello stupore dei miei occhi nelle ultime lune del sole (il sole non ha lune) in tutto. Dire “in tutto” è stupido e magnifico. DIEGO nelle mie urine – DIEGO nella mia bocca nel mio cuore – nella mia follia – nel mio sogno nella carta assorbente – nella punta della penna nelle matite – nei paesaggi – nel cibo – nel metallo nell’immaginazione. Nelle malattie – nelle rotture – nei suoi pretesti nei suoi occhi – nella sua bocca nelle sue menzogne.
 
Ho smesso di contare le volte in cui, arrivata alla seconda riga, ho cancellato e riscritto tutto nuovamente. Cercavo un inizio ad effetto, qualcosa di poetico e vero allo stesso tempo, qualcosa di grandioso, ma agli occhi. Non ci sono riuscita. Poi ho capito, ricordando ciò che non avevo mai saputo: che per i grandi cuori che muoiono nel corpo ma che continuano a battere nel respiro della notte, non ci sono canoni o bellezze regolari, armonie esteriori, ma tuoni e temporali devastanti che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza.
 
(Fonte: Lettere d’amore di ogni tempo)

Dal 20 marzo al 31 agosto potete ammirare alcune delle opere più intense di Frida Kahlo a Roma presso le Scuderie del Quirinale .

Prima della mostra, vi consiglio fortemente di guardare il film Frida con Salma Hayek e di leggere le sue Lettere appassionate (le trovate anche in vendita presso il negozio delle Scuderie del Quirinale a 21 euro). Per gli appassionati del genere, il suo bellissimo diario illustrato (in spagnolo con testo a fronte inglese).

Soundtrack: La llorona (Chaveta Vargas)

Buona immersione nel realismo tragico dell’affascinante, appassionata, talentuosa Frida.

Incontri spezzati

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché è cominciare, sempre, ad ogni istante
Cesare Pavese
 
Non ricordo più di chi fosse stata l’idea.

Entrambi amavamo immensamente Lost in Translation di Sofia Coppola: me l’avevi fatto conoscere tu, allora.

Forse ci immedesimammo nei personaggi: io ero giovane, fresca di università e francamente un po’ sperduta. Cercavo di capire chi fossi, e quale strada dovessi seguire.

Tu la tua l’avevi persa, di strada: quel lavoro che tanto amavi si era trasformato in un inerte esercizio di vuoti a perdere. La tua vita, apparentemente  perfetta, ti stava tanto stretta da toglierti il respiro.

Avevamo trascorso insieme mesi resi fin troppo intensi da quel sentimento ambiguo, offuscato, che sfuggiva a qualsiasi tentativo di definizione. Mesi resi difficili dalla mia fragilità, dalla mia precarietà, dai segreti, dagli abbracci spezzati, dalla tua famiglia, dal tuo imminente trasferimento. Un altro continente. Oceani e fusi orari tra noi.

Avevamo cercato un modo di cristallizzare il tempo, di fermare quei pochi mesi, mettendoli in stand-by, solo per noi, e andare avanti. Continuare a vivere.

Aspettando un appuntamento: dieci anni dopo, in un anonimo hotel nel centro di Tokyo.

                                                               *************** 

Tra qualche ora ti incontrerò. Scruto ansiosamente il mio volto allo specchio, le rughe sottili che iniziano a delinearsi intorno agli occhi, agli angoli della bocca. Le borse, perenne eredità e silenziosa testimonianza delle mie notti insonni. Il pallore trasparente.

Mi chiedo se rintraccerai in questo viso quella ragazza spensierata, sconsiderata, spaventata della quale ti eri innamorato. Se sarai capace di ritracciarne i tratti, sepolti nella geografia della memoria.

Mi chiedo se ritroverai i miei ricci ribelli nella messa in piega ordinata, se le parole riusciranno a riallacciare quel tenue filo invisibile, mantenutosi in vita per dieci anni attraverso lettere, fotografie, cartoline, email, film, libri, canzoni, poesie.

Sei l’unica persona di fronte alla quale ho paura di tirare le somme degli ultimi dieci anni.

Volevo fare la scrittrice, e non ci ho nemmeno provato.

Volevo un grande amore, e ne ho trovato solo surrogati, pallide imitazioni.

Volevo continuare a vivere lì, nella città dove ti ho conosciuto, e dove strade, parchi, musei e teatri potevano parlarmi di te, e sono scappata.

Vivo la mia vita scappando, dal dolore, dalla gioia, dalle opportunità, dalle delusioni. Vivo come una passeggera con un biglietto aperto sul compartimento di seconda classe di un vecchio treno, e guardo la vita vivermi intorno dal finestrino sporco e polveroso. Ma non ho il coraggio di scegliere una stazione e scendere, e vivere per raccontarla. Un po’ come Novecento, il pianista sull’oceano, che non scende dalla nave perché non può scegliere una casa una strada un lavoro una donna una vita che siano sue, perché ci sono semplicemente troppe possibilità e il rischio di sbagliare è immenso.

Vorrei scappare anche ora, mentre mi controllo per l’ennesima volta il trucco in uno specchietto, sprofondata in una poltrona di pelle al bar dell’hotel, in attesa del tuo arrivo. Lo champagne che ho ordinato non riesce a stemperare l’attesa, non riesce a sciogliere il groppo alla gola né il nodo allo stomaco. Prima di rendermene conto, sei seduto davanti a me.

Non parliamo: non c’è bisogno di parole, dopo dieci anni di assenza e e-mail e messaggi e lettere.

Qui, protetti, nell’utero di una lingua che ci è del tutto estranea, possiamo semplicemente perderci nella meraviglia. Esisti. Sei reale.

Non sei più solo un ricordo i cui tratti sono stati sfumati dal tocco inesorabile del tempo. Non sei più un indirizzo di posta elettronica, un numero nella mia rubrica.

Sei qui. Sei vero. Sei reale.

O, almeno, in questo momento lo sei, in questa realtà, nella mia realtà, e sei mio.

Mi accarezzi la mano, timido, incerto.

Il viso tanto amato è abbronzato, e il colorito mette in risalto la trama sottile delle rughe, i capelli più radi, appena brizzolati.

Sembri più sicuro di sé e al tempo stesso infinitamente più malinconico, e stanco. Vedo me stessa riflessa nei tuoi occhi, un fantasma, la sagoma opaca di qualcosa che potrebbe essere stato, ma non si è mai realizzato per davvero.

E quei ricordi, così tangibili, così vivi nella memoria del cuore, diventano improvvisamente così lontani, come se non fossero mai stati. Lontani come le luci di Tokyo. Lontani come le stelle spente di questo cielo straniero.

Restiamo seduti per attimi, o forse per ore. Poi ti alzi, senza far rumore, e mi fai scivolare in mano una busta di carta. Mi baci sulle labbra, leggermente, tracciandomi con la punta delle dita i contorni del viso, le labbra, il collo. Sfiorandomi i capelli, leggero, già quasi assente. Un attimo, e non ci sei più.

In camera giaccio sul letto per ore, incapace di stabilire se si è trattato di un incontro reale o se ho solo visto un fantasma. Improvvisamente, mi ricordo della busta bianca.

La apro, e mi scivola in grembo una foto di me e te, dieci anni fa, in una giornata di pioggia, di addii e di sorrisi incerti, buoni solo per mascherare le lacrime. Insieme alla foto, un dvd , In the mood for love di Wong Kar-wai.

Dovevo saperlo. D’altro canto, è iniziata con un film sulla solitudine, sull’incomunicabilità e sugli addii spezzati, non poteva che finire allo stesso modo.

Sul dvd, un post-it giallo: Singapore, tra dieci anni.

Spengo la luce e mi infilo a letto vestita, il post-it appiccicato sul cuscino accanto al mio.

Gli amori impossibili sono gli unici che possono durare per sempre.

                                                     **********************
 

 
 

Dancing girl in a crystal cage

La vierge folle
Degas
You are passing by

 

You see her in her crystal cage                                                                                          

 

She is like a danseuse

 

In an old carillon

 

She smiles her crazy smile

 

She dances her wild dance

 

You have no choice but-

 

                you have to let her go.

 

 

People stop by

 

People laugh at her

 

Blissfully unaware

 

Dressed up in feathers and boas

 

With her Bahia hat

 

Made of mangoes and bananas

 

You have no choice but

 

                    you have to let her go.

 

 

You’d like to run away

 

You’d like to hide

 

Except you cannot move

 

You are mesmerised

 

With her perfect porcelain teeth

 

She eats her broken heart

 

Her once blue-skied eyes

 

Are now watery and pale

 

Her oh-so-milky skin

 

Is transparent as glass

 

Her once tangled golden maze

 

Is now fluffy ashes

 

You could break her

 

Except you cannot  -already done

 

You have no choice but –

 

             you have to let her go.  

 

 

You sucked her tender youth

 

You devoured her beauty

 

You wasted her soft skin

 

You stole magic dreams

 

With your net of lies

 

You destroyed her innocence

 

You corrupted her bones

 

You walked all over her heart

 

Wearing her 12-inches stilettos

 

Now there she is

 

Dancing like crazy

 

Singing like she did not even care

 

A poupette without feelings

 

In a sleepless, timeless crystal tower

 

A wooden princess in a cage

 

You, his minstrel

 

Her, your mistress – not your lady, beware

 

Not the sole queen of your heart.

 

 

Betrayal tore her apart

 

She threw away her crimson lips

 

She slept with her worst nightmares

 

Out of pure hate for you

 

You, who used to read her Lee Masters

 

“There is no marriage in heaven.

 

But there is love”.

 

What does she have now?

 

Her unrequited love

 

Smelling of bitter almonds

 

Her never-ending rage

 

Her crystal cage.

 

Now you cannot stop staring

 

She laughs and laughs and laughs

 

As is she did not care anymore

 

 

Ain’t  no choice my friend

 

–          you have to let her go.

 

 

Degas
Degas
Degas

Things We Forget

Tutto parte da un post del geniale blog Things we Forget:

  Things We Forget: #764:

Sarà perchè si avvicina la fine dell’anno, ed è sempre un momento un pò malinconico, in cui ci si ferma a riflettere sulle cose che sono successe e peggio ancora su quelle che non sono successe. In cui ci si guarda alle spalle e si cerca di capire se siamo stati quello che volevamo essere, o semplicemente ci siamo adattati ad essere quello che le circostanze hanno fatto di noi.

Borges scriveva:

He cometido el peor de los pecados…
He cometido el peor de los pecados
que un hombre puede cometer. No he sido             
feliz. Que los glaciares del olvido
me arrastren y me pierdan, despiadados.             


Mis padres me engendraron para el juego
arriesgado y hermoso de la vida,             
para la tierra, el agua, el aire, el fuego.
Los defraudé. No fui feliz. Cumplida             


no fue su joven voluntad. Mi mente
se aplicó a las simétricas porfías             
del arte, que entreteje naderías.


Me legaron valor. No fui valiente.             
No me abandona. Siempre está a mi lado
La sombra de haber sido un desdichado.


(Jorge Luis Borges)


Ho commesso il peggiore dei peccati
che un uomo può commettere. Non sono stato
felice. Che i ghiacciai dell’oblio
mi travolgano e mi disperdano, spietati.


I miei genitori mi misero alla luce per giocare
quel gioco rischioso e bellissimo che è la vita,
per la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco.
Li ho ingannati. Non sono stato felice. Incompiuta


resta la loro giovane volontà. La mia mente
si è applicata alle simmetriche ostinazioni
dell’arte, che intesse cose da nulla.


Ho ereditato coraggio. Non sono stato audace.
Non mi abbandona. Sempre mi accompagna
l’ombra del povero diavolo che sono stato.


(traduzione @OphelinhaPequena)

Sarà perchè quest’anno è stato difficile e lungo, lunghissimo…sarà perchè mi sento invecchiata di dieci anni. Sarà perchè ho intravisto il primo capello bianco, e so di essere ben lungi dagli obiettivi che mi ero preposta di raggiungere. E i calendari, le scadenze e i nuovi inizi, o, per dirla alla Montale,

Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede” 

Sarà perchè, alla fine dell’anno, inevitabilmente, mi pongo il dilemma della ricerca della felicità: è un sacrosanto ed inalienabile diritto essere felici, anche se per esserlo bisogna spesso mandare all’aria equilibri e compromessi,anche se per esserlo dobbiamo smettere di essere quello che gli altri si aspettano da noi e cerchiamo di essere un pochino più simili all’immagine che NOI abbiamo di noi stessi?

Mi vengono in mente due film: uno è il bellissimo Todo sobre mi madre di Almodóvar. Penso al travestito Agrado, figura di una poeticità immensa, e al suo monologo teatrale improvvisato  
 “me ha costado mucho ser auténtica, pero no hay que ser tacaña (…) porque una mujer es más auténtica cuanto más se parece a lo que ha soñado de sí misma”.

Todo sobre mi madre 

Il secondo è la Finestra di Fronte, di Ozpetek. Tornerò a parlarne più in là perchè è un film che amo molto; ma, in questo momento, penso a quello che Davide dice a Giovanna:  

” Non si accontenti di sopravvivere. Lei deve pretendere di vivere in un mondo migliore, non soltanto sognarlo.”

Ancora in tempo

Something gotta change. Lo so, da sempre, ma me ne sono convinta un pò di tempo fa, quando, il giorno della morte di Steve Jobs, ascoltavo e riascoltavo il testo del suo discorso ai neolaureati di Stanford:

Stanford Commencement Address

Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.
Stay Hungry, Stay Foolish.

Ero in ufficio e sono scoppiata a piangere. E ho capito che voglio cambiare. Forse sarò più egoista, ma quest’anno non fingerò più di essere qualcuno che non sono per compiacere chi mi circonda. Non sorriderò quando invece vorrei gridare e spaccare tutto. Non continuerò a fare qualcosa che odio. Mi circonderò delle cose che amo, for a change. Non continuerò a vivere in un posto che detesto, rifugiandomi appena posso nella mia bellissima Neverland, fatta di poesie, di canzoni, di film e di un Nininho dolcissimo ed imprevedibile, che devo inseguire tra nuvole di carta. Voglio tornare a vivere lì dove esisto, lì dove appartengo, lì dove ho lasciato il mio cuore.
Non sarò più la ragazza del bar di Cuba, che aspetta con un fiore tra i capelli chi non vuole o non può arrivare. Insomma, smetterò di sognare il cambimento, cercherò di realizzarlo. E se non potrò proprio essere la persona che vorrei essere, cercherò almeno di assomigliarle. Ma soprattutto, cercherò di smettere di essere così cinica e disillusa. Voglio essere di nuovo capace di sognare.
Ultima citazione. Ultima, giuro.

Alla domanda se io sia pessimista o ottimista, rispondo che la mia conoscenza è pessimista, ma la mia volontà e la mia speranza sono ottimiste…. (Albert Schweitzer)

Buon anno, sognatori. Buon anno, changemakers. And don’t forget to be the change you wanna see in the world. Always.

Un altro finale

Abbiamo bisogno di un altro finale.
Un finale semplice,
che non faccia male.
Un finale di more e di aria di mare
che cancelli l’odore di mandorle amare.
Un finale. Un tramonto da recuperare
un’immagine da riempire
soffitte da ripulire
giocattoli di legno da restaurare.
Un finale in cui non debba sentire
che nessuno può cambiare
perché tu non lo puoi – non lo vuoi? – fare.
Un finale. Di lucciole e profumo autunnale.
Un finale semplice, che non faccia male.
Un finale da reinventare
un altro tramonto vuoto da dimenticare
un’altra vita per poterti aspettare
un’intera vita perché tu possa tornare
da un sole di scorpioni e mandorle amare.
Un finale in cui riposare
senza incubi da paventare,
tu che mi guardi da un’immagine senza tempo.
Un finale di rumore e di vento.
Un finale da ereditare,
un finale che si possa alienare.
Un finale semplice
che non faccia male.
E il gallo canta, e tu non vuoi tornare.
Un altro finale. Una vita,
mille vite per poterti aspettare.
Un finale di parole semplici,
per dirti quello che non ho mai saputo dire,
per guardarti negli occhi e non lasciarti mai andare,
per potermi perdonare. Per poterti guardare
per poterti vedere.
Per poter sognare
lontana dall’odore di mandorle amare.
Un finale che mi aiuti a sentire.
Un finale che mi aiuti a capire.
Un finale che mi possa spiegare
perché te ne sei dovuto andare.
Un finale. Balsamo per lenire
le tempie rose dal sole di scorpioni
di chi si è bruciato per non saper aspettare.
Datemi un altro finale.
Così semplice così essenziale.
Alfa ed omega per ricominciare.
Un altro finale.
Semplice, che non faccia male.
Per poterti guardare
Datemi un altro finale.
Per poterci guardare
Abbiamo bisogno di un altro finale.
(Londra, Ottobre 2008)