Una stanza tutta per sé

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Chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero nel corpo di una donna?

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, trad, a cura di J. e L. Wilcock, Feltrinelli)

Il rapporto tra donne e scrittura è per la Woolf un’equazione complicata, un legame prezioso e fragile: può alludere alle donne e alle loro identità; alle donne e alle storie scritte da loro; alle donne e alle storie scritte su di loro; oppure, può riferirsi alla complessa, labirintica coesistenza di tutti questi fattori.

Nel suo saggio ‘Una stanza tutta per sé’, Virginia Woolf immagina l’esistenza di Judith Shakespeare, immaginaria sorella del Bardo e aspirante scrittrice.  Che tipo di vita avrebbe condotto Judith? Mentre William si dedicava ai bagordi a Londra, bevendo, amando e succhiando la vita fino al midollo – quella stessa vita che sarebbe diventata poesia – la fittizia Judith, vivace ed estremamente talentuosa, sarebbe rimasta a casa. Nonostante l’intelligenza vivissima, sarebbe stata costretta a dedicarsi alle faccende domestiche, forzata nei ritagli di tempo a sottrarre un libro al fratello ed appartarsi a leggere, nascondendo la sua intelligenza e la sua vocazione teatrale e letteraria.

Nonostante amasse il teatro tanto quanto il fratello, sarebbe stata respinta e derisa, o, peggio, tacciata di pazzia e stregoneria. Alle donne non era richiesto essere intelligenti, colte, abili con inchiostro e piuma: dovevano essere docili, mansuete, coltivare le virtù casalinghe e sottostare senza ribellioni alla volontà del padre prima, del marito poi. Judith Shakespeare sarebbe stata costretta a sposarsi, senza ‘disìo né voglia’, come recitano i versi struggenti di Compiuta Donzella, forse la prima poetessa italiana: una sconosciuta fiorentina, vissuta nel XIII secolo, della quale ci sono stati tramandati tre sonetti di gusto trobadorico e giullaresco. In uno dei suoi sonetti, A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora, l’infelice donzella lamenta il suo destino infelice: quella stessa primavera che dona gioia e speranza a tutti gli innamorati ha perso ormai per lei ogni colore e attrattiva, perché il padre la costringe a sposarsi.

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora

acresce gioia a tutti fin’amanti,

e vanno insieme a li giardini alora

che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,

e di servir ciascun tragges’inanti,

ed ogni damigella in gioia dimora;

e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,

e tenemi sovente in forte doglia:

donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,

e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;

però non mi ralegra fior né foglia.

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Forse la fittizia sorella di Shakespeare sarebbe riuscita a sfuggire al suo destino, scappando a Londra e andando incontro a un fato ancora più crudele: ogni teatro le avrebbe chiuso le porte in faccia e sarebbe stata costretta a cercarsi un protettore, che l’avrebbe abbandonata non appena si fosse stancato di lei. Judith avrebbe magari scoperto di aspettare un bambino: sola e priva di mezzi, avrebbe deciso di mettere fine alla sua giovane vita.

La Woolf conclude, con malinconia e non senza una vena di rabbia, che, nonostante il genio, una donna non sarebbe riuscita a scrivere capolavori affini a quelli di Shakespeare nell’epoca elisabettiana. Non perché fosse meno intelligente o meno dotata o meno ispirata dalle muse capricciose, ma perché donna. La donna vive una contraddizione costante, che si ripete nei secoli: cantata e celebrata in innumerevoli poesie, non ha una voce sua; protagonista di centinaia di commedie, tragedie e storie d’amore – forte, sensuale, ammaliatrice, misteriosa, seducente, innocente, affascinante – non è protagonista delle pagine dei libri di storia, tanto che la Woolf si trova molto limitata nel cercare di ricostruire la vita delle sue antenate aspiranti scrittrici, vissute nei secoli precedenti.

Le storie di donne sono quasi sempre raccontate da penne e voci maschili: le donne non hanno i mezzi, lo spazio e l’indipendenza necessaria per raccontare la loro storia. Nel corso dei secoli, funzionano da specchi, amplificando la figura dell’uomo, rassicurandolo della sua importanza, proiettandone l’ombra nella storia.

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Quali sono dunque i motivi che hanno limitato i successi delle donne di penna nel corso dei secoli? La mancanza di indipendenza: indipendenza intellettuale, ma soprattutto indipendenza economica. La mancanza di esperienza: mentre Tolstoj girava il mondo e viveva con gli zingari, scrittrici come le sorelle Brontë e perfino l’emancipata George Eliot vivevano esistenze limitate, piatte, prosaiche, senza frequenti contatti col mondo esterno, guardando la vita accadere senza poi mai viverla veramente. La mancanza di una voce propria, che ha spinto tante scrittrici a operare nell’anonimato: così le sorelle Brontë sono diventate i fratelli Bell, Amantine Aurore Lucile Dupin è diventata George Sand, Mary Anne Evans è diventata George Eliot.

Alla donna scrittrice, per poter fare il suo lavoro in piena indipendenza, senza ostacoli né limitazioni, serve allora una stanza tutta per sé: un ufficio, uno spazio fisico e mentale all’interno del quale dare libero sfogo alla propria ispirazione e creatività, senza doversi necessariamente preoccupare di stufati e ricami, senza rumori, pianti infantili e continue interruzioni; un reddito di 500 sterline all’anno, per conseguire l’indipendenza necessaria a dedicarsi alla sua arte, senza doversi preoccupare di come tirare avanti; il riconoscimento della sua dignità professionale e artistica; la restituzione, totale ed effettiva, di quella voce che è stata troppo a lungo negata, sminuita, derisa, ignorata, soffocata. Solo così le donne potranno finalmente raccontare le loro storie, custodite gelosamente in attesa che arrivasse il momento giusto per poterle liberare.

 

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Harper Lee, una simpatica eccentrica

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Harper Lee, l’immortale autrice di To Kill A Mockingbird (Il buio oltre la siepe) era un’eccentrica, accanita paladina della sua vita privata; la dedica de Il buio oltre la siepe (for Mr Lee and Alice in consideration of Love & Affection) riesce già a sottolineare quanto le vicende biografiche e familiari della scrittrice siano al centro del suo romanzo. Di qui la necessità di proteggere se stessa e la sua famiglia dalla curiosità generata prima dall’incredibile successo del libro, poi dal suo adattamento cinematografico, che valse l’Oscar a Gregory Peck nei panni di Atticus Finch.

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Harper Lee e Gregory Peck

 

Nelle Harper Lee cresce a Monroeville, Alabama, rifiutando ostinatamente gonne e vestitini rosa e passando l’infanzia in salopette, come la sua controparte Scout nel romanzo.

La persona più importante della sua vita è – e resta – suo padre, l’avvocato Amasa Coleman Lee (A.C). Sua moglie Frances è praticamente assente dalla vita di Nelle e di sua sorella Alice: soffre di disturbi bipolari e agorafobia e trascorre le giornate facendo giardinaggio e le notti suonando il piano. A.C. non si lamenta della sua situazione, non lascia né tradisce la moglie, sostenendo che ognuno nella vita abbia una croce da sopportare: l’importante è riuscire a farlo al meglio. Non fa mancare niente alla piccola Nelle, anzi: passa ogni serata a fare cruciverba con lei, a leggere con lei i giornali, a inventare giochi per incrementare il vocabolario della figlia, che è anni luce più avanti rispetto ai suoi compagni di scuola. Nelle inizia anche ad imitare il tic paterno di giocare incessantemente col suo orologio da taschino (tic che Gregory Peck avrebbe fatto suo nella versione cinematografica de Il buio oltre la siepe). La descrizione di A.C. risulta familiare, vero? A.C. è Atticus Finch, padre meraviglioso e faro morale per Nelle/Scout, pilastro della comunità, strenuo nemico di ogni forma di razzismo.

Monroeville

Monroeville, Alabama

 

Una delle scene chiave del romanzi (Atticus Finch, che ha deciso di difendere in tribunale Tom Robinson, giovane di colore accusato – ingiustamente – di stupro, passa la notte sotto la finestra della cella in cui Tom è imprigionato in attesa del processo, per evitare che un gruppo di fanatici lo linci) è ispirata a un evento realmente accaduto: nell’agosto del 1934, un centinaio di membri del Ku Klux Klan organizzano una marcia per Monroeville, passando anche per la casa dei Lee. A.C. interrompe la manifestazione recandosi di persona dal Gran Dragone (il Ku Klux Klan era organizzato in “regni”, che comprendevano diverse province ed erano gestiti da un Gran Dragone), mettendolo di fronte ad un ultimatum: il Dragone avrebbe interrotto la manifestazione e fatto tornare a casa gli astanti o sarebbe stato citato in giudizio da A.C. stesso. C./Atticus Finch impartisce a Nelle/Scout una lezione morale difficile da dimenticare: spesso la cosa giusta da fare non è quella più facile, né quella più popolare, ma bisogna farla ad ogni costo, anche se significa attirarsi antipatie e inimicizie o addirittura restare isolati (come succede ad Atticus dopo l’impopolare decisione di difendere Tom Robinson in tribunale).

Harper Lee e suo padre A.C.

Harper Lee e suo padre A.C.

 

Ultima curiosità che dimostra quanto Il buio oltre la siepe sia effettivamente legato alla biografia di Nelle: il suo compagno di merende era il suo vicino di casa, Truman Streckfus Persons (si si, proprio lui, Truman Capote), che nel romanzo è impersonato da Dill, il migliore amico di Scout. Per appagare l’intelligenza precoce e la vivacità intellettuale dei due bambini, A.C. aveva regalato loro una macchina da scrivere Underwood, dalla quale i due si separavano raramente. Probabilmente A.C. non immaginava che quei ragazzini sarebbero diventati due degli scrittori americani più conosciuti e celebrati (e che il loro successo sarebbe poi diventato motivo di attrito tra i due, specie per Truman, invidioso del fatto che la fama della sua vecchia amica Nelle avesse eclissato la sua. Truman, fattene una ragione!)

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Truman Capote e Harper Lee

 

Ultimissima curiosità: nel 2015, ben 55 anni dopo la pubblicazione de Il buio oltre la siepe, Harper Lee ha autorizzato la pubblicazione di un prequel de romanzo, Go Set A Watchman, suscitando un mare di polemiche e dubbi sulla sua lucidità mentale (Lee, che sarebbe morta nel febbraio 2016, soffriva all’epoca di forti vuoti di memoria). Se siete curiosi di saperne di più, ne ho parlato qui.

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La versione di Jane

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Quando si ama molto uno scrittore, si vorrebbe avere la possibilità di conoscerlo meglio, di chiedergli di tutto, di sapere che musica ascoltasse mentre scriveva, cosa provasse davvero nei confronti dei suo personaggi, specie di quelli più detestabili.

Forse a voi non succede, ma a me piacerebbe entrare in possesso di piccoli dettagli biografici in grado di alimentare infinite conversazioni immaginarie con lui/lei: la ricetta segreta della torta di mele tramandata dalla sua bisnonna; la prima volta che ha avuto il cuore spezzato; il posto che gli/le assomiglia, e in cui si è sentito/a a casa.

La biografia di Jane Austen è una di quelle che mi interessa e mi affascina di più, anche perché tanti dettagli non possono essere colmati, ma sono affidati all’immaginazione del lettore: non sapremo mai, ad esempio, come sia andata per davvero la sua storia d’amore con Tom Lefroy. Non sappiamo se, a causa sua, Jane abbia sperimentato i tormenti di un cuore spezzato: quella voragine nello stomaco che sembra destinata a non essere colmata mai più; quella sensazione di essere stata spezzata a metà e di non poter più tornare intera; quella paura di non riuscire più a sorridere, a ridere, a sperare, ad aspettare con ansia. A me piace pensare che Tom sia stato il suo grande amore e che non si siano potuti sposare a causa di problemi finanziari (come ho raccontato qui); Manuela Santoni, nella sua graphic novel dedicata a Jane Austen e pubblicata da Becco Giallo, racconta una versione dei fatti un po’ diversa, nel contesto di una lunga lettera scritta da Jane, quarantaduenne e molto malata, all’adorata sorella Cassandra.

La lettera si apre sui ricordi di una Jane bambina, frustrata dai dettami della società in cui vive, che le impone di saper suonare bene il pianoforte, ricamare abilmente ed essere versata nel disegno per poter essere in grado in futuro di trovare marito. Di fianco all’angelica e obbediente Cassandra, Jane appare come una ragazzina senza spiccate qualità: non eccelle nella musica o nel disegno e odia ricamare. Jane nasconde però un segreto: ogni notte, quando tutti dormono, si chiude nella biblioteca del padre e si lascia trasportare dai libri in giro per il mondo, lontano da quell’angolino d’Inghilterra in cui avrebbe vissuto tutta la vita: il suo amatissimo Hampshire.

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Crescendo, Jane scopre il suo vero talento: la scrittura, nella quale riversa, analizza e commenta tutto quello che vive, affidandosi al suo acuto spirito di osservazione e alla sua tagliente ironia.

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Anche l’amore è per Jane un mero esercizio letterario, fino al giorno in cui incontra Tom Lefroy e tutto cambia: scopre un sentimento nuovo e intossicante e rivisita le sue priorità, prendendo in considerazione per la prima volta il matrimonio.

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Tuttavia, Jane non riesce a rassegnarsi a quella che è la posizione della donna nella società contemporanea, e teme che il matrimonio possa portarle via la sua adorata scrittura, i suoi libri, la sua indipendenza: lascia così sfumare il suo sogno d’amore con Tom, e chiede alla fida Cassandra di distruggere tutte le lettere in cui parla di lui. La Jane raccontata dalla Santoni paga il prezzo della sua libertà di artista con la rinuncia all’amore, e riesce così a scrivere quei sei romanzi perfetti che hanno reso la sua fama di scrittrice – e censore – eterna e imperitura.

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Jane non ci ha lasciato la sua versione della sua storia d’amore, lasciando noi lettori liberi di immaginarci svolgimenti diversi, anche se il finale resta sempre lo stesso: Jane non si sposa e si consacra alla sua arte. Qualunque sia la versione di Jane e Tom che preferite, la Austen raccontata dalla Santoni (con una nota biografica di Mara Barbuni) è avanti anni luce rispetto ai suoi tempi: curiosa, intraprendente, intelligente, impertinente, bambina e donna ribelle capace di rendere la sua normalissima, forse anche monotona esistenza nello Hampshire di personaggi e storie indimenticabili.

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Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #2: Babbo Mark Twain

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book

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Le foto d’epoca ce lo presentano sempre un po’ così, duro, accigliato, questi baffoni che nascondono ogni parvenza di sorriso, ma anche Mark Twain sapeva diventare dolce come il miele, almeno sotto Natale, per le sue figlie.

Nello specifico abbiamo memoria di una lettera che scrisse nientepopodimeno che nelle vesti di Babbo Natale, in risposta a quella che sua figlia Susy aveva inviato al vecchio portatore di regali con la sua richiesta di doni.

Di solito le lettere a Babbo Natale sono a senso unico, si mandano e non si riceve mai risposta, se non sotto forma di desideri esauditi; questa volta, invece, la piccola Susy ha avuto il grande dono di ricevere una risposta, lunga, articolata, la risposta che farebbe tremare di felicità le gambe di ogni bambino.

Ed ecco a voi la lettera di Babbo Natale Twain per Susy:

 

Palazzo di San Nicola, sulla Luna

Mattina di Natale

 

 Mia cara Susy Clemens,

 

ho ricevuto e letto tutte le lettere che mi avete scritto tu e la tua sorellina… so leggere senza alcun problema la grafia frastagliata e fantasiosa, tua e della piccola. Ma ho avuto qualche problema con le lettere che avete dettato a vostra madre e alle balie, perché sono straniero e non so leggere bene in inglese. Vedrete che non ho commesso errori per quanto riguarda le cose che tu e la piccolina avete chiesto nelle vostre lettere – sono sceso lungo il vostro camino a mezzanotte mentre dormivate e vi ho portato tutto personalmente – e ho anche dato un bacio a entrambe… Ma… c’erano una o due piccole richieste che non ho potuto esaudire, perché abbiamo finito le scorte…

 C’erano una o due parole nella lettera della tua mamma che… penso fossero “un baule pieno di vestitini per le bambole”, è così? Mi farò trovare alla porta della cucina intorno alle nove di questa mattina per chiedertelo. Ma non devo vedere nessuno né parlare con nessun altro a parte te. Quando il campanello della cucina suonerà, George deve essere bendato e mandato ad aprire. Devi dire a George di camminare in punta di piedi e di non parlare – altrimenti morirà, un giorno. Quindi devi salire nella cameretta e stare in piedi sulla sedia o sul letto della tata e appoggiare l’orecchio al citofono che dà sulla cucina e, quando io ci fischierò dentro, dovrai dire: «benvenuto, Babbo Natale!» Quindi ti chiederò se era un baule che volevi. Se dirai di sì, ti chiederò di che colore lo vuoi… e dovrai descrivermi in ogni singolo dettaglio le cose che vuoi che contenga. Quindi, quando dirò: «arrivederci e buon Natale alla mia piccola Susy Clemens» tu devi dire «arrivederci, buon vecchio Babbo Natale, ti ringrazio moltissimo». Quindi devi scendere nella biblioteca e dire a George di chiudere tutte le porte che danno sulla sala e tutti devono stare fermi per un pochino. Andrò sulla Luna e, in pochi minuti, prenderò le cose che mi avete chiesto, tornerò passando per il camino della sala – se vuoi un baule – perché non posso far passare un baule dal camino della cameretta, sai… se lascio della neve nella sala, dite a George di spazzarla nel camino perché io non avrò il tempo di farlo. George non dovrà usare la scopa, ma uno straccio – o di nuovo, un giorno morirà… se i miei stivali lasciano una macchia sul marmo, George non dovrà pulirlo con la pietra pomice. Lasciatela lì per sempre a memoria della mia visita, e ogni volta che la guarderai o la mostrerai a qualcuno, deve ricordarti sempre di essere una brava bambina. Ogni volta che ti comporterai male e qualcuno ti indicherà quella macchia che lo stivale del buon vecchio Babbo Natale ha lasciato sul marmo, cosa dirai, piccolo tesoro mio?

Arrivederci tra pochi minuti, quando verrò sulla terra e suonerò il campanello della cucina.

 Il tuo amorevole Babbo Natale,

che ogni tanto viene chiamato Uomo della Luna.

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Non si sa esattamente come sia andata quella mattina, come si sia comportata Susy dopo aver letto e ricevuto la lettera, però ne è arrivata un’altra  fino a noi scritta dalla piccola, nella quale racconta del suo incontro con Babbo Natale (Mark Twain travestito?). Eccone uno stralcio:

 

[…] Una sera Rosa e tutti gli altri hanno detto che Babbo Natale sarebbe venuto prima di Natale e si sarebbe fatto vedere da tutti. Rosa ha detto che temeva che Babbo Natale non sarebbe venuto da noi perché non siamo tedeschi [in quel periodo la famiglia di Twain si trovava a Monaco, in Germania]. Mamma e tutti gli altri hanno detto che pensavano che Babbo Natale non sarebbe venuto. Quando mamma si è seduta a tavola, per mangiare il dolce, abbiamo sentito bussare alla porta ed è entrata Fraulein Dahlweiner e, dietro di lei, Babbo Natale. È entrato portando un sacco di tela e ha detto «Noch ein Sach!» («Un altro sacco!»). Ha tirato fuori un pacchetto, e quel pacchetto conteneva delle candele, poi ha tirato fuori due bambole, poi delle noci dorate e delle mele e delle gemme. Er hat gesagt (ha detto): «Wenn du nicht brav bischt, denn gibt es ‘was!» («Se non fai la brava le prendi!»). Aveva in testa un cappellone e continuava a coprirsi, non voleva che nessuno lo vedesse in faccia. L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso. Andandosene ha detto: «Ich hab’ viele unnadige Knabe’n dass ich in Wasser [hinein] werfen muss, und wieder naus nehmen» («Ho un sacco di bambini cattivi da buttare in acqua e poi tirare fuori») – quindi ha salutato e se n’è andato. Questo è tutto, per quanto riguarda Babbo Natale. […]

Olivia L. e Olivia Susan (Susy) Clemens

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“L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso”, chissà se Susy ha intravisto sotto la barba di Babbo Natale le fattezze del suo papà, chissà se l’ha riconosciuto dalla risata, chissà se le è venuto un piccolo dubbio.

E, soprattutto, chissà se i suoi piccoli aiutanti erano Tom Sawyer e Huckleberry Finn 😉

 

 

Rivalità letterarie: Hemingway versus Borges

Hemingway à Cuba

Ernest Hemingway a Cuba

“Dear Jorges, my Cuban friend Lino Calvo gave me The Aleph, here in El Floridita, el Catedral del Daiquiri. Sure, dammed good book. They are saying around you are the best writer in Spanish, but you can kiss my ass and you never hit a ball out of the infield in your life. You took LITERATURE too solemnly. You discovered life late. You come down down here and fight for free with an old character like me, who is fifty years old and weighs 209 and thinks you are a shit, Jorges, and would knock you in your ass. HOW DO YOU LIKE IT NOW, GENTLEMEN? Viva El Torre Blanco. Yours sincerely, Papá”.

(Caro Jorge,

Il mio amico cubano Lino Calvo mi ha dato una copia de L’Aleph, qui al Floridita, la Cattedrale del Daiquiri. Gran libro, senza ombra di dubbio. Si dice che tu sia il miglior scrittore ispanofono, ma puoi baciarmi il didietro, non sei mai riuscito a colpire una palla fuori dal diamante. Hai preso la letteratura troppo sul serio. Hai scoperto la vita troppo tardi. Sei venuto fin qui per lottare gratis con un vecchio come me, che ha cinquant’anni e pesa 135 KG e pensa che tu sia un poco di buono, e ti prenderebbe a calci nel didietro. Che te ne pare adesso, gentiluomo? Viva El Torre Blanco. Tuo, Papa).

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Jorge Luis Borges

Secondo la leggenda, questa deliziosa missiva (nella mia traduzione italiana ho usato un po’ di eufemismi, ma basta dare un’occhiata al testo originale per rendersi conto di quello che intendo) sarebbe stata scritta da un Hemingway estremamente brillo nel marzo del 1950 e ritrovata tra i suoi scritti inediti. Molto più plausibilmente, si tratterebbe invece di uno scherzo letterario elaborato da quel burlone di José Emilio Pacheco, poeta messicano deceduto nel 2014.

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Pacheco

In un caso o nell’altro, la lettera, apocrifa o meno, fa venire alla luce la rivalità letteraria tra i due giganti della letteratura americana e ispano-americana, rispettivamente. Una rivalità giustificata da orientamenti politici (Hemingway  aveva appoggiato la Guerra civile spagnola, Borges era fortemente reazionario), ma anche da stili di vita e modi di intendere la letteratura diametralmente opposti.

Hemingway incarna la figura del macho, donnaiolo, cacciatore, soldato, amante delle corride e dei safari, cultore del buon vino, dei buoni cocktail e del buon cibo (a giugno, nel corso di una brevissima tappa a Valencia, sono andata a mangiare a La Pepica, che preparava la paella preferita di Hemingway, tanto per fare un esempio).

La Pepica, Valencia

Borges coltiva invece il mito della figura dell’intellettuale erudito e riservato, il lettore infinito che vive tra biblioteche, libri e conferenze, timido con le donne, austero, discreto. Hemingway è lo scrittore dell’esperienza, Borges è lo scrittore dell’immaginazione; entrambi sono politicamente scorretti (Hemingway è stato più volte internato per manie di persecuzione – era infatti convinto di essere spiato dal FBI, e non a torto, viste le sue simpatie per Paesi con governi di sinistra; Borges, per cui la politica era una de las formas del tedio, una delle declinazioni della noia, è stato più volte accusato di essere fin troppo vicino al regime di Pinochet e al generale argentino Jorge Rafael Videla in opposizione al peronismo – secondo molti, queste infelici affiliazioni gli costarono il Nobel), ma lo esprimono in modi diversi: Hemingway in maniera irruente, rumorosa, impegnata, Borges con un certo distacco da intellettuale che alla fine è lontano dalla res publica, in un mondo di sogni e di parole.
Ad ogni modo, l’antipatia tra i due era nota a tutti gli intellettuali (come dimostra la burla escogitata da Pacheco): la leggenda vuole che, alla morte di Hemingway, Borges abbia mandato al nemico ormai estinto una corona di fori con il seguente (cattivissimo) messaggio:

“Hemingway, que era un poco fanfarrón, terminó por suicidarse porque se dio cuenta que no era un gran escritor. Esto, en parte, lo redime”

(Hemingway, che era un esibizionista, ha deciso di suicidarsi dopo essersi reso conto di non essere poi un grande scrittore. La cosa in parte lo redime).

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Borges con Videla e Pinochet

 

Per saperne di più:

Tutte le donne di Hemingway

Borges y Hemingway, dal blog Oye Borges (in spagnolo)

 

Soundtrack: Hemingway, Negrita

 

Frammenti di un discorso amoroso#1: Emily Dickinson a Susan Gilbert

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

 

Questa citazione è speciale, perchè è dedicata al mio amico Nicola, che amava leggere.

Il frammento di oggi è tratto da una lettera di Emily Dickinson alla cognata, Susan Gilbert, moglie del fratello Austin. Il matrimonio di Susan e Austin è tormentato, segnato dalla morte del figlio Gib, di soli otto anni, e dalla storia tra Austin e Mabel Loomis Todd, durata ben tredici anni.

La corrispondenza pluridecennale tra Emily e “Susie” risponde a quell’ideale di “amicizia romantica” tipico del XIX secolo, caratterizzato da una prosa innocente e piena di affetto. Tuttavia, Susan riveste un ruolo ben più importante nella vita e negli affetti di Emily: la poetessa le manda tutti i suoi versi, chiedendole opinioni e revisioni. Susie è per lei amica, confidente, un tassello della sua vita e delle sua giornate di cui sente acutamente la mancanza; in una lettera datata agosto 1854, Emily le scrive;

“Non è passato giorno, bambina mia, in cui non ti abbia pensata, in cui io non abbia chiuso gli occhi su una serata estiva senza il ricordo dolce di te….Non mi manchi Susie – è ovvio che non mi manchi – semplicemente me ne sto seduta davanti alla finestra a fissare il vuoto e so che non c’è più nulla…”

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Il sentimento che unisce le due donne è forte, delicato, giocoso, possessivo, pervaso di una vena di gelosia e di costante malinconia.

La stessa Emily ha eternato l’impossibilità di definire ed etichettare l’amore nei suoi versi:

 

That Love is all there is,
Is all we know of Love;

(Che l’Amore è tutto/È tutto ciò che sappiamo dell’Amore).

Senza cercare quindi di stabilirne limiti e confini, le lettere di Emily Dickinson a Susie traboccano di questo tutto.

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Susan Gilbert Dickinson, Courtesy of John Hay Library, Brown University)

 

“A Susan Gilbert, 11 giugno 1852

In questo pomeriggio di giugno, Susie, ho un solo pensiero, e quel pensiero riguarda te, e una sola preghiera: cara Susie, anche quella riguarda te. Che tu e io, mano nella mano, come facciamo dentro di noi, possiamo vagabondare lontano, nei boschi e nei campi, come fanno i bambini, possiamo dimenticare tutti questi anni, dimenticare affanni, e tutte e due ridiventare bambine – ci riuscirei, se fosse così, Susie, e quando mi guardo intorno e mi ritrovo sola, di nuovo sospiro per te; sospiri brevi, sospiri inutili, che non ti riporteranno a casa.

Ho bisogno di te ogni giorno di più, il mondo che è già grande diventa sempre più vasto, il numero di coloro che amo sempre più piccolo, ogni giorno che passa e che tu sei lontana – mi manchi, tu cuore mio grande: il mio cuore se ne va in giro a vuoto e chiama Susie – gli amici sono troppo preziosi perché ce ne si separi, sono troppo pochi, e quanto presto se ne andranno là dove tu ed io non riusciremo a trovarli, non dimentichiamolo tutto questo, perché il loro ricordo, ora, ci risparmierà molte angosce, per quando sarà troppo tardi per amarli! Mia dolce Susie perdonami, tutto quello che ti dico – ho il cuore pieno di te, nessun altro all’infuori di te nei miei pensieri, eppure quando cerco di dire parole che non riguardano il mondo, il mondo mi viene meno. Se tu fossi qui – oh se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – cerco di avvicinarti sempre di più, scaccio le settimane fino al punto in cui sembrano del tutto dissolte, poi mi immagino che tu sia arrivata, e mi immagino mentre cammino lungo il sentiero verde per venirti incontro e il cuore mi scappa di mano e ho un gran da fare a riportarlo al passo e a insegnargli ad essere paziente, fino al momento in cui arriverà la dolce Susie. Tre settimane – non possono durare per sempre (……)

Diventerò impaziente ogni giorno di più fino al momento in cui quel giorno arriverà, perché fino ad ora non ho fatto altro che piangere e lamentarmi in attesa di te: adesso comincio a sperare.

Cara Susie, ho cercato in tutti i modi di farmi venire in mente che cosa ti avrebbe dato piacere, una qualche cosa da spedirti – poi alla fine ho visto le mie piccole Viole, mi supplicavano di lasciarle andare, così eccole qui – e con loro, quale Guida, un briciolo di erba che gli farà da cavaliere, che parimenti mi chiese il favore di accompagnarle – sono solo piccole, Susie, e temo non più profumate, ma ti parleranno degli affetti di casa, di quel qualcosa fedele che “mai si assopisce nè dorme”. Tienile sotto il cuscino, Susie, ti faranno sognare cieli azzurri, casa, il “paese benedetto”!

(…) Ora, Susie, addio, Vinnie* ti manda saluti affettuosi, la mamma i suoi, e io ci aggiungo un bacio, timidamente, per paura che ci sia lì qualcuno! Non lasciare che guardino, lo farai Susie?

 Emilie –”

(Da Emily Dickinson, Lettere, 1845 – 1886, Einaudi, a cura di Barbara Lanati)

 

*Lavinia Dickinson, sorella di Emily

Soundtrack: For Emily, whenever I may find her, Simon&Garfunkel

 

Sylvia Plath, la donna senza voce

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L’undici febbraio 1963, nel corso di uno degli inverni più rigidi conosciuti a Londra, Sylvia Plath si toglie la vita. Nel momento stesso in cui la Sylvia-persona smette di respirare, la testa appoggiata su un panno ordinatamente piegato in due, nasce una leggenda.

Quando la Sylvia mamma, poetessa, moglie tradita dal cuore spezzato, figlia arrabbiata, artista tormentata tace per sempre, dalle sua ceneri emerge l’idea di Sylvia: un’idea di cui hanno cercato – e continuano a cercare – di appropriarsi studiosi, critici, storici, eserciti di femministe. Ognuno di questi gruppi cerca di alzare la voce, di gridare di più, di fare ascoltare al mondo la propria versione di Sylvia: una Sylvia che ormai non può più difendersi e cercare di raccontare la sua, di versione, mentre il suo unico romanzo – La campana di vetro – e le sue poesie vengono rivisitate e forzate ad assumere la forma, la dimensione e le sfumature imposte loro dalla mitologia imperante.

Questo è il rischio che si corre quando si scrive della Plath: le versioni e le rappresentazioni che si sono avvicendate nel corso degli anni sono così diverse tra loro che Sylvia ha perso la sua voce, intrappolata in una rete sempre più contorta di aspettative individuali e collettive, mentre i due schieramenti della tifoseria – i pro Hughes, nettamente in minoranza, e i pro Plath, agguerriti e pieni di rivendicazioni – si guardano in cagnesco. Ognuno di loro vuole un pezzo della Plath, un pezzo che corrisponda a una precisa idea e raffigurazione, tanto che non si può fare a meno di chiedersi: chi è davvero Sylvia Plath? A chi appartiene l’idea, la memoria, il ricordo della creatura mitologica che emerge dalle ceneri con i suoi capelli di fuoco e mangia gli uomini come se fossero aria?

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Image credits: Etsy

Di chi sono le sue parole – e non solo quelle pubbliche, ma quelle più intime, quegli spaccati di vita quotidiana racchiusi nelle lettere e nei diari?

Uno degli episodi più macabri ed eccessivi di questa lotta per l’appropriazione della poetessa rimasta eternamente trentenne riguarda la sua lapide. Il 7 aprile 1989, due ammiratori della poetessa scrivono una lettera al Guardian per esprimere la loro indignazione per non essere riusciti a trovare la tomba di Sylvia, sepolta a Heptonstall, nel West Yorkshire. La sua lapide era infatti stata rimossa: un gruppo di femministe, offese dal fatto che l’iscrizione sulla lapide leggesse Sylvia Plath Hughes (i due non erano legalmente divorziati al momento della sua dipartita) avevano infatti grattato via il cognome del marito, e la lapide era stata rimossa per essere riparata.

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Un altro feudo degno di nota è quello nato tra i lettori, gli studiosi, i biografi e The Plath Estate, gestito con mano ferrea da Hughes (deceduto nel 1998) e da sua sorella Olwyn, agente letteraria, deceduta a gennaio. I due fratelli hanno dato filo da torcere ai biografi che, nel corso dei decenni, hanno cercato di raccontare la loro versione di Sylvia, tra querele, richieste di ritrazioni, lettere aperte, permessi non accordati: l’unica biografia approvata da Olwyn, Bitter fame, è stata praticamente scritta a quattro mani dalla stessa Olwyn e dalla poetessa Anne Stevenson, finendo per offrire un’agiografia di Ted Hughes e un’immagine alquanto negativa della Plath, mangiatrice di uomini, misogina, patologicamente gelosa del marito, offuscata dai suoi problemi mentali.

L’intera vicenda della sfortunata biografia Bitter fame è raccontata dalla scrittrice e giornalista Janet Malcolm in The Silent Woman: Sylvia Plath e Ted Hughes. La Malcolm, oltre a  ricostruire quelle vicende che hanno cercato di erodere la potenza della voce della Plath, offre interessanti spunti di riflessione sulla natura stessa delle biografie: il biografo, scrive, è un ladro professionista che si infiltra nelle case degli altri e rovista nei loro cassetti, svuotandone il contenuto e sottraendone sia le cose di valore, sia i segreti più sordidi, in una sorta di estasi voyeuristica.

C’è sicuramente un elemento di voyeurismo nelle vicende della famiglia Hughes-Plath, che fanno gridare Ted alla persecuzione e che vengono esasperate dalle vicende editoriali dopo la morte di Sylvia. La campana di vetro, il suo unico romanzo, era stato infatti pubblicato solo in Regno Unito e con uno pseudonimo, Victoria Lucas: Sylvia temeva infatti soprattutto di ferire i sentimenti della madre, la cui ambizione eccessiva nei confronti della figlia e la sua parziale cecità nei confronti dei suoi problemi psicologici sono incarnati dalla madre di Esther Greenwood.

All’inizio degli anni ’70, Hughes chiede alla madre della Plath, Aurelia, il permesso di pubblicare il romanzo anche negli Stati Uniti, per una motivazione alquanto veniale che rivela in una lettera datata 24 marzo 1970: Ted racconta all’ex suocera di aver adocchiato una bellissima casa nella costa nord del Devon. Non vuole vendere la casa che ha comprato nello Yorkshire, definendola un ottimo investimento, nè Court Green, il cottage in cui aveva vissuto con Sylvia, per ragioni sentimentali:

“Therefore I am trying to cash all my other assets and one that comes up is The Bell Jar”.

Aurelia acconsente a malincuore, ma vuole la sua parte: il permesso di Hughes di pubblicare le lettere che Sylvia aveva scritto a lei e a fratello, ovviamente in un’edizione rivista e corretta da lei, con tutti i tagli e le omissioni necessarie.

Anche i Diari, nei quali la voce di Sylvia può finalmente trovare libero sfogo, non sfuggono alle forbici di Hughes: il diario degli ultimi mesi di vita della poetessa viene da lui distrutto, sostenendo che fosse suo dovere risparmiare ulteriori sofferenze ai loro due figli, Frieda e Nicholas; un altro dei diari scompare misteriosamente. Tuttavia, come scrive Katharine Viner, è nei diari che ritroviamo le varie identità di Sylvia: la casalinga anni ’50, la donna sessualmente liberata anni ’60, la femminista anni ’70 e anche un tocco della Bridget Jones degli anni ’90:

“The journals remind us that there was a time when Sylvia Plath was alive and living – angry, happy, distressed, bitchy, silly, right, wrong. In her own words, withouth the filter of biography or poetry, here, the silent woman speaks for herself” (I diari ci ricordano che c’è stato un momento in cui Silvia era viva e viveva – arrabbiata, felice, angosciata, pettegola, frivola, giusta, sbagliata. Attraverso le sue parole, senza il filtro della biografia o della poesia, qui la donna silenziosa ritrova la sua voce”.)

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Per questo The Silent Woman della Malcolm rimane uno studio più interessante dei diversi tentativi biografici: è infatti un’analisi delle analisi, un’interpretazione delle interpretazioni dell’immenso baraccone sorto intorno al connubio Plath-Hughes. Secondo la Malcolm, in questo marasma di articoli, libri, studi, biografie, parole, la voce della Plath è stata totalmente soffocata, e non sarà mai in grado di raccontare il freddo, la tristezza, la solitudine, l’angoscia, l’alienante disperazione di quegli ultimi mesi. Tutti si arrogano il diritto di parlare al posto suo, in suo nome: ma la sua voce, diventata sempre più fievole fino a svanire del tutto quel gelido 11 febbraio, è stata così sottoposta a interventi esegetici e di alterazione che bisogna essere in grado di scavare sotto tutti gli strati per cercare di ritrovarla.

Bisogna approcciarsi alla Plath, sia alla sua prosa che alla sua poesia, cercando di non leggere tutto attraverso il mito della sua vicenda biografica: solo così, libere dal peso di decenni di tentativi di appropriazione, le sue parole riacquisteranno un senso perlomeno simile a quello originale, e Sylvia Plath, la ragazza di vetro andata a pezzi poi incollati alla meno peggio e messi a prendere polvere nel buio di una credenza scura, riacquisterà la sua propria voce.

Tesoro, è tutta la notte

che vacillo, spenta, accesa, spenta, accesa.

Le lenzuola si fanno grevi come il bacio di un vizioso.

Tre giorni. Tre notti.

Acqua e limone, acqua

di pollo, acqua mi fanno vomitare.

Sono troppo pura per te o per chiunque.

Il tuo corpo

mi fa male come il mondo fa male a Dio. Sono una lanterna_______

la mia testa una luna

di carta giapponese, la mia pelle oro in foglia

infinitamente delicata e infinitamente costosa.

Non ti sbalordisce il mio calore? È la mia luce.

Tutta sola, sono un’enorme camelia

che arde e viene e va, vampa su vampa.

Sto sollevandomi, credo.

Credo che salirò______

I grani di metallo bollente volano e io, amore, io

sono una pura

vergine

di acetilene, scortata da rose,

da baci e cherubini,

da tutte queste strane cose rosa.

Non tu, né lui,

non lui, né lui

(i miei io che si dissolvono, vecchie gonnelle di puttana)________

verso il Paradiso.

(Da Febbre a 40 gradi, trad. a cura di Anna Ravano)

Consigli di lettura:

Soundtrack: Celebrity skin, Hole (You want a part of me? Well I’m not selling cheap, no, I’m not selling cheap)

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Nothing good gets away: John Steinbeck al figlio Thom

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Marzo mi coglie di sorpresa.

Arriva di soppiatto, seducendomi e illudendomi con un paio di raggi di sole, promessa di una primavera che, come ogni anno, stenterà a raggiungere il freddo Nord Europa.

Si infila tra le mie giornate, furtivo, scaltro, facendomi credere che, dato che diventa buio più tardi, posso riempirle di cose, tra le quali poi annaspo, e boccheggio. E mi blocco, e resto lì.

Questo mese senza capo né coda mi fa desiderare.

Boccate d’aria e venti di cambiamenti, e cieli diversi da quelli abituali.

Si, il preannuncio della nuova stagione, questa primavera in nuce, mi riempie di desideri. Di aria e di cielo, tepore sulla pelle e gambe senza calze, un bicchiere di sangria vicino al mare, un sole arancione come la frutta nel bicchiere.

Allora devo fermarmi, respirare a pieni polmoni, regalarmi un pensiero di bellezza.

Come questa lettera di Steinbeck al figlio Thom (avuto dalla seconda moglie, la cantante Gwyndolyn Conger) tratta da Letters of Note di Shaun Usher, una raccolta di 125 lettere che non ti aspetti, dalla ricetta degli scones che la regina Elisabetta manda a Eisenhower all’appello di Gandhi a Hitler, dal primo “OMG” (Oh my God) della storia (in una lettera a Churchill) alla lettera che la Woolf scrive prima di suicidarsi, fino ad arrivare alla lettera motivazionale di Leonardo da Vinci (almeno lui non doveva aggiornare l’Europass ogni volta che faceva domanda per un posto di lavoro….).

Potete trovare la versione originale della lettera qui; intanto ve la propongo in traduzione.

New York

10 novembre 1958

Caro Thom,

stamattina abbiamo ricevuto la tua lettera. Ti dirò come la penso, e, ovviamente, altrettanto farà Elaine.

Innanzitutto, innamorarsi è una cosa bella – una delle più belle che ti possano accadere. Non lasciare che qualcuno la sminuisca, o te la faccia sottovalutare.

In secondo luogo – ci sono diversi tipi di amore. Uno è egoista, gretto, narcisista, e usa l’amore stesso per giustificare la sua boriosa presunzione. Questo è l’amore che soffoca e paralizza.

L’altro fa venire fuori la parte migliore di te, quella fatta di gentilezza, considerazione e rispetto – non solo rispetto delle norme sociali, ma qualcosa di più profondo: il riconoscimento dell’unicità e del valore dell’altro. Il primo tipo di amore ti fa sentire infelice e piccolo e debole, ma il secondo riesce a tirare fuori riserve di forza, coraggio, bontà e buon senso che non sapevi nemmeno di possedere.

Scrivi che non si tratta solo di una cotta – se i tuoi sentimenti sono profondi come dici, di certo non lo è.

Ma non penso volessi da me una definizione dei tuoi sentimenti. Li conosci meglio di chiunque altro. Volevi invece che ti aiutassi a capire cosa fare – questo posso dirtelo.

Per cominciare, sii felice, sii grato, sii riconoscente. L’oggetto dell’amore è il migliore e il più bello. Cerca di esserne all’altezza.

Se ami qualcuno, dirlo non può fare alcun male. Ricordati solo che alcune persone sono molto timide, e che dovrai tenere presente questa loro timidezza.

Le ragazze hanno una specie di sesto senso, quando si tratta di sentimenti, ma amano le dichiarazioni.

Può succedere che quello che provi non sia ricambiato – questo non lo rende meno prezioso, meno bello.

Per chiudere, so cosa provi, perché lo provo anch’io, e ne sono felice per te.

Saremo felici di incontrare Susan. Sarà la benvenuta. Lascerò tutti i dettagli pratici ad Elaine, perché questo è territorio di sua competenza, e sarà felicissima di dare una mano. Anche lei ne sa qualcosa, dell’amore, e può aiutarti più di quanto possa farlo io.

E non avere paura di perdere. Le cose vanno come devono andare. L’importante è non avere fretta.

Le cose belle non scappano.

Con amore, papà

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Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità: note da un incontro tra il prof. Hillis e Berry

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Leggere Wendell Berry significa entrare in un mondo a parte. Un mondo che contempla tanti aspetti diversi – amore, comunità, famiglia, Chiesa, agricoltura, economia, scontro tra il vecchio e il nuovo,  amicizia, memoria, passato, morte – che Berry indaga ed approfondisce.

Sono a tre quarti di Jayber Crow, e la sua struttura è un po’ come una cipolla: ogni strato ne nasconde un altro, fino ad arrivare al cuore, al nocciolo duro della storia; la storia di Jayber, una storia di paese che al tempo stesso diventa parabola universale. La storia di un individuo che si interroga su se stesso  -a partire dal suo nome, dalle sue radici, dalla comunità che abita – fino ad arrivare a tematiche più ampie, più profonde, di interesse collettivo: l’amore, la fede, il senso di appartenenza, la coerenza con se stessi.

Jayber Crow non è dunque solo la storia di un singolo barbiere di paese, raccontata da lui stesso: è una metafora della ricerca di se stessi, della ricerca di significato, della ricerca di risposte. Della necessità di dare un senso a ciò che si è, a ciò che si fa, a quanto ciò che si fa definisca quello che si è.

L’articolo che vi propongo di seguito è la traduzione di un post  (Wendell Berry, Jayber Crow and the Trinity) segnalatomi dagli amici di Edizioni Lindau, tratto dal blog My unquiet heart curato da Greg Hillis, professore associato di Teologia presso la Bellarmine University di Louisville, KY.

Hills racconta del suo incontro con Wendell e Tanya Berry presso la loro fattoria, dove si reca insieme alla moglie Kim e a Kaya Oakes, scrittrice californiana che si occupa di femminismo e spiritualità.

Parlano di Jayber Crow, usato come testo dal professor Hillis nel suo corso di introduzione alla teologia, e di fede. Una fede che trascende la Chiesa, oggetto di aspre critiche da parte di Berry anche attraverso le parole di Jayber, e che si incarna nel senso di comunità di Port William, cittadina fittizia del Kentucky dove Berry ha ambientato sia Hannah Coulter che Jayber Crow.

Ecco come Jayber descrive la comunità di Port William:

Sentivo che ormai nessuno poteva staccarmi da Port William come se fossi stato l’osso di una prugna, né poteva staccare Port William da me. Neppure la morte, ormai, ci poteva separare.

La storia trabocca oltre il tempo, e l’amore trabocca oltre ciò che il mondo ci concede. Ogni recipiente trabocca, e nessun termine o limite restano stabili. Tutto ciò che può essere fatto vacillare deve vacillare. In un certo senso, invece, niente è mai andato perduto, e siamo compattati insieme per sempre, persino dai nostri fallimenti, dai nostri rimpianti e dai nostri desideri.

L’immagine della chiesa riunita che mi ero fatto dopo esserne diventato il custode cedette il passo a quella della comunità riunita. Ciò che vedevo era una comunità imperfetta e indecisa, ma tenuta insieme dai legami snervati e snervanti, imperfetti eppur sempre vigorosi, da diversi tipi di affetto. Probabilmente nessun abitante di Port William era mai stato privato dell’affetto di un altro membro della comunità, che a sua volta era stato amato da qualcun altro, e così di seguito.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, traduzione a cura di Vincenzo Perna, pag. 286).

Vi lascio all’articolo del prof. Hillis, che offre più di un’interessante chiave di lettura per addentrarsi in quel microcosmo che è Port William e scendere lungo il corso del fiume insieme a Jayber Crow, il barbiere.

Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità

Un paio di persone mi hanno chiesto di scrivere due righe sul mio recente incontro con Tanya e Wendell Berry nella loro fattoria, domenica scorsa. Non ho detto a Wendell che avrei scritto qualcosa sul nostro incontro perché non ne avevo nessuna intenzione. Sono quindi riluttante ad addentrarmi nei dettagli: mi manterrò sul generale.

Tanya e Wendell sono stati ospiti molto generosi e hanno messo me e le due persone che mi avevano accompagnato, Kaya Oakes e mia moglie Kim, a nostro agio (avevo organizzato quest’incontro con Wendell Berry perché lui e Kaya hanno un editore in comune, e Kaya era in città per una delle sue lezioni per il Master in studi spirituali di cui sono responsabile). La nostra conversazione ha toccato temi quali l’educazione secondaria, l’agricoltura, il matrimonio, il mondo dell’editoria e Il Kentucky.

Quando ho accennato al fatto che uso il suo romanzo, Jayber Crow, nel mio corso di introduzione alla teologia, siamo finiti in quella che spero sia stata una conversazione proficua per tutti sul soggetto della Trinità e l’importanza di una genuina teologia dell’incarnazione.

“Sei un teologo dell’incarnazione?” mi ha chiesto. Quando gli ho risposto di si, ho intravisto una scintilla di sollievo nei suoi occhi. La sua preoccupazione principale era che potessi rivelarmi simile a quei predicatori che negano l’esistenza della bellezza nel mondo; quei predicatori contro i quali Berry inveisce di sovente.

Come volevasi dimostrare, quando più tardi mi sono assentato per un momento dalla stanza, Wendell ha guardato Kaya e le ha detto “Mi sto divertendo molto più di quanto pensassi”. Non ero uno di quei teologi!

Non sono il solo a vedere nello stesso Berry un teologo;  la nostra conversazione sulla Trinità si è basata sulle intuizioni teologiche presenti in Jayber Crow.

Le mie osservazioni su Jayber Crow sono essenzialmente quelle che ho buttato giù qui nel blog in un post del 2012; quindi voglio concludere facendo un copia/incolla delle mie vecchie note.

Per me, Jayber Crow è una parabola del Regno di Dio. È una storia raccontata dal punto di vista di un barbiere celibe che vive in una cittadina fittizia del Kentucky, Port William.

La descrizione che Jayber fa della ragion d’essere e dello scopo della comunità di Port William è tra le più belle che io abbia mai letto. Non tutti nella comunità erano affettuosi o amabili.

Al contrario: alcuni, come Cecelia Overhold, rifiutano di accettare la generosità e la disponibilità della cittadina. Ma la comunità si è mantenuta unita perché ogni individuo, che lo volesse o no, entrava a farne parte. Jayber descrive Port William come un posto dove gli affari del singolo diventano gli affari di tutti; di conseguenza, la comunità ne condivide guadagni e perdite. Si tratta di una comunità in cui ci si prende cura del raccolto di un agricoltore malato, i pasti caldi arrivano lì dove ce n’è bisogno, chi ha freddo non rimane senza combustibile e i giocattoli arrivano a quei bambini che altrimenti non ne avrebbero. Jayber la definisce

una carità che include anche la chiesa, non il contrario.

Berry non trova molte parole gentili per la chiesa in Jayber Crow. La chiesa di Port William fa spesso mostra di un sentimento anticomunitario, di un atteggiamento da “noi-contro-di-loro”, e un dualismo corpo/anima che non può che scatenare le critiche di Berry. La vera comunità è la cittadina, perché è in seno ad essa che l’amore si manifesta.

Tutto questo si rivela chiaramente e meravigliosamente nell’amore che Jayber nutre per Mattie. Jayber, dopo aver scoperto che il marito di Mattie la tradisce, decide che la ragazza si merita un marito che la ami veramente e le sia fedele. Jayber si prefigge di essere lui, quel marito. Così, tormentato dalla possibilità che un essere così degno di amore come Mattie passi la vita senza essere amata come meriterebbe, Jayber decide di giurarle fedeltà, senza che lei ne sappia niente.

Il fatto che ci siano persone che spesso mi guardino con incredulità o disgusto quando parlo di questo voto di fedeltà la dice lunga. Molti lo percepiscono come un voto strano, forse perfino perverso. Io invece suggerirei di vederlo come espressione di un amore completamente disinteressato; un amore interamente basato sul dare; un amore che esiste unicamente in virtù dell’amore stesso. E non è un caso che Jayber, dopo aver deciso di dedicarsi completamente a quest’amore senza aspettative, riesca improvvisamente ad avere una profonda intuizione sulla natura di Dio:

 Immaginavo che il nome vero fosse Padre, e immaginavo tutto ciò che quel nome implicava: l’amore, la compassione, l’offesa, la delusione, la rabbia, la sopportazione del dolore, le lacrime, il perdono, la sofferenza sino alla morte.

Se l’amore era in grado di forzare i miei pensieri oltre i limiti del mondo e al di fuori del tempo, allora non potevo forse vedere come anche l’onnipotenza divina avesse la capacità, per la forza del proprio amore, di essere riportata nel mondo? Non potevo forse vederlo, perché aveva la capacità di conoscere le sue creature soltanto attraverso la compassione, incarnarsi in un corpo mortale, diventare umano e camminare tra noi, assumere la nostra natura e il suo destino, patire le nostre colpe e la nostra morte?

Si. E immaginavo un Padre che apre le ali come una chioccia prima del temporale, o al tramonto prima che scenda la notte, offrendo protezione ai suoi piccoli di Port William, alcuni dei quali accettano e altri no. Immaginavo Port William cavalcare la sua modesta onda nel tempo sotto il cielo, le sue fiammelle d’insonnia illuminarsi e spegnersi. Riuscivo a immaginare Dio che la guardava dall’alto in basso, con le sue vite che vivevano nel Suo spirito, che respiravano il Suo soffio vitale, che conoscevano la Sua luce, ma ogni volta che anche, inevitabilmente, viveva per suo proprio volere – il Suo corpo donato soltanto per essere ucciso”.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, trad. Vincenzo Perna, pag. 350)

 

Un barbiere di una piccola cittadina del Kentucky (Può qualcosa di buono venir fuori da Nazareth?) ci offre un’immagine di vero amore, diventa un vero teologo con una comprensione del divino più profonda della maggior parte delle cose che ho letto. Definendo il significato dell’amore, Wendell Berry – per bocca di Jayber – ci narra la parabola di una vera comunità: una comunità basata su un amore disinteressato, generoso, vulnerabile, accogliente.

Se solo la Chiesa riuscisse ad assomigliare a questa versione del Paradiso.

JC

foto da: https://www.etsy.com/it/shop/Pyrogravure