Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #2: Babbo Mark Twain

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book

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Le foto d’epoca ce lo presentano sempre un po’ così, duro, accigliato, questi baffoni che nascondono ogni parvenza di sorriso, ma anche Mark Twain sapeva diventare dolce come il miele, almeno sotto Natale, per le sue figlie.

Nello specifico abbiamo memoria di una lettera che scrisse nientepopodimeno che nelle vesti di Babbo Natale, in risposta a quella che sua figlia Susy aveva inviato al vecchio portatore di regali con la sua richiesta di doni.

Di solito le lettere a Babbo Natale sono a senso unico, si mandano e non si riceve mai risposta, se non sotto forma di desideri esauditi; questa volta, invece, la piccola Susy ha avuto il grande dono di ricevere una risposta, lunga, articolata, la risposta che farebbe tremare di felicità le gambe di ogni bambino.

Ed ecco a voi la lettera di Babbo Natale Twain per Susy:

 

Palazzo di San Nicola, sulla Luna

Mattina di Natale

 

 Mia cara Susy Clemens,

 

ho ricevuto e letto tutte le lettere che mi avete scritto tu e la tua sorellina… so leggere senza alcun problema la grafia frastagliata e fantasiosa, tua e della piccola. Ma ho avuto qualche problema con le lettere che avete dettato a vostra madre e alle balie, perché sono straniero e non so leggere bene in inglese. Vedrete che non ho commesso errori per quanto riguarda le cose che tu e la piccolina avete chiesto nelle vostre lettere – sono sceso lungo il vostro camino a mezzanotte mentre dormivate e vi ho portato tutto personalmente – e ho anche dato un bacio a entrambe… Ma… c’erano una o due piccole richieste che non ho potuto esaudire, perché abbiamo finito le scorte…

 C’erano una o due parole nella lettera della tua mamma che… penso fossero “un baule pieno di vestitini per le bambole”, è così? Mi farò trovare alla porta della cucina intorno alle nove di questa mattina per chiedertelo. Ma non devo vedere nessuno né parlare con nessun altro a parte te. Quando il campanello della cucina suonerà, George deve essere bendato e mandato ad aprire. Devi dire a George di camminare in punta di piedi e di non parlare – altrimenti morirà, un giorno. Quindi devi salire nella cameretta e stare in piedi sulla sedia o sul letto della tata e appoggiare l’orecchio al citofono che dà sulla cucina e, quando io ci fischierò dentro, dovrai dire: «benvenuto, Babbo Natale!» Quindi ti chiederò se era un baule che volevi. Se dirai di sì, ti chiederò di che colore lo vuoi… e dovrai descrivermi in ogni singolo dettaglio le cose che vuoi che contenga. Quindi, quando dirò: «arrivederci e buon Natale alla mia piccola Susy Clemens» tu devi dire «arrivederci, buon vecchio Babbo Natale, ti ringrazio moltissimo». Quindi devi scendere nella biblioteca e dire a George di chiudere tutte le porte che danno sulla sala e tutti devono stare fermi per un pochino. Andrò sulla Luna e, in pochi minuti, prenderò le cose che mi avete chiesto, tornerò passando per il camino della sala – se vuoi un baule – perché non posso far passare un baule dal camino della cameretta, sai… se lascio della neve nella sala, dite a George di spazzarla nel camino perché io non avrò il tempo di farlo. George non dovrà usare la scopa, ma uno straccio – o di nuovo, un giorno morirà… se i miei stivali lasciano una macchia sul marmo, George non dovrà pulirlo con la pietra pomice. Lasciatela lì per sempre a memoria della mia visita, e ogni volta che la guarderai o la mostrerai a qualcuno, deve ricordarti sempre di essere una brava bambina. Ogni volta che ti comporterai male e qualcuno ti indicherà quella macchia che lo stivale del buon vecchio Babbo Natale ha lasciato sul marmo, cosa dirai, piccolo tesoro mio?

Arrivederci tra pochi minuti, quando verrò sulla terra e suonerò il campanello della cucina.

 Il tuo amorevole Babbo Natale,

che ogni tanto viene chiamato Uomo della Luna.

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Non si sa esattamente come sia andata quella mattina, come si sia comportata Susy dopo aver letto e ricevuto la lettera, però ne è arrivata un’altra  fino a noi scritta dalla piccola, nella quale racconta del suo incontro con Babbo Natale (Mark Twain travestito?). Eccone uno stralcio:

 

[…] Una sera Rosa e tutti gli altri hanno detto che Babbo Natale sarebbe venuto prima di Natale e si sarebbe fatto vedere da tutti. Rosa ha detto che temeva che Babbo Natale non sarebbe venuto da noi perché non siamo tedeschi [in quel periodo la famiglia di Twain si trovava a Monaco, in Germania]. Mamma e tutti gli altri hanno detto che pensavano che Babbo Natale non sarebbe venuto. Quando mamma si è seduta a tavola, per mangiare il dolce, abbiamo sentito bussare alla porta ed è entrata Fraulein Dahlweiner e, dietro di lei, Babbo Natale. È entrato portando un sacco di tela e ha detto «Noch ein Sach!» («Un altro sacco!»). Ha tirato fuori un pacchetto, e quel pacchetto conteneva delle candele, poi ha tirato fuori due bambole, poi delle noci dorate e delle mele e delle gemme. Er hat gesagt (ha detto): «Wenn du nicht brav bischt, denn gibt es ‘was!» («Se non fai la brava le prendi!»). Aveva in testa un cappellone e continuava a coprirsi, non voleva che nessuno lo vedesse in faccia. L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso. Andandosene ha detto: «Ich hab’ viele unnadige Knabe’n dass ich in Wasser [hinein] werfen muss, und wieder naus nehmen» («Ho un sacco di bambini cattivi da buttare in acqua e poi tirare fuori») – quindi ha salutato e se n’è andato. Questo è tutto, per quanto riguarda Babbo Natale. […]

Olivia L. e Olivia Susan (Susy) Clemens

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“L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso”, chissà se Susy ha intravisto sotto la barba di Babbo Natale le fattezze del suo papà, chissà se l’ha riconosciuto dalla risata, chissà se le è venuto un piccolo dubbio.

E, soprattutto, chissà se i suoi piccoli aiutanti erano Tom Sawyer e Huckleberry Finn 😉

 

 

Rivalità letterarie: Hemingway versus Borges

Hemingway à Cuba

Ernest Hemingway a Cuba

“Dear Jorges, my Cuban friend Lino Calvo gave me The Aleph, here in El Floridita, el Catedral del Daiquiri. Sure, dammed good book. They are saying around you are the best writer in Spanish, but you can kiss my ass and you never hit a ball out of the infield in your life. You took LITERATURE too solemnly. You discovered life late. You come down down here and fight for free with an old character like me, who is fifty years old and weighs 209 and thinks you are a shit, Jorges, and would knock you in your ass. HOW DO YOU LIKE IT NOW, GENTLEMEN? Viva El Torre Blanco. Yours sincerely, Papá”.

(Caro Jorge,

Il mio amico cubano Lino Calvo mi ha dato una copia de L’Aleph, qui al Floridita, la Cattedrale del Daiquiri. Gran libro, senza ombra di dubbio. Si dice che tu sia il miglior scrittore ispanofono, ma puoi baciarmi il didietro, non sei mai riuscito a colpire una palla fuori dal diamante. Hai preso la letteratura troppo sul serio. Hai scoperto la vita troppo tardi. Sei venuto fin qui per lottare gratis con un vecchio come me, che ha cinquant’anni e pesa 135 KG e pensa che tu sia un poco di buono, e ti prenderebbe a calci nel didietro. Che te ne pare adesso, gentiluomo? Viva El Torre Blanco. Tuo, Papa).

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Jorge Luis Borges

Secondo la leggenda, questa deliziosa missiva (nella mia traduzione italiana ho usato un po’ di eufemismi, ma basta dare un’occhiata al testo originale per rendersi conto di quello che intendo) sarebbe stata scritta da un Hemingway estremamente brillo nel marzo del 1950 e ritrovata tra i suoi scritti inediti. Molto più plausibilmente, si tratterebbe invece di uno scherzo letterario elaborato da quel burlone di José Emilio Pacheco, poeta messicano deceduto nel 2014.

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Pacheco

In un caso o nell’altro, la lettera, apocrifa o meno, fa venire alla luce la rivalità letteraria tra i due giganti della letteratura americana e ispano-americana, rispettivamente. Una rivalità giustificata da orientamenti politici (Hemingway  aveva appoggiato la Guerra civile spagnola, Borges era fortemente reazionario), ma anche da stili di vita e modi di intendere la letteratura diametralmente opposti.

Hemingway incarna la figura del macho, donnaiolo, cacciatore, soldato, amante delle corride e dei safari, cultore del buon vino, dei buoni cocktail e del buon cibo (a giugno, nel corso di una brevissima tappa a Valencia, sono andata a mangiare a La Pepica, che preparava la paella preferita di Hemingway, tanto per fare un esempio).

La Pepica, Valencia

Borges coltiva invece il mito della figura dell’intellettuale erudito e riservato, il lettore infinito che vive tra biblioteche, libri e conferenze, timido con le donne, austero, discreto. Hemingway è lo scrittore dell’esperienza, Borges è lo scrittore dell’immaginazione; entrambi sono politicamente scorretti (Hemingway è stato più volte internato per manie di persecuzione – era infatti convinto di essere spiato dal FBI, e non a torto, viste le sue simpatie per Paesi con governi di sinistra; Borges, per cui la politica era una de las formas del tedio, una delle declinazioni della noia, è stato più volte accusato di essere fin troppo vicino al regime di Pinochet e al generale argentino Jorge Rafael Videla in opposizione al peronismo – secondo molti, queste infelici affiliazioni gli costarono il Nobel), ma lo esprimono in modi diversi: Hemingway in maniera irruente, rumorosa, impegnata, Borges con un certo distacco da intellettuale che alla fine è lontano dalla res publica, in un mondo di sogni e di parole.
Ad ogni modo, l’antipatia tra i due era nota a tutti gli intellettuali (come dimostra la burla escogitata da Pacheco): la leggenda vuole che, alla morte di Hemingway, Borges abbia mandato al nemico ormai estinto una corona di fori con il seguente (cattivissimo) messaggio:

“Hemingway, que era un poco fanfarrón, terminó por suicidarse porque se dio cuenta que no era un gran escritor. Esto, en parte, lo redime”

(Hemingway, che era un esibizionista, ha deciso di suicidarsi dopo essersi reso conto di non essere poi un grande scrittore. La cosa in parte lo redime).

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Borges con Videla e Pinochet

 

Per saperne di più:

Tutte le donne di Hemingway

Borges y Hemingway, dal blog Oye Borges (in spagnolo)

 

Soundtrack: Hemingway, Negrita

 

Frammenti di un discorso amoroso#1: Emily Dickinson a Susan Gilbert

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

 

Questa citazione è speciale, perchè è dedicata al mio amico Nicola, che amava leggere.

Il frammento di oggi è tratto da una lettera di Emily Dickinson alla cognata, Susan Gilbert, moglie del fratello Austin. Il matrimonio di Susan e Austin è tormentato, segnato dalla morte del figlio Gib, di soli otto anni, e dalla storia tra Austin e Mabel Loomis Todd, durata ben tredici anni.

La corrispondenza pluridecennale tra Emily e “Susie” risponde a quell’ideale di “amicizia romantica” tipico del XIX secolo, caratterizzato da una prosa innocente e piena di affetto. Tuttavia, Susan riveste un ruolo ben più importante nella vita e negli affetti di Emily: la poetessa le manda tutti i suoi versi, chiedendole opinioni e revisioni. Susie è per lei amica, confidente, un tassello della sua vita e delle sua giornate di cui sente acutamente la mancanza; in una lettera datata agosto 1854, Emily le scrive;

“Non è passato giorno, bambina mia, in cui non ti abbia pensata, in cui io non abbia chiuso gli occhi su una serata estiva senza il ricordo dolce di te….Non mi manchi Susie – è ovvio che non mi manchi – semplicemente me ne sto seduta davanti alla finestra a fissare il vuoto e so che non c’è più nulla…”

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Il sentimento che unisce le due donne è forte, delicato, giocoso, possessivo, pervaso di una vena di gelosia e di costante malinconia.

La stessa Emily ha eternato l’impossibilità di definire ed etichettare l’amore nei suoi versi:

 

That Love is all there is,
Is all we know of Love;

(Che l’Amore è tutto/È tutto ciò che sappiamo dell’Amore).

Senza cercare quindi di stabilirne limiti e confini, le lettere di Emily Dickinson a Susie traboccano di questo tutto.

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Susan Gilbert Dickinson, Courtesy of John Hay Library, Brown University)

 

“A Susan Gilbert, 11 giugno 1852

In questo pomeriggio di giugno, Susie, ho un solo pensiero, e quel pensiero riguarda te, e una sola preghiera: cara Susie, anche quella riguarda te. Che tu e io, mano nella mano, come facciamo dentro di noi, possiamo vagabondare lontano, nei boschi e nei campi, come fanno i bambini, possiamo dimenticare tutti questi anni, dimenticare affanni, e tutte e due ridiventare bambine – ci riuscirei, se fosse così, Susie, e quando mi guardo intorno e mi ritrovo sola, di nuovo sospiro per te; sospiri brevi, sospiri inutili, che non ti riporteranno a casa.

Ho bisogno di te ogni giorno di più, il mondo che è già grande diventa sempre più vasto, il numero di coloro che amo sempre più piccolo, ogni giorno che passa e che tu sei lontana – mi manchi, tu cuore mio grande: il mio cuore se ne va in giro a vuoto e chiama Susie – gli amici sono troppo preziosi perché ce ne si separi, sono troppo pochi, e quanto presto se ne andranno là dove tu ed io non riusciremo a trovarli, non dimentichiamolo tutto questo, perché il loro ricordo, ora, ci risparmierà molte angosce, per quando sarà troppo tardi per amarli! Mia dolce Susie perdonami, tutto quello che ti dico – ho il cuore pieno di te, nessun altro all’infuori di te nei miei pensieri, eppure quando cerco di dire parole che non riguardano il mondo, il mondo mi viene meno. Se tu fossi qui – oh se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – cerco di avvicinarti sempre di più, scaccio le settimane fino al punto in cui sembrano del tutto dissolte, poi mi immagino che tu sia arrivata, e mi immagino mentre cammino lungo il sentiero verde per venirti incontro e il cuore mi scappa di mano e ho un gran da fare a riportarlo al passo e a insegnargli ad essere paziente, fino al momento in cui arriverà la dolce Susie. Tre settimane – non possono durare per sempre (……)

Diventerò impaziente ogni giorno di più fino al momento in cui quel giorno arriverà, perché fino ad ora non ho fatto altro che piangere e lamentarmi in attesa di te: adesso comincio a sperare.

Cara Susie, ho cercato in tutti i modi di farmi venire in mente che cosa ti avrebbe dato piacere, una qualche cosa da spedirti – poi alla fine ho visto le mie piccole Viole, mi supplicavano di lasciarle andare, così eccole qui – e con loro, quale Guida, un briciolo di erba che gli farà da cavaliere, che parimenti mi chiese il favore di accompagnarle – sono solo piccole, Susie, e temo non più profumate, ma ti parleranno degli affetti di casa, di quel qualcosa fedele che “mai si assopisce nè dorme”. Tienile sotto il cuscino, Susie, ti faranno sognare cieli azzurri, casa, il “paese benedetto”!

(…) Ora, Susie, addio, Vinnie* ti manda saluti affettuosi, la mamma i suoi, e io ci aggiungo un bacio, timidamente, per paura che ci sia lì qualcuno! Non lasciare che guardino, lo farai Susie?

 Emilie –”

(Da Emily Dickinson, Lettere, 1845 – 1886, Einaudi, a cura di Barbara Lanati)

 

*Lavinia Dickinson, sorella di Emily

Soundtrack: For Emily, whenever I may find her, Simon&Garfunkel

 

Sylvia Plath, la donna senza voce

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L’undici febbraio 1963, nel corso di uno degli inverni più rigidi conosciuti a Londra, Sylvia Plath si toglie la vita. Nel momento stesso in cui la Sylvia-persona smette di respirare, la testa appoggiata su un panno ordinatamente piegato in due, nasce una leggenda.

Quando la Sylvia mamma, poetessa, moglie tradita dal cuore spezzato, figlia arrabbiata, artista tormentata tace per sempre, dalle sua ceneri emerge l’idea di Sylvia: un’idea di cui hanno cercato – e continuano a cercare – di appropriarsi studiosi, critici, storici, eserciti di femministe. Ognuno di questi gruppi cerca di alzare la voce, di gridare di più, di fare ascoltare al mondo la propria versione di Sylvia: una Sylvia che ormai non può più difendersi e cercare di raccontare la sua, di versione, mentre il suo unico romanzo – La campana di vetro – e le sue poesie vengono rivisitate e forzate ad assumere la forma, la dimensione e le sfumature imposte loro dalla mitologia imperante.

Questo è il rischio che si corre quando si scrive della Plath: le versioni e le rappresentazioni che si sono avvicendate nel corso degli anni sono così diverse tra loro che Sylvia ha perso la sua voce, intrappolata in una rete sempre più contorta di aspettative individuali e collettive, mentre i due schieramenti della tifoseria – i pro Hughes, nettamente in minoranza, e i pro Plath, agguerriti e pieni di rivendicazioni – si guardano in cagnesco. Ognuno di loro vuole un pezzo della Plath, un pezzo che corrisponda a una precisa idea e raffigurazione, tanto che non si può fare a meno di chiedersi: chi è davvero Sylvia Plath? A chi appartiene l’idea, la memoria, il ricordo della creatura mitologica che emerge dalle ceneri con i suoi capelli di fuoco e mangia gli uomini come se fossero aria?

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Image credits: Etsy

Di chi sono le sue parole – e non solo quelle pubbliche, ma quelle più intime, quegli spaccati di vita quotidiana racchiusi nelle lettere e nei diari?

Uno degli episodi più macabri ed eccessivi di questa lotta per l’appropriazione della poetessa rimasta eternamente trentenne riguarda la sua lapide. Il 7 aprile 1989, due ammiratori della poetessa scrivono una lettera al Guardian per esprimere la loro indignazione per non essere riusciti a trovare la tomba di Sylvia, sepolta a Heptonstall, nel West Yorkshire. La sua lapide era infatti stata rimossa: un gruppo di femministe, offese dal fatto che l’iscrizione sulla lapide leggesse Sylvia Plath Hughes (i due non erano legalmente divorziati al momento della sua dipartita) avevano infatti grattato via il cognome del marito, e la lapide era stata rimossa per essere riparata.

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Un altro feudo degno di nota è quello nato tra i lettori, gli studiosi, i biografi e The Plath Estate, gestito con mano ferrea da Hughes (deceduto nel 1998) e da sua sorella Olwyn, agente letteraria, deceduta a gennaio. I due fratelli hanno dato filo da torcere ai biografi che, nel corso dei decenni, hanno cercato di raccontare la loro versione di Sylvia, tra querele, richieste di ritrazioni, lettere aperte, permessi non accordati: l’unica biografia approvata da Olwyn, Bitter fame, è stata praticamente scritta a quattro mani dalla stessa Olwyn e dalla poetessa Anne Stevenson, finendo per offrire un’agiografia di Ted Hughes e un’immagine alquanto negativa della Plath, mangiatrice di uomini, misogina, patologicamente gelosa del marito, offuscata dai suoi problemi mentali.

L’intera vicenda della sfortunata biografia Bitter fame è raccontata dalla scrittrice e giornalista Janet Malcolm in The Silent Woman: Sylvia Plath e Ted Hughes. La Malcolm, oltre a  ricostruire quelle vicende che hanno cercato di erodere la potenza della voce della Plath, offre interessanti spunti di riflessione sulla natura stessa delle biografie: il biografo, scrive, è un ladro professionista che si infiltra nelle case degli altri e rovista nei loro cassetti, svuotandone il contenuto e sottraendone sia le cose di valore, sia i segreti più sordidi, in una sorta di estasi voyeuristica.

C’è sicuramente un elemento di voyeurismo nelle vicende della famiglia Hughes-Plath, che fanno gridare Ted alla persecuzione e che vengono esasperate dalle vicende editoriali dopo la morte di Sylvia. La campana di vetro, il suo unico romanzo, era stato infatti pubblicato solo in Regno Unito e con uno pseudonimo, Victoria Lucas: Sylvia temeva infatti soprattutto di ferire i sentimenti della madre, la cui ambizione eccessiva nei confronti della figlia e la sua parziale cecità nei confronti dei suoi problemi psicologici sono incarnati dalla madre di Esther Greenwood.

All’inizio degli anni ’70, Hughes chiede alla madre della Plath, Aurelia, il permesso di pubblicare il romanzo anche negli Stati Uniti, per una motivazione alquanto veniale che rivela in una lettera datata 24 marzo 1970: Ted racconta all’ex suocera di aver adocchiato una bellissima casa nella costa nord del Devon. Non vuole vendere la casa che ha comprato nello Yorkshire, definendola un ottimo investimento, nè Court Green, il cottage in cui aveva vissuto con Sylvia, per ragioni sentimentali:

“Therefore I am trying to cash all my other assets and one that comes up is The Bell Jar”.

Aurelia acconsente a malincuore, ma vuole la sua parte: il permesso di Hughes di pubblicare le lettere che Sylvia aveva scritto a lei e a fratello, ovviamente in un’edizione rivista e corretta da lei, con tutti i tagli e le omissioni necessarie.

Anche i Diari, nei quali la voce di Sylvia può finalmente trovare libero sfogo, non sfuggono alle forbici di Hughes: il diario degli ultimi mesi di vita della poetessa viene da lui distrutto, sostenendo che fosse suo dovere risparmiare ulteriori sofferenze ai loro due figli, Frieda e Nicholas; un altro dei diari scompare misteriosamente. Tuttavia, come scrive Katharine Viner, è nei diari che ritroviamo le varie identità di Sylvia: la casalinga anni ’50, la donna sessualmente liberata anni ’60, la femminista anni ’70 e anche un tocco della Bridget Jones degli anni ’90:

“The journals remind us that there was a time when Sylvia Plath was alive and living – angry, happy, distressed, bitchy, silly, right, wrong. In her own words, withouth the filter of biography or poetry, here, the silent woman speaks for herself” (I diari ci ricordano che c’è stato un momento in cui Silvia era viva e viveva – arrabbiata, felice, angosciata, pettegola, frivola, giusta, sbagliata. Attraverso le sue parole, senza il filtro della biografia o della poesia, qui la donna silenziosa ritrova la sua voce”.)

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Per questo The Silent Woman della Malcolm rimane uno studio più interessante dei diversi tentativi biografici: è infatti un’analisi delle analisi, un’interpretazione delle interpretazioni dell’immenso baraccone sorto intorno al connubio Plath-Hughes. Secondo la Malcolm, in questo marasma di articoli, libri, studi, biografie, parole, la voce della Plath è stata totalmente soffocata, e non sarà mai in grado di raccontare il freddo, la tristezza, la solitudine, l’angoscia, l’alienante disperazione di quegli ultimi mesi. Tutti si arrogano il diritto di parlare al posto suo, in suo nome: ma la sua voce, diventata sempre più fievole fino a svanire del tutto quel gelido 11 febbraio, è stata così sottoposta a interventi esegetici e di alterazione che bisogna essere in grado di scavare sotto tutti gli strati per cercare di ritrovarla.

Bisogna approcciarsi alla Plath, sia alla sua prosa che alla sua poesia, cercando di non leggere tutto attraverso il mito della sua vicenda biografica: solo così, libere dal peso di decenni di tentativi di appropriazione, le sue parole riacquisteranno un senso perlomeno simile a quello originale, e Sylvia Plath, la ragazza di vetro andata a pezzi poi incollati alla meno peggio e messi a prendere polvere nel buio di una credenza scura, riacquisterà la sua propria voce.

Tesoro, è tutta la notte

che vacillo, spenta, accesa, spenta, accesa.

Le lenzuola si fanno grevi come il bacio di un vizioso.

Tre giorni. Tre notti.

Acqua e limone, acqua

di pollo, acqua mi fanno vomitare.

Sono troppo pura per te o per chiunque.

Il tuo corpo

mi fa male come il mondo fa male a Dio. Sono una lanterna_______

la mia testa una luna

di carta giapponese, la mia pelle oro in foglia

infinitamente delicata e infinitamente costosa.

Non ti sbalordisce il mio calore? È la mia luce.

Tutta sola, sono un’enorme camelia

che arde e viene e va, vampa su vampa.

Sto sollevandomi, credo.

Credo che salirò______

I grani di metallo bollente volano e io, amore, io

sono una pura

vergine

di acetilene, scortata da rose,

da baci e cherubini,

da tutte queste strane cose rosa.

Non tu, né lui,

non lui, né lui

(i miei io che si dissolvono, vecchie gonnelle di puttana)________

verso il Paradiso.

(Da Febbre a 40 gradi, trad. a cura di Anna Ravano)

Consigli di lettura:

Soundtrack: Celebrity skin, Hole (You want a part of me? Well I’m not selling cheap, no, I’m not selling cheap)

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Nothing good gets away: John Steinbeck al figlio Thom

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Marzo mi coglie di sorpresa.

Arriva di soppiatto, seducendomi e illudendomi con un paio di raggi di sole, promessa di una primavera che, come ogni anno, stenterà a raggiungere il freddo Nord Europa.

Si infila tra le mie giornate, furtivo, scaltro, facendomi credere che, dato che diventa buio più tardi, posso riempirle di cose, tra le quali poi annaspo, e boccheggio. E mi blocco, e resto lì.

Questo mese senza capo né coda mi fa desiderare.

Boccate d’aria e venti di cambiamenti, e cieli diversi da quelli abituali.

Si, il preannuncio della nuova stagione, questa primavera in nuce, mi riempie di desideri. Di aria e di cielo, tepore sulla pelle e gambe senza calze, un bicchiere di sangria vicino al mare, un sole arancione come la frutta nel bicchiere.

Allora devo fermarmi, respirare a pieni polmoni, regalarmi un pensiero di bellezza.

Come questa lettera di Steinbeck al figlio Thom (avuto dalla seconda moglie, la cantante Gwyndolyn Conger) tratta da Letters of Note di Shaun Usher, una raccolta di 125 lettere che non ti aspetti, dalla ricetta degli scones che la regina Elisabetta manda a Eisenhower all’appello di Gandhi a Hitler, dal primo “OMG” (Oh my God) della storia (in una lettera a Churchill) alla lettera che la Woolf scrive prima di suicidarsi, fino ad arrivare alla lettera motivazionale di Leonardo da Vinci (almeno lui non doveva aggiornare l’Europass ogni volta che faceva domanda per un posto di lavoro….).

Potete trovare la versione originale della lettera qui; intanto ve la propongo in traduzione.

New York

10 novembre 1958

Caro Thom,

stamattina abbiamo ricevuto la tua lettera. Ti dirò come la penso, e, ovviamente, altrettanto farà Elaine.

Innanzitutto, innamorarsi è una cosa bella – una delle più belle che ti possano accadere. Non lasciare che qualcuno la sminuisca, o te la faccia sottovalutare.

In secondo luogo – ci sono diversi tipi di amore. Uno è egoista, gretto, narcisista, e usa l’amore stesso per giustificare la sua boriosa presunzione. Questo è l’amore che soffoca e paralizza.

L’altro fa venire fuori la parte migliore di te, quella fatta di gentilezza, considerazione e rispetto – non solo rispetto delle norme sociali, ma qualcosa di più profondo: il riconoscimento dell’unicità e del valore dell’altro. Il primo tipo di amore ti fa sentire infelice e piccolo e debole, ma il secondo riesce a tirare fuori riserve di forza, coraggio, bontà e buon senso che non sapevi nemmeno di possedere.

Scrivi che non si tratta solo di una cotta – se i tuoi sentimenti sono profondi come dici, di certo non lo è.

Ma non penso volessi da me una definizione dei tuoi sentimenti. Li conosci meglio di chiunque altro. Volevi invece che ti aiutassi a capire cosa fare – questo posso dirtelo.

Per cominciare, sii felice, sii grato, sii riconoscente. L’oggetto dell’amore è il migliore e il più bello. Cerca di esserne all’altezza.

Se ami qualcuno, dirlo non può fare alcun male. Ricordati solo che alcune persone sono molto timide, e che dovrai tenere presente questa loro timidezza.

Le ragazze hanno una specie di sesto senso, quando si tratta di sentimenti, ma amano le dichiarazioni.

Può succedere che quello che provi non sia ricambiato – questo non lo rende meno prezioso, meno bello.

Per chiudere, so cosa provi, perché lo provo anch’io, e ne sono felice per te.

Saremo felici di incontrare Susan. Sarà la benvenuta. Lascerò tutti i dettagli pratici ad Elaine, perché questo è territorio di sua competenza, e sarà felicissima di dare una mano. Anche lei ne sa qualcosa, dell’amore, e può aiutarti più di quanto possa farlo io.

E non avere paura di perdere. Le cose vanno come devono andare. L’importante è non avere fretta.

Le cose belle non scappano.

Con amore, papà

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Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità: note da un incontro tra il prof. Hillis e Berry

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Leggere Wendell Berry significa entrare in un mondo a parte. Un mondo che contempla tanti aspetti diversi – amore, comunità, famiglia, Chiesa, agricoltura, economia, scontro tra il vecchio e il nuovo,  amicizia, memoria, passato, morte – che Berry indaga ed approfondisce.

Sono a tre quarti di Jayber Crow, e la sua struttura è un po’ come una cipolla: ogni strato ne nasconde un altro, fino ad arrivare al cuore, al nocciolo duro della storia; la storia di Jayber, una storia di paese che al tempo stesso diventa parabola universale. La storia di un individuo che si interroga su se stesso  -a partire dal suo nome, dalle sue radici, dalla comunità che abita – fino ad arrivare a tematiche più ampie, più profonde, di interesse collettivo: l’amore, la fede, il senso di appartenenza, la coerenza con se stessi.

Jayber Crow non è dunque solo la storia di un singolo barbiere di paese, raccontata da lui stesso: è una metafora della ricerca di se stessi, della ricerca di significato, della ricerca di risposte. Della necessità di dare un senso a ciò che si è, a ciò che si fa, a quanto ciò che si fa definisca quello che si è.

L’articolo che vi propongo di seguito è la traduzione di un post  (Wendell Berry, Jayber Crow and the Trinity) segnalatomi dagli amici di Edizioni Lindau, tratto dal blog My unquiet heart curato da Greg Hillis, professore associato di Teologia presso la Bellarmine University di Louisville, KY.

Hills racconta del suo incontro con Wendell e Tanya Berry presso la loro fattoria, dove si reca insieme alla moglie Kim e a Kaya Oakes, scrittrice californiana che si occupa di femminismo e spiritualità.

Parlano di Jayber Crow, usato come testo dal professor Hillis nel suo corso di introduzione alla teologia, e di fede. Una fede che trascende la Chiesa, oggetto di aspre critiche da parte di Berry anche attraverso le parole di Jayber, e che si incarna nel senso di comunità di Port William, cittadina fittizia del Kentucky dove Berry ha ambientato sia Hannah Coulter che Jayber Crow.

Ecco come Jayber descrive la comunità di Port William:

Sentivo che ormai nessuno poteva staccarmi da Port William come se fossi stato l’osso di una prugna, né poteva staccare Port William da me. Neppure la morte, ormai, ci poteva separare.

La storia trabocca oltre il tempo, e l’amore trabocca oltre ciò che il mondo ci concede. Ogni recipiente trabocca, e nessun termine o limite restano stabili. Tutto ciò che può essere fatto vacillare deve vacillare. In un certo senso, invece, niente è mai andato perduto, e siamo compattati insieme per sempre, persino dai nostri fallimenti, dai nostri rimpianti e dai nostri desideri.

L’immagine della chiesa riunita che mi ero fatto dopo esserne diventato il custode cedette il passo a quella della comunità riunita. Ciò che vedevo era una comunità imperfetta e indecisa, ma tenuta insieme dai legami snervati e snervanti, imperfetti eppur sempre vigorosi, da diversi tipi di affetto. Probabilmente nessun abitante di Port William era mai stato privato dell’affetto di un altro membro della comunità, che a sua volta era stato amato da qualcun altro, e così di seguito.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, traduzione a cura di Vincenzo Perna, pag. 286).

Vi lascio all’articolo del prof. Hillis, che offre più di un’interessante chiave di lettura per addentrarsi in quel microcosmo che è Port William e scendere lungo il corso del fiume insieme a Jayber Crow, il barbiere.

Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità

Un paio di persone mi hanno chiesto di scrivere due righe sul mio recente incontro con Tanya e Wendell Berry nella loro fattoria, domenica scorsa. Non ho detto a Wendell che avrei scritto qualcosa sul nostro incontro perché non ne avevo nessuna intenzione. Sono quindi riluttante ad addentrarmi nei dettagli: mi manterrò sul generale.

Tanya e Wendell sono stati ospiti molto generosi e hanno messo me e le due persone che mi avevano accompagnato, Kaya Oakes e mia moglie Kim, a nostro agio (avevo organizzato quest’incontro con Wendell Berry perché lui e Kaya hanno un editore in comune, e Kaya era in città per una delle sue lezioni per il Master in studi spirituali di cui sono responsabile). La nostra conversazione ha toccato temi quali l’educazione secondaria, l’agricoltura, il matrimonio, il mondo dell’editoria e Il Kentucky.

Quando ho accennato al fatto che uso il suo romanzo, Jayber Crow, nel mio corso di introduzione alla teologia, siamo finiti in quella che spero sia stata una conversazione proficua per tutti sul soggetto della Trinità e l’importanza di una genuina teologia dell’incarnazione.

“Sei un teologo dell’incarnazione?” mi ha chiesto. Quando gli ho risposto di si, ho intravisto una scintilla di sollievo nei suoi occhi. La sua preoccupazione principale era che potessi rivelarmi simile a quei predicatori che negano l’esistenza della bellezza nel mondo; quei predicatori contro i quali Berry inveisce di sovente.

Come volevasi dimostrare, quando più tardi mi sono assentato per un momento dalla stanza, Wendell ha guardato Kaya e le ha detto “Mi sto divertendo molto più di quanto pensassi”. Non ero uno di quei teologi!

Non sono il solo a vedere nello stesso Berry un teologo;  la nostra conversazione sulla Trinità si è basata sulle intuizioni teologiche presenti in Jayber Crow.

Le mie osservazioni su Jayber Crow sono essenzialmente quelle che ho buttato giù qui nel blog in un post del 2012; quindi voglio concludere facendo un copia/incolla delle mie vecchie note.

Per me, Jayber Crow è una parabola del Regno di Dio. È una storia raccontata dal punto di vista di un barbiere celibe che vive in una cittadina fittizia del Kentucky, Port William.

La descrizione che Jayber fa della ragion d’essere e dello scopo della comunità di Port William è tra le più belle che io abbia mai letto. Non tutti nella comunità erano affettuosi o amabili.

Al contrario: alcuni, come Cecelia Overhold, rifiutano di accettare la generosità e la disponibilità della cittadina. Ma la comunità si è mantenuta unita perché ogni individuo, che lo volesse o no, entrava a farne parte. Jayber descrive Port William come un posto dove gli affari del singolo diventano gli affari di tutti; di conseguenza, la comunità ne condivide guadagni e perdite. Si tratta di una comunità in cui ci si prende cura del raccolto di un agricoltore malato, i pasti caldi arrivano lì dove ce n’è bisogno, chi ha freddo non rimane senza combustibile e i giocattoli arrivano a quei bambini che altrimenti non ne avrebbero. Jayber la definisce

una carità che include anche la chiesa, non il contrario.

Berry non trova molte parole gentili per la chiesa in Jayber Crow. La chiesa di Port William fa spesso mostra di un sentimento anticomunitario, di un atteggiamento da “noi-contro-di-loro”, e un dualismo corpo/anima che non può che scatenare le critiche di Berry. La vera comunità è la cittadina, perché è in seno ad essa che l’amore si manifesta.

Tutto questo si rivela chiaramente e meravigliosamente nell’amore che Jayber nutre per Mattie. Jayber, dopo aver scoperto che il marito di Mattie la tradisce, decide che la ragazza si merita un marito che la ami veramente e le sia fedele. Jayber si prefigge di essere lui, quel marito. Così, tormentato dalla possibilità che un essere così degno di amore come Mattie passi la vita senza essere amata come meriterebbe, Jayber decide di giurarle fedeltà, senza che lei ne sappia niente.

Il fatto che ci siano persone che spesso mi guardino con incredulità o disgusto quando parlo di questo voto di fedeltà la dice lunga. Molti lo percepiscono come un voto strano, forse perfino perverso. Io invece suggerirei di vederlo come espressione di un amore completamente disinteressato; un amore interamente basato sul dare; un amore che esiste unicamente in virtù dell’amore stesso. E non è un caso che Jayber, dopo aver deciso di dedicarsi completamente a quest’amore senza aspettative, riesca improvvisamente ad avere una profonda intuizione sulla natura di Dio:

 Immaginavo che il nome vero fosse Padre, e immaginavo tutto ciò che quel nome implicava: l’amore, la compassione, l’offesa, la delusione, la rabbia, la sopportazione del dolore, le lacrime, il perdono, la sofferenza sino alla morte.

Se l’amore era in grado di forzare i miei pensieri oltre i limiti del mondo e al di fuori del tempo, allora non potevo forse vedere come anche l’onnipotenza divina avesse la capacità, per la forza del proprio amore, di essere riportata nel mondo? Non potevo forse vederlo, perché aveva la capacità di conoscere le sue creature soltanto attraverso la compassione, incarnarsi in un corpo mortale, diventare umano e camminare tra noi, assumere la nostra natura e il suo destino, patire le nostre colpe e la nostra morte?

Si. E immaginavo un Padre che apre le ali come una chioccia prima del temporale, o al tramonto prima che scenda la notte, offrendo protezione ai suoi piccoli di Port William, alcuni dei quali accettano e altri no. Immaginavo Port William cavalcare la sua modesta onda nel tempo sotto il cielo, le sue fiammelle d’insonnia illuminarsi e spegnersi. Riuscivo a immaginare Dio che la guardava dall’alto in basso, con le sue vite che vivevano nel Suo spirito, che respiravano il Suo soffio vitale, che conoscevano la Sua luce, ma ogni volta che anche, inevitabilmente, viveva per suo proprio volere – il Suo corpo donato soltanto per essere ucciso”.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, trad. Vincenzo Perna, pag. 350)

 

Un barbiere di una piccola cittadina del Kentucky (Può qualcosa di buono venir fuori da Nazareth?) ci offre un’immagine di vero amore, diventa un vero teologo con una comprensione del divino più profonda della maggior parte delle cose che ho letto. Definendo il significato dell’amore, Wendell Berry – per bocca di Jayber – ci narra la parabola di una vera comunità: una comunità basata su un amore disinteressato, generoso, vulnerabile, accogliente.

Se solo la Chiesa riuscisse ad assomigliare a questa versione del Paradiso.

JC

foto da: https://www.etsy.com/it/shop/Pyrogravure

The Ophelinha Gazette#1 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Non so voi, ma io non riesco mai a leggere tutto quello che vorrei.

Non solo in termini di libri, ma in termini di post e articoli. A volte mi sento letteralmente annaspare in un oceano di informazioni, e mi metto a salvare link sul telefono, tra i preferiti del PC, sul reader come se non ci fosse un domani.

Di qui la – brillante, ça va sans dire – idea di raccogliere tutti gli articoli nerd letterari – e non –  su un bel foglio Word – qui siamo molto tecnologici –  e proporveli sotto forma di gazzettino.

Essendo però allergica alle scadenze – da queste parti ce ne sono fin troppe, a partire dalla sveglia che suona troppo presto – anche questa rubrica avrà un andamento altalenante e capriccioso. Ma tornerà, promesso (e io mantengo sempre le promesse)

Godetevi la – lunga – lettura, e buon weekend.

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1) Vi ricordate il famoso To Zelda, once again di Fitzgerald? Beh, dimenticatevelo. Ecco sette dediche in cui gli autori si vendicano di torti subiti e rifiuti

7 Book Dedications that Basically Say “Screw You, Mental Floss, Anita Okrent

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2) Una bellissima definizione di amore del commediografo Tom Stoppard, da quella vera e propria miniera d’oro che è Brain Pickings di Maria Popova

The Greatest Definition of Love

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3) Un ritratto di DFW come popolare – sebbene irrequieto -professore aggiunto presso l’Emerson College a Boston, dal blog della celeberrima The Paris Review

When David Foster Wallace Taught Paul Thomas Anderson, Dan Piepenbring

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4) L’inaugurazione della mostra Klein/Fontana, curata da Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, sul sito della Fondazione Fontana

5) Un post per conoscere meglio Fontana, dal blog Lettere a Theo – L’Arte nelle parole degli artisti

Fontana: “…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao…”

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6) Il post della sempre ottima Alessandra di Una Lettrice con la segnalazione della mostra

Klein Fontana, Milano Parigi, 1957-1962 Electa, 2014

7) Una curiosa galleria di Rai letteratura sulle fobie di alcuni tra I più grandi scrittori

Le vite segrete dei grandi scrittori

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8) Un vecchio post dal blog Sweet Mother, che vado a rileggere ogni volta che ho la tentazione di cancellare una buona metà dei post del mio blog o di chiuderlo per sempre. O ogni volta che pubblico qualcosa e poi mi alzo la notte a rileggerla, contemplando la possibilità di cancellarla/riscriverla tutta (si, succede ogno volta, a ogni post)

Did my post suck today?

9) Dieci citazioni motivazionali di Murakami, da leggere preferibilmente il lunedi’ mattina o quando si è in preda ai mean reds (sarebbero tipo le giornate no; vi ricordate la scena di Breakfast at Tiffany’s?)

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Carpe Diem: 10 Haruki Murakami Quotes to Make the Most of Today

10) Un articolo bello, ma veramente bello sulle difficoltà di Kubrick di adattare Lolita di Nabokov per gli schermi cinematografici (e sul perché ‘il remake del 1997 faccia schifo)

Nabokov and the Movies, John Colapinto

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11) Un’infografica interattiva di Open Culture sulla routine quotidiana di famosi geniacci creativi

The Daily Routines of Famous Creative People, Presented in an Interactive Infographic

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12) Houllebecq come se piovesse.

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– Una recensione molto esaustiva, segnalatami dall’ottimo Michele Orti Manara, per gli amici nepente

Sottomettiti e sarai felice, Vincenzo Latronico, su Rivista studio

– Un articolo un po’ controverso sul Telegraph

Michel Houellebecq’s Soumission: ‘More prescient than provocative’

– E un’apologia su The Paris Review

Scare Tactics: Michel Houellebecq Defends His Controversial New Book

Questo è tutto per la prima edizione. Se volete segnalarmi post/articoli/saggi nerd e interessanti, fatelo pure, non potrà che farmi piacere, a mezzo mail, social media, piccioni viaggiatori o Edwige, la mia civetta bianca di Hogwarts.

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The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

To the person in the bell jar, blank and stopped as a dead baby, the world itself is the bad dream.
Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sue percezione del libro stesso.

Tutto questo per raccontarvi come The Bell Jar, unico romanzo (semi-autobiografico) pubblicato in vita dalla poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath (si, lo ammetto: sono nel mio periodo Sylvia, e basta leggere qui e qui per averne conferma) mi ha fatto sentire.
Dimenticatevi belletti e rouge à levres, inopportunamente suggeriti dalla copertina dell’edizione Faber e Faber per il cinquantesimo del romanzo (incidentalmente, una delle copertine meno riuscite della storia della letteratura): The Bell Jar è asfissiante. Soffocante. Crudo. Brutale.

The Bell Jar è la somma di tutti quei giorni sempre uguali, alla fine dei quali ci si guarda allo specchio attoniti, perché non ci si riconosce più. È quella stretta al cuore, quel macigno sullo stomaco, quell’impossibilità di respirare che pervade coloro che si sentono persi, che non sanno più che strada prendere, che covano in sé il germe di una lacerante tristezza, di un desiderio sfumato, di un sogno sfuggito tra le dita. È la storia di tutti coloro che si ritrovano rinchiusi in una vita che non gli appartiene, che non sentono come propria, che vorrebbero cambiare con tutto il cuore: ma non sanno come farlo, e si abbandonano all’apatia, all’inettitudine, nascondendosi sotto il piumone e sperando che il mondo si dimentichi della loro esistenza, o, quantomeno, non noti la loro assenza.
The Bell Jar parla di depressione: una malattia del corpo e dell’anima che è un po’ il male del secolo, ma vissuta ancora come uno stigma, oppressi da quella vergogna che impedisce di chiedere aiuto, in un mondo in cui l’apparenza e i social network e i selfie e la condivisione creano l’illusione di vite frenetiche, mondane, vissute al massimo da persone che hanno tutto e vogliono metterlo in mostra.
Io credo che Sylvia Plath non l’avrebbe mai fatto, ecco: se fosse viva adesso, se stesse affrontando il suo dramma e i suoi demoni neri adesso, non abbellirebbe la sua storia. Forse si farebbe qualche autoscatto, chè nonostante il rapporto difficilissimo con il suo corpo la fanciulla era bella, e sapeva di esserlo, ed era anche un po’ vanitosa.

A conferma di quanto appena detto, non ci sono abbellimenti o finzioni letterarie in The Bell Jar; è una brutta faccenda, raccontata in modo brutalmente sincero, tanto che il lettore può esserne infastidito, disgustato, spaventato, ma non può evitare di immedesimarsi in Esther Greenwood/Sylvia Plath: una ragazza terrorizzata e persa, che ha paura di non riuscire più a ritrovarsi e si abbandona a quel vortice nero mirabilmente descritto da Katie Crouch (trovate il suo articolo su Sylvia Plath qui e qui).
Esther è una ragazza sedotta – dalle luci di New York e dal prestigioso stage presso la rivista femminile Mademoiselle – e abbandonata, quando la City le svela il sul volto più spietato, più superficiale, più alieno.
Ester è votata al successo, alla perfezione, alle borse di studio, alla pubblicazione dei suoi scritti. Quando torna a casa e scopre di non essere stata accettata alla scuola estiva di scrittura di Harvard, Esther smette di dormire, e sprofonda in un’apatia letargica, umiliante per una persona abituata a essere sempre attiva, a raggiungere i suoi obiettivi, a produrre risultati eccellenti.
La ragazza si convince lentamente del fatto che qualcosa non funzioni nella sua testa, e che gli altri possano vederlo. Vedere questa sua diversità, questa sua alienazione, quella sua solitudine.
Allora Esther si abbandona al vortice nero e si rannicchia in un rifugio quasi fetale, una sorta di sottoscala, un’intercapedine buia, e prende un flacone di sonniferi.
I suoi rantolii vengono però sentiti; inizia cosi il suo lento calvario tra ospedali psichiatrici, dove si realizza il suo terrore più grande: viene sottoposta a un elettroshock.
E la descrizione di quella paura, del processo, del dolore sentito durante e dopo è così dettagliata, quasi distaccata e al tempo stesso così sofferta che il lettore non può fare a meno di immaginarsi lì, in quelle stanzette squallide, circondato da figure in camice bianco i cui tratti diventano sempre più sfocati, sempre più lontani.
In tutto questo c’è anche la costernazione della madre (Aurelia, la madre-vampiro, in opposizione alla figura mitica del padre Otto perso troppo presto) che non riesce a capacitarsi di come la sua ‘bambina’ possa ‘farle tutto questo’ e che, quando Esther/Sylvia inizia a mostrare i primi, lenti segni di miglioramento, esclama: sapevo che la mia bambina avrebbe deciso di essere di nuovo a posto! (Come se la malattia fosse una specie di capriccio, inflittole dalla figlia per punirla, per  farla vergognare di lei e di se stessa).
C’è anche la fine del primo amore (lo studente di medicina Buddy Willard/Dick Norton)  e il suicidio dell’amica/nemica Joan Gilling, personaggio ispirato da Jane Anderson, un’altra studentessa della Smith che avrebbe poi fatto causa ai produttori del film tratto dal romanzo per diffamazione, sostenendo che la Joan saffica e suicida di The Bell Jar avrebbe nuociuto alla sua reputazione.
Il romanzo finisce quasi all’improvviso: Esther di rosso vestita attende con ansia e paura il momento in cui una commissione di dottori la testerà, la esaminerà per giudicare se sia in grado di tornare nel mondo esterno, di riprendere il college, di ricominciare a vivere.

The eyes and the faces all turned themselves towards me, and guiding myself by them, as by a magical thread, I stepped into the room.
I took a deep breath and listened to the old brag of my heart. I am, I am, I am.

Nel suo Once again to Zelda, una bellissima raccolta delle storie dietro le dediche di alcuni dei più famosi romanzi anglo – americani (se n’è parlato qui) Marlene Wagman – Geller racconta che Sylvia Plath ha dedicato il suo romanzo a Elisabeth e David perché i due sono stati molto vicini alla poetessa nella sua ora più buia. I coniugi Sigmund erano infatti vicini dei Plath, che, poco tempo dopo il loro avventato matrimonio, si erano traferiti da Londra a un cottage in campagna, affittando l’appartamento londinese a un poeta canadese e alla moglie, l’affascinante, esotica Assia, che diventa poi amante di Ted Hughes e motivo della separazione della coppia.
Quando Sylvia decide di tornare a Londra coi suoi due bambini i coniugi Sigmund sono fortemente contrari, consci della sua fragilità e delle solitudine che avrebbe sperimentato nella capitale.
Effettivamente, la campana di vetro come stato mentale diventa ben presto per Sylvia un luogo fisico: l’angusto appartamento londinese, ancora più oppressivo e angosciante a causa di uno degli inverni più freddi della storia (l’inverno della morte di Sylvia).

Sylvia Plath e Dick Norton, Yale Junior Prom, Marzo 1951 (Lilly Library, Indiana University)

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte seconda)

 
Avevamo lasciato Katie, Henry e Lucinda a disagio in una bettola da quattro soldi.
Ah, per chi si fosse perso la prima parte: Katie Crouch è una scrittrice americana, autrice del best-seller Abroad, ha scritto un articolo che ho letto su BuzzFeed e, che per una serie di motivi, non riuscivo a smettere di leggere. Ne ero affascinata.
Ho chiesto a Katie il permesso di tradurlo in Italiano, e questa è la seconda parte (qui la prima parte).
Perché Sylvia Plath, allora, e cosa c’entrano Henry, Lucinda e Kate?
L’articolo di Katie è una lettera a Sylvia Plath, un racconto, e una confessione.
E’ una riflessione sul suicidio di Sylvia – della Sylvia persona, la Sylvia ragazza, quella che si nasconde dietro la maschera della poetessa tanto amata e celebrata, dalla vita romanzata.
E’ una riflessione sul suicidio in generale, e sul suicidio di Henry.
Henry è un amico di Katie, un suo ex collega, compagno di sbronze, sigarette e risate clandestine, nascoste dalla quattro pareti discrete del bagno unisex.
Henry è di un’intelligenza brillante e instancabile, che gli permette di distaccarsi dalla vuotezza e dalla scarsità di stimoli dell’agenzia pubblicitaria per cui lavora insieme a Katie e di rifugiarsi nei libri, nella musica elettronica, nella cultura giapponese.

Henry, come Sylvia, vive la vita all’estremo. Henry, come Sylvia, brucia d’amore: amore per Lucinda, la moglie che non gli apparterrà mai veramente, perché ama essere guardata dagli altri uomini, adorata, venerata mentre si spoglia in un night club.

Mentre traducevo la storia di Henry, a un certo punto nella mia playlist è partita Pyramid song dei Radiohead, e, complice il fatto che ho da poco finito di leggere The Bell Jar, mi sono sentita estremamente coinvolta nel dramma di Henry e in quello di Sylvia, e in quello di Katie, il suo senso di colpa per non essere riuscita a salvare il suo amico, la sua insonnia.
 
The bell jar, suspended, a few feet above my head. I was open to the circulating air. (The Bell Jar,  Sylvia Plath)
(La campana di vetro, sospesa a qualche centimetro dalla mia testa. Ero aperta all’aria che circolava)

E ho pensato a quanto sia facile perdersi, sentirsi soli. Perdere la speranza.
Sentirsi quasi invisibili, in un guazzabuglio di condivisione e di “mi piace”, dove l’apparenza conta sempre di più, e ci si dimentica di guardare cosa c’è sotto la campana di vetro.

E mi è venuta in mente la pubblicità di una macchina con navigatore incorporato, che diceva qualcosa tipo: in un mondo pieno di indicazioni, riesci ancora a perderti?
 
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“Okay” ho detto allora”. La moglie aveva questa piccola pochette sbrilluccicosa di cui Henry si prendeva cura come se si trattasse di un cucciolo. Mi ricordo che lo osservavo – stringeva la borsetta così forte che la sue nocche erano bianchissime – e pensavo che nessuno mi avrebbe mai amato così.

Henry e Lucinda erano diversi dal resto dei miei amici. Avevo provato a farli incontrare tutti, ma era un miscuglio troppo strano. La coppia non sciava, non amava i Wilco (gruppo rock alternativo basato a Chicago, Illinois, ndr), non viaggiava con un branco di ragazzi equipaggiati REI (marca americana di equipaggiamento e abbigliamento sportivo, ndr) dalla testa ai piedi. Uscivano di rado, e quando venivano alle feste stazionavano nell’angolo della stanza, come fantasmi. Eppure amavo questo loro separarsi dagli altri. Li trovavo affascinanti.

Ho poi scoperto che, in realtà, non sapevo niente di Henry. Avevo una mia visione romanzata della sua vita: l’ amico musicista e la moglie spogliarellista di certo vivevano in un loft da artisti a South of Market (quartiere di San Francisco, ndr).

Il giorno in cui sono passata da loro ho scoperto che l’appartamento di Henry altro non era che uno studio piccolo e sporco a Tenderloin (quartiere di San Francisco, ndr).

Avevo detto a Henry che sarei passata, ma pareva se lo fosse dimenticato. Ha aperto la porta in pigiama, l’aria corrucciata.

“Ciao” mi ha detto. Il posto era freddo e cupo. Un gatto mi osservava dal letto.

“Ciao”.

“Non l’hai mai chiamata”.

“Cosa?”

“Lucinda. Per la storia.”

“Oh. Mi dispiace”. Gli ho dato I soldi per i miei dieci dollari di fumo (ero passata per quello). “La chiamerò, stanne certo”.

È passato del tempo prima che la chiamassi. Sono andata a sciare; sono andata per locali con gli altri copywriter. Il mio ragazzo era un repubblicano, il che mi aveva portato, in qualche maniera misteriosa, a seguire un corso su come cucinare i soufflés. Alla fine, mossa dalla noia più che dal senso di colpa, ho chiamato Lucinda. Era dolce al telefono, la voce infantile che suonava come quella di una bimba di otto anni.

Lucinda è arrivata in ritardo al nostro appuntamento al Café Vesuvio, vicino al locale dove lavorava.

È arrivata arrossata e senza fiato, molto più carina nella luce del pomeriggio rispetto alla sera in cui l’avevo conosciuta. Abbiamo bevuto un paio di bicchieri e  ho acceso un piccolo registratore che ancora conservo in uno scatolone di robe vecchia a casa di mia madre, dove mi sarei trasferita qualche anno più tardi, dopo quello che alcuni hanno definito un esaurimento nervoso.

Lucinda mi ha raccontato che aveva sempre desiderato fare la ballerina. Quando era andata a Las Vegas insieme a Henry, lui l’aveva portata a vedere delle showgirl.

“Ma io non ero interessata a ballare”.

“Ti piaceva solo l’idea di essere guardata?”

“Adorata”.

Dopo un po’ mi ha portato al club dove lavorava. Sedute nello spogliatoio, abbiamo fumato e chiacchierato con le altre ragazze. Spettegolavano e si pavoneggiavano allo specchio nelle loro vestaglie di seta. Io prendevo appunti, minuziosamente. Cambio del turno. Vestaglie. Molte sono studentesse di arte. Scarpe. Lucinda si è alzata e ha preso un paio di stivali go-go bianchi (la Go-go dancing è un tipo di danza erotica, con ballerine o ballerini spesso vestiti con abiti succinti e questi stivali, nata nei primi anni ’60 quando le donne al Peppermint Lounge di New York hanno cominciato a salire sui tavoli e ballare il twist, ndr) dallo scatolone degli oggetti di scena. Si è spogliata in silenzio e si è messa i tacchi alti, poi si è avvicinata allo specchio e ha dipinto di rosso le sue morbide labbra da geisha.

“Dai, mettiti gli stivali” he detto, girandosi verso di me.

La sua indifferenza. Nessuna discussione, nessun esasperante dovrei farlo, o no?

Ho chiuso la cerniera degli stivali, poi ho seguito il bagliore delle sue spalle per il corridoio. Abbiamo messo via le sigarette e siamo passate sotto la porticina che dava sul palcoscenico. Le altre ragazze stavano già ballando. Ci hanno fatto un cenno.

Non ho oltrepassato la tenda: sono rimasta lì a sbirciare. Faceva freddo, e l’aria sapeva di candeggina. Ma niente di tutto questo aveva importanza in presenza di Lucinda. Volteggiava, faceva piroette,  scivolava via leggera, furtiva. Le altre ragazze ci provavano, ma in confronto a lei non erano che bamboline di carta. La gamba di Lucinda arrivava fino al suo orecchio e oltre, in un’altra dimensione. Nonostante il vetro fosse unidirezionale, riuscivo a intravedere le sagome delle teste che si muovevano su e giù vicino alla sua finestra.

Alla fine – dopo dieci minuti? Venti?  – ha fluttuato nella mia direzione.  “Dovrebbero riscaldare di più questo posto”, ha osservato. Abbiamo smezzato una sigaretta, poi è andata di nuovo a ballare. Ho pensato che non avrei mai raccontato quest’esperienza al mio ragazzo. Poi ho pensato a Henry, a dove poteva essere. Forse a casa, fatto, col suo gatto, a leggere Murakami? O forse a guardare la porta, aspettando che la sua iridescente moglie tornasse?

Dopo qualche altra esibizione siamo tornate nei camerini, ci siamo vestite insieme, poi siamo scappate via ridendo sul marciapiede. La mia gola era intasata dal fumo delle sigarette. Lucinda ha aperto la giacca e ha tirati fuori gli stivali bianchi, facendo scivolare la borsetta di lustrini dalla spalla.

“Li ho rubati per te” ha detto, con quella sua voce.

E’ stato uno di quei rari momenti di purezza. Sai di cosa sto parlando, vero Sylvia? Una piccolissima pausa nel corso degli eventi; un istante che significa tutto e niente allo stesso tempo. Ho pensato a Henry in ufficio alle sei del mattino, quando fuori è ancora buio, per guadagnarsi un paio di ore insieme a sua moglie. In quel momento tutta la loro storia assumeva un senso, com’è successo a te quando hai incontrato Ted.

Lucinda. Era impossibile non amarla.

Conosciamo la tua storia, Sylvia, e la sua parabola. La passione soprannaturale, la pazzia, il vortice che ti ha risucchiato. Quindi sappiamo come va a finire questa storia, vero? Dopotutto, ti ho già detto che mi ricordi il mio amico Henry. Il modo in cui ti sei aperta a un’altra persona, permettendo che ti abitasse. Il fatto che tu abbia modellato la tua vita intorno a lui. Alcune femministe impazziscono per quello che tu hai fatto per Ted. Dicono che tu sei un pessimo esempio, una pessima madre. Sono una femminista e sono una mamma, ma conosco amore e pazzia. Le parole che ci hai lasciato riescono a pulire ogni macchia, per me. Forse divento più disposta al perdono col passare del tempo, a causa dei miei errori. In ogni caso, non ti critico.

Il collasso di Henry è iniziato col disastro che ha colpito l’altra costa del Paese l’11 settembre 2001. C’è voluto circa un mese  perché l’agenzia iniziasse a risentirne il pieno impatto. Il corso di yoga è stato cancellato. C’è stata una riunione durante la quale non si è parlato più di “famiglia”. Sarebbero stati invitati dei consulenti a giudicare la nostra produttività.

Il nostro receptionist si è sparato. La mascotte della compagnia si è ammalata di un cancro canino ed è morta. Un giorno, verso la fine di novembre, il mio computer è stato messo sotto chiave, le mie cose in uno scatolone di cartone. Henry, che doveva essere stato il primo a ricevere la notizia dato che veniva in ufficio prestissimo, se n’era già andato.

E’ stato l’inizio di cose molto spiacevoli, Sylvia. Le metà femminile della coppia dai pantaloni di pelle se l’è svignata con un consulente d’investimento. La metà maschile, abbandonata ed arrabbiata, ha molestato una produttrice e si è fatta licenziare dal consiglio di amministrazione.

Un flagello istantaneo. Nessuna possibilità di tornare a lavorare. Mi sono iscritta alle liste di disoccupazione , poi ho scritto circa cinquecento parole sul mio pomeriggio con Lucinda e le ho mandate a Henry. Non mi ha mai detto niente, quindi ho dedotto (a ragione) che non fossero granché.  Tutti si affrettavano a lasciare la città: il mio ragazzo, molti dei miei amici. Tornavano sulla costa est a lavorare per le loro famiglie o si iscrivevano nuovamente all’università.

Henry e Lucinda non se ne andavano. Quello che li differenziava dal resto dei miei amici non era, ovviamente, il loro fascino, ma il fatto che non venissero da famiglie benestanti, e non avessero una rete di sicurezza per scongiurare lo scenario peggiore. Ma Lucinda aveva ancora il suo lavoro, quindi sembravano a posto. A volte andavamo a cena insieme in ristorantini vietnamiti da quattro soldi dalle parti loro. Henry e io parlavamo di libri, Lucinda mangiucchiava distrattamente.

Ma qualcosa stava cambiando. Henry era sempre più magro, sempre più arrabbiato.

Una sera ci siamo incontrati per un drink, solo io e lui. Aveva due grosse ombre bluastre sotto gli occhi. Lucinda era passata dallo spogliarello al porno, mi ha detto. Ora faceva lap dance, e altre cose di cui non voleva parlarmi. Non poteva chiederle di fermarsi: lei voleva farlo. E lui viveva dei soldi che sua moglie guadagnava compiacendo altri uomini.

Mi sembra di ricordare di aver lasciato la città senza nemmeno aver rivisto Henry. So che sembra assurdo, visti i nostri precedenti.

Il fatto è che non mi ricordo bene questo pezzo della storia. Ero così spaventata, non avevo un piano B. Non era così strano, in quel periodo, sparire senza dire niente. Erano in così tanti a partire che le feste d’addio erano ormai diventate una barzelletta. Forse sono passata a salutarlo, forse no. È passato così tanto tempo…

Una cosa però me la ricordo. L’ho chiamato e gli ho lasciato un messaggio. Ricordo anche che, circa un mese dopo, anche lui mi ha lasciato un messaggio, Sylvia. Me lo ricordo ancora, parola per parola.

Mi ha detto che era disperato. Che non aveva soldi. Che Lucinda stava pensando di lasciarlo. Che stava lavorando in un negozio di alimentari.

“Conosci qualcuno?” ha chiesto alla macchina. Qualcuno che possa aiutarmi?

Non lo conoscevo. Era la verità. Non conoscevo nessuno che avesse bisogno di droga, o di un programmatore, o di una lap dance. Ma era il mio amico, e, nel corso degli ultimi tre anni, ero stata quella che l’aveva fatto ridere senza una ragione. Quindi si, conoscevo qualcuno che poteva aiutarlo. Io.

Ma c’è una cosa. Ci puo’ essere una cosa, vero Sylvia? Ci puo’ essere, e c’era: mio padre.

Quando ero piccola, a volte mio padre mi portava nel nostro gazebo per parlarmi. Avevamo una bella casa, Sylvia, simile alla casa a Winthrop dove hai vissuto quand’eri piccola.

Il gazebo era caldo e giallo. Mettevamo cracker salati con formaggio cremoso in un vecchio piatto scheggiato, in equilibrio precario su un cuscino in mezzo a noi. Mio padre mi raccontava che alcune persone ce la facevano a superare le avversità; altre, inevitabilmente, non ci riuscivano.

Nel secondo caso, è importante allontanarsi, anche se si tiene molto alle persone in questione. È come quando una persona sta per annegare: pur non volendolo, ti porta giù con sè.

È una cosa istintiva, mi diceva mio padre, bevendo chissà cosa on the rocks da una tazza di tè.

Quando ero più giovane veneravo quest’uomo, nonostante i suoi problemi  e i suoi difetti, come tu veneravi Otto.  Ti ricordi che non sei mai riuscita a riprenderti dalla sua morte? Ti quel senso di perdita, di vuoto, che ha dato origine ad Ariel?

 

You stand at the blackboard, daddy

 In the picture I have of you

 A cleft on your chin instead of your foot

 But no less a devil, no not

 Any less the clack man who

 Bit my pretty heart in two.

(dalla poesia Daddy, ndr)

 

Sylvia, Henry mi ha chiamato perché aveva bisogno di me. Stavo per rispondere. Poi ho pensato a mio padre, a quello che mi aveva detto, anche se sapevo che era solo un ubriacone.

Non posso aiutare Henry in nessun  modo, ho pensato.

Ma era solo il piano da quattro soldi di una scrittrice che voleva essere perdonata. Da te, da Henry. Da se stessa.  Avevamo torto, io e mio padre. Henry era il mio amico. Avrei dovuto richiamarlo.

Ieri notte ero a letto con mia figlia. Ha tre anni. Non penso alla maternità tanto quanto ci pensavi tu, Sylvia. Le tue poesie sull’essere madre non erano tra le mie preferite, Sylvia. Preferisco fare più che pensare.  Per me, la maternità non è un miracolo: è la vita, semplicemente.  Ho una bambina, e ci amiamo. E tiriamo avanti.

Ma ieri notte lei mi ha guardato e mi ha chiesto “io, tu e papà non moriremo mai, vero? Daisy – il nostro cane rauco – potrebbe morire, ma noi no, vero?”

Non ero pronta a parlare di morte. Era tardi. Forse non mi andava, per pigrizia. Così ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare: le ho mentito.

“Esatto” le ho detto. “Non moriremo.  Andrà tutto bene. Bevi un po’ d’acqua”.

Roviniamo le persone, Sylvia. Figli, amici. Li roviniamo anche senza infilare la testa in un forno quando loro sono nella stanza accanto.

Quando sono tornata, San Francisco era un posto diverso, più ragionevole. La gente aveva di nuovo lavori normali. Le grandi compagnia fatte di scaldapiedi e corsi di yoga, le stesse che ora considero specialmente pericolose, si erano tutte concentrate nella Silicon Valley. Non avevo chiamato più chiamato Henry e Lucinda; nemmeno loro l’avevano fatto. Eppure a volte pensavo a loro, reliquie estratte dal mio passato, come farfalle che volteggiavano intorno allo stesso spillo.

Nel corso di uno di quei pomeriggi californiani dorati e luminosi sono passata dalle parti del club dove lavorava Lucinda. Sono entrata e ho chiesto di lei, usando il suo nome di scena, ma l’uomo al bancone mi ha detto che se n’era andata.

Tornata a casa, li ho chiamati. I loro numeri erano cambiati, le email tornavano indietro.

Qualche settimana più tardi ho incontrato la curatrice della cultura aziendale del posto dove lavoravo. Era ancora più bella, ancora più nervosa, ancora single. Abbiamo ricordato i vecchi tempi, parlato degli ex-colleghi. “Devo chiamare Henry” ho detto. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ho sentito. Devo proprio chiamarlo”.

 

La curatrice ha sorriso, ma era quel sorriso nervoso, inappropriato. Il sorriso forzato e involontario delle cattive notizie.

“Oh, Henry è morto. Non lo sapevi?”

No, non lo sapevo.

Allora mi ha raccontato quello che era successo. Lucinda l’aveva lasciato. Henry non aveva più un soldo. Quindi, dopo anni di droghe e depressione, aveva affittato un macchina, guidato fino a Land’s End, chiuso i finestrini e acceso una griglia a carbone sul sedile del passeggero.

“Apparentemente è un metodo molto popolare per suicidarsi, in Giappone” mi ha detto.

Quello che è successo dopo è vago, sfocato. Credo di essermi messa a piangere. Credo la curatrice abbia cercato di essere empatica, ma fosse solo a disagio.

Dopo un po’ se n’è andata. E io ho smesso di dormire.

Per un bel po’ sono stata ossessionata dai dettagli. La data. Il posto. Dove fosse finita la macchina.

Ho cercato Lucinda, nei vari night club e su Internet.

Ho chiamato di nuovo la curatrice, perche’ mi avava detto di aver sentito dire che Lucinda si fosse iscritta ad una scuola per estetisti.

“Ma dove?” le ho chiesto. “Qui?”

Non lo sapeva, mi ha detto, un po’ impaziente. Le dispiaceva. Era una storia davvero triste.

“Sono andata con lei al club dove lavorava, una volta”.

La curatrice ha riso, fingendo interesse.

“Nient’altro che stivali bianchi” le ho detto. Ho cercato di spiegarle la storia, ma non l’ha capita.

I blissfully succumbed to the whirling blackness that I honestly believed was eternal oblivion.

(Mi sono abbandonata con enorme sollievo al vortice nero che credevo essere oblio eterno).

 

Questo è quello che hai scritto del tuo primo tentativo di suicidio, Sylvia. Voglio dire la volta che hai preso le pillole e ti sei nascosta in quella sottospecie di scantinato a casa di tua madre. Immagino che Henry abbia fatto la stessa cosa, mentre il monossido di carbonio deprivava il suo cervello di ossigeno. Abbandonarsi al vortice nero. A dirlo così, sembra quasi piacevole.

Ma ho paura, Sylvia. Probabilmente l’avrai capito: sono una fifona. E la cosa che mi spaventa di più è il sospetto che non sia poi tanto piacevole, abbandonarsi al vortice. Ho paura che a entrambi sia mancata l’aria fino a soffocare, o che il sangue sia uscito a fiotti dal naso mentre il cervello esplodeva, o, peggio ancora, che abbiate capito troppo tardi che non volevate farlo. Che volevate vivere.

Forse questo è il mio problema. Questo mio blocco mentale per cui non riesco a concepire che essere privi di vita sia meglio di essere vivi.

Non riesco proprio a immaginarmi il sollievo dell’oblio, Sylvia, proprio come non posso comprendere dove finisca l’universo. È come in un puzzle di Escher (incisore e grafico olandese conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno e litografie che tendono a presentare costruzioni impossibili ed esplorazioni dell’infinito, ndr): voglio che Henry abbia il suo lieto fine; so che non può più averlo; pensando alla sua fine, torno all’inizio. Ci si mette ovviamente di mezzo anche il senso di colpa, perché forse avrei potuto fare qualcosa. Inoltre, non riesco proprio a convincermi che per Henry abbandonarsi all’oblio possa essere stato meglio delle risate con me, chiusi in bagno.

Probabilmente non ti sarei piaciuta, Sylvia. Tendo a semplificare le cose. Ricordi? Le uova.

Henry non l’avrebbe mai fatto, semplificare le cose. E, considerando quello che hai scritto, nemmeno tu, credo.

La differenza principale tra Henry, me e te l’ho capita solo dopo tutti questi anni. Io non vivo la vita con la passione e la profondità con cui voi l’avete vissuta. Non “sento” così tanto, e questo mi fa sopravvivere.

Quando vago per casa la notte non vado dall’altra parte del precipizio. Svuoto la mente, e spero.

Quindi questo è quello che auguro a te, poetessa, genio. Questo è quello che auguro a Henry, l’amico che non ho salvato. Spero che voi abbiate avuto ragione a proposito del vortice nero. Spero che l’oblio sia stato una benedizione. E spero che, in quel posto oscuro, i vostri cuori rinsecchiti, appassiti a causa del troppo amore, abbiano finalmente trovato il sangue che cercavate. Così, mentre l’aria abbandonava i vostri polmoni, il resto del vostro corpo sarà stato finalmente in grado di fiorire, di esplodere, di  incendiarsi.