Strade

21ac5608c6edd2db06839f72b582901d Non ho senso dell’orientamento. Mi perdo in continuazione. Le mie peggiori nemiche sono le fermate della metropolitana con mille uscite su strade diverse: perdo l’uscita, non riconosco i dintorni, mi perdo. Imparo a memoria il percorso, per essere libera di leggere, ascoltare musica, sognare a occhi aperti, giocare a Ruzzle, pensare.

È un esercizio di ripetizione, un allenamento di vuoti a perdere, un balletto, una coreografia da ripetere pedissequamente, minuziosamente: casa – fermata della metro – un’occhiata al pannello della direzione – sei fermate – scorciatoie – ufficio. Oggi è bastata un’uscita della metro chiusa per lavori a distruggere tutto il processo. Senza nemmeno rendermene conto, sono uscita dalla parte opposta e ho continuato a camminare, Bruce Springsteen nelle cuffiette, il sole, la giornata fredda ma straordinariamente limpida, pulita. Ho camminato finché mi sono resa conto che sarei arrivata in ritardo alla mia lezione di portoghese; allora mi sono affidata a Google maps, che mi ha trascinata per un dedalo di stradine secondarie, nascoste. Sapevo che stavo allungando inutilmente il percorso, ma ho continuato a camminare – destra, sinistra, alla rotonda la seconda a destra,The river, Hungry heart, Thurder Road, I’m on fire.

E ho pensato che questo camminare è un po’ come vivere (a orecchio, improvvisando) e che non c’è Google maps che possa interpretare le ragioni del cuore (sostiene Pereira), dirimere i desideri più reconditi, separare i pro dai contro, fare una raccolta differenziata dei propositi (raggiungibili, utili, auspicabili, pericolosi, distruttivi), studiare l’anatomia di una passione, spegnere la ragione e accendere l’istinto. E ho pensato che ci muove al buio, a tentoni, alla cieca, e che l’intrico di stradine altro non è che il labirinto delle ore, dei giorni, delle settimane: percorsi spazio-temporali che spesso appaiono come vicoli chiusi.

E mi sono venuti in mente questi versi di Raymond Carver:

The nights are very unclear here.

But if the moon is full, we know it.

We feel one thing one minute, something else the next.

(Qui le notti sono molto offuscate/Ma se c’è la luna piena, ce ne accorgiamo. /Proviamo qualcosa per un attimo, l’attimo dopo è qualcosa di diverso).

E ho pensato che qui le notti sono veramente buie, e che è difficile vedere la luna o le stelle; ma quando non si sa dove andare, i giorni non sono poi tanto diversi, avvolti da una nebbia fitta, imperscrutabile. Una nebbia che spesso impedisce di riconoscere quello che si prova, lo rende liquido, confuso, cangiante.

E in questo andare si incontrano passanti. Alcuni ci sfiorano appena la spalla, frettolosi. Altri toccano la nostra vita per un attimo o per sempre, in modi misteriosi e insondabili, e lasciano il ricordo delle loro spalle mentre si allontanano, la loro ombra, le loro orme, il loro profumo, un desiderio, un rimpianto. E si continua a camminare, con o senza navigatore, senza un’idea chiara del percorso, o della destinazione. E si spera nel meglio. Soundtrack: Strade, Subsonica

L’odore acre di alcuni ricordi

 

 

 

Un ristorante di pesce in una piccola località balneare fuori stagione, in una giornata di fine aprile straordinariamente piovosa.
La vernice gialla sbiadita, il senso generale di abbandono. La sala delle feste chiusa, le tende tirate, l’odore acre di disinfettante dei bagni.
Il giardino spelacchiato, il Nettuno della fontana senza naso e senza metà braccio, muschio dove un tempo zampillava l’acqua.
E, a tradimento, dietro l’arco di rampicanti sempre più radi, spunta la testa riccioluta di un bambino taciturno, che cerca a stento di trattenere le risate e invoca la complicità della sorella perchè l’aiuti a non essere trovato dall’altro fratello, alto, allampanato, occhialetti neri e pelle olivastra.

Era il ristorante delle Pasquette e il ristorante delle domeniche in cui la mamma non aveva voglia di cucinare, o voleva regalare loro un’avventura, una gita al mare inaspettata e immotivata. Era il ristorante di quando la nonna ritirava la sua magra pensione, e voleva celebrare offrendo ai nipoti un gelato sempre nello stesso posto, il posto che portava il nome di un pirata ed era gestito da un omone paonazzo con la barba lunga color ruggine. I tre pensavano che l’uomo doveva essere davvero stato un pirata, e doveva essere pieno di tatuaggi sotto la sua polo.
Era il ristorante delle passeggiate al mare fuori stagione, ché il mare è più bello agli inizi di primavera, quando la brezza è ancora pungente e mi raccomando, bambini, non avvicinatevi troppo all’acqua. Ma la marea ha creato una specie di laghetto e il più piccolo non può proprio esimersi dalla tentazione di andarvi a pescare col suo bastone, finendovi dentro, costringendo la truppa a un rientro forzato, coi suoi calzoncini e calzini come vessilli sospesi dai finestrini chiusi, fatti volare via da una folata di vento dispettoso in piena statale, tra l’ilarità generale. Risate, risate fino a quando fa male la pancia, forse anche a causa dei gusti coloratissimi sperimentati nella gelateria del pirata – puffo verde, nuvola azzurra, big babol.

Cosa resta di quei tre bambini, di quelle risate che facevano male alla pancia e bene al cuore e di quelle gite al mare fuori stagione. Della sabbia nelle scarpe, delle collezioni improbabili di conchiglie che non si potevano assolutamente buttare, dei da grande farò e da grande sarò e da grande andrò e poi.

Cosa resta di quel ristorante in quella località balneare fuori moda, a parte le crepe nel muro, l’odore di chiuso della sala delle feste, l’odore acre di disinfettante dei bagni, l’odore pungente di una nostalgia lontana, un nodo alla gola, una lacrima solitaria per cose passate troppo in fretta e lontane, così lontane nel tempo e nello spazio – cose avvenute forse a qualcun altro, o forse semplicemente sognate, in pigre domeniche fuori stagione in oscure località balneari che forse non sono mai esistite, o forse non esistono più.

And will never be any more perfection than there is now/ Nor any more heaven or hell than there is now (Walt Whitman)

I know it doesn’t seem that way
But maybe it’s the perfect day
Even though the bills are piling
And maybe Lady Luck ain’t smiling

But if we’d only open our eyes
We’d see the blessings in disguise
That all the rain clouds are fountains
Though our troubles seem like mountains

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose heart
Give the day a chance to start

(Ron Sexsmith, Gold in Them Hills)
Prendo ogni giorni, da ottobre 2012 a questa parte, la stessa metro, alla stessa fermata, dallo stesso lato.
Eppure, per un motivo o per l’altro – la fretta, il sonno, il ritardo, la testa tra le nuvole, la corsa dal tornello per prendere al volo la metro solo per poi vedersela passare davanti – non ho mai alzato gli occhi dalle scale mobili, sempre persa nella nebbia mattutina dei miei pensieri ancora assonnati, nel mio Kindle, in un libro, nei miei sogno ad occhi aperti.
Stamattina – non so perchè – cullata dalla voce del mio Leonard, ho alzato gli occhi. E l’ho visto.
Una specie di murales di vetro, del genere un po’ ambiguo che caratterizza la bellezza/bruttezza di Greyville  -un gruppo un po’ retrò di persone, uomini da una parte, donne dall’altra, una sorta di esplosione nel mezzo, una scritta un po’ ambigua  -Aequus nox.
Non riuscivo a capacitarmi del fatto di non averlo mai visto, enorme, sbrilluccicante, sospeso sopra la mia testa.
Aprire gli occhi, alzare lo sguardo è una mera questione di esercizio ed attenzione: così per la prima volta ho notato l’omino in grembiule che puliva le macchinette del caffè all’interno del bar del palazzo di specchi prima del mio ufficio; la bellezza dei rampicanti rossicci sulla palazzina della stradina interna per la quale corro ogni mattina per ridurre il mio percorso. Perché ogni minuto è prezioso. La cosa che ci si dimentica, però, è che ogni minuto passa in fretta, e in ogni minuto sono contenuti piccoli particolari che diventano ricordi subito dopo, o svaniscono nella nebbia dell’oblio, se non vi prestiamo attenzione.
Come allontanarmi di soli dieci minuti dal mio ufficio e trovarmi in un bosco. In un bosco vero, con tanto di nebbiolina e scarpe che sprofondano nel fango e panchine fatte di tronchi di albero. Togliermi sciarpa e cappello e farmi scompigliare i capelli dal vento, circondata dal silenzio e da alberi centenari, dagli occasionali jogger, da due signore anziane in tuta di ciniglia coi loro barboncini. E poi vedere loro, una coppia di ragazzi, lui alto e allampanato, lei bassina e con le guance rosee, persi l’uno nell’altra, del tutto incuranti del vento freddo, degli sguardi delle due signore in ciniglia, del fango, di tutto. Vedere lei sorridere, lui perdersi tra i suoi capelli.
E pensare a quanto sia difficile parlare d’amore, raccontare l’amore, senza risultare banali, senza scadere nel melenso. A quanto sia difficile far capire che ogni singola storia, ogni singolo istante, è speciale e unico. Trovare le parole giuste per raccontare uno sguardo, un sorriso, un sospiro, una lacrima, un bacio, un addio. Il cuore in gola. La stretta alla bocca dello stomaco.
Le nostre giornate sono fatte di momenti. Ogni momento è un contenitore di immagini, di persone, di parole. Ogni istante è un contenitore di tutte quelle parole che non riusciamo a dire, di tutte le volte che vorremmo trovare il coraggio di dire qualcosa ma non ci riusciamo, di tutte quelle volte che cerchiamo le parole giuste e non le troviamo, di tutte quelle volte che cerchiamo il momento giusto. E, intanto, un altro momento è finito, un altro momento è passato.
Ogni istante contiene qualcosa di speciale, che sul momento sembra banale, che spesso si perde perché siamo presi a rincorrere le ore, i giorni, le settimana, a gareggiare nella maratona di una vita sempre più veloce, sempre più distratta.
Basterebbe fermarsi, un attimo, e alzare gli occhi.

 

Soundtrack: Gold in Them Hills, Ron Sexton (About Time soundtrack)

I know it doesn’t seem that way
But maybe it’s the perfect day
Even though the bills are piling
Maybe Lady Luck ain’t smiling

But if we only open our eyes
We’d see the blessings in disguise
That all the rain clouds are fountains
Though our troubles seem like mountains

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose heart
Give the day a chance to start
Every now and then life says:
Where do you think you’re going so fast?
We’re apt to think it’s cruel, but sometimes
It’s a case of cruel to be kind

And if we get up off our knees
Why then we’d see the forest for the trees
and we’d see the new sun rising
Over the hills and horizon

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose faith
Give the world a chance to say:

A word or two, my friend
There’s no telling how the day might end
We’ll never know until we see
That there’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose heart
Give the day a chance to start

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills

Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati (Nietzsche)

 

 

Caro 2014, così non va bene.

 

Sei iniziato davvero male, giocando tiri mancini, sferrando altri colpi che si vanno ad aggiungere a quelli del tuo degno compare, il 2013, che mi ha lasciato come eredità una riga profonda che solca il viso e mi fa sentire ancora più stanca, e avvilita.

 

 

 

Caro 2014, mi sto disamorando. Delle cose che mi circondano, del quotidiano, e di me stessa.

 

 

 

Mi sto disamorando dei miei sogni ad occhi aperti e occhi chiusi, perché tanto la realtà ci pensa sempre a sporcarli, a corromperli, a rovinarli. E allora, ne vale la pena? Sono fiori delicati, rari e inebrianti, che non possono fiorire in mezzo alla spazzatura.

 

 

 

Caro 2014, quest’anno per me si conclude un altro decennio, e si sta facendo sempre più tardi, eccetera eccetera. E io ho bisogno di innamorarmi di tutto, ho bisogno di sentirmi viva ogni giorno, ho bisogno di passioni vaste e sconfinate, di colori sgargianti, di parole semplici, leggiadre, leggere, che siano poco pretenziose ma aprano il cuore. Ho bisogno di vivere col cuore in gola.

 

 

 

 

 

C’è una frase di Nietzsche che da giorni mi frulla in testa, Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati.

 

 

 

Non so, caro 2014. Spero solo di essere in grado di prendere congedo dalla vita benedicendola per tutte le cose che mi ha regalato e restandone fedelmente, malinconicamente innamorata, non di liquidarla con un freddo cenno del capo, uno svolazzo di mani di cera, oppressa dal peso dei rimpianti e delle cose che non avrò fatto e delle cose che avrei voluto fare diversamente.

 

 

 

Caro 2014, voglio liberarmi di tutto questo grigiume che è come una seconda pelle, un profumo stantio, un sapore amaro di noia e rassegnazione.

 

 

 

Voglio fermarmi in mezzo alla strada a guardare incantata un tramonto o un bambino paffuto che ride e mi fa ciao. Voglio svegliarmi di notte perché ho interrotto la lettura in un punto interessantissimo e devo assolutamente riprenderla. Voglio fermarmi in ogni angolo a buttare giù scarabocchi di pensieri. Voglio trovate il coraggio di raccontare le storie che mi abitano. Voglio bagnarmi di poesia.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di trovare il mio posto nel mondo, non continuare a nascondermi, con codarda rassegnazione.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di cambiare quelle cose che proprio non mi vanno giù e che si sono insediate sulla bocca dello stomaco, impedendomi di respirare.

 

 

 

Voglio tornare a casa, in Italia, senza averlo tanto pianificato, e trovare mia nonna al suo posto vicino al fuoco, che mi sorride e mi prepara i perperoni sotto la brace e mi racconta per l’ennesima volta la storia di come ha incontrato mio nonno, quella storia magica e bellissima che non cessa mai di incantarmi.

 

 

 

Soprattutto, voglio trovare il coraggio di essere me stessa.

 

 

 

Ti ho chiesto un segno, e finora mi hai solo depistato. E so bene che sono passati sono 13 giorni, ma cosa ci vuoi fare? È l’entusiasmo, la rabbia, la fretta della mia ultima ondata di giovinezza a parlare.

 

 

 

Allora sai cosa faccio, caro 2014? Esco da questo ufficio grigio e stantio e vado a comprarmi un vestito bellissimo e costoso in modo ridicolo e spropositato, che non posso assolutamente permettermi.

 

 

 

Sarò la ragazza col rossetto rosso più intenso che tu abbia mai visto e col vestito senza maniche, che beve champagne rigorosamente all’aperto, anche se qui a Greyville è tempo di montoni e vacche grasse.

 

 

PS: sì, l’ombrelllo rosso fa parte del piano.

Quello che mia madre non mi ha mai detto

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare…
Ivano Fossati

Una volta – frequentavo il quarto o il quinto ginnasio – mia madre mi sorprese a piangere su un compito andato male – forse una versione di Greco, non ricordo esattamente.

Mi guardò con fare tra il preoccupato e il canzonatorio e mi disse “non si piange per queste cose; quando piangerai, sarà per amore”.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che avrei avuto tante volte il cuore spezzato, che avrebbe fatto un male cane. Che sarei sopravvissuta.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che l’amore è un sentimento liquido, che si dilata e si espande nel cuore, nella mente, nella memoria.

Che i cuori non sono infrangibili ma sono pur sempre di gomma: rimbalzano e rotolano, possono espandersi fino a contenere tutto l’amore del mondo, fino a contenere tutto il dolore del mondo, fino a scoppiare, ma continuano sempre a battere, anche quando sembra non ne sia rimasto nemmeno un pezzetto intero.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che le lacrime più amare sono quelle che versi per te stessa. Per tutte le volte che ti guardi allo specchio e non ti riconosci.

Per tutte le volte in cui provi a fare del tuo meglio, ma non è mai abbastanza, e fallisci miseramente.

Quello che nessuno mi ha mai detto è che l’aurea mediocritas – il giusto mezzo, l’ottimale moderazione – è un concetto sopravvalutato, che sul lago stagnante della mediocrità si galleggia a fatica, cercando sempre un appiglio. Una conferma del fatto che valiamo qualcosa, che possiamo cambiare, che le cose intorno a noi possono cambiare. Che possiamo essere noi a cambiarle, quelle cose.

Che quello che facciamo ogni giorno possa essere in qualche modo diretta emanazione della parte migliore, più luminosa, più brillante di noi stessi.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che la vita è una tensione costante verso il tentativo di essere migliori, nei nostri ruoli di genitori figli amici amanti mariti mogli professionisti.

 

Siamo coloro che amiamo e coloro dai quali siamo amati, ma non solo.

Siamo bauli pieni di gente.

Siamo le cose che facciamo e quelle che non facciamo.

Siamo le parole che diciamo e quelle che ci teniamo dentro.

Siamo i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo e che parla alla nostra anima, le storie che scriviamo e quelle che viviamo.

Siamo i nostri sogni – quelli notturni e quelli diurni, con la testa tra le nuvole, popolati da personaggi immaginari e persone del nostro passato, pieni di speranza e tensione verso quello che potrebbe essere e che desideriamo con tutti noi stessi.

 

A volte capita di perdere la strada, e di non riconoscersi.

A volte ci sentiamo soli. Abbiamo paura, e abbiamo bisogno dell’abbraccio confortante di uno sconosciuto, della sua sconcertante tenerezza.

Abbiamo bisogno di un’abbacinante promessa, di qualcuno che ci faccia credere in qualcosa di buono che verrà.

Abbiamo bisogno di una conferma – anche piccola piccola – del fatto che riusciremo a riparare ai nostri errori, che ci saranno terze e quarte possibilità, che anche se abbiamo fallito e continuiamo a fallire si tratta di piccole eccezioni, non di regole inconfutabili e introvertibili, che il fail again, fail better di Beckett non è solo uno slogan. Abbiamo bisogno di sapere che, come canta Fossati, c’ètempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente.

Un tempo elastico, che si allarga fino a contenere tutto quel passato che vogliamo lasciarci alle spalle (how can I begin anything new with all of yesterday in me? Leonard Cohen docet..) e tutto quel futuro che vogliamo immaginare, costruire, sognare.

Un tempo comprensivo, che ci permetta di riparare toppe e falle, di dimenticare, di ricordare. Di avere ancora vent’anni, di reinventarci, di credere che possiamo ancora diventare reporter di guerra, o astrologi, o pasticceri provetti. Perché c’è tempo.

Un tempo compassionevole, che ci perdoni gli errori del passato, che ci sia amico, consigliere, insegnante.

Un tempo in cui l’occasione che abbiamo perduto non sia l’ultima, un tempo in cui la strada chiusa che abbiamo imboccato a quell’incrocio tanti anni fa ci riveli una via d’uscita, un sentiero magico, una scappatoia tra i boschi.

 

Abbiamo bisogno di tempo.

Abbiamo bisogno di un segno.

 

Ho bisogno di un segno.

 

C’è chi sbaglia per troppo amore.

And they’re handing down my sentence now
And I know what I must do
Another mile of silence while i’m
Coming back to you….
Leonard Cohen
 
 

Ci sono persone che sono per natura portate a sbagliare. Ce l’hanno nel DNA e non c’è niente che possano fare per correggersi: ogni volta che cercano di rimediare ad un errore non fanno altro che amplificarlo, moltiplicarlo all’ennesima potenza. Come se gettassero una pietra sull’acqua e i cerchi concentrici creati dall’impatto si allargassero sempre di più.

C’è chi sbaglia per troppo amore. C’è chi sbaglia per troppo dolore, chi sbaglia sapendo di sbagliare, chi sbaglia, ossimoricamente, cercando di fare la cosa giusta.

C’è chi sbaglia mentendo a se stesso, convincendosi di poter cambiare. Dicendo a se stesso che è l’ultima volta, che c’è ancora tempo pe reinventarsi, per fare tabula rasa, cancellare tutto e ricominciare da zero. Avere un’amnesia temporanea, fare ammenda, invertire la rotta.
No: coloro che commettono sbagli seriali sono peccatori incalliti che non possono fare a meno di essere quello che sono. Che non riescono a rinnegare se stessi. Che sono troppo stanchi per scegliere the road less travelled.

Sbagliano per esausta e vuota abitudine, come fossero giocatori d’azzardo. Sbagliano per inerzia, perchè, una volta che si inizia a sbagliare, lo sbaglio diventa una specie di vizio, un circolo vizioso dal quale si ha paura di uscire, una deformità dell’anima, una lente distorta attraverso la quale la realtà arriva filtrata, opaca. Distorta.

O, più semplicemente, si sbaglia perchè quando si commette un grande errore ci si spaventa di se stessi, e rettificarlo sembra troppo difficile, fino a divenire impossibile. Allora si commette uno sbaglio puù grande, cercando di anestetizzare quello precedente, soffocarne il ricordo, annegarlo nell’oblio.

Perchè, se errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur, correggersi ed essere corretti, perdonarsi ed essere perdonati sono voci riflessive e passive che sembrano appartenere a coniugazioni dell’irrealtà e trascendono la volontà umana.

Qual è dunque il refugium peccatorum di chi sbaglia e non riesce a tirare il freno a mano? Is there no way out of the mind?

Vorrei essere leggera.

And you want to travel with her
And you want to travel blind
And you know that she will trust you
For you’ve touched her perfect body with your mind…
Suzanne, Leonard Cohen
 
 
 
 

Vorrei essere leggera, come quella ragazza che oggi andava davanti a me in bicicletta, top rosa e capelli biondi al vento, mentre io in bicicletta non so più se so ancora andarci.
Vorrei essere leggera, lasciarmi trasportare dal vento frizzante dei miei anni, di un’età anagrafica ancora – relativamente – fresca ma strozzata dall’insostenibile pesantezza del mio essere.
Vorrei essere leggera, fare tabula rasa di tanti troppi momenti da dimenticare, di quei pensieri negativi che si annidano come erbacce nel mio giardino e impediscono ai fiori di sbocciare, liberarmi di questa cappa soffocante di Greyville, dalle convenzioni, dai lunedì avvilenti, dai se e dai forse. Dal pensiero di non potercela fare, di non essere abbastanza, di dover cercare di essere quella che tutti pensano dovrei essere anche se io proprio non ci riesco. E recitare, recitare una parte gravosa, portare una maschera pesante, alterare la voce in un falsetto che non mi appartiene.
Vorrei essere leggera, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
Vorrei essere leggera, fermarmi a pescare nel mio baule pieno di gente un eteronimo leggiadro e soave, una ninfa, una ballerina, una piccola Ofelia dei boschi innocente dagli occhi pieni di meraviglia, una gitana un saltimbanco una piccola signorina Felicita come nelle poesia di Gozzano, semplice e priva di affascinanti complicazioni.
Vorrei essere leggera e non avere paura di fermarmi a dare una vita una voce e un cuore a quel baule di personaggi che mi popolano, senza lasciarmi inibire da decaloghi sullo scrivere, da ansie di prestazione, dalla paura di non saper fare nemmeno questo, la cantastorie, un ibrido tra don Chisciotte e Cyrano de Bergerac.
Vorrei essere leggera e non aver paura di andare sulle montagne russe o saltare col paracadute o tuffarmi da punti troppo alti, perchè tanto la vita è troppo breve per covare queste paure, queste preoccupazioni, che altro non mascherano se non l’ansia del domani, quel domani incerto che arriva come ospite indesiderato di incubi che strozzano il respiro.
Vorrei essere leggera, vestirmi a colori, dipingermi le labbra e le unghie del rosso più intenso e scendere per strada a ballare, senza paura di essere goffa e rendermi ridicola, come se non ci fosse un domani, perchè alla fine forse è proprio questo che manca, un domani da inventare e reiventare e modellare e ampliare ogni giorno e colorare con le sfumature di infinite possibilità.
Vorrei essere leggera e intravedere una possibilità ad ogni angolo, un nuovo incontro in ogni viso, una nuova storia in ogni conversazione, una sfida in ogni ostacolo.
Vorrei essere leggera e non aver paura di ammettere la mia pesantezza e il mio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarmi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.

Il coraggio di chi parte, e il coraggio di chi resta

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Ho sempre provato invidia ed ammirazione per le persone coraggiose. Quelle capaci di inventarsi e reinventarsi. Quelle capaci di cambiare se stesse, di realizzare in sé il cambiamento che vorrebbero vedere realizzato intorno a loro.
Quelle che cambiano il mondo, pezzetto a pezzetto, e lo rendono un posto migliore. Perché ogni persona più felice, più soddisfatta, più realizzata, ogni persona capace di mettere sottosopra la sua realtà per trovare il suo posto nel mondo lo rende automaticamente un posto migliore.

Amo le persone che non si rassegnano. Amo, di quell’amore che si può provare solo per gli sconosciuti che ci diventano improvvisamente vicinissimi ed affini per attimi di serendipità istantanea, coloro che rifiutano l’infelicità. Che fuggono verso nuove mete, i cuori leggeri come palloncini, citando Baudelaire. Che non si appiattiscono sotto il peso delle convenzioni, dei dover essere e dei dover fare. Amo coloro che fioriscono in mezzo alle sfide e alla necessità.
Guardo con sospiri segreti e silenziosi coloro che si riservano il diritto di avere davanti a sé una gamma infinita di possibilità multicolori.

Ma.

Ultimamente, dopo giornate come quella di ieri, come quella di oggi, notte bianca dopo notte bianca, penso che in fondo tutti vorremmo poter scappare a realizzare quei sogni nel cassetto prima che il cassetto diventi troppo stretto e i sogni vengano travasati nel dimenticatoio.
E, forse, restare è a suo modo una manifestazione di coraggio. Forse affrontare la quotidianità è la cosa che in fondo fa più paura. Specie quando la routine è così grigia, e alzarsi la mattina richiede uno sforzo sempre maggiore, e addormentarsi la notte diventa un’impresa impossibile.
Quando si vorrebbe perdere la strada di casa e perdersi in generale per non ritrovarsi e non farsi più ritrovare e scappare, scappare, indulgendo nella fantasia che non è troppo tardi per ricominciare, che c’è ancora qualche asso nella manica. Che non si sta facendo sempre più tardi, ma c‘è tempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente, per dirla con Fossati.

Eppure si rimane. Perché si deve rimanere. Anche se fa male. Anche se si vorrebbe urlare, ma si urla dentro e si cerca di sorridere, rischiando la paresi facciale.
Anche se un pezzetto di noi muore ogni giorno. Si piantano piccoli semi, sperando diventino un giorno alberi nodosi, sotto le fronde dei quali ripararsi dalla pioggia come dal solleone.

Si rimane, anche quando per rimanere si rinuncia a qualcuno, a qualcosa, a quella che è la parte migliore di noi stessi, forse.

Mi piace pensare che anche questa sia una forma di coraggio e non di codardia.

Qu’est-ce que je fais ici? (tutto è partito da una lezione di Francese)

Photo courtesy La Duchessa

Tutto è partito da una lezione di Francese, lingua che sono costretta a perfezionare per motivi vari. Da una giornata grigia e piovosa. Monotona. Uguale a tante altre.
Da un esercizio di teatro (lei, l’insegnante, usa il teatro per rendere l’apprendimento della lingua più interessante). Un esercizio di improvvisazione, a partire dalla frase: Qu’est-ce que je fais ici?
E la domanda mi è venuta fuori più sofferta – e insofferente – di quello che avrebbe dovuto essere, scatenando l’ilarità generale nei miei colleghi e in me quella sensazione di soffocamento ormai tristemente nota. Quella consapevolezza che ti porti dentro, giorno dopo giorno, ma che cerchi di ignorare, respingendola, nascondendola nei recessi più remoti dell’anima. Quella sensazione di guardarti dall’esterno e non riconoscerti, di vivere una vita che non è la tua, non è quella che vorresti, il cui corso devi cambiare. Ma si sta facendo semrpe più tardi, e le forze vengono meno, come un corridore che investe troppo nello scatto iniziale e non ce la fa in quello finale.
La sensazione soffocante di vivere nella scatola-corso-di-francesce dentro la scatola-ufficio dentro la scatola-Greyville. Dentro la scatola-me-stessa. Un gioco di matrioske. In cui la me vera è diventata la più piccola. Così piccola che non riesco più a ritrovarla.

E’ strano come arriva, il dolore. Arriva quando meno te l’aspetti, o per lo meno quando tutti meno se l’aspettano da te. Quando dopo tanto roller-coasting pensi di poter scendere e stare un po’ tranquilla.
E appena il respiro è tornato regolare e riprendi a camminare tranquillamente, sui tuoi piedi, ecco che ritorna il groppo alla gola, quella mano invisibile che sembra quasi volerti strozzare e ti blocca il respiro. E annaspi in cerca di aria.

Oggi ho finito di leggere I married you for happiness di Lily Tuck. E’la storia di una donna che trova il marito morto mentre fa una siesta prima di cena e decide di passare un’ultima notte con lui, accanto a lui. Ricordando.

Ricordando una vita – due vite – ben lungi dall’essere perfette. Ricordando il primo incontro e l’ultimo, i momenti belli e i momenti brutti, i figli nati e quelli mai nati. La passione. I tradimenti.
Quando ho riletto per l’ennesima volta le ultime due pagine – lei si sveglia al mattino e vede un angelo, simile a un putto rossiccio e riccioluto di un quadro di Caravaggio che aveva visto insieme a lui, e che la conduce alla finestra, dalla quale lei vede il marito che lavora in giardino, e le sorride – mi sono fermata a pensare. E non solo a quelle ultime due pagine, che mi hanno tanto colpito – Nina, la moglie, racconta nel corso della vicenda di sentirsi morbosamente attratta dalle altezze, e al tempo stesso di esserne spaventata. E non perchè soffre di vertigini, ma perchè ha paura di volerle sperimentare, quelle altezze. E io mi chiedo cosa sia successo in quelle ultime due pagine. Ti sei fermata sulla soglia della finestra o hai provato a volare, Nina?

Fear of the heights – paura delle altezze

Heartbreaking unhappy endings

In realtà, non è solo per questo che continuavo a rileggerle. E’ perchè pensavo che sicuramente un giorno mi guarderò indietro e rivedrò le mie notti bianche, la mia rabbia, la mia amarezza, le mie insicurezze, le mie inquietudini. E rimpiangerò di non aver permesso alle persone che mi stanno accanto – quella grande e quella piccola – di non aver loro permesso di avvicinarsi di più.
Più in generale, rimpiangerò di essermi chiusa ermeticamente, di aver diviso la gente per compartimenti stagni, di aver versato i sentimenti in cubetti per il ghiaccio e averli ibernati in attesa di tempi migliori.

Rimpiangerò di non aver permesso a nessuno, nemmeno a quei pochissimi che magari lo avrebbero voluto, di capirmi.

Ma non posso, perchè non capisco nemmeno io stessa cosa sia questo vuoto che si allarga e si allunga fino a diventare una voragine che mi fa venire le vertigini se ci guardo dentro. Un vuoto vecchio di anni, sedimentato di attese, di rimpianti e di rancori. Un vuoto che a volte mi sembra non possa essere riempito nemmeno da tutto l’amore del mondo. Da tutto il calore del mondo. Come se niente fosse mai abbastanza. Come se niente bastasse.

E quella sensazione di essere un po’ come quel girasole che ho visto oggi. Un grande girasole, colorato, che qualcuno ha legato ad un palo, in una giornata senza colori, una giornata di nebbiolina color fumo e di pioggia fitta e densa come una colata lavica.
Un girasole che, per quanto tenti di essere un puntino colorato e fare nel suo piccolo la differenza, per quanto tenti di essere o quantomeno mostrarsi forte e indipendente, soccomberà prima o poi agli elementi esterni. Agli agenti atmosferici. Al traffico dell’anima. All’inquinamento dei ricordi. All’incapacità di smettere di vivere nel passato.

E mi rendo conto che, alla fine dei conti, questo è il post più in prima persona che abbia mai scritto.
E che forse ha avuto ragione chi, per descrivermi, ha usato una frase con la quale Churchill aveva descritto l’ex Unione Sovietica:

I cannot forecast to you the action of Russia. It is a riddle, wrapped in a mystery, inside an enigma

La doppia vita dei blogger

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..e non parlo di quei blogger consolidati, di quelli che sono tanto fortunati da farlo per mestiere. Che poi, per carità, ci sono arrivati grazie al loro talento e alla loro dedizione, quindi tanto di cappello.
Ma voglio sperare – e voglio augurarmi – che questi blogger non si riducano a scrivere alle tre di notte per poi imprecare quando la sveglia suona alle sei e mezza. Voglio sperare non siano costretti a ingollare caffè bollente e districarsi come giocolieri tra collant, bimbi da vestire, piastra per capelli e un lavoro d’ufficio grigio e senza prospettive.
No, stanotte voglio parlare di un’altra categoria di blogger. Ne ho conosciuto qualcuno, ma mi piace pensare che siano davvero in molti, e che qualcuno, stasera, per una strana coincidenza astrale, finisca da queste parti, a leggere le mie parole, dirette a tutti e nessuno in particolare.
Parlo di quei blogger che rubano ritagli di tempo per scrivere. Che si portano ovunque il pc, il tablet o, più romanticamente, il moleskine e annotano frammenti di parole, ritagli di pensiero. Dove capita: per strada, camminando sotto la pioggia. Nel bus, nel tram, nella mentro. In macchina al semaforo.
Quando capita: in pausa pranzo, durante una riunione particolarmente noiosa in cui la mente vaga per le sue tangenti e secanti, in notti insonni.
Parlo di quelle persone per cui il tempo impiegato a riversare parole in diari o “container” virtuali, che magari nessuno leggerà, è reso ancora più prezioso dal fatto di essere così rarefatto. Così clandestino. Così intimo. Così impalpabile.
E nonostante i momenti di scoraggiamento, i “ma chi me la fa fare”, i “ma tanto non so scrivere”, i “ma tanto le mie idee sono banali, trite e ritrite”. Nonostante la paura di esporsi, di denudarsi in questo spogliatoio virtuale, paura che ossimoricamente contrasta col timore di essere invisibili, di essere ignorati, di non essere letti. Di sentirsi rifiutati.
Nonostante tutto, si torna qui, a scrivere. Perchè, against all odds, si vuole sperare di essere qualcosa in più di quello che si è ogni giorno. Qualcosa che rispecchi pienamente la propria interiorità. Qualcosa, o qualcuno, in cui riconoscersi, al mattino, quando ci si guarda nello specchio appannato dalla doccia, gli occhi ancora gonfi di sonno.

E stasera scrivo, senza dirigermi a nessuno in particolare. O forse sperando che dall’altra parte, da qualche parte, ci sia qualcuno che abbia voglia di scrivermi a sua volta. Mentre va in ufficio sotto la pioggia. Durante le nottate insonni passate a inviare cv. In quei momenti di rabbia, di scoramento, di solitudine, in cui quello che resta sono solo parole, e l’unica cura, l’unico conforto è scrivere.

Scrivimi

Scrivimi.
Un pensiero che sappia di te
Un pensiero che sappia di me
Un pensiero che sappia di noi.

Anche se è tardi
e sei lontano
a me irraggiungibile
per ora, per sempre,
poco importa:
tu scrivimi
un pensiero che abbia il tuo nome.
Un pensiero col tuo sapore.

Scrivimi di un bacio sotto la pioggia.
Scrivimi,
anche se non ne hai voglia.
Scrivimi
di come si vive dalla tua parte del mondo,
di come vedi le cose dalla tua prospettiva.

Scrivimi
un pensiero che abbia il colore dei tuoi occhi
che mille e poi mille fotografie non riuscirebbero ad immortalare.
Scrivimi
un pensiero ironico,
sarcastico, pungente,
come te,
un pensiero dolceamaro,
un pensiero freddo
un pensiero distratto
un pensiero funambolo
che scimmiotti se stesso, prima, e poi me,
e la voglia che ho di te
in questa serata fredda
in questa serata grigia
in questa serata atona
afona
senza sfumature.

Scrivimi perchè ho bisogno di dimenticarti.
Scrivimi perchè voglio ricordarti.
Scrivimi perchè ho urgenza di te.
Scrivimi perchè la tua mancanza
è un buco nero
nella mia perseveranza
nella mia intemperanza
nella mia eterna eterea pazienza.

Scrivimi senza una ragione
perchè siamo semplicemente parole
messe insieme da un poeta distratto,
senza rima, nè sostanza,
schizzi di colore
sul dipinto da quattro soldi di un imbrattatele.

Scrivimi perchè come parole siamo nati
perfette sinestesie di colori odori sapori ricordi amori dolori emozioni
sensazioni
e nude parole moriremo
-nemmeno la punteggiatura a farci compagnia.