Il Calendario dell’Avvento Letterario#7: felice Jólabókaflóð

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Questa casella è scritta e aperta da Marina di Interno storie

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Il Nord Europa mi sorprende sempre. L’immagine algida, nonostante la latitudine, non gli si addice per nulla, specie nel caso  dell’Islanda, la nazione dei primati negli ambiti letterario ed editoriale con il più alto tasso di lettura al mondo. Gli Islandesi non si risparmiano in quanto a biblioteche e librerie.

In una città come Reykjavík, insignita del titolo di Città della Letteratura dall’UNESCO, i prestiti alla biblioteca comunale superano il milione, considerando che ha una popolazione di circa 200 mila persone.

In questi giorni l’Islanda si trasforma nella patria dei libri, dove ogni amante della letteratura vorrebbe trasferirsi: è un tripudio di pagine scritte, o meglio ancora, un diluvio. Ora capirete meglio.

È il periodo del Jólabókaflóð, un termine impronunciabile. In inglese si dice Christmas Book Flood. E, se proprio vogliamo essere meticolosi con le traduzioni, in italiano è il Diluvio del libro di Natale. Un evento che salta fuori dal nulla, ma affonda le radici nella prima metà del secolo scorso. Durante il secondo conflitto mondiale, le importazioni erano state ridotte al minimo, così come gli acquisti da parte della popolazione. Tuttavia, nei riguardi della carta stampata le autorità sono state indulgenti e nei Natali della guerra si è estesa l’abitudine di regalare un libro come bene prezioso. Ne è nata una tradizione duratura, speciale.

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Tra novembre e dicembre arrivano sugli scaffali delle librerie circa 800 titoli di autori, per lo più islandesi. Si registrano le più alte vendite proprio in vista del Natale, circa l’80­-90%. Un diluvio, appunto. Persino la televisione non lesina in spot pubblicitari e, a quanto pare, è il maggiore argomento di conversazione tra gli adulti.

Gli editori recapitano alle famiglie il bókatíðindi, un catalogo di tutti i libri acquistabili per se stessi o come regalo. Come consuetudine ogni islandese riceverà e donerà almeno un libro per Natale. I libri si scambiano il 24 dicembre, dopo il tradizionale pranzo, così da poter scegliere le proprie letture tra quelle ricevute e dedicarvisi fino a tardi.

«E poi arrivava la notte quando tutte le candele erano consumate e tutti gli incendi spenti e tutti i nastri e le carte ripiegati per il prossimo Natale. Io avevo i miei regali con me nel letto», scrive Tove Jansson ne Il libro dell’inverno, che islandese non è, ma conosce bene il momento magico in cui si trova rifugio nella gioia dei doni – se sono libri ancora di più.

Lo scambio dei libri è un’usanza consolidata che non accenna a perdere smalto, anzi ogni anno l’attesa si fa spasmodica, tanto che gli islandesi intasano i telefoni degli editori per l’impazienza di avere il catalogo nel più breve tempo possibile.

“Ad ganga med bok io maganum” è un detto islandese, pressapoco dovrebbe suonare come “ogni islandese ha un libro nel suo stomaco”, inteso sia come divoratore di storie e sia come “ciascuno ha una storia da raccontare”. Infatti, un islandese su dieci si cimenta nella scrittura.

I numeri relativi alla lettura sono molto alti, non voglio annoiarvi elencandoveli; sicuramente è una situazione diametralmente opposta alla nostra per mirate politiche culturali e solidità dell’editoria.

Questa terra ha una ricca tradizione letteraria fin dal Medioevo – quando nei villaggi le storie venivano narrate oralmente durante i rigidi inverni e le scarse ore di luce – che ha assunto nel tempo un ruolo importante, un costante punto di riferimento per la società civile.

Pensavate che solo gli italiani fossero un popolo di scrittori? L’Islanda è anche il paese della lettura. Un esempio da tenere a mente.

Felice Jólabókaflóð!

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Non abbiate paura della tenerezza, parola di Dorothy Parker

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Modeling coat by glass door, 1949, Genevieve Naylor

Non avevo mai letto Dorothy Parker prima. Da quello che avevo letto su di lei mi aspettavo soda caustica, una prosa abrasiva e pungente, venata di sarcasmo.

Invece, le storie che fanno parte della raccolta Dal diario di una signora di New York , pubblicata da Astoria nella traduzione di Chiara Libero, mi hanno sorpreso. Sono storie di donne, scritte da una donna, scritte per le donne. La Parker si fa portavoce di un’intera generazione di fanciulle newyorchesi alle quali è stato insegnato che è necessario aver paura della tenerezza, nascondere accuratamente la propria personalità, i propri desideri e i propri bisogni, vestendo ogni giorno una maschera fatta di trucco e convenzioni sociali, capelli cotonati e ipocrisia.

Le donne di Dorothy Parker sono forti ma si fingono fragili, sono insicure ma si fingono dolci, sono ribelli e arrabbiate ma si fingono remissive. Sono teatranti, attrici ormai esperte, convinte che l’unico modo per vivere ed essere accettate, amare ed essere amate sia ricorrere a trucchi e belletti, orpelli e mistificazioni. Farsi vedere diverse da quello che si è e il passe-partout per fare parte della società di New York.

Chissà poi cosa c’è di tanto sbagliato nell’essere sentimentali. La gente è così sprezzante nei confronti delle emozioni. “Ah, non mi beccherai mai seduta qui tutta sola a rimuginare”, dicono. “Rimuginare”: dicono così per indicare il ricordo, e sono fieri di non ricordare. Strano come si inorgogliscano delle loro manchevolezze. “Non prendo mai nulla sul serio,” dicono. “Nessuna persona può essere tanto importante per me.” E perché, perché mai credono di essere nel giusto?

Già, perché mai si crede di essere nel giusto? È un messaggio più che mai attuale, in un mondo che tende ad etichettare tutte le storie d’amore come chick-lit o rom-com. In un mondo che si è dimenticato quanto sia dannatamente difficile parlare veramente d’amore, come ci ricorda Carver.

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Le signore newyorchesi della Parker cercano di sopravvivere a tempeste più o meno disastrose, navigando mari agitati senza scialuppa salvagente: c’è chi aspetta una telefonata che non arriva, ma esita ad alzare la cornetta, nella paura di risultare poco femminile, troppo insicura, troppo appiccicosa. Troppo sbagliata.

Sarò come quando ci siamo conosciuti. Forse così gli piacerò di nuovo. Da principio ero la dolcezza in persona. Oh, com’è facile essere dolci con qualcuno, prima di innamorarsene.

L’unico modo per riuscire ad essere accettata, per sperare di essere amata è fingere: non dire mai quello che si pensa veramente, sorridere quando si vorrebbe piangere, fare le fusa quando si vorrebbe affilare gli artigli.

A loro non piace sentirsi dire che ti hanno fatto piangere. A loro non piace sentirsi dire che sei infelice a causa loro. Altrimenti ti credono possessiva ed esigente. E allora sì che ti detestano! Non sopportano di sentirsi dire quel che davvero provi. Bisogna sempre stare lì a fare i giochetti. Oh, se solo non dovessimo farlo. Credevo che questa storia fosse abbastanza solida da permettermi di dire tutto quel che avevo in mente. Mah, probabilmente non accade mai. Immagino nessuna storia sia mai abbastanza solida da permetterlo.

C’è chi aspetta che l’uomo di cui è innamorata smetta di uscire con mezza New York e non abbia occhi che per lei. C’è chi aspetta un marito che se n’è andato, trovando conforto nelle fandonie di una soi-disant psicologa. C’è chi aspetta un bimbo, e cerca di mettersi in contatto con un padre che non ne vuole sapere. C’è chi coltiva ambizioni artistiche e teatrali e aspetta che il marito la sorprenda. Tutte queste donne aspettano: che qualcuno torni, che qualcosa cambi.

Harper’s Bazaar 1950 photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Fino ad arrivare alla protagonista del racconto che dà il nome alla raccolta, un’anonima signora della New York bene che cerca di annegare monotonia e solitudine nei fiumi d’alcool di un’esistenza apparentemente brillante, fatta di feste, spettacoli, cene in posti alla moda e problemi insormontabili, tipo un’unghia rotta o lo smalto del colore sbagliato.

Tutte queste donne vivono in condizioni di estrema solitudine e alienazione, da sé e dagli altri: le loro controparti femminili non si rivelano molto migliori di quelle maschili, dedite a un’amicizia che altro non è pietoso e superficiale adempimento delle convenzioni sociali della New York bene. Il quadro che la Parker dipinge richiama alla memoria echi di Edith Wharton, in un mondo dove l’amore è del tutto passé, sostituito da matrimoni di convenienza e tante, troppe bugie.

Penserò a qualcosa di diverso. Me ne starò seduta qui zitta e buona. Se solo ci riuscissi. Se potessi starmene zitta e buona. Forse potrei leggere. Ma no, tutti i libri parlano di persone che si amano, sinceramente e dolcemente. Ma perché diamine scriveranno cose del genere? Non lo sanno che non è vero? Non lo sanno che è una bugia, una dannatissima bugia? Ma perché diavolo ne devono parlare, quando sanno benissimo che fa stare male? Maledetti, maledetti, maledetti.

In una società in cui è difficile, se non impossibile, essere accettata e amata per quello che si è, mi piace pensare che il messaggio di Dottie sie questo: non abbiate paura della tenerezza. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di parlare d’amore. Non abbiate paura di amare, come sapete farlo, senza regole né trucchi né inganni. Forse resterete sole, ma almeno potrete guardarvi allo specchio e riconoscervi, senza dover lavare via, una volta rimaste sole, strati di stucco, di cerone, di belletto. Non abbiate paura di mostrarvi troppo forti o troppo fragili. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di non essere prese sul serio.  E se la verità fosse che non gli piacete abbastanza, tant pis: quantomeno piacerete a voi stesse. O almeno ci proverete.

Dal diario di una signora di New York, Dorothy Parker, Astoria, trad, a cura di Chiara Libero

Soundtrack: Hope I don’t fall in love with you, Tom Waits

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I #BookBreakfast di Petunia Ollister

PO1Di Instagram come strumento da utilizzare per diffondere libri belli si era già parlato un po’ di tempo fa, in occasione dell’iniziativa #unlibroallasettimana (un hashtag ci seppellirà, lo sento. Lo so.)

Facezie a parte, mi servo spesso e volentieri di Instagram per cercare belle edizioni dei libri che colleziono (Anna Karenina, Lolita, Orgoglio e Pregiudizio, tutto di Sylvia Plath: se vi va di suggerirmi qualche edizione bella e/o rara, non potrà che farmi piacere). Nelle mie scorribande mattutine, tra un occhio ancora chiuso e una tazza extra-large di caffè, ho intravisto qualcosa che mi è piaciuto molto: i libri a colazione di Petunia Ollister* (potete seguirla su Twitter e su Instagram, appunto).

Lascio la parola a Petunia, che vi racconterà come sono nate le sue colazioni letterarie.

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I #BookBreakfast sono nati una mattina mentre sfogliavo il libro dei graphic designers di Daily Dishonestly. Quando ho osservato che la tazza da cui stavo sorseggiando il caffè era esattamente dello stesso colore della copertina, in un secondo ho preso la scala, ci sono salita e ho scattato una foto perfettamente dall’altro. Il format è nato e non ho più cambiato lo schema. Da quel giorno ho iniziato a pensare a quale libro avrei fotografato la mattina successiva, al colore delle grafiche di copertina, alla frase da scegliere e allo styling della composizione.

I criteri sono variabili ma sempre governati dalle mie ossessioni per gli accostamenti cromatici, il rigore per le disposizioni simmetriche e la compulsione allo scatto dall’alto hanno fatto il resto.

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Ho sempre letto molto fin da bambina, l’escamotage per vivere infinite storie e emanciparmi dalla realtà piatta e monotona della provincia lombarda. I libri che fotografo vengono per la maggior parte dalla mia libreria, piuttosto ben fornita, complici gli studi umanistici e vari lavori nel mondo editoriale, e da amici che hanno deciso di darmi i loro libri più cari da immortalare”.

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Lo scaffale d’oro di Petunia:

– Franzen, Le correzioni

– Eugenides, Middlesex

– Fenoglio, Una questione privata

– Mann, I Buddenbrook

– Coe, La banda dei brocchi

– Hornby, Alta fedeltà

– DeLillo, Underworld

– Wolf, Casandra

– Richler, La versione di Barney

– Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

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*Bio: Petunia Ollister è uno pseudonimo nato cinque anni fa dall’involontaria collaborazione tra le menti – brillanti – di alcuni amici che progressivamente ha soppiantato la sua persona anagrafica. Chi la incontra non si ricorda nemmeno il suo vero nome ma conosce molto bene Petunia, i suoi difetti e le sue passioni, tra cui l’ossessione per i libri.

Soundtrack: 500 miles, The Proclaimers

(Ndrm – nota della redazione mia: vi dedico la mia canzone del risveglio, fatene buon uso…)

Lolita, Lolita dov’è? A casa Lamb non c’è

William Eggleston

William Eggleston

Tra i limiti d’età di nove e quattordici anni non mancano le vergini che a certi ammaliati viaggiatori, i quali hanno due volte o parecchie volte il loro numero di anni, rivelano la propria reale natura: una natura non umana, ma di ninfa (vale a dire, demoniaca). Orbene, io propongo di chiamare “ninfette” queste creature eccezionali.

Vladimir Nabokov, Lolita

William Eggleston

William Eggleston

L’archetipo di ninfetta, dipinto da Nabokov con pennellate magistrali, è indimenticabile e destinato, inevitabilmente, a ergersi a Musa custode di una fetta controversa della narrativa: quella narrativa che si avvicina a temi scomodi, scabrosi, abitati da creature eccezionali al limitare dell’adolescenza e creature spaventose, dagli occhi che si accendono in quell’oscurità nella quale si nascondono.

Inevitabilmente, tutti quegli autori che sceglieranno di raccontare una storia del genere (una storia sbagliata, cantava De Andrè), rientreranno, inevitabilmente, nel topos lolitesco. Se i suddetti sceglieranno poi di infarcirla di episodi ed elementi che giocano un ruolo fondamentale nella trista vicenda di Lo al mattino, Lola in pantaloni, Dolly a scuola, Dolores sulla linea tratteggiata, Lolita tra le braccia dell’ambiguo Humbert (road trip; nottate insonni in squallidi motel; balocchi profumi e vestiti acquistati en masse per aggraziarsi l’ineffabile ninfetta; loschi figuri che perseguitano i due fuggitivi e infestano l’aria che respirano con la loro invisibile presenza, o il peso della loro assenza; campeggi improvvisati; la ninfetta che si ammala nel momento meno – o più – opportuno, bruciante di febbre in un alberghetto da quattro soldi) farebbe molto déjà vu.

Qual è lo scopo di raccontare una storia del genere, archetipica, già sentita? Il punto è: far perdere al lettore le tracce. Farlo uscire dal seminato, dalla sua comfort zone. Seminare indizi nel suo sentiero, e depistarlo a ogni angolo, tra effluvi di intangibile inquietudine.

I protagonisti di Lamb di Bonnie Nazdam – che pure ricadono nella trappola di una serie di giri di vite che fanno gridare al Lolita dov’è? – riescono in parte a sdoganarsi dal modello mostro innamorato ma pur sempre mostro/ninfetta, rivelandosi, per certi aspetti, ancora più inquietanti, ancora più moralmente al margine.

Tommie, la ninfetta della Nadzam, di Lolita ha ben poco: non è una preadolescente precoce e, a modo suo, conturbante, ma una ragazzina esile, dalla dentatura sbilenca, i capelli così biondi da sembrare bianchi, la pelle luminescente piena di lentiggini dalle forme strane, il viso porcino. Gli aggettivi che sembrano restarle appiccicati a quella pelle bianchissima sono piccola, ordinaria, gracile:

Veniva verso di lui in un top viola e sghembo, pantaloncini larghi e sandali color ottone decorati con gli strass. (…) Dai vestiti le spuntavano braccia e gambe bianche e ossute. I pantaloncini erano come appesi al bacino e la pancia le sporgeva in fuori come un lembo di lenzuolo bianco sporco. Era grottesca. Adorabile. Le lentiggini si concentravano sulle guance e lungo il naso e sulla leggera curvatura della fronte, appena sopra le sopracciglia. Ce n’erano di enormi, grandi come un pisello, e altre più piccole. Alcune chiare, altre scure, si sovrapponevano come coriandoli bruciati sulle sue spalle nude e sul naso e sulle guance.

(…) Era una ragazzina trascurata. Quelle che a scuola prendono tutte C. Non era carina, né atletica, né intelligente. Era solo una ragazzina magrolina che ancora non era sviluppata, e cercava disperatamente di stare al passo con le amiche. Rapida a farsene di nuove. Sciocca.

(…) Sul viso le comparve un’espressione vacua. Aveva un’aria così assente e stupida quando non era arrabbiata. Pelle straordinaria, pelle da porcellino, ma sotto niente luce.

(…) Guardò i suoi pantaloncini di cotone blu. Vestiti da bambola. La esaminò con lo sguardo mentre parlava. Dio, se era piccola.

Dimenticatevi gli occhiali da sole a forma di cuore e le scarpe di vernice col calzino coi volants: questa mocciosa (letteralmente, visto che per tre quarti del romanzo frigna e si pulisce il naso col braccio esile) è una ragazzina insicura, vittima delle bullette della sua scuola (tipo Syd, che ovviamente è bionda e, molto probabilmente, si prepara a un folgorante futuro da cheerleader. La Lolita di Nabokov non si sarebbe mai lasciata prendere in giro, bulletta impertinente che era).

Dimenticatevi anche Humbert Humbert, che col suo ego preponderante quasi schiaccia il lettore, portandolo attraverso i meandri della sua storia, delle sue Annabelle: David Lamb, che racconta la vicenda in prima persona – una prima persona asettica, distaccata, clinica – non si rivela. Intravediamo da dove proviene – pupilla degli occhi di sua madre, morta troppo giovane; padre dongiovanni, forse un po’ troppo dedito all’alcool; un fratello minore disadattato, scomparso dopo una notte in sacco a pelo vicino a una stazione di benzina; un’ex moglie, Cathy, tradita troppe volte; un’amante, Linnie, molto giovane e troppo innamorata); non vediamo, però, come e perché arriva a diventare il protagonista di questa storia.

Non credo si possa ripulire un cuore come fosse un garage, David.

Perché quel giorno David Lamb (ovviamente, il gioco di parole non si perde: lamb come agnello, vittima sacrificale, simbolo di innocenza e purezza), in quel parcheggio, decide di dare una lezione alla grottesca Tommie, costretta dalle sue amiche a vestirsi in modo ridicolo e andargli a chiedere una sigaretta? Perché decide di “rapirla” (fino a un certo punto: Tommie è parzialmente sua complice) e portarla in un folle road trip sulle Rockies, fino a una vecchia casupola in disuso che apparteneva al padre, morto da poco? E perché si fa raggiungere dalla sua giovane amante, impedendo a Tommie di uscire dalla stanza per non farsi vedere, convincendo Linnie a non entrare nella stanza di Tommie, perché infestata dal fantasma di una bambina morta?

Il punto è proprio questo: la storia di Lamb e Tommie tiene il lettore avvinto per tutta la sua durata grazie alla sua estrema imprevedibilità. La mancanza di approfondimento psicologico dei personaggi, che a volte può risultare frustrante, impedisce che il lettore si senta coinvolto emotivamente nella vicenda, permettendogli di osservarla dall’esterno, con occhio clinico, attraverso un vetro un po’ sporco, un po’ appannato, cercando di dirimere le fila di una storia di quasi amore che lascia un sapore amaro e pungente in bocca.

Immagina di essere a letto. Quel vecchio letto a due piazze, a casa. Le lenzuola spiegazzate, morbide e fresche. Le tue gambe, pulite e forti. Le spalle che si rilassano, si fondono con la schiena. Ci sei? Diciamo che stai leggendo un libro. (…) Riesci a malapena a distinguere le parole. La verità è che avverti un vuoto freddo in fondo al cuore. Tutto, fuori, è metallo. Senti il corpo un po’ spento. Desideri le mie braccia e le mie gambe calde accanto, non è così? Vuoi il fiume e il lieve sussurro dei succiacapre appol­laiati tra gli alberi, e vuoi i semi di erba selvatica tra i capelli e nei calzini bianchi. Vuoi il calore del nostro fuocherello per la colazione al mattino, che ti scalda il petto, le braccia, le spalle e ti apre tutti i pori della pelle riflettendosi nei tuoi occhi. La brezza fresca che ti sfiora la schiena. Nel vento l’odore della salvia e della neve. Le mani che stringono la piccola tazza di metallo piena di caffè. Ma sei nella tua grigia stanza di città, per sempre perduta. A mille miglia da me. Le piccole brande e il fil di ferro e le bluebonnet ormai avvizzite. E ti rigirerai nel letto chiedendoti se io sia mai stato reale. Che sia stato solo un sogno?

Nel tuo cuore ci sarà una tremenda bellezza. Su di esso una ferita, come un sigillo, che coprirà la città, dura e spaccata, come una sottile pellicola dai colori vivaci. Al tuo volto si sovrapporrà quello che avevi quando eri con me, sulle montagne. Un volto più luminoso, più giovane, un volto mite come il tempo.

(Lamb, Edizioni Clichy, collana Black Coffee, trad. a cura di Leonardo Taiuti)

Soundtrack: Lolita, Samuele Bersani

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Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità: note da un incontro tra il prof. Hillis e Berry

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Leggere Wendell Berry significa entrare in un mondo a parte. Un mondo che contempla tanti aspetti diversi – amore, comunità, famiglia, Chiesa, agricoltura, economia, scontro tra il vecchio e il nuovo,  amicizia, memoria, passato, morte – che Berry indaga ed approfondisce.

Sono a tre quarti di Jayber Crow, e la sua struttura è un po’ come una cipolla: ogni strato ne nasconde un altro, fino ad arrivare al cuore, al nocciolo duro della storia; la storia di Jayber, una storia di paese che al tempo stesso diventa parabola universale. La storia di un individuo che si interroga su se stesso  -a partire dal suo nome, dalle sue radici, dalla comunità che abita – fino ad arrivare a tematiche più ampie, più profonde, di interesse collettivo: l’amore, la fede, il senso di appartenenza, la coerenza con se stessi.

Jayber Crow non è dunque solo la storia di un singolo barbiere di paese, raccontata da lui stesso: è una metafora della ricerca di se stessi, della ricerca di significato, della ricerca di risposte. Della necessità di dare un senso a ciò che si è, a ciò che si fa, a quanto ciò che si fa definisca quello che si è.

L’articolo che vi propongo di seguito è la traduzione di un post  (Wendell Berry, Jayber Crow and the Trinity) segnalatomi dagli amici di Edizioni Lindau, tratto dal blog My unquiet heart curato da Greg Hillis, professore associato di Teologia presso la Bellarmine University di Louisville, KY.

Hills racconta del suo incontro con Wendell e Tanya Berry presso la loro fattoria, dove si reca insieme alla moglie Kim e a Kaya Oakes, scrittrice californiana che si occupa di femminismo e spiritualità.

Parlano di Jayber Crow, usato come testo dal professor Hillis nel suo corso di introduzione alla teologia, e di fede. Una fede che trascende la Chiesa, oggetto di aspre critiche da parte di Berry anche attraverso le parole di Jayber, e che si incarna nel senso di comunità di Port William, cittadina fittizia del Kentucky dove Berry ha ambientato sia Hannah Coulter che Jayber Crow.

Ecco come Jayber descrive la comunità di Port William:

Sentivo che ormai nessuno poteva staccarmi da Port William come se fossi stato l’osso di una prugna, né poteva staccare Port William da me. Neppure la morte, ormai, ci poteva separare.

La storia trabocca oltre il tempo, e l’amore trabocca oltre ciò che il mondo ci concede. Ogni recipiente trabocca, e nessun termine o limite restano stabili. Tutto ciò che può essere fatto vacillare deve vacillare. In un certo senso, invece, niente è mai andato perduto, e siamo compattati insieme per sempre, persino dai nostri fallimenti, dai nostri rimpianti e dai nostri desideri.

L’immagine della chiesa riunita che mi ero fatto dopo esserne diventato il custode cedette il passo a quella della comunità riunita. Ciò che vedevo era una comunità imperfetta e indecisa, ma tenuta insieme dai legami snervati e snervanti, imperfetti eppur sempre vigorosi, da diversi tipi di affetto. Probabilmente nessun abitante di Port William era mai stato privato dell’affetto di un altro membro della comunità, che a sua volta era stato amato da qualcun altro, e così di seguito.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, traduzione a cura di Vincenzo Perna, pag. 286).

Vi lascio all’articolo del prof. Hillis, che offre più di un’interessante chiave di lettura per addentrarsi in quel microcosmo che è Port William e scendere lungo il corso del fiume insieme a Jayber Crow, il barbiere.

Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità

Un paio di persone mi hanno chiesto di scrivere due righe sul mio recente incontro con Tanya e Wendell Berry nella loro fattoria, domenica scorsa. Non ho detto a Wendell che avrei scritto qualcosa sul nostro incontro perché non ne avevo nessuna intenzione. Sono quindi riluttante ad addentrarmi nei dettagli: mi manterrò sul generale.

Tanya e Wendell sono stati ospiti molto generosi e hanno messo me e le due persone che mi avevano accompagnato, Kaya Oakes e mia moglie Kim, a nostro agio (avevo organizzato quest’incontro con Wendell Berry perché lui e Kaya hanno un editore in comune, e Kaya era in città per una delle sue lezioni per il Master in studi spirituali di cui sono responsabile). La nostra conversazione ha toccato temi quali l’educazione secondaria, l’agricoltura, il matrimonio, il mondo dell’editoria e Il Kentucky.

Quando ho accennato al fatto che uso il suo romanzo, Jayber Crow, nel mio corso di introduzione alla teologia, siamo finiti in quella che spero sia stata una conversazione proficua per tutti sul soggetto della Trinità e l’importanza di una genuina teologia dell’incarnazione.

“Sei un teologo dell’incarnazione?” mi ha chiesto. Quando gli ho risposto di si, ho intravisto una scintilla di sollievo nei suoi occhi. La sua preoccupazione principale era che potessi rivelarmi simile a quei predicatori che negano l’esistenza della bellezza nel mondo; quei predicatori contro i quali Berry inveisce di sovente.

Come volevasi dimostrare, quando più tardi mi sono assentato per un momento dalla stanza, Wendell ha guardato Kaya e le ha detto “Mi sto divertendo molto più di quanto pensassi”. Non ero uno di quei teologi!

Non sono il solo a vedere nello stesso Berry un teologo;  la nostra conversazione sulla Trinità si è basata sulle intuizioni teologiche presenti in Jayber Crow.

Le mie osservazioni su Jayber Crow sono essenzialmente quelle che ho buttato giù qui nel blog in un post del 2012; quindi voglio concludere facendo un copia/incolla delle mie vecchie note.

Per me, Jayber Crow è una parabola del Regno di Dio. È una storia raccontata dal punto di vista di un barbiere celibe che vive in una cittadina fittizia del Kentucky, Port William.

La descrizione che Jayber fa della ragion d’essere e dello scopo della comunità di Port William è tra le più belle che io abbia mai letto. Non tutti nella comunità erano affettuosi o amabili.

Al contrario: alcuni, come Cecelia Overhold, rifiutano di accettare la generosità e la disponibilità della cittadina. Ma la comunità si è mantenuta unita perché ogni individuo, che lo volesse o no, entrava a farne parte. Jayber descrive Port William come un posto dove gli affari del singolo diventano gli affari di tutti; di conseguenza, la comunità ne condivide guadagni e perdite. Si tratta di una comunità in cui ci si prende cura del raccolto di un agricoltore malato, i pasti caldi arrivano lì dove ce n’è bisogno, chi ha freddo non rimane senza combustibile e i giocattoli arrivano a quei bambini che altrimenti non ne avrebbero. Jayber la definisce

una carità che include anche la chiesa, non il contrario.

Berry non trova molte parole gentili per la chiesa in Jayber Crow. La chiesa di Port William fa spesso mostra di un sentimento anticomunitario, di un atteggiamento da “noi-contro-di-loro”, e un dualismo corpo/anima che non può che scatenare le critiche di Berry. La vera comunità è la cittadina, perché è in seno ad essa che l’amore si manifesta.

Tutto questo si rivela chiaramente e meravigliosamente nell’amore che Jayber nutre per Mattie. Jayber, dopo aver scoperto che il marito di Mattie la tradisce, decide che la ragazza si merita un marito che la ami veramente e le sia fedele. Jayber si prefigge di essere lui, quel marito. Così, tormentato dalla possibilità che un essere così degno di amore come Mattie passi la vita senza essere amata come meriterebbe, Jayber decide di giurarle fedeltà, senza che lei ne sappia niente.

Il fatto che ci siano persone che spesso mi guardino con incredulità o disgusto quando parlo di questo voto di fedeltà la dice lunga. Molti lo percepiscono come un voto strano, forse perfino perverso. Io invece suggerirei di vederlo come espressione di un amore completamente disinteressato; un amore interamente basato sul dare; un amore che esiste unicamente in virtù dell’amore stesso. E non è un caso che Jayber, dopo aver deciso di dedicarsi completamente a quest’amore senza aspettative, riesca improvvisamente ad avere una profonda intuizione sulla natura di Dio:

 Immaginavo che il nome vero fosse Padre, e immaginavo tutto ciò che quel nome implicava: l’amore, la compassione, l’offesa, la delusione, la rabbia, la sopportazione del dolore, le lacrime, il perdono, la sofferenza sino alla morte.

Se l’amore era in grado di forzare i miei pensieri oltre i limiti del mondo e al di fuori del tempo, allora non potevo forse vedere come anche l’onnipotenza divina avesse la capacità, per la forza del proprio amore, di essere riportata nel mondo? Non potevo forse vederlo, perché aveva la capacità di conoscere le sue creature soltanto attraverso la compassione, incarnarsi in un corpo mortale, diventare umano e camminare tra noi, assumere la nostra natura e il suo destino, patire le nostre colpe e la nostra morte?

Si. E immaginavo un Padre che apre le ali come una chioccia prima del temporale, o al tramonto prima che scenda la notte, offrendo protezione ai suoi piccoli di Port William, alcuni dei quali accettano e altri no. Immaginavo Port William cavalcare la sua modesta onda nel tempo sotto il cielo, le sue fiammelle d’insonnia illuminarsi e spegnersi. Riuscivo a immaginare Dio che la guardava dall’alto in basso, con le sue vite che vivevano nel Suo spirito, che respiravano il Suo soffio vitale, che conoscevano la Sua luce, ma ogni volta che anche, inevitabilmente, viveva per suo proprio volere – il Suo corpo donato soltanto per essere ucciso”.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, trad. Vincenzo Perna, pag. 350)

 

Un barbiere di una piccola cittadina del Kentucky (Può qualcosa di buono venir fuori da Nazareth?) ci offre un’immagine di vero amore, diventa un vero teologo con una comprensione del divino più profonda della maggior parte delle cose che ho letto. Definendo il significato dell’amore, Wendell Berry – per bocca di Jayber – ci narra la parabola di una vera comunità: una comunità basata su un amore disinteressato, generoso, vulnerabile, accogliente.

Se solo la Chiesa riuscisse ad assomigliare a questa versione del Paradiso.

JC

foto da: https://www.etsy.com/it/shop/Pyrogravure

La versione di Barney

Before his brain began to shrink, Barney Panofsky clung to two cherished beliefs: life was absurd, and nobody ever truly understood anybody else. Not a comforting philosophy, and one I certainly don’t subscribe to.

(Barney’s version, Mordecai Richler, First Vintage book editions, 2010)

Barney

 

Verità e finzione sono separate da un filo rosso, sottilissimo.

Realtà, menzogna, fatti, abbellimenti, onestà intellettuale, umori e rumori, come le cose sono andate effettivamente, come avremmo voluto che andassero: tutto diventa liquido nella memoria, camaleontico nella narrazione di fatti del passato; narrazione che si adegua al momento, al narratore e all’interlocutore, al termometro del cuore, all’umore dei ricordi. Ed è difficile trovare due narrazioni dello stesso evento perfettamente identiche: un punto, uno snodo, un incrocio, una sfumatura, e l’equilibrio risulta alterato.

Qual è il prezzo della verità? E soprattutto, dove finisce la verità e inizia la finzione, la bugia, l’inganno, gradazioni stonate dell’altra faccia della medaglia (mezze bugie, mezze verità, bugie bianche, bugie a fin di bene, reato di omissione)?

Tutte queste domande, tutte queste riflessioni dovevano affollare la mente di Barney Panofsky, protagonista del celeberrimo romanzo di Mordecai Richler, una sorta di Bildungsroman senza eroe.

Barney è Barney, tautologicamente, semplicemente. Ha un talento mediocre, che investe nell’import/export più o meno legale, poi nella produzione di paccottiglia televisiva di serie D (non per niente la sua società si chiama Totally Unnecessary Production).

Barney beve scotch dalle undici del mattino e fuma Montecristo, se ne infischia dell’opinione altrui, va avanti nella vita a gomitate.

Barney sposa – per motivi che non stanno in piedi – Clara, un’artista inquieta e depressa che dipinge satiri orgiastici e scrive poesie femministe. Clara aspetta un bambino che non è di Barney e muore suicida dopo che lui la lascia, a causa di un cablogramma con un invito a cena che non gli è mai pervenuto, le pietanze a scomporsi sul tavolo, Clara con gli occhi aperti sul letto a diventare sempre più bianca, sempre più blu (di quello stesso colore che immagino avesse la pelle  traslucente di Julie nel racconto di DFW Little expressionless animals).

Poi sposa la seconda signora Panofsky, una donna volgare che puzza di soldi e della pagine di libri appena stampati che ordina en masse per renderli soggetto di appassionanti disquisizioni durante le sue soirée mondane.

Barney manda tutto a rotoli, fa le scelte sbagliate, rovina le persone che tocca. E poi si innamora.

Essendo Barney, si innamora nel momento più sbagliato. Vede, durante la festa per il suo matrimonio con la seconda signora Panofsky, una creatura aggraziata e diafana, luminosa, dai capelli corvini e dagli occhi lacustri: Miriam, his heart’s desire. Ed è amore a prima, ultima, eterna vista, come direbbe Nabokov.

La sua è una storia di terze chance: Barney segue Miriam, sotto la pioggia, abbandonando la sua festa nuziale, fino al vagone del treno in cui lei legge Goodbye, Columbus di Roth. E aspetta.

(Quanto si può sbagliare, prima di imboccare la strada giusta?)

Barney continua a seguire Miriam, finchè lei acconsente ad un appuntamento  – dopo il divorzio di lui – al quale il nostro eroe si presenta nervosissimo e ubriaco fradicio. Miriam deve accompagnarlo in stanza, aspettarlo mentre vomita, aiutarlo a mettersi a letto.

Quando Barney si sveglia, Miriam è ancora lì, le gambe snelle incrociate, a leggere Rabbit, run.

E questo è quello che si dicono, e io lo trovo bellissimo:

Barney: What if I had stayed on that train?

Miriam: If only you knew how much I wanted you to.

Barney: You did?

Miriam: I had my hair done this morning, and I bought this outfit especially for lunch, and you never once said that I looked nice.

Barney: No. Yes. Honestly, you look wonderful.

Desideri inespressi che si incrociano, sillogismi perfetti. Ogni storia d’amore che si rispetti è una storia di fantasmi (D.T. Max e DFW docent). Ogni storia d’amore che si rispetti è assurda, ed è fatta insieme di minuscoli pezzettini, di attimi di per sé senza senso, tenuti insieme dal filo sottile del desiderio, e della speranza, e dell’incoscienza. Ogni storia d’amore  che si rispetti è incosciente, incoerente. Quella di Miriam e Barney lo è.

Miriam chiede a Barney di non mentirle, mai (è un filo sottile, così sottile).

Barney ha un amico, Boogie, con cui ha una relazione un po’ ambigua: lo idolatra, lo imita, gli salva la pellaccia un paio di volte, lo porta con sé nel suo cottage in campagna per aiutarlo a disintossicarsi.

Qui Barney lo trova a letto con la seconda signora Panofsky (comodo, per Barney, che non anela altro che a Miriam, his heart’s desire).

Barney chiede a Boogie di testimoniare contro sua moglie, per usare l’adulterio come strumento di libertà, della sua libertà.

Boogie prende la faccenda molto scherzosamente: provoca, insulta, insiste nell’andarsi a fare un bagno nel lago ubriaco fradicio.

Barney spara un colpo in aria col revolver regalatogli da suo padre. Boogie si va a tuffare, con tanto di pinne e occhiali. Barney collassa sul divano, ubriaco. Boogie muore. O forse no, forse sta semplicemente giocando uno dei suoi tiri mancini, uno di quelli descritti nei suoi racconti, e se n’è semplicemente andato via, cambiando identità, giocando a Barney il suo ultimo, estremo tiro mancino.

Questa è la versione di Barney, che continua a ripetere incessantemente fino a quando l’Alzheimer obnubila quasi del tutto le sue capacità di intendere e volere, quando perfino sua figlia Kate inizia a ritenerlo colpevole, quando sembra colpevole senza ombra di dubbio.

Quando si scopre malato, Barney decide di fissare le sue sfuggenti memorie scrivendole, per fornire la sua versione dei fatti. Perché non importano le versioni degli altri, la loro percezione di lui e della realtà: quello che conta è la sua versione, è la scelta di dire la verità, perché è più facile da ricordare quando si sta dimenticando tutto il resto, quando gli anni scivolano come sabbia finissima e bianchissima tra le dita.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, gli creda. E non importa quante balle Barney abbia raccontato al momento giusto, perché a lei ha sempre promesso la verità, anche nel momento più sbagliato, anche quando significa perderla a seguito di una squallida, insignificante scappatella da quattro soldi con una soi-disant attricetta di serie D.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, che ha sposato un borioso professore hippie, gli creda a tal punto da acconsentire a riposare per sempre accanto a lui, nella tomba comune che Barney aveva comprato quando lei stava già scappandogli dalle mani, ma tutto sembrava ancora possibile. Miriam gli riposerà accanto, con un semplice

yes. That’s how it should be.

Deve essere così, e non può essere altrimenti.

Quello che conta è che, quando tutti lo ritengono colpevole, esca fuori che un Canadair, immergendosi nel lago, abbia trascinato con sé Boogie, che sarebbe poi morto nella caduta.

Quello che conta è dire balle al momento giusto e dire la verità, che è più facile da ricordare, nell’unico momento sbagliato, ma rimanere fedeli alla propria versione dei fatti e di se stessi, sempre.

Quello che conta è che, anche se tutte vorremmo essere Miriam, in ognuno di noi c’è un Barney. Un Barney che beve ed impreca, politicamente incorretto, che sbaglia e non smette mai di credere di poter smetter di sbagliare. Un Barney che è un third chancer e si innamora nel momento più sbagliato di qualcuno che  – razionalmente, freddamente, lucidamente – non potrebbe avere.

Un Barney che teme la φθόνος θεῶν (fthònos theòn), l’invidia degli dei, desiderosi di vendicarsi delle sue terze possibilità, invidiosi del fatto che sia riuscito a conquistare il desiderio del suo cuore, Miriam, bella e meravigliosamente spontanea, priva di pregiudizi, paladina della verità.

Quello che conta è avere sempre e comunque la propria storia  – la propria versione – da raccontare, fino alla fine, come hell or high water, costi quel che costi.

Quello che conta è non smettere di ritrovarsi anche quando si è totalmente persi, continuare a scommettere su se stessi anche quando si sono esaurite tutte le carte in tavola, senza assi nella manica, senza poter più bluffare.

Quello che conta è vivere, vivere secondo la propria versione di sé, ed inseguire i desideri del cuore.

BP3

#socialbookday, una giornata all’insegna dell’amore per la lettura

 
 
 
 
 
 
 
Gli amici di Libreriamo hanno lanciato un’iniziativa bella nella sua spontaneità e semplicità: una giornata dedicata all’amore per la lettura e per i libri, consacrata dall’hashtag#socialbookday.

In una società in cui (apparentemente) nessuno legge più, o nessuno compra più libri, qual è il peso ponderato della lettura? Qual è lo spazio che occupa nel nostro quotidiano?

 

Un po’ di giorni fa, parlando di The Bell Jar (La campana di vetro) di Sylvia Plath si parlava di cosa rende un libro “bello”. Vi ripropongo la riflessione:

 

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate
la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sua percezione del libro stesso.

Ma, fatti i libri, bisogna fare i lettori. Per me la lettura rimane una delle esperienze piu’ intime e personali, difficilmente condivisibili. Ogni lettore ha una sua esperienza, una sua storia, un suo percorso che l’ha portato ad amare un genere invece di un altro.

La mia storia da lettrice è molto semplice: un’esposizione alla lettura precoce e precocemente bovaristica 😉

Da piccola ho passato molto tempo con mia madre, costretta a casa da una gravidanza difficile. Tra un gioco e l’altro, mi raccontava storie. Mi leggeva storie. Mi faceva vedere i suoi libri. Me li faceva sistemare a mio capriccio.

Mi faceva vedere i suoi libri di scuola, i suoi quaderni, i suoi diari, qualche storia abbozzata quand’era ragazzina.

Si è aperto cosi’ un mondo nuovo per me, un mondo di possibilita’ infinite. Mia madre è tornata a lavorare, ma io avevo ormai scoperto la magia delle parole.

Le mie prime letture sono state molto…eclettiche ;): Il mago di Oz e Love Story, La piccola principessa e le poesie di Prevert, Pollyanna e il Diario de un poeta recien casado di Jimenez, Piccole donne e Cime tempestose.

Mi affascinava la poesia, quel suo essere fluida, sfuggente, piena di sottintesi e di immagini.

Mi piacevano le rime, mi piaceva imparare le poesie a memoria, recitarle mentre giocavo, o quando non riuscivo ad addormentarmi.

Mia madre adorava Leopardi,e  io piangevo sul triste destino di Silvia (anche se mi era piuttosto oscuro). Lei mi raccontava del pessimismo energico, eroico di leopardi, che poi avrei scoperto ne La protesta di Walter Binni.

E poi c’era lui, IL LIBRO. Un’antologia che mia madre aveva usato da studentessa, Diverse voci (purtroppo non ricordo la casa editrice).

Aveva una copertina blu petrolio, le pagine ingiallite, un odore che mi faceva impazzire. Amavo leggere e rileggere i versi prima dell’introduzione (che poi avrei scoperto essere tratti dal Paradiso di Dante):

 

Diverse voci fanno dolci note;

cosí diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

(PARADISO – CANTO SESTO vv. 121 e segg.)

 

Tutte quelle poesie – Signorina Felicita ovvero la felicita’ di Gozzano, La pioggia nel pineto di D’Annunzio, Funere mersit acerbo e Pianto antico di Carducci. Non capivo la meta’ delle cose che leggevo, ma quelle parole, quei versi mi incantavano.

Poi c’era la mia preferita, La tessitrice di Pascoli. La trovavo cosi’ drammaticamente bella. Il passo da li’ a Emma Bovary è stato facile J

 

Mi son seduto su la panchetta

come una volta … quanti anni fa?

Ella, come una volta, s’e’ stretta

su la panchetta.

E non il suono d’una parola;

solo un sorriso tutto pieta’.

La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d’un cenno muto:

Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a se’.

Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perche’ non suona

dunque l’arguto pettine piu’?

Ella mi fissa timida e buona:

Perche’ non suona?

E piange, piange — Mio dolce amore,

non t’hanno detto? non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Si’, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come, non so:

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormiro’. —

 

 

Diverse voci è stata anche responsabile della mia infatuazione per il teatro, dopo la memorizzazione del monologo di Mirandolina in La locandiera:

 

Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s’abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

 

Ci sono stati tanti altri libri, tante altre storie, tante altre poesie. Ma nessuno ha mai eguagliato il mistero, la magia, il fascino, l’incanto di quelle parole, di quei versi e di quelle storie che hanno creato me, lettrice.
 

 

 

 

The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

To the person in the bell jar, blank and stopped as a dead baby, the world itself is the bad dream.
Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sue percezione del libro stesso.

Tutto questo per raccontarvi come The Bell Jar, unico romanzo (semi-autobiografico) pubblicato in vita dalla poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath (si, lo ammetto: sono nel mio periodo Sylvia, e basta leggere qui e qui per averne conferma) mi ha fatto sentire.
Dimenticatevi belletti e rouge à levres, inopportunamente suggeriti dalla copertina dell’edizione Faber e Faber per il cinquantesimo del romanzo (incidentalmente, una delle copertine meno riuscite della storia della letteratura): The Bell Jar è asfissiante. Soffocante. Crudo. Brutale.

The Bell Jar è la somma di tutti quei giorni sempre uguali, alla fine dei quali ci si guarda allo specchio attoniti, perché non ci si riconosce più. È quella stretta al cuore, quel macigno sullo stomaco, quell’impossibilità di respirare che pervade coloro che si sentono persi, che non sanno più che strada prendere, che covano in sé il germe di una lacerante tristezza, di un desiderio sfumato, di un sogno sfuggito tra le dita. È la storia di tutti coloro che si ritrovano rinchiusi in una vita che non gli appartiene, che non sentono come propria, che vorrebbero cambiare con tutto il cuore: ma non sanno come farlo, e si abbandonano all’apatia, all’inettitudine, nascondendosi sotto il piumone e sperando che il mondo si dimentichi della loro esistenza, o, quantomeno, non noti la loro assenza.
The Bell Jar parla di depressione: una malattia del corpo e dell’anima che è un po’ il male del secolo, ma vissuta ancora come uno stigma, oppressi da quella vergogna che impedisce di chiedere aiuto, in un mondo in cui l’apparenza e i social network e i selfie e la condivisione creano l’illusione di vite frenetiche, mondane, vissute al massimo da persone che hanno tutto e vogliono metterlo in mostra.
Io credo che Sylvia Plath non l’avrebbe mai fatto, ecco: se fosse viva adesso, se stesse affrontando il suo dramma e i suoi demoni neri adesso, non abbellirebbe la sua storia. Forse si farebbe qualche autoscatto, chè nonostante il rapporto difficilissimo con il suo corpo la fanciulla era bella, e sapeva di esserlo, ed era anche un po’ vanitosa.

A conferma di quanto appena detto, non ci sono abbellimenti o finzioni letterarie in The Bell Jar; è una brutta faccenda, raccontata in modo brutalmente sincero, tanto che il lettore può esserne infastidito, disgustato, spaventato, ma non può evitare di immedesimarsi in Esther Greenwood/Sylvia Plath: una ragazza terrorizzata e persa, che ha paura di non riuscire più a ritrovarsi e si abbandona a quel vortice nero mirabilmente descritto da Katie Crouch (trovate il suo articolo su Sylvia Plath qui e qui).
Esther è una ragazza sedotta – dalle luci di New York e dal prestigioso stage presso la rivista femminile Mademoiselle – e abbandonata, quando la City le svela il sul volto più spietato, più superficiale, più alieno.
Ester è votata al successo, alla perfezione, alle borse di studio, alla pubblicazione dei suoi scritti. Quando torna a casa e scopre di non essere stata accettata alla scuola estiva di scrittura di Harvard, Esther smette di dormire, e sprofonda in un’apatia letargica, umiliante per una persona abituata a essere sempre attiva, a raggiungere i suoi obiettivi, a produrre risultati eccellenti.
La ragazza si convince lentamente del fatto che qualcosa non funzioni nella sua testa, e che gli altri possano vederlo. Vedere questa sua diversità, questa sua alienazione, quella sua solitudine.
Allora Esther si abbandona al vortice nero e si rannicchia in un rifugio quasi fetale, una sorta di sottoscala, un’intercapedine buia, e prende un flacone di sonniferi.
I suoi rantolii vengono però sentiti; inizia cosi il suo lento calvario tra ospedali psichiatrici, dove si realizza il suo terrore più grande: viene sottoposta a un elettroshock.
E la descrizione di quella paura, del processo, del dolore sentito durante e dopo è così dettagliata, quasi distaccata e al tempo stesso così sofferta che il lettore non può fare a meno di immaginarsi lì, in quelle stanzette squallide, circondato da figure in camice bianco i cui tratti diventano sempre più sfocati, sempre più lontani.
In tutto questo c’è anche la costernazione della madre (Aurelia, la madre-vampiro, in opposizione alla figura mitica del padre Otto perso troppo presto) che non riesce a capacitarsi di come la sua ‘bambina’ possa ‘farle tutto questo’ e che, quando Esther/Sylvia inizia a mostrare i primi, lenti segni di miglioramento, esclama: sapevo che la mia bambina avrebbe deciso di essere di nuovo a posto! (Come se la malattia fosse una specie di capriccio, inflittole dalla figlia per punirla, per  farla vergognare di lei e di se stessa).
C’è anche la fine del primo amore (lo studente di medicina Buddy Willard/Dick Norton)  e il suicidio dell’amica/nemica Joan Gilling, personaggio ispirato da Jane Anderson, un’altra studentessa della Smith che avrebbe poi fatto causa ai produttori del film tratto dal romanzo per diffamazione, sostenendo che la Joan saffica e suicida di The Bell Jar avrebbe nuociuto alla sua reputazione.
Il romanzo finisce quasi all’improvviso: Esther di rosso vestita attende con ansia e paura il momento in cui una commissione di dottori la testerà, la esaminerà per giudicare se sia in grado di tornare nel mondo esterno, di riprendere il college, di ricominciare a vivere.

The eyes and the faces all turned themselves towards me, and guiding myself by them, as by a magical thread, I stepped into the room.
I took a deep breath and listened to the old brag of my heart. I am, I am, I am.

Nel suo Once again to Zelda, una bellissima raccolta delle storie dietro le dediche di alcuni dei più famosi romanzi anglo – americani (se n’è parlato qui) Marlene Wagman – Geller racconta che Sylvia Plath ha dedicato il suo romanzo a Elisabeth e David perché i due sono stati molto vicini alla poetessa nella sua ora più buia. I coniugi Sigmund erano infatti vicini dei Plath, che, poco tempo dopo il loro avventato matrimonio, si erano traferiti da Londra a un cottage in campagna, affittando l’appartamento londinese a un poeta canadese e alla moglie, l’affascinante, esotica Assia, che diventa poi amante di Ted Hughes e motivo della separazione della coppia.
Quando Sylvia decide di tornare a Londra coi suoi due bambini i coniugi Sigmund sono fortemente contrari, consci della sua fragilità e delle solitudine che avrebbe sperimentato nella capitale.
Effettivamente, la campana di vetro come stato mentale diventa ben presto per Sylvia un luogo fisico: l’angusto appartamento londinese, ancora più oppressivo e angosciante a causa di uno degli inverni più freddi della storia (l’inverno della morte di Sylvia).

Sylvia Plath e Dick Norton, Yale Junior Prom, Marzo 1951 (Lilly Library, Indiana University)

My to-read list (libri che vorrei leggere nel prossimo futuro)

Le vacanze sono trascorse in un lampo, e sono riuscita a leggere a malapena la metà dei libri che avevo portato con me (anche se ho letto libri davvero bellissimi, come Stoner di John Williams e The book thief di Markus Zusak, e ho riletto un po’ di classici).
Il ritorno a Greyville è stato traumatico, esasperato ancora di più dai 12 gradi/pioggia perenne/montagna di lavoro arretrato/montagna di noiosissima roba amministrativa da sbrigare.
Mi sento sempre un po’ come la cicala della celebre favola, che non ha approfittato del tempo libero per leggere di più e meglio/scrivere/mandare più curricula/rivolgere qualche pensiero più costruttivo alla strada da intraprendere nell’immediato futuro anziché farmi assalire dall’ansia fino alle quattro del mattino e poi dormire fino all’una.
Comunque, le vacanze sono finite, Greyville è più grigia e aliena che mai e sono assalita dalla sindrome “dove troverò il tempo per leggere quei libri che continuo ad ammucchiare da mesi?”.
Dato che credo nel potere catartico delle liste (basta leggere qui, qui e qu) iecco la mia bella lista di libri da leggere nel futuro prossimo venturo, più o meno immediato.
Aspetto consigli e input di lettura, e anche consigli di reinserimento post-trauma vacanze che non comprendano elaborare contorti piani di fuga alla Jack Kerouac con la mia amica greca Eirini davati a troppi bicchieri di vinho verde in un locale portoghese 🙂

My to-read list:

The grapes of Wrath (Furore), John Steinbeck
Long Halftime Walk (E’ il tuo giorno, Billy Lynn!), Ben Fountain
Infinite Jest di Foster Wallace (con l’ausilio delle istruzioni per l’uso di Tegamini)
Barney’s version (La versione di Barney), Mordecai Richler
The Bell Jar, Sylvia Plath
The Zhivago Affair: The Kremlin, the CIA, and the Battle Over a Forbidden Book (non credo sia stato ancora tradotto in Italiano), Peter Finn e Petra Cuvee
Extremely loud and incredibly close (Molto forte, incredibilmente vicino), Jonathan Safran Foer
Someday this pain will be useful to you (Un giorno questo dolore ti sara’ utile), Peter Cameron
The lonely girl (La ragazza sola), Edna O’Brien
Girls in their married bliss (Ragazze nella felicita’ coniugale) Edna O’Brien (sto leggendo il primo libro della trilogia, The country girls, e lo adoro)
The perks of being a wallflower (Noi siamo infinito), Stephen Chbosky
Churchill: a life (disponibile anche in traduzione italiana), Martin Gilbert
Manuale per ragazze di successo, Paolo Cognetti
The hours (Le ore), Michael Cunningham
The fault in our stars (Tutta colpa delle stelle) John Greene

Ho bisogno di leggere un po’ in spagnolo, quindi se qualcuno mi consigliasse qualche buon romanzo contemporaneo (che non sia di Javier Marias!) gliene sarei davvero grata.

Buona ripresa, e buone letture quasi autunnali….

Soundtrack: Edith Piaf, Autumn leaves (les feuilles mortes)

 

 

Un’ora con..Alessandra di Una lettrice

Dopo la chiacchierata virtuale con Giulia di The Blooker, è la volta di un’altra delle mie blogger preferite: Alessandra di Una lettrice, paladina di  #libribelli, posti da favola dove leggere, alla costante ricerca di attimi di inattesa, incalcolabile felicità. Ed è stata veramente una bella chiacchierata, come se fossimo state sedute in una sala da tè una di fronte all’altra e non a centinaia di km di distanza, a dimostrazione del fatto che, nonostante abusi, soprusi e fraintendimenti, la rete unisce, davvero, e affacciarsi alla propria finestrella virtuale paga, perché si possono incontrare spiriti affini, anime belle, compagni di sbronze, di merende e di letture.

Genesi di Una lettrice

Una lettrice nasce nel marzo del 2013 a seguito di un gruppo di lettura reale (si, la regia mi conferma esistono ancora..e sono di una bellezza confortante. Pensate al Bookeater club di Zelda was a writer…). Il gruppo di lettura era nato sul social network Anobii, dove le recensioni dei libri letti venivano pubblicate.
Tuttavia, le recensioni su Anobii sono accessibili solo agli altri utenti iscritti; quando il profilo twitter di Alessandra ha iniziato a crescere, molti follower non iscritti ad Anobii hanno iniziato a chiederle consigli su questo o quel libro. Ergo, Alessandra ha deciso di portare le sue recensioni (o i suoi commenti, come ama definirli) fuori da Anobii e di dare vita ad un blog.
Il suo profilo Anobii vanta più di 400 libri e molti commenti, quindi la nostra prode lettrice ha deciso di non riportarli tutti pedissequamente, ma di effettuare una selezione: nasce così #libribelli.

#LIBRIBELLI

Scrive Alessandra nel suo blog:

Bello è una parola svuotata di ogni significato, ma nell’accezione in cui la uso nel tag #LIBRIBELLi significa “libri che vale la pena leggere”.
In Italia in media si pubblicano 61mila titoli all’anno, cresce il fenomeno del selfpublishing e è difficile orientarsi. Io, che sono una lettrice quasi di professione, ho trovato e trovo difficoltà nel momento in cui mi chiedo “e ora, cosa leggo?”. Ho sviluppato negli anni un’abilità nel capire in primis quali libri non leggere.
Ho pensato, di contro, di categorizzare con #LIBRIBELLI quelli che vale la pena leggere.


Potere trovare l’elenco di #LIBRIBELLI (in costante aggiornamento) e le relative recensioni qui.
Lector in fabula

Alessandra nasce praticamente lettrice: cresce in una casa stracolma di libri, i suoi genitori sono due accaniti lettori. La nostra eroina sostiene sostiene che non ci sia miglior insegnamento che il comportamento: ha iniziato a leggere per imitazione e la lettura è diventata presto una fedele compagna, permettendole di evadere dalla noia del quotidiano casa-scuola, visitando posti lontani, conoscendo nuove epoche storiche, immergendosi in nuove realtà, assaporando sentimenti sconosciuti. Sostiene Alessandra (sostiene):

La lettura è sempre stata una mia amica, anche se non credo che i libri contengano la verità.

Alessandra non ha libri del cuore, o meglio, ne ha avuti diversi in ogni fase della sua vita: Le cronache di Narnia di C.S. Lewis da bambina, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen da adolescente, Lettere a Lucilio (sull’amicizia) di Seneca da ventenne. Il libro per i trenta le manca, perché è diventata trentenne da pochissimo 😉
I libri che consiglia per l’ombrellone (o l’aereo, o la campagna, o la montagna, o la pausa pranzo per chi non è in ferie) sono:
1. Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, per sognare
2. I Middlestein di Jami Attenberg
3. La storia di un matrimonio di Andrew Sean Green
4. Tokyo orizzontale di Laura Messina
5. A neve ferma di Stefania Bertola
Una lettrice in cerca di personaggio

Tutte le volte che apre un libro, Alessandra vi ritrova un pezzetto di se stessa. Inoltre, si professa troppo mutevole e camaleontica per immedesimarsi in un solo personaggio.
E’ un po’ come per i tatuaggi: come Alessandra non crede che potrebbe farsene uno e vivere tutta la vita rinchiusa dentro un solo disegno, così non riesce a racchiudere tutta la sua esperienza di lettrice dentro un unico personaggio. Finora 😉
Una lettrice e la scrittura

Alessandra scrive.
Scrive sul blog. Scrive email alle persone care. Scrive post it per il suo ragazzo. Scrive biglietti d’auguri e scrive lunghissimi elenchi puntati sulla sua moleskine. Scrive molte e-mail di lavoro e ha scritto 45000 tweet.
Scrive un sacco di whatsapp, ma solo a sua sorella.
Soprattutto, Alessandra si definisce – con quella semplicità e modestia che ho imparato a scoprire e ad apprezzare, nei limiti del remoto – una lettrice.
Una ragazza che ha fatto dei libri sia la sua professione – imparando anche come nascono, come si fanno in modo concreto – che la sua passione.
Una lettrice, felice del fatto che i suoi amati libri le abbiano dato la possibilità di conoscere persone nuove. Persone belle. Persone che amano i libri.

Una lettrice e i social

Alessandra è molto social 😉 (e al tempo stesso molto riservata: sembra un ossimoro, ma non lo è, e anch’io ne sono la testimonianza vivente).
Ha account un po’ ovunque: oltre ai già citati Twitter e Anobii, ama Pinterest (sbirciate il suo board “esprimi un desiderio“: è adorabile!) ed è attiva su Facebook e LinkedIn.
Le piace essere parte attiva sui social e scrivere qualcosa di suo, invece di essere parte passiva che osserva e critica: a sentire Alessandra, per fare la vecchietta affacciata alla finestra che spia i ragazzi che si baciano per strada mancano ancora almeno 50 anni;P
Questo non significa che condivide tutto di sè, anzi; come si è detto prima, è estremamente riservata e pronta a condividere solo alcune sfere della sua vita, l’amore per i libri e per la lettura in primis.

Nel blogroll di Alessandra…..

fuck you very much (non lasciatevi trarre in inganno dal titolo: è un blog di fotografia 😉
All things stylish, un blog di fotografia, arte e stile, dai colori tenui e delicati, di sogno;
The tao of Dana, il bog di una ragazza americana che si occupa di feng shui e positività;
– il mitico Brain Pickings di Maria Popova (ne abbiamo parlato anche qua e qua)
..insomma, la fanciulla ha una sezione feedly molto ricca e variegata! Qui trovate un elenco più esaustivo dei blog Alessandra – approved.
Una Lettrice e la poesia
La soave fanciulla si è innamorata di Neruda quando viveva in Spagna, e non l’ha più mollato. Ama a pari merito – e consiglia – le Odi elementari e Venti poesie d’amore e una canzone disperata.
Progetti in cantiere

1) Il progetto sulla felicità
Da un po’ di tempo, Alessandra ha iniziato e leggere e a indagare il concetto di felicità. Prima ha sperimentato – per gioco – il progetto #100happydays . Quando quest’ultimo è terminato, con sua grande soddisfazione, ha deciso di impegnarsi a cercare ogni giorno un momento felice: una sorta di gioco della felicità, che – fortunatamente – di Pollyanna ha ben poco 🙂
2) Space clearing e decluttering
Sono due iniziative volte a liberare spazio fisico in casa, in ufficio in macchina et alia, per dare modo ad altre cose di entrare. Cose nuove. Cose belle. Cose che verranno 🙂 (lasciando sempre un angolino libero per l’inatteso, l’inaspettato, il sorprendente)
Dice Alessandra a proposito di questo suo progetto:

Decluttering significa liberare spazio. è una cosa fisica: nel senso che tendiamo ad accumulare troppi oggetti che non usiamo e ciò blocca le energie di crescita e di positività. Si tratta di imparare a lasciar andare. Ho fatto molta beneficenza e ho regalato oggetti, libri, vestiti, un quadro. ma è anche una cosa mentale. Io per esempio ho fatto decluttering della parola dovrei.
Ho iniziato ad osservare quando la uso e ho inizato a sostituirla con Potrei o Vorrei. ti cambia la prospettiva delle cose che fai ed è molto liberatorio. Insomma queste pratiche servono per accumulare benessere.

Imparare a lasciar andare…sarei la prima a dovermi ispirare ad Alessandra, io che vivo nel passato e non butto via proprio niente..
Potete leggere i post di Alessandra sulla felicità qui e sul decluttering qui.

Happy reading con Una lettrice!