Beneath the bonfire: il Midwest raccontato da Butler

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Dopo aver amato Shotgun Lovesongs di Nickolas Butler, ho iniziato a leggere il suo secondo libro (Beneath the bonfire, una raccolta di dieci racconti) con diffidenza, mista a una buona dose di paura di restare delusa. La diffidenza ha presto lasciato il posto alla sorpresa: i racconti di Beneath the bonfire hanno poco a che vedere con le vicende di Beth, Lee e Henry.

Il primo aggettivo che mi viene in mente per definirli è desolati. I protagonisti vivono tutti situazioni di estremo disagio, intrappolati in matrimoni senza amore, malattie terminali, in un passato che non torna più, in un presente senza speranza, in un futuro senza grazia.

Sono bugiardi, manipolatori, idealisti, violenti, alcolizzati, ricattatori, sequestratori, innamorati, arrabbiati, spezzati, drogati, assassini, genitori, mariti, fuggiaschi, ammalati, rassegnati. Hanno tutti perso qualcuno, o qualcosa: una moglie, un compagno, un lavoro, un sogno, un progetto, una madre, un amore.

Combattono le proprie battaglie, contro se stessi, famiglie, amici, nemici più o meno reali. Il loro nemico comune è la solitudine, più o meno incolmabile, più o meno insormontabile.

Cercano tutti di dare un senso a un destino capriccioso che ha stravolto le loro giornate, lasciandoli in balia di una marea tempestosa e imprevedibile. Come nel caso di Aida, poliziotto prossimo alla pensione che non vuole ammettere nemmeno a se stessa di essere ammalata di Alzheimer, che si trova ad affrontare il caso più difficile della sua vita, proprio quando ormai non è più in grado di associare nomi ai visi e alle memorie. O nel caso di Deere, Coffee e Rimes, che, in un fatale momento di ebbra distrazione, si trovano loro malgrado a diventare i perpetratori di un crimine atroce, e cercano di convivere con le conseguenze delle loro azioni:

Some nights in his Airstream, alone with the stars or the static of the radio, he (Coffee) thought about his measure as a man, the stock a stranger might take in him. He was more than what he seemed, but there were times in which he knew no better way of displaying himself than by flashing a fat roll of bills at the bar, yet in those moments he felt dry and shallow too.

(C’erano notti in cui, solo nel suo Airstream con le stelle o col rumore delle interferenze alla radio, Coffee pensava al suo valore come uomo, a come un estraneo potesse giudicarlo. Era più di quello che sembrava, ma a volte per mettersi in mostra non riusciva a fare di meglio che esibire un rotolone di banconote al bancone del bar, sentendosi comunque debole e vuoto).

L’amore ha lasciato ferite profonde e spaventose cicatrici in tutti i protagonisti di Butler. C’è Noah, che viene tradito dalla sua donna e dal suo migliore amico in una notte di falò e stelle, e si ritrova improvvisamente padre di un figlio non suo; c’è Lily, che dopo una notte di bagordi finita male, è costretto a rinunciare a Sven, il suo migliore amico; c’è Mason, che usa il suo rapporto col cibo per definire gli affetti, per esaminare le relazioni con le donne della sua vita, prima tra tutte sua madre, con la sua cucina ricca e sostanziosa, fatta di lasagne, ragout, chili, torte burrose e pane fatto in casa, col suo amore costante e consolatorio. Poi c’è sua moglie, la fredda Renée, che odia sua madre, la sua cucina, il cibo troppo ricco, gli avanzi. Quando Mason va a trovare sua madre, non riesce a saziarsi di tutto il cibo con cui lei continua a riempirgli il piatto, mentre Renée lo rifiuta, manifestando così la sua ostinata e silenziosa ribellione al mondo del marito. I due non parlano quasi più; l’unica cosa che rimane alla coppia è andare insieme a cinema, dove spesso guardano due film diversi.

How does a distance so wide open between two people who live together so intimately? Who have loved each other? He (Mason) can’t explain it. Can’t explain where the magic went, the love, the friendship, the decency, the partnership. He doesn’t miss their sex. But he longs for her as a companion. A person to walk with, to hold hands with, to watch television with. To be happily silent with. He wonders if she feels the same, or if this rift is just something that has opened inside him.

A bad quiet envelops their marriage. Mason imagines a small-town telephone booth from which he calls her and waits for her voice. She answers, her voice like very cold wind travelling through thousands of miles of telephone wire. Then she puts him on hold and he imagines her walking away forever, leaving him there, through all time, waiting for either a dial tone or a dead click.

(Com’è possible che si crei una distanza così ampia tra due persone che vivono insieme, condividendo l’intimità? Che si sono amati? Mason non se lo sa spiegare. Non sa spiegarsi dove siano andati a finire la magia, l’amore, l’amicizia, la correttezza, la complicità. Non gli manca il sesso, ma una compagna. Una persona con cui camminare, mano nella mano, con cui guardare la televisione. Con cui stare in silenzio, serenamente. Si chiede se anche lei provi le stesse cose, o se questa frattura sia solo dentro di lui. Una quiete sinistra avvolge il loro matrimonio. Mason si immagina una cabina telefonica in un paesino, da cui la chiama, e aspetta di sentire la sua voce. Lei risponde, la sua voce un vento gelido che viaggia attraverso centinaia di miglia di fili del telefono. Poi lo mette in attesa, e Mason la immagina mentre si allontana, per sempre, lasciandolo lì, per sempre, ad aspettare il segnale di chiamata, o di chiusura).

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Nickolas Butler | Foto: St. Martins Press

C’è Bruce, innamorato di Sunny, una donna complicata, misteriosa e bellissima, che beve troppo e fuma troppo e nasconde un passato impenetrabile, un presente di assenze e segreti. Una notte Sunny esce per sfogarsi, come fa molto spesso, mentre il paziente Bruce la aspetta, interrogandosi angosciosamente sulle sue compagnie, su dove possa essere, su cosa possa fare queste lunghe notti nere in cui scompare e spesso torna piena di soldi; ma Sunny scompare, silenziosamente, semplicemente, lasciando a Bruce le sue figlie e un gatto, a cui lui è allergico.

The things is, most people in the world are like me, boring. But then sometimes you meet someone like Sunny, and you forgive them for being crazy or whatever, because if there weren’t women like Sunny, everything would be like how my life was before her. And there would be no lobster dinners financed with magic. No beautiful daughters. No making love to jazz or making love before work and all day having her scents on me like a perfume that I could smell and be happy for.

(Il fatto è che la maggior parte delle persone al mondo è noiosa, proprio come me. Ma a volte incontri qualcuno come Sunny, e gli perdoni di essere fuori di testa o qualsiasi cosa, perché, se non ci fossero donne come Sunny, tutto sarebbe com’era la mia vita prima di lei. E non ci sarebbero cene a base di aragoste pagate magicamente. Non ci sarebbero figlie bellissime. Non si farebbe l’amore ascoltando il jazz o prima di andare al lavoro, i suoi odori su di me per tutto il giorno, come un profumo che mi rendeva felice quando lo respiravo).

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America’s Heartland–Red Barn in a bean field

Il trait d’union dei racconti è un Midwest svuotato delle sue connotazioni mitiche, che si rivela nella sua faccia più dura, più impietosa, impassibile osservatore degli eventi. Quella del Midwest di Butler è una natura cruda, senza trucchi né inganni, che si integra perfettamente nelle vicende narrate, diventando un’estensione dei protagonisti; ma è anche una natura che impara a perdonare, come succede nell’ultimo racconto della raccolta, Apples, che è quello che ho preferito perché apre uno spiraglio alla redenzione, alla speranza, al sogno di una vita più semplice, più essenziale, svuotata del superfluo e del pleonastico.

Il protagonista, Lyle, gravemente ammalato di diabete, ha perso il lavoro, e non riesce a rassegnarsi alla sua inattività forzata, all’impossibilità di definirsi in quanto non più utile agli altri, privo di un ruolo, di una funzione sociale, di una ragion d’essere. Incoraggiato dalla moglie, la figura femminile più positiva della raccolta, paziente, comprensiva, piena d’amore per il marito, Lyle inizia a lavorare in un meleto. È un lavoro ripetitivo e solitario; ma a Lyle piace arrivare presto, guardare il sole sorgere sugli alberi, sentirsi parte integrante di un sistema armonico, sereno, confortante.

Un giorno arriva un anziano signore a comprare gli scarti del raccolto, destinati ai daini, e ad interrompere il suo lavoro silenzioso e solitario. Il vecchio inizia a parlare, e racconta a Lyle la storia della moglie morta, sua compagna di classe per quindici anni, della quale era stato sempre innamorato, senza tuttavia aver mai trovato il coraggio di parlarle. Quando la ragazza si presenta a una festa di paese con un accompagnatore, lui, ubriaco, lo sfida a uno dei giochi della fiera, il martello che misura la forza del giocatore. Dopo quarantaquattro tiri riesce a vincere, solo per scoprire che lei è scappata via, umiliata dalla sfida e dal fatto che lui fosse ubriaco. Va a trovarla la mattina seguente, e lei ride di lui, che era stato uno sciocco a non rivolgergli la parola per quindici anni, dato che anche lei era innamorata di lui.

I due avevano un frutteto, e le mele erano diventate parte integranti della loro quotidianità, della loro intimità, del loro amore: torte di mele, sidro di mele e chutney di mele, mele nelle insalate e mele a letto, dove lui le nascondeva mentre lei dormiva, facendola impazzire per quest’abuso di frutta, mele a tavola e mele a letto:

Thing is, in my head, I almost can’t remember parts about her. I can hear her voice now and then inside my head, but it’s her voice before she died, not when we were young. Not when we were young and had that orchard. I can see her mouth moving, her young mouth, but she’s mute. I can’t hear anything. Or maybe now I’m deaf, who knows.

(Il fatto è che, nella mia testa, quasi non riesco a ricordarmi pezzi interi di lei. A volte riesco a sentire la sua voce, ma è la voce che aveva prima di morire, non quando eravamo giovani. Quando eravamo giovani e avevamo quel frutteto. Riesco a vedere la sua bocca che si muove, la sua bocca giovane, ma lei è muta. Non riesco a sentire niente. O forse sono diventato sordo, chi lo sa).

Lyle torna a casa e prepara una torta di mele per la moglie. Nasconde una mela dentro il letto, dalla parte di lei. E scende ad aspettarla. E riprende a continuare a vivere.

Soundtrack: Bruce Springsteen, I’m on Fire

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Nebraska

Shotgun lovesongs

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Mi piacerebbe farvi vedere un’alba dalla cima di un silos del grano, il nostro grattacielo della prateria. Mi piacerebbe farvi vedere quant’è tutto verde durante la primavera, quanto sono gialli i fiocchi di mais anche pochi mesi più tardi, quanto sono blu le ombre del mattino, e i torrenti che svolgono i loro percorsi lenti, la terra che rotola e rotola ancora, torchiata qui e là da orgogliosi fienili rossi, da aziende agricole bianche, da strade ciottolate pallide. Il sole che sorge a est così rosa e arancione, così grande. Nelle fosse e nelle valli, la nebbia che si addensa come un fiume lento di vapore in attesa di essere bruciata via.

Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler, trad. Claudia Durastanti, Marsilio editori

 

Shotgun, nella lingua inglese, si presta a varie combinazioni e interpretazioni.

Lo shotgun wedding è il matrimonio riparatore, così chiamato perché il padre della fanciulla violata e offesa si presenterebbe a casa dell’indegno giovine armato di pistola per convincerlo a sposare sua figlia. Se necessario, il simpatico quasi-suocero si vedrebbe costretto ad accompagnare il recalcitrante futuro genero in chiesa armato di forza di persuasione e della sempre fida pistola. Se ormai questi matrimoni forzati diventano sempre più rari negli States, stanno invece prendendo piede progressivamente in Cina, dove vengono chiamati Fèngzǐchénghūn (alla lettera “sposati per ordine del bambino”).

La shotgun house (grazie, McMusa) è una casa stretta e lunga (solitamente, non supera i 3.5 metri di larghezza). Le stanze sono sistemate una dietro l’altra: la loro struttura è dovuta a un’assenza di spazio per la costruzione di nuovi immobili e al bisogno di offrire case a prezzi contenuti ai ceti sociali più bassi dell’America meridionale, tanto che in città come New Orleans, anche oggi, il 10% di abitazioni rientrano nella categoria shotgun.

Nel lessico del golf, una partenza shotgun implica che i giocatori partano tutti insieme alla stessa ora da buche differenti.

Il sequenziamento shotgun è un metodo di sequenziamento del DNA per cui un lungo tratto è fisicamente suddiviso in piccoli frammenti che vengono clonati, sequenziati, e assemblati .

Durante le uscite di gruppo tra amici, quando giunge il momento di salire in macchina, il primo dei passeggeri che esclama shotgun! guadagna il diritto a sedere davanti, accanto all’autista. Storicamente, l’espressione riding shotgun indicava la prassi, a bordo delle diligenze, di avere una persona armata di fucile (shotgun messenger) seduta accanto al conducente per proteggere denaro o oggetti di valore in caso di rapina.

Tutte queste espressioni, o quasi, mi trasmettono un’idea di urgenza, un senso di impellente necessità, un’ impressione di velocità; quella stessa urgenza e velocità che hanno spinto Lee, uno dei protagonisti del romanzo di Butler, a scrivere le canzoni del suo primo disco, Shotgun lovesongs. Lee lavora in un vecchio pollaio adattato alla bell’e meglio a studio di registrazione, combattendo il freddo del Wisconsin con un fuoco improvvisato e la fame con le tortillas dei suoi coinquilini messicani. Decide di dargli quel titolo perché si è sentito quasi costretto a scrivere quelle canzoni, a comporre quella musica, come se, per tutto il tempo, qualcuno gli avesse premuto la canna di una pistola contro la schiena. La vera pistola puntata contro Lee è il suo terrore di fallire come musicista, la sua ansia di dimostrare a tutti a Little Wing, il paesino del Wisconsin da cui proviene, che può farcela davvero, il suo desiderio spasmodico di conquistare Beth, la ragazza (poi moglie) del suo migliore amico Henry, con la quale Lee ha trascorso una notte che gli è rimasta appiccicata addosso, quasi una seconda pelle.

Beth è un po’ il trait d’union del romanzo, narrato a quattro voci (Beth stessa e i tre protagonisti, Henry, Lee, Ronny e Kip, amici d’infanzia, spesso anche rivali). Le loro vite si intrecciano nuovamente quando si ritrovano tutti a Little Wing in occasione del matrimonio di Kip; rivedersi significherà gettare sale su antiche ferite non del tutto risanate e far riemergere prepotentemente i sentimenti di Lee per Beth, portando così la sua amicizia con Henry (quasi) al punto di rottura.

Lee è ormai ricco e famoso, e apparentemente ha tutto dalla vita: eppure, dopo il rapidissimo fallimento del suo matrimonio con una famosa attrice, il musicista sente il bisogno di tornare a casa, a Little Wing. Essere conosciuto in tutto il mondo non è niente in confronto alla sensazione di essere riconosciuto tra quelle strade che l’hanno visto crescere: durante il matrimonio di Kip, mentre tutti ballano, allegramente brilli, Lee si sente abbracciato dalla sua comunità, quella stessa comunità dalla quale si è allontanato, e vuole tornare a tutti i costi ad appartenere. Lì, tra alcool e sudore, Lee intravede il cuore pulsante e nascosto dell’America come potrebbe essere: una comunità di gente semplice che condivide musica e danza e cibo, anche – e soprattutto – quando le cose vanno così male che la condivisione di questi piaceri essenziali sembra diventare impossibile.

Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato. Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?

Butler offre così al lettore un ritratto alternativo del Paese a stelle e strisce: niente capitalismo, né sogno americano. L’America è di coloro che hanno poco – o niente – e lottano ogni giorno per sopravvivere. Solo l’unione e l’appartenenza possono salvare l’individuo: il vero fallimento è restare fuori dalla comunità alla quale si vuole appartenere. Sembra quasi di passeggiare nella Port William di Wendell Berry insieme a Hannah Coulter e Jayber Crow, a ricordare che, una volta che si è parte di un ecosistema, si continua a esserne parte per sempre, condividendone gioie e dolori, lutti e vittorie.

Shotgun lovesongs è una canzone d’amore all’America come potrebbe essere, come dovrebbe essere, e un inno all’amicizia, quella vera, che resiste alle insidie del tempo e alle prove peggiori a cui la vita può sottoporla.

Soundtrack: Dancing in the dark, Bruce Springsteen