Il Calendario dell’Avvento letterario #15: il Natale è una storia

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Signorina Lave

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Il libro più bello che ho letto quest’anno è arrivato per caso, come tutte le cose migliori. L’avevo comprato mesi prima e lasciato su una mensola della libreria: non leggo subito un libro che ho desiderato e che so che potrebbe piacermi, ma aspetto, lo faccio diventare parte di casa mia. Poi un giorno, all’improvviso, lo pesco dal Ripiano dei Non Letti ed è come se lo vedessi per la prima volta: è arrivato il momento, sono pronta.

Voci del verbo andare di Jenny Erpenbeck (traduzione di Ada Vigliani, Sellerio) è un romanzo che parte da una riflessione sul tempo ed è capitato nella mia vita proprio quando stava per cambiare tutto: erano ultimi giorni di lavoro prima della pausa maternità e mi trovavo spesso a chiedermi come sarei stata dopo e in che modo mi sarei riscoperta diversa.

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La vita del protagonista ha cambiato ritmo: è in pensione e, dopo la morte della moglie, la sua casa sul lago è vuota e silenziosa. Le giornate sono tutte da inventare, da come vestirsi quando non hai più un ruolo pubblico e formale, alla spesa da fare, agli scatoloni da risistemare.

Un giovedì di fine agosto Richard si trova ad assistere alla protesta di un gruppo di profughi in una piazza di Berlino: gli passa accanto andando e tornando dai suoi giri, registra meccanicamente quanti sono e i loro cartelli, ma non li mette veramente a fuoco. Quando, a casa, rivede la protesta al telegiornale, quando la vede da fuori, piano piano inizia a cambiare tutto. La nuova vita sembra procedere nella tranquillità delle piccole incombenze di tutti i giorni, ma il pensiero di quei profughi resta lì, da qualche parte in sottofondo.

Per capire in cosa consista il passaggio da una vita quotidiana interamente occupata e prevedibile alla vita quotidiana aperta in ogni direzione, esposta per così dire alle correnti, ossia quella che conduce un profugo, Richard deve sapere come stavano le cose all’inizio, come stavano a metà e come stanno adesso. Là dove la vita di una persona confina con l’altra vita della stessa persona, deve pur rendersi visibile il passaggio che, ad un esame attento, di per sé non è nulla.

Decide così di andare a cercare le storie degli altri e di annotarle: lo fa perché è un filologo classico ed è abituato a leggere la realtà attraverso la lente della cultura umanistica, ma lo fa anche perché quelle facce e quelle voci che gli raccontano traversate tremende e famiglie spezzate così diventano più vere, più reali.

La guerra distrugge tutto, dice Awad: la famiglia, gli amici, il luogo in cui sei vissuto, il lavoro, la vita di tutti i giorni. Da straniero, dice Awad, non hai più scelta. Non sai dove stai andando. Non sai più nulla. Non riesco più a vedermi, non riesco a vedere il bambino che sono stato. Di me stesso non ho più alcuna immagine.

Richard passa le giornate ad ascoltare le vite dei profughi: le accoglie nella sua, prova a dare un aiuto che non sia solo l’ascolto.

Non aveva ancora mai considerato le cose da quel punto di vista: ciò che lì ai suoi occhi è pace, per quegli uomini è in linea di principio sempre e ancora guerra, finché essi non avranno il diritto di considerare quel mondo il loro mondo.

C’è un motivo per cui state leggendo di questo libro in una casella del Calendario dell’Avvento: perché ci sono pagine bellissime che ci raccontano Richard che non vuole passare il Natale da solo e allora invita a casa uno dei profughi, preparando tutto, dall’albero alla cena.

E poi l’ateo Richard, che ha avuto una madre evangelica, si mette con il suo amico musulmano davanti a quel retaggio di paganesimo che è l’albero di Natale illuminato, sul quale sono fissate solo candele di cera autentica, questa era sempre stata la regola per Richard e sua moglie.

Una serata normale, nel calore di una casa altrimenti vuota, per mangiare insieme e per ascoltare la storia di Rashid e dei figli che non ha più.

È probabile che il tè alla menta sia già freddo. Richard è lì seduto ad ascoltare in assoluto silenzio e, neanche lontanamente, pensa di portarsi la tazza alla bocca. Sa che questo racconto di Rashid è una specie di regalo.

E poi forse c’è anche un altro motivo: perché mai come in questi tempi disumani è importante leggere un romanzo così, che fa venire voglia di andare a guardare le cose con i propri occhi e di provare a dare a una mano. Perché una volta finito anche tu, come Richard, ti ritrovi un po’ diverso: questo è il segreto delle storie capaci di accendere una piccola luce.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #12: Merry Christmas, Joan Didion

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Questa casella è scritta e aperta da Nellie di Just Another Point

Joan Didion and John Gregory Dunne, Trancas, California, March 1972

Caro Babbo Natale,

Ti scrivo mentre sono nella Miami degli anni Ottanta, mentre voglio lottare per un bene comune che non si trova mai, figuriamoci quando di mezzo ci sono ricconi e affari da infiniti zeri. Ti scrivo dall’ennesima città che non ho mai visitato, dall’ennesima parte di America che lei, la mia scrittrice del cuore, ha descritto con tanto fervore da rimanermi impressa nel cuore e nella mente come se fossi stata davvero lì, al suo fianco, a discutere di società e architettura come facce della stessa medaglia.

Il fatto è che, caro Babbo Natale, per questo 25 dicembre voglio un regalo speciale, specialissimo, perché la lista di libri e fumetti che troverai qua sotto non è per me ma per la donna più speciale che ha reso questi ultimi due anni più belli, più veri, più vissuti. Lei si chiama Joan Didion ed è forse la donna più magnifica che io abbia mai letto.Se il colpo di fulmine è avvenuto con Prendila così, l’amore è sbocciato con le raccolte dei suoi scritti giornalistici, quelli che si trovano in Verso Betlemme. Scritti 1961-1968 e The White Album e che raccontano gli anni Sessanta e Settanta di una Joan Didion sempre presente in ciò che narra, di una penna che sembra una bambina curiosa che non sa resistere al desiderio di voler sondare tutti i terreni, dalla politica alla cultura passando alle infrastrutture e alle città che visita e vive nella sua vita, dalla Sacramento abbandonata in gioventù, alla New York degli anni più vividi.

A Joan Didion, sempre in balia di quel dilemma casa o non casa, tornare o restare, vorrei, caro Babbo Natale, che tu le regalassi Anche noi l’America di Cristina Henríquez, un libro che ha come protagonisti solo personaggi forti e coraggiosi, dei cuor di leone che inseguono il proprio sogno americano senza timore, senza spaventarsi del cambiamento e della difficoltà di inserirsi in una realtà diversa dalla propria. La Joan Didion che ha studiato e analizzato Miami nell’omonimo romanzo l’apprezzerebbe molto.

Vorrei poi, caro Babbo Natale, che tu regalassi a Joan Didion quella bellezza infinita di America primo amore di Mario Soldati (Sellerio) perché vorrei ricordarle che il suo paese è un posto stupendo e la sua paura di viverlo pure, che partire è facile ma tornare non lo è mai e chi più di un esule obbligato come Soldati può raccontarglielo?

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori. E di viaggi ne sa anche Cyril Pedrosa che con le linee ingarbugliate del suo Portugal (Bao Publishing) ci trascina in un viaggio che è soprattutto una crescita interiore, il desiderio di scoprirsi che è lo stesso di Joan Didion, di lei, così insicura, tanto da ricevere, come regalo di compleanno da parte di suo marito, John Gregory Dunne, la lettura di un passaggio di un suo romanzo senza sapere, poi, che quello sarebbe stato l’ultimo dono del compagno di una vita intera. Un presagio, forse, che lascerà ceneri dalle quali nascerà L’anno del pensiero magico, un inno al dolore da far perdere al lettore qualsiasi riferimento alla realtà e il desiderio di sedersi al fianco di Joan Didion, senza necessariamente stringerle la mano perché a volte è sufficiente la presenza, sapere che qualcuno, anche se non lo si vede, è proprio lì.

Perché insomma, scrittrice, giornalista e saggista: lei è davvero tutto. Joan Didion è la donna che origlia conversazioni e le trasforma in riflessioni, è la voce che non si stanca di parlare, è la bellezza della scrittura che vuole sempre crescere e migliorarsi senza mai scordare di indagare le emozioni per trasformare le parole in mondi intensi ma spesso anche laceranti. A lei, così attaccata alla vita, vorrei che tu, Babbo Natale, regalassi anche Bisogno di libertà di Björn Larsson (Iperborea), un saggio – biografia che è una continua lode alla ricerca della propria felicità perché chissà se anche Joan Didion, in tutti questi anni in cui si è costruita quella corazza incredibile, non abbia sognato, ogni tanto, di naufragare lontano da tutto.

Caro Babbo Natale, nel 2017 Joan Didion porterà nelle librerie un nuovo capolavoro. Io lo so che sarà meraviglioso e per questo ti chiedo di lasciarle anche un poco di biscotti e soprattutto tanto gelato, che scrivere è faticoso e gli zuccheri non sono mai abbastanza. Non dirle che sono da parte mia, dille che è solo un piccolo grazie per quelle infinite parole che mi lasciano senza fiato ogni volta che apro un suo libro e che mi fanno sognare e mi convincono ogni giorno a continuare a provare e riprovare a inseguire i miei sogni.

Merry Christmas, Joan Didion.

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