Il Calendario dell’Avvento Letterario #17:Natale con Charles Dickens

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Questa casella è scritta e aperta da Noemi di Tazzina di caffè

“Di nessun altro scrittore del suo secolo si potrà dire che ha aumentato la gioia del mondo. Alla lettura dei suoi libri, milioni di occhi brillarono di lacrime: migliaia di persone, il cui riso era sfiorito e spento, lo ritrovarono in lui”

(Stefan Zweig)

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Mi sono fatta un’idea, dopo tanto leggere libri e storie. Idea che sicuramente potrà cambiare nel tempo, ma che ora come ora sento tanto autentica quanto semplice. Ed è questa: la scrittura può essere una grande consolazione dalle difficoltà della vita.

Chi ad esempio se l’è vista brutta durante la prima parte dell’esistenza, come è il caso di Charles Dickens, può diventare un geniale consolatore, uno scrittore capace, con le sue storie e il suo stile, di restituire qualche scintilla di gioia perduta.

Di lui si sono dette e scritte infinite cose e il suo Canto di Natale resta a mio parere il più grande e indiscusso capolavoro del genere scrittura-natalizia. Perché nessuno come lui ha saputo toccare le corde più profonde di adulti e bambini allo stesso modo, andando al cuore autentico della faccenda, ovvero quale sia il senso, oltre a quello religioso, di una festa millenaria che torna ogni anno a coinvolgerci e a porci alcune domande su chi siamo stati, siamo oggi e saremo un domani.

Ma Dickens non ha scritto solo quel racconto sul Natale, ne compose altri tra il 1843 e il 1848 che sono confluiti in questa raccolta (che merita senz’altro di finire sotto i nostri alberi!).

La mia copia di Racconti di Natale fa parte di una collana dell’Istituto Geografico De Agostini di tanti anni fa – nello specifico la mia è del 1981 –  che usciva in edicola: i famosi libri “grigi” che conferiscono, ritrovati oggi, una veste poeticamente vintage alle opere. Questa raccolta contiene cinque storie di Natale una più commovente dell’altra.

C’è la Ballata di Natale, che apre le danze con le storie dei fantasmi e il temibile Mister Scrooge. Ma ci sono anche altre storie surreali in cui non mancano personaggi strani e fantastici, come un bizzarro grillo pieno di ironia o certe campane che suonano messaggi e visioni del futuro, o atmosfere che portano sempre il lettore a domandarsi come sia il proprio di Natale.

Dickens, come è tipico di chi ha sofferto abbandono e solitudine, aveva un gran bisogno di calore umano, di famiglia e di festa e provò a trasformare questa necessità in letterature. Da vivo, sappiamo che coinvolgeva moltissimi lettori nelle sue performance e durante i suoi innumerevoli viaggi; letture che oggi chiameremmo reading. E ancora adesso, attraverso le pagine scritte, è in grado di toccare in profondità il cuore umano, la sua unicità è inconfondibile così come lo è la sua capacità di esplorare i drammi della società inglese – e per estensione la condizione umana sbilanciata di chi vive in città  – balzandovi però con la leggerezza di fate e folletti che si avvicendano insieme ai fantasmi. Mai come in Dickens la realtà e la fantasia si compenetrano in modo tanto naturale e con ampio respiro.

Tutte e cinque queste storie ruotano attorno al “focolare” domestico e hanno un lieto fine: non vuole essere uno spoiler ma una rassicurazione. Quel che disperatamente – ma forte di un talento fuori dal comune – volle trasmetterci il nostro adorato autore inglese – alla fine – non è altro che questo: nonostante le sciagure e la cupezza della vita, per chi sa vederla, esiste sempre una scintilla, magari piccola come una lucina di Natale, eppure preziosa e calorosa come una raggio di sole. Ecco infine un esempio di semplicità e luminosità dickensiane: un incipit di un capitolo qualsiasi di uno dei racconti della raccolta:

“Da quella notte del ritorno il mondo era di sei anni più vecchio. Era un caldo pomeriggio autunnale ed era piovuto molto. A un tratto il sole venne fuori improvvisamente tra le nubi e il vecchio campo di battaglia, nel vederlo, si trasformò brillantemente e allegramente in una distesa verde, porgendogli un’impressionante benvenuto, che si stese su tutto il paese, come se fosse stato acceso un fuoco di gioia al quale rispondessero mille stazioni”

Ed è proprio così, la lettura di queste storie di Natale. Un accendersi di emozioni positive, simile a gioie e scintille, che si credevano dimenticate.

Il Calendario dell’Avvento Letterario#23: le mince pies di Jane Eyre

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Questa casella è aperta da me medesima e da Sigrid de Il cavoletto di Bruxelles

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Quando ho chiesto a Sigrid se aveva voglia di preparare una ricetta letteraria natalizia per il nostro Calendario dell’Avvento, mi ha proposto una serie di elementi e di ingredienti per dare un twist à la cavoletto alle ricette più tradizionali.
Un ingrediente in particolare mi ha immediatamente colpito; un frutto, che già racchiude in sé – come la madeleine di proustiana memoria – memorie e profumi di casa: la castagna.
Oltre a far parte dell’immaginario personale e familiare, la castagna è un frutto carico di suggestioni e ispirazioni letterarie. Il primo riferimento letterario che mi ha fatto venire in mente è Jane Eyre, l’amatissimo romanzo di Charlotte Brontë; in particolare, ho ripensato a quel castagno che fa da sfondo all’amore tra Jane e Rochester.

Un amore forte e resistente ma travagliato, difficile, nodoso come i rami dell’albero stesso.
Rochester, il misterioso, cupo e inevitabilmente affascinante datore di lavoro di Jane, le dichiara il suo amore sotto questo grande castagno, che, durante la notte, viene colpito e spezzato in due da un fulmine.

L’albero potrebbe rappresentare l’amore tra Jane e Rochester, e il fulmine la rabbia di Bertha, la moglie segreta di Rochester, segregata nell’attico a causa della sua infermità mentale (per una rilettura della storia di Bertha in chiave post-coloniale, vi suggerisco Wide Sargasso Sea  di Jean Rhys); in questo caso, Rochester sarebbe la metà che resta, legata da un vincolo coniugale da cui non si può liberare, e Jane la metà che fugge, scegliendo di spezzarsi il cuore pur di non cadere nella tentazione di diventare l’amante di Rochester, e mantenere così intatta la purezza del suo amore.
Il castagno potrebbe anche essere Rochester: lui stesso si paragona all’albero, consumato, rovinato, spezzato, mentre Jane è una pianta giovane, in piena fioritura. Facile capire perché queste mince pies à la cavoletto siano diventate quasi immediatamente le mince pies di Jane Eyre, dedicate al suo coraggio e alla sua inflessibile determinazione che le regala quel lieto fine tanto adatto al clima natalizio che ci circonda: lettore, lo sposai.
La seconda suggestione letteraria legata alla castagna deriva da una scena del celeberrimo Un Canto di Natale di Dickens:

“Nel momento in cui la mano di Scrooge si posò sulla maniglia, una voce strana lo chiamò per nome e gli disse di entrare. Obbedì.
Era proprio la sua stanza, non c’era dubbio, ma aveva subito una trasformazione sorprendente. Le pareti e il soffitto erano talmente coperti di vegetazione, da farli sembrare un vero e proprio bosco in cui da ogni punto luccicavano bacche lucenti. Le foglie dell’agrifoglio, del vischio e dell’edera riflettevano la luce come tanti piccoli specchi e nel caminetto ardeva un fuoco così potente, come quella triste pietrificazione di un focolare non aveva mai conosciuto ai tempi di Scrooge e Marley né per molti e molti inverni passati. Ammucchiati sul pavimento, in modo da formare una specie di trono, erano tacchini, oche, selvaggina, pollame, cosciotti, grandi pezzi di carne, porcellini da latte, lunghe ghirlande di salsicce, pasticci di carne, pudding, barilotti di ostriche, castagne arrosto roventi, mele rosse, arance succose, pere succulenti, torte smisurate e ciotole fumanti di punch, che annebbiavano la stanza col loro vapore delizioso”.
(Newton Compton, trad. a cura di Emanuele Grazzi)

Difficile immaginare una scena da cenone natalizio più evocativa di quella descritta da Dickens, vero?

Lascio ora la parola a Sigrid, alla sua ricetta che sa tanto di Natale e alle sue foto.

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Per l’impasto:

farina 00 170g

burro freddo 100g

zucchero semolato 1 cucchiaio

tuorlo 1

Sbriciolare il burro nella farina fino a ottenere un composto sabbioso. Aggiungere il tuorlo e lo zucchero, due cucchiai d’acqua, e impastare velocemente. Avvolgere in pellicola e lasciar riposare al fresco per 30 minuti.

 

Per il ripieno

uvetta 100g

uvetta di corinto 100g

cranberries secchi 50g

whiskey 40ml

limone mezzo

arancia mezza

castagne precotte 80g

zucchero di canna scuro 100g

burro 30g

cannella mezzo cucchiaino

mela piccola 1

Grattugiare la buccia del limone e dell’arancia e tenere da parte. Mescolare la frutta secca con il whiskey e il succo della mezza arancia, e lasciar riposare per 20 minuti. Aggiungere poi lo zucchero, il burro fuso, la cannella, le castagne grossolanamente tritate e la mela grattugiata. Mescolare il tutto, versare il composto in un vasetto, chiudere e lasciar riposare per una notte prima di utilizzare.

Per le mince pies:

Stendere l’impasto, ritagliare dei dischetti leggermente più grandi dei vostri stampini, farcire con un cucchiaino di ripieno, ritagliare poi dei dischetti, stelline o fulmini di pasta e porre questi ritagli sopra il ripieno, Cuocere in forno a 180°C per 20-25 minuti finché le tortine siano dorate.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#1 – L’eggnog di Edgar Allan Poe

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Che siate dei cattivissimi Grinch o degli irriducibili Scrooge, che abbiate deciso di credere o meno a Babbo Natale, che aspettiate con ansia il Gingerbread latte di Starbucks e la legalizzazione del cenone di Natale tutto l’anno o manteniate una ferrea dieta che non comprende il pandoro a colazione, la realtà è una sola: dicembre significa Natale.

Siete dunque davanti a un bivio, e avete due scelte: spegnere la televisione, rinunciare a ogni mezzo di comunicazione, non uscire di casa per un mese e nascondervi sotto il piumone, o trascorrere questo mese insieme a noi.

Chi siamo? Siamo un gruppo di blogger determinati a dare un’impronta meno convenzionale al Natale, e infarcire i giorni prima dell’Avvento, casella dopo casella, di curiosità letterarie, di libri, di poesie, di storie. Di cose belle.

Ogni giorno qui sul blog sarà un blogger diverso (e potrei anticiparvi una lista, ma che razza di sorpresa sarebbe?) ad aprire una casella, svelandone il misterioso contenuto, intrattenendovi così dal primo al ventiquattro dicembre. Potere seguirci anche sui social con l’hashtag #AvventoLetterario.

Approfitto dell’occasione per ringraziare tutti i partecipanti, in modo particolare Valentina di Peek A Book che mi ha aiutato a organizzare il tutto. Vorrei anche ringraziare Monica Naldi di MoMirAleLo (sito in costruzione), che ha realizzato il nostro banner dell’#AvventoLetterario, e Chiara di Librofilia, che mi ha aiutato a seguire la parte social.

Siete pronti? Siete caldi? Allora infilatevi il vostro maglione con le renne più improponibile e mettetevi comodi.

La prima casella la apro io, e ha quel sapore un po’ anglo-americano che mi piace tanto.

Da cinque anni ormai lavoro con colleghi inglesi (non nella mia amata Albione, purtroppo) e il mio Natale si è arricchito di christmas carols, sciarade e nuove tradizioni eno-gastronomiche.

Una delle mie preferite è bere l’eggnog, un salutare cocktail a base di brandy, uova, latte e noce moscata. L’ho bevuto per la prima volta ad Edimburgo, durante una serata freddissima, mentre cercavo di non congelarmi per arrivare al castello. Sono arrivata brilla e contenta, e Edimburgo mi è sembrata ancora più bella, con quelle atmosfere un po’ Hogwarts, un po’ gotiche. Parlando di gotico, indovinate chi era un altro celebre estimatore dell’eggnog? Edgar Allan Poe, signori e signore.

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Source http://bit.ly/1MSIp6D

 

Il giovane Edgar, studente presso la University of Virginia intorno al 1820, aveva scelto come attività extra-curriculari abbondanti libagioni di apple toddies (brandy di mele, mela cotta, Grand Marnier, moce moscata, scorza di limone) e, per l’appunto, eggnog. Secondo il biografo di Poe, James Albert Harrison,

a sensitive youth, … surrounded by the social circle that thought convivial drinking and card-playing indispensable to remaining at all in polite society, would easily fall in with the habits of his ‘set,’ and perhaps cultivate them with passion or excess.”

(per un ragazzo sensibile, circondato da persone secondo le quali bere e giocare a carte erano elementi indispensabili della vita in società, dev’essere stato facile acquisire i comportamenti del gruppo, forse dedicandosi ad essi con troppa passione, fino a portarli all’eccesso).

In sostanza, non era colpa sua: la sua università era una party school, e il povero ragazzo doveva fare del suo meglio per ambientarsi. Noblesse oblige.

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Quando lascia l’Università della Virginia per trasferirsi a West Point nel 1830, la sua passione per il brandy è diventata già leggenda. Il suo compagno di stanza, Thomas W. Gibson, lo ricorda affettuosamente con una bottiglia del miglior brandy sempre a portata di mano. La reputazione alcolica accompagna Poe per tutta la vita e anche oltre, tanto che per anni si è pensato che l’alcol fosse stato appunto la causa della sua morte (pare invece che sia morto di rabbia); inoltre, fino a qualche anno fa, un misterioso uomo mascherato, ribattezzato Poe toaster, ha fatto visita alla tomba di Poe ogni anno, in occasione del suo compleanno, lasciando una bottiglia di cognac e tre rose sulla tomba del poeta. Pare che in realtà tutta la vicenda fosse solo una trovata pubblicitaria, escogitata da un fanatico di Poe per celebrarlo.

In ogni caso, il messaggio è chiaro: a Poe piaceva bere, e non gli andava di certo di aspettare Natale per dedicarsi a drinking games a base di eggnog. Fortunatamente, il poeta era in possesso di una ricetta di famiglia per preparare l’eggnog, tramandata – così vuole la leggenda – dal 1780, e arrivata fino ai giorni nostri, pubblicata nel 2012 in A Second Helping of Murder: Diabolically Delicious Recipes from Contemporary Mystery Writers, a cura di Jo Grossman e Robert Weibezahl (dato che siamo in periodo di strenne, potrebbe fare al caso dell’amico/amica appassionato/a di libri e misteri, che si cimenti magari anche un po’ in cucina…).

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Ecco la ricetta dell’eggnog della famiglia Poe, che ho trovato qui (adattata da A Second Helping of Murder: Diabolically Delicious Recipes from Contemporary Mystery Writers e da The New York Times)

1 oncia (28,35 grammi) di brandy

1 oncia (28,35 grammi) di rum

1 oncia (28,35 grammi) di Madera

1 cucchiaino di zucchero

1 uovo

¾ di una tazza di latte oppure 2 once (56,7 grammi) di panna

noce moscata

Aggiungete il ghiaccio e shakerate. Filtrate in un Collins (un bicchiere di tipo tumbler della capacità da 300 a 410 ml, utilizzato per servire drink miscelati quali appunto il Tom Collins dal quale prende il nome) on in un highball (bicchiere a forma cilindrica di tipo tumbler di capacità variabile tra 240 e 350 ml). Se usate la panna, aggiungete un po’ di latte. Spolverate la superficie con noce moscata a profusione.

Soundtrack: Twelve days of Christmas, un Christmas carol semplicemente geniale e particolarmente adatto a brindare con l’eggnog (e a combattere l’Alzheimer): ogni strofa ripete anche quella precedente. Vi riporto le prime tre strofe qui sotto, così potete cimentarvi anche voi.

On the first day of Christmas,

my true love sent to me

A partridge in a pear tree.

On the second day of Christmas,

my true love sent to me

Two turtle doves,

And a partridge in a pear tree.

On the third day of Christmas,

my true love sent to me

Three French hens,

Two turtle doves,

And a partridge in a pear tree.

Bonus extra: un drinking game letterario che allieterà le vostre serate di dicembre . Qualche esempio?

David Foster Wallace: bevete ogni volta che una frase ha due o più congiunzioni

Jane Austen: bevete ogni volta che qualcuno gioca a whist, va a cavalcare o si sposa

Gabriel García Márquez: Bevete per ogni personaggio che si chiama Aureliano (funziona solo con Cent’anni di solitudine)

Edith Wharton: Bevete ad ogni divorzio scandaloso, a ogni noveau riche che getta la New York bene nello sgomento, a ogni personaggio che scappa in Europa.

Da consumare con moderazione 😉

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