Rileggendo i classici#2: la solitudine di Jane Eyre

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Rileggendo Jane Eyre, non ho potuto fare a meno di pensare alla sua solitudine.

La sua è una storia di mancanze: dei genitori; di una persona che la faccia sentire protetta, sicura e amata; di un tetto sopra la testa, di un posto da chiamare casa.

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Da un certo punto di vista, Jane è un’antesignana del precariato 2.0: orfana, cresce a Gateshead, casa della perfida zia Reed, che non fa niente per soddisfare il bisogno di accettazione e di amore della bambina. Viene poi mandata a studiare in una scuola così rigida che, tra freddo, privazioni, acqua sporca e cibo insufficiente, diverse ragazze perdono la salute o addirittura la vita, come nel caso di Helen, la migliore amica di Jane. Jane riesce a sopravvivere e a diventare insegnante nella stessa scuola, diventata più moderna e rispettabile: ma la sua vita inizia a starle stretta. La ragazza vuole vedere quel mondo che, dalle sue quattro mura, sembra così immenso, così lontano. Da brava ragazza moderna e indipendente, Jane decide di pubblicare un annuncio per trovare un posto da tutrice: finisce così a Thornfield, dove si imbatte per la prima volta nell’amore.

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Edizione The Folio Society

Un amore intenso, tanto da sconfinare quasi nell’amore tossico.

Un amore così totalizzante da diventare idolatra: nell’immaginario di Jane, l’oggetto del suo amore – Rochester – diventa simile a una divinità da adorare.

Vorrei soffermarmi un attimo su quest’aspetto, comune sia ad Emily – immortale autrice di Cime tempestose – sia a Charlotte Brontë: l’amore come religione.

In Cime tempestose, l’amore tra Cathy e Heathcliff trascende l’umano e il divino comprendonio, sfidando le leggi della terra e del cielo: Cathy sostiene che la sua anima e quella di Heathcliff siano fatte della stessa sostanza, e che solo insieme i due riescano a essere completi (lui è me più di me stessa!). Quando Cathy muore, Heathcliff esclama disperato di non essere in grado di vivere senza la sua vita e la sua anima, dileguatesi con Cathy. A sua volta, l’intensa, capricciosa, incostante Cathy, più e più volte evocata da Heathcliff, torna a manifestarsi anche dopo la sua dipartita; dopo la morte di Heathcliff, i passanti sono pronti a giurare che i due fantasmi passeggino insieme nelle notti brumose delle brughiere dello Yorkshire.

L’amore come religione è presente anche in Jane Eyre, mitigato dalla rettitudine e dai valori morali dalla protagonista, che le impediscono di cedere a un abbandono assoluto. Quando St John, cugino ritrovato dopo rocambolesche vicissitudini in un improvviso e inaspettato twist of fate, le propone di soffocare l’amore per Rochester – un amore che non può realizzarsi – e dedicarsi totalmente alla fede, diventando missionaria in India (e sua moglie), Jane esita. È combattuta tra il fare la cosa – apparentemente – giusta e l’obbedire ai dettami del cuore; tra purezza e tentazione; tra due tipi di fede – quella in Dio e nell’integerrimo parroco St John e quella in Rochester.

Quello di Rochester è però un amore bugiardo: un amore che nasconde in soffitta una moglie malata di mente – Bertha Mason, sposata nella lontana, esotica Giamaica. Jean Rhys, nell’ambito del filone del neocolonialismo letterario, ha cercato di riscattare la figura di Bertha/Antoinette in Wide Sargasso Sea, storia della colonizzata – Bertha – strappata via dalla sua terra, dal suo clima e dalla sua gente dall’inglesissimo Rochester, trapiantata forzatamente in una società oppressiva e patriarcale alla quale non appartiene, a metà strada tra il bianco caucasico e il nero giamaicano.

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Edizione The Folio Society

Devo ammettere che, rileggendo Jane Eyre, ho sviluppato una percezione molto diversa di Rochester: nonostante sia prigioniero di un matrimonio affrettato e una situazione infelice, rifiuta di accettare – e affrontare – la realtà e cerca di scappare – prima girando l’Europa alla ricerca di amanti usa e getta, poi mentendo a Jane, chiedendole di diventare sua moglie senza raccontarle il suo segreto. Rochester è lunatico, cupo, collerico: quando Jane, dopo aver scoperto l’esistenza di Bertha, decide di non restare a Thornfield e rischiare di diventare l’amante di Rochester, anche se lasciarlo le spezza il cuore, confessa di avere paura della reazione di Rochester, della sua rabbia.

A questo proposito, ho trovato particolarmente pertinente l’analisi di Samantha Ellis in How to be a Heroine, or what I’ve learned from reading too much: Rochester pecca di machismo e di presunzione nel non considerare l’intelligente, indipendente, coraggiosa Jane come sua pari: per lui è la sua piccola Jane, un uccellino da vestire di seta e ricoprire di perle. Non a caso, una delle mie citazioni preferite tratte dal romanzo è la seguente:

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Fonte: The Sisters’ Room

Per Rochester, Jane è una creatura fragile da proteggere da Bertha, da sposare in fretta e furia e in segreto, per evitare che qualcuno mandi tutto all’aria, cosa che in effetti succede.

Anche quando si arriva al celeberrimo lettore, l’ho sposato e si tira un sospiro di sollievo, perchè Jane e Rochester sono finalmente insieme, si tratta di un lieto fine a metà: secondo la Ellis, Rochester accetta Jane come sua compagna e sua pari solo dopo essere diventato un “uomo a metà”, cieco e privo di una mano; solo allora la loro diventa una vera unione, una comunione di mente e anima, in cui lui, Rochester, rispetta e ama lei, Jane, per quello che è veramente: non un uccellino fragile e indifeso, ma una donna coraggiosa e indipendente, dall’invidiabile forza interiore, grazie alla quale riesce a superare avversità e solitudine.

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E torniamo, dopo questa lunga digressione, alla solitudine di Jane: la Jane bambina desiderosa di amore, in punizione nella tanto paventata stanza rossa, dove crede di vedere il fantasma dello zio; la Jane ragazzina, che si sveglia abbracciata al corpo esanime dell’adorata amica Helen; la Jane ragazza dal cuore spezzato, che scappa da Thornfield senza portare niente con sé e passa tre orribili giorni da mendicante, dormendo fuori al freddo e mangiando poco e niente, prima di essere accolta da St John e le sue sorelle; la Jane donna, maestra in una piccola scuola di campagna, che vive sola in un’umile dimora isolata, passando serate cupe e eterne in compagnia di un libro o dei suoi disegni, aspettando un segno che la riporti da Rochester.

La sua pazienza, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua rettitudine, la sua fede smisurata nell’amore e in Rochester le permettono di essere in grado di accorrere da lui quando Rochester ha ormai perso tutto, e fanno di Jane Eyre un’eroina senza tempo.

Soundtrack: Stubborn love, The Lumineers

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Fonte: schmoop.com/jane-eyre/summary.html

The Ophelinha Gazette#8 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie – speciale rentrée

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A furor di popolo (!) torna la Ophelinha Gazette, la rubrica più volubile, squinternata, incostante e capricciosa che sia mai esistita!

Dopo lo shock di aver utilizzato due punti esclamativi nella stessa frase (!), passiamo alla hot potato, come dicono quei simpaticoni degli Inglesi, all’elefante nella stanza: vi ricordate quando, appena due settimane fa, eravamo tutti (o quasi) sparati sulla spiaggia, a fare le nostre belle foto di libri sulla spiaggia tra un tramonto e un Mojito?

Incredibile come pochi giorni possano introdurre cambiamenti colossali: eppure, qui a Greyville ci sono attualmente 10 gradi (!), piove ininterrottamente da due giorni e l’ufficio mi sembra più cupo e asfissiante che mai. Ecco perché ho pensato di riportarvi tutti in spiaggia con uno speciale rentrée: un post di quiz e test letterari, per distrarvi durante i 112 giorni (!) che ci separano dalle vacanze di Natale. Pronti? Via!

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1) In quale personaggio di Alice nel paese delle meraviglie vi rispecchiate maggiormente? Attenzione ai risultati: potreste essere molto sorpresi. A me, ovviamente, è capitato il cappellaio matto…

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2) Qual è il vostro Heimat nel mondo letterario? Che sia l’Hampshire di Jane Austen o la New York del grande Gatsby, scopritelo qui.

3) Ah, l’ammmore, gioia e dolore, causa principale della consumazione di infiniti vasetti di Haagen-dazs (per me Strawberry cheesecake, grazie) e infiniti fazzoletti. Scoprite qui a quale coppia letteraria la vostra assomiglia maggiormente, o fate un giro da queste parti per scoprire se siete degli irresistibili rubacuori o quelli che finiscono sempre col cuore spezzato (e qui parte Bridget Jones che canta All by myself). Io apparentemente sono una Cathy Earnshaw, destinata a vagare tra le lande e le brughiere dello Yorkshire mentre Heathcliff sbatte la testa contro un albero e Linton mi aspetta inutilmente davanti al fuoco (capita anche ai migliori).

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4) Sempre in tema di amore&altri disastri, scoprite qui chi è il vostro tipo (o la vostra tipa) letterario ideale (Mr Darcy, aspetto sempre quel famoso invito a cena).

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5) A proposito di Janeite&co: a quale sorella Bennet assomigliate maggiormente? Indipendente, testarda, orgogliosa, senza peli sulla lingua: non potevo non essere una Lizzie. Passando a Piccole donne, per quale sorella March facevate il tifo? Scoprite qui se siete una Meg, una Jo, una Beth o una Amy.

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6) La grammatica, questa sconosciuta. Quali sono gli errori che vi danno maggiormente fastidio? Da uno a dieci, quanto siete nerd? Scopritelo qui.

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7) Nerd di tutto il mondo, uniamoci! Quali di questi incipit vi ricordate, e quali di questi finali?

8) Infine, le dolenti note: riveliamo tutti la nostra età in base ai nostri gusti e alle nostre abitudini di lettori. E, per riprenderci dallo shock, riscopriamo il bambino che è in noi, oppure scopriamo di quale storia dovremmo essere i protagonisti. Senza dimenticare, come ci ricorda Samantha Ellis in How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, siamo tutti protagonisti della nostra storia, che scriviamo e riscriviamo giorno per giorno, tra migliaia di errori, rimpianti e correzioni di franzeniana memoria.

Buon weekend, e fatemi sapere nei commenti o sui social i vostri risultati (o mandatemi la solita civetta di Hogwarts).

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Soundtrack: Nat King Cole, Those Lazy Crazy-Hazy-Days Of Summer

 

How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much

ellisQualche settimana fa mi sono imbattuta in quello che sarebbe il mio salotto ideale.
(Tra l’altro, io il salotto nemmeno ce l’ho. Una stanza qualsiasi, insomma).
Una stanza popolata di tutte quelle eroine che hanno invaso, in ordine sparso, la ma infanzia, la mia adolescenza, la  mia età attuale (senza denominazione, che è meglio), seminandovi colori e confusione, distribuendo scie di profumo e risate chiassose, mischiando lacrime a sorrisi. Le sorelle March e Esther Greenwood, Cathy Earnshaw e Rossella O’Hara, Jane Eyre e le sorelle Bennet, Lucy Honeychurch e Sarah Crewe.
Donne che non potrebbero essere più diverse tra di loro si ritrovano, da una sponda all’altra dell’Atlantico, da un secolo all’altro, nel salotto di Samantha Ellis, o meglio nel suo delizioso, brioso memoir How to be a Heroine: Or, What I’ve learned from reading too much (purtroppo non ancora disponibile in traduzione italiana).
Samantha Ellis scrive per il teatro, vive a Londra, ha origini ebraico-irachene e nutre fin da piccola una vera e propria ossessione per le eroine letterarie che racconta in un Bildungsroman autobiografico. La Ellis descrive come le  protagoniste delle sue letture abbiamo  contribuito allo sviluppo del suo carattere, alle sue scelte, alla delicata transizione da ragazza a donna, tra le mille aspettative, pretese e limitazioni imposte dalla piccola, ristretta comunità ebraico – irachena londinese.
L’interesse di Samantha per queste appassionate, carismatiche, contraddittorie figure femminili parte dall’affascinante, avventurosa storia di sua madre.
Gli ebrei di Baghdad non hanno certo avuto una vita facile: protetti durante la dominazione ottomana, hanno iniziato a essere preda di discriminazioni e persecuzioni tra le due guerre mondiali, fino ad arrivare al farhud  (pogrom, genocidio) del 1941, quando la popolazione ebrea è stata derubata, seviziata, uccisa.
La famiglia di sua madre, decisa a rimanere in Iraq a tutti i costi, cerca di scappare. Qualcosa va storto, e tutti i componenti vengono arrestati e rilasciati dopo tre settimane, riuscendo a scappare a Londra, dove sua madre, appena ventiduenne, si innamora e si sposa dopo pochissimo tempo con un altro ebreo iracheno. La piccola Samantha ambisce a una vita eroica, ricca di avventure, e con un lieto fine.
Una delle sue prime eroine è Ariel, l’infelice sirenetta protagonista della favola di Andersen. Da bambina, la Ellis si immedesima in lei perché, come Ariel è sospesa in una sorta di terra di nessuno, tra i fondali marini e la superficie, lei è divisa in due, tra il suo desiderio di visitare Baghdad e di appartenere alla comunità ebraico-irachena e la sua vita londinese, con la sua insofferenza nei confronti delle tradizioni troppo rigide della comunità stessa. Ormai adulta, la Ellis rilegge Ariel come una sorta di “campanello d’allarme” per tutte le donne: non rinunciate mai alla vostra voce! Non fate sacrifici per uomini che non se lo meritano! Non sacrificatevi, ma usatelo, quel coltello (la presenza e il sostegno di altre donne; nella fiaba di Andersen, la sirenetta può sopravvivere solo pugnalando il principe nel cuore, e bagnando le gambe nel suo sangue ancora caldo; sceglie invece di morire, dissolvendosi in migliaia di bollicine d’acqua, nonostante le sorelle avessero sacrificato i loro bellissimi capelli marini per procurarle il pugnale stregato), simbolo di affrancamento personale dalla gabbia delle convenzioni di genere.

Uno dei capitoli più interessanti è quello dedicato alla rilettura di Cime tempestose di Emily Brontë e Jane Eyre di Charlotte Brontë. Durante una gita ad Haworth, sulle tracce delle sorelle Brontë , l’autrice discute con la sua migliore amica, compagna da sempre di letture e di merende,  che preferisce la Jane di Charlotte, pacata e apparentemente scialba, ma solida e decisa, all’impetuosa Catherine che vive un amore assoluto, ma è capricciosa, viziata e snob.
Rileggendo i due romanzi, la Ellis, che nutre da sempre una predilezione per la selvaggia Cathy, rivaluta Jane Eyre, apprezzandone il coraggio e la determinazione,  i valori (quando scopre che Rochester, il suo datore di lavoro che le ha chiesto di sposarlo, ha già una moglie, Bertha, chiusa in soffitta per i suoi problemi mentali, si rifiuta di rimanere e diventare la sua amante e scappa via la notte stessa, col cuore spezzato), la generosità, il suo desiderio di instaurare con Rochester un rapporto paritario.

Tuttavia, leggendo la vicenda di Jane in chiave più critica e femminista, l’autrice sostiene che Jane e Rochester non arrivano mai a un rapporto paritario: si sposano solo quando lui, avendo perso un occhio e una mano durante un incendio causato da Bertha, ha bisogno di lei più che mai. C’è davvero bisogno che un uomo sia parzialmente disabile perché possa instaurare con la sua donna un rapporto equo?
E comunque, un’eroina perfetta che non compie mai errori (Jane Eyre) non riesce a riscuotere le simpatie indiscusse della Ellis.
Cathy è tutta un’altra storia. È una creatura selvaggia, che appartiene alle brughiere e alle lande desolate dello Yorkshire, alle foglie, al vento, alla nebbia. È viziata, capricciosa, conosce il suo cuore ma non è capace di seguirlo: nutre un amore sterminato, illimitato per Heathcliff, trovatello di oscure origini con cui è cresciuta, ma sposa codardamente Linton, il giovane più ricco della contea, sostenendo che Heathcliff la degraderebbe. Ma Cathy è Heathcliff: le loro anime sono fatte della stessa sostanza, le loro sofferenze sono condivise, la loro sensibilità è affine, come lo è il loro egoismo, il loro essere noi-due-contro-il- mondo.
Sono divisi però da divisioni sociali e valichi incolmabili; scrive la Ellis;

Cathy and Heathcliff’s love is too raw and rarefied to exist in the real world, and they know it; they can only be together as restless ghosts. (…) Their love is just not realistic. It is the kind of love, in fact, that could only be written by someone who had never been in love…and also mean that Wuthering Heights is a terrible template for actually conducting a love affair. (…) I can’t help thinking that a heroine should be able to love without being erased.
(L’amore di Cathy e Heathcliff è troppo crudo e rarefatto per esistere nel mondo reale, e loro lo  sanno; possono solo essere insieme quando diventano inquieti fantasmi. (…) Il loro amore non è realistico. È un amore che poteva essere descritto solo da qualcuno che non è mai stato innamorato…ciò rende Cime tempestose un pessimo modello di storia d’amore. (….) Non posso fare  a meno di pensare che un’eroina dovrebbe essere in grado di amare senza essere annullata dall’amore).

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Da Rossella O’Hara la Ellis impara che non è necessario diventare una lady: basta avere il coraggio di diventare una donna, ed essere fedele all’idea di se stessa. Grazie a lei e al timido, passivo Ashley, la scrittrice riesce a superare la sua attrazione fatale per gli amori impossibili:

I thought impossible love was the best kind. But I hope I’m braver about love now, and I’m tempted to make a rule that any heroine who spends a whole novel in love with someone who can’t or won’t love her back is not truly a heroine. Because unrequited love is delusional, thankless and boring. It’s also a misuse of imagination…
(Pensavo che l’amore impossibile fosse quello vero. Ora spero di essere diventata più coraggiosa in amore, e mi stuzzica l’idea di stabilire la seguente regola: ogni eroina che passi un intero romanzo innamorata di qualcuno che non può amarla o non l’amerà mai non si merita il titolo di eroina. L’amore non corrisposto è una delirante, ingrata, noiosa illusione, nonché uno spreco di immaginazione…)

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Impara dalla Franny salingeriana a trovare significato e risposte al di fuori della religione, e ad apprezzare il potere curativo e mistico del brodo di pollo; da Ester Greenwood, l’eroina autobiografica di Sylvia Plath, a convivere con l’idea che essere donna equivalga a soffrire, a sopravvivere al dolore e allo senso di smarrimento che derivano dagli attacchi di cui la Ellis diventa vittima durante gli anni universitari (derivano probabilmente da forti emicranie, causate da pulsazioni dell’arteria basilare). Questi attacchi le fanno perdere orientamento ed equilibrio, rendendola incapace di continuare a vivere come prima: da Sylvia Plath impara l’eroismo di chi lotta ogni giorno con fantasmi più grandi di lei, cercando di dare a se stessa – e ai suoi lettori  – la possibilità di rinascere dalle ceneri.

Da Lucy Honeychurch, la poco convenzionale protagonista di Camera con vista di Edward Morgan Forster, eredita il desiderio di essere coraggiosa quando scrive e nella vita, facendo sua la massima di Mr Beebe, uomo di chiesa che dice di Lucy:

If Miss Honeychurch ever takes to live as she plays, It will be very exciting both for us and for her.
(Se Miss Honeychurch iniziasse a vivere come suona, si aprirebbero nuove ed eccitanti prospettive sia per lei che per noi).

Valley of the Dolls di Jacqueline Susann le insegna a fidarsi del suo talento, e a investire tutta se stessa nel desiderio di scrivere per il teatro, facendo sua la lezione di Neely, una delle controverse protagoniste:

Guys will leave you, your looks will go, your kids will grow up and leave you, and everything you thought was great will go sour; all you can really count on is yourself and your talent.
(Gli uomini ti lasceranno, la tua bellezza svanirà, i tuoi figli cresceranno e se ne andranno, le tue cose preferite ti lasceranno l’amaro in bocca; puoi solo contare su te stessa e sul tuo talento).

L’ultima eroina del libro, Sherazade, le insegna la lezione più importante: solo appropriandoci delle nostre eroine diventiamo eroine noi stesse. Il coraggio dell’intrepida protagonista de Le mille e una notte non si trova nelle storie che racconta, ma nelle storie che vive, che salvano lei stessa, le altre vergini destinate a diventare vittime, il re.

La frustrazione della scrittrice, che ambisce ad essere un’eroina in carne ed ossa, non tarda a farsi sentire, insieme ad un paio di rivelazioni:

I felt let down when I could see a writer too much at work on a character because it reminded me forcefully that of course I didn’t have a writer working on my story, guiding me to safety, bending the laws of reality for me, bringing in a hero  to rescue me or transporting me to a happier life by the stroke of her pen. No writer is writing me a better journey.
And then I realise I am the writer. I don’t mean because I write. I mean because we all write our own lives
(Mi sentivo tradita quando mi rendevo conto che uno scrittore lavorava troppo su un personaggio, perché mi metteva di fronte al fatto che io non avevo uno scrittore a lavorare sulla mia storia, a portarmi al sicuro, a sfidare la realtà per me, facendo intervenire un eroe a salvarmi o trasportandomi a colpi di penna verso il mio lieto fine.
Poi mi sono resa conto che lo scrittore sono io, e non perché scrivo. Tutti scriviamo la nostra vita).

Il segreto delle vere eroine, sostiene la Ellis, è l’improvvisazione: affidandosi ad essa, ogni incidente di percorso diventa un’avventura, ogni errore un invito a cambiare direzione, ogni caduta una revisione delle regole del gioco. Il principio dell’improvvisazione è semplice, come a teatro: uno degli attori formula un’offerta, l’altro la accetta mettendoci qualcosa di suo, per non bloccare lo sviluppo della situazione. E si va avanti, a tentativi, a braccio.
Dire diventa allora il segreto non solo dell’improvvisazione, ma della vita stessa, la formula che permette di scegliere, trasformarsi, andare avanti.
Perché non ci sono lieti fini, solo lieti inizi.

How to be a Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, Samantha Ellis, Chatto & Vindus

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