Un’ora con…Selene&Serena di The Sisters’ Room

TSR.JPG

Nelle mie giornate sempre più frenetiche amo ritagliarmi dei momenti tutti per me, rifugiarmi in oasi di bellezza che abbiano poco o nulla a che vedere con le trappole e gli scorni del quotidiano. Il blog di Selene e Serena, The Sisters’ Room, è uno dei miei antidoti preferiti: basta un click per ritrovarsi nella Haworth del 1800, in mezzo alle sudate carte di Charlotte, Emily, Anne e Branwell Brontë, illustri esponenti di una delle più famose famiglie letterarie di tutti i tempi che ci ha regalato classici immortali come Jane Eyre e Cime tempestose.

Che abbiate voglia di approfondire gli scritti delle Brontë, di scoprire maggiori dettagli biografici sulla loro famiglia o anche semplicemente di fare una passeggiata virtuale per le brumose lande di Cathy e Heathcliff, scoprirete che The Sisters’ Room è un posto incantato, fuori dal tempo. Pronte a indossare crinoline e cuffiette e a scoprirlo?

 

1) The Sisters’ Room: come e perché?

Selene e Serena: La passione per la vita e le opere delle sorelle Brontë ci unisce dall’inizio della nostra amicizia, durante gli anni universitari. Quando ci siamo rese conto che questo amore immenso ci portava sempre più a studiare e viaggiare abbiamo deciso di provare a condividerlo. La prima volta che siamo state in viaggio a Haworth e abbiamo visitato il Brontë Parsonage Museum, il posto che fu la casa di queste splendide autrici, per noi è stata un’emozione fortissima. In una di quelle stanze sono stati scritti i romanzi che amiamo di più, e così ci siamo lasciate ispirare: anche noi avremmo costruito una stanza, virtuale in questo caso, nostra ma anche di tutti, in cui fosse possibile leggere, studiare e scambiarsi idee e passioni su queste sorelle straordinarie che ci hanno dato, e continuano a darci, tantissimo.

 

2) Chi c’è dietro The Sisters’ room?

Selene: Amo viaggiare, il freddo e l’Inghilterra. Vivo la mia vita a metà tra il presente e il passato, tra due Paesi e due lingue, nutrendomi di letteratura inglese sotto ogni sua forma, serie televisive, e caffè.

Serena: La mia anima è nata in un mondo più antico di quello in cui vive il mio corpo, probabilmente questo è il motivo per cui sono una blogger ma scrivo ancora lettere a mano. Sono fatta di cose che ho imparato dai libri, grandi sogni, e venti forti che mi spostano sempre. Compenso la mia naturale tendenza al buio con una sfrenata passione per il trash, ma solo di qualità!

 

3) Il vostro scaffale d’oro

Selene: Sul mio scaffale d’oro ci sono i tre libri che più mi rappresentano: Wuthering Heights (Emily Brontë), Villette (Charlotte Brontë), Una stanza tutta per sé (Virginia Woolf).

Serena: Direi Wuthering Heights (Emily Brontë), Jane Eyre (Charlotte Brontë), Harry Potter (J.K.Rowling), To Kill A Mockingbird (Harper Lee). Sono i libri dai quali ho imparato le cose più importanti.

 

4) Un personaggio in cui vi immedesimate particolarmente

Selene: Lucy Snowe, la protagonista di Villette. Il suo coraggio e la sua forza nonostante le difficoltà sono di grande ispirazione.

Serena: Hermione Granger probabilmente. Mi piace imparare, credo profondamente nella lealtà e nell’amicizia. Combatto tutti i giorni contro i miei capelli crespi.

 

5) Se il vostro blog fosse una canzone

Selene e Serena: beh se non fosse Wuthering Heights di Kate Bush probabilmente sarebbe Scarborough Fair di Simon & Garfunkel, non tanto per le connessioni bronteane quanto perché spesso e volentieri ci ha fatto da colonna sonora durante la creazione del blog.

 

6)Il vostro rapporto con la scrittura/con la lettura

Selene e Serena: da laureate in lingue abbiamo sempre dato un valore importante alle parole. Lettura e scrittura sono elementi fondamentali nelle nostre vite. Siamo lettrici appassionate sin da bambine, e i libri ci accompagnano da sempre nel nostro percorso di crescita individuale aiutandoci a conoscere il mondo, gli altri e noi stesse.

 

7) Progetti in cantiere

I progetti sono tanti e diversi, e mirano tutti a portare la letteratura fuori dalle pagine dei libri trasformandola in esperienze, viaggi, incontri e condivisione. Proprio in questi giorni abbiamo inaugurato il nostro nuovissimo sito ufficiale, www.thesistersroom.com: una “stanza” più grande e solida in cui speriamo di accogliere sempre più amici e lettori. Stiamo anche pensando a un modo per festeggiare i primi due anni di The Sisters’ Room con tutti i nostri lettori per il compleanno del blog il 22 luglio. Inoltre all’orizzonte ci sono anche nuovi viaggi, collaborazioni con diverse case editrici… e non solo! Ma non possiamo svelarvi tutto, perché come direbbe Charlotte Brontë: The human heart has hidden treasures- In secret kept, in silence sealed; – The thoughts, the hopes, the dreams, the pleasures- Whose charms were broken if revealed.

Rileggendo i classici#2: la solitudine di Jane Eyre

Rileggendo

Rileggendo Jane Eyre, non ho potuto fare a meno di pensare alla sua solitudine.

La sua è una storia di mancanze: dei genitori; di una persona che la faccia sentire protetta, sicura e amata; di un tetto sopra la testa, di un posto da chiamare casa.

jane1

 

Da un certo punto di vista, Jane è un’antesignana del precariato 2.0: orfana, cresce a Gateshead, casa della perfida zia Reed, che non fa niente per soddisfare il bisogno di accettazione e di amore della bambina. Viene poi mandata a studiare in una scuola così rigida che, tra freddo, privazioni, acqua sporca e cibo insufficiente, diverse ragazze perdono la salute o addirittura la vita, come nel caso di Helen, la migliore amica di Jane. Jane riesce a sopravvivere e a diventare insegnante nella stessa scuola, diventata più moderna e rispettabile: ma la sua vita inizia a starle stretta. La ragazza vuole vedere quel mondo che, dalle sue quattro mura, sembra così immenso, così lontano. Da brava ragazza moderna e indipendente, Jane decide di pubblicare un annuncio per trovare un posto da tutrice: finisce così a Thornfield, dove si imbatte per la prima volta nell’amore.

Un amore intenso, tanto da sconfinare quasi nell’amore tossico.

Un amore così totalizzante da diventare idolatra: nell’immaginario di Jane, l’oggetto del suo amore – Rochester – diventa simile a una divinità da adorare.

Vorrei soffermarmi un attimo su quest’aspetto, comune sia ad Emily – immortale autrice di Cime tempestose – sia a Charlotte Brontë: l’amore come religione.

In Cime tempestose, l’amore tra Cathy e Heathcliff trascende l’umano e il divino comprendonio, sfidando le leggi della terra e del cielo: Cathy sostiene che la sua anima e quella di Heathcliff siano fatte della stessa sostanza, e che solo insieme i due riescano a essere completi (lui è me più di me stessa!). Quando Cathy muore, Heathcliff esclama disperato di non essere in grado di vivere senza la sua vita e la sua anima, dileguatesi con Cathy. A sua volta, l’intensa, capricciosa, incostante Cathy, più e più volte evocata da Heathcliff, torna a manifestarsi anche dopo la sua dipartita; dopo la morte di Heathcliff, i passanti sono pronti a giurare che i due fantasmi passeggino insieme nelle notti brumose delle brughiere dello Yorkshire.

L’amore come religione è presente anche in Jane Eyre, mitigato dalla rettitudine e dai valori morali dalla protagonista, che le impediscono di cedere a un abbandono assoluto. Quando St John, cugino ritrovato dopo rocambolesche vicissitudini in un improvviso e inaspettato twist of fate, le propone di soffocare l’amore per Rochester – un amore che non può realizzarsi – e dedicarsi totalmente alla fede, diventando missionaria in India (e sua moglie), Jane esita. È combattuta tra il fare la cosa – apparentemente – giusta e l’obbedire ai dettami del cuore; tra purezza e tentazione; tra due tipi di fede – quella in Dio e nell’integerrimo parroco St John e quella in Rochester.

Quello di Rochester è però un amore bugiardo: un amore che nasconde in soffitta una moglie malata di mente – Bertha Mason, sposata nella lontana, esotica Giamaica. Jean Rhys, nell’ambito del filone del neocolonialismo letterario, ha cercato di riscattare la figura di Bertha/Antoinette in Wide Sargasso Sea, storia della colonizzata – Bertha – strappata via dalla sua terra, dal suo clima e dalla sua gente dall’inglesissimo Rochester, trapiantata forzatamente in una società oppressiva e patriarcale alla quale non appartiene, a metà strada tra il bianco caucasico e il nero giamaicano.

Devo ammettere che, rileggendo Jane Eyre, ho sviluppato una percezione molto diversa di Rochester: nonostante sia prigioniero di un matrimonio affrettato e una situazione infelice, rifiuta di accettare – e affrontare – la realtà e cerca di scappare – prima girando l’Europa alla ricerca di amanti usa e getta, poi mentendo a Jane, chiedendole di diventare sua moglie senza raccontarle il suo segreto. Rochester è lunatico, cupo, collerico: quando Jane, dopo aver scoperto l’esistenza di Bertha, decide di non restare a Thornfield e rischiare di diventare l’amante di Rochester, anche se lasciarlo le spezza il cuore, confessa di avere paura della reazione di Rochester, della sua rabbia.

A questo proposito, ho trovato particolarmente pertinente l’analisi di Samantha Ellis in How to be a Heroine, or what I’ve learned from reading too much: Rochester pecca di machismo e di presunzione nel non considerare l’intelligente, indipendente, coraggiosa Jane come sua pari: per lui è la sua piccola Jane, un uccellino da vestire di seta e ricoprire di perle. Non a caso, una delle mie citazioni preferite tratte dal romanzo è la seguente:

Per Rochester, Jane è una creatura fragile da proteggere da Bertha, da sposare in fretta e furia e in segreto, per evitare che qualcuno mandi tutto all’aria, cosa che in effetti succede.

Anche quando si arriva al celeberrimo lettore, l’ho sposato e si tira un sospiro di sollievo, perchè Jane e Rochester sono finalmente insieme, si tratta di un lieto fine a metà: secondo la Ellis, Rochester accetta Jane come sua compagna e sua pari solo dopo essere diventato un “uomo a metà”, cieco e privo di una mano; solo allora la loro diventa una vera unione, una comunione di mente e anima, in cui lui, Rochester, rispetta e ama lei, Jane, per quello che è veramente: non un uccellino fragile e indifeso, ma una donna coraggiosa e indipendente, dall’invidiabile forza interiore, grazie alla quale riesce a superare avversità e solitudine.

citazEN

E torniamo, dopo questa lunga digressione, alla solitudine di Jane: la Jane bambina desiderosa di amore, in punizione nella tanto paventata stanza rossa, dove crede di vedere il fantasma dello zio; la Jane ragazzina, che si sveglia abbracciata al corpo esanime dell’adorata amica Helen; la Jane ragazza dal cuore spezzato, che scappa da Thornfield senza portare niente con sé e passa tre orribili giorni da mendicante, dormendo fuori al freddo e mangiando poco e niente, prima di essere accolta da St John e le sue sorelle; la Jane donna, maestra in una piccola scuola di campagna, che vive sola in un’umile dimora isolata, passando serate cupe e eterne in compagnia di un libro o dei suoi disegni, aspettando un segno che la riporti da Rochester.

La sua pazienza, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua rettitudine, la sua fede smisurata nell’amore e in Rochester le permettono di essere in grado di accorrere da lui quando Rochester ha ormai perso tutto, e fanno di Jane Eyre un’eroina senza tempo.

Soundtrack: Stubborn love, The Lumineers

how I met your Jane

Fonte: schmoop.com/jane-eyre/summary.html

Come rifiutare uno spasimante indesiderato secondo Charlotte Brontë


Charlotte Brontë, la signora indiscussa delle lande desolate e delle brughiere tempestose dello Yorkshire, l’autrice di classici senza tempo come Jane Eyre, Shirley, Villette e Il professore, nasceva esattamente duecento anni fa a Thornton. Il Brontë parsonage, casa-museo dedicata alle sorelle scrittici (che vorrei visitare tantissimo, tra l’altro, anche perché conosco poco lo Yorkshire, e mi aspetto di incontrare un Rochester a ogni incrocio), ha sede invece a Haworth, sempre nello Yorkshire, dove la famiglia si era trasferita nel 1820.


In occasione del compleanno di Charlotte, sono andata a scovare una lettera (che vi propongo nella mia traduzione; potete trovare l’originale qui) in cui la scrittrice inglese scarica, con aplomb ed ironia, un certo Henry Nussey, parroco di Donnington (nel Sussex), che le chiede di sposarlo il 28 febbraio 1839. Charlotte, decisa e indipendente, nella lettera spiega di non aver paura della condizione di zitella, se il contrario significa sposarsi con un uomo troppo diverso da lei, spianando la strada all’infelicità.

Charlotte cerca di spiegare le sue motivazioni alla sorella dello stesso Henry, Ellen, in una lettera del 12 marzo 1839:
(…) I asked myself two questions: Do I love him as much as a woman ought to love the man she marries? Am I the person best qualified to make him happy? Alas! Ellen, my conscience answered no to both these questions.
(Mi sono chiesta due cose: lo amo tanto quanto una donna dovrebbe amare il suo futuro marito? Sono la persona più adatta a renderlo felice? Ahimé, Ellen, la mia coscienza ha risposto in maniera negativa a entrambe le domande).

Charlotte, come la sua eroina Jane Eyre, brilla e si contraddistingue per l’intelligenza arguta, per il rigore morale, per l’indipendenza di spirito. Ed è così che vogliamo ricordarla oggi, in mezzo alle sue eroine.
La lettera che vi propongo di seguito è tratta dalla bellissima antologia Hell Hath No Fury: Women’s letter from the end of the affair, a cura di Anna Holmes e Francine Prose. Le illustrazioni che corredano il post sono invece tratte da The Brontës, Children of the Moors, di Mick Manning e Brita Granström.

Auguri, Charlotte!

Gentile signore,
Prima di rispondere alla sua lettera, ho pensato a lungo al suo contenuto; tuttavia, dal momento che il mio corso d’azione mi è stato chiaro fin dal primo momento della sua ricezione e lettura, considero ulteriori ritardi del tutto superflui.
Sa bene che nutro una profonda gratitudine nei confronti della sua famiglia, che nutro un affetto particolare per almeno una delle sue sorelle, e che la stimo moltissimo. Di conseguenza, non mi imputi motivazioni mendaci quando le comunico che la mia risposta alla sua proposta è decisamente no. Nel prendere questa decisione, sono fiduciosa del fatto di aver ascoltato i dettami della mia coscienza più di quelli dell’inclinazione; non rifuggo dall’idea di una nostra unione – tuttavia, sono persuasa che il mio carattere non potrebbe rendere felice un uomo come lei.
Ho sempre avuto l’abitudine di studiare il carattere delle persone con cui mi capita di entrare in contatto, e credo di conoscere il suo e di riuscire a immaginare di che tipo di donna avrebbe bisogno come moglie. La sua indole non dovrebbe essere troppo intensa, appassionata e originale – dovrebbe essere mite, senza dubbio devota, allegra e non soggetta a sbalzi d’umore; il suo aspetto dovrebbe essere tale da compiacere il suo sguardo e gratificare il suo orgoglio. Per quel che mi riguarda, lei non mi conosce: non sono la persona seria, algida, distaccata che lei si immagina – mi troverebbe romantica, e [eccentrica] direbbe che sono ironica e [severa]. [Tuttavia, disdegno] l’inganno e mai, per raggiungere la distinzione che deriva dal matrimonio e sfuggire al marchio di vecchia zitella, accetterei la mano di un brav’uomo che non potrei, in coscienza, rendere felice.
Arrivederci! Sarò sempre lieta, come amica, di ricevere sue notizie.

Sua,
C Brontë

Il Calendario dell’Avvento Letterario#23: le mince pies di Jane Eyre

bannervale

Questa casella è aperta da me medesima e da Sigrid de Il cavoletto di Bruxelles

jane

Quando ho chiesto a Sigrid se aveva voglia di preparare una ricetta letteraria natalizia per il nostro Calendario dell’Avvento, mi ha proposto una serie di elementi e di ingredienti per dare un twist à la cavoletto alle ricette più tradizionali.
Un ingrediente in particolare mi ha immediatamente colpito; un frutto, che già racchiude in sé – come la madeleine di proustiana memoria – memorie e profumi di casa: la castagna.
Oltre a far parte dell’immaginario personale e familiare, la castagna è un frutto carico di suggestioni e ispirazioni letterarie. Il primo riferimento letterario che mi ha fatto venire in mente è Jane Eyre, l’amatissimo romanzo di Charlotte Brontë; in particolare, ho ripensato a quel castagno che fa da sfondo all’amore tra Jane e Rochester.

Un amore forte e resistente ma travagliato, difficile, nodoso come i rami dell’albero stesso.
Rochester, il misterioso, cupo e inevitabilmente affascinante datore di lavoro di Jane, le dichiara il suo amore sotto questo grande castagno, che, durante la notte, viene colpito e spezzato in due da un fulmine.

L’albero potrebbe rappresentare l’amore tra Jane e Rochester, e il fulmine la rabbia di Bertha, la moglie segreta di Rochester, segregata nell’attico a causa della sua infermità mentale (per una rilettura della storia di Bertha in chiave post-coloniale, vi suggerisco Wide Sargasso Sea  di Jean Rhys); in questo caso, Rochester sarebbe la metà che resta, legata da un vincolo coniugale da cui non si può liberare, e Jane la metà che fugge, scegliendo di spezzarsi il cuore pur di non cadere nella tentazione di diventare l’amante di Rochester, e mantenere così intatta la purezza del suo amore.
Il castagno potrebbe anche essere Rochester: lui stesso si paragona all’albero, consumato, rovinato, spezzato, mentre Jane è una pianta giovane, in piena fioritura. Facile capire perché queste mince pies à la cavoletto siano diventate quasi immediatamente le mince pies di Jane Eyre, dedicate al suo coraggio e alla sua inflessibile determinazione che le regala quel lieto fine tanto adatto al clima natalizio che ci circonda: lettore, lo sposai.
La seconda suggestione letteraria legata alla castagna deriva da una scena del celeberrimo Un Canto di Natale di Dickens:

“Nel momento in cui la mano di Scrooge si posò sulla maniglia, una voce strana lo chiamò per nome e gli disse di entrare. Obbedì.
Era proprio la sua stanza, non c’era dubbio, ma aveva subito una trasformazione sorprendente. Le pareti e il soffitto erano talmente coperti di vegetazione, da farli sembrare un vero e proprio bosco in cui da ogni punto luccicavano bacche lucenti. Le foglie dell’agrifoglio, del vischio e dell’edera riflettevano la luce come tanti piccoli specchi e nel caminetto ardeva un fuoco così potente, come quella triste pietrificazione di un focolare non aveva mai conosciuto ai tempi di Scrooge e Marley né per molti e molti inverni passati. Ammucchiati sul pavimento, in modo da formare una specie di trono, erano tacchini, oche, selvaggina, pollame, cosciotti, grandi pezzi di carne, porcellini da latte, lunghe ghirlande di salsicce, pasticci di carne, pudding, barilotti di ostriche, castagne arrosto roventi, mele rosse, arance succose, pere succulenti, torte smisurate e ciotole fumanti di punch, che annebbiavano la stanza col loro vapore delizioso”.
(Newton Compton, trad. a cura di Emanuele Grazzi)

Difficile immaginare una scena da cenone natalizio più evocativa di quella descritta da Dickens, vero?

Lascio ora la parola a Sigrid, alla sua ricetta che sa tanto di Natale e alle sue foto.

mincepies4_s.jpg_effected

Per l’impasto:

farina 00 170g

burro freddo 100g

zucchero semolato 1 cucchiaio

tuorlo 1

Sbriciolare il burro nella farina fino a ottenere un composto sabbioso. Aggiungere il tuorlo e lo zucchero, due cucchiai d’acqua, e impastare velocemente. Avvolgere in pellicola e lasciar riposare al fresco per 30 minuti.

 

Per il ripieno

uvetta 100g

uvetta di corinto 100g

cranberries secchi 50g

whiskey 40ml

limone mezzo

arancia mezza

castagne precotte 80g

zucchero di canna scuro 100g

burro 30g

cannella mezzo cucchiaino

mela piccola 1

Grattugiare la buccia del limone e dell’arancia e tenere da parte. Mescolare la frutta secca con il whiskey e il succo della mezza arancia, e lasciar riposare per 20 minuti. Aggiungere poi lo zucchero, il burro fuso, la cannella, le castagne grossolanamente tritate e la mela grattugiata. Mescolare il tutto, versare il composto in un vasetto, chiudere e lasciar riposare per una notte prima di utilizzare.

Per le mince pies:

Stendere l’impasto, ritagliare dei dischetti leggermente più grandi dei vostri stampini, farcire con un cucchiaino di ripieno, ritagliare poi dei dischetti, stelline o fulmini di pasta e porre questi ritagli sopra il ripieno, Cuocere in forno a 180°C per 20-25 minuti finché le tortine siano dorate.

mincepies1_s.jpg_effected

mincepies3_s.jpg_effected

mincepies2_s.jpg_effected

The rules of (literary) dating#2 – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

Fictional-Characters6

Pensavate di esservi liberati dei miei bestiari letterari, vero?

Invece no, perché, se la letteratura è infinita, infiniti sono i personaggi, infiniti i caratteri, infinite le tipologie da imparare a riconoscere e, eventualmente, a evitare.

Purtroppo, la mia capacità di lettura è finita, delimitata dal tempo, dagli impegni, dalle coincidenze e dalle prenotazioni, dalle trappole e dagli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale. Tuttavia, le mie liste di frequentazioni letterarie mi divertono tantissimo, e, dato che uno dei miei (finora fallimentari) buoni propositi PRTDV (post rientro traumatico dalle vacanze) è cercare di concentrarmi di più sulle cose belle, che mi fanno stare bene, tenterò (malgrado la mia patologica avversione alla pianificazione) di aggiornarle di quando in quando, magari stilando anche una lista di personaggi femminili. Va da sé che tutti i vostri suggerimenti sono più che benvenuti, anzi, caldamente incoraggiati, nei commenti al post, sulla pagina Facebook del blog, su Twitter, per email, per piccione viaggiatore, cablogramma o civetta di Hogwarts. Cominciamo?

I'm_Sorry_The_Fictional_Characters_In_My_Head_Recently_Have_Been_More_Important_Than_You_To_me

(Riassunto delle puntate precedenti: Il Mr Darcy (Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen); L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë ; Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell); Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez); Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen); Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë); L’Amleto (Amleto, William Shakespeare) – L’Otello (Otello, William Shakespeare); L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov) – Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj).

Matthias Schoenaerts as

Matthias Schoenaerts as “Gabriel” in FAR FROM THE MADDING CROWD. Photos by ALex Bailey.  © 2014 Twentieth Century Fox Film Corporation
All Rights Reserved

Tipologia K: Il Gabriel Oak (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Durante l’estate ho letto per la prima volta Via dalla pazza folla, invaghendomi della capacità di Hardy di delineare e dar vita sulle pagine ai suoi personaggi, specie al trittico di protagonisti maschili innamorati della bella e (apparentemente) indomabile Bathsheba Everdene.

Il fattore Oak è quel tipo di uomo che tutte le donne vorrebbero incontrare prima o poi: onesto, leale, con la testa sulle spalle, capace di amare in modo assoluto, genuino, duraturo. Il tipo Oak è inoltre caratterizzato da una silenziosa ostinazione, da una pazienza pertinace che gli consente di aspettare anni (tra un marito deceduto per finta e un quasi fidanzato stalker) prima di ottenere il cuore della sua bella. Il tipo Oak è inoltre generoso e altruista, capace di proteggere e aiutare l’oggetto dei suoi desideri in silenzio, assicurandosi che cada sempre in piedi, senza troppa fanfara, senza aspettarsi qualcosa in cambio.

L’unico neo del tipo Oak è quel filino di prevedibilità e quell’eccessiva disponibilità che a volte lo rende un tantinello noioso, incapace di sorprendere. D’altro canto, nessuno è perfetto, no?

boldwood

Tipologia L: Il Mr Boldwood (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Sarei curiosa di sapere a quante di voi (spero poche) sia capitato di avere un ammiratore un po’ troppo insistente e persistente. Alla povera Bathsheba purtroppo è successo: a seguito di uno stupido scherzo di San Valentino, si ritrova a ricevere le costanti attenzioni e l’indesiderata ammirazione del suo vicino di casa, Mr Boldwod. Timido, ritroso, cupo, scapolo incallito, Boldwood scopre per la prima volta l’amore senza volerlo né cercarlo. Il tipo Boldwood è un solitario, abituato a pensare solo a se stesso e per se stesso, incurante dei sentimenti e del gentil sesso. A maggior ragione, quando Cupido scocca la sua freccia avvelenata, l’oggetto dei desideri diventa per il tipo Boldwood una vera e propria ossessione, capace di fargli promettere di aspettare sette anni di vedovanza prima di dichiararsi per l’ennesima volta e addirittura uccidere l’odiato rivale.

Un consiglio disinteressato, lettrici che, per qualche misteriosa ragione, trovate un attaccamento del genere commovente o addirittura meritevole di comprensione/compassione: davanti a un Boldwood, scappate a gambe levate.

troy

Tipologia M: Il Francis Troy (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Il Troy chiude la trilogia di spasimanti letterari di Bathsheba Everdene. È l’unico che riesce a conquistarla, per una ragione molto semplice: di lei non gliene importa un fico secco. Certo, la trova attraente, ma gli piacciono di più i suoi soldi, che consuma in fretta. Il Troy fa parte di una delle tipologie peggiori di uomini, fittizi e non: è narcisista, innamorato di se stesso, egoista, egocentrico, del tutto incurante dei sentimenti altrui e del dolore che infligge, interessato alle persone solo se gli sono strumentali per raggiungere lo scopo che si è prefisso.

Il Troy è convinto di essere assurdamente romantico; ma le sue pretese di romanticismo sono, letteralmente, assurde. In ogni caso, non illudetevi di riuscire a catalizzare le sue attenzioni su di voi per più di un paio di giorni: il Troy si annoia in fretta.

(Tanto per restare in argomento, fate questo test per scoprire quali delle tre tipologie vi attrae maggiormente. Secondo il mio risultato, sarei attratta da Boldwood: devo iniziare a preoccuparmi?)

fictional characters 5

Tipologia N: Il Nathaniel Piven (Amori e disamori di Nathaniel P., Adelle Waldman)

Il Nathaniel P. non sa cosa vuole, ma cerca lo stesso di ottenerlo, incurante delle conseguenze e dei sentimenti altrui. In amore è un vero disastro: ha bisogno di convincersi che una donna sia perfetta per uscire con lei, e quella donna perfetta deve ottenere il sigillo d’approvazione dei suoi amici. È un insicuro, troppo superficiale e concentrato su se stesso e sulla sua vita per potersi realmente innamorare. Il Nathaniel P. è un ragazzo intelligente e privilegiato che si limita a fare un sacco di navel-gazing: letteralmente a guardarsi l’ombelico, metaforicamente ad essere così ossessivamente concentrato su se stesso e sulle sue idiosincrasie da dimenticarsi di osservare il mondo che lo circonda. È inoltre misogino, insofferente delle donne per il semplice fatto di essere donne, con i pregi e i difetti che questo comporta: il bisogno di definire i confini di una relazione, il desiderio ossessivo di parlare della relazione stessa, la spinta ad analizzare ogni stato d’animo e rivivere ogni litigio, l’emotività, la prevedibilità, l’ostinazione, la sottile preferenza accordata alle situazioni e alle cose difficili. Il Nathaniel P. ama invece le cose facili, già pronte, come i pasti precotti, già scartati, riscaldati al microonde e messi in tavola senza che lui debba fare nessuno sforzo.

Dal canto mio, lo piazzo nel mio bestiario come il tipo da evitare a tutti i costi: astenersi fanciulle in cerca del principe azzurro o quantomeno di una frequentazione seria, benvenute perditempo, masochiste ad oltranza, donne col complesso da infermiera e da io-ti-salverò. Un po’ un Wickam dei nostri tempi, insomma, con l’aggiunta di pose e pretese da intellettualoide, o meglio ancora un Willoughby di Ragione e sentimento: per me, le somiglianza tra Adelle Waldman e Jane Austen (alla quale alcuni incauti ed iper-entusiasti blurb l’hanno paragonata) si esauriscono qui.

fictional characters 2

Tipologia N: L’Alfred Lambert (Le correzioni, Jonathan Franzen)

La prima tappa (quasi obbligata) della mia #franzethon (una maratona di lettura dell’opera omnia di Franzen in attesa di incontrarlo qui il 18 ottobre) mi ha fatto incontrare uno dei personaggi maschili (secondo me) più sgradevoli: Alfred Lambert, incarnazione della più assoluta incapacità di amare e capire le persone che gli stanno intorno. Misogino, individualista, l’Alfred Lambert arriva addirittura ad essere disgustato dal mero contatto fisico (ne Le correzioni, la moglie Enid deve far finta di essere addormentata perché lui possa avvicinarsi a lei). Incorreggibile solipsista, preferisce vivere da solo, quindi toglietevi dalla testa qualsiasi progetto di coabitazione: la sua casa è chiusa, come il suo cuore. Lettrici avvisate, mezzo salvate.

fictional characters 4

thanks+for+being+my+friend+despite+my+obesession+with+fictional+characters

Soundtrack: Tous les garçons et les filles , Françoise Hardy

The rules of (literary) dating – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

indexUn’educazione bovaristica e un’esposizione precoce a certi tipi di letture hanno l’indubbio svantaggio di generare aspettative che non potranno mai essere soddisfatte. Tuttavia, perché guardare il bicchiere mezzo vuoto? Se Jane Austen & company ci hanno insegnato qualcosa, è anche – e soprattutto – l’arte di percepire determinati segnali che, come campanelli d’allarme, gettano una nuova luce sul protagonista di una storia, rendendolo un eroe degno delle attenzioni della protagonista, un perfido cialtrone, un’insignificante macchietta.

Perché allora non utilizzare questo “superpotere” anche nella vita di tutti i giorni? In fondo, la letteratura è imitazione della vita, no?

Quindi vi propongo un inventario semiserio (che mi sono divertita un sacco a compilare) di tipologie di eroi/vili marrani in cui ogni lettrice che si rispetti è incappata, prima o poi, tanto tra le pagine di un libro che nella vita vera.

In quale tipologia vi rispecchiate maggiormente? In ogni caso, niente panico: come scriveva Jane Austen alla nipote Fanny Knight

Non andare di fretta; abbi fiducia, l’Uomo giusto alla fine arriverà; nel corso dei prossimi due o tre anni, incontrerai qualcuno più unanimemente ineccepibile di chiunque tu abbia già conosciuto, che ti amerà con un ardore che Lui non ha mai avuto, e che ti affascinerà in modo così totale, da farti sembrare di non aver mai veramente amato prima.

fictional men

darcy

Tipologia A – Il Mr Darcy (Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen)

Non è sicuramente il tipo adatto a fare il +1 ad un matrimonio, un compleanno, una cena di lavoro, nè il partner ideale per il corso di tango, dal momento che si rifiuta di ballare. A pensarci bene, non è solo il ballo il problema: la sua vita sociale è fortemente limitata dalla sua scarsa disponibilità a mescolarsi con la gente che non conosce, da quella sua tendenza a fare un po’ l’orso della situazione e a starsene in disparte, con un’espressione tra il serio e l’annoiato, studiando attentamente i titoli della libreria del padrone di casa di turno (probabilmente per criticarne segretamente gusti e scelte).

Non ha un grandissimo senso dell’umorismo, è riservato e ha bisogno di (tanto) tempo per aprirsi, e accordare la sua fiducia: tempo che passerete cercando di capire cosa gli passi veramente per la testa. In fondo è un po’ come un riccio, irto e irsuto fuori, sorprendentemente dolce e gentile dentro. Onesto, leale, generoso, è sempre pronto a dare una mano, specie se si tratta di tirare fuori dai guai la fanciulla che occupa gran parte dei suoi (criptici) pensieri, magari a sua insaputa. Dire che ha un brutto carattere è un eufemismo: è spesso burbero e cupo, tremendamente orgoglioso (potremmo dire pieno di sé..): una volta persa, la sua stima è persa per sempre. Testardo fino all’esasperazione, non darà soddisfazione alle insicure in cerca di conferme: ma le sue (rarissime) dichiarazioni, lungamente represse, sono sincere e impetuose, e non ci si dimentica facilmente della sua ardente stima e ammirazione.

Il Mr Darcy scrive inoltre bellissime lettere, ma le amanti del genere epistolare non dovrebbero nutrire illusioni: le sue missive sono infatti volte a riparare qualche suo errore di giudizio tremendamente stupido, che avrà diminuito infinitamente il suo valore agli occhi della Lizzie di turno, incline, a sua volta, a cadere vittima dei suoi pregiudizi. Ma, in fondo, il bel tenebroso piace anche per questo, no? Lunghe passeggiate all’aria aperta possono rivelarsi il metodo migliore per superare le (innumerevoli) controversie, perché, ammettiamolo, quando ci innamoriamo perdiamo tutti la ragione (vero, zia Jane?)

heathcliff

Tipologia B – L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë)

Ammettetelo: vi piacciono i bad boy, i tipi cupi, tormentati, misteriosi, irrequieti, inquieti, sempre fuori posto e fuori tempo. Se è cosi, Heathcliff, il selvatico e appassionato protagonista maschile di Cime tempestose, la cui complicata personalità, a cavallo tra bene e male, incarna quelle lande selvagge e desolate dello Yorkshire che fanno da sfondo alla sua storia d’amore con la capricciosa Cathy, fa al caso vostro.

Non potreste mai invitarlo a mangiare la lasagna a casa di vostra madre la domenica, anche perché, diciamocela tutta, molto probabilmente non si presenterebbe (senza nemmeno avvisarvi): ma riuscirebbe comunque a farsi perdonare il bidone, perché il ragazzo sa farci con le parole, quando vuole.

Non è di certo una persona convenzionale o ortodossa: gli piace distinguersi e fare l’alternativo, e poco gli importa dell’opinione altrui.

Nessuno potrebbe mai capire il vostro amore: ma, anche se il mondo intero fosse contro di voi, non v’importerebbe, perché le vostre anime sono fatte esattamente della stessa sostanza. Il vostro amore non cambierà come le foglie d’autunno: piuttosto, somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi stessi, una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria.

Il problema è che, a volte, il suo comportamento fin troppo eccentrico e sprezzante potrebbe portarvi a vergognarvi di lui, e ad allontanarvi. In questo caso, l’Heatchliff sarebbe portato a farvi vedere la sua parte peggiore di sé: sprezzante, possessiva, gelosa, poco incline a perdonare e a dimenticare.

rhett2

Tipologia C – Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell)

(Vedi anche alla voce: potrei ma non voglio, vorrei ma non posso)

Che strazio i se e i forse! Se non aveste sprecato tempo prezioso sospirando drammaticamente per qualcuno che, in fondo, non sarebbe mai stato quello giusto, forse vi sareste accorte prima di quel Rhett che vi stava accanto, aspettando solo di essere notato da voi.

Il Rhett non corrisponde allo stereotipo di gentiluomo americano del Sud – anzi. Beve come una spugna, bestemmia come un camionista, non si sottrae mai a una rissa, e, francamente, se ne infischia dell’opinione altrui.

Non si sdilinquisce in complimenti, dice sempre quello che pensa, è egoista ma generoso al momento opportuno, protettivo dei più deboli (Bella Waitling vi dice qualcosa?), e, udite! udite! Ama i bambini!

La sua pazienza sconfina nella testardaggine: tuttavia, dopo aver superato un certo limite, francamente se ne infischia. Poco male: domani è un altro giorno, vero?

love-in-the-time-of-cholera-142

Tipologia D – Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez)

Il Florentino non è un tipo che si fa notare: è quasi insignificante, nascosto sotto un mantello dell’invisibilità di potteriana memoria. Eppure, ha un suo perché: scrive incantevoli lettere d’amore, e si distingue per la sua incredibile tenacia, che lo rende capace di attendere 51 anni, nove mesi e quattro giorni (beh, forse non così tanto: ma ho reso l’idea, no?), sfidando l’odore penetrante delle mandorle amare armato delle sua silenziosa pertinacia.

wwww

Tipologia E – Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen)

Fanciulle, fate attenzione: il Willoughby vi mentirà spudoratamente, negando davanti alla più palese evidenza; vi farà aspettare ore e ore (con conseguenti gastriti e insonnie) una sua chiamata (che non arriverà mai, ovviamente); vi farà credere di essere l’unica (ingenua, che crede che le “telefonate di lavoro” possano arrivare anche dopo mezzanotte). Arriverà perfino a chiedervi un ricciolo da tenere sempre con sé, e a farvi visitare (di nascosto, s’intende) la magione di sua zia che spera di ereditare, un giorno.

Diciamocela tutta: è insopportabilmente affascinante, ha (o finge di avere) i vostri stessi gusti musicali e letterari, è sempre pronto a farvi da complice quando avete voglia di ridere di voi stesse e degli altri – specie di quel qualcuno timido e un po’ imbranato che cerca di ronzare dalle vostre parti (povero colonnello Brandon).

Poi non dite che zia Jane non vi aveva messo in guardia: lettrice avvisata, mezza salvata.

rochester-jane-eyre-2006

Tipologia F – Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Date retta a Charlotte Brontë: non uscite col vostro capo (o collega). Se proprio non riuscite a farne a meno (ah, l’ammmmore), cercate almeno di capire se avete a che fare con Il Rochester.

Se fa finta di flirtare con fanciulle dal nome pretenzioso (Blanche, dico a te) e il suo comportamento oscilla schizofrenicamente tra il possessivo e il distaccato, è molto probabile che nasconda in soffitta qualche scheletro (o una moglie pazza).

Tuttavia, se riuscite a fare breccia nel suo cuore di pietra, dirimere i nodi del suo oscuro e tormentato passato e raggiungere con lui un rapporto assolutamente paritario (senza aspettare che, per esempio, perda parzialmente la vista in un incendio per riconoscere che ha bisogno di voi, perché, per dirla tutta, è anche un po’ misogino) allora, lettrici, potreste anche arrivare a sposarvelo.

maxresdefault

Tipologia G – L’Amleto (Amleto, William Shakespeare)

V’ama, non v’ama, v’ama, non v’ama. Vi trova fin troppo belle, così belle che l’unico modo per preservare la vostra purezza e onestà è chiudervi in un convento. Ha problemi a casa (e che problemi, tra complesso di Edipo, di Medea, ecc.), il momento non è quello giusto, probabilmente frequenta compagnie (fantasmi) sbagliate (defunte).

In ogni caso, i suoi problemi esistenziali sono decisamente più grandi di voi due messi insieme. Se passa troppo tempo a parlare da solo con un teschio in mano, non aspettate di fare la fine della dolce e bellissima Ofelia: scappate.

othello

Tipologia H – L’Otello (Otello, William Shakespeare)

Attenti alla gelosia, quel mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre!

Tutto va bene tra voi; eppure, per qualche oscuro, recondito motivo, L’Otello avverte l’insana necessità di controllare costantemente il vostro telefono (appena vi girate dall’altra parte), giocare al piccolo hacker col vostro account Facebook, chiedere a un amico di sorvegliarvi.

L’Otello sembra forte, ma ha una personalità molto debole: è facile manipolarlo e convincerlo del fatto che due più due faccia cinque, a scapito della vostra relazione (e della vostra salute mentale).

Ricordatemi se queste cose finiscono bene, ché ho un’amnesia temporanea.

jeremy-ions-as-humbert-humbert-humbert-humbert-30886915-627-350

Tipologia I – L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov)

Magari è amore a prima vista, ultima vista, eterna vista, ma lui vi sembra forse lievemente ossessionato dal suo primo amore pre-adolescenziale e non riesce proprio a smettere di parlarne?

Scappate.

anna-karenina-image02

Tipologia J : Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj)

Il Vronskij non è tipo da tirarsi indietro davanti a una sfida: quando si prefigge un obiettivo, niente può fermarlo. Quando vuole qualcosa, deve averla. Più è difficile ottenerla, più la vuole. Niente e nessuno (che sia un noioso marito burocrate, o una madre desiderosa di farlo sposare per soldi) possono distoglierlo dalla meta prefissa.

Il fatto che sia estremamente affascinante è innegabile: tuttavia, la sua esteriorità patinata spesso nasconde una personalità narcisistica e superficiale, interessante e profonda quanto i discorsi motivazionali delle candidate a Miss Italia.

Siete sicure di aver veramente trovato l’anima gemella, e di voler sacrificare tutto per lui?

Potete leggere questo post in Inglese qui.

a96f91eb9bcae5782ee7375a85ffda14

Versus