Diverso da chi? (un racconto breve)

Dal mio punto di vista sembra tutto grande.
Forse perchè la mia casa segreta è costruita sotto il grande tavolo di legno scuro del salotto. Ho tanti rifugi segreti – uno l’ho costruito sotto un vecchio stendipanni nella stanza che mamma, o meglio Ana, la signora che aiuta la mamma a pulire e cucinare, usa come lavanderia. L’ho ricoperto di vecchi asciugamani e il tetto l’ho ricavato da un lenzuolo strappato. Mi rifugio lì sotto ogni volta che voglio riflettere su qualcosa che è successo e non riesco a capire, o disegnare, o scrivere il mio diario.
Ma non mi sono ancora presentato, e mamma dice che bisogna sempre presentarsi educatamente porgendo la mano, e non iniziare mai le frasi con “ma”, anche se io l’ho appena fatto…
Mi chiamo Leo e ho otto anni. A casa tutti mi chiamano Boo, perchè la mamma un giorno, sorridendo con gli occhi tristi, mi ha detto che le ricordo tanto uno dei personaggi del suo libro preferito – però devo copiare il libro dalla copertina, perchè è in Inglese e non lo so scrivere, anche se in Inglese so dire come mi chiamo, i numeri fino a trenta e i colori. Ecco, l’ho trovato: To Kill A Mockingbird di Harper Lee.
Comunque, questo Boo è un uomo proprio strano, nè giovane nè vecchio, che sta sempre chiuso in casa e non si fa mai vedere da nessuno – mamma dice che io faccio esattamente la stessa cosa quando mi nascondo per ore nelle mie case segrete.
Quando le ho chiesto perchè Boo si nasconde, mi ha risposto che lui preferisce il suo mondo al mondo esterno, con tutte le ingiustizie, la cattiveria e l’ignoranza delle persone – non tutte ma alcune, molte forse.
Probabilmente in parte questo è il motivo per cui mi nascondo: non capisco il mondo che mi circonda, e non sono sicuro che mi piaccia.
La mia casa ha tutti mobili di legno scuro. A mia madre piace tenere le tende chiuse, così non c’è mai molta luce, “la polvere non si vede e i mobili non si rovinano”, dice. A me il buio non piace: anche la notte dormo con la mia lampada magica, che riflette sul soffitto e sulle pareti stelle e pianeti, che mi fanno compagnia.
A casa mia c’è sempre tanto silenzio. Ho una sorella, Aurora. Lei è più grande di me ma sembra sempre più piccola. Io non ci posso mai giocare.
Una sera mamma e papà parlavano e non si sono accorti che ero nella mia casa sotto il tavolo a giocare con il Lego, coperto dalla lunga tovaglia ricamata.
Mamma diceva a papà, piangendo, che forse era per colpa delle cure che aveva fatto perchè non riusciva ad avere bambini che Aurora era nata così. Papà diceva invece che non era vero, altrimenti poi non sarei nato io, che sono “normale”.
Mamma allora si è messa a piangere e ripeteva mi sento in colpa mi sento in colpa mi sento in colpa è colpa mia è colpa mia devo prestarle più attenzioni.
Papà lavora tutto il giorno, esce presto e torna tardi, sempre più tardi, nemmeno in tempo per la mia buonanotte. A volte lavora anche il fine settimana o parte per viaggi di lavoro. Devono essere viaggi strani, dove la gente non si diverte, con aerei e treni pieni di papà con l’abito scuro e il portatile con la mela mangiucchiata. Non come la crociera che ho fatto quand’ero più piccolo con i nonni, in cui io stavo tutto il giorno al miniclub, la nonna si abbronzava a bordo piscina e il nonno giocava a minigolf.
La mamma lavorava prima che Aurora nascesse. Non so bene cosa facesse, ma penso un lavoro importante. Una volta ho trovato una foto di lei tutta bella, elegante e truccata che parlava al microfono.
Ora sta tutto il giorno con Aurora. La porta alla sua scuola speciale e la va a prendere. Poi la porta da tanti dottori: una dottoressa che si chiama Lafisioterapista, anche se non so se è proprio il suo cognome; un’altra che l’aiuta a parlare meglio e si chiama la signora Logopedista.
Ana mi accompagna a scuola e mi viene a prendere, mi prepara la merenda, mi stira la divisa e controlla che faccia tutti i compiti.
Due volte a settimana viene miss Susan ad insegnarmi l’Inglese, e sono le mie ore preferite. Con lei mi diverto tanto perchè inventa sempre tanti giochi per farmi imparare le parole e mi racconta storie. Una volta abbiamo preparato insieme i cookies, dei biscotti grandi con le gocce di cioccolato. Abbiamo sporcato tutta la cucina, ma miss Susan non si è arrabbiata, anzi ha sorriso. Volevo dare un biscotto ad Aurora, ma mamma non ha voluto.
Una volta a settimana viene il Signor Verruca, anche se non è il suo vero nome. E’ il mio maestro di piano e, anche se suonare mi piace, lui non mi piace per niente, perchè ha l’alito cattivo e la faccia sempre severa. Non sorride mai, e quando si arrabbia con me perchè sbaglio o mi distraggo (gli insetti mi affascinano tantissimo) gli spunta una brutta ruga in mezzo alla fronte.
Per il resto, non posso invitare i miei compagni di scuola a casa. Comunque, non penso di piacergli granchè, perchè nessuno vuole mai sedersi vicino a me in classe, e ormai sono pochi quelli che mi invitano alle loro feste di compleanno.
Io non festeggio mai il mio. Quando frequentavo la prima elementare tutti mi invitavano, allora ho insistito tanto con mamma e papà perchè anch’io volevo una festa vera, con i cappellini di carta e i regali e la torta al cioccolato con le candeline e i sacchetti di caramelle per gli invitati.
Dopo tanti giorni in cui ho rifiutato di mangiare frutta e verdura e di leggere la sera prima di andare a letto, mio padre è crollato e ha convinto la mamma.
La casa era bellissima il giorno del mio compleanno, quasi come se si fosse vestita a festa anche lei: le tendine erano tirate su e decorate con coccarde, c’erano ovunque palloncini colorati e festoni col mio nome e il numero sette.
Quel giorno mamma mi ha permesso di stare senza occhiali e di scegliere insieme all’animatrice i giochi che mi piacevano di più. Anche Aurora indossava il suo vestito più bello e un fiocco rosa tra i lunghi capelli scuri.
Alla prima scampanellata il cuore mi è schizzato in gola e sono corso subito ad aprire. Uno ad uno i miei compagni di classe sono arrivati tutti. Abbiamo giocato, riso, ballato, rotto la pignatta, versato a terra la coca-cola, aperto i regali. Poi è arrivato il momento del taglio della torta e mamma ha portato anche Aurora per la foto. Appena l’ha vista, tutta nervosa che balbettava, Pietro, uno dei miei compagni di classe che mi prende sempre in giro per gli occhiali e per il mio taglio di capelli “anni sessanta”, si è messo a gridare: “Ma tua sorella è handicappata! Leo Quattrocchi ha una sorella handicappata! Handicappata! Handicappata!”. Questa parola sconosciuta, dal suono vagamente minaccioso, continuava a risuonarmi nelle orecchie. Aurora si è messa a gridare e, tutta tremante, si è coperta le orecchie con le mani e si è accasciata su se stessa, come fa sempre quando si spaventa o ci sono estranei. Mamma l’ha portata via tutta preocupata, l’animatrice ha iniziato un torneo di sciarade e la mia torta, la mia bellissima torta al cioccolato, col mio nome e coi miei anni, è rimasta tutta sola, lì, sul tavolo, sulla tovaglia bianca, quella buona, in salotto, dimenticata da tutti, con le candeline mai accese. E io non riuscivo a concentrarmi sul gioco: continuavo a pensare al suono di quella parola misteriosa e proibita – handicappata – e alla mia bellissima torta. Volevo che tutti tornassero di là, anche mamma e papà, e si dimenticassero per una volta di Aurora, e mi facessero spegnere le mie candeline. Volevo cancellare quel suono orribile, quella strana parola dal potere malefico – handicappata.

Quella sera, mamma e papà sono venuti in camera mia, con la faccia tutta seria, e mi hanno spiegato, abbassando la voce come se qualcuno ci potesse sentire – ma se non c’era nessuno! – che Aurora è “diversa”.
“Diversa come?” ho chiesto. “Diversa da chi?”
Mio padre si è stropicciato gli occhi e se n’è andato. Sembrava molto stanco, quasi sconfitto.
Mia madre mi ha spiegato che Aurora è nata con la sindrome di Down. Per questo sembra piccola come me, anche se ha quattordici anni. Per questo va alla sua scuola speciale. Per questo gli altri bambini la prendono in giro. Io mi sono messo a piangere, perchè non è vero, così gridavo, perchè Aurora è mia sorella ed è bellissima e speciale, perchè loro – lui e lei – devono lasciarla giocare con me di più, portarla fuori, all’aria aperta, farle venire le gote rosee. Farla sorridere.
Mia madre mi ha guardato con la faccia triste e mi ha dato la buonanotte.

Dal giorno del mio compleanno ho smesso di giocare con Pietro e con quasi tutti i bambini della mia classe. La mia unica amica è Simona, che si siede sempre con me e passa ogni ricreazione con me. A volte ci scambiamo la merenda, perchè sua madre le fa portare pane e Nutella, mentre la mia mi fa portare sempre e solo cose salutari e bio – anche se non so cosa significa – come le mini carote.

Simona ha i genitori divorziati, che significa che ha due case diverse e il doppio dei regali a Natale e al suo compleanno, ma significa anche che deve vivere quindici giorni nella casa della mamma e quindici in quella del papà, con la sua nuova moglie e il nuovo fratellino.
A volte Simona è molto triste, specie quando sta dal papà, perchè le manca la mamma. Pietro e gli altri dicono che è “strana”, è “diversa”, perchè a volte piange in classe e perchè sta tutto il tempo con me, che sono un quattrocchi, con una sorella handicappata, e parlo poco e non gioco mai a calcio.
Che sono “diverso”.

Ci chiamano Morticia e Gomez Fester, ma a me non importa, perchè un giorno forse la sposerò, così non dovrà più vivere in due case diverse, e Aurora potrà vivere con noi, e le compreremo un unicorno, e avrà una stanza con un arcobaleno dipinto sulla parete, e il suo parco giochi personale.

Così mamma potrà riposarsi un po’, perchè passa tutto il suo tempo con Aurora, che sembra sempre più piccola e nervosa. Mamma passa il pomeriggio a leggerle storie, a parlarle con quel tono di voce dolce che vorrei usasse con me, a farle ascoltare musica e spesso dorme anche con lei, perchè mio padre non torna quasi mai a casa. Nemmeno la notte.
L’altra notte mi sono alzato per andare a bere un bicchiere d’acqua e ho sentito mamma piangere, nella sua stanza, dietro la porta. Parlava al telefono, e diceva cose strane, frammentate tra i singhiozzi: “lei così giovane..ormai lui non può più nascondersi..l’hanno visto..li hanno visti..non torna più nemmeno a casa..lui e lei insieme..non pensa ad Aurora…povera figlia mia, sfortunata e dimenticata…”.
Mi sono chiesto perchè papà – perchè ho capito parlavano di papà, mica sono stupido – dovesse pensare solo ad Aurora e non a me.
Ora sono un po’ arrabbiato con mia madre, perchè sta sempre con lei, e tanto con mio padre, perchè avrà fatto qualche cosa di terribile per far piangere mamma e per non tornare mai.
Non sono venuti nemmeno alla mia recita di Natale, dove io facevo la renna e Simona la piccola aiutante di Babbo Natale. Nessuno dei due.
Ma ho Simona, e Ana, e Miss Susan, e i miei libri di avventure, con tutti i loro personaggi fantastici.

La mia maestra ha chiamato mia madre e le ha chiesto di parlare “della mia situazione”.
Io ho aspettato fuori dalla stanza dei professori.
Le ha chiesto se mi stesse succedendo qualcosa in questo periodo, se avessi qualche problema, perchè, anche se a scuola sono sempre sono sempre molto bravo, ultimamente sono troppo distratto, silenzioso, assente, triste. La maestra ha detto: “E’ sempre stato un bambino particolare…ma ultimamente è ancora più silenzioso e assente. E’ un caro bambino, ma è pur sempre un bambino speciale…un bambino diverso”.
Mi sono allontanato, perchè non volevo sentire la risposta di mamma, e perchè in quel momento ho capito che l’opinione dei bambini, per quel che vale, sta meglio relegata nelle case immaginarie, sotto il tavolo del salotto o sotto lo stendino della biancheria, in ogni caso ben nascosta, perchè nessuno la percepisca. Perchè nessuno si accorga che ci sia.

E ho pensato: Aurora è diversa. Simona è diversa. La sua famiglia è diversa. Io sono diverso. Ma siamo diversi da chi? E chi è normale?

Guest post: Spazio piano, Martin Esposito

La vita disegna geometrie strane, agli angoli piu’ nascosti delle quali, se si e’ fortunati, si riescono a incontrare belle persone. Che magari vedi una volta sola ma continui a sentire tutta la vita. Che magari riesci a rivedere a intervalli di lustri, tra scali e fusi orari, e la conversazione riprende come se non fosse stata mai interrotta. Forse non si tratta di “amicizia” nel senso letterale del termine, ma sicuramente di celesti corrispondenze, di sinergie tra “anime belle”.

Oggi il mio spazio virtuale ospita una di queste persone, frutto di incontri fortuiti, tra l’altro nello scenario del mio luogo dell’anima, Londra: Martin Esposito, bilingue, interprete e traduttore, poeta, blogger a heartbeat in the city (http://bigcitymartin.blogspot.be/).

L’ordine degli attributi non e’ casuale: bilingue, perche’ credo la breve storia qui riportata illustri la sua condizione di individuo “diviso” tra Nord e Sud, tra Albione e la terra del sole. Una divisione che in realta’, piu’ che confondere il senso di individualita’ e di appartenenza, lo arricchisce.
Interprete e traduttore, perche’ l’ho conosciuto in questa capacita’, in tempi piu’ leggeri quando anch’io speravo di inseguire il mio amore per le lingue e le parole.
Poeta, una veste in cui l’ho conosciuto solo recentemente. Sul suo blog e’ a disposizione la sua raccolta Twelve Haiku. Per darvi un assaggio, vi riporto di seguito i miei preferiti…

Desireless (a lover’s haiku)

caught in the last light

I can just make out her steps

through late winter snow

Sunset (a haiku for letting go)

once more she has been

temporarily in love

with afternoon skies



Vi lascio ora alla lettura di questo breve racconto, un frammento di memoria, un briciolo di un’infanzia a fare da ponte tra due culture,

          Spazio piano

Nei paesi del nord Europa, fin dalla mia infanzia ogni coperto a pranzo e a cena (e anche al mattino) veniva contrassegnato da una piccola tovaglietta rettangolare, all’americana, di plastica o sughero. Veloce e sempre pronta all’uso, segnava il posto, rallegrava la tavola con i suoi disegni e colori, in genrere arabeschi con alberi o uccelli. Si puliva efficacemente con un panno umido. Vi si consumavano veloci merende, colazioni certamente non latine, pasti fatti di pietanze già sporzionate, biscottini, pane tostato. Accanto si poggiava il sottobicchiere, rigorosamente coordinato. Geometrico, logico, ergonomico.


Negli stessi anni, le tavole del Mediterraneo si presentavano ai commensali velate di grandi tovaglie in tessuto, povere. La tradizione le vuole a quadretti. Esse univano le grandi famiglie lasciando spazio al centro per il piatto da portata e soprattutto per il pane. Utilizzandola all’aperto sul terrazzo della casa al mare o alla vigna volava via, si sporcava, veniva tirata dai gomiti meno leggeri e dai bambini. Inevitabilmente si macchiava di vino. Alla fine del pranzo la si scrollava sommariamente, col pretesto della pulizia, ma con la consapevolezza che fosse bandiera, il segnalare a chi ci circonda per via che anche oggi si è mangiato, e col cuore rapito dall’imprescindibile superstizione la quale prescrive che non manchi omaggio e nutrimento anche all’amica terra. Che aveva accolto nel suo abbraccio le poche ore di riposo dalla fatica della nostra esistenza.


E la nostra esistenza, nonostante i tempi, non è mai cosa soltanto pratica.

Soledad (racconto breve)

“C’è una candela nel tuo cuore, pronta per essere accesa.
C’è un vuoto nella tua anima, pronto per essere riempito.
Lo senti, o no?”

Rumi

Il mio nome è Soledad. In spagnolo significa solitudine.
Mi chiamo così perché mia madre è ispano-americana, e perché sono nata con una maledizione cucita addosso: sarò sempre sola.
Non sarò mai madre nè moglie, a meno di non voler soffrire tutta la vita. Non sarò neanche semplicemente la donna di qualcuno. Tutti gli uomini che amerò se ne andranno sempre via da me, nel momento esatto in cui avrò iniziato ad amarli e ad avere bisogno di loro.
La mia è una famiglia matriarcale, e questa sorta di maledizione si tramanda di donna in donna. Forse, come sostiene mi abuela, se mamá avesse pregato di più perchè io fossi un maschio e non una femmina, o se non si fosse sposata con quel gringo da quattro soldi di mio padre, come lo chiama abuela, il mio destino sarebbe stato diverso.
Per ora sono condannata ad ereditare il passato della mia famiglia: mi bisabuela morta di parto, mi abuela, giovanissima vedova, mamá abbandonata per una gringa molto più giovane di lei e morta di crepacuore.
La cosa peggiore è che sono molto bella, o almeno così sostiene abuela. Ma io cammino sempre per strada con la testa bassa, e penso solo ai miei studi di medicina. Così potrò essere una donna forte ed indipendente, lasciarmi alle spalle questa terra rossa, arida, bruciata dal sole e, forse, chiudere per sempre questo circolo crudele, una volta per tutte, un giorno.
Soprattutto, lasciarmi alle spalle Esteban.
Esteban studia alla facoltà di Filosofia della mia università. È alto e abbronzato, e mi guarda sempre a lungo, senza parlare, coi suoi occhi liquidi d’ambra, da gatto, quasi gialli, che mi fanno sudare freddo anche quando ci sono quaranta gradi.

Esteban ha le mani allungate, da pianista, e le unghie piccole, rotonde, pulite, da bambino. Da qualcuno che non ha mai lavorato questa terra rossa, che si infila nella pelle, nei polmoni, nel naso. nel cuore.
Esteban profuma di mandorle amare. Il suo odore mi fa girare la testa, se mi viene troppo vicino.
Esteban mi guarda sempre da sotto le sue ciglia lunghe, con muto e rispettoso stupore.
Ma il suo sguardo non mi scioglie le ginocchia e non mi fa battere il cuore. Il suo sguardo scorre nelle mie vene come un fiume d’orrore, mi fa gelare il sangue, mi ottenebra la mente col suo profumo e con la consapevolezza che con lui sarei dannata, dannata, dannata, condannata ad una vita di delirio, crepacuore e lacrime, condannata al destino più antico del mondo che rimane il peggiore destino per una donna: perdere tutto per non ritrovarlo mai più, perdere me stessa e spegnermi in un lento stillicidio.
Abuela me l’aveva predetto, così come mi aveva avvertita di non avvicinarmi a quella facoltà maledetta, piena di gringos dagli occhi liquidi che fanno tremare le gambe come le foglie del nostro brevissimo autunno.
Ma io non sono abuela e non sono nemmeno mia madre, di cui resta solo una foto sul comodino della nonna. Da lì mi ammonisce ogni giorno, col suo sguardo giovane e innocente perso nel vuoto, quel mezzo sorriso che non arriva agli occhi, quegli occhi persi nel suo viso di bimba, fissati per sempre nell’espressione stupefatta di chi non ha compreso la sua vita, e il suo destino, e li ha accettati passivamente, lasciandosi morire di inerzia.
No, io non sono e non sarò mai così: io mi sono spezzata il cuore da sola, giorno dopo giorno, fin da quando ero piccola, per non provare più dolore.
Un esercizio lento, costante, ma inesorabile ed ineluttabile.
Ora studierò medicina, diventerò cardiologa e curerò i cuori degli altri perchè non sono riuscita a salvare il mio. Ma salverò la mia vita dal dolore e non affogherò in quegli occhi liquidi. Andrò lontano, lontano da lui, lontano da questa terra maledetta, cotta dal sole, da questa terra di polvere rossa, da questa terra di scarafaggi e iguane, da questa terra senza futuro, senza speranza, da questa terra di stracci e di povertà.
Vivrò in una grande città, in un appartamento bianco, pulito, asettico, senza macchie, in un appartamento disinfettato e disinfestato dagli spiriti e dal dolore, in un appartamento in cui entrare senza scarpe e lasciare la polvere e lo sporco sul tappetino d’ingresso (non mi libererò mai da quella polvere rossa, me la porterò dietro per sempre, lo so, a ricordarmi chi sono).
Un appartamento anestetizzato, senza sentimenti, dove bere ogni giorno tisane di cicuta e dormire lunghi sonni senza sogni, senza incubi, senza chupacabras che minacciano di succhiare la mia anima, senza occhi liquidi e torbidi come pantani in cui rischiare di affogare.

Il mio primo e-book (ovvero da grande volevo fare la scrittrice)

C’era una volta, nemmeno tantissimo tempo fa, una ragazzina timida e abbastanza chiusa, di quelle con gli occhialoni rotondi e le codine cicciotte, tanto per intenderci.
Viveva in un mondo tutto suo, sempre con la testa per aria, convinta che la realtà non fosse quella che si vede, ma quella che si crede, e che sui libri si potesse sempre fare affidamento. Perchè non ti deludono mai. Non ti lasciano mai sola. Non ti prendono in giro o ti ostracizzano perchè sei “diversa”, perchè a saltare l’elastico o a giocare con la corda e l’hoola-hop preferisci allestire piccoli spettacoli teatrali, come in Piccole Donne della Alcott, libro che la ragazzina tanto amava.
C’era una volta una ragazzina che sognava di diventare scrittrice e, ogni volta che si sentiva strana, o triste, o sola, o scoraggiata, o particolarmente euforica, riempiva pagine e pagine di diari.
E poi delle sue prime poesie. E poi della sue prime storie.
E in quelle pagine ancora oggi vede scorrere tutto il suo mondo, dalle crisi adolescenziali e familiari alle prime cotte, dai primi amori alle prime delusioni amorose, dai primi temi ai primi esami. Dal primo curriculum all’ultima lettera di rifiuto.

Tutto questo per dire, in maniera contorta come sempre, che è difficile avere un sogno. E’ difficile coltivarlo, quando il mondo ti insegna giorno per giorno a diventare miscredente, sussurrandoti all’orecchio che non ce la puoi fare, che non ce la farai, che non sei l’eccezione ma la regola, che sei solo una tra tanti, che se uno su mille ce la fa tu fai parte degli altri novecentonovantanove.
E’difficile continuare ad allevare un sogno quando la vita ti cambia, ti marchia a fuoco, ti fa invecchiare precocemente, ti fa chiudere nel dimenticatoio quei progetti per cui ti eri preparata con tanta cura, quelle speranze che avevi coltivato con tanto amore.

Ma continui a scrivere. Continui a confessare alla carta (o allo schermo) quelle cose che non oseresti mai dire a nessuno. E scrivi quando sei felice, scrivi quando sei triste, scrivi in quelle nuits blanches che sembrano non voler finire mai. Scrivi aspettando l’alba. Scrivi in lutto per la perdita di un amore. Scrivi perchè (Pereira docet) in fin dei conti continuare a frequentare il passato è molto più facile che vivere il presente e aprirsi al futuro, lasciarsi andare. Scrivi perchè a volte il passato fa male, e ce n’è così tanto, di quel passato, che non riesci proprio a lasciarlo andare.
Scrivi per dimenticare. Scrivi perchè hai paura di non ricordare. Scrivi per fissare nero su bianco quei tratti, quelle mani, quel profumo, quella voce che il tempo si porta via con sè, oltre lo specchio, nelle nebbie dell’oblio.

Scrivi anche quando ti rendi conto che non basta voler fare la scrittrice: ci devi nascere, con la scrittura nel sangue, nella mente. Tatuata nel cuore.

Ma anche questa consapevolezza non basta a fermarti. E continui a scrivere.

Continui a scrivere perchè non puoi non farlo, perchè scrivere è obbedire a un dettame della tua coscienza e, come la pioggia d’estate di Levin, ti lascia pulita. Purificata.
Anche quando quello che resta sono solo le parole.

Tutta questa lunga premessa per annunciarvi (che verbo solenne!) che da ieri potete trovare online il mio primo e-book, pubblicato da Errant Editions: La ragazza del bar di Cuba, una trilogia, al modico prezzo di un euro (lo trovate qui).

Per saperne di più, vi rimando al sito di Errant Editions Small Digital Publisher, che ha recentemente lanciato una coraggiosa ed appassionante iniziativa volta alla pubblicazione in formato digitale di storie brevi scritte da autori esordienti. La mia trilogia inaugura appunto la serie Inaspettati/Unexpected Passions. I racconti brevi che parlano d’amore (per saperne di più leggete qui),

Colgo l’occasione per ringraziare Francesca, Coralie e gli altri editori erranti per aver realizzato uno dei più grandi desideri di quella bambina.

E, come sempre, ringrazio tutti coloro che vorrano passare da queste parti a lasciare le loro impressions.

Ophelinha P.

Credevo fosse amore,invece era esaurimento nervoso (racconto breve)

Dal film “Revolutionary Road”

È una sera come tante.
Lui torna a casa del lavoro, stanco, con l’aria sfatta, la cravatta allentata, l’aria colpevole e confusa.
Lei lo aspetta per cena. I bambini sono già a letto.
Dalla cucina si sprigiona un odorino delizioso e la casa è pulita e ordinata come sempre. Lei è stata dal parrucchiere e si è fatta la messa in piega. La tavola è perfettamente apparecchiata, le tovagliette perfettamente allineate, i bicchieri perfettamente simmetrici, riempiti di vino rosso esattamente a metà.
Lui posa la ventiquattr’ore e va a lavarsi le mani. Si siede.
“Non bevo più vino rosso”.
“E da quando?” domanda lei, sorridendo del suo sorriso indulgente, mentre porta in tavola l’arrosto e le verdure.
“Da mesi bevo solo vino bianco. Petit Chablis, preferibilmente”.
“Posso chiederti come mai?”
“Perchè ho conosciuto qualcuno..qualcuno che beve solo vino bianco…e mi sono innamorato di lei. Non per il vino, si intende. Non è certo così che volevo cominciare questa conversazione”.
Si passa una mano tra i capelli, nervoso. Lei lo guarda, imperturbabile. E aspetta.
“Sono mesi che vorrei parlartene..ma non trovo mai il momento giusto, o le parole giuste..e comunque, volevo essere sicuro dei miei sentimenti, sicuro di quello che proviamo – io e lei, intendo…Mi spezza il cuore ferire te e i bambini, so che è un clichè ma credimi è l’ultima cosa che vorrei…È che lei è..diversa, piena di luce e di ombre, ma soprattutto di luce..piena di entusiasmo, così piena di vita da costringermi a sentirmi vivo, da tirare fuori la parte migliore di me, quella che pensavo non esistesse più…Con lei mi sento un adolescente innamorato, tutti i giorni, e vedo il mondo attraverso i suoi occhi..e ho voglia di guardarla addormentare, e di svegliarmi con lei..di farle visitare i posti che ho amato, di costruire qualcosa con lei, avere una figlia che abbia i suoi occhi, la sua curiosità, la sua sete di vita…
So che tutto questo non ti interesserà..quello che cercavo di dirti, arrampicandomi sugli specchi, è…io me ne vado”.
Lui si appoggia alla spalliera della sedia, pallido, sfinito, e si passa una mano sugli occhi.
Lei, lentamente, sposta la sedia e si alza, sempre più lentamente. Si avvicina a lui e gli massaggia le spalle.
“Povero caro…sei tanto stressato..e tanto, tanto stanco…si tratta evidentemente di un esaurimento nervoso…ma non devi preoccuparti di niente…mi occuperò io di tutto, come sempre…intanto vado a scaldarti l’arrosto, che si è raffreddato…e domani contatto un analista che conosco…è davvero in gamba, ha fatto miracoli per una delle mie colleghe…intanto bevi un sorso di vino, e rilassati…non pensarci più…non serve a nulla”.

Mentre lei si allontana, lui si sente improvvisamente rassegnato, e stanchissimo…e i suoi pensieri vanno a letture di marqueziana memoria, in cui l’amore non ricambiato, contrastato o infelice veniva paragonato all’odore di mandorle amare, al suicidio per cianuro…o alla possessione demoniaca..o ai sintomi del colera…ma mai, proprio mai era stato scambiato per i sintomi di un esaurimento nervoso.

Dal film “Ricordati di me” (Muccino)

In a sentimental mood (racconto breve)

Sophie Blackall, from Mixed Connections. Lost and Found.

 

Lui e lei sono in macchina. È una mattina piovosa e grigia, benché la primavera sia iniziata ormai da un pezzo.  Si è appena affacciato un timido e pallido raggio di sole.

 

Lui è nervoso, odia guidare durante l’ora di punta, in mezzo al traffico. Lei ha i piedi per terra e la testa per aria, assorta in chissà quali pensieri, che non vuole rivelare, in quanto non rilevanti ai fini di questa storia. O forse si, dopotutto.

 

La radio in sottofondo trasmette le ultime notizie. Lei con fare distratto ed assente cambia e la sintonizza su una stazione jazz.  Partono le note, intense e malinconiche, di In a sentimental mood, cantata da Sarah Vaughan. Lei si gira e guarda fuori dal finestrino, canticchiando sottovoce, sempre con fare distratto, ma stavolta dolcemente assente, e con l’aria vagamente sognante.

 

Arrivano ad un semaforo rosso e si fermano davanti alle strisce pedonali. Lì, sul marciapiede, in attesa di attraversare, c’è un uomo, o forse un ragazzo, sembra davvero giovane, con un lungo ciuffo castano dai riflessi ramati che gli ricade sugli occhi scuri. Guarda la giovane donna dentro la macchina e il tempo sembra fermarsi. Rimane fermo lì, sul marciapiede, come inebetito. Continua a guardarla.

 

 

La scena prosegue al rallentatore: Lei scende dalla macchine, le guance arrossate, il trench blu piegato sul braccio, bellissima sotto il sole pallido, o almeno così sembra a lui. Raggiunge il marciapiede con uno sguardo imbarazzato, con un timido sorriso. Si guardano. Le cade il trench. Lui glielo raccoglie. E le sorride, di un sorriso familiare, perché lui in quel primo sguardo ha ritrovato antiche sintonie che credeva dimenticate, una musica ascoltata da bambino e dimenticata da tempo, odori, colori e sapori che si sono mescolati e mille e poi altri mille e mille ancora ma rimarranno sempre lì, unici ed inconfondibili, per poi venire di nuovo a galla quando il momento è quello appropriato, è quello giusto, in quelle incomprensibili geometrie disegnate dalla vita. Inizia uno scambio di battute zoppicanti, un gioco di sguardi, di sospiri trattenuti. La ragazza mormora di avere proprio voglia di un cappuccino e di una cupcake, lì vicino c’è proprio la sua pasticceria preferita, e adora le cupcakes alla violetta. Lui la segue, e in quel momento, nel momento, realizza – cosa sdolcinata e scontata – che la seguirebbe sempre, ovunque.

 

 

Cosa l’ha spinta a scendere da quella macchina, in quel momento, nel momento?

 

La somma di tanti momenti.

 

Una riunione interminabile nel corso della quale si era resa conto di non essere minimamente interessata a nessuno degli argomenti all’ordine del giorno, e aveva smesso di prendere appunti, e si era guardata attorno, stupita, assorbendo le luci che si riflettevano sulla scrivania circolare di legno chiaro, quasi biondo, il grigiore dell’abbigliamento e delle facce che la circondavano, e si era chiesta, attonita, quasi inebetita: ma io, cosa ci faccio qui? Non dovrei fare qualcosa che amo, che mi faccia sentire viva? Non dovrei lottare, sforzarmi di seguire le mie inclinazioni e le mie passioni, prima che sia troppo tardi, prima che soccomba del tutto a questa routine meccanica, senza colori, senz’anima? Non mi sarò arresa troppo presto, rassegnandomi al suono della sveglia, odiando ogni mattinata in ufficio, vivendo in attesa del fine settimana?

 

 

Una passeggiata in un pomeriggio stranamente assolato, in cui si era fermata davanti alla vetrina di un’agenzia di viaggi e si era messa a viaggiare con la fantasia.

 

 

Una giornata passata a leggere in un parco, da sola, in cui si era ritrovata con le lacrime agli occhi ad osservare una giovane donna, un uomo e un bambino che giocavano a nascondino. Ogni volta che la conta toccava al bambino, la coppia si nascondeva sempre dietro lo stesso albero, per farsi trovare facilmente, e i due approfittavano dell’occasione per un rapido abbraccio, un bacio furtivo.

 

 

Una sera, come tante altre. Lei che torna a casa, stanca. Sfiduciata. Lui al computer, che solleva appena gli occhi e mormora un veloce saluto. Quel letto diventato troppo grande per due nel quale si sente sempre più sola.

 

 

Tutto questo non importa. L’importante è che ora lei sia lì, seduta ad un tavolino di ferro battuto, con labbro sporco di glassa violetta, con lui che la guarda negli occhi e immagina di guardarla ancora così, dieci anni dopo, magari attorno all’albero di Natale coi loro figli che scartano i regali; o in spiaggia d’estate, con i bambini che schizzano loro acqua fresca e salata mentre giocano con paletta e secchiello; o ancora, in posa dietro una torta di compleanno, rosa o azzurra, poco importa…

 

Tutto questo lui immagina, e immagina anche di raccontare ai loro bambini di quel lontano pomeriggio grigio, di quel semaforo rosso, di quella cupcake alla violetta, di quell’incontro fortuito che era in realtà dietro l’angolo da sempre, in attesa, e si era tradotto in una vita insieme, in una famiglia, in infinite fotografie, in viaggi, in compleanni, in anniversari, in lacrime e sorrisi, in liti appassionate sorte per i motivi più ridicoli, in piatti rotti, in momenti difficili, in infinite volte in cui uno dei due o entrambi avrebbero voluto gettare la spugna, in colazioni a letto, nella volontà ferma ed indissolubile di stare insieme nonostante tutto, nella consapevolezza di essere una squadra e di aver costruito qualcosa, insieme.

 

Il semaforo diventa verde. Il ragazzo attraversa, all’ultimo momento, lentamente, e si ferma dall’altra parte della strada, continuando ad osservare lei, nella macchina, che si allontana, e lui che la porta via

 

Lui accelera, sollevato. La radio trasmette Strangers in the Night cantata da Sinatra.

 

Lei si gira e gli chiede: “Quel ragazzo..continuava a fissarmi..perché mi guardava così? Aveva qualcosa di familiare, ma non riesco a ricordarmi dove l’ho visto..a pensarci bene, credo di non averlo mai nemmeno incontrato..e poi continuava a guardarmi in modo così strano..come se volesse leggermi dentro…”

 

Lui ridacchia: “Sarà un altro dei tuoi spasimanti”. Una punta di gelosia, malcelata dal sarcasmo e dal tono indifferente.

 

“Ti ripeto, non credo di averlo mai incontrato prima”.

 

“Si sarà trattato di colpo di fulmine, di amore a prima vista allora”.

 

“Smettila di ridere! E poi, l’amore a prima vista non esiste…”

 

Infastidita dal suo atteggiamento, lei, sempre con fare distratto, riprende a guardare fuori dal finestrino, verso un punto lontano, con gli occhi che le brillano di una luce indefinita, e, stavolta, con l’aria sognante.

 

 

Something in your eyes was so inviting
Something in you smile was so exciting
Something in my heart told me I must have you
Soundtrack:

Buon compleanno a tutti i fusi orari (racconto breve)

I’ve come to wish you an unhappy birthday
I’ve come to wish you an unhappy birthday
Because you’re evil
And you lie

Loved and lost
and some may say:
“When usually it’s Nothing
Surely you’re happy
It should be this way?”
I say. “No”
And then I shot myself
So drink, drink, drink
And be ill tonight
From the one you left behind

Unhappy Birthday, The Smiths 

 

Non so che ora siano da te.
I fusi orari sono una cosa strana: dividono le persone geograficamente, tracciano linee del tempo invisibili ed intangibili e le allontanano ancora di più..perché non c’è più quella sorta di comunanza di gesti che avvicina le persone anche quando sono lontane.
C’era un tempo in cui potevo sentirti più vicino, perché quantomeno a dividerci erano solo un canale e un’ora.
Ora a dividerci ci sono oceani e costellazioni, lingue su lingue, una strana timidezza che nasce dal non potersi più immaginare come ci si era conosciuti, lì dove ci si era conosciuti.
C’era un tempo di routine costruite, reali ed immaginate, attraverso le quali potevo ritrovarti durante giornate grigie e vuote.
Il tempo gioca strani scherzi alla memoria. Il tuo volto, che in alcuni momenti mi sembra vicinissimo, in altri mi sembra di non ricordarlo neppure, lontano come uno specchio, perso dietro uno specchio, liquido, sott’acqua.
Quei tratti che mi erano così cari, che avrei potuto ripercorrere con la punta delle dita a memoria, ora assumono forme e colori di un quadro cubista.
La tua voce – a volte distante, spesso sarcastica, ma che in quei giorni aveva note e accenti che io sola potevo percepire, perché erano per me, perché  erano mie – ora giunge alle mie orecchie come un’eco. Distratta. Assente.

Anche il cuore ha i suoi fusi orari. Ha i suoi momenti, e le sue stagioni, le sue albe e i suoi tramonti.
È difficile pensare di riuscire a tagliare quella connessione invisibile fatta di parole mai dette, di cose mai fatte, quantomeno non insieme. Di un addio mai esplicitato, mai consumato.
Se. Se fossimo stati più coraggiosi. Se non avessimo lasciato, passivamente, che le cose seguissero il loro corso. Se ci fossimo imposti, se fossimo stati più risoluti, se la nostra volontà di essere insieme avesse superato la tempistica, la geografia, il buonsenso, i pettegolezzi dei benpensanti.
Se fossi stata più bella, più dolce, più forte…se fossi stata come tu mi volevi, forse non mi avresti lasciata andare. O forse ero quello che volevi, o anche se lo fossi stata mi avresti lasciata andare comunque.
Forse da te adesso è notte. Se i fusi orari ci fossero stati propizi, domani mattina sarei stata lì con te, e quello che voglio scriverti te l’avrei detto di persona. Ma probabilmente la realtà è che tu non pensi nemmeno più a quello che è stato, a quello che non è stato, a quello che avrebbe potuto essere, ben contento dei fusi orari che ti permettono ogni volta di stabilire distanza, e di creare barriere.
Nonostante tutto, sono qui, ad augurarti buon compleanno. Forse, quando domani, ancora inebriato di sonno, aprirai la tua casella di posta e intravederai il mio indirizzo sarai sorpreso. Stropiccerai gli occhi e leggerai l’oggetto, e stavolta sarai ancor più sorpreso del fatto che, dopo tanti anni, mi ricordi ancora questa data. I tuoi occhi scivoleranno sul contenuto, come un tempo scivolavano su me.
Spero che, ad un certo punto, il pungiglione della nostalgia ti faccia rabbribidire, e ti lasci in bocca un sapore dolceamaro. Il mio.
Buon compleanno, a te e a tutti i fusi orari tra di noi.

La ragazza del bar di Cuba. Un racconto breve

                                                                     Para o meu Nininho
                                                                     musa custosque mentis et cordis mei

La ragazza del bar di Cuba ha lunghi capelli sciolti, schiariti dal sole, e piedi perennemente scalzi. Veste sempre di giallo, perché è il colore che indossava la prima volta che ha incontrato Lui.
Lui sa che è il suo colore preferito, ed è per questo che lei lo aspetta sempre vestita di giallo per essere pronta ad accoglierlo quando arriverà.

Perché Lui arriverà, gliel’ha promesso, ed arriverà per mare, è ovvio, perché ama l’amore dei marinai, che seminano promesse e vanno via.
Per questo lei lo aspetta lì, nel suo chioschetto sulla spiaggia, seduta sul suo alto sgabello, la lunga schiena scoperta ed abbronzata, e scruta il mare coi suoi occhi autunnali.

La ragazza aveva una vita, o perlomeno una sorta di esistenza. Aveva un lavoro – anche se non lo amava. Aveva un piccolo appartamento pieno di piante – che puntualmente riusciva a far morire – e di girasoli. Aveva un gatto, qualche amico, un gruppo di lettura, un corso di flamenco da seguire.

Fino a quella sera.
Fino alla sera in cui improvvisamente si era resa conto di non avere più niente. Fino alla sera in cui ogni cosa aveva smesso di avere senso.

Perché aveva conosciuto Lui, in una sala piena di gente. Ebbra di rumore, si era persa in un lungo gioco di sguardi liquidi. Galeotto lo champagne, si era dimenticata un guanto, e se n’era accorta solo dopo aver camminato a lungo nella gelida notte londinese.

Da quel giorno la ragazza aveva cercato accuratamente di perdere ogni giorno qualcosa, per essere sicura di rivederlo, mentre in realtà l’unica cosa che perdeva era ogni volta un pezzetto di se stessa.

Fino alla sera in cui l’aveva rivisto, ancora una volta in una sala piena di gente, chiacchiere e musica, odori e profumi, e aveva intercettato, con la coda dell’occhio, il suo sguardo. Il rumore era cessato, la musica si era attutita, tutti erano diventati statue di pietra in una frazione di secondo. C’erano Lui, e lei.

Ogni cosa aveva di nuovo un senso.

La ragazza del bar di Cuba ha tanti capelli, lunghi, e mossi, e ribelli. Ogni riccio un capriccio, scherzava Lui. Porta sempre un fiore rosso tra i suoi ricci, per essere visibile anche da lontano.
Attira lo sguardo di molti passanti, che si voltano con ammirazione, accarezzandola con gli occhi.
Lei è sempre indifferente: i suoi occhi di foglia non hanno luce, mentre serve pescado y mariscos, ma un’indifferenza che taglia come una lama. I suoi occhi sembrano pozze d’acqua perfettamente immobili, nelle quali si specchia il fogliame autunnale in una giornata di nebbia, senza luce, senza nemmeno la speranza di un raggio di sole. Un giorno quegli occhi si illumineranno ancora, di quella luce speciale che la illuminerà dall’interni, come quella sera – la sera in cui tutto aveva trovato di nuovo un senso. In cui Lui l’aveva presa per mano e avevano bevuto vino bianco ghiacciato e, come nella canzone di Dalla, Lui aveva cercato la bottiglia per cercare di contare i suoi capelli, per poi prenderla per mano e volare sopra i tetti e perdersi in Lei, nell’immensità liquida dei suoi grandi occhi luminosi.

Ogni mattina, all’alba, la ragazza del bar di Cuba siede lì, nel suo chioschetto sulla spiaggia bianca, e guarda il mare. I suoi grandi occhi assenti color foglia morta sono pozzi senza fondo, che prendono vita e si aguzzano solo quando scruta l’orizzonte, quando intravede una vela bianca in lontananza, quando raccoglie una bottiglia tra i flutti sperando di trovarvi un messaggio, destinato solo a lei.
Ogni sera, al tramonto, raccoglie le sue cose e se ne va, un po’ più sconfitta. Nessuno sa dove vada. Nessuno sa dove viva.
Molti pensano che sia pazza. Molti ridono di lei, ma lo fanno sotto i baffi, I bambini la deridono, la chiamano la testa matta, la mina vagante. Gli adulti invece non ne hanno il coraggio, soggiogati da uno strano rispetto per l’aura che la circonda, per quella strana e surreale bellezza. Che, se da una parte attira gli sguardi come un magnete, dall’altra la protegge come un’invisibile corazza. Lei non si cura di niente, non si accorge delle occhiate, che le scivolano addosso come pioggia su tela cerata. Aspetta, semplicemente.

Lui le ha detto che sarebbe arrivato. E’ stato tanto tempo fa, è vero. Ma ha promesso.
Non potevano vivere insieme. Non quando si erano conosciuti, non dove si erano amati.
Era stato lui ad escogitare quella soluzione. Un posto lontano, un luogo isolato, poco frequentato, vicino al mare, dove la ragazza l’avrebbe aspettato, e lui un giorno l’avrebbe raggiunta.
E lei aveva lasciato tutto in un attimo, senza neanche pensarci su, perché l’idea di perderlo per sempre le risultava insopportabile. Perché l’idea di vivere senza di lui era inconcepibile. Ed era partita.

Ora si è liberata del pallore cittadino, delle occhiaie, della messa in piega, e aspetta. Aspetta e continuerà ad aspettare, fino a quando al tempo già passato si sommerà altro tempo e poi ancora altro tempo. E quando le ore saranno diventati giorni che saranno diventati mesi che saranno diventati anni, e tutto sarà diventato troppo, lei sparirà.

Si dissolverà, semplicemente, come la sirenetta di Andersen, portando con sé il suo chioschetto, l’acqua trasparente e la spiaggia bianca, perché la ragazza del bar di Cuba esiste solo in quanto Lui esiste, è un’emanazione, una rappresentazione della parte migliore di Lui e lei insieme.
Il cuore della ragazza smetterà di battere nel momento esatto in cui lui smetterà di sognare di poterla raggiungere, un giorno.

Ragazza triste, Vito Labianca

Notte prima degli esami (racconto breve)

risingsun.jpg

 

“Quindi lo specchio era veramente rotto? Era stato distrutto dalle bombe?” mi chiede Elisa, occhioni azzurri sgranati, mentre sotto il tavolo scrive un sms sperando che non me ne accorga.

 

“Ma no, Elisa, lo specchio non era veramente rotto. È una metafora. L’uomo del dopoguerra ha perso la sua identità, si guarda allo specchio e non si riconosce. Per questo ti ho detto di immaginarlo che si guarda ad uno specchio rotto in tanti pezzetti, che simboleggia la frammentazione della sua identità. Uno, nessuno e centomila. Capito adesso?”

 

La guardo, Elisa, che si avvolge un boccolo biondo intorno all’indice e sorride allo schermo del suo telefonino rosa. Le do ripetizioni dall’inizio dell’anno scolastico. Frequenta il terzo anno del liceo classico, è carina, adorabile e con la testa perennemente tra le nuvole. Domani inizia gli esami di maturità.

 

“Sei preoccupata, Elisa?” le chiedo. Solleva un attimo lo sguardo dal telefono e risponde: “Spaventata, un pochino. Vorrei soltanto che finissero presto, mi aspetta l’estate, il viaggio in Spagna con le mie compagne di classe, e poi la liberta! Andrò all’università e finalmente non dovrò più vivere con i miei! Me ne andrò da questa cittadina anonima, conoscerò tanta gente nuova e…mi innamorerò.”

Arrossisce, sorride, si illumina tutta al pensiero. Dopo la fine della lezione, mi metto a riordinare libri e appunti e mi preparo una tisana. Contemplo l’ipotesi di mangiare qualcosa, ma non ho fame. Mio figlio è uscito avvertendomi che farà tardi. La casa è più vuota e silenziosa che mai. Mi sento sola. Sono sola. Sono vuota, vuota come questa stanza, vuota come il giorno in cui tutto è cambiato, vuota come il giorno in cui ti ho lasciato andare via, vuota come la mia vita.

 

Non riesco a non pensare a Elisa e a me stessa, a com’ero a diciotto anni, diciotto anni fa. A come la mia notte prima degli esami mi abbia cambiato la vita.

 

Ero una giovane di belle speranze, come si suol dire. Ero un’ottima studentessa, ero ritenuta bella, il classico brutto anatroccolo che improvvisamente sboccia in cigno, ed ero innamorata per la prima volta.

 

Sì, ero innamorata, del ragazzo più perfetto del mondo, e pensavo di avere il mondo nel palmo della mano: avrei fatto un ottimo esame, avrei studiato nelle migliori università, avrei avuto una carriera brillante, avrei viaggiato tanto, con lui, e poi avuto una famiglia. Ero praticamente invincibile.

 

La notte prima degli esami ha cambiato tutte le mie convinzioni, per sempre. Ancora mi rivedo, un libro di letteratura latina da una parte e un test di gravidanza positivo dall’altra, mentre guardo tra le lacrime le spalle del mio perfetto ragazzo, ben deciso a continuare la sua vita più che perfetta, senza neanche avere la forza di trovare la voce per richiamarlo indietro.

 

Non poteva assumersi una tale responsabilità, non poteva prendere decisioni di questa portata. Doveva concentrarsi sugli esami di ammissione all’università. La sua famiglia non gliel’avrebbe mai perdonato.  Avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto capirlo. Avrei solo voluto gridare: e io? e io, che fine faccio? e i miei progetti? e la mia, di vita?

 

I giorni, i mesi, gli anni successivi mi hanno svuotato, si sono portati via quel poco di buono che c’era in me se ce n’era, ogni sogno, ogni speranza, ogni colore. Di me non è rimasto altro che un’immagine in bianco e nero, sbiadita.

 

Eccomi qui, a trentasei anni, madre e donna sola, con un lavoro poco interessante e poco stimolante e troppi sogni e troppi libri in un cassetto diventato ormai troppo stretto per contenerne di nuovi.

 

Eccola qui, l’immagine in bianco e nero di me stessa. E, come tanti anni fa, eccola qui, l’ondata di rabbia e di ribellione. Vorrei strapparmi di dosso questa maschera e questi stracci, correre per strada ed inseguire i colori: quei colori che per me sono persi per sempre.

 

Eccola qui, l’immagine di me stessa che ti dice addio, seduta in un ristorante troppo elegante davanti a te, nel mio vestito più bello, truccata come piace a te, piena di attesa per quello che devi dirmi. Hai deciso una cosa importante, mi hai detto, e me ne devi parlare. Una cosa importante per te, per me, per noi. Almeno così credevo.

 

Quella sera mi hai annunciato il tuo trasferimento a Hong Kong. Mi hai chiesto di venire con te. Il bambino può restare con tua madre, è meglio così, meglio per tutti e due, anzi per tutti e tre, come sei sensibile e pieno di attenzioni per lui, d’altro canto il bambino (ha un nome! ha un nome! ha un nome?) è nato qui, appartiene (si può davvero appartenere a qualcuno o qualcosa?) a questa piccola e sonnolenta città, non sarebbe felice in una realtà così grande, così diversa, così estranea.

 

È meglio così, Emma, meglio così per tutti, io devo concentrarmi sulla nuova filiale, tu potrai finalmente riprendere a studiare e poi trovare un lavoro che ti sia congeniale, in cui ti senta realizzata. Cominceremo finalmente una vita insieme, costruiremo una famiglia insieme. Il bambino andrai a trovarlo tutte le volte che vuoi e, quando sarà più grande, potrà decidere di venire a vivere con noi.

 

Sono stata tentata dalla tua proposta? Non voglio rispondere, mi vergogno di ammetterlo.

 

Mi hai messo con le spalle al muro. Come potevo scegliere tra te, l’amore della mia vita, e mio figlio?

 

Ti ho lasciato andare e mi sono ingrigita. Ho continuato a morire ogni giorno un poco, ma non per gioco. Ho smesso di lottare.

 

Ma stasera non riesco a smettere di ricordare. Vado in camera da letto e ripesco in fondo all’armadio il vestito che avevo quella sera, il mio vestito più bello. Sono ingrassata ma mi sta ancora, anche se non riesco a tirare su tutta la lampo.

 

Mi siedo davanti allo specchio. Questi ultimi otto anni mi hanno regalato rughe e capelli bianchi, Mi trucco come piace a te e raccolgo i capelli. Mi guardo e mi sento ridicola. Che immagine buffa sono. Che immagine triste. Che immagine sbiadita.

 

Mentre le lacrime fanno colare il mascara e mi fanno assomigliare sempre di più ad una maschera grottesca, sento la chiave di casa che gira nella serratura. È troppo tardi per cambiarmi, o fingere di dormire. Lorenzo (ha un nome!) cammina a passi veloci ed entra nella mia stanza, con le guance rosse, parlando come al solito in maniera rapida e concitata: “Mamma? Cos’hai? Sei uscita? Sei arrabbiata? Come sei bella! Perché hai pianto? Eri preoccupata per me? Mi dispiace aver fatto tardi, siamo andati in un paese vicino, c’era una sagra e io ho visto questi, e non ho saputo resistere, sarà stata l’aria della festa di paese, ho pensato avrebbero portato un po’ di colore qui a casa e ti avrebbero fatto sorridere”. Arrossisce, e mi porge un filo al quale sono attaccati un gruppo di palloncini colorati.

 

Per un attimo, la stanza si illumina e io torno la diciottenne di allora, la trentenne di allora, la ragazza e la donna che pensava che tutto fosse possibile.