Il Calendario dell’Avvento Letterario #13: Natale su Marte

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Bellezza rara

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Non so a voi, ma a me spesso capita di non riuscire a spremere bene il cuore.

Adoro le mie figlie. Adoro quella grande, piena di riccioli e di frasi uniche che escono così, fra una risata e l’altra. Adoro quella piccola, il suo sorriso con cento denti che stanno spuntando, e il profumo della sua testolina, quando va a incastrarsi perfettamente fra la mia spalla e il mio collo, in quel punto che è fatto per gli abbracci.

Le amo così tanto, e a volte non so se le amo bene. Non so se faccio abbastanza, non so se do le risposte, i sorrisi, gli sguardi giusti.

Forse è per questo che è stato inventato il Natale: per permettere ai genitori di mettere in un regalo tutte le parole che non sono riusciti a dire durante l’anno, tutte le ore che non sono riusciti a passare con i loro bimbi, tutto l’amore che non sono riusciti a spremersi dal cuore.

 

Non hanno nomi i genitori di cui scrive Ray Bradbury in un racconto piccolo e incantato, Il dono. Ma hanno due pacchi grandi da caricare sul razzo che porterà loro e il loro bambino su Marte: un regalo e un albero di Natale con tante candele bianche.

Solo che i pacchi sono troppo pesanti, non possono essere caricati, e rimangono al terminal del razzoporto.

Che dobbiamo fare?

– Niente, niente. Cosa possiamo fare?

Che sciocco regolamento! E lui desiderava tanto l’albero!

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Sale lo stesso, quella famiglia, comincia ugualmente – anche senza regali e albero – il viaggio che porterà il loro bambino per la prima volta su Marte proprio il giorno di Natale.

 

– Penserò io qualcosa, – disse il padre

 

Passano le ore, la mamma è preoccupata, il bambino dorme, e il padre pensa a una soluzione.

Quasi a mezzanotte il bambino si sveglia:

 

– Voglio andare a guardare fuori dall’oblò.

C’era soltanto un oblò, una “finestra” di cristallo immensamente spesso, ed abbastanza grande, su, nel ponte vicino.

– Non ancora, – disse il padre. – Ti condurremo lassù più tardi.

– Voglio vedere dove siamo e dove stiamo andando.

– Voglio che tu aspetti, per una ragione, – disse il padre.

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Il Natale si sta avvicinando, mancano trenta minuti, e il lettore sa che su quel razzo non ci sono doni, e non ci sono alberi né candele.

Così come sai, quando sei genitore, di non essere perfetto,  e sai che non riuscirai sempre a trovare la soluzione giusta, e che tutto l’amore che provi non basterà a far sempre sorridere i tuoi figli.

Ogni anno, a Natale, racconti loro che si può essere felici. Passi giorni a cercare il regalo perfetto e la carta per fare i pacchetti più belli, ti aggiri per la casa furtivo, complice la notte, metti tutti i pacchi sotto l’albero e poi ti infili sotto le coperte, e tutto solo perché loro si sentano arrivare il cuore fino in gola, la mattina dopo, appoggiando gli occhi sui loro sogni.

Tutto perché possano essere felici come solo i bambini la mattina di Natale possono essere.

 

– È Natale, adesso! Natale! Dov’è il mio regalo?

– Andiamo, – disse il padre, e prese il suo bambino per la spalla e lo guidò fuori dalla stanza, lungo il corridoio, su per una rampa, e la moglie lo seguiva.

– Non capisco, – continuava a dire la donna.

– Eccoci arrivati, – disse il padre.

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Quante volte mi è sembrato di essere un giocatore di pocker, nel mio essere mamma. Quante volte ho fatto mosse senza conoscerne le conseguenze, e quante volte ho bluffato sperando che comunque tutto andasse bene.

E quante volte – tutte – le mie figlie hanno continuato a tenere la loro mano nella mia, senza mettere mai in dubbio che io sapessi dove stavamo davvero andando.

 

Si erano fermati davanti alla porta chiusa di una grande cabina. Il padre bussò tre volte e poi due, per un segnale prestabilito. La porta si aprì e nella cabina la luce si spense e vi fu un sussurrìo di voci.

– Entra, figliolo, – disse il padre.

– È buio.

– Ti terrò per mano. Vieni, mamma.

Entrarono nella stanza e la porta si chiuse e lì dentro era veramente molto buio. E davanti a loro c’era un grande occhio di cristallo, l’oblò, una finestra alta quattro piedi e larga sei, dalla quale potevano guardare fuori, nello spazio.

Il bambino boccheggiò.

Dietro di lui il padre e la madre boccheggiarono con lui, e poi nella stanza buia qualcuno cominciò a cantare.

– Buon Natale, figliolo, – disse il padre.

E le voci nella stanza cantarono i vecchi familiari canti natalizi, e il bambino avanzò lentamente fino a che il suo viso fu contro il vetro freddo dell’oblò. E rimase lì ritto per molto tempo, molto tempo, guardando e guardando fuori nello spazio e nella notte profonda, dove ardevano e ardevano dieci miliardi di miliardi di bianche e belle candele…

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Quante volte ho pensato di non essere abbastanza per le mie figlie. E quante volte poi, ho visto i loro occhi riempirsi di miliardi di stelle, e non ho più pensato, ho solo sussurrato «Buon Natale».

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Il Calendario Dell’Avvento Letterario #10: miniguida al racconto di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta

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Il racconto di Natale è un racconto di fede. E “fede” ha subito un’usura semantica tale da perdere il suo significato generale. Accettare l’invisibile: ecco cos’è, prima di tutto, la fede, una fiducia nella verità di ciò che non è. Forse è per questo che su di me il Natale ha esercitato un fascino incredibile, senza essere macchiato dalla consapevolezza del tempo, un resoconto costante alla fine dell’anno.

Questo fantasma ha la forma di un suono, la mia voce estranea di bambina, impressa su una cassetta perduta, che chiede dove sono finite le scarpine rosse; o ha la forma di un abete spelacchiato, unico superstite alla moda degli alberi di plastica; o ha l’odore di un muschio invisibile tra le decorazioni di Natale.

Ma se volessi pensare a una voce del Natale non riuscirei a farlo e dovrei affidarmi ai molti che l’hanno raccontato. Il racconto di Natale non è un vero e proprio genere, ma è un tipo di storia che si discosta dalla luce emanata dagli addobbi ed è più incline alla riflessione.

“Chi di voi è senza peccati scagli la prima tavoletta di torrone” gridò Carlinetto, che stava appunto intaccando il suo torrone col coltello.

Vecchi giovinastri di Emilio De Marchi potrebbe essere un racconto anonimo, se non fosse per l’unicità dei personaggi che lo animano. Gli anziani si riuniscono nel locale del paese e condividono bevute e racconti. Ma quando uno di loro avrà l’impegno della famiglia –  e delle donne – subentreranno sospetto e pettegolezzi da parte degli amici. Tutto si risolve nel potere conviviale del cibo durante la vigilia di Natale. La frase sopra riportata è pronunciata da Carlinetto, colui che gode dei piaceri terreni senza condannarli a prescindere. L’umiltà della sua sincerità si nota dall’ospitalità incontrollata e dal non lasciarsi andare a facili ipocrisie. Paradossalmente sono proprio i modi ingessati del prete, sempre contenuti in un’aura dogmatica, a rendere meno vera la festa.

Il peccato e il misticismo della notte di Natale, il non appartenere in apparenza a nessuna religione in particolare, predilige l’introspezione con una sorta di ricerca da parte di chi scrive. Don Balanguer è il protagonista di una leggenda raccontata nel racconto Le Messe di Natale di Manuel Gutiérrez Nájera:

Sono uscito a passeggiare un po’ per la strada, e in ogni angolo il fresco odore del muschio, l’animazione e il brusio delle piazze e l’eterna gazzarra dei pifferi hanno riportato i miei pensieri alla Vigilia. È impossibile parlare d’altro. Stasera le baracche miseramente sparse nella piazza principale sono state più animate che mai.

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Dopo la traversata in una città addobbata a festa il narratore racconta di un prete, tentato dal diavolo in persona che gli racconta le meraviglie del banchetto che lo attende.  Una messa frettolosa varrà al religioso l’entrata nel limbo: tenere in eterno una messa di fantasmi.

Il racconto di Natale è un racconto di congiuntura, lì dove si incontra l’imago di un tempo che fu, confuso tra ricordi e spettri. Tra i due c’è una differenza tutta particolare che è decisa da chi racconta o rivive alcuni avvenimenti.

Capita che Dickens, lontano dal canonico Christmas Carol, scriva Un albero di Natale facendo rivivere davanti ai suoi e ai nostri occhi i ricordi d’infanzia. Così come sono abbelliti dal reimmaginare un racconto. Anche se i colori non sempre compaiono e difficilmente particolari così dettagliati coincidano con la nostra esperienza, tutto è avvolto dalle voci di personaggi e storie che si rincorrono tra i diversi piani dell’albero:

Ebbene sì, su ogni oggetto che riconosco tra i rami più alti dell’albero di Natale vedo brillare questa luce magica! Nelle fredde e buie mattinate invernali, quando mi sveglio all’alba e intravedo il biancore della neve attraverso il gelo delle finestre, odo la voce di Dinarzad che esclama: «Sorella mia, se siete già sveglia, vi supplico di terminare il racconto del giovane re delle Isole Nere». Al che Sherazad risponde: «Se il Sultano mio signore mi concederà di vivere un altro giorno, o sorella, vi prometto che non soltanto porterò a termine la storia, ma che ve ne racconterò un’altra ancor più meravigliosa». E il benevolo Sultano si allontana senza dare ordine di metterla a morte, e tutti e tre tiriamo un sospiro di sollievo. A quest’altezza dell’albero comincio a presagire, nascosto tra le foglie, un incubo spaventoso – forse provocato dal tacchino, dal pudding o dal mince pie, oppure da tutta la cena combinata con Robinson Crusoe sull’isola deserta, Philip Quarll 1 tra le scimmie, Sandford e Merton con Mr Barlow, Mother Bunch e la Maschera.

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Dal piano incorporeo può capitare che le storie prendano il sopravvento e si trasformino in una presenza indifferente, come quella del gioco Sonì nel racconto omonimo di Alfred McClelland Burrage. Si spengono le luci su un gruppo di amici nella notte di Natale, chi ha preso il biglietto con scritto Sonì dovrà nascondersi e, quando trovato, non risponderà alla chiamata degli altri giocatori. Ogni volta che i giocatori si riuniscono c’è sempre una persona in più.

Il bello dell’atmosfera dei racconti di Natale di questo tipo è che l’orrore viene sfiorato senza avere l’intenzione di incutere timore.

A volte  a raccontare sono anime contemplative, imbevute di una malinconia suscitata dai reietti. Uno di questi è il protagonista di The Burglar’s Christmas di Willa Cather. Nell’ora più fredda di una fangosa Chicago il protagonista ne percorre le strade ricordando dolcemente i natali passati e i fallimenti venuti in seguito.

The unyielding conviction was upon him that he had failed in everything, had outlived everything. It had been near him for a long time, that Pale Spectre. He had caught its shadow at the bottom of his glass many a time, at the head of his bed when he was sleepless at night, in the twilight shadows when some great sunset broke upon him. It had made life hateful to him when he awoke in the morning before now. But now it settled slowly over him, like night, the endless Northern nights that bid the sun a long farewell.

(La ferma convinzione che lo affliggeva era che aveva fallito in tutto ed era sopravvissuto a tutto. Quel Pallido Spettro era vicino a lui da tempo. Molte volte aveva intravisto la sua ombra sul fondo del bicchiere, alla testa del letto quando la notte non riusciva a dormire, l’aveva visto nelle ombre del crepuscolo che si schiudeva davanti a lui. Gli aveva reso la vita odiosa quando si svegliava la mattina. Ma ora si era stabilito lentamente in lui, come la notte, come le notti senza fine del Nord che offrivano al sole un lungo addio.)

Il racconto di Natale è tradizione. Una tradizione forte, una tradizione scontata più per il ripetersi ciclico che per l’anno appena passato. Le usanze mantenute negli anni sono però dei riti, alle stregua di riti religiosi, che normalizzano l’anno e lo stabilizzano con un lieto ricordo. Potrà capitare di perdere di vista lo scopo e di farsi prendere dalla foga di cose in realtà inutili, come la scelta della carta da regalo che verrà stracciata in ogni caso, la scelta di regali originali nel timore di non ricambiare il valore di quelli ricevuti. Insomma c’è uno scambio inconscio tra il valore del Natale in sé e il valore delle cose che compongono il Natale.

“Intanto l’industria e il commercio hanno scatenato sulla città l’incantesimo pianificato del Natale, velivoli di notte hanno seminato sulla città la polverina dell’anticongiuntura, radio e televisione hanno bombardato il pubblico di messaggi motivazionalizzanti, nei ristoranti e nei caffè, sui cibi e nelle bevande, sono state versate dosi di elisir promozionale, uomini e donne sono stati quindi presi da una irrefrenabile smania, entrano ed escono dai negozi, comprano, ordinano, spediscono, scrivono, telefonano, firmano assegni e cambiali, giganteschi furgoni carichi di strenne intasano le strade della città, cataratte di Christmas cards, bigliettini, buste, calendarietti, immagini ingorgano le sedi postali e quindi traboccano all’esterno.

[…]

Riuscite ancora a distinguerla, la vostra città nella piena notte di Natale? Sommersa interamente da una coltre di inutili assurdi costosissimi regali, da uno strato spesso tre metri di telegrammi bigliettini cartoncini auguri auguri auguri.”

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In Una torta e una carezza di Dino Buzzati una tata trascorre il Natale con la famiglia di cui ha cresciuto i bambini. Lei è l’unica a ricordare l’imperfezione e la semplicità della torta che preparava per l’occasione e vi si dedicherà ad ogni costo. Attorno a lei si anima la foga della presentazione e nell’ossessione delle apparenze della cucina della cuoca di casa e della marea di biglietti e pacchetti ricevuti dalla famiglia. Qui Buzzati è fin troppo chiaro nel messaggio: se il Natale non è un giorno come un altro allora perché ostentare le psicosi collettive invece di dedicarsi a quello che si ha proprio davanti agli occhi? Rendere speciale un giorno che speciale non è, tra le cose più semplici da dire e difficilissime da fare.

La miniguida ai racconti di Natale ha selezionato solo una piccola parte nello sterminato panorama di storie che ci sono attorno alla festività. E questa incompletezza rincuora perché vuol dire che il Natale, nonostante tutto, è ancora in grado di originare un tentativo di renderlo memorabile anno per anno. I lettori troveranno diversi natali, dai generi più disparati, dagli autori più disparati mossi semplicemente dalla voglia di raccontare. Alla fine sono i lettori a scegliere il Natale che desiderano, a leggerlo e raccontarlo insieme agli autori preferiti.

Vecchi giovinastri, Un albero di Natale, Sonì e Le Messe di Natale sono tratti da Racconti sotto l’albero, Edizioni Lindau, 2016

Una torta e una carezza tratto da Aspettando il Natale. 25 racconti per la vigilia, a cura di Fabiano Massimi, Einaudi, 2009

Il racconto di Willa Cather in lingua

Il Calendario dell’Avvento Letterario #4: il panettone non bastò

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Questa casella è scritta e aperta da Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri

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Sul Natale sono state dette fiumane di parole, scritti centinaia di libri, migliaia di racconti e poesie. A prima vista sembra che, per parlarne ancora, ci voglia una bella dose di coraggio. Ma non è vero. Non se ne parlerà mai abbastanza. Il Natale ritorna ogni dodici mesi, allo stesso giorno 25, con precisione matematica, non è quindi una cosa molto rara. Tutti sanno come è fatto, tutti potrebbero descrivere in anticipo nei minuti particolari quello che accadrà nelle case rispettive. Eppure se ne resta sempre sbalorditi.

[Dino Buzzati, dal racconto “Lo strano fenomeno che si chiama Natale”, Corriere d’informazione, 24-25 dicembre 1954]

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Tra gli autori italiani che apprezzo di più, sul podio compare il giornalista scrittore bellunese Dino Buzzati. Il nostro primo incontro avvenne sui banchi di scuola, quando io ero molto giovane e lui era già morto da un pezzo. Fu “Il segreto del Bosco Vecchio” il primo libro di Buzzati che lessi, e scoccò un colpo di fulmine; la penna dello scrittore veneto mi affascinò al punto di proseguire la scoperta dell’universo buzziatiano e, col tempo, mi portò a scoprire le piccole gemme letterarie della sua sterminata produzione.

Come il libro “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” (Mondadori, 162 pagine, 9.00 €), una raccolta perfetta da leggere e rileggere, accanto all’albero di Natale o al Presepe o per i più fortunati al caminetto acceso, nell’attesa che passi o che arrivi la notte più magica dell’anno.

In realtà, il nostro Dino il Natale non lo festeggiava volentieri, per lui il 25 dicembre era una giornata come un’altra. Se ci pensate, per molti Natale non è che una giornata come un’altra, soprattutto per chi lavora, magari nell’ambito medico o nella ristorazione o giornalistico: ci si ritrova a salvare vite o a cucinare o a scrivere un pezzo come un qualsiasi giorno dell’anno.

Eppure, Buzzati ha sempre scritto qualcosa a proposito del Natale, senza saltare mai un anno, dal 1934 (“Tecnica del Presepio”, Corriere della Sera, 19 novembre 1934) al 1971 (“Lo strano boxer sul comodino”, Arianna, dicembre 1971), anno in cui trascorse il 25 dicembre in un ospedale di Milano.

La penna di Dino Buzzati è così versatile che tra gli scritti della raccolta “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” anche il lettore più ghiotto trova qualcosa di appetibile: ci sono poesie, una fiaba disegnata da Buzzati stesso, racconti travestiti da fiabe dolceamare e pezzi che hanno un taglio prettamente giornalistico, dove vengono analizzati usi, costumi e mode bislacche.

“E per Natale tu, a casa, cosa fai?”

“Mah, pensavo di fare il solito albero, ma Giantomaso e Almachiara, i miei più piccoli, si sono messi a contestarlo, dicono che a Mao assolutamente non piace. Pensavo di fare un presepio, ma sembra che le punte più avanzate del Concilio lo abbiano messo in quarantena. Pensavo di mettere qualche ghirlanda d’argento, qualche palla di vetro, qualche candelina, e così via, almeno nell’angolo dove alla vigilia si ammucchiano i regali ma Pierfrancesco, il mio secondo, dice che è un rito schifosamente consumistico. Pensavo, sopra e intorno al caminetto, di mettere in mostra i “christmas card” ricevuti, ce ne sono di divertenti da morire, ma Giorgiopaolo, il mio grandicello, dice che Mancuse è contrario. Pensavo, sulla terrazza, fuori, di costruire un bel Babbo Natale con la neve, ma il colonnello Bernacca dice che per Natale la neve non verrà.”

“E allora?”

“Niente. Pulirò i vetri.”

[Dino Buzzati, Decorazioni natalizie, Corriere della Sera, 13 dicembre 1969]

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Il giornalista bellunese trova ogni anno qualcosa da raccontare ai suoi lettori, perché ogni 25 dicembre viene descritto con minuzia di particolari, analizzato a fondo indagato in tutte le sue complessità e punti di vista. In questo modo, è sempre possibile trovare qualcosa di originale e diverso da scrivere sul Natale. E poiché il Natale si ripresenta puntuale ogni anno, le storie di Buzzati sono piccoli ritratti dell’Italia che cambia: il Natale passa e va, magro durante la Seconda Guerra Mondiale e molto più ricco durante il boom economico degli Anni Sessanta.

(…) Caro Gesù bambino,

ti scrivo questa letterina per dirti che per Natale desidero queste cose: Una giostra dei cavallini, un telefono, una scatola da falegname, una fisarmonica, un cavallo che va, un treno, un aeroplano, una camionetta che va, un monopattino, tanti libri e infine dolci, caramelle, torroni, cioccolatini, cicche americane, mandarini e molte altre cose. Però non mi dispiacerebbe anche un sacco di carbone. Ora caro Gesù Bambino sia a te la scelta. Bacioni Mario Fiocchi abitante in viale Montenero 66 oppure via Monte di Pietà 17. Ti avverto che abitiamo all’ultimo piano e se vedi bombardato non spaventarti perché abitiamo lì. (…)

[Dino Buzzati, Montenero, 66 pressappoco una fiaba, Corriere Lombardo, 26 dicembre 1945]

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Natale si presenta puntuale assieme alle solite cose che si devono – quasi – per forza fare: le decorazioni, i regali agli amici e parenti, i pranzi luculliani, i buoni propositi. Tutte queste emozioni collegate al Natale che necessariamente si ripetono (anzi, viaggiano con il Natale stesso) mostrano quanto gli italiani cambino e Buzzati punta la sua lente d’ingrandimento sulla società dell’epoca e ne restituisce un fedele ritratto. E poi, a Natale si è sempre tutti più buoni, vero?

(…) Dopo cinque lunghi anni lo spirito del vecchio Natale sarà di nuovo tra noi, un po’ dappertutto, questa antica favola che non si consuma mai. Non soltanto nelle chiese, anche fuori a San Babila e alla Bovisa, all’ospedale e tra le macerie, sui marciapiedi di via Padova, nei cimiteri, nei tram e nelle guardine (…) Non bisognerà stringere i denti, domani, per essere buoni, perdonare non costerà più fatica, né sorridere ai molti difetti della nostra esistenza; perfino la miseria e il dolore, con minimo nostro sforzo, si circonderanno in qualche modo di luce. Tante cose difficilissime, come il sopportare la vista del prossimo, diventeranno un giochetto. Ora non vi domandiamo di impegnarvi. In seguito, se lo riterrete necessario – lo abbiamo già detto – tornerete pure alle solite carognate. Non vi chiediamo giuramenti o promesse. Più tardi, insomma, si vedrà. Ma, domani! (…)

[Dino Buzzati, Domani una grande occasione, Corriere Lombardo, 24 dicembre 1945]

 

Ma Buzzati sa bene che il Natale non è uguale per tutti: se ci sono persone che lo attendono con gioia e trepidazione, ce ne sono altrettante che vorrebbero che terminasse subito, o anzi che per magia si passasse dal 24 al 26 dicembre. A Natale sembra che ci siano degli obblighi, come essere sempre buoni e felici. Buzzati decide quindi di raccontare anche il Natale di chi soffre, di chi è triste, di chi alla vista delle luci natalizie e all’entusiasmo dei doni, reagisce permeandosi di malinconia, persino le vetrine, che consapevoli di essere state agghindate per le Festività si aspettano di essere ammirate e contemplate; e quando così non è, anche le vetrine dei negozi diventano tristi.

Io sono la vetrina di un piccolo negozio al numero 6 di via Gaspare Secondini. Sull’insegna c’è scritto: “Cornici – Oggetti d’arte”. La mia padrona è la signora Luisa Ambrogetti vedova Forni. Ha sessantacinque anni, credo. È grassa. È buona. Il signor Forni, che aveva ereditato il negozio del padre, è morto anni fa (…) Le 17.50. Chi entra adesso? (…) Ancora due ore, forse meno, e arriverà quel momento così difficile. La pulizia delle lampadine, le palle d’argento e d’oro, l’agrifoglio, le speranze, tutto è stato dunque inutile? Di minuto in minuto si direbbe che la gente, fuori, abbia sempre più fretta, tanto rapidamente galoppa via senza uno sguardo, quasi io nemmeno esistessi.

[Dino Buzzati, Lo stacco di Natale, Corriere della Sera, 24 dicembre 1967]

Ci sono poi Natali che restano nel cuore, vuoi per un dono speciale, per la visita di un amico lontano, perché l’ultimo trascorso con il nostro amato parente. Ogni anno dai cassetti tiriamo fuori nastri, palline di cristallo, statuine e preziosi ricordi, e con essi appulcriamo il nostro esclusivo Natale sul modello di quelli precedenti, eppure senza mai essere uguale a quello precedente. Perché siamo noi ad essere diversi ogni anno che passa – migliori o peggiori, chi lo sa? – e il Natale è una festività che brilla in rosso sul calendario per ricordarcelo.

*

Potrei ancora citare molti altri racconti, passi, brani. Ma credo vi potrei rovinare la sorpresa di scoprire un Buzzati particolare, un po’ inedito forse, ma sempre molto originale. Per questo, nell’augurarvi un Buon Natale vi suggerisco di leggere e di regalare “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” di Dino Buzzati e di immergervi nel magico universo che il grande scrittore bellunese ha creato.

Buone Feste!

 

Il Calendario dell’Avvento Letterario#15: a Natale chiamate uno spazzacamino

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Questa casella è scritta e aperta da Michele di Casa di ringhiera

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Durante il periodo natalizio ci sono un sacco di faccende da sbrigare. Pur non avendo la capacità di essere presenti in posti diversi nello stesso momento, lo sdoppiamento non ci riesce quasi per un soffio. Si passano intere giornate alla ricerca del giusto dettaglio da esporre nel bel mezzo delle solite riunioni di famiglia. L’albero e i suoi addobbi assorbono tutte le nostre attenzioni; facciamo di tutto pur di renderlo perfettamente consono alla nostra idea – vi svelo un segreto: nella maggior parte dei casi piace solo a chi lo addobba, mentre per il resto degli ammiratori si tratterà di una comune schifezza.

Per la sera di Natale tutto sarà al suo posto. I preparativi vi faranno andare in pappa il cervello, ma vedere quell’albero che si illumina per via dell’ultima serie di luci a led ripaga le vostre immense fatiche. Avrete pensato a tutto, anche al segnaposto coordinato con la tovaglia rigorosamente rossa con  renne e alberi innevati. Riceverete i complimenti per l’ottima organizzazione, eppure qualcosa manca all’appello. Qualcosa a cui avete dimenticato di provvedere perché ormai non ci fate più caso: il camino. Sì, in tutta questa confusione avrete dimenticato il ruolo centrale che svolge il camino nella notte di Natale. Andrete a dormire felici nell’attesa di ricevere regali che non arriveranno mai, dato che non avrete pulito per bene la canna fumaria attraverso cui Babbo Natale scenderà durante la notte. Il vecchio signore del Polo Nord rimarrà incastrato. Per questa evenienza calza a pennello il detto popolare prevenire è meglio che curare. Adesso, prendete in mano i vostri telefoni e fate un paio di chiamate. Conosco alcuni spazzacamini che svolgono il loro lavoro in un modo davvero eccezionale.

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Il primo che vorrei suggerirvi è Bert, lo spazzacamino più famoso della letteratura uscito dalla penna di Pamela Lyndon Travers. Se avrete la fortuna di presiedere la vostra casa durante le sue pulizie, riuscirete ad ascoltare la melodia che intona mentre svolge la sua mansione. Mica male. Cam caminì cam caminì, spazzacamin

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Il secondo invece è il mio preferito. Lo chiamo ogni anno, anche quando non c’è nessuna canna fumaria da pulire. Ci sediamo nelle poltrone in salotto e parliamo del più e del meno, come fanno i vecchi amici. Il suo nome è Joe Penny, per gli amici J.P..

Lui e il protagonista di Da dove sto chiamando – racconto di Raymond Carver – si sono conosciuti nella clinica di Frank Martin. J.P. era diventato uno spazzacamino dopo aver conosciuto sua moglie Roxy. Lei, a quel tempo, era una ragazza spazzacamino che lavorava per la ditta di famiglia. J.P. se n’era  innamorato perdutamente sin dal primo giorno. La scintilla che diede fuoco al suo amore – parlare con questi toni dei racconti di Carver fa strano – scoccò proprio quando Roxy realizzò la tradizione che investe tutti gli spazzacamini stakanovisti: una volta pulita la canna fumaria, lo spazzacamino un bacio porta fortuna al committente. Dopo avere dato un bacio al padrone di casa, J.P. inseguì Roxy fuori dall’abitazione, chiedendo anche per lui un bacio porta fortuna.

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Nonostante le cose tra J.P. e Roxy non siano andate per il verso giusto negli anni successivi, è lui lo spazzacamino migliore che conosco. Per amore ha abbracciato un lavoro che in pochi sanno svolgere nel miglior modo possibile. Non dimenticate che, se fate il suo numero, oltre a ricevere il suo bacio porta fortuna, potreste ricevere anche quello di sua moglie – anche se non è più uno spazzacamino –  proprio come è accaduto al protagonista del racconto di Carver. Avere un po’ di fortuna non fa mai male, no? Magari chiamatelo quando è nei vostri paraggi con Roxy.

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Il camino non va dimenticato. È l’unico canale da dove possono arrivare i regali. Se lo lasciate otturato, Babbo Natale passa automaticamente al vostro vicino antipatico e addio dolce risveglio. A quel punto subentrano le imprecazioni – che io non disdegno affatto.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#14: a Natale regalate una storia

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Questa casella è scritta e aperta da Chiara di Librofilia

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Ormai mancano davvero solo una manciata di giorni al Natale e quindi ci tocca parlare di quelle cose pratiche e che purtroppo più di ogni altro simbolo contraddistinguono il Natale, quasi come se all’infuori di queste non esistesse nient’ altro; ma, in fondo, alzi la mano chi di noi quest’anno spera di riceverne tanti e di farne magari qualcuno in meno, risparmiando così tempo e denaro?
Se non l’avevate ancora capito, stiamo parlando dei tanto famigerati e temuti “regali di Natale”, che, se da un lato sono attesi perché fanno felici e contenti (si spera!), dall’altro lato invece sono demonizzati e bistrattati poiché l’insana e imperversante logica del consumismo li ha resi il fulcro centrale di questa ricorrenza, che, oltre a far dilapidare interi patrimoni, getta totalmente nel panico più assoluto. Meno giorni mancano al Natale, più si fa largo la solita domanda che recita più o meno “Cosa regalo a …?”.
Se il soggetto in questione è un fervido lettore o un’impavida lettrice, il problema è presto risolto, dal momento che basta addentrarsi nella prima libreria (meglio se indipendente!) e aggirarsi curiosi fra gli scaffali, lasciandosi guidare dall’istinto, o, in caso contrario, affidarsi al libraio competente: saprete così di non aver affatto sbagliato il regalo (anche in questo caso, si spera!).

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Se quest’anno invece volete davvero stupire i vostri amici lettori/lettrici e volete osare di più, potete ricorrere all’aiuto di C.D Hermelin, meglio conosciuto come lo scrittore itinerante dei parchi di New York, che, con una vecchia macchina da scrivere sulle ginocchia e con accanto una pila di fogli immacolati e dopo una brevissima conversazione con il committente, mette in piedi un racconto inedito e personalizzato di poche pagine. Il tutto in cambio di una piccola e arbitraria donazione.

Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)

Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)

Ovviamente, se vi viene difficile portare il soggetto in questione fino a New York, è possibile raggiungere e intercettare C.D Hermelin attraverso il web e scoprire cosi il suo meraviglioso, strampalato e inedito progetto  e chiedere di sfornare per voi o per i vostri cari un racconto esclusivo e unico nel suo genere.
In caso contrario, se nemmeno quest’idea dovesse essere in grado di risolvere il grattacapo legato al regalo da fare, armatevi di carta e penna (o di penna e calamaio, purché  lasciate perdere almeno per una volte le tastiere dei pc o gli sfioramenti dei vostri touchscreen), aprite il vostro cuore, lasciatevi trascinare dai pensieri e dalle immagini e provate a scrivere voi un messaggio di auguri personalizzato per i vostri cari (tranquilli che per farlo non serve essere dei moderni Dostoevskij o dei mancati premi Strega). Il risultato finale, vi assicuro, stupirà anche voi stessi.
Scommettiamo?

Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)

Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)


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Dal profilo Instagram di C.D. Hermelin (rovingtypist)

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#10: Natale con Fëdor Dostoevskij

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Questa casella è scritta e aperta da Noemi di Tazzina di caffè

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A Natale, e tanto più nei giorni che lo precedono, i sentimenti si fanno più intensi e le emozioni si amplificano. Tutto sembra più bello: le luci, i profumi, i sapori, la famiglia, gli amici. Le cose e le persone brillano di nuova bellezza e magia.

Ed ecco che proprio in questa  meravigliosa atmosfera arrivano certi scrittori, con racconti strazianti come questi due, a guastare la festa. Ma non vorrei essere fraintesa: è un guastare buono, lo dico subito, che a guardarlo bene è il più bel regalo che si possa ricevere a Natale, e non solo…

La vocazione di molti maestri, come è il caso senz’altro di Dostoevskij, sembrerebbe proprio quella di inguaribili guastafeste. Se leggerete questi due brani, tratti dai Racconti e romanzi brevi e confezionati da Mursia in questa elegante e piccola strenna di Natale nel 2011 (ma ancora reperibile in commercio), sperimenterete proprio questa sensazione di “guasto” e poi di regalo.

In poche parole, il venerabile Fëdor cosa fa? Prende il Natale e con il suo sguardo innocente, eppure acuminato come la più affilata delle spade, ci costruisce dentro due storie di dolore. Il suo sguardo è quello di chi non può non vedere come vanno le cose.

Ecco come opera, ad esempio nel primo racconto, che comincia in una festicciola di Natale in una casa qualunque:

“Non potevo poi fare a meno di ammirare la saggezza dei padroni di casa nella distribuzione dei doni natalizi: la bambina dalla dote da trecentomila rubli aveva ricevuto una bambola di grande valore; quindi erano seguiti regali di sempre minor costo, in proporzione ai ranghi dei rispettivi genitori di tutti questi bambini fortunati. Infine, l’ultimo bambino, un maschietto di circa dieci anni, magrolino, piccolo, dai capelli rossi, dal viso coperto di efelidi, ricevette soltanto un libro di racconti sulla maestosità della natura, libro senza illustrazioni e perfino senza vignette. Il ragazzino era il figliolo di una povera vedova, istitutrice dei figli del padrone di casa, ed era un fanciullo estremamente timido e alquanto impaurito”.

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Qui introduce una situazione che suona a tutti normale, ma che a vederla scritta fa male: i regali di Natale, ma anche tutto il resto della nostra vita, sono proporzionali “ai ranghi”.  Quello che non sappiamo è che non sempre a rimetterci sono i più poveri, ma tocca leggere fino alla fine.

Inoltre Dostoevskij fa un passo avanti, beh altrimenti non sarebbe Dostoevskji (ovvero quello, ricordiamolo, che ha scritto i suoi migliori capolavori dopo essere tornato dai lavori forzati in Siberia…), e questa situazione verrà esaminata, si evolverà e prenderà pieghe inaspettate fino a farci giungere a una conclusione: la realtà è quella che è, talvolta è orribile e spetta alla scrittura svelare questa  faccenda, e consolarci.

Nel secondo racconto l’autore non sarà meno spietato, ma si affiderà alla fantasia. Per concludere con una frase disarmante:

“Non è per inventare un poco che io son romanziere”?

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Ed è proprio alla fine che scatta il legame più forte con questi due brevi racconti: ci hanno fatto vedere la realtà, e il Natale, anche nei suoi risvolti più drammatici, eppure noi stiamo meglio, siamo grati all’autore, alla sua arte. In una parola: siamo cresciuti insieme.

Non abbiate paura della tenerezza, parola di Dorothy Parker

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Modeling coat by glass door, 1949, Genevieve Naylor

Non avevo mai letto Dorothy Parker prima. Da quello che avevo letto su di lei mi aspettavo soda caustica, una prosa abrasiva e pungente, venata di sarcasmo.

Invece, le storie che fanno parte della raccolta Dal diario di una signora di New York , pubblicata da Astoria nella traduzione di Chiara Libero, mi hanno sorpreso. Sono storie di donne, scritte da una donna, scritte per le donne. La Parker si fa portavoce di un’intera generazione di fanciulle newyorchesi alle quali è stato insegnato che è necessario aver paura della tenerezza, nascondere accuratamente la propria personalità, i propri desideri e i propri bisogni, vestendo ogni giorno una maschera fatta di trucco e convenzioni sociali, capelli cotonati e ipocrisia.

Le donne di Dorothy Parker sono forti ma si fingono fragili, sono insicure ma si fingono dolci, sono ribelli e arrabbiate ma si fingono remissive. Sono teatranti, attrici ormai esperte, convinte che l’unico modo per vivere ed essere accettate, amare ed essere amate sia ricorrere a trucchi e belletti, orpelli e mistificazioni. Farsi vedere diverse da quello che si è e il passe-partout per fare parte della società di New York.

Chissà poi cosa c’è di tanto sbagliato nell’essere sentimentali. La gente è così sprezzante nei confronti delle emozioni. “Ah, non mi beccherai mai seduta qui tutta sola a rimuginare”, dicono. “Rimuginare”: dicono così per indicare il ricordo, e sono fieri di non ricordare. Strano come si inorgogliscano delle loro manchevolezze. “Non prendo mai nulla sul serio,” dicono. “Nessuna persona può essere tanto importante per me.” E perché, perché mai credono di essere nel giusto?

Già, perché mai si crede di essere nel giusto? È un messaggio più che mai attuale, in un mondo che tende ad etichettare tutte le storie d’amore come chick-lit o rom-com. In un mondo che si è dimenticato quanto sia dannatamente difficile parlare veramente d’amore, come ci ricorda Carver.

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Le signore newyorchesi della Parker cercano di sopravvivere a tempeste più o meno disastrose, navigando mari agitati senza scialuppa salvagente: c’è chi aspetta una telefonata che non arriva, ma esita ad alzare la cornetta, nella paura di risultare poco femminile, troppo insicura, troppo appiccicosa. Troppo sbagliata.

Sarò come quando ci siamo conosciuti. Forse così gli piacerò di nuovo. Da principio ero la dolcezza in persona. Oh, com’è facile essere dolci con qualcuno, prima di innamorarsene.

L’unico modo per riuscire ad essere accettata, per sperare di essere amata è fingere: non dire mai quello che si pensa veramente, sorridere quando si vorrebbe piangere, fare le fusa quando si vorrebbe affilare gli artigli.

A loro non piace sentirsi dire che ti hanno fatto piangere. A loro non piace sentirsi dire che sei infelice a causa loro. Altrimenti ti credono possessiva ed esigente. E allora sì che ti detestano! Non sopportano di sentirsi dire quel che davvero provi. Bisogna sempre stare lì a fare i giochetti. Oh, se solo non dovessimo farlo. Credevo che questa storia fosse abbastanza solida da permettermi di dire tutto quel che avevo in mente. Mah, probabilmente non accade mai. Immagino nessuna storia sia mai abbastanza solida da permetterlo.

C’è chi aspetta che l’uomo di cui è innamorata smetta di uscire con mezza New York e non abbia occhi che per lei. C’è chi aspetta un marito che se n’è andato, trovando conforto nelle fandonie di una soi-disant psicologa. C’è chi aspetta un bimbo, e cerca di mettersi in contatto con un padre che non ne vuole sapere. C’è chi coltiva ambizioni artistiche e teatrali e aspetta che il marito la sorprenda. Tutte queste donne aspettano: che qualcuno torni, che qualcosa cambi.

Harper’s Bazaar 1950 photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Fino ad arrivare alla protagonista del racconto che dà il nome alla raccolta, un’anonima signora della New York bene che cerca di annegare monotonia e solitudine nei fiumi d’alcool di un’esistenza apparentemente brillante, fatta di feste, spettacoli, cene in posti alla moda e problemi insormontabili, tipo un’unghia rotta o lo smalto del colore sbagliato.

Tutte queste donne vivono in condizioni di estrema solitudine e alienazione, da sé e dagli altri: le loro controparti femminili non si rivelano molto migliori di quelle maschili, dedite a un’amicizia che altro non è pietoso e superficiale adempimento delle convenzioni sociali della New York bene. Il quadro che la Parker dipinge richiama alla memoria echi di Edith Wharton, in un mondo dove l’amore è del tutto passé, sostituito da matrimoni di convenienza e tante, troppe bugie.

Penserò a qualcosa di diverso. Me ne starò seduta qui zitta e buona. Se solo ci riuscissi. Se potessi starmene zitta e buona. Forse potrei leggere. Ma no, tutti i libri parlano di persone che si amano, sinceramente e dolcemente. Ma perché diamine scriveranno cose del genere? Non lo sanno che non è vero? Non lo sanno che è una bugia, una dannatissima bugia? Ma perché diavolo ne devono parlare, quando sanno benissimo che fa stare male? Maledetti, maledetti, maledetti.

In una società in cui è difficile, se non impossibile, essere accettata e amata per quello che si è, mi piace pensare che il messaggio di Dottie sie questo: non abbiate paura della tenerezza. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di parlare d’amore. Non abbiate paura di amare, come sapete farlo, senza regole né trucchi né inganni. Forse resterete sole, ma almeno potrete guardarvi allo specchio e riconoscervi, senza dover lavare via, una volta rimaste sole, strati di stucco, di cerone, di belletto. Non abbiate paura di mostrarvi troppo forti o troppo fragili. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di non essere prese sul serio.  E se la verità fosse che non gli piacete abbastanza, tant pis: quantomeno piacerete a voi stesse. O almeno ci proverete.

Dal diario di una signora di New York, Dorothy Parker, Astoria, trad, a cura di Chiara Libero

Soundtrack: Hope I don’t fall in love with you, Tom Waits

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Estate 1985

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L’estate del 1985 è una Polaroid sbiadita.

Lei è una bambina dai ricci scuri, il cappello da marinaretta, un costumino a balze e le scarpine di gomma per camminare sulle pietre.

Lui è un uomo alto, allampanato, dai capelli nero inchiostro, un costume a vita alta fuori moda, e la tiene per mano.

Entrambi guardano verso il mare – il mare trasparente della costa ionica calabrese, quel mare infinito, quel mare che è come una storia da raccontare, una promessa di cose che verranno.

Guardo quella bambina, e immagino si senta sicura, protetta da quel gigante invincibile. E mi chiedo se abbia smesso di sentirsi al sicuro per sempre, quando è venuta meno quella mano forte, che le copriva tutto il viso; quella mano nodosa e allungata, capace di intagliare il legno come suonare la chitarra, ma anche aprire la porta di casa e dimenticarsi di tornare a chiuderla.

Guardo quella bambina e penso che, crescendo, la vita deve averle ricamato addosso una trama di assenze, che può fungere da mantello dell’invisibilità o pesante armatura. E che, tra tutte quelle assenze, rimane il vuoto immenso di una, la più grande, la più assurda, la più inspiegabile.

Quella di cui non si può parlare, quella a cui è meglio non pensare, quella che diventa un groppo alla gola, un nodo nello stomaco, il punto interrogativo di notti senza stelle.

E penso che è cosi che si inizia ad avere paura: quando succede qualcosa che non ci si riesce a spiegare, e tutto cambia per sempre, restando in apparenza sempre uguale a se stesso. Tutto cambia perché si cambia, silenziosamente, inspiegabilmente, inesorabilmente. La paura attecchisce, mette radici, cresce ogni giorno di più, aspettando il momento giusto per manifestarsi, come un pugno nello stomaco che ti lascia senza fiato.

Ma in quella polaroid dell’estate 1985 tutto resta uguale: i colori possono sbiadire, ma il gigante e la bambina restano lì, a guardare il mare che si infrange sui sassi. E il cielo blu, e il calore del sole sulla pelle, e l’odore di sale e di brezza marina, e tutto il resto, e le note lontane di una chitarra che suona “La prima cosa bella” di Nicola di Bari e si porta via un’estate che non tornerà più, ma resterà fissa, immortalata e perfetta per sempre.

Beneath the bonfire: il Midwest raccontato da Butler

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Dopo aver amato Shotgun Lovesongs di Nickolas Butler, ho iniziato a leggere il suo secondo libro (Beneath the bonfire, una raccolta di dieci racconti) con diffidenza, mista a una buona dose di paura di restare delusa. La diffidenza ha presto lasciato il posto alla sorpresa: i racconti di Beneath the bonfire hanno poco a che vedere con le vicende di Beth, Lee e Henry.

Il primo aggettivo che mi viene in mente per definirli è desolati. I protagonisti vivono tutti situazioni di estremo disagio, intrappolati in matrimoni senza amore, malattie terminali, in un passato che non torna più, in un presente senza speranza, in un futuro senza grazia.

Sono bugiardi, manipolatori, idealisti, violenti, alcolizzati, ricattatori, sequestratori, innamorati, arrabbiati, spezzati, drogati, assassini, genitori, mariti, fuggiaschi, ammalati, rassegnati. Hanno tutti perso qualcuno, o qualcosa: una moglie, un compagno, un lavoro, un sogno, un progetto, una madre, un amore.

Combattono le proprie battaglie, contro se stessi, famiglie, amici, nemici più o meno reali. Il loro nemico comune è la solitudine, più o meno incolmabile, più o meno insormontabile.

Cercano tutti di dare un senso a un destino capriccioso che ha stravolto le loro giornate, lasciandoli in balia di una marea tempestosa e imprevedibile. Come nel caso di Aida, poliziotto prossimo alla pensione che non vuole ammettere nemmeno a se stessa di essere ammalata di Alzheimer, che si trova ad affrontare il caso più difficile della sua vita, proprio quando ormai non è più in grado di associare nomi ai visi e alle memorie. O nel caso di Deere, Coffee e Rimes, che, in un fatale momento di ebbra distrazione, si trovano loro malgrado a diventare i perpetratori di un crimine atroce, e cercano di convivere con le conseguenze delle loro azioni:

Some nights in his Airstream, alone with the stars or the static of the radio, he (Coffee) thought about his measure as a man, the stock a stranger might take in him. He was more than what he seemed, but there were times in which he knew no better way of displaying himself than by flashing a fat roll of bills at the bar, yet in those moments he felt dry and shallow too.

(C’erano notti in cui, solo nel suo Airstream con le stelle o col rumore delle interferenze alla radio, Coffee pensava al suo valore come uomo, a come un estraneo potesse giudicarlo. Era più di quello che sembrava, ma a volte per mettersi in mostra non riusciva a fare di meglio che esibire un rotolone di banconote al bancone del bar, sentendosi comunque debole e vuoto).

L’amore ha lasciato ferite profonde e spaventose cicatrici in tutti i protagonisti di Butler. C’è Noah, che viene tradito dalla sua donna e dal suo migliore amico in una notte di falò e stelle, e si ritrova improvvisamente padre di un figlio non suo; c’è Lily, che dopo una notte di bagordi finita male, è costretto a rinunciare a Sven, il suo migliore amico; c’è Mason, che usa il suo rapporto col cibo per definire gli affetti, per esaminare le relazioni con le donne della sua vita, prima tra tutte sua madre, con la sua cucina ricca e sostanziosa, fatta di lasagne, ragout, chili, torte burrose e pane fatto in casa, col suo amore costante e consolatorio. Poi c’è sua moglie, la fredda Renée, che odia sua madre, la sua cucina, il cibo troppo ricco, gli avanzi. Quando Mason va a trovare sua madre, non riesce a saziarsi di tutto il cibo con cui lei continua a riempirgli il piatto, mentre Renée lo rifiuta, manifestando così la sua ostinata e silenziosa ribellione al mondo del marito. I due non parlano quasi più; l’unica cosa che rimane alla coppia è andare insieme a cinema, dove spesso guardano due film diversi.

How does a distance so wide open between two people who live together so intimately? Who have loved each other? He (Mason) can’t explain it. Can’t explain where the magic went, the love, the friendship, the decency, the partnership. He doesn’t miss their sex. But he longs for her as a companion. A person to walk with, to hold hands with, to watch television with. To be happily silent with. He wonders if she feels the same, or if this rift is just something that has opened inside him.

A bad quiet envelops their marriage. Mason imagines a small-town telephone booth from which he calls her and waits for her voice. She answers, her voice like very cold wind travelling through thousands of miles of telephone wire. Then she puts him on hold and he imagines her walking away forever, leaving him there, through all time, waiting for either a dial tone or a dead click.

(Com’è possible che si crei una distanza così ampia tra due persone che vivono insieme, condividendo l’intimità? Che si sono amati? Mason non se lo sa spiegare. Non sa spiegarsi dove siano andati a finire la magia, l’amore, l’amicizia, la correttezza, la complicità. Non gli manca il sesso, ma una compagna. Una persona con cui camminare, mano nella mano, con cui guardare la televisione. Con cui stare in silenzio, serenamente. Si chiede se anche lei provi le stesse cose, o se questa frattura sia solo dentro di lui. Una quiete sinistra avvolge il loro matrimonio. Mason si immagina una cabina telefonica in un paesino, da cui la chiama, e aspetta di sentire la sua voce. Lei risponde, la sua voce un vento gelido che viaggia attraverso centinaia di miglia di fili del telefono. Poi lo mette in attesa, e Mason la immagina mentre si allontana, per sempre, lasciandolo lì, per sempre, ad aspettare il segnale di chiamata, o di chiusura).

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Nickolas Butler | Foto: St. Martins Press

C’è Bruce, innamorato di Sunny, una donna complicata, misteriosa e bellissima, che beve troppo e fuma troppo e nasconde un passato impenetrabile, un presente di assenze e segreti. Una notte Sunny esce per sfogarsi, come fa molto spesso, mentre il paziente Bruce la aspetta, interrogandosi angosciosamente sulle sue compagnie, su dove possa essere, su cosa possa fare queste lunghe notti nere in cui scompare e spesso torna piena di soldi; ma Sunny scompare, silenziosamente, semplicemente, lasciando a Bruce le sue figlie e un gatto, a cui lui è allergico.

The things is, most people in the world are like me, boring. But then sometimes you meet someone like Sunny, and you forgive them for being crazy or whatever, because if there weren’t women like Sunny, everything would be like how my life was before her. And there would be no lobster dinners financed with magic. No beautiful daughters. No making love to jazz or making love before work and all day having her scents on me like a perfume that I could smell and be happy for.

(Il fatto è che la maggior parte delle persone al mondo è noiosa, proprio come me. Ma a volte incontri qualcuno come Sunny, e gli perdoni di essere fuori di testa o qualsiasi cosa, perché, se non ci fossero donne come Sunny, tutto sarebbe com’era la mia vita prima di lei. E non ci sarebbero cene a base di aragoste pagate magicamente. Non ci sarebbero figlie bellissime. Non si farebbe l’amore ascoltando il jazz o prima di andare al lavoro, i suoi odori su di me per tutto il giorno, come un profumo che mi rendeva felice quando lo respiravo).

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America’s Heartland–Red Barn in a bean field

Il trait d’union dei racconti è un Midwest svuotato delle sue connotazioni mitiche, che si rivela nella sua faccia più dura, più impietosa, impassibile osservatore degli eventi. Quella del Midwest di Butler è una natura cruda, senza trucchi né inganni, che si integra perfettamente nelle vicende narrate, diventando un’estensione dei protagonisti; ma è anche una natura che impara a perdonare, come succede nell’ultimo racconto della raccolta, Apples, che è quello che ho preferito perché apre uno spiraglio alla redenzione, alla speranza, al sogno di una vita più semplice, più essenziale, svuotata del superfluo e del pleonastico.

Il protagonista, Lyle, gravemente ammalato di diabete, ha perso il lavoro, e non riesce a rassegnarsi alla sua inattività forzata, all’impossibilità di definirsi in quanto non più utile agli altri, privo di un ruolo, di una funzione sociale, di una ragion d’essere. Incoraggiato dalla moglie, la figura femminile più positiva della raccolta, paziente, comprensiva, piena d’amore per il marito, Lyle inizia a lavorare in un meleto. È un lavoro ripetitivo e solitario; ma a Lyle piace arrivare presto, guardare il sole sorgere sugli alberi, sentirsi parte integrante di un sistema armonico, sereno, confortante.

Un giorno arriva un anziano signore a comprare gli scarti del raccolto, destinati ai daini, e ad interrompere il suo lavoro silenzioso e solitario. Il vecchio inizia a parlare, e racconta a Lyle la storia della moglie morta, sua compagna di classe per quindici anni, della quale era stato sempre innamorato, senza tuttavia aver mai trovato il coraggio di parlarle. Quando la ragazza si presenta a una festa di paese con un accompagnatore, lui, ubriaco, lo sfida a uno dei giochi della fiera, il martello che misura la forza del giocatore. Dopo quarantaquattro tiri riesce a vincere, solo per scoprire che lei è scappata via, umiliata dalla sfida e dal fatto che lui fosse ubriaco. Va a trovarla la mattina seguente, e lei ride di lui, che era stato uno sciocco a non rivolgergli la parola per quindici anni, dato che anche lei era innamorata di lui.

I due avevano un frutteto, e le mele erano diventate parte integranti della loro quotidianità, della loro intimità, del loro amore: torte di mele, sidro di mele e chutney di mele, mele nelle insalate e mele a letto, dove lui le nascondeva mentre lei dormiva, facendola impazzire per quest’abuso di frutta, mele a tavola e mele a letto:

Thing is, in my head, I almost can’t remember parts about her. I can hear her voice now and then inside my head, but it’s her voice before she died, not when we were young. Not when we were young and had that orchard. I can see her mouth moving, her young mouth, but she’s mute. I can’t hear anything. Or maybe now I’m deaf, who knows.

(Il fatto è che, nella mia testa, quasi non riesco a ricordarmi pezzi interi di lei. A volte riesco a sentire la sua voce, ma è la voce che aveva prima di morire, non quando eravamo giovani. Quando eravamo giovani e avevamo quel frutteto. Riesco a vedere la sua bocca che si muove, la sua bocca giovane, ma lei è muta. Non riesco a sentire niente. O forse sono diventato sordo, chi lo sa).

Lyle torna a casa e prepara una torta di mele per la moglie. Nasconde una mela dentro il letto, dalla parte di lei. E scende ad aspettarla. E riprende a continuare a vivere.

Soundtrack: Bruce Springsteen, I’m on Fire

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Nebraska

Due storie.

Sono solo finzioni letterarie, in fondo. No?

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Ad occhi chiusi

Avrò avuto 10 anni. Frequentavo la quinta elementare.

Non mi piaceva prendere l’autobus della scuola per tornare a casa. Non abitavo lontano dalla scuola e mi piaceva tornare a casa a piedi, anche se non lo dicevo mai a mia madre: si sarebbe soltanto preoccupata.

Non mi piaceva l’autobus, era troppo pieno di bambini, bambini che gridavano, che cantavano, che giocavano, che prendevano in giro. Che mi prendevano in giro.

L’anno precedente, una bambina più grande mi aveva dato una spinta mentre scendevo. Ero caduta e tutti avevano riso. Da quel giorno avevo deciso che non avrei più preso l’autobus.

Anche adesso odio prendere gli autobus: mi manca l’aria. Tutto questo comunque non è rilevante.

Era una giornata primaverile, ero quasi arrivata a casa. La mia casa si trova alla fine di una strada residenziale, un po’ isolata, dopo una curva a gomito.

Mia madre si era sempre raccomandata di guardare bene la strada quando attraversavo, perché la visibilità era molto ridotta. E io avevo sempre la testa tra le nuvole.

Non so perché quel giorno decisi, arrivata alla curva, che avrei attraversato la strada ad occhi chiusi. Forse era una sfida con me stessa, forse era solo per fare un dispetto a mia madre e per dimostrarle che in fondo quella curva non era tanto pericolosa. Forse era per scoprire se morire fosse veramente come dicevano, se esistesse poi realmente, la morte. Forse era per scoprire se Dio esistesse veramente, e avrebbe poi  mandato il mio angelo custode a salvarmi o meno. Forse per tutte queste cose messe insieme.

Attraversai la strada con gli occhi chiusi. Ricordo solo il rumore di una frenata e un colpo sullo zaino che mi fece rotolare per un bel po’. Aprii gli occhi, curiosa di sapere se ero arrivata in paradiso. Il cielo era blu.

Il ragazzo che guidava la macchina si era spaventato da morire perché andava troppo veloce. Mi alzai lentamente: avevo il grembiulino e la camicetta lacerati ed escoriazioni sulle braccia e sulle gambe. Anche i jeans erano rovinati.

Decisi che avrei raccontato a mia madre di essere caduta. Invece, un piccolo stuolo di vicini curiosi si era già radunato accanto a me, a distanza debita, e mia madre era già stata avvisata.

Che bella seccatura, pensai.

Il dottore mi disse che ero stata molto fortunata, perché il mio zaino di Barbie Hostess pieno di libri aveva protetto la colonna vertebrale dall’urto. Saresti potuta rimanere paralizzata, ma non guardi la strada? La macchina proprio non l’avevo vista, dottore.

Dissi anche alla polizia la stessa cosa e mi rifiutai ostinatamente di sporgere denuncia. Forse mi ero distratta, la colpa non era del ragazzo, e non correva poi tanto, e tutto è bene quello che finisce bene.

Questa storia non l’avevo raccontata mai a nessuno.

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Questione di paure.

Una volta mi sono innamorata.

Lui aveva una gran bella testa, e io amavo le sue parole. Amavo il suono della sua voce.

Ma le sue parole non erano quasi mai per me, o, almeno, non solo per me.

Ero solo una spettatrice, e facevo parte del suo pubblico, sugli spalti. Niente tribuna d’onore.

Io avevo bisogno di lui. Lui non aveva bisogno di me.

I miei umori dipendevano dai suoi. Lui era sempre placido, uguale a se stesso. Lui era lo stagno, io il torrente in piena.

Io mi sentivo perennemente a metà, con la sensazione costante che mi mancasse qualcosa, che mi avessero amputato un arto. Lui era così sicuro di sé, così indipendente da bastare totalmente a se stesso. Lui conosceva bene le sue radici, il suo posto nel mondo. Io non avevo un posto da chiamare casa, e mi sentivo come un albero sradicato da un uragano. Al suo confronto, ero così piccola, così nuda, piena di dubbi e di paure.

Sentivo che lui non era mai veramente lì, con me. Capivo di non essere riuscita a toccarlo veramente. Lottavo con l’insinuante consapevolezza che non ci sarei mai riuscita.

Ero gelosa di lui, in un modo che non riuscivo a piegare nemmeno a me stessa. Mi sembrava che per qualsiasi altra ragazza sarebbe stato più facile, avvicinarsi a lui, parlare con lui, stare con lui.

Gli raccontavo spesso cose, di me. Cose che non avevo mai raccontato a nessun altro. Speravo che, in questo modo, sarebbe riuscito a capirmi. Probabilmente, l’effetto delle mie storie era allontanarlo ancora di più.

Gli chiedevo spesso di parlarmi di sé. Non lo faceva mai.

Poi un giorno mi stupì, raccontandomi qualcosa di sé. La sua più grande paura. Aveva paura di morire da solo.

Lui, che bastava sempre a se stesso, che non aveva vuoti da riempire, che misurava con cura il perimetro del suo spazio, che dosava metodicamente il suo tempo. Lui, che non aveva bisogno di nessuno. Non l’ho mai amato tanto quanto in quel momento.

Non sono stata capace di spiegarglielo, e la cosa è finita nel baule delle cose mai fatte, delle parole mai dette. E l’ho lasciato andare, come si fa con tutte quelle creature selvatiche che non si riesce poi mai ad addomesticare veramente.

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