Mary Oliver, una poesia e i bicchieri mezzi vuoti

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The uses of sorrow

(In my sleep I dreamed this poem)

Someone I loved once gave me

a box full of darkness.

 

It took me years to understand

that this, too, was a gift.

 

(Mary Oliver, The uses of sorrow)

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L’utilità della sofferenza

(Mentre dormivo ho sognato questi versi)

Una persona che amavo mi ha dato una volta

una scatola piena di buio.

 

Ci sono voluti anni perché capissi

che anche quello era un dono.

 

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In quattro versi, Mary Oliver riesce a sintetizzare, con un’immediatezza che risuona in ogni sillaba di un dolore freddo e vuoto – simile al rumore che fa un centesimo che cade in una lattina vuota – una condizione di cui non siamo più bravi a parlare, uno stato d’animo che cerchiamo di abbellire costantemente, rivestendolo di una patina dorata per non vederne la ruggine. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, o di esercitare la tanto decantata mindfulness, di praticare più o meno complicati giochi della felicità o di cercare – solitamente per condividerli sui social – motivi per cui essere grati: Mary Oliver ricorda al lettore  – così come Elizabeth Bishop, in un’altra bellissima poesia, L’arte di perdere che a volte si ricevono colpi talmente forti ed inaspettati che nemmeno il pugile più esperto ed allenato riuscirebbe a prevederli. Delusioni inflitte da una persona cara, che lasciano senza fiato, peggio di un pugno allo stomaco. Fallimenti professionali o personali, che stendono peggio di un pugno sui denti, tanto per rimanere nella metafora agonistica.

Possibilità che giungono travestite da pacchi regalo, ma che, una volta aperte, si rivelano piene di vuoti, ché se fossero semplicemente vuote sarebbe più facile. E ci si ritrova, soli, a contemplare l’oscurità in fondo alla scatola. Sconfitti, almeno momentaneamente, almeno apparentemente. Perché, come la Oliver insegna, forse non ha sempre senso ricoprire il buio di glitter, chiamarlo con altri nomi per esorcizzarlo, trasformarlo, camuffarlo, evitarlo, nasconderlo. A volte bisogna semplicemente sedersi, al buio, da soli, e accettare di essere pervasi dal contenuto di quella scatola, per imparare a non averne paura, per essere pronti a riconoscerla tra mille ed evitarla. Per diventare più forti. Per imparare da un dolore che un giorno, forse, potrebbe tornare utile, per parafrasare Peter Cameron.

Non a caso, la poesia della Oliver si intitola The uses of sorrow, l’utilità – o meglio, le molteplici utilità – della sofferenza, e il titolo della raccolta che la ospita è Thirst, sete.

La Oliver, che cerca di affrontare la morte del partner, con cui ha condiviso quarant’anni di vita, si getta nella sofferenza a capofitto, con la voluttà del martirio immediato, con la volontà di accettare la morte come parte della vita affrontandola, e disarmandola.

My work is loving the world, amare il mondo è il mio lavoro, dichiara la poetessa all’inizio della raccolta: i suoi versi dimostrano il coraggio nell’affrontare quello stesso mondo nella sua interezza, l’umiltà di chi riesce a fare anche dell’oscurità una lezione di vita, andando avanti, sempre, per mantenere le cose insieme, come insegna anche Mark Strand.

Perché a volte bisogna imparare a vedere il bicchiere mezzo vuoto, per riuscire a riempirlo di nuovo.

 

Soundtrack: The Darkness, Leonard Cohen

 

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Frammenti di un discorso amoroso#2: dell’amore e di altri demoni

Per te nacqui, per te ho vita, per te morirò e per te muoio.
Garcilaso de La Vega
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 I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.
Il 26 ottobre 1949, nella cripta dello storico convento colombiano di Santa Clara, viene rinvenuto un cranio di ragazzina con una splendida chioma ramata, lunga ben ventidue metri e undici centimetri.
A  Márquez, giornalista alle prime armi inviato a occuparsi della storia, questa chioma straordinaria ricorda una leggenda narratagli da sua nonna: quella di una marchesina di dodici anni dalla chioma lunga come un velo da sposa, morta per aver contratto la rabbia dopo il morso di un cane.
La leggenda e il ritrovamento della cripta ispirano a  Márquez una delle sue storie più poetiche, Dell’amore e di altri demoni, da cui è tratto il frammento di oggi.
Sierva María de Todos los Ángeles è una ragazzina magra, dalla timidezza irrimediabile, la pelle livida, gli occhi azzurri e silenziosi e una splendida chioma ramata. Cresce nel disinteresse totale dei genitori, affidata alle cure degli schiavi della casa paterna: parla svariate lingue africane, imita le voci degli uccelli e degli animali, si dipinge il viso di nero, indossa collane stregonesche, impara a camminare così silenziosamente che la madre le mette un campanello al collo per sentirla.
Durante una spedizione al mercato per i festeggiamenti per il suo dodicesimo compleanno, Sierva María viene morsa da un cane nero con una stella bianca sulla fronte: contrae la rabbia, che viene scambiata per possessione demoniaca, e inizia il suo lento martirio.
Cayetano Delaura è candidato per la carica di custode del fondo sefardita presso la biblioteca del Vaticano. È brillante, intelligente, benvoluto dal vescovo, che gli affida il caso di Sierva María, nonostante Cayetano non sia un esorcista.
Cayetano ha poca dimestichezza con le donne: è spaventato da Sierva María più che dal diavolo. Intravede presto il vero problema della ragazzina, e decide di curarlo con i sonetti di Garcilaso de la Vega e non con gli esorcismi. Ma la poesia ha i suoi effetti collaterali, e i due si ritrovano presto prigionieri di un sentimento che può esistere solo all’interno degli esigui confini della cella di Sierva María, a riprova del fatto che l’amore va sempre preso molto sul serio.
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Fino ad allora non aveva smesso di guardarla negli occhi e lei non dava mostra di arrendersi. Lui sospirò profondamente, e recitò:
Oh bel sembiante per mia sventura incontrato”.
Lei non capì.
“È un verso del nonno della mia trisnonna” le spiegò lui. “Ha scritto due egloghe, due elegie, cinque canzoni e quaranta sonetti. E quasi tutti per una portoghese senza grandi attrattive che non fu mai sua, in primo luogo perché lui era sposato, e in secondo perché lei si sposò con un altro e morì prima di lui”.
“Frate pure lui?”
“Soldato” disse Cayetano.
Qualcosa si mosse nel cuore di Sierva Maria, perché volle riascoltare il verso. Lui lo ripeté, e questa volta proseguì, con voce intensa e ben articolata, fino all’ultimo dei quaranta sonetti del gentiluomo d’amore e armi, don Garcilaso de la Vega, morto nel fiore degli anni per una sassata in guerra.
Quando ebbe finito, Cayetano prese la mano di Sierva Maria e se la posò sul cuore. Lei vi sentì dentro il fragore della sua bufera.
“Sono sempre così” disse lui.
E senza lasciare tempo al panico si liberò della materia torbida che gli impediva di vivere. Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava e beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stata morire con lei. Continuò a parlarle senza guardarla, con la stessa fluidità e lo stesso calore con cui pregava, finché ebbe l’impressione che Sierva Maria si fosse addormentata. Ma era sveglia, con i suoi occhi da cerva impaurita fissi su di lui. Si azzardò solo a domandare:
“E adesso?”
“Adesso nulla” disse lui. “Mi basta che tu lo sappia”.
Non gli fu possibile proseguire. Piangendo in silenzio passò un braccio sotto la testa di lei affinché le servisse da guanciale, e lei si rannicchiò contro il suo fianco. Rimasero così, senza dormire, senza parlare, fin quando cominciarono a cantare i galli, e lui dovette sbrigarsi per arrivare in tempo alla messa delle cinque.
(…) Il panico era stato sostituito dall’affanno del cuore. Delaura non aveva tregua, faceva le cose come gli venivano, fluttuava, fino all’ora felice in cui fuggiva dall’ospedale per incontrare Sierva Maria. Arrivava ansante nella cella, inzuppato dalle piogge perpetue, e lei lo aspettava con tale inquietudine che il solo sorriso di lui le restituiva il respiro.
(Dell’amore e di altri demoni, Gabriel García Márquez, traduzione a cura di Angelo Morino, Mondadori)

What we talk about when we talk about poetry

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Vedere il Cielo d’estate è Poesia

Anche se in nessun libro puoi trovarlo

Le poesie vere fuggono

scriveva Emily Dickinson, illustrando meravigliosamente la natura schiva della poesia, che elude chi non la cerca senza pregiudizi, col cuore e la mente aperta, l’anima nuda, gli occhi chiusi. Leggere una poesia significa abbandonarsi con fiducia a un flusso di parole che custodiscono significati nascosti, a immagini magiche, mitiche, nelle quali quasi tutto è un’altra cosa.

Non per niente, Federico García Lorca scriveva che la poesia non cerca adepti, ma amanti.

Come con ogni amante che si rispetti, il mio rapporto con la poesia non è mai stato semplice, né uguale a se stesso: ma l’intensità non è mai variata. Forse per questo sentire che così tanti lettori evitano la poesia come la peste bubbonica, spesso in base a cattive esperienze in età scolastica, mi rattrista enormemente. Nel tempo ho raccolto un po’ di pregiudizi tra i più comuni, che mi piacerebbe provare ad analizzare, e, ove possibile, a sfatare. Pronti? Via.

1. La poesia è snob ed elitaria

La poesia è accessibile a tutti, perché soddisfa un tipo di sete che altre forme di letteratura, o di arte in senso lato, non riescono ad estinguere. Tocca corde sensibili, sazia quel bisogno di conferme, quel sentirsi parte di qualcosa, un uno universale, ma non unico, bensì multiforme, poliedrico, dai molti splendori e sfaccettature. La poesia abbraccia un concetto di umanità secondo il quale nessun uomo è un’isola, e quando suona la campana suona per tutti, e un pezzo di questo unicum muore, per dirla con John Donne – visto che grande fetta del nostro immaginario collettivo, dei nostri modi di dire deriva dalla poesia e non dalla prosa? Un’ulteriore riprova del fatto che Calliope, Erato ed Euterpe  – muse della poesia epica, della poesia amorosa e della poesia lirica- non sono poi così distanti dai comuni mortali.

La poesia aiuta a non sentirsi soli, a rendersi conto che qualcuno è già stato prima di noi, ha vissuto le stesse cose, si è sentito nello stesso modo. Stati d’animo ed esperienze non sono isolate, ma parte armonica di una trama che contribuisce a rendere il particolare universale.

2. La poesia non vende

Probabilmente è anche vero, ma non è un motivo per smettere di pubblicarla, no?

Se acquistassimo tutti le stesse cose, leggessimo esattamente gli stessi libri (ah, le mode) e iniziassimo a pensarla allo stesso modo, su tutto, il mondo sarebbe un posto infinitamente meno interessante.

3.La poesia è inutile

Ne siete ancora convinti? Andate e rileggere il punto 1) e un vecchio post sull’utilità della poesia.

La mia personalissima esperienza è che la poesia ha una funzione consolatoria, alla quale non sempre la prosa riesce ad assurgere. Nel periodo un po’ complicato che sto vivendo, che giustifica la mia latitanza dal blog e dai social media, mi rifugio spesso e volentieri tra i versi, e mi fa un gran bene

4. La poesia è difficile

Può esserlo anche la prosa. E, comunque, spesso le cose più belle sono le più difficili.

Oltre la metrica, oltre lo stile, oltre le infrastrutture, oltre il suo “abito” più o meno pesante, più o meno intricato, la poesia si presenta nuda, semplice, schietta agli occhi del lettore, offrendogli verità individuali e universali.

4. La poesia è per depressi

Surreale ma vero, me lo sono sentito ripetere più e più volte. Rieccheggia nelle mie orecchie quel giocherellone di Gozzano ne La Signorina Felicita, ovvero la Felicità:

Oh! questa vita sterile, di sogno!

Meglio la vita ruvida concreta

del buon mercante inteso alla moneta,

meglio andare sferzati dal bisogno,

ma vivere di vita! Io mi vergogno,

sì, mi vergogno d’essere un poeta!

E penso ai versi pieni di vita e di passione di Pablo Neruda, alle linee di luna e ai sentieri di mela, alla notte azzurra di Cuba e ai rampicanti di stelle tra i capelli.

E mi vengono in mente alcune poesie di ee cummings, i suoi versi giocosi, i suoi elefanti, uccelli e alberi, le sue metafore ardite, la sua celebrazione della vita e di quel che è la chiave di un mondo di parole arricciate. E i gatti e i libri sempre aperti a metà di Wislawa Szymborska, i ragazzi che si amano di Jacques Prévert, la speranza piumata e i poeti che accendono lampade di Emily Dickinson.

E resto in ammirata soggezione davanti all’incanto e alla meraviglia della poesia, antica come il mondo e sempre nuova, piena di significati cangiati, sempre diversi, che si adattano alla sensibilità e ai bisogni del lettore.

E ammiro sempre di più il coraggio spavaldo dei poeti, le loro timide rivoluzioni.

C’è bisogno di poesia, e c’è bisogno di silenzio.

C’è bisogno di lentezza, e di tempo.

C’è bisogno di aria, di luce naturale, di ricordarsi di respirare.

C’è bisogno di un posto da chiamare proprio.

Fortuna che c’è Wendell Berry coi suoi versi a ricordarcelo (potete leggere il testo originale qui).

Come essere un poeta

(un promemoria)

Trova un posto dove sederti.

Siediti. Osserva il silenzio.

Affidati con fiducia

agli affetti, alle letture, alle conoscenze

alle capacità – più di quelle che possiedi –

all’ispirazione, al lavoro, alla maturità, alla pazienza,

perché la pazienza unisce tempo

ed eternità. Metti in dubbio il giudizio

dei lettori che amano le tue poesie.

 

Respira incondizionatamente

l’aria non condizionata.

Evita l’elettricità.

prenditi tempo per comunicare. Vivi

una vita a tre dimensioni;

rifuggi dagli schermi.

Sta’ lontano da tutto quello

che oscura il posto dove si trova.

Non ci sono luoghi profani;

ci sono solo luoghi sacri

e luoghi sconsacrati.

Accetta quello che arriva dal silenzio.

Cerca di trarne il meglio.

Di quelle semplici parole che provengono

dal silenzio, come preghiere

restituite a chi prega,

fanne una poesia che non disturbi

il silenzio da cui è arrivata.

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Soundtrack: Pour toi mon amour, Thomas Fersen (dall’omonima poesia di Jacques Prévert)

Il vino è poesia in bottiglia

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Credit: Matt Taylor-Gross

Non so voi, ma la cosa che mi rilassa di più dopo una giornata lavorativa lunga e storta (ultimamente, l’80% delle mie giornate) è prendere in mano un libro di poesie.

La poesia sortisce un effetto su di me che la prosa non riesce a eguagliare: quando sono molto triste o molto scossa, stanca o con la sinusite, felice o innamorata, quando sono talmente irrequieta da non trovare pace per due minuti di seguito, i versi riescono a infondere in me calma, accettazione, prospettiva. Più semplicemente, mi regalano una boccata d’aria, un pensiero di bellezza. La stessa cosa succede quando mi metto a scribacchiare poesie.

La seconda cosa che mi rilassa di più è un bicchiere di vino, rigorosamente bianco. Non amando la birra né i superalcolici e non potendo bere vino rosso, sono diventata incredibilmente esigente dico a te, Chablis) e sempre più interessata agli abbinamenti eno-letterari.

In fondo, dovrebbe funzionare un po’ come con lo champagne e le fragole, no? Scegliere la poesia giusta non può che valorizzare un buon vino, e viceversa.

Ho chiesto quindi aiuto alla mia amica Cinzia Bonfà, master sommelier e giornalista (potete leggerla su bibenda.it o Cosedellaltrogusto.it, seguirla su Twitter e su Instagram).

Io ho scelto le poesie e l’accompagnamento musicale, Cinzia ha fatto il resto.

Buona lettura (con moderazione).

Ndrm (nota della redazione mia): il titolo del post è una citazione di Robert Louis Stevenson, tratta dal suo memoir di viaggio The Silverado Squatters, cronistoria del suo viaggio di nozze con Fanny Vandegrift a Napa Valley, California nel 1880.

Patrizia Cavalli

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?

Io voglio che stravedi non che vedi!

(da Datura, Einaudi editore)

L’abbinamento di Cinzia:

Mi piace la destabilizzazione perché mi scuote e mi fa sentire viva e lo Champagne Franck Pascal Cuvée Emeric Extra Brut, dosato al minimo, lo ha fatto in modo prima elegante e poi impetuoso, presentando una personalità poliedrica.

Assorta nel brillìo di un tulle dorato ne scrutavo anche gli indolenti riflessi ramati nascosti da un sottilissimo perlage.

Un biodinamico lunatico, questa Cuvée Emeric di sole uve Pinot Meunier, perché cambia d’abito velocemente in un crescendo di profumi provocanti quali il pain grillé, la cotognata e richiami di terra umida e un che di metallico. Affascinante e ingannevole poesia dei sensi…

Soundtrack: Joni Mitchell, A case of you

Patrizia Valduga

Cos’è l’amore che mi mandi intorno?

Libido narcisistica con tanto di biglietto di ritorno.

Cosa farfugli di fusione mistica?

Ochetta che s’impanca…

L’amore è in ciò che manca, è l’Io che manca.

(da Lezione d’amore, Einaudi editore)

L’abbinamento di Cinzia:

Il Ruinart Blanc de Blancs è un abbraccio tra l’eleganza e la potenza dello Chardonnay in purezza.

Dorato, brillante con perlage che si eleva al cielo ma che rimane ancora un po’ sul bordo del calice; rimane lì in attesa di finire il suo meraviglioso respiro. La cremosità e il lungo ricordo del passaggio nel palato edificano un “sì”, un sì all’attimo fuggente, a ciò che non ritorna, a quel treno che passa una volta e che con “lui ” (#Champagne) può ritornare.

Soundtrack: Between the bars, Elliot Smith

Edgar Lee Masters

Sarah Brown

Maurizio, non piangere, non sono qui sotto il pino.

L’aria profumata della primavera bisbiglia nell’erba dolce,

le stelle scintillano, la civetta chiama,

ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia

nel nirvana beato della luce eterna!

Va’ dal cuore buono che è mio marito,

che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d’amore: –

digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui,

hanno foggiato il mio destino – che attraverso la carne

raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace.

Non ci sono matrimoni in cielo,

ma c’è l’amore.

(dall’ Antologia di Spoon River, a cura di Fernanda Pivano, Einaudi editore)

 

L’abbinamento di Cinzia:

Luce 2000 di Luce della Vite, Frescobaldi.

Il tempo addolcisce le asperità, il dolore e anche i ricordi nella vita, così fa anche con il vino dove il tempo arrotonda, leviga, ammorbidisce creando sfericità nei sapori e negli odori. Pennellate rubino con riflessi granato. Spaziatura dolce, chiodi di garofano, tabacco su una distesa di confettura di fragole. Il calore bilanciato da una bella freschezza e i tannini ammorbiditi dal tempo rendono questo vino splendido e il suo ricordo sempre vivo.

Soundtrack: Fabrizio De André, Non al denaro non all’amore né al cielo (Si, l’intero disco, ispirato appunto all’antologia di Spoon River)

Sylvia Plath. Solitudini e moltitudini.

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Penso spesso alla solitudine di Sylvia Plath.

Non in modo morbosamente curioso: succede quando leggo una sua poesia, quando sfoglio i suoi diari (ritrovando tra le sue parole tanto di me, più di quello che vorrei), quando ripercorro le tappe della sua vita attraverso le sue lettere – quasi come sfiorare una persona cara al buio, riconoscerne i tratti, colline di guance e vallate di collo.

Penso a quanto si sia sentita sola, quella sera di febbraio del 1963. Così sola che nessuno sarebbe più riuscita a toccarla, pelle e anima, che nessuno sarebbe più riuscito a guardarla e vederla, veramente. Sola di quella solitudine che ti avviluppa tutta e diventa una seconda pelle scomoda, appiccicosa, sudaticcia. La pelle di qualcun altro.

Così sola che nessuno sarebbe più riuscito ad ascoltarla – non sentirla, ascoltarla – e capire quella voglia di gridare e battere i denti e strapparsi vestiti e capelli di dosso ed esorcizzare tutto quel dolore, quella stanchezza di secoli, quell’impossibilità di rassegnarsi al flusso degli eventi, di vivere giorno per giorno.

Penso a quanto debba aver lottato per anni senza mai rassegnarsi alla mediocrità, senza riuscire a cercare pace, cercando qualcosa e qualcuno da amare così tanto da farle male, da farla sentire profondamente, inesorabilmente viva. Da distruggerla.

Penso a quanto debba aver avuto freddo, quella notte, nel suo appartamentino londinese. Così freddo da essere scossa da brividi dalla testa ai piedi, lame di gelo conficcate tra le scapole, stalattiti di ghiaccio a perforare il cuore, con la convinzione recondita di non riuscire mai più a provare l’abbraccio del calore. Un abbraccio capace di liberarla da quell’inverno perpetuo e riportarla nelle sue amate spiagge della East Coast, la pelle giovane sporca di sabbia bianca e tostata dal sole, i piedi immersi nell’acqua trasparente come quando, a due anni e mezzo, la madre le aveva annunciato l’arrivo del fratello Warren, e Sylvia aveva preso coscienza di essere parte del tutto ed essere al tempo stesso un essere autonomo, con limiti e confini ben delimitati.

Penso a quanto dovesse avere fame. Non fame di quel pane e quel latte che avrebbe lasciato per la colazione dei suoi bambini: fame di vita, così tanta da esplodere, fame di balli e vestiti che lasciavano le spalle scoperte e macchine decappottabili e ragazzi alti Ivy League e scarpe a tacco e vento tra i capelli . Fame di parole, parole partorite dal sangue e dall’inchiostro che trovavano la loro collocazione in strutture retoriche perfette, parole che messe tutte insieme avevano senso, davano un senso al dolore, all’alienazione, all’impossibilità di essere capite, a quell’amore così assoluto da tradursi nell’impossibilità di respirare. Nostalgia di un tempo in cui quelle parole, quei versi, quelle frasi si facevano ricettacolo di una rabbia muta e sorda, e sfamavano la necessità di capire, di capirsi, di riconoscersi.

Penso a Sylvia, seduta a tavola, il capo chino sulle mani, a ripercorrere la trama dei suoi errori, di tutte le cose che avrebbe potuto fare meglio, di tutte le cose che aveva voluto fare e non aveva mai fatto. Quella lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard, quell’esperienza newyorkese che sapeva di cocktail andati a male, le poesie più belle che non avrebbe mai scritto, Ted. Quella pantera che le aveva strappato la fascia dai capelli e aveva preteso di cibarsi del suo cuore. Quel poeta dal quale si era spesso sentito oscurata, e dal quale, al tempo stesso, era incoraggiata a scrivere, a fare di più, a fare meglio. Quello stesso Ted che avrebbe poi scritto Birthday Letters, uno struggente commiato in versi (che emana anche l’odore pungente di una catarsi tardiva dai sensi di colpa) dalla moglie abbandonata, ormai morta, che fa intravedere in quella stanzetta londinese anche la sua ombra: un’ombra scomoda, che non c’era quando Sylvia ne avrebbe più avuto bisogno. Too little, too late.

Penso a Sylvia, che ha amato così tanto Ted senza forse mai conoscerlo veramente, e a Ted, che proprio non riesco a farmi stare simpatico, che forse ha amato Sylvia senza mai capirla a fondo. Senza mai vederla davvero, quella bellissima ragazza di vetro incrinata da tante, troppe fragilità.

E penso a Sylvia e ai suoi bambini, a Nicholas e Frieda. Penso al dolore struggente di una madre che sa che non li vedrà mai crescere, che li abbraccia col cuore, con gli occhi, con la memoria, nella quale rimarranno sempre piccoli, nella quale non cresceranno mai. Sylvia non sarà con loro il primo giorno di scuola, non nasconderà i loro regali sotto l’albero di Natale, non asciugherà le lacrime delle prime delusioni d’amore, non assisterà alla loro cerimonia di laurea.

Cerco di immaginarmi come sia stato, quando tutto è diventato troppo, quando il peso di se stessa, l’orrore di convivere con se stessa, il peso delle responsabilità e di tutte le decisioni moltiplicate per tre sono diventati semplicemente insopportabili. Ripercorro i suoi passi silenziosi, forse scalzi sul pavimento gelido, rivedo quelle azioni così semplici e quotidiane eseguite con maldestra maestria per l’ultima volta: aprire il frigo, versare il latte nei bicchieri, affettare il pane (sentire la lama fredda del coltello contro la guancia, indugiare in una voluttà momentanea, un desiderio di sangue: il sangue della ferita di Ted dopo quel morso irruento di Syvvy alla prima festa, il sangue mensile, il sangue dell’imene lacerato di Esther Greenwood; ma non è così che deve finire).

Penso a Sylvia che prepara con cura gli asciugamani col monogramma (magari SH, non SP) e tappa ogni fessura con cura maniacale, il suo modo di accomiatarsi.

E penso a Sylvia, sdraiata per terra sul pavimento gelido, cercando di colmare quella voragine nel cuore che, nonostante tutto l’amore e le parole e i ricordi e i successi, diventa sempre più profonda, aspettando che il suo cuore esploda, sperando con tutta la se stessa che le rimane di trovare pace.

Tutto questo Katie Crouch l’ha raccontato molto meglio di me qui. Perché, quando quella particolare campana ha suonato, ha toccato – e continua a toccare, e a scuotere nel profondo – migliaia di non isole che abitano acque agitate, e che hanno bisogno di non sentirsi soli come Sylvia, quella notte. Hanno bisogno di dissetarsi di versi che testimonino che qualcun altro, un giorno, una notte, si è sentito esattamente nello stesso modo, e ha trasformato la rabbia e il dolore in energia creativa, in poesia immortale. La solitudine di una donna in una freddissima notte di febbraio è diventata il cuore pulsante di una moltitudine viva, vitale, vibrante: tre aggettivi che Sylvia – sia quella bionda che quella bruna – avrebbe amato.

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e.e. cummings, tutto minuscolo

cummingsbe of love (a little) more careful
than of everything
guard her perhaps only
A trifle less (merely beyond how very)
closely than nothing
remember love by frequent
anguish (imagine
her least never with most
memory)
give entirely each
forever its freedom

(dare until a flower,
understanding ceaselessly sunlight
open what thousandth why
and discover laughing)

sta’ un po’ più attento all’amore

più che alle altre cose

proteggila forse soltanto

un po’ meno

(appena più di molto)

vicino

ricorda l’amore con tormento

frequente (non immaginarla

mai di meno

con tutta la memoria possibile)

le due metà per sempre libere

(osa fino a quando un fiore,

comprendendo la luce imperitura del sole

sboccerà con mille perché e

imparerà a ridere)

Stare attenti all’amore. Prendersene cura, un po’ più di quanto facciamo col resto dei sentimenti che popolano le varie sfere del quotidiano. Il problema è che ce lo dimentichiamo troppo di sovente: allora interviene e.e, cummings (si, tutto minuscolo) a ricordarcelo. Lo fa col suo linguaggio un po’ criptico, con le sue immagini delicate di pittore di parole, con un tono leggero e scanzonato, con un verso frammentato che sembra prendere in giro il lettore, lasciandolo sospeso con la promessa di un avverbio.

Parole come pesci guizzanti, come un torrente d’acqua mai uguale a se stesso. Parole indomabili, impossibili da acciuffare, che sfuggono a ogni tentativo di incasellarle dentro un’interpretazione ben definita. Susan Cheever, nella sua biografia di e.e., scrive:

Modernism as Cummings and his mid-twentieth-century colleagues embraced it had three parts. The first was the exploration of using sounds instead of meanings to connect words to the reader’s feelings. The second was the idea of stripping away all unnecessary things to bring attention to form and structure: the formerly hidden skeleton of a work would now be exuberantly visible. The third facet of modernism was an embrace of adversity. In a world seduced by easy understanding, the modernists believed that difficulty enhanced the pleasures of reading. In a cummings poem the reader must often pick his way toward comprehension, which comes, when it does, in a burst of delight and recognition.  

(Il Modernismo, così come l’hanno abbracciato cummings e I suoi colleghi intorno alla metà del XX secolo, era costituito da tre parti. La prima comprendeva gli esperimenti sonori che avevano come scopo quello di collegare le parole alla percezione del lettore. La seconda si concentrava nel tentativo di depurare tutti gli elementi superflui per soffermarsi sulla forma e sulla struttura: lo scheletro, prima nascosto, diventava così prepotentemente visibile. La terza era la volontà di abbracciare le avversità; in un mondo sedotto dalla facilità di comprensione, i modernisti credevano che la difficoltà incrementasse il piacere della lettura. Con le poesie di cummings, il lettore deve trovare la sua strada per arrivare alla comprensione, che arriva –quando arriva – in un’esplosione del piacere del riconoscimento).

L’arte di vedere deve essere imparata, scriveva Marguerite Duras ne L’amante: cummings, il poeta bambino (aveva composto la sua prima poesia a tre anni), appassionato di disegno, aveva imparato a “vedere” e coltivato un immaginario poetico grazie alle sue fantasie infantili, popolate di elefanti, uccelli, alberi. Sviluppa un suo alfabeto e un suo stile, eliminando la presunzione delle lettere maiuscole, coltivando una punteggiatura fresca, frizzante, riducendo la lunghezza dei versi e conferendo loro un ritmo sinuoso e dinamico, in un’esplosione di sinestesie e suggestioni. La poesia di cummings è un inno al , consacrazione e celebrazione vitalistica di tutto quello che e.e. ama:

yes is a world

& in this world of yes live

(skillfully curled)

all words  

sì è un mondo

& in questo mondo di sì vivono

(arricciate ad arte)

tutte le parole

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Un modo originale (e poetico, e bellissimo) di ripercorrere i passi di Edward Estlin, di rivedere il poeta bambino amorevolmente incoraggiato dalla madre, che inizia a raccogliere i suoi versi in un quadernetto intitolato Estlin’s Original Poems, mentre il padre finge di essere un elefante, in omaggio alla musa poetica del figlio, è sfogliare le pagine della biografia Enormous Smallness: A Story of e. e. cummings, a cura di Matthew Burgess, splendidamente illustrata da Kris di Giacomo.

Una biografia apparentemente destinata a un pubblico infantile che in realtà diventa, mediante i versi e le bellissime illustrazioni che e.e. tanto avrebbe amato, una degna celebrazione di un poeta che voleva restare piccolo, ma che, volente o nolente, è diventato enorme.

(Tutte le immagini di questo post sono tratte da quest’articolo su Brain Pickings). enormoussmallness10

The Ophelinha Gazette#3 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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È  stata una delle settimane più lunghe della storia (credo di non dormire da 48 ore). Ma non si può saltare un numero della Gazzetta quando Harper Lee decide (di sua spontanea volontà?) di fare un graditissimo quanto inaspettato (e leggermente sospetto) ritorno.

Che poi la cosa strana è che abbiamo parlato de Il buio oltre la siepe appena una settimana fa a casa di Holden (probabilmente il suo The Quoted American ha qualche potere evocativo che sfugge all’umana comprensione).

Bando alle ciance, che lo Chablis è quasi finito e i link da spulciare sono tanti. Buon fine settimana di palle di neve (leggo che anche il Bel Paese ha ricevuto una spolverata: così capirete cosa significa vivere Su Al Nord).

1. Il ritorno di Harper Lee, annunciato dalla Associated Press, ha risvegliato l’entusiasmo di orde di fan di Atticus Finch e della giovane Scout Louise. Quante volte capita che una scrittrice del calibro della Lee torni alla carica, 55 anni dopo la pubblicazione di un classico senza tempo come Il buio oltre la siepe, con un romanzo scritto prima del suo best seller? Il titolo, Go set a Watchman, è di per sé evocativo: potrebbe alludere alla celeberrima scena in cui Atticus passa la notte sotto la cella di Tom, l’uomo di colore che ha deciso di difendere in tribunale, per evitare che venga linciato dalla folla inferocita; o potrebbe alludere a Boo Radley, il taciturno, invisibile vicino di casa (oltre la siepe, appunto) che salva la vita a Scout. Tuttavia, qualche ora dopo gli entusiasmi vengono smorzati da articoli allarmisti che gridano al complotto: l’editor della Lee, in un’intervista rilasciata a Vulture, dichiara di non aver mai avuto tra le mani questa sorta di prequel, che vedrebbe come protagonista Scout adulta; inoltre, la Lee sarebbe praticamente cieca e sorda e soffrirebbe di frequenti vuoti di memoria, e il manoscritto sarebbe stato ritrovato dalla sua legale, Tonja Carter, appena tre mesi dopo la morte della sorella Alice (su Jezebel), strenua paladina della privacy di casa Lee (anche a causa del carattere semi-autobiografico de Il buio oltre la siepe). BuzzFeed Books raccoglie in un articolo gli elementi più controversi del ritorno della Lee. Non so voi, ma io sarò tra quelli che pre-ordineranno il libro e attenderanno con ansia il 14 Luglio (data annunciata dalla Harper Collins per la sua pubblicazione).

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2. Siete veri book nerd? Scopritelo grazie a questo test.

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3. Dato che l’11 Febbraio ricorre l’anniversario della scomparsa della mia amatissima Sylvia (Plath: trovate un estratto dei suoi diari qui e un po’ di cenni biografici qui), vi propongo una riflessione sui “nessi infami” tra genialità e suicidio in chiave femminile (su Oubliette magazine).

sylvia-plath14.  Angolo Joan Didion:

– un articolo di Ho un libro in testa su Joan Didion e i social media;
– Joan Didion sulla nostra beneamata The Paris Review;
– una magistrale recensione di Prendila così dell’ottima McMusa;
– L’anno del pensiero magico secondo Tegamini.

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5. Si, San Valentino è solo un’operazione commerciale, come direbbe Bridget Jones, e, diciamocela tutta,  pure abbastanza fastidiosa. Ma, se potessimo regalare/ricevere tre copie vintage de The Paris Review sarebbe un po’ meglio, no? (Purtroppo consegnano solo ai fortunati che vivono negli USA…)

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6. Una bellissima lettera d’amore vintage indirizzata..ai libri. Su Brain Pickings, ovviamente

A Vintage Illustrated Love Letter to Books: What They Are, How They’re Made, and Why They Matter to Us, Maria Popova

Che sia un fine settimana di vin chaud e parole leggere.

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The Ophelinha Gazette#2 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Non so dalle parti vostre, ma qui si preannuncia un weekend di neve e gelo. Quale occasione migliore per rimettersi al passo con tutti quegli articoli e post deliziosamente nerd che avreste sempre voluto leggere, ma non ne avete mai trovato il tempo?

E quindi sotto a chi tocca!

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raboni1) Ultimamente abbiamo parlato tanto di poesia, da queste parti, e del suo ruolo. Ecco un articolo che vi spiega perché la poesia dovrebbe piacervi (o, almeno, dovreste provare a leggerla; non esistono scuse tipo: “Ma io la poesia non la capisco”):

Non vi piace la poesia? Leggete Raboni

2) Chi mi legge sa che ho scoperto da qualche mese lo scrittore americano Wendell Berry (ad esempio, qui e qui) , ed è stato amore a prima, ultima, eterna vista (come direbbe Nabokov). Siete curiosi di conoscerlo? Qui un po’ di link che potrebbero aiutarvi:

il sito della Fondazione Wendell Berry (The Berry Center);

un incontro tra Berry e il prof. Greg Hillis, che hanno parlato un po’ di Port William e di Trinità (lo trovate in traduzione sul mio blog qui);

il board Pinterest della casa editrice Lindau (al quale contribuisco anch’io);

Berry e il suo Kentucky rurale;

un macro-blog che raccoglie tutti gli articoli e i post su Berry (ce ne sono anche due miei – qui e qui – purtroppo tradotti con Google Translate (non da me, eh)… per ora.

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3) Quaranta scrittori dicono la loro sul tema della felicità:

40 Authors On How To Be Happy

4) Venti aneddoti e curiosità da lit-nerd da sfoggiare a piacimento a drink e apericena (o magari da tenere per voi, che è meglio):

20 Literary Facts To Impress Your Friends With

5) Per tutti coloro che stanno sognando l’Illinois insieme ai Bookriders de La McMusa, imprescindibile la lettura dell’intervista fittizia di Fernanda Pivano a Edgar Lee Masters:

Pseudo-intervista di Fernanda Pivano a Edgar Lee Masters

austen6) Momento Jane Austen: come sapete, ieri Orgoglio e Pregiudizio ha compiuto 202 anni. Non potevano quindi mancare un po’ di articoli di austeniana memoria, dedicati a tutte le Janeite (e a tutti i lettori maschi che criticano Jane Austen, etichettandola come “scrittrice rosa” o “scrittrice da femmine”, mentre in realtà non hanno mai aperto nemmeno uno dei suoi libri, perdendosi così le sue macchiette e il suo senso dello humor, nonché la critica feroce alla società inglese dell’epoca e a una certa idea di matrimonio… ma tergiverso):

Dieci curiosità su Orgoglio e Pregiudizio (per gli amici P&P);

– Perché, perché Mr Darcy è così dannatamente affascinante? Borioso, pomposo, permaloso, ma… la sua dichiarazione d’amore a Lizzie (la seconda, eh) farebbe sciogliere anche Olaf di Frozen;

Un articolo di ‪Pietro Citati, apparso sul Corriere della Sera lo scorso 8 gennaio, dedicato alle eventuali analogie tra ‪Anne Elliot, protagonista di Persuasione, e Aunt Jane.

7) Dieci parole coniate da quel simpaticone di PG Wodehouse (grazie a nepente per la segnalazione):

10 Great Words Coined by P. G. Wodehouse

brainard8) Un po’ di cose su Joe Brainard:

– Brainard è adatto anche ai misantropi, apparentemente. Electric Literature dixit:

On the Stories (Or Lack Thereof) of Joe Brainard

Un’ottima recensione di Holden & Company, che è già un tuffo nel suo Mi ricordo.

E con questo è tutto: la redazione di The Ophelinha Gazette (eteronimi inclusi) vi augura un eccellente fine settimana nerd.

Un’ora con…Manuela Bosio di Parole senza rimedi

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Sono passati già sei mesi dalla prima puntata di Un’ora con, rubrica di interviste spuntata fuori un po’ come un fungo dopo un acquazzone a seguito di una lunga chiacchierata transoceanica con Giulia di The Blooker, che all’epoca viveva ancora in Nuova Zelanda, scrivendo e esportando Bookstee a tutti noi poveri book nerd.

Ci ho preso gusto, a parlare di persone che mi piacciono. Persone belle, persone da cui imparare, persone che, pur attraverso conversazioni esclusivamente virtuali (email, Skype, chat, whatsapp) mi hanno toccato, mi hanno arricchito, mi hanno lasciato qualcosa.

Ho chiacchierato quindi con Alessandra di Una lettrice, con Valentina Stella di Bellezza rara, con Valentina Meloni di Travel Upside Down e con Marta Ciccolari Micaldi de LaMcMusa, tanto per farvi il riassunto delle puntate precedenti.

E sono felice di inaugurare il 2015 con una blogger che riempie le sue pagine virtuali di poesia, perché ultimamente mi sono interrogata un bel po’, sul valore, sullo status e sul ruolo (apparentemente inesistente) della poesia nella nostra società: Manuela Bosio di Parole senza rimedi.

Il blog di Manuela è un posto bello. È un posto in cui rifugiarsi quando si ha bisogno di cercare quella bellezza, quel sempre nei mai di cui parla la Barbery ne L’eleganza del riccio.

Parole senza rimedi è la prova che la poesia è più necessaria che mai, oggi. Perché si ha bisogno di pensieri di bellezza per contrastare tutta la bruttezza che ci circonda. E Manuela la rende accessibile, la poesia, distillandola, alternandola a pillole di pensieri e vissuto. Grazie a lei ho scoperto – o riscoperto, a seconda dei casi – Luzi, Manganelli, Raboni, la Valduga.

E mi sono persa nella sue parole – che fossero parole che non avrebbe dovuto scrivere, riflessioni sulla memoria nate in una sala d’aspetto, bilanci di fine anno apparentemente casuali, altri e bassi della vita da prof.

E mi sono tuffata nelle sue recensioni, mai asettiche, sempre partecipate, quasi come se in realtà si stesse parlando davanti a una tazza di tè e la Mallarmeana fosse lì a raccontarti Giusi Marchetta, o Paolo Cognetti .

Ultima cosa, giuro: Manuela è una persona spontanea e lunare, trasparente come i pensieri e i frammenti di sè che riversa nei suoi post. È una persona che si mette in discussione e si pone domande, cosa che riscontro sempre di meno nell’esercito di tuttologi imperanti. E questa è una delle qualità che apprezzo di più in una persona.

Quindi, che aspettate a perdervi nelle sue parole senza rimedi?

Manuela Bosio

1) Come nasce Parole senza rimedi, e cosa rappresenta per te?

Come e quando, soprattutto. Il blog nasce in un gennaio particolarmente freddo di un anno molto importante per la mia vita, il 2012, a cui devo molto del mio essere attuale.

Non parlo soltanto di fatti, parlo soprattutto di sensazioni. È stato un crescere e un regredire contemporaneamente, il punto di avvio di una stagione stabile e inquieta allo stesso tempo.

Tutta questa necessità di dire aveva bisogno di uno spazio che la contenesse.

Così, il blog, che parte prima come luogo di commento poetico, o di libri letti e amati, di parole nascoste nelle pieghe delle pagine, poi si trasforma – e questo non so se sia un bene o un male – in parentesi di impressioni sulla realtà che mi circonda, di stati interiori che spesso galleggiano tra il detto e il non detto.

Nasce parallelamente alla mia esperienza come Professoressa di Italiano alla Scuola Secondaria, alla paura matta che avevo della mia vita in rapido cambiamento, a una visione nuova di alcune cose.

Provare a crescere a trent’anni senza rete di sicurezza è più difficile di quanto si creda.

Tra i primissimi post, quello a cui sono più affezionata è quello che riguarda Le notti difficili e il mio incontro con la lettura di Buzzati, autore che amo da sempre, che risulta ancora oggi uno dei più letti.

2) Chi c’è dietro Parole senza rimedi?

Bella domanda. Ci sono soprattutto io, penso si percepisca, ma anche chi mi sta intorno, la mia casa, il mio lavoro. E c’è anche chi è distante, soprattutto temporalmente, i personaggi dei libri che leggo, la loro vita pensata e immaginata, o fisicamente, ma presente attraverso le parole, dei libri, delle poesie, dei discorsi persi nella memoria.

C’è la provincia, facile e difficile, il mondo della scuola, i ragazzi con cui passo la maggior parte del tempo e ci sono i piccoli alunni con cui lavoro oggi.

Ci sono i ricordi, tanti, e i desideri. C’è la mente ma anche il corpo, le sue ferite, i suoi segni. Tutto condito con un po’ di malinconia, che non penso sia il mio tratto caratteriale predominante, ma esce spesso quando scrivo, chissà perché.

3) Il tuo scaffale d’oro

Premetto, non amo le liste. Chi mi conosce sa che rifuggo ogni idea di progetto che preveda elenchi di cose da dire o da fare. Per te farò un’eccezione.

Nel mio scaffale d’oro non può mancare la poesia, che compro e leggo da quando ero piccolissima, e tutti dicevano “Che schifo la poesia”, mentre io rimanevo affascinata da quei versi che sembravano dire ciò che io non sarei mai riuscita.

lo scaffale d’oro è un luogo che non contemplo, sarebbe infinito, ma ti posso dire ciò che occupa alcuni spazi importanti

Tutte le poesie di Giovanni Raboni

I sessanta racconti di Dino Buzzati

Il Maestro e Margherita di Bulgakov

Poesie 1972-2002 di V. Lamarque

L’isola di Arturo di Elsa Morante

Tutte le poesie di e. e. cummings

per dirti dei nomi, così, i primi che mi sovvengono.

4) Se Parole senza rimedi fosse una canzone (o una colonna sonora)….

Anche questa domanda è difficile, forse sarebbe una di quelle musiche brasiliane che sanno di tormento e abbandono e che, nel passaggio dopo esplodono di allegria, come un lampo, guardando con nostalgia al passato, all’infanzia e con gioia al presente e illusione al futuro, magari.

Una nenia che culla come un’onda, che annoia un po’, che poi, però, lascia qualcosa di dolce.

Ascolto musica di quasi tutti i generi, mi piace variare, dipende dai periodi, spesso dall’umore.

5) Cos’è per te la poesia, e una poesia che ti rappresenta, che senti tua (o più di una se vuoi)

Per me la poesia è molto importante, un fatto quasi naturale (lo so, è patetico, lo so.)

Devo premettere che non vengo da una famiglia di grandi lettori, a parte mia madre.

Quando ero piccola, mi accostavo alla lettura soprattutto su testi scolastici e, guarda caso, i testi più accattivanti risultavano sempre quelli poetici.

È un linguaggio che riesce a toccarmi nel profondo, che parla con le parole che vorrei sentirmi dire. Il passato ha visto anche un periodo di sventurata produzione poetica adolescenziale che ho dato in pasto alla polvere e all’umidità della cantina.

Ci sono molte poesie che sento mie, sarebbe impossibile elencarle tutte.

Mi piace molto una poesia di Giorgio Manganelli, il cui primo verso recita:

Desideravo vederti, desidero la fantasia dei tuoi capelli.

È un componimento che esprime un tormento d’amore e che mi piace soprattutto perché dice fantasia dei tuoi capelli, che considero da sempre una bellissima immagine.

Un’altra poesia che amo è quella, bellissima, di cummings

Mi piace il mio corpo

quando è con il tuo / corpo. È una cosa tanto nuova…

perché è l’idea che ho dell’amore.

Ultima, una poesia di Giovanni Raboni che mi è rimasta nel cuore per la malinconica familiarità che accomuna le nostre vite:

Vivi, io e te, per quanto?

contenuta nei Barlumi di storia.

Amo molto Patrizia Valduga e Vivian Lamarque, donne di poesia molto diverse tra di loro, ma capaci di appassionare le diverse parti di me.

Ce ne sarebbero molte altre, ma temo che non ci sia lo spazio sufficiente.

6) Il tuo rapporto con la scrittura

Premetto che nutro parecchi dubbi su ciò che sia realmente la scrittura e sul fatto che ciò che lascio sul blog possa essere definito tale.In generale, posso dire che il mio rapporto con la scrittura è abbastanza conflittuale.

Ci sono momenti in cui sento il bisogno compulsivo di scrivere, una sorta di “fame” che mi spinge a tracciare segni e raccontare le mie storie, lasciando andare impressioni emozioni anche molto intime e profonde.

Ci sono altri periodi in cui non mi è possibile nemmeno il pensiero della scrittura, e spesso ciò accade nei giorni in cui sto poco bene, o sono molto felice.

La scrittura resta comunque una passione che non mi lascia, che mi accompagna da anni e mi aiuta a liberarmi di certi fantasmi, a lasciarli andare, o a creare loro uno spazio confortevole..

Importante il legame con la lettura, infatti, più leggo cose che mi stimolano e mi coinvolgono, più riesco a vedere ciò che mi circonda con occhi nuovi, e magari a scriverne un frammento, un’immagine.

7) Progetti in cantiere

Progetti nuovi, no, oltre a quello di vivere tutto, forte. Ultimamente scrivo poco, un po’ perché ho meno tempo, a volte perché mi sembra di avere meno cose da dire. Spero di continuare a scrivere ancora per un po’ su Parole senza rimedi senza annoiare troppo chi mi legge, raccontando storie a chi le vuole sentire, consigliando i libri e le poesie che amo e ho amato di più. Regalando parole. Senza rimedi, naturalmente.

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La libreria che vorrei

post4La libreria che vorrei è grande e luminosa. Ha il parquet o la moquette, perché spesso c’è bisogno di guardarli dal basso, i libri, o di sedersi e accarezzarli.

Nella libreria che vorrei il tempo si ferma. Non ci sono orologi, se non quello del Bianconiglio, che tanto è sempre in ritardo. Nessuno ha fretta: tanto i commessi quanto i clienti si prendono il tempo di accarezzarli con lo sguardo, i libri, confrontare le edizioni, sdilinquirsi davanti allo scaffale delle edizioni rare e costose. Sentire l’odore della pelle, della carta, del cartone. Quando qualcuno urta un lettore distratto non si arrabbia: ci si scambia uno sguardo di intesa, che in fondo si è complici in questo mondo parallelo.

Nella libreria che vorrei il cliente/lettore ha tempo di sedersi per terra/sulla poltrona/ su una panca e sfogliarlo, un libro. Questione di feeling, a volte. Conoscerlo, capire se si tratta dell’accoppiamento giusto. In fondo è un po’ come l’amore, no? Si vuole essere sicuri che ci piaccia, quella persona (in questo caso, libro) che ci portiamo a casa. E questa serendipità non può accadere se commessi sgradevoli e sgarbati ti fulminano con lo sguardo o ti invitano dopo due minuti con pochissima cortesia a riporlo, il libro (è un bene di consumo! Non si può sbirciarlo prima di comprarlo!)

Nella libreria che vorrei ci sono i gruppi di lettura. Ma non fatti all’acqua di rose, eh. Tematici, e in lingue diverse, che ormai il multilinguismo è una realtà assodata, quantomeno nelle capitali, vero?

E ci sono corsi di letteratura strepitosi, come quelli dell’amica Marta di LaMcMusa. E ci sono reading di poesia, ché non mi fido di coloro che non amano la poesia, o la ripudiano come forma d’arte elitaria o “difficile da comprendere”. La poesia è democratica e appartiene a tutti. Tutti siamo poeti, in fondo, ma non tutti siamo in grado di accendere quella luce che poi sfocia nei versi: una grande, grandissima, eccentrica poetessa, Emily Dickinson, scriveva che la funzione dei poeti è accendere lampade, e scriveva che

Vedere il Cielo d’Estate
È Poesia, anche se mai in un Libro costretta –
Le vere Poesie fuggono –

(Traduzione a cura di Giuseppe Ierolli)

Ma ve la ricordate, la bellissima scena de Il Postino in cui il postino – Troisi e Neruda – Noiret discutono di metafore?

Neruda: La metafora…come dirti…è quando parli di una cosa paragonandola a un’altra…per esempio quando dici “Il cielo piange” che cosa vuol dire?”
Troisi: “Che…che sta piovendo?
Neruda: “Sì, bravo. Questa è una metafora.”
Troisi: “Allora è semplice…ebbè perché ci ha questo nome così complicato?”
Neruda: “Gli uomini non hanno niente a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose.”

(A proposito, se non avete ancora mai letto il bellissimo libro di Antonio Skármeta da cui è stato tratto il film, correte al più presto ai ripari!)

Credo sia inevitabile interrogarsi sull’ “utilità” della poesia, specie in un’epoca in cui le cose per esistere devono essere fruibili, vendibili, pubblicizzabili; tuttavia – l’ho già detto e lo ripeto – è proprio per questo che abbiamo bisogno di poesia, oggi più che mai. Perché si ha bisogno di essere consolati. Si ha bisogno di essere compresi, e di comprendere se stessi. Soprattutto, si ha bisogno di trovare un po’ di bellezza, anche quando sembra che non ce ne sia proprio più a disposizione. Si avrà bisogno di poesia finché l’ultimo cuore umano batterà. Ma divago.

Nella libreria che vorrei la sezione dedicata alla poesia non è un misero scaffale tra la X e la Y della narrativa, e non comprende solo raccolte dai titoli obbrobriosi, tipo Poesie per i matrimoni o Poesie per la tua amata, né striminzite antologie di Whitman, di Cummings, di Lee Masters (per striminzite intendo una trentina di pagine). No, la mia libreria ideale avrebbe scaffali e scaffali di edizioni bellissime, con tutti i poeti (intendo tutti, non solo i soliti sospetti: l’onnipresente Alda Merini, Neruda, Bukowski, la mia amata Szymborska, e poco altro) religiosamente catalogati in ordine alfabetico. Se la mia libreria ideale esistesse, non avrei dovuto cercare Mark Strand in tre capitali europee diverse, farmi portare un’edizione decente di Puskin direttamente dalla Russia e essere guardata in tralice quando chiedo raccolte della Manguso, della Achmatova, di Blok o del mio ultimo coup de foudre, Svetlana Kekova.

Nella libreria che vorrei c’è una sezione dedicata ai giovani lettori, che non devono annoiarsi mentre i genitori li trascinano di scaffale in scaffale; una sezione colorata, piena di giocattoli per i più piccoli, con elfi e fate gentili che leggono storie e aiutano a scegliere un libro da portare a casa. Perché non è mai troppo presto per diventare lettori, e qual è la cosa che i bambini amano di più, se non le storie?

Infine, nella libreria che vorrei c’è un caffè spazioso dove i lettori infreddoliti (o accaldati, a seconda delle stagioni) possono sedersi, bere qualcosa come una cioccolata calda con i marshmallows (o un bicchiere di Chablis)  e iniziare a leggere. Un caffè silenzioso, con musica classica o jazz in sottofondo. Un caffè in cui i tavolini non sono attaccati e le sedie non fanno quell’odiosissimo rumore che fa accapponare la pelle quando vengono spostate. Sui tavolini ci sono lampade che diffondono una luce morbida, soffusa.

Un caffè in cui le sedie sono poltrone , magari tutte diverse tra di loro, e c’è qualche vecchio gioco di società negli scaffali, come nei pub inglesi vecchio stile. E no, non c’è il WiFi, perché in alcuni momenti bisognerà pure staccare, no?

Se una libreria così esiste davvero, vi prego di segnalarmela. Io non l’ho ancora trovata.

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PS: le immagini del post sono ovviamente tutte tratte dal (bellissimo) film con Meg Ryan e Tom Hanks, C’è posta per te