Eroine letterarie disfunzionali

Dopo gli uomini che non sapevano amare, torna il nostro Valentine’s Day disfunzionale, stavolta con una carrellata di crudeli eroine letterarie: algide, fredde, calcolatrici e senza cuore, riescono a farla in barba a stupid Cupid e ai suoi strali sempre scagliati un po’ a caso.

Buona lettura, godetevi le nostre crudeli eroine e le gif del buon Michele (che ha realizzato anche il banner della nostra romantico-sarcastica iniziativa).

Ah, buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat, vi dedichiate a fare gli stalker dei vostri ex sui social media (non lo fate, vi prego) piangendo sulle note di All By Myself, o lo ignoriate completamente.

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Irene Forsyte di La saga dei Forsyte di John Galsworthy, scelta da me

Irene Forsyte è un personaggio per cui il lettore dovrebbe provare simpatia e compassione. Bellissima, algida, fragile, infelice, in grado di ammaliare e affascinare chiunque. Tranne me.

Irene sposa Soames Forsyte per i suoi soldi, pur odiandolo e disprezzandolo; dopo un paio di anni di matrimonio, decide di non ammetterlo più nella sua alcova, lasciando il povero Soames a torturarsi, cercando di capire come mai sua moglie non solo non lo ami, ma non riesca nemmeno a tollerare di stare nella stessa stanza con lui. Irene infatti non sopporta nemmeno di rivolgergli la parola o di guardarlo negli occhi, e non si lascia scappare l’occasione di ricordare al marito e ai parenti di lui quanto Soames le sia inviso.

Dopo il tragico epilogo di un’avventura col fidanzato della cugina di Soames, June, Irene lascia il marito, che rimane ossessionato da lei per tutta la vita, commettendo di conseguenza errori di ogni sorta, anche imperdonabili. Dopo una breve parentesi romantica con lo zio di Soames, che le lascia un bel po’ di quattrini, Irene si sposa col cugino dell’ex marito,  Jolyon Forsyte.

La domanda sorge spontanea: in tutta Londra, in tutta l’Inghilterra, in tutta la Francia (dove vive per un periodo) Irene non è stata capace di innamorarsi di un uomo che non facesse parte della famiglia dei Forsyte, che pure professa di odiare? Tutto il suo personaggio puzza di falso, di costruito, di artificioso: Irene non vede che se stessa e rimane egoista fino alla fine, impedendo al figlio Jon di coronare il suo sogno d’amore con Fleur Forsyte, che, udite udite, è la figlia dell’odiatissimo Soames. L’amore tra I due piccioncini potrebbe chiudere un circolo vizioso, mettendo fine alla faida tra Irene e Soames e riportando la pace tra i vari Forsyte; ma Irene, dopo la morte del marito Jolyon, ha troppa paura di perdere il figlio, “consegnandolo” alla famiglia di Soames, e di rimanere sola.

Soames non è certo il più amabile dei personaggi letterari: è un uomo che non sa amare, ma suo malgrado, e non riesce a rendersene conto. La capacità di Irene di amare (e di essere amata) è invece alla base del suo personaggio: questo dettaglio rende il suo cieco egoismo e il suo estenuante vittimismo ancora più insopportabili.

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La Marchese di Merteuil di Le relazioni pericolose di Laclos, scelta da Valentina di Peek a Book

Baudelaire la definì la personificazione dell’ “Eva satanica”: quale altra eroina letteraria è più bad girl della Marchesa di Merteuil, colei che tira davvero le fila di tutte le 175 lettere che compongono il leggendario romanzo epistolare Le relazioni pericolose? La più grande libertina della letteratura dell’epoca, vera Don Giovanni del romanzo (Valmont è nulla a confronto) e villain per eccellenza, la Marchesa, rispettabile e stimata agli occhi di tutti, è in realtà una gelida e spietata calcolatrice, dedita solo a tramare per nuocere chiunque si metta sulla sua strada. Dietro un muro di finta pudicizia e intoccabilità, si nasconde la più fine conoscitrice della strategia amorosa, la più diabolica cospiratrice del romanzo libertino, una donna che fa della seduzione dell’altro sesso una ragione di vita. In realtà, noi che la Marchesa la conosciamo bene sappiamo che non è veramente malvagia e glaciale; la sua è “solo” una ribellione al ruolo di contorno a cui era relegato il genere femminile all’epoca, alla secondaria importanza che la donna aveva su tutto.

Moderna eroina o astuta mistificatrice, la Marchesa di Merteuil si trascina fino a dove la porteranno la sua spregiudicata disinvoltura e la sua mancanza di empatia verso il prossimo con una sola idea in mente: “Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio”.

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Elyria di Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, scelta da Chiara di Librofilia

Giovane moglie newyorchese che, alle prese con un passato difficile, con un perenne senso di disorientamento causato dalla morte della sorella e con un matrimonio sbagliato – contratto con il professore della sorella morta suicida – avverte un senso di inadeguatezza nei confronti della vita, nonché l’incapacità di dare un nome al suo malessere interiore e per questo motivo, decide improvvisamente di abbandonare suo marito e la loro casa, per fuggire solo con uno zaino in spalla e con pochi soldi in tasca, per dirigersi in Nuova Zelanda, dove spera di ricominciare tutto da capo. Durante il viaggio, Elyria non dovrà difendersi solo dai pericoli e dai possibili stupratori, ma dovrà lottare soprattutto contro se stessa e contro la sua mente contorta e piena di contraddizioni. Elyria, è infatti l’emblema vivente della donna intelligente e consapevole del fatto che la natura umana è incapace di raggiungere un totale appagamento e, pertanto, tutti i sentimenti che smuovono l’animo sono molto spesso ingiusti e complessi; di conseguenza, tutte le decisioni che vengono prese non sempre sono il frutto di meccanismi interiori lucidi e prevedibili anzi, spesso è tutto l’opposto.

E nemmeno l’amore sembra far rinsavire Elyria, poiché preferisce fare e disfare tutto, fuggire in preda all’indecisione e comportarsi come una bambina capricciosa e incapace di affrontare le difficoltà, piuttosto che preservare l’unica cosa bella che la vita le aveva riservato ovvero il matrimonio con quell’uomo devoto, totalmente e follemente innamorato di lei.

Marie di Carne viva di Merrit Tierce, scelta da Mariateresa di Casa di ringhiera

Marie è una giovane donna, troppo giovane per comprendere cosa voglia dire impegnarsi. Fare la cameriera non richiede uno sforzo tale da lasciarle il tempo, mentale e materiale, per potersi occupare della sua carne. Marie non cerca una soddisfazione interiore, ma ne esige una fisica e metafisica.

Ciò di cui Marie ha bisogno è lo stordimento necessario per potersi concedere a chi voglia approfittare della sua libertà. Qualsiasi genere di uomo Marie si trovi di fronte, per lei non è mai abbastanza. Quello che la mia eroina disfunzionale teme più di ogni altra cosa è di non riuscire a sentire alcun tipo di dolore, perché è l’unica cosa che le da la certezza di non essere un cadavere in putrefazione.

Quello che mi viene in mente pensando a Marie è Betty, quarto brano presente nell’ultimo album dei Baustelle, L’amore e la violenza. Perché effettivamente Marie e Betty si somigliano molto in questa instancabile ed estenuante ricerca del dolore come fonte continua di vita.

Oltre all’amore materno, quello nei confronti di una figlia che in tutta probabilità sarà esposta allo stesso problema, non è in grado di sentire alcun tipo di sentimento verso altri esseri umani. Questo perché la carne viva è la sua, non quella altrui. Che invece equivale al putrido desiderio sessuale. Il resto è storia.

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Cheryl di Wilddi Cheryl Strayed, scelta da Nellie di Just Another Point

Cheryl è forte ma non troppo. Cheryl vorrebbe amare ma preferisce prendere uno zaino enorme, infilarci lo stretto necessario per sopravvivere durante la sua fuga nell’America più selvaggia con il desiderio di mettere più chilometri possibile fra se stessa e il problema. Perché per Cheryl la risposta è semplice: quando qualsiasi soluzione temporanea pare impossibile tanto vale andarsene nella natura, mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio, neanche fosse una sorta di auto elogio per dimostrare che anche da soli ce la si può fare, che non è necessario essere un duo per essere forti. Lo scopo di Cheryl è svuotarsi di qualsiasi pensiero, veder svanire ogni piccolo ripensamento per poi purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di sopravvivenza che solo un viaggio come quello lungo il Pacific Crest Trail può richiedere. L’amore, di qualsiasi tipo, rimane l’unico peso che le spalle di Cheryl non possono portare.

Lily Bart di La casa della gioia di Edith Wharton, scelta da Irene di LibrAngolo Acuto

Lily Bart è attraente, molto attraente. È giovane e viziata. A 29 anni è ancora single, ama la vita e le sue gioie, desidera un’esistenza felice e agiata e non le importa se l’uomo che è disposto a darle tutto questo sia un bell’uomo o no. Non le importa nemmeno che quest’uomo la ami e le importa ancor meno che sia lei ad amare lui.

Lily non cerca l’amore, cerca la ricchezza; cerca un uomo che possa tenere in vita la sua passione per gli abiti e i cappelli di ottima fattura, cerca un uomo che le possa garantire le sue tanto amate partitine a carte, che possa farla sentire una regina in casa sua. Ciò che Lily non sa, e di cui si accorgerà a sue carissime spese, è che non si può vivere una storia d’amore come se fosse una partita a canasta. Con i sentimenti, sia tuoi che degli altri, non puoi fare una scala di colore, proprio no. Non puoi pensare che sposarsi con un uomo debba per forza equivalere a un Bingo finanziario, né pensare che accontentarsi di Selden –avvocato solo “normalmente” benestante – sia come accontentarsi del gratta e vinci di tre euro quando si ambisce al primo premio del Mega Miliardario. Lily non pesa i gesti e non pesa le parole, agisce d’impulso e sempre per preservare una certa immagine di sé: quella della donna tutta d’un pezzo, sempre elegante, di buone maniere, sempre pronta a divertirsi e a partecipare a questa o a quell’altra crociera.

Lily è tanto bella e intelligente quanto veniale e superficiale. Una donna dalla quale stare alla larga se, sopravvissuti ai suoi giochetti, non si è interessati ad accompagnare ogni gesto d’amore con un prezioso collier di perle rosa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #2: Babbo Mark Twain

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book

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Le foto d’epoca ce lo presentano sempre un po’ così, duro, accigliato, questi baffoni che nascondono ogni parvenza di sorriso, ma anche Mark Twain sapeva diventare dolce come il miele, almeno sotto Natale, per le sue figlie.

Nello specifico abbiamo memoria di una lettera che scrisse nientepopodimeno che nelle vesti di Babbo Natale, in risposta a quella che sua figlia Susy aveva inviato al vecchio portatore di regali con la sua richiesta di doni.

Di solito le lettere a Babbo Natale sono a senso unico, si mandano e non si riceve mai risposta, se non sotto forma di desideri esauditi; questa volta, invece, la piccola Susy ha avuto il grande dono di ricevere una risposta, lunga, articolata, la risposta che farebbe tremare di felicità le gambe di ogni bambino.

Ed ecco a voi la lettera di Babbo Natale Twain per Susy:

 

Palazzo di San Nicola, sulla Luna

Mattina di Natale

 

 Mia cara Susy Clemens,

 

ho ricevuto e letto tutte le lettere che mi avete scritto tu e la tua sorellina… so leggere senza alcun problema la grafia frastagliata e fantasiosa, tua e della piccola. Ma ho avuto qualche problema con le lettere che avete dettato a vostra madre e alle balie, perché sono straniero e non so leggere bene in inglese. Vedrete che non ho commesso errori per quanto riguarda le cose che tu e la piccolina avete chiesto nelle vostre lettere – sono sceso lungo il vostro camino a mezzanotte mentre dormivate e vi ho portato tutto personalmente – e ho anche dato un bacio a entrambe… Ma… c’erano una o due piccole richieste che non ho potuto esaudire, perché abbiamo finito le scorte…

 C’erano una o due parole nella lettera della tua mamma che… penso fossero “un baule pieno di vestitini per le bambole”, è così? Mi farò trovare alla porta della cucina intorno alle nove di questa mattina per chiedertelo. Ma non devo vedere nessuno né parlare con nessun altro a parte te. Quando il campanello della cucina suonerà, George deve essere bendato e mandato ad aprire. Devi dire a George di camminare in punta di piedi e di non parlare – altrimenti morirà, un giorno. Quindi devi salire nella cameretta e stare in piedi sulla sedia o sul letto della tata e appoggiare l’orecchio al citofono che dà sulla cucina e, quando io ci fischierò dentro, dovrai dire: «benvenuto, Babbo Natale!» Quindi ti chiederò se era un baule che volevi. Se dirai di sì, ti chiederò di che colore lo vuoi… e dovrai descrivermi in ogni singolo dettaglio le cose che vuoi che contenga. Quindi, quando dirò: «arrivederci e buon Natale alla mia piccola Susy Clemens» tu devi dire «arrivederci, buon vecchio Babbo Natale, ti ringrazio moltissimo». Quindi devi scendere nella biblioteca e dire a George di chiudere tutte le porte che danno sulla sala e tutti devono stare fermi per un pochino. Andrò sulla Luna e, in pochi minuti, prenderò le cose che mi avete chiesto, tornerò passando per il camino della sala – se vuoi un baule – perché non posso far passare un baule dal camino della cameretta, sai… se lascio della neve nella sala, dite a George di spazzarla nel camino perché io non avrò il tempo di farlo. George non dovrà usare la scopa, ma uno straccio – o di nuovo, un giorno morirà… se i miei stivali lasciano una macchia sul marmo, George non dovrà pulirlo con la pietra pomice. Lasciatela lì per sempre a memoria della mia visita, e ogni volta che la guarderai o la mostrerai a qualcuno, deve ricordarti sempre di essere una brava bambina. Ogni volta che ti comporterai male e qualcuno ti indicherà quella macchia che lo stivale del buon vecchio Babbo Natale ha lasciato sul marmo, cosa dirai, piccolo tesoro mio?

Arrivederci tra pochi minuti, quando verrò sulla terra e suonerò il campanello della cucina.

 Il tuo amorevole Babbo Natale,

che ogni tanto viene chiamato Uomo della Luna.

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Non si sa esattamente come sia andata quella mattina, come si sia comportata Susy dopo aver letto e ricevuto la lettera, però ne è arrivata un’altra  fino a noi scritta dalla piccola, nella quale racconta del suo incontro con Babbo Natale (Mark Twain travestito?). Eccone uno stralcio:

 

[…] Una sera Rosa e tutti gli altri hanno detto che Babbo Natale sarebbe venuto prima di Natale e si sarebbe fatto vedere da tutti. Rosa ha detto che temeva che Babbo Natale non sarebbe venuto da noi perché non siamo tedeschi [in quel periodo la famiglia di Twain si trovava a Monaco, in Germania]. Mamma e tutti gli altri hanno detto che pensavano che Babbo Natale non sarebbe venuto. Quando mamma si è seduta a tavola, per mangiare il dolce, abbiamo sentito bussare alla porta ed è entrata Fraulein Dahlweiner e, dietro di lei, Babbo Natale. È entrato portando un sacco di tela e ha detto «Noch ein Sach!» («Un altro sacco!»). Ha tirato fuori un pacchetto, e quel pacchetto conteneva delle candele, poi ha tirato fuori due bambole, poi delle noci dorate e delle mele e delle gemme. Er hat gesagt (ha detto): «Wenn du nicht brav bischt, denn gibt es ‘was!» («Se non fai la brava le prendi!»). Aveva in testa un cappellone e continuava a coprirsi, non voleva che nessuno lo vedesse in faccia. L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso. Andandosene ha detto: «Ich hab’ viele unnadige Knabe’n dass ich in Wasser [hinein] werfen muss, und wieder naus nehmen» («Ho un sacco di bambini cattivi da buttare in acqua e poi tirare fuori») – quindi ha salutato e se n’è andato. Questo è tutto, per quanto riguarda Babbo Natale. […]

Olivia L. e Olivia Susan (Susy) Clemens

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“L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso”, chissà se Susy ha intravisto sotto la barba di Babbo Natale le fattezze del suo papà, chissà se l’ha riconosciuto dalla risata, chissà se le è venuto un piccolo dubbio.

E, soprattutto, chissà se i suoi piccoli aiutanti erano Tom Sawyer e Huckleberry Finn 😉

 

 

Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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#uominichenonsapevanoamare

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Disclaimer: quest’iniziativa non rappresenta assolutamente un manifesto neofemminista. Si tratta semplicemente di un gioco letterario, da prendere con tanta ironia, o, come direbbero gli Inglesi, with a pinch of salt.

Buona lettura, e buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat o, più probabilmente, lo ignoriate.

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#uominichenonsapevanoamare è nato nel corso di un’allegra e goliardica pausa pranzo di un paio di mesi fa. Ero appena uscita dal tunnel della #franzethon, la mia maratona letteraria dei capolavori di Franzen prima di incontrarlo dal vivo, e avevo scritto su Twitter che, grazie a lui o per colpa sua, ormai vedevo uomini disfunzionali ovunque, nelle pagine dei libri come nella vita vera. Ne è sorta una vivace e scoppiettante discussione privata con un paio di fanciulle che, come scoprirete a breve, mi hanno aiutato a scrivere il post di oggi, condividendo uno dei loro uomini letterari disfunzionali. Pronti a sfogliare il nostro bestiario letterario?

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1. L’uomo che rovina tutto e rimane a leccarsi le ferite (scelto da me medesima)

Chi è? Barney Panofsky, protagonista de La versione di Barney, Mordecai Richler

Ci ho messo un bel po’ a scegliere il mio personaggio letterario disfunzionale. Fresca di #franzethon, avevo pensato a Walter Berglund di Libertà, o Andreas Wolf di Purity; nel corso dei mesi, tra una casella del calendario letterario e un curriculum, ho soppesato cattivoni classici, tipo Gilbert Osmond di Ritratto di signora di Henry James o Francis Troy di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy; ci ho riflettuto, e mi sono fatta una domanda: qual è stato il personaggio letterario maschile che mi ha fatto arrabbiare di più?

E la risposta è stata quasi immediata (e sorprendente): Barney Panofsky, il protagonista de La versione di Barney di Mordecai Richler.

Perché proprio Barney? Perché, grazie alla sua pertinace ostinazione, riesce ad ottenere tutto quello che ha sempre desiderato – la sua Miriam, his heart’s desire – e a rovinare tutto. Perché, dopo una serie di scelte sentimentali a dir poco infelici, la vita gli concede non una seconda, ma una terza chance, e lui riesce comunque a mostrarsi ingrato e a non apprezzare l’enorme fortuna che gli è capitata: innamorarsi a prima vista, totalmente, irreversibilmente, e avere la fortuna di essere ricambiato nello stesso modo.

Perché ha un tempismo da schifo (si innamora di Miriam durante il rinfresco per il suo secondo matrimonio) e la insegue, cercando di convincerla a scappare con lui. Ora, per quanto io trovi la cosa assurdamente romantica, aver mollato neo-moglie e invitati per inseguire una sconosciuta è un atto di egoismo, così com’è egoismo quel suo non lasciarsi andare mai completamente, nemmeno con la sua Miriam: quella continua necessità di provare a se stesso che è ancora burbero, ancora orso, che le sue esigenze vengono prima di quelle di Miriam e dei loro figli. Barney è inoltre incapace di accettare che Miriam voglia svilupparsi anche come persona al di fuori della loro coppia: quando lei torna a lavorare, la gelosia di Barney e la sua incapacità di accettare il cambiamento la allontanano sempre di più. Per completare l’opera, Barney tradisce Miriam: è un’avventura senza importanza, ma suggella di fatto la fine del loro matrimonio. Miriam va avanti, Barney continua ad amarla per tutta la vita, a bere whiskey e piangere quando sente la voce di Miriam alla radio (lavora per un’emittente radiofonica) o quando ascolta Dance me to the end of love di Leonard Cohen. È questa la cosa che mi fa più arrabbiare di lui: ha tantissimo amore da dare, ha un cuore grande, non è burbero e scostante come potrebbe sembrare, ma ha paura di lasciarsi andare completamente, e perde l’unica cosa per lui davvero importante.

Che serva di monito a tutti quegli uomini, letterari e non, che hanno così paura di amare da rinchiudersi nella loro caverna e non accorgersi che, là fuori, c’è tutto un mondo di infinite possibilità, di coincidenze e di prenotazioni per coloro che hanno il coraggio di inseguirle.

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2. Il Sick Boy (scelto da Valentina di Peek A Book)

Chi è? Uno dei personaggi di Trainspotting o qualsiasi altro romanzo di Irvine Welsh

Avete nostalgia degli anni ’90 e siete tipe tutte rave, musica gabber, droghe e sballo? Questi tipi fanno per voi. In tutti gli altri casi: scappate. Sono bellocci e, nei rari momenti di lucidità, sapranno farvi sentire il centro dei loro pensieri, ma, attenzione, solo fino alla prossima crisi di astinenza. Dopo, ogni loro pensiero sarà focalizzato al trovare la loro “dose” di felicità e voi non esisterete più. Patiti di calcio e alcol, fanno parte di quella working class anglosassone che, più che lavorare, aspetta in poltrona che arrivi il prossimo sussidio, ovviamente da spendere in calcio, alcol e droghe. Non lasciatevi ingannare dal bell’aspetto, dall’occhio languido o dall’idea di un amore borderline e non fidatevi di Irvine Welsh, che vi ci fa affezionare un libro dopo l’altro, o in un attimo vi ritroverete con loro, stesi su un binario, a fare “trainspotting”.

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3. L’uomo che non si accontenta mai (scelto da Giulia di La Cornacchia Sepolta)

Chi è? Il Professor Kepesh, protagonista de Il professore di desiderio e de L’animale morente di Philip Roth

“Too many fish in the sea”, cantavano The Marvelettes, “I said there’s short ones, tall ones, fine ones, kind ones, too manyfish in the sea”, e il  Kepesh, bramosa creatura nata dalla ancor più bramosa penna di Philip Roth, quei pesci li vuole tutti. Kepesh è il professore di desiderio, il tipo d’uomo che non riesce a smettere di desiderare e, per quante donne collezioni, non riesce mai ad essere appagato. Essendo estremamente colto ed affascinante, le donne faticano a non finire nelle sue reti. È il tipo di uomo che rifugge la quieta normalità per rincorrere il sempre più lontano Graal della spericolatezza erotica della sua gioventù. È inutile sperare di essere quella che finalmente riuscirà a cambiarlo e a fargli metter su casa: in bilico tra pesca a strascico ed esistenza convenzionale, il tipo Kepesh rifuggirà sempre e comunque la riva a causa del continuo rimpianto per tutte le pescioline che altrimenti non farebbero parte della sua paranza. È tanto fortunato da raggiungere più volte il traguardo della donna e dell’amore della vita, ma continua a superarlo e a girare intorno. In vecchiaia si trasforma in un animale morente, un Von Aschenbach che continua a preferire la perdizione ad una seppur minima scelta, e quello che ci guadagna è solo la morte.

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 4. L’opportunista (scelto da Marina di Interno storie)

Chi è? Nino Sarratore, personaggio de L’amica geniale di Elena Ferrante

Potrei risultare banale con la mia scelta sulla tetralogia di Elena Ferrante, L’amica geniale, ma da un anno a questa parte non ho incontrato alcun personaggio letterario che rientrasse in questa categoria o forse mi sono distratta così tanto da non accorgermene.

In America gli hanno dedicato uno spazio su tumblr, FuckingNino Sarratore, e di certo il protagonista maschile della Ferrante non gode di molti estimatori. Nino Sarratore, pur essendo una presenza quasi labile (almeno nei primi due libri), è quello rivela più di tutti gli altri la sua vera natura, un’evoluzione lenta e sorprendente. Oggetto del desiderio di Elena e Lila, affascinante e sfuggente, appartenente alla borghesia napoletana degli anni ’50, Nino ha, all’inizio, tutte le carte in regole per brillare ma il suo personaggio si compone libro dopo libro in un miscuglio di contraddizioni.

Attratto dall’irruenza e genialità di Lila, finirà poi nelle braccia dell’affermata Elena, dalla quale avrà una figlia, Imma. Ma non saranno le uniche conquiste. Con gli anni affina le sue tecniche seduttive: “amava le donne, certo, ma era soprattutto un cultore delle relazioni utili”. Quelle relazioni che gli permetteranno la grande ascesa politica.

Elena e Lila più volte comprometteranno la loro amicizia, abbagliate dall’amore si accorgeranno troppo tardi dell’inganno quando oramai i giochi sono finiti e le opportunità impossibili da riacciuffare. La sua ambizione divorerà quanto di buono ha creduto e combattuto in gioventù, soprattutto quel padre al quale ha finito per assomigliare nonostante il suo odio. Le medesime dinamiche private si riflettono davanti a tanti spettatori. Da comunista incallito segue il trasformismo della classe dirigente, finendo per abbracciare il socialismo e via via sempre più le correnti di destra: intuisce che il clima sta cambiando e velocemente si adatta alla nuova stagione. Nel 1994 si siede in Parlamento, inserito nell’elenco dei corrotti e corruttori.

Nino è magmatico, è l’attributo che meglio si addice, un vulcano che porta solo distruzione. Non bisogna sorprendersi se un uomo del genere: incapace di amare una o l’altra donna, incapace di amare la Cosa pubblica.

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5. Il vendicativo (scelto da Chiara di Librofilia)

Chi è? Jay Gatsby, protagonista dell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald

Nessuno sa realmente chi sia Jay Gatsby, da dove provenga o che lavoro svolga, ma soprattutto, nessuno sa come e quando sia diventato così ricco, nonostante sulla sua persona circolino tanti pettegolezzi incapaci però di carpire la sua vera essenza o il suo vero nome. Di Jay Gatsby possiamo però dire con certezza che è un bellissimo trentenne raffinato, brillante ed elegante che ama vestire in modo impeccabile e parlare forbito, ma soprattutto che, da quando si è trasferito a West Egg – una zona falsamente elegante e ipocrita, governata dalle sue bizzarre dinamiche e dagli ambigui personaggi che la popolano – non fa altro che organizzare sfarzosissimi party pieni di gente – spesso imbucata – e inondati da fiumi di champagne e di whiskey che mandano letteralmente in visibilio gli ospiti e l’intera area.

Eppure, dietro quella maschera di affabilità e di sicurezza e dentro quel corpo muscoloso e abbronzato, Jay Gatsby nasconde un animo profondamente sentimentale e un cuore spezzato – ben cinque anni prima – dalla cinica e squilibrata Daisy che lo aveva respinto quando era ancora un giovane e povero ufficiale dell’esercito, incapace di garantirle un futuro e una solidità economica.E non a caso, Daisy – che nel frattempo ha sposato un uomo rozzo e bruto – è ora sua vicina di casa e Jay Gatsby fa davvero di tutto per farsi notare e per incontrarla poiché nonostante lo scorrere del tempo, Daisy continua ad essere la sua ossessione e farebbe davvero di tutto pur di riconquistarla.

Raccontata così, sembrerebbe una storia romantica seppur triste e infelice, contraddistinta da un amore impossibile mai del tutto sopito o spento. La verità però è che Jay Gatsby non è realmente Daisy che desidera poiché è dannatamente innamorato di se stesso e di ciò che è diventato nel corso degli anni – e dopo un passato losco e burrascoso – ma soprattutto è ossessionato dal suo sogno di gloria e dalla sua sete di successo e di ricchezza e letteralmente muore dal desiderio di dimostrarlo agli altri e in particolar modo a Daisy, semplicemente per farle capire cosa si è persa nel momento esatto in cui lo ha rifiutato, quasi come se fosse una sorta di romantica e cinica vendetta privata.

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6. L’uomo dal cuore di ghiaccio (scelto da Nellie di Just Another Point)

Chi è? Asterios Polyp, protagonista dell’omonimo graphicnovel di David Mazzucchelli

Asterios Polyp è un architetto che non scende a patti con niente e nessuno, nemmeno il suo destino, figuriamoci l’amore. Composto da linee azzurre, fredde e lineari, AsteriosPolyp è il protagonista dell’omonimo graphic novel di David Mazzucchelli che porta fra le sue tavole un personaggio cocciuto e testardo che si ritroverà, improvvisamente, ad affrontare un viaggio che il lettore può definire di formazione, anzi, di riformazione ritrovandosi Asterios ormai più che adulto. E non è solo questione di cambiare lavoro, casa e sostanzialmente vita, ma sta, soprattutto, nel rimuginare sulle proprie azioni, su ciò che si è perso e su cosa invece poteva cercare di tenere stretto a sé, vicino al cuore. Perché si sa: ci si accorge sempre troppo tardi del valore di chi incontriamo sulla nostra strada.

Asterios Polyp conosce Hana e la sua vita dovrebbe cambiare dopo questo scontro con linee curve e calde che la dolce donna di origini giapponesi porta con sé ma tutto ciò, invece, non accade. Asterios è un architetto, gioca con rette e angoli acuti: non può mica perdere tempo con ghirigori che lo distraggono dalle sue forme cubiche e ben delineate. Eppure Hana è così tenera, sensibile e soprattutto innamorata mentre il nostro esempio di uomo che non sa amare pare proprio non riuscire a cedere, sente qualcosa vibrare da qualche parte dentro di sé ma vuole fingere indifferenza, proprio non riesce a lasciarsi andare a quel battito accelerato che improvvisamente gli scombussola il cuore.

Asterios Polyp è un uomo tremendo, ferisce tantissimo con il suo comportamento che pare sminuire ciò che invece agita profondamente l’animo più delicato di Hana: il suo viaggio lungo le tavole del graphic novel sapranno insegnargli come amare?

heathcliff7. Il capricorno folle (scelto da Irene di LibrAngolo Acuto)

Chi è? Heathcliff, protagonista di Cime tempestose di Emily Brontë

Heathcliff è del Capricorno. Forse è una dichiarazione scioccante, ma sono sicura che sia così. Emily Brontë ha di certo avuto la sfortuna di imbattersi in un uomo del Capricorno e di provare dell’affetto per lui. Niente di più sbagliato e sconsigliato, non solo dalle donne che ci sono già passate, ma anche dall’ordine dei medici e degli psicoterapeuti. Nella parte dedicata ai disturbi di personalità presente sul DSM V, sono quasi certa ci sia un paragrafo sull’uomo del Capricorno. Ce lo dice la stessa Emily che Heathcliff è torvo, suscita brutti sentimenti nelle persone che lo circondano, è incline a non manifestare alcuna emozione (alle volte, se sei fortunata, ti degna di uno sguardo schifato) ed è molto vendicativo. Ebbene, ripensando a Heathcliff, mi è venuto in mente un ragazzo che conoscevo e che mi piaceva anche tanto, prima di scoprire che si trattasse di un caso da manicomio. Questo ragazzo, che chiamerò Marzio per comodità, proprio come il personaggio maschile creato da Emily Brontë, sembrava provasse piacere nel suscitare l’avversione negli altri e in me, nella fattispecie. Faceva di tutto per farsi odiare, oltre che soffocare qualunque emozione emergesse in superficie, cosicché non riuscivo mai a capire cosa provasse realmente. E ditemi o no se non lo è anche Heathcliff, che quando scopre che Cathy è innamorata di lui, sebbene sia intenzionata a sposare Linton per via della loro condizione economica, che fa? Al posto di battersi i pugni in petto e reclamare ciò che è suo – un po’ come avrebbe fatto il territoriale uomo del Leone – se ne va per tre lunghi anni senza neanche una parola. Ma dico, ma sei scemo? E magari c’hai anche il coraggio di incazzarti perché lei, nel frattempo, s’è rifatta una vita?! Arrogante, crudele e completamente folle, come lo era Marzio, per l’appunto.

D’accordo, Heathcliff quando torna – perché, donne all’ascolto, sappiate che non è semplice liberarsi di un Capricorno che non ha ottenuto ciò che vuole – è ricco e quindi potrebbe, secondo il suo ragionamento (che si bada bene dal rendere noto, è il lettore che lo intuisce), sposare Cathy e mantenersi senza problemi. Sì, Heathcliff, bravo, ma due parole alla donna che ami gliele vogliamo dire? Non tutti hanno la chiaroveggenza e la lettura del pensiero tra le proprie capacità.

Heathcliff, proprio perché appartenente alla squadra dei veri Capricorno, è il prototipo dell’uomo incapace di amare, troppo impegnato a cercare di convincerci che vi disprezza, ma potrebbe apprezzarvi qualora vi impegnaste a esaudire ogni suo desiderio.Ammetto che dalla sua ci sia il fascino dell’uomo maledetto… Però, ve lo dico per esperienza, non è abbastanza per sopportare la sua insana follia.

broken heart8. L’uomo zerbino (scelto da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta)

Chi è? Rick Vigorous (David Foster Wallace – La scopa del sistema)

Avete sempre desiderato un uomo che vi ami con tutto se stesso, che abbia occhi solo per voi e, probabilmente, se ne trovate uno l’amore sarà idilliaco (almeno all’inizio). Pensate che questo sia l’unico uomo che non nota le vostre gambe, ma adocchia, con un piacere al limite del feticismo, come le gambe e il vestitino che portate si intonino con le Converse ai vostri piedi o come i capelli si incurvino ai lati del mento facendo assomigliare la testa a quella di un granchio incorniciato da due chele. Insomma, un uomo che si lascia andare ai meccanismi amorosi, che inizia ad amare cose che per lui erano impensabili solo perché fanno parte di voi.

Lo stesso uomo che dopo aver fatto l’amore, vi racconta storie, storie pazzesche, riempiendo il vostro bisogno di verità nel mondo mettendo una parola dietro l’altra.

Il Rick Vigorous della situazione vive della vostra luce riflessa, scambia con voi fluidi vitali per farvi risplendere, mentre la sua autostima è tormentata da dubbi sui vostri possibili amanti e la vita sociale diventa un complotto alla vostra storia d’amore. Paradossalmente il problema del maschio Vigorous è amare troppo, è annullarsi nella vostra identità in quella particolare pratica riconosciuta come lo zerbino.

Non è molesto, né violento, la rabbia è incanalata in improbabili opere scritte e in sogni in cui un non ben identificato servizietto alla Regina Vittoria non va a buon fine.

Segnali di avvertimento potrebbero essere affermazioni come:

La Soglia dell’Unione mi è inaccessibile. Il massimo che mi è dato di fare è dimenarmi freneticamente all’esterno di te. Solo all’esterno di te. Non mi è dato di essere veramente dentro di te. Vicino abbastanza da metterti incinta sí, ma non da consentirti un vero appagamento. Il nostro essere insieme deve lasciarti terribilmente vuota. Nonché alquanto incasinata, ovviamente.”

(David Foster Wallace, La scopa del sistema, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Einaudi, 2010)

Il Rick Vigorous è facilmente influenzabile, non da voi, ma dalle eco immaginarie di chi lo circonda. L’unico nemico che dovrà affrontare sarà lui stesso.


9. Il Carveriano (scelto da Francesca de Il Club dei Libri)

Chi è? Uno dei personaggi dei racconti di Raymond Carver

Il Carveriano è il tipo d’uomo da camicia a quadri, rude, con la barba incolta e un bicchiere sempre in mano. Di alcool ovviamente.

Vede la vita a modo suo e di solito è un modo che non coincide con la visione comune, il che lo porta spesso a compiere scelte azzardate, ad esprimere opinioni che vanno controcorrente, molto contro corrente, al punto che tutti lo guardano di traverso. E come biasimarli. Il Carveriano è un tipo semplice, che ama la vita all’aria aperta e passa il suo tempo libero a pescare nei fiumi dell’Oregon, dell’Idaho o della British Columbia, oppure trascorre le ore libere (soprattutto quelle serali) davanti alla tv con una birra in mano (ricordate? Ama l’alcool) a guardare le partite di football o di baseball. Quando non è a casa e non è a pesca, potete stare certi che sia al bar con gli amici di sempre a fare due chiacchiere e a bere whiskey.

Con le donne il Carveriano non sa bene che pesci pigliare: si sposa perché è così che si fa, ma poi? Come si trattano questi essere complicati?

Eh, bella domanda.

Si prova a buttarla sempre sul sesso, che, si sa, quello aggiusta tutto, ma loro sono talmente diverse, sono talmente strane che non approvano per nulla. Il sesso non è la soluzione a tutto è la frase che le donne preferiscono e che il Carveriano proprio non capisce. E che dire di quelle insoddisfatte, a cui dai tutto ma che sembrano non accorgersi di tutti gli sforzi? Sono delle ingrate e delle egoiste che non vedono più in la del proprio naso. Possibile che non si rendano conto di tutti gli sforzi che quest’uomo fa per loro. Alcune hanno addirittura la pretesa di lamentarsi pensando a quello che hanno perduto quando hanno scelto il Carveriano. Pazzesco. Il Carveriano bambino cresce sperando di essere cambiare il corso del suo destino, di diventare un uomo diverso dal Carveriano standard, lo desidera con tutte le sue forze: qualcuno ce la fa, qualcuno segue le orme dei padri, qualcuno è una via di mezzo che tira fuori la parte migliore di se solo davanti alle tragedie.

Soundtrack: una playlist ad hoc dedicata agli #uominichenonsapevanoamare

Il Calendario dell’Avvento Letterario#5: un racconto al giorno

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book, che mi ha anche aiutato a organizzare l’intero calendario. Grazie, Vale 🙂

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Di cosa potevo parlarvi all’interno di un Calendario dell’Avvento Letterario, se non di una raccolta di racconti che è essa stessa un calendario dell’avvento?

Ebbene sì, perché questo libro nasce per tenervi compagnia dal 1 al 25 dicembre, grazie a venticinque racconti a tema natalizio, scelti fra quelli scritti da alcuni dei migliori autori italiani dell’Ottocento e del Novecento.

Si tratta di una raccolta di racconti in attesa del giorno più speciale dell’anno, Natale, che diventa pretesto per una storia, ma anche semplicemente sfondo, ispirazione o morale. De Marchi, la Deledda, la sorprendente Haydée, Bianciardi, l’anderseniana Contessa Lara, Verga, Buzzati, Bedeschi, Pirandello, D’Annunzio, Guareschi, Zavattini, ma anche Mozzi e Lodoli: questi sono solo alcuni tra i venticinque scrittori italiani dell’Ottocento e del Novecento presenti in questo volume. Ci narrano la solitudine nel giorno che più accomuna, la povertà tra l’abbondanza più sfacciata.

Rammentano, a chi l’avesse scordata, l’origine della festa, ammoniscono chi dà per scontati la gioia, il calore, la famiglia. Per una volta, infatti, lo scopo dello scrittore non è intrattenere la compagnia, ma ricordarle perché si è riunita; il suo compito, solenne e sentito, è spiegarci che cos’è veramente il Natale.

Si passa da racconti veramente brevi (Cesare Zavattini “Racconto di Natale”, due pagine)ad altri più lunghi (il massimo è la Marchesa Colombi con “Chi prima non pensa in ultimo sospira” di 34 pagine), ma tutti perfetti per essere letti in un giorno, nel loro giorno, dal 1 al 25 dicembre.

L’attesa del Natale, che siate religiosi o no, è un periodo magico e questi racconti vi terranno compagnia al meglio, con le loro atmosfere perfette, retrò, a volte malinconiche, ma sempre focalizzate a riflettere l’unicità di questo periodo dell’anno.

E ora via, una tazza fumante di quello che più preferite, una coperta, l’albero di Natale e il racconto del giorno, proprio come facevo io l’anno scorso in questa foto :).

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#1 – L’eggnog di Edgar Allan Poe

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Che siate dei cattivissimi Grinch o degli irriducibili Scrooge, che abbiate deciso di credere o meno a Babbo Natale, che aspettiate con ansia il Gingerbread latte di Starbucks e la legalizzazione del cenone di Natale tutto l’anno o manteniate una ferrea dieta che non comprende il pandoro a colazione, la realtà è una sola: dicembre significa Natale.

Siete dunque davanti a un bivio, e avete due scelte: spegnere la televisione, rinunciare a ogni mezzo di comunicazione, non uscire di casa per un mese e nascondervi sotto il piumone, o trascorrere questo mese insieme a noi.

Chi siamo? Siamo un gruppo di blogger determinati a dare un’impronta meno convenzionale al Natale, e infarcire i giorni prima dell’Avvento, casella dopo casella, di curiosità letterarie, di libri, di poesie, di storie. Di cose belle.

Ogni giorno qui sul blog sarà un blogger diverso (e potrei anticiparvi una lista, ma che razza di sorpresa sarebbe?) ad aprire una casella, svelandone il misterioso contenuto, intrattenendovi così dal primo al ventiquattro dicembre. Potere seguirci anche sui social con l’hashtag #AvventoLetterario.

Approfitto dell’occasione per ringraziare tutti i partecipanti, in modo particolare Valentina di Peek A Book che mi ha aiutato a organizzare il tutto. Vorrei anche ringraziare Monica Naldi di MoMirAleLo (sito in costruzione), che ha realizzato il nostro banner dell’#AvventoLetterario, e Chiara di Librofilia, che mi ha aiutato a seguire la parte social.

Siete pronti? Siete caldi? Allora infilatevi il vostro maglione con le renne più improponibile e mettetevi comodi.

La prima casella la apro io, e ha quel sapore un po’ anglo-americano che mi piace tanto.

Da cinque anni ormai lavoro con colleghi inglesi (non nella mia amata Albione, purtroppo) e il mio Natale si è arricchito di christmas carols, sciarade e nuove tradizioni eno-gastronomiche.

Una delle mie preferite è bere l’eggnog, un salutare cocktail a base di brandy, uova, latte e noce moscata. L’ho bevuto per la prima volta ad Edimburgo, durante una serata freddissima, mentre cercavo di non congelarmi per arrivare al castello. Sono arrivata brilla e contenta, e Edimburgo mi è sembrata ancora più bella, con quelle atmosfere un po’ Hogwarts, un po’ gotiche. Parlando di gotico, indovinate chi era un altro celebre estimatore dell’eggnog? Edgar Allan Poe, signori e signore.

 

Il giovane Edgar, studente presso la University of Virginia intorno al 1820, aveva scelto come attività extra-curriculari abbondanti libagioni di apple toddies (brandy di mele, mela cotta, Grand Marnier, moce moscata, scorza di limone) e, per l’appunto, eggnog. Secondo il biografo di Poe, James Albert Harrison,

a sensitive youth, … surrounded by the social circle that thought convivial drinking and card-playing indispensable to remaining at all in polite society, would easily fall in with the habits of his ‘set,’ and perhaps cultivate them with passion or excess.”

(per un ragazzo sensibile, circondato da persone secondo le quali bere e giocare a carte erano elementi indispensabili della vita in società, dev’essere stato facile acquisire i comportamenti del gruppo, forse dedicandosi ad essi con troppa passione, fino a portarli all’eccesso).

In sostanza, non era colpa sua: la sua università era una party school, e il povero ragazzo doveva fare del suo meglio per ambientarsi. Noblesse oblige.

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Quando lascia l’Università della Virginia per trasferirsi a West Point nel 1830, la sua passione per il brandy è diventata già leggenda. Il suo compagno di stanza, Thomas W. Gibson, lo ricorda affettuosamente con una bottiglia del miglior brandy sempre a portata di mano. La reputazione alcolica accompagna Poe per tutta la vita e anche oltre, tanto che per anni si è pensato che l’alcol fosse stato appunto la causa della sua morte (pare invece che sia morto di rabbia); inoltre, fino a qualche anno fa, un misterioso uomo mascherato, ribattezzato Poe toaster, ha fatto visita alla tomba di Poe ogni anno, in occasione del suo compleanno, lasciando una bottiglia di cognac e tre rose sulla tomba del poeta. Pare che in realtà tutta la vicenda fosse solo una trovata pubblicitaria, escogitata da un fanatico di Poe per celebrarlo.

In ogni caso, il messaggio è chiaro: a Poe piaceva bere, e non gli andava di certo di aspettare Natale per dedicarsi a drinking games a base di eggnog. Fortunatamente, il poeta era in possesso di una ricetta di famiglia per preparare l’eggnog, tramandata – così vuole la leggenda – dal 1780, e arrivata fino ai giorni nostri, pubblicata nel 2012 in A Second Helping of Murder: Diabolically Delicious Recipes from Contemporary Mystery Writers, a cura di Jo Grossman e Robert Weibezahl (dato che siamo in periodo di strenne, potrebbe fare al caso dell’amico/amica appassionato/a di libri e misteri, che si cimenti magari anche un po’ in cucina…).

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Ecco la ricetta dell’eggnog della famiglia Poe, che ho trovato qui (adattata da A Second Helping of Murder: Diabolically Delicious Recipes from Contemporary Mystery Writers e da The New York Times)

1 oncia (28,35 grammi) di brandy

1 oncia (28,35 grammi) di rum

1 oncia (28,35 grammi) di Madera

1 cucchiaino di zucchero

1 uovo

¾ di una tazza di latte oppure 2 once (56,7 grammi) di panna

noce moscata

Aggiungete il ghiaccio e shakerate. Filtrate in un Collins (un bicchiere di tipo tumbler della capacità da 300 a 410 ml, utilizzato per servire drink miscelati quali appunto il Tom Collins dal quale prende il nome) on in un highball (bicchiere a forma cilindrica di tipo tumbler di capacità variabile tra 240 e 350 ml). Se usate la panna, aggiungete un po’ di latte. Spolverate la superficie con noce moscata a profusione.

Soundtrack: Twelve days of Christmas, un Christmas carol semplicemente geniale e particolarmente adatto a brindare con l’eggnog (e a combattere l’Alzheimer): ogni strofa ripete anche quella precedente. Vi riporto le prime tre strofe qui sotto, così potete cimentarvi anche voi.

On the first day of Christmas,

my true love sent to me

A partridge in a pear tree.

On the second day of Christmas,

my true love sent to me

Two turtle doves,

And a partridge in a pear tree.

On the third day of Christmas,

my true love sent to me

Three French hens,

Two turtle doves,

And a partridge in a pear tree.

Bonus extra: un drinking game letterario che allieterà le vostre serate di dicembre . Qualche esempio?

David Foster Wallace: bevete ogni volta che una frase ha due o più congiunzioni

Jane Austen: bevete ogni volta che qualcuno gioca a whist, va a cavalcare o si sposa

Gabriel García Márquez: Bevete per ogni personaggio che si chiama Aureliano (funziona solo con Cent’anni di solitudine)

Edith Wharton: Bevete ad ogni divorzio scandaloso, a ogni noveau riche che getta la New York bene nello sgomento, a ogni personaggio che scappa in Europa.

Da consumare con moderazione 😉

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