Very inspiring Bloggers, e consigli per gli acquisti

Entro sempre in crisi quando mi viene chiesto di parlare di me, e la bambina timidissima che mi abita rischia sempre di prendere il sopravvento. Ma non posso non rispondere all’invito di Alessandra, patrocinatrice di cause felici e di libri belli, e ringraziarla per il The Very Inspiring Blogger Award.
Ecco le regole:
1. Ringraziare il/la blogger che vi ha nominato.
2. Elencare le regole e visualizzare il logo del premio.
3. Condividere 7 fatti su di voi.
4. Nominare 15 blogger e notificare loro la nomination.

Ordunque:

1) mi piacciono le canzoni malinconiche e sospiro per i testi di Leonard Cohen. Amo le storie tristi (e gli estimatori di Sad books make me happy sanno di cosa sto parlando). Rido per cose che non fanno ridere nessuno, e non rido quando tutti se lo aspettano. Il mio senso dello humor è differente…

2) Adoro l’Inglese, e uno dei miei più grandi desideri è svegliarmi e scoprire di avere un bellissimo accento British, limpido, pulito, posh.

3) Vivo all’estero da un paio d’anni, e mi va anche bene. Alcune mattine, però, mi sveglio con la nostalgia della mia terra rossa, dei profumi della cucina di casa, del pezzetto di cielo sulla mia stanza di bambina, delle mani nodose e buone di mia nonna.

4) Mi piacciono i numeri pari, le figure rotonde, tutte le sinestesie basate sul bianco. Conto le lettere delle parole, dei nomi e dei cognomi. Conto i passi e i secondi che passo in attesa. (Sono sempre stata bizzarra).

5) Non ho mai smesso di avere amici immaginari.

6) Invento storie molto spesso. Raramente le scrivo, per motivi vari. Ma i loro personaggi mi fanno compagnia, sempre.

7) Il mio posto felice è una biblioteca bellissima, in un’università bellissima, con le luci soffuse e una scalinata di legno. Dalla finestra vedo le foglie ruggine e oro di un autunno dorato, e le castagne a terra. Mi piace pensare che il posto che vedo dalla finestra sia il New England, e che un giorno mi sveglierò e sarò li, col naso su prime edizioni di una bellezza folgorante. Mi piace pensare che sia il mio posto nel mondo.

Ecco i 15 blog che consiglio:

1) Alessandra, una lettrice tra #libribelli e #libriribelli;

2) Manuela, e le sue parole senza rimedi;

3) Valentina, e le foto meravigliose del suo mondo capovolto;

4) Valentina Stella, e le sue storie che profumano di Torino e di Lisbona, e di bellezza rara;

5) Marta, musa straordinaria di sogni di letteratura americana;

6) Paolo Cognetti, capitano intrepido che naviga a vele spiegate verso l’isola che non c’è,

7) Vittoria, e le sue pillole di filosofia;

8) Mariangela Galatea, e le sue Didoni;

9) Amrita, e il suo mondo color pastello;

10) Sabrina, e i suoi elenchi fragolosi;

11) Francesca, i suoi tegamini, il suo DFW e i suoi unicorni;

12) Camilla, alias Zelda, piena di colori e di parole frizzanti, effervescenti;

13) Giulia, e i sogni di una libreria in Nuova Zelanda, popolata di Bookstee(s);

14) Silvia, e i suoi personaggi austeniani;

15) The Lizzies di Old friends and new fancies, per tutte le Janeite incallite.

Dato che siamo in tema di confidenze e suggerimenti, ecco qualche altro blog che non può mancare nel vostro blogroll:

1) Brain Pickings, a cura di Maria Popova, un’enciclopedia di curiosità letterarie, scientifiche ed artistiche. Stai hungry, stay foolish. Controindicazione: causa dipendenza, e acquisti massivi su Amazon.

2) Open Culture, che propone articoli, aneddoti e curiosità letterarie, musicali, scientifiche e non solo. Ottima anche la lista di corsi on-line gratuiti (ModPo della Penn Uni è davvero bellissimo), gli e-book gratuiti, l’archivio di film e video (sempre gratuiti). Un bellissimo progetto.

3) Il blog della Paris Review, che sicuramente ha bisogno di poche presentazioni (voglio dire, ha pubblicato racconti di Alice Munro e Zadie Smith…). Per leggere e sognare di letteratura.

4) Yummy books, incantevole progetto a cura di Cara Nicoletti, che cucina e allestisce piatti tratti da romanzi e racconti. Volete assaggiare il poulet à l’estragon di Anna Karenina, l’hamburger preferito di Hemingway, la torta al cocco dietro la cui ricetta Emily Dickinson ha scritto una poesia, il cheesburger di Franny&Zooey, le patate dolci e il pollo fritto di Via col vento? Niente paura: chiedete a Cara, che raccoglie desideri e suggerimenti e li trasforma in banchetti luculliani e belli da vedere.

A Goldfinch – inspired meal – Yummy Books
Lemon merengue pie for Sylvia Plath  –Yummy Books

5) Austenprose – a Jane Austen blog, per le ultime novità in termini di spin-off e sequel austeniani, per seguire il The Jane Austen Project, per curiosità e chicche da autentica Janeite.

E voi, avete blog interessanti da consigliarmi?

Pezzi di vetro

Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai….però stai bene dove stai…

 
 
 
 
 
Quando era molto triste, o molto arrabbiata, o molto persa, o molto, molto lontana – infinitamente lontana – andava a buttare il vetro.

 

Niente di poetico in tutto ciò: raccoglieva bottiglie e vasetti vari e partiva alla volta del cassonetto della differenziata, solitamente di sera, solitamente in pigiama.

 

L’azione di suddividere i colori del vetro, di sollevare la bottiglia, di lanciarla nel cassonetto, di sentirla infrangersi aveva in sé qualcosa di rassicurante e catartico al tempo stesso. Ecco infrangersi in mille pezzi la bottiglia di Chablis della cena in cui si era bevuto qualche bicchiere di troppo, la bottiglia dello sciroppo al timo per la tosse avanzata dall’ultimo raffreddore, il vasetto di marmellata di fragole bio finita durante una puntata di House of Cards, quella sera in cui sarebbe stato meglio tacere, o forse poi sarebbe stato meglio parlarsi….


Ecco la bottiglia di latte, dopo quella notte insonne di un giugno straordinariamente freddo, dopo quella mattina in cui nemmeno un caffelatte bollente riusciva a regalare un po’ di calore. Dopo quella mattina in cui era diventato chiaro che un po’ del freddo di quel giugno straordinariamente freddo sarebbe rimasto, per sempre.
Un giugno fatto di piumoni, di collant 30 denari e di parka verde bottiglia (il vetro, ancora una volta), in cui il mare, il sole, il profumo del sale, la sabbia bianca calda tra le dita, le orecchiette delle pagine del libro bagnate da dita impazienti, tutto sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile, freddo fuori freddo dentro e pezzi di vetro dove fa più male, pezzi di vetro opachi, fondi di bottiglia, biglie scheggiate e bicchieri rotti.

 

Era il giugno della disillusione, era il giugno di quell’estate lungamente attesa che non voleva arrivare, era il giugno della rabbia e del perdono, del rancore e dell’oblio, delle bugie e delle mezze verità.

 

Era il giugno delle strade mai prese e dei giardini dai sentieri che si biforcano, il giugno delle insonnie e delle rinunce, il giugno degli errori e dei rumori, il giugno dei gelati troppo freddi e delle tazze di te’ caldo.

 
Era il giugno delle lettere di motivazione e delle lettere di rifiuto, dei raffreddori e delle felpe, delle mani gelate e delle ambizioni spezzate.

 
Erano i giorni sbagliati di un mese sbagliato di una stagione sbagliata, il giugno dei raffreddori e dei crepacuori, il giugno degli incubi e degli errori. Il giugno dei rimorsi e dei timori. Giugno come sigillo ai primi sei mesi dell’anno, un semestre da archiviare, in attesa di un’estate più dolce, un frutto più maturo, da mordere coi denti, assaporare, il succo che scivola dagli angoli della bocca lungo il collo.
Giugno come un cassetto chiuso a chiave, una lezione dura da imparare, un boccone amaro da mandare giù. Giugno come un messaggio in bottiglia mai mandato.
 
 

 

Questo giugno autunnale si chiude oggi, con una folata di vento fresco a far cadere le foglie, con un ultimo acquazzone a smorzare gli ardori più resistenti. Si chiude insieme con una promessa e un avvertimento: una promessa, l’estate che sicuramente arriverà, con i colori prepotenti, impertinenti del cielo blu e della terra rossa – la mia terra; un avvertimento, a scapito di aspettative troppo alte, campanelli d’allarme messi a tacere, quel termometro del cuore al quale non si presta attenzione. Proprio mai. Cose che si dimenticano.

 

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?».

Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

Sognando Ofelia (teatro, Ofelia e altre amenità)

I am Ophelia. She who the river could not hold. The woman on the gallows The woman
with the slashed arteries The woman with the overdose ON THE LIPS SNOW The
woman with the head in the gas-oven. Yesterday I stopped killing myself. I am alone
with my breasts my thighs my lap. I rip apart the instruments of my imprisonment the
Stool the Table the Bed. I destroy the battlefield that was my Home. I te…ar the doors off
their hinges to let the wind and the cry of the World inside. I smash the Window. With
my bleeding hands I tear the photographs of the men who I loved and who used me on
the Bed on the Table on the Chair on the Floor. I set fire to my prison. I throw my clothes
into the fire. I dig the clock which was my heart out of my breast. I go onto the street,
clothed in my blood.
The Hamletmachine, Heiner Müller

E’ difficile spiegare la malinconia che ti invade l’ultima sera di uno spettacolo teatrale, quando ti strucchi per l’ultima volta, metti via il costume e ti chiudi alle spalle quel camerino che ha racchiuso in sé ore di cameratismo, nervosismo, riti scaramantici, risate, isteria, pasticche per la gola, patatine, ultimi sguardi al copione, esercizi vocali, tazzoni di caffè, mojito di contrabbando, l’impossibilità matematica di far stare fermo un uomo mentre si cerca disperatamente di applicargli mascara e eye-liner, momenti di panico, momenti di esaltazione, odore di lacca e di cipria, le farfalle nello stomaco della prima, il sollievo e l’esaltazione degli inchini e degli applausi finali, il calore dei faretti, la dolceamara tristezza di quando il sipario si chiude per l’ultima volta…
Fare teatro è un’esperienza totalizzante, che trasporta per settimane in una dimensione parallela, in cui i limiti tra attore e personaggio diventano sempre più impercepibili, la troupe diventa una seconda famiglia (o una banda di pirati, come in questo caso; d’altronde, pirates can happen to everyone).
Il teatro, insieme ai tentativi da scribacchina e ai libri, è il mio posto felice. Disclaimer: non sono una brava attrice, non vanto decenni di esperienza, non mi trovo a mio agio nei ruoli da protagonista (scientificamente sperimentato). Ma adoro perdermi in un personaggio, vivere con lui/lei una simbiosi perfetta, che assomiglia abbastanza alla mia idea di felicità. Respirare un personaggio. Sognarlo (tanto ormai si sa, sono eccentrica anche nei miei sogni insonni, tra Macondo e Shakespeare).
Tutto questo mi è inevitabilmente, tumultuosamente successo con Ofeliala mia amatissima, eterea Ofelia shakespeariana –  che ho impersonato in Rosencratz and Guildersten are dead di Tom Stoppard.
Ma andiamo con ordine. Questo felice connubio mi ha permesso di portare fiori tra i capelli senza cercare scuse, ha dato vita a tweet surreali come questi

e mi ha fatto innamorare ancora di più di un personaggio archetipico nella storia della letteratura. Ofelia è un personaggio liquido, che sfugge. non è più l’Ofelia di Shakespeare e di Amleto, di Stoppard e di Heiner Müller, di John Everett Millais e di Magda Romanska, di Rimbaud e di Guccini, di Silvia Camporesi e di Pessoa. Ofelia è di tutti e di nessuno, e altri giganti come Emma Bovary e Anna Karenina ne hanno ereditato la celeste malinconia, l’ebbrezza della disperazione, il germe della follia, le conseguenze dell’incomprensione dell’amore.

Come Anna Karenina (divisa tra l’amore per il figlio e l’amore per Vronskij), Ofelia è lacerata dal conflitto amore/obbedienza nei confronti del padre Polonio e di Amleto. Per il padre Polonio e per il fratello Laerte, Ofelia incarna l’idea della vergine pura ed innocente; per Amleto incarna le insidie dell’amore sensuale e corrotto, portandolo ad affermare, man mano che la sua follia avanza, che onestà e bellezza non possono marciare di pari passo, e l’unico rifugio sicuro per una donna è il convento.
Ofelia sente nel suo cuore che Amleto la ama, vuole crederlo con tutta se stessa, anche quando tutto dimostrerebbe il contrario, anche quando lui afferma il contrario.

Tuttavia, è vittima e carnefice inconsapevole di se stessa, nel suo tentativo di essere leale sia nei confronti del padre che nei confronti dell’amato. Quando Ofelia nasconde ad Amleto il fatto che Polonio dia dietro la tenda a spiarlo determina inconsapevolmente il destino del padre – involontariamente ucciso da Amleto, che pensa si tratti di un ratto – e il suo: si lascia trascinare dalla follia incipiente che la porterà ad annegare, restituendola alla sua condizione di ninfa dei boschi e delle acque lacustri.
Eppure, nonostante questa sua condizione quasi incorporea, Ofelia è una creatura sensuale.
La sua sensualità è definita non solo da Amleto, ma anche dal padre e dal fratello Laerte, che le intimano di stare in guardia, di non cedere alle tentazioni fuori dal sacro vincolo del matrimonio. I continui riferimenti ai fiori potrebbero alludere alla perdita della verginità. Durante la scena della follia, alcuni dei fiori che Ofelia distribuisce (come la ruta graveolens o la pianta d’assenzio) erano usati in pozioni per provocare l’aborto. Inoltre, la ruta graveolens (in inglese rue) è associata etimologicamente al verbo to rue, rimpiangere, e, simbolicamente, al rimorso e al rimpianto stesso:

 

“There’s fennel for you, and columbines:
there’s rue for you; and here’s some for me:
we may call it herb-grace o’ Sundays:
O you must wear your rue with a difference…”
(Hamlet IV.5)

Anche quando la regina Gertrude, madre di Amleto, descrive la scena della morte di Ofelia, la ninfa-fanciulla appena deceduta appare come una creatura dicotomica: da una parte, la ninfa che appartiene all’acqua e vi ritorna perché è il suo elemento naturale, la giovane folle d’amore che appare più soggetto passivo che attivo nel suo suicidio – Ofelia non provoca la sua morte, semplicemente non la impedisce; dall’altra, una sirena, un fiore aperto (ancora una volta), cullato dall’acqua. Anche nella morte, Ofelia appare piena di contrasti, algida e passionale, vittima e carnefice, ninfa e Venere. What have you done, my Ophelia….

When down her weedy trophies and herself
Fell in the weeping brook. Her clothes spread wide;
And, mermaid-like, awhile they bore her up:
Which time she chanted snatches of old tunes;
As one incapable of her own distress,
Or like a creature native and indued
Unto that element: but long it could not be
Till that her garments, heavy with their drink,
Pull’d the poor wretch from her melodious lay
To muddy death.
(Hamlet, 4.7.2)

Tornando a Stoppard, il suo Rosencrantz and Guildersten are dead (qui una preview) è l’assurda, paradossale, geniale epopea di Amleto vista e raccontata attraverso gli occhi già corrosi dai vermi di due personaggi assolutamente minori nella tragedia di Shakespeare: Rosencrantz e Guildersten, compagni di scuola e di giochi di Amleto e suoi traditori. Ai due il re Claudio (zio di Amleto e assassino del padre) affida una lettera indirizzata al sovrano inglese che condanna il nipote a morte. Durante il viaggio per l’Inghilterra, Amleto cambia la lettera, condannando Rosencranzt e Guildersten a morte. Riesce a scappare, tornando in Danimarca a suggellare il suo destino di sangue.

In Stoppard, i due, già morti, cercano di ricostruire quello che è successo affidandosi ai loro ricordi, in un tripudio di discorsi filosofici conditi di assurdo che tanto richiamano echi beckettiani.
Tra i temi principali, vita e morte, libero arbitrio e determinismo, il destino, l’impossibilità di avere certezze. La lingua di Stoppard, pieno di doppi sensi, ambiguità e giochi di parole, è una dichiarazione d’amore alla lingua Inglese.
Ah, e non possiamo dimenticarci i pirati. Perché i pirati possono capitare a tutti.
Esiste anche una versione cinematografica di Rosencratz e Guildersten, a cura dello stesso Stoppard. Insomma: non avete scuse. Fatevi abbordare dai loro pirati.

Tornando alla mia Ofelia: si, l’ho sognata. Dopo la sera della prima. Ero in un cortile di fontane e di marmi, e una mia amica mi faceva notare una targa su cui erano incise una serie di parole (comunismo capitalismo comunismo mondo – e poi Ofelia, e, tra parentesi, astrid, il fiore).
Mi sedevo a chiacchierare con la mia amica, che aveva appena assistito alla prima; ma ero preoccupata, perché ero in ritardo per le prove, col costume sotto il braccio).
Ed ecco arrivare lei, Ofelia. Incedeva fluttuando, e si sedeva accanto a me. Aveva un abito medievale, con tanto di cappello a tre punte, e io pensavo che il mio costume era tutto sbagliato, che non le assomigliavo per niente. Avrei voluto parlarle, ma emanava un’aurea di inviolabile inavvicinabilità e, al tempo stesso, luminosa tranquillità.
Mi sono svegliata all’improvviso, e ho pensato che avrei tanto desiderato parlarle, in sogno.

PS: sul mio profilo Pinterest troverete un board dedicato ad Ofelia, sul mio profilo Instagram un po’ di scatti dello spettacolo.

PS2: ripassate Amleto con questo esilarante video, Hamlet in one minute:

PS3: Ofelierie varie su Etsy:

Immortal longings
Immortal longings
Rainnua



RosiesPendants

 

#nevadofiero anch’io, in fondo

“Even if we don’t have the power to choose where we come from, we can still choose where we go from there. We can still do things. And we can try to feel okay about them.”
― Stephen Chbosky, The Perks of Being a Wallflower

Confesso che parlare di cose di cui vado fiera mi mette profondamente in crisi.
Se avessi dovuto scrivere un post sulle cose di cui NON vado fiera, ne sarebbe venuto fuori un romanzo. Ma non potevo resistere all’invito della dolce Valentina, un puntino colorato che dissemina bellezza nel suo blog Travel upside down (se non l’avete ancora fatto, correte a perdervi nelle foto e nei racconti di viaggio di Valentina).
Stefania, del blog Di qua& di là, ha proposto di raccontarsi attraverso tre cose di cui si cui si va particolarmente fieri. Per un’iniezione di ottimismo e autostima, per combattere la banale ovvietà della quotidianità, per volersi un po’ più bene.
Allora:

1) ero una control-freak. Avevo tutta la mia vita pianificata, o quasi. A 13 anni collezionavo volantini e brochure di università all’estero. Volevo vivere, viaggiare, scoprire, cambiare il mondo nel mio piccolo, essere il meglio di quello che potevo essere.
E invece.
E’ intervenuta la vita, con qualcosa di totalmente inaspettato che ha stravolto il corso degli eventi, lasciandomi senza piani B o C.
Ho da poco superato la soglia dei tre decenni, occasione che ha richiesto quantità considerevoli di champagne rosa, ma ha avuto come sgraditi effetti collaterali i tanto odiati bilanci.
Vivo in un Paese in cui non mi sarei mai aspettata di finire, faccio un lavoro che odio e che non mi rappresenta minimamente, sogno uno zaino e un anno di backpacking in Australia e Nuova Zelanda.
Sono lontanissima da dove vorrei essere, da dove pensavo sarei stata al tramonto degli -enti: ma non smetto mai di sognare, specie ad occhi aperti, e di sperare di trovare il mio posticino nel mondo. Non smetto mai di credere, di cercare segni, di allenarmi alla fede.
In sostanza: sono caduta, continuo a cadere, ma cado in piedi. Con qualche livido e qualche scottatura in più, ma cado in piedi. E ne vado fiera, in qualche modo.

2) Sono riuscita – almeno in parte – a superare la mia timidezza cronica. Da bambina, uno dei miei peggiori incubi era essere mandata a fare la spesa, perché avrei dovuto parlare davanti a gente che non conoscevo, che mi avrebbe osservato, e la mia voce sarebbe uscita fuori a stento, gracile, esile, gracchiante, estranea. Fare teatro mi ha aiutato, tanto che ora mi affaccio addirittura da questa finestra virtuale dove a volte racconto anche di me – anche se resta sempre l’imbarazzo della prima persona. Ci stiamo lavorando, e ne andiamo fieri.

3) Credo con tutta me stessa nel potere delle parole (il mio mantra è le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire) e, anche dopo la più triste e grigia delle giornate, mi perdo in una poesia, in un libro, in una storia, o mi abbandono a carta e penna, e il mondo torna ad essere un bel posto – kind of.
Credo che la bellezza salverà il mondo, e cercarla – la bellezza, quel sempre nei mai, per dirla con Muriel Barbery – è la sfida che mi prepongo – e mi propongo – ogni giorno. Fotografare fiori rosa, foglie, erba e nuvole nelle rare giornate di sole qui a Greyville, cercare la bellezza, credere nel potere e nella legittimità dei propri sogni, cercare di essere la versione migliore di me stessa, inventarmi e reinventarmi ogni giorno, non smettere mai di commuovermi, di stupirmi, di essere curiosa, di aver voglia di imparare, sperimentare, leggere, studiare nuove lingue, scribacchiare in metro o nel cuore della notte su un pezzetto di carta, fantasticare ad occhi aperti, riempire le giornate più grigie di parole e di colore: queste sono le cose che mi rendono fiera di me stessa, perché voglio essere in grado di dire, quando sarà il momento

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità
e succhiare tutto il midollo della vita,
per sbaragliare tutto ciò che non era vita
e per non accorgermi in punto di morte che non ero mai vissuto…
Henry David Thoreau

Invito a scrivere i loro #nevadofiero Amrita di Audrey in Wonderland, Sabina di Una fragola al giorno e la camaleontica Francesca di Tegamini. Ad maiora!

 

 

 
 

Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati (Nietzsche)

 

 

Caro 2014, così non va bene.

 

Sei iniziato davvero male, giocando tiri mancini, sferrando altri colpi che si vanno ad aggiungere a quelli del tuo degno compare, il 2013, che mi ha lasciato come eredità una riga profonda che solca il viso e mi fa sentire ancora più stanca, e avvilita.

 

 

 

Caro 2014, mi sto disamorando. Delle cose che mi circondano, del quotidiano, e di me stessa.

 

 

 

Mi sto disamorando dei miei sogni ad occhi aperti e occhi chiusi, perché tanto la realtà ci pensa sempre a sporcarli, a corromperli, a rovinarli. E allora, ne vale la pena? Sono fiori delicati, rari e inebrianti, che non possono fiorire in mezzo alla spazzatura.

 

 

 

Caro 2014, quest’anno per me si conclude un altro decennio, e si sta facendo sempre più tardi, eccetera eccetera. E io ho bisogno di innamorarmi di tutto, ho bisogno di sentirmi viva ogni giorno, ho bisogno di passioni vaste e sconfinate, di colori sgargianti, di parole semplici, leggiadre, leggere, che siano poco pretenziose ma aprano il cuore. Ho bisogno di vivere col cuore in gola.

 

 

 

 

 

C’è una frase di Nietzsche che da giorni mi frulla in testa, Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati.

 

 

 

Non so, caro 2014. Spero solo di essere in grado di prendere congedo dalla vita benedicendola per tutte le cose che mi ha regalato e restandone fedelmente, malinconicamente innamorata, non di liquidarla con un freddo cenno del capo, uno svolazzo di mani di cera, oppressa dal peso dei rimpianti e delle cose che non avrò fatto e delle cose che avrei voluto fare diversamente.

 

 

 

Caro 2014, voglio liberarmi di tutto questo grigiume che è come una seconda pelle, un profumo stantio, un sapore amaro di noia e rassegnazione.

 

 

 

Voglio fermarmi in mezzo alla strada a guardare incantata un tramonto o un bambino paffuto che ride e mi fa ciao. Voglio svegliarmi di notte perché ho interrotto la lettura in un punto interessantissimo e devo assolutamente riprenderla. Voglio fermarmi in ogni angolo a buttare giù scarabocchi di pensieri. Voglio trovate il coraggio di raccontare le storie che mi abitano. Voglio bagnarmi di poesia.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di trovare il mio posto nel mondo, non continuare a nascondermi, con codarda rassegnazione.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di cambiare quelle cose che proprio non mi vanno giù e che si sono insediate sulla bocca dello stomaco, impedendomi di respirare.

 

 

 

Voglio tornare a casa, in Italia, senza averlo tanto pianificato, e trovare mia nonna al suo posto vicino al fuoco, che mi sorride e mi prepara i perperoni sotto la brace e mi racconta per l’ennesima volta la storia di come ha incontrato mio nonno, quella storia magica e bellissima che non cessa mai di incantarmi.

 

 

 

Soprattutto, voglio trovare il coraggio di essere me stessa.

 

 

 

Ti ho chiesto un segno, e finora mi hai solo depistato. E so bene che sono passati sono 13 giorni, ma cosa ci vuoi fare? È l’entusiasmo, la rabbia, la fretta della mia ultima ondata di giovinezza a parlare.

 

 

 

Allora sai cosa faccio, caro 2014? Esco da questo ufficio grigio e stantio e vado a comprarmi un vestito bellissimo e costoso in modo ridicolo e spropositato, che non posso assolutamente permettermi.

 

 

 

Sarò la ragazza col rossetto rosso più intenso che tu abbia mai visto e col vestito senza maniche, che beve champagne rigorosamente all’aperto, anche se qui a Greyville è tempo di montoni e vacche grasse.

 

 

PS: sì, l’ombrelllo rosso fa parte del piano.

Buoni propositi per il 2014..dalla penna di Mark Twain

Questo è il periodo dell’anno in cui mi dedico, volente o nolente, a liste, elenchi puntati e numerati di buoni propositi, critica spassionata dell’anno perituro, tentativi di revisionismo storico di un 2013 che non vedo l’ora di archiviare (del resto, non ho mai nascosto la mia diffidenza ed antipatia innata nei confronti degli anni dispari).

Ergo, quando ho scovato sul blog This page is about words! i nove consigli di Mark Twain per vivere una vita fantastica (a kick-ass life) non ho saputo resistere alla tentazione di modellare la mia lista sulla base di quella del caro vecchio Mark. Perché il 2014, essendo un anno pari, ha il dovere morale, l’obbligo di essere migliore. Oh, se deve esserlo…

Una delle mie citazioni preferite di quel simpaticone di Twain è It’s no wonder that truth is stranger than fiction. Fiction has to make sense (non c’è da meravigliarsi se la realtà è più strana della finzione. La finzione deve avere senso). È vero che troppo spesso lottiamo con tutti noi stessi per attribuire un significato a una serie di eventi without reason nor rhyme, senza capo né coda, al peso di una quotidianità vuota e sempre uguale, a luminose promesse che si rivelano specchietti per le allodole, a parole usate ed abusate, fino ad essere svuotate dal loro significato originario.

Il mio augurio per il 2014 è che questa sbirciatina alle pillole di saggezza di Twain vi faccia venire voglia di scappare su una zattera lungo il fiume Mississippi, come il picaresco Huckleberry Finn, personaggio dato alle stampe un secolo prima della mia nascita. E se non dovesse essere una zattera, che sia un aereo che vi porti a scoprire il vostro Heimat, un nuovo lavoro, un nuovo sogno, la realizzazione di un sogno nel cassetto….

 

1. Approve of yourself.
“A man cannot be comfortable without his own approval.”

Approva il tuo modo di essere
“Un uomo non può vivere in pace con se stesso se non si approva”.

Siamo lo specchio più crudele e senza veli di noi stessi, il giudice più di parte, il critico più agguerrito. Molto spesso non riusciamo a vedere che i nostri difetti, i nostri sbagli, le nostre pecche, le nostre paure. Amarsi è un’impresa ardua, che inizia il giorno della nostra nascita e continua tutta la vita. Amarsi, o quantomeno accettarsi, è una condizione necessaria ed imprescindibile per aprirsi all’altro, per farlo entrare nella nostra vita, per amare l’altro.
Piacersi, fidarsi di se stessi è essenziale per abbracciare la vita, per fare la valigia e ricominciare da capo, anche e soprattutto quando fa più paura, quando ci sono meno garanzie, meno certezze. Per intraprendere nuove avventure, per accettare quella scatola di cioccolatini senza sapere se contenga fondente al 70% o cioccolata al latte, per cadere in piedi, per riuscire a rialzarsi.
Guardarsi allo specchio, riconoscersi, accettarsi, sorridersi. Sbagliare, forti della certezza di essere in grado di rimediare, sbagliare ancora, sbagliare meglio. Provare, fallire, provare ancora. E provare e provare.

2. Your limitations may just be in your mind.
“Age is an issue of mind over matter. If you don’t mind, it doesn’t matter.”

È possibile che i tuoi limiti esistano solo nella tua mente.
“L’età è una questione mentale. Se non ti importa, non importa”.

La questione dei limiti è fortemente legata alla fiducia in se stessi, all’accettazione di se stessi per quelli che si è, brufoli e nevrosi alla Woody Allen. Un onesto esame di coscienza delle proprie capacità e delle proprie mancanze altro non dovrebbe essere che un incentivo a migliorare, a colmare quelle lacune, per poter poi fare quello che amiamo veramente, al di là dei “vorrei ma non posso”, “vorrei ma non ne sono capace”, “vorrei ma non serve a nulla”, “vorrei ma non ne ho il tempo”. Il tempo, quel tempo che scorre troppo velocemente o troppo lentamente, che incide i segni del suo passaggio sulla pelle, sul viso, sugli occhi, sulle mani, sui ricordi, sui sentimenti, sulle ferite. Quel tempo che misura l’età che incede con velocità irrefrenabile. Il 2014 ha in serbo per me un compleanno un po’ grande, almeno per me, un altro decennio, un altro giro di boa, che mi fa temere che si stia davvero facendo sempre più tardi e non potrò mai essere tutte le persone che avrei voluto essere, studiare viaggiare ricominciare sbagliare ricominciare fallire e ricominciare ancora, perché il numero di errori e fallimenti inizia a farsi sentire. E forse non riuscirò mai a scrivere un libro, o a frequentare la scuola di scrittura creativa ad Harvard, o a passare un’estate in Australia a raccogliere l’uva. Forse inizia ad esserci un limite al numero di volte in cui posso reiventarmi, anche se non dovessi piacermi più, neanche un po’.
Qualche settimana fa ho visto un film davvero molto bello, di cui spero di poter parlare più diffusamente, più in là: About time, questioni di tempo. In sostanza, il protagonista, Tim, all’età di 21 anni scopre che tutti gli uomini della sua famiglia hanno la capacità di tornare indietro nel tempo: basta scegliere un momento definito, chiudersi in un luogo buio, pensarlo intensamente et voilà. Nonostante ciò, Tim scoprirà che nemmeno questo superpotere gli assicura una qualche forma di controllo sull’anarchia temporale: non può evitare la perdita, il dolore, non può riparare tutti gli sbagli, non può ricucire tutte le ferite, non può far tornare indietro persone amate. La chiave, l’unico segreto è scoprire, capire, custodire il valore del tempo, e vivere intensamente i momenti di improvvisa e abbacinante felicità, e custodirli nel cuore, nella memoria.

3. Lighten up and have some fun.
“Humor is mankind’s greatest blessing.”

Prendetevi meno sul serio e divertitevi.
“L’umorismo è la più grande benedizione del genere umano”.

Sorridere tanto, con un sorriso che non si fermi alle labbra, ma parta dagli occhi e li illumini tutti di quella luce speciale, e arrivi a toccare il cuore. Ridere, ridere delle piccole cose, soffocare le risate di fronte  a una cosa buffa, ridere a sproposito, ridere di cuore. E, soprattutto, non prendersi mai sul serio, ridere di se stessi e delle cose che ci circondano, per esorcizzare le paure, per ridimensionare i problemi.
Leggere Oscar Wilde e Tre uomini in barca di Jerome Klapka Jerome, andare a teatro, fare teatro (il più grande rimedio contro la timidezza, lo stress, la tristezza: quest’anno col mio gruppo abbiamo rappresentato Confusions di Alan Ayckbourn..quale modo migliore di prendere la vita per i fondelli del teatro dell’assurdo?)
Fare proprio il verso di Milton every cloud has a silver lining, non tutto il male viene per nuocere.
Imparare ad essere leggeri, ad usare parole leggere, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
E, soprattutto, accettarsi per quello che si è, senza forzature eccessive (vedi punto uno). Non aver paura di ammettere la propria pesantezza e il proprio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarsi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.
Io sono un’inguaribile pessimista, ad esempio, e per quanto mi sforzi non riuscirò mai a vedere il bicchiere mezzo pieno. Posso imparare ad apprezzare il fatto che sia almeno mezzo vuoto, però. Almeno credo. Almeno spero.

4. Let go of anger.
“Anger is an acid that can do more harm to the vessel in which it is stored than to anything on which it is poured.”

Liberatevi della rabbia.
“La rabbia è un acido che può fare più male al recipiente che la contiene che a qualsiasi altra cosa su cui è riversata”.

La rabbia è spesso un sentimento atavico, che si tende a comprimere, a non affrontare, a relegare in un angolo della mente, del cuore, della memoria, sperando che se ne stia zitta e buona e ci lasci in pace. Invece è sempre lì e affiora in superficie a tradimento, quando meno ce l’aspettiamo, quando meno lo vorremmo, e ci corrode, e danneggia le persone che ci circondano, e ci impedisce di abbandonarci alle situazioni e agli altri con più leggerezza, con più fiducia.
Spesso la rabbia ha radici profonde: arriva a toccare l’infanzia, e avviluppa l’adolescenza. In poche parole, nella maggior parte dei casi non è facile da sradicare, da lasciare andare, da esorcizzare. Mi chiedo se sia possibile addomesticarla, per conviverci pacificamente, quantomeno.

 

5. Release yourself from entitlement.
“Don’t go around saying the world owes you a living. The world owes you nothing. It was here first.”

Liberatevi dall’idea che le cose vi spettino di diritto.
“Non andate in giro proclamando che il mondo vi deve qualcosa. Il mondo non vi deve niente. Era qui prima di voi”.

Qui concordo e non concordo con Twain, nel senso che la mia generazione (e non solo la mia..magari!) è stata costretta ad abituarsi al fatto che il mondo non le deve un bel nulla, che multilinguismo, studi, preparazione, esperienza professionale spesso internazionale non equivalgano alla certezza di trovare un lavoro..per non parlare del lavoro dei propri sogni, utopia ormai relegata in fondo al cassetto dei calzini spaiati. Forse una cosa che si dovrebbe imparare a fare è liberarsi dalla pressione delle aspettative, quelle altrui in primis, e dall’ansia di prestazione, in tutti i settori. Dal dover essere, insomma.
6. If you’re taking a different path, prepare for reactions.
“A person with a new idea is a crank until the idea succeeds.”
Se stai per intraprendere un nuovo percorso, preparati a reagire.
“Una persona con una nuova idea è un folle finchè la sua idea non ha successo”.

Un po’ di tempo fa ho letto una frase della poetessa statunitense Adrienne Rich che mi è rimasta appiccicata alla pelle: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è la sola poesia. Peccato che cambiare, reinventarsi, trasferirsi, iniziare un nuovo lavoro, impegnarsi a realizzare il proprio sogno nel cassetto, che sia scrivere un libro o aprire un B&B in una spiaggetta bianca delle Seychelles, fa paura, una paura matta. Nonostante tutti i fail again, fail better beckettiani, la paura di fallire, di non essere in grado, di sbagliare tutto ancora una volta ci trattiene da nuove, grandiose, donchisciottesche imprese. Che il 2014 sia l’anno del cambiamento tanto sognato ed aspettato, l’anno in cui, per dirla con Robert Frost

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less travelled by,
and that has made all the difference.

Che sia l’anno in cui, fermi ad un incrocio, siamo capaci di scegliere la strada meno conosciuta, meno trafficata, meno asfaltata, più in salita, e che questa nostra scelta possa fare tutta la differenza.

 

7. Keep your focus steadily on what you want.
“Drag your thoughts away from your troubles… by the ears, by the heels, or any other way you can manage it.”

Concentratevi costantemente su quello che volete.
“Distogliete i vostri pensieri dai problemi..tirandoli per le orecchie, per i calcagni, o in qualsiasi altro modo funzioni per voi”.

È difficile concentrarsi esclusivamente e a tempo pieno su quello che si vuole quando c’è una quotidianità da affrontare, le bollette da pagare, un contratto sempre in attesa di essere rinnovato, persone intorno a noi di cu siamo in qualche modo responsabili. Se potessi, vorrei ricominciare da capo, aprire un negozio di libri usati in Nuova Zelanda, iniziare un dottorato in letterature comparate negli Stati Uniti e scrivere articoli su articoli su come Anna Karenina abbia influenzato Simone de Beauvoir, Anais Nin, Sibilla Aleramo – o qualcosa del genere. Ma la consapevolezza del quotidiano e del mio non essere all’altezza (punto 1 dolente…) mi trattiene ancorata alla terra come una zavorra, e per ora tutti i timbri che vorrei vedere sul mio passaporto rimangono sogni ad occhi aperti, bolle di sapone. E di tutte le cose che vorrei scrivere scrivo solo un quarto, fossilizzata dalla mia paura di non essere brava abbastanza, di non essere in grado, di non avere nulla di nuovo da dire, di non saper trovare le parole giuste per dirlo. Che il 2014 sia un anno di training autogeni, di iniezioni di autostima, di sorprese mirabolanti.
8. Don’t focus so much on making yourself feel good.
“The best way to cheer yourself up is to try to cheer somebody else up.”

Non soffermatevi troppo sul vostro benessere.
“Il modo migliore di tirarsi su di morale è cercare di far sorridere qualcun altro”.

Anche qui mi permetto di dissentire umilmente con zio Mark: se non si sta bene con se stessi, è difficile riuscire a star bene gli altri e a rallegrare gli altri. E’ anche vero che occuparsi dei problemi e dei dolori altrui, piccoli e grandi che siano, aiuta a ridimensionare e a mettere in prospettiva i nostri, e non c’è miglior balsamo né medicina di un sorriso che riusciamo a strappare a un amico in un momento di difficoltà. Che il 2014 sia l’anno in cui riusciamo a regalare sorrisi, a destra e a manca, a amici di vecchia data come a sconosciuti sulla metropolitana.

dal film Love Actually

 

9. Do what you want to do.
“Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did so. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover.”

Fate quello che volete fare.
“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per le cose che avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.”

Questo è un punto dolente per me. È il mio proposito di fine anno da tanto tempo ormai, ma gli anni passano e io divento più grassa e più vecchia e meno idealista e meno sognatrice e più spaventata.

Il mio augurio per voi è di imparare a convivere con le vostre paure, di imparare ad amarvi, di innamorarvi ogni giorno, di tingervi i capelli di colori improbabili, di comprare QUEL biglietto, di rivoluzionare la vostra vita, di dimenticarvi della valigie, di partire senza più guardarvi indietro. Di inventarvi, di reinventarvi, di sognare ad occhi aperti, di essere distratti, di camminare a piedi nudi sull’erba, di correre fino a restare senza fiato, di cantare a squarciagola, di ballare sotto la pioggia, di portare colore ovunque voi andiate. Di sorprendervi, sempre.

Buon anno pari, da me e Mark Twain.

 

Il rumore di un fiocco di neve

Una risata fa rumore.

Può essere la risata di un bambino, campanellini d’argento che fanno bene al cuore; può essere una risata di cuore, una risata isterica, una risata forzata. A prescindere dalla qualità, farà comunque rumore. Una risata si fa sentire, sempre. Non a caso, TS Eliot ha scritto April is the cruellest month, aprile è il più crudele dei mesi: la primavera riscalda il sangue, risveglia istinti ancestrali, trascina fuori dalle tane, incita a vivere, anche quando non si è (ancora) pronti. La primavera fa rumore. Fa rumore come la felicità, come il Natale di rosso vestito, che condanna al platone d’esecuzione tutti gli Scrooge davanti a una giuria di Babbi Natale che intonano I’ll be home for Christman, if only in my dreams…

 

Ci sono invece rumori che non si percepiscono: sono troppo tenui, quasi inesistenti, ai quali non siamo più abituati, nell’epoca del rumore assoluto.

Una lacrima che cade su un foglio di carta non fa rumore.

Un cuore che batte forte – di paura, di ansia, di aspettativa, di incertezza – non fa rumore.

Un cuore che si spezza non fa rumore.

La fine di una storia, un’esperienza, un’avventura, una fase importante della propria vita, un’amicizia, un contratto di lavoro, non fa rumore.

La solitudine non fa rumore.

La confusione di chi si è perso, di chi è fermo ad un incrocio, paralizzato dalla paura di decidere, di sbagliare di nuovo, non fa rumore.

La paura non fa rumore.

Il silenzio non fa rumore (e non è poi così ovvio come potrebbe sembrare)

Il dolore non fa rumore. E’ silenzioso come un fiocco di neve. Cerca di nascondersi, di mimetizzarsi. E’ la nebbia dei sentimenti.

E’ facile percepire, sentire, ascoltare la felicità, l’allegria, la forza, la vitalità.

E’ facile non accorgersi di chi si nasconde, dei sorrisi tirati, della sensazione di essere intrappolati in un pantano. Del bisogno di aiuto, di amore, di amicizia.

 

Poi ci sono rumori che si percepiscono amplificati: il rumore di quei passi che se ne vanno, il saluto biascicato da quella voce che rimane lì, a mezz’aria, a infestare sogni e pensieri. Il suo bacio che iniziava, il suo bacio che moriva, canta Vecchioni. Quel tramonto.

 

Bisognerebbe dotarsi di orecchie nuove, di un sistema di pensiero nuovo, di una sensibilità nuova. Per essere  grado di percepire le percussioni come le gocce di pioggia, il tuono come il fiocco di neve.

 

Fare silenzio nella propria mente e nel proprio cuore.
 
Soundtrack: Roberto Vecchioni, Le rose blu

Quello che mia madre non mi ha mai detto

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare…
Ivano Fossati

Una volta – frequentavo il quarto o il quinto ginnasio – mia madre mi sorprese a piangere su un compito andato male – forse una versione di Greco, non ricordo esattamente.

Mi guardò con fare tra il preoccupato e il canzonatorio e mi disse “non si piange per queste cose; quando piangerai, sarà per amore”.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che avrei avuto tante volte il cuore spezzato, che avrebbe fatto un male cane. Che sarei sopravvissuta.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che l’amore è un sentimento liquido, che si dilata e si espande nel cuore, nella mente, nella memoria.

Che i cuori non sono infrangibili ma sono pur sempre di gomma: rimbalzano e rotolano, possono espandersi fino a contenere tutto l’amore del mondo, fino a contenere tutto il dolore del mondo, fino a scoppiare, ma continuano sempre a battere, anche quando sembra non ne sia rimasto nemmeno un pezzetto intero.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che le lacrime più amare sono quelle che versi per te stessa. Per tutte le volte che ti guardi allo specchio e non ti riconosci.

Per tutte le volte in cui provi a fare del tuo meglio, ma non è mai abbastanza, e fallisci miseramente.

Quello che nessuno mi ha mai detto è che l’aurea mediocritas – il giusto mezzo, l’ottimale moderazione – è un concetto sopravvalutato, che sul lago stagnante della mediocrità si galleggia a fatica, cercando sempre un appiglio. Una conferma del fatto che valiamo qualcosa, che possiamo cambiare, che le cose intorno a noi possono cambiare. Che possiamo essere noi a cambiarle, quelle cose.

Che quello che facciamo ogni giorno possa essere in qualche modo diretta emanazione della parte migliore, più luminosa, più brillante di noi stessi.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che la vita è una tensione costante verso il tentativo di essere migliori, nei nostri ruoli di genitori figli amici amanti mariti mogli professionisti.

 

Siamo coloro che amiamo e coloro dai quali siamo amati, ma non solo.

Siamo bauli pieni di gente.

Siamo le cose che facciamo e quelle che non facciamo.

Siamo le parole che diciamo e quelle che ci teniamo dentro.

Siamo i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo e che parla alla nostra anima, le storie che scriviamo e quelle che viviamo.

Siamo i nostri sogni – quelli notturni e quelli diurni, con la testa tra le nuvole, popolati da personaggi immaginari e persone del nostro passato, pieni di speranza e tensione verso quello che potrebbe essere e che desideriamo con tutti noi stessi.

 

A volte capita di perdere la strada, e di non riconoscersi.

A volte ci sentiamo soli. Abbiamo paura, e abbiamo bisogno dell’abbraccio confortante di uno sconosciuto, della sua sconcertante tenerezza.

Abbiamo bisogno di un’abbacinante promessa, di qualcuno che ci faccia credere in qualcosa di buono che verrà.

Abbiamo bisogno di una conferma – anche piccola piccola – del fatto che riusciremo a riparare ai nostri errori, che ci saranno terze e quarte possibilità, che anche se abbiamo fallito e continuiamo a fallire si tratta di piccole eccezioni, non di regole inconfutabili e introvertibili, che il fail again, fail better di Beckett non è solo uno slogan. Abbiamo bisogno di sapere che, come canta Fossati, c’ètempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente.

Un tempo elastico, che si allarga fino a contenere tutto quel passato che vogliamo lasciarci alle spalle (how can I begin anything new with all of yesterday in me? Leonard Cohen docet..) e tutto quel futuro che vogliamo immaginare, costruire, sognare.

Un tempo comprensivo, che ci permetta di riparare toppe e falle, di dimenticare, di ricordare. Di avere ancora vent’anni, di reinventarci, di credere che possiamo ancora diventare reporter di guerra, o astrologi, o pasticceri provetti. Perché c’è tempo.

Un tempo compassionevole, che ci perdoni gli errori del passato, che ci sia amico, consigliere, insegnante.

Un tempo in cui l’occasione che abbiamo perduto non sia l’ultima, un tempo in cui la strada chiusa che abbiamo imboccato a quell’incrocio tanti anni fa ci riveli una via d’uscita, un sentiero magico, una scappatoia tra i boschi.

 

Abbiamo bisogno di tempo.

Abbiamo bisogno di un segno.

 

Ho bisogno di un segno.

 

La carta è più paziente degli uomini

Tornare a casa, nella casa in cui sono nata e in cui sono cresciuta, significa per me passare ore nella vecchia stanzetta con la carta da parati ormai logora e tutti i miei libri del ginnasio ordinati sugli scaffali, aprendo cassetti, leggendo vecchi temi, spolverando ricordi. La mia scatola dei ricordi di bambina mi fa sorridere: tra i miei tesori, vecchie cartoline, un Pierrot decapitato, una copia del certificato di nascita di Giacomo Leopardi (souvenir di una gita scolastica a Recanati), una copia de La sigolatrice di Sapri battuta al computer da me nell’ufficio di mia madre, tante poesie, tante lettere scritte ai primi amori e mai inviate.

Quando ero piccola ero molto più sistematica di adesso nel mio approccio con la scrittura: ho sempre tenuto un diario, in cui appuntavo minuziosamente pensieri, emozioni, stati d’animo, piccoli e grandi avvenimenti. In cui iniziavo a mentire a me stessa per non vedere quelle cose intorno a me che mi avrebbero fatto male e riversavo sulle pagine bianche le parole tenute a freno dalla mia indole troppo timida e troppo introversa.

Ho riletto alcune pagine che, a distanza di quasi vent’anni, mi hanno fatto riflettere. Su come alcune cose non passino mai, e alcune ansie – il passare del tempo, il mancato raggiungimento di obiettivi, piccoli o grandi che fossero, l’assegnarsi traguardi troppo alti, il senso di solitudine, di alienazione, di diversità – siano state ereditate quasi intonse dalla mia me adulta.

E mi ritrovo a pensare alla fede – intesa non strettamente in senso religioso, ma nell’interpretazione più lata possibile. La fede può essere definita come la capacità di credere con tutto il cuore in qualcosa che non si può vedere, né sentire. La fede è un dono che si riceve da piccoli, quando si ha tutta la vita davanti –dopo il film di Virzì aborro questa espressione – e si ha il cuore aperto alle infinite possibilità della vita, e si è pronti a perdersi nel suo labirinto, alla ricerca di un lieto fine, o , quantomeno, di un finale aperto.

Gli anni passano, e questa fede – negli altri, in se stessi, nelle proprie possibilità, nel futuro, nell’amore come forza massima capace di smuovere il mondo, come equazione suprema nelle cui regole ritrovare senso ed ordine – si affievolisce, fino a svanire, nel peggiore dei casi. In una miriade di bollicine, come nel caso della sirenetta di Andersen o della ragazza del bar di Cuba, o in polvere di stelle.

Mi chiedo quando inizi, questo processo. Quando si smetta di credere. Quando si inizi ad aver bisogno di segni tangibili.

Nel tentativo di trovare una risposta, rubo qualche riga a quella bambina di dieci anni, che cercava a modo suo di darsi risposte, di trovare il bandolo della matassa in un mondo di adulti che non riusciva a capire, in cui le famiglie non erano perfette e si spezzavano, in cui imparare a perdere una persona amata era obbligatorio, in cui essere accettati per quello che si era sembrava un’impresa ardua.  Facendole una carezza furtiva e ritardataria, a quella bambina che era curiosa di diventare grande ma aveva paura di crescere.

26 ottobre 1994

Caro diario
non è vero che solo i bambini negli istituti non hanno una famiglia. Tu mi capisci, vero?
Si, perché tu, come disse Anna Frank, sei l’AMICA lungamente attesa. Oh, come mi sei cara!
Mi sei di grande conforto, anche se poi questi stupidi sfoghi non interessano né a me né a te.
Ma si sa, la carta è più paziente degli uomini. Oggi con educazione fisica abbiamo giocato a pallavolo.
Quando riguardo le pagine del mio diario mi sento solo una stupida ed insignificante ragazzetta.
E tu, ti senti bene? Io così così, sia fisicamente che moralmente. Certo, non deve essere divertente restare chiuso in un cassetto, ammassato alla rinfusa con tante altre carte, eppure a te accade. Ma non è stata colpa mia: dovevo fare i compiti!
 

6 giugno 1995

Caro diario,

sai, ho cominciato un libro, dove raccolgo tante storielle “mie” e spero di poter condurre anche te nella mia “rete privata” di fantasia.
 
 
 

 

Alice and the maze (playing with words)

 
 
I was little Alice

and you were the maze.

I tried to break in

 – wanted to get lost,

   never to be found.

There was no key

the maze was sound-proof

double-glazed.

 

There was a bowl of icecream

for a ravenous child

 – a scrumptious sight for sore eyes.

You were the silver spoon

the table so tall

 – I was too small.

I could just break down and cry

out of anger and exhaustion.

 

You were a blue cool lake

so far away.

I tried to reach out to you

 – the harder I tried, the further you moved away.

Besides, I couldn’t swim, nor dive.

 

You spoke a language

I could not understand.

You were telling me stories

and you wouldn’t translate.

I was bored and fed up

 – needed to be entertained.

I cried out of sheer loneliness.

You just faded away.

 

You were the White Rabbit

I met you in the dark

I tried to catch up with you

You were running so fast

Always looking at your funny turnip pocket watch

 – never looking at me.

I tried to call you

but I had no voice

 – there and then you were gone.

 

You were the Mad Hatter

giving a tea party.

I was so thirsty

but you said it didn’t matter.

You said you were no judge

but there you were assessing me

dismissing me

shrugging me off

 – I was no good.

I would have cared for a cupcake.

You told me, child don’t bother

love is not easy game to play

not even in Wonderland

and lies are no currency

not even in Wonderland.

I cried out of guilt

loneliness and abandonment

 – more invisible than a pale ghost.

 

You were the Cheshire cat

whimsical look

quixotic smile

 – eyes wider and wilder than life.

I felt kinda obnoxious

but all the same besotted.

I read you a poem

you said, little girl, you’re just a child

you’ll never know better

and love is not easy game

not even in Wonderland.

I tore my notebook in pieces

and cried my eyes out.

 

You were the Queen of Hearts

 – frozen pale eyes, algid grin.

I bowed and sang you a song

trying so hard to please

you said, little girl, don’t bother

love is not easy game to play

not even in Wonderland

leave my kingdom of broken hearts

or else I’ll smash yours.

My feet were sore

My mind was numb

Nowhere to go.

I cried out of randomness,

a ragged bum.

 

We were sitting in the grass

and there was chilled wine.

My favorite word was “complicated”

yours were “never mind”.

You said, don’t drink little girl

 – it will not help you grow up

   nor older nor wiser.

I am sorry I have judged you

  – that’s just how it goes.

You were snotty and curious

you wanted to be beguiled.

Well that’s Wonderland for you

 – you were not invited

   and love is not easy game

   not even in Wonderland.

Take a sip and forget

 – take it from me, you’ll never come back.

I cried out of sheer rejection

 – was that my reflection

   in your iridescent eyes?

 

I am such a mess.

 

I was little Alice

and you were the maze.

The locket was empty

the moon was pale white

the pages were torn

the glass was half drunk

 – I was just so tired.

I wanted to get lost

 – so I sat there and waited and waited and waited

to find a way

to get into you.

 

Love is not easy game to play

not even in Wonderland

and moonlights

are heartaches in disguise.