Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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LibriInValigia#2: Once again to Zelda , Wagman-Geller

Once again to Zelda: The Stories Behind Literature’s Most Intriguing Dedications di Marlene Wagman-Geller

Questo libro da solo meriterebbe un post a parte, anzi una serie di post. Non credo che esista un’edizione italiana, ma vi consiglio caldamente di leggerlo, perché è davvero un piccolo gioiello, uno scrigno di “storie dietro la storia”, un regalo scovato in una piccola libreria indipendente di Islington, a Londra.
Si tratta di cinquanta storie “dietro le quinte”, in cui l’autrice ricerca motivazioni e retroscena delle dediche di cinquanta tra i libri più belli e più letti di tutti i tempi, da Pasternak a F.S. Fitzgerald, da Sylvia Plath a Mary Shelley.
Vi ricordate il dibattito tra le due Lare che si contendono il titolo di musa ipiratrice della bellissima ed immortale eroina di Pasternak, sua moglie Zinaida e la sua amante Olga Ivinskaya?
Secondo la Gellers, Lara è Olga. Perché questa è la dedica de Il Dottor Zivago: 

To Olga Ivanskaya
“You guided my hand and stood behind me,
and all of it I owe to you”.

Inoltre, la bella Olga condivide la stessa sorte dell’infelice Lara, come constateremo a breve.
La Ivinskaya conosce Pasternak mentre lavora come editrice presso il giornale Novy Mir. L’amicizia tra la fervente e appassionata Olga, amante della poesia di Pasternak, e lo stesso Boris nasce sui versi e sulle discussioni incentrate su Il Dottor Zivago, allora in corso di redazione, e presto diventa qualcosa di più. In una lettera del 1947, Pasternak le dichiara amore eterno ed imperituro, definendola my love..my angel. Ciononostante, non è disposto a lasciare la sua famiglia, alla quale si dichiara legato dal dovere e dal senso della responsabilità.  La sua storia con Olga forma parte integrante della trama de Il Dottor Zivago, traducendosi nella relazione tra Jurij e Lara.
Come Lara, Olga scopre di aspettare un bambino da Boris, ma durante la sua prigionia in un campo di lavoro, durante la quale viene sottoposta a violenze fisiche e psicologiche: ad esempio, le viene mostrata una bara e viene invitata ad aprirla per convincerla che Boris fosse morto e forzarla a svelare quanti più dettagli possibili sull’impegno anticomunista di Pasternak. Ma il prezzo da pagare per Olga non si riduce alla prigionia, non si riduce all’inevitabile destino di “altra donna”, di amante: dopo la morte di Pasternak nel 1960, viene processata e condannata ad otto anni in un gulag, come Lara, uscita un giorno di casa per non farvi più ritorno, prigioniera, morta o sparita da qualche parte, una delle centinaia di desaparecidas rese ancora più invisibili dal fatto di essere donne.
Le torture, le sofferenze e le privazioni patite da Olga durante questi anni sono state da lei rese pubbliche nelle sue memorie, Prigioniero del tempo. La mia vita con Boris.
Non soprenderà il fatto che il memoir sia dedicato al suo amato Pasternak:

La maggior parte della mia vita è stata dedicata a te – e quello che ne resta lo sarà altrettanto.

Margaret Mitchell dedica il suo celeberrimo Gone With The Wind (Via col vento) ad un certo J.R.M.
Questa dedica così criptica racchiude la storia della stessa Mitchell e del suo romanzo.
Margaret, affettuosamente chiamata Peggy, è una vera figlia del Sud. Dopo che sua nonna, l’influente Annie F. Stevens, colonna portante dell’Atlanta bene, la fa ammettere nel prestigioso club della debuttanti, Peggy se ne fa rapidamente espellere, presentandosi ad un ballo come l’antitesi della dama del Sud, vestita in maniera provocante, con calze nere e rossetto carminio, e danzando in maniera così disinibita da scandalizzare gli astanti.
Nel 1922, la Mitchell incontra il suo Rhett, Berrien Red Upshaw, del quale si innamora follemente, nonostante lui la prenda in giro per le sue gambe corte e sua nonna disapprovi di tutto cuore l’affascinante bad boy  che ha stregato la nipote. Nello stesso periodo, Margaret conosce il suo compagno di stanza, John Robert Marsh, tutt’altro che bello, ma folle di amore per lei.
Margaret sceglie l’affascinate Red e lo sposa nel corso dello stesso anno, mentre John, che fa loro da testimone, è costretto a nascondere il suo cuore spezzato.
Il matrimonio della Mitchell ha comunque breve durata, a causa del carattere violento e dell’alcolismo di Red. Quando arriva il momento del divorzio, Peggy si rivolge a John per amicizia, sostegno e affetto. I due si sposano poco tempo dopo il divorzio di Margaret da Red.
Quando una malattia la costringe a letto per diverso tempo, per farla distrarre John porta alla moglie alcuni libri di storia dalla biblioteca pubblica. Quando l’interesse della moglie per la storia americana diventa sempre più incalzante, John le suggerisce di scrivere un libro. Di qui nasce Via Col Vento, e di qui la dedica della Mitchell al marito, all’amico, a colui che l’ha esortata e spronata a scrivere. A colui che ha creduto in lei.

Potrei continuare a scrivere per ore su questo libro. Per ora vi lascio con un’ultima storia, un’ultima dedica. Sylvia Plath, la bella poetessa americana sposata con Ted Hughes, sorprendenemente non dedica The Bell Jar all’amatissimo marito, ma ad “Elizabeth e David”.
Per capire perchè, bisogna fare un salto indietro. Sylvia incontra Ted a Cambridge, durante il suo soggiorno in Gran Bretagna grazie ad una borsa Fulbright. È amore a prima vista: lui si fa avanti tra la folla e si mette a recitarle i suoi versi; lei è talmente attratta da lui e confusa che, mentre bevono e ballano, gli morde l’interno della bocca tanto da farlo sanguinare. Ted le confisca la fascia per capelli per essere sicuro di rivederla. Si sposano quattro mesi dopo, e si trasferiscono a Court Green nel Devon, dove fanno amicizia con i loro nuovi vicini di casa, David ed Elizabeth Sigmund (i David e Elizabeth della dedica).
Dopo la nascita dei loro due figli, un serpente si introduce nella loro serenità coniugale sotto le mentite spoglie di Assia, la bellissima moglie del poeta londinese che aveva affittato loro il cottage dove abitavano. Ted ne diviene l’amante; Sylvia lo caccia di casa e precipita in una profonda depressione, trovando aiuto e amicizia presso i suoi vicini di casa, ai quali dichiara “Ted lies to me all the time.He has become a little man…I have given my heart away and I can’t take it back – it is like living without a heart”.
Quando Sylvia decide di andare a vivere a Londra con i suoi due bambini per voltare pagina, Elizabeth e David cercano di farle cambiare idea, preoccupati a causa della sua fragilità e della sua depressione. Le loro previsioni si rivelano, purtroppo, lungimiranti: a soli trent’anni, Sylvia constata con disperazione che il suo appartamento londinese e la sua vita stessa sono diventati una campana di vetro dentro la quale si sente soffocare. Prepara latte e pane sul comodino dei bambini, sigilla la porta della cucina con degli asciugamani, e sceglie di morire, di soffocare velocemente, con la testa dentro il forno, anzichè lasciarsi soffocare lentamente dentro la sua campana di vetro.
Sei anni dopo la morte di Sylvia, Assia, in una macabra emulazione della morte di quella rivale di cui non si era mai riuscita davvero a liberare, si sarebbe lasciata morire allo stesso modo con la figlioletta Shura, dopo aver inghiottito dei sonniferi.
Hughes, stravolto dalla triplice tragedia, avrebbe dichiarato ad Elizabeth: “My creativity presented me with a demon. If I get close to people, I destroy them”.
Nell’ambito di queste tragiche vicende, appare evidente il desiderio di Sylvia di esprimere la sua riconoscenza ai coniugi Sigmund dedicando loro il suo unico romanzo.