The rules of (literary) dating – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

indexUn’educazione bovaristica e un’esposizione precoce a certi tipi di letture hanno l’indubbio svantaggio di generare aspettative che non potranno mai essere soddisfatte. Tuttavia, perché guardare il bicchiere mezzo vuoto? Se Jane Austen & company ci hanno insegnato qualcosa, è anche – e soprattutto – l’arte di percepire determinati segnali che, come campanelli d’allarme, gettano una nuova luce sul protagonista di una storia, rendendolo un eroe degno delle attenzioni della protagonista, un perfido cialtrone, un’insignificante macchietta.

Perché allora non utilizzare questo “superpotere” anche nella vita di tutti i giorni? In fondo, la letteratura è imitazione della vita, no?

Quindi vi propongo un inventario semiserio (che mi sono divertita un sacco a compilare) di tipologie di eroi/vili marrani in cui ogni lettrice che si rispetti è incappata, prima o poi, tanto tra le pagine di un libro che nella vita vera.

In quale tipologia vi rispecchiate maggiormente? In ogni caso, niente panico: come scriveva Jane Austen alla nipote Fanny Knight

Non andare di fretta; abbi fiducia, l’Uomo giusto alla fine arriverà; nel corso dei prossimi due o tre anni, incontrerai qualcuno più unanimemente ineccepibile di chiunque tu abbia già conosciuto, che ti amerà con un ardore che Lui non ha mai avuto, e che ti affascinerà in modo così totale, da farti sembrare di non aver mai veramente amato prima.

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Tipologia A – Il Mr Darcy (Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen)

Non è sicuramente il tipo adatto a fare il +1 ad un matrimonio, un compleanno, una cena di lavoro, nè il partner ideale per il corso di tango, dal momento che si rifiuta di ballare. A pensarci bene, non è solo il ballo il problema: la sua vita sociale è fortemente limitata dalla sua scarsa disponibilità a mescolarsi con la gente che non conosce, da quella sua tendenza a fare un po’ l’orso della situazione e a starsene in disparte, con un’espressione tra il serio e l’annoiato, studiando attentamente i titoli della libreria del padrone di casa di turno (probabilmente per criticarne segretamente gusti e scelte).

Non ha un grandissimo senso dell’umorismo, è riservato e ha bisogno di (tanto) tempo per aprirsi, e accordare la sua fiducia: tempo che passerete cercando di capire cosa gli passi veramente per la testa. In fondo è un po’ come un riccio, irto e irsuto fuori, sorprendentemente dolce e gentile dentro. Onesto, leale, generoso, è sempre pronto a dare una mano, specie se si tratta di tirare fuori dai guai la fanciulla che occupa gran parte dei suoi (criptici) pensieri, magari a sua insaputa. Dire che ha un brutto carattere è un eufemismo: è spesso burbero e cupo, tremendamente orgoglioso (potremmo dire pieno di sé..): una volta persa, la sua stima è persa per sempre. Testardo fino all’esasperazione, non darà soddisfazione alle insicure in cerca di conferme: ma le sue (rarissime) dichiarazioni, lungamente represse, sono sincere e impetuose, e non ci si dimentica facilmente della sua ardente stima e ammirazione.

Il Mr Darcy scrive inoltre bellissime lettere, ma le amanti del genere epistolare non dovrebbero nutrire illusioni: le sue missive sono infatti volte a riparare qualche suo errore di giudizio tremendamente stupido, che avrà diminuito infinitamente il suo valore agli occhi della Lizzie di turno, incline, a sua volta, a cadere vittima dei suoi pregiudizi. Ma, in fondo, il bel tenebroso piace anche per questo, no? Lunghe passeggiate all’aria aperta possono rivelarsi il metodo migliore per superare le (innumerevoli) controversie, perché, ammettiamolo, quando ci innamoriamo perdiamo tutti la ragione (vero, zia Jane?)

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Tipologia B – L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë)

Ammettetelo: vi piacciono i bad boy, i tipi cupi, tormentati, misteriosi, irrequieti, inquieti, sempre fuori posto e fuori tempo. Se è cosi, Heathcliff, il selvatico e appassionato protagonista maschile di Cime tempestose, la cui complicata personalità, a cavallo tra bene e male, incarna quelle lande selvagge e desolate dello Yorkshire che fanno da sfondo alla sua storia d’amore con la capricciosa Cathy, fa al caso vostro.

Non potreste mai invitarlo a mangiare la lasagna a casa di vostra madre la domenica, anche perché, diciamocela tutta, molto probabilmente non si presenterebbe (senza nemmeno avvisarvi): ma riuscirebbe comunque a farsi perdonare il bidone, perché il ragazzo sa farci con le parole, quando vuole.

Non è di certo una persona convenzionale o ortodossa: gli piace distinguersi e fare l’alternativo, e poco gli importa dell’opinione altrui.

Nessuno potrebbe mai capire il vostro amore: ma, anche se il mondo intero fosse contro di voi, non v’importerebbe, perché le vostre anime sono fatte esattamente della stessa sostanza. Il vostro amore non cambierà come le foglie d’autunno: piuttosto, somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi stessi, una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria.

Il problema è che, a volte, il suo comportamento fin troppo eccentrico e sprezzante potrebbe portarvi a vergognarvi di lui, e ad allontanarvi. In questo caso, l’Heatchliff sarebbe portato a farvi vedere la sua parte peggiore di sé: sprezzante, possessiva, gelosa, poco incline a perdonare e a dimenticare.

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Tipologia C – Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell)

(Vedi anche alla voce: potrei ma non voglio, vorrei ma non posso)

Che strazio i se e i forse! Se non aveste sprecato tempo prezioso sospirando drammaticamente per qualcuno che, in fondo, non sarebbe mai stato quello giusto, forse vi sareste accorte prima di quel Rhett che vi stava accanto, aspettando solo di essere notato da voi.

Il Rhett non corrisponde allo stereotipo di gentiluomo americano del Sud – anzi. Beve come una spugna, bestemmia come un camionista, non si sottrae mai a una rissa, e, francamente, se ne infischia dell’opinione altrui.

Non si sdilinquisce in complimenti, dice sempre quello che pensa, è egoista ma generoso al momento opportuno, protettivo dei più deboli (Bella Waitling vi dice qualcosa?), e, udite! udite! Ama i bambini!

La sua pazienza sconfina nella testardaggine: tuttavia, dopo aver superato un certo limite, francamente se ne infischia. Poco male: domani è un altro giorno, vero?

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Tipologia D – Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez)

Il Florentino non è un tipo che si fa notare: è quasi insignificante, nascosto sotto un mantello dell’invisibilità di potteriana memoria. Eppure, ha un suo perché: scrive incantevoli lettere d’amore, e si distingue per la sua incredibile tenacia, che lo rende capace di attendere 51 anni, nove mesi e quattro giorni (beh, forse non così tanto: ma ho reso l’idea, no?), sfidando l’odore penetrante delle mandorle amare armato delle sua silenziosa pertinacia.

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Tipologia E – Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen)

Fanciulle, fate attenzione: il Willoughby vi mentirà spudoratamente, negando davanti alla più palese evidenza; vi farà aspettare ore e ore (con conseguenti gastriti e insonnie) una sua chiamata (che non arriverà mai, ovviamente); vi farà credere di essere l’unica (ingenua, che crede che le “telefonate di lavoro” possano arrivare anche dopo mezzanotte). Arriverà perfino a chiedervi un ricciolo da tenere sempre con sé, e a farvi visitare (di nascosto, s’intende) la magione di sua zia che spera di ereditare, un giorno.

Diciamocela tutta: è insopportabilmente affascinante, ha (o finge di avere) i vostri stessi gusti musicali e letterari, è sempre pronto a farvi da complice quando avete voglia di ridere di voi stesse e degli altri – specie di quel qualcuno timido e un po’ imbranato che cerca di ronzare dalle vostre parti (povero colonnello Brandon).

Poi non dite che zia Jane non vi aveva messo in guardia: lettrice avvisata, mezza salvata.

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Tipologia F – Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Date retta a Charlotte Brontë: non uscite col vostro capo (o collega). Se proprio non riuscite a farne a meno (ah, l’ammmmore), cercate almeno di capire se avete a che fare con Il Rochester.

Se fa finta di flirtare con fanciulle dal nome pretenzioso (Blanche, dico a te) e il suo comportamento oscilla schizofrenicamente tra il possessivo e il distaccato, è molto probabile che nasconda in soffitta qualche scheletro (o una moglie pazza).

Tuttavia, se riuscite a fare breccia nel suo cuore di pietra, dirimere i nodi del suo oscuro e tormentato passato e raggiungere con lui un rapporto assolutamente paritario (senza aspettare che, per esempio, perda parzialmente la vista in un incendio per riconoscere che ha bisogno di voi, perché, per dirla tutta, è anche un po’ misogino) allora, lettrici, potreste anche arrivare a sposarvelo.

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Tipologia G – L’Amleto (Amleto, William Shakespeare)

V’ama, non v’ama, v’ama, non v’ama. Vi trova fin troppo belle, così belle che l’unico modo per preservare la vostra purezza e onestà è chiudervi in un convento. Ha problemi a casa (e che problemi, tra complesso di Edipo, di Medea, ecc.), il momento non è quello giusto, probabilmente frequenta compagnie (fantasmi) sbagliate (defunte).

In ogni caso, i suoi problemi esistenziali sono decisamente più grandi di voi due messi insieme. Se passa troppo tempo a parlare da solo con un teschio in mano, non aspettate di fare la fine della dolce e bellissima Ofelia: scappate.

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Tipologia H – L’Otello (Otello, William Shakespeare)

Attenti alla gelosia, quel mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre!

Tutto va bene tra voi; eppure, per qualche oscuro, recondito motivo, L’Otello avverte l’insana necessità di controllare costantemente il vostro telefono (appena vi girate dall’altra parte), giocare al piccolo hacker col vostro account Facebook, chiedere a un amico di sorvegliarvi.

L’Otello sembra forte, ma ha una personalità molto debole: è facile manipolarlo e convincerlo del fatto che due più due faccia cinque, a scapito della vostra relazione (e della vostra salute mentale).

Ricordatemi se queste cose finiscono bene, ché ho un’amnesia temporanea.

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Tipologia I – L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov)

Magari è amore a prima vista, ultima vista, eterna vista, ma lui vi sembra forse lievemente ossessionato dal suo primo amore pre-adolescenziale e non riesce proprio a smettere di parlarne?

Scappate.

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Tipologia J : Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj)

Il Vronskij non è tipo da tirarsi indietro davanti a una sfida: quando si prefigge un obiettivo, niente può fermarlo. Quando vuole qualcosa, deve averla. Più è difficile ottenerla, più la vuole. Niente e nessuno (che sia un noioso marito burocrate, o una madre desiderosa di farlo sposare per soldi) possono distoglierlo dalla meta prefissa.

Il fatto che sia estremamente affascinante è innegabile: tuttavia, la sua esteriorità patinata spesso nasconde una personalità narcisistica e superficiale, interessante e profonda quanto i discorsi motivazionali delle candidate a Miss Italia.

Siete sicure di aver veramente trovato l’anima gemella, e di voler sacrificare tutto per lui?

Potete leggere questo post in Inglese qui.

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Versus

If you are not ready for love, how can you be ready for life?

I don’t want to judge
What’s in your heart
But if you’re not ready for love
How can you be ready for life?
How can you be ready for life?
 
 

Ieri parlavo con un’adorabile bambina anglo-spagnola di quasi sei anni. Si chiama Emma, e già il nome te la rende simpatica (Emma Woodhouse docet).
Era nervosa perché il giorno successivo si sarebbe esibita nel suo primo spettacolo di danza, e aveva paura di dimenticarsi i passi.
Io le ho raccontato del mio spettacolo teatrale la settimana precedente, di quanto sia divertente stare sul palcoscenico, di quanto tutto il resto smetta di esistere.
Non era convinta.
Le ho fatto vedere le foto dei costumi, che le sono piaciute tantissimo, perché per lei eravamo tutte principesse.
Ha voluto che le raccontassi la storia di Ofelia e Amleto. L’ho fatto, per grandi linee.
Mi ha guardato ancora più perplessa. Mi ha chiesto se adesso mi chiamassi Ofelia, e perché fossi diventata pazza, e perché “quel tizio”, Amleto, non mi amasse più.
Poi, guardandomi con i suoi occhioni azzurri, mi ha chiesto: “ma com’è possibile che un ragazzo ti ami e poi non ti ami più?”
E io lì sono rimasta basita. Ho invocato tutti gli articoli di Brain Pickings sulla scienza dell’innamoramento, Alberoni, La verità è che non gli piaci abbastanza. Niente.
La verità vera è solo una: non lo so. Non so perché ci si innamora. Non so perché si smette di amare.
Non so perché non si viene ricambiati. Non so perché qualcuno smette di amarci.
Non so quando cominciano e quando smettono le farfalle nello stomaco. Non so quando il cuore in gola smette di essere semplicemente una metafora, e quando riprende ad essere una mera figura allegorica.
Conosco, come tutti o quasi, il profumo nauseante delle mandorle amare, emissarie di un amore non ricambiato.
La risposta, cara Emma, è: non lo so. Non ne ho nessuna idea. Alla fine ha ragione Carver, in What we talk about when we talk about love: dovremmo avere l’umiltà di ammettere di non sapere di cosa stiamo parlando, quando parliamo d’amore. Nel racconto di Carver, il protagonista – Mel, un chirurgo – racconta una storia: due anziani hanno avuto un incidente automobilistico e, contro ogni aspettativa, se la sono cavati entrambi. Eppure, lui è triste, deperisce a vista d’occhio, si rifiuta di mangiare; questo perché il collare di gesso gli impedisce di girarsi e guardare la moglie, accertarsi che stia bene. Sapere che c’è, anche solo intravedendola con la coda dell’occhio.

La verità, cara Emma, è che io non ci ho mai capito niente, ma una cosa ti auguro: ti auguro di non crescere come me, esposta troppo precocemente a Jane Austen, alle sorelle Bronte, a Love Story di Erich Segal.
Non crescere in mezzo alle principesse. Non crescere coltivando la convinzione che l’amore sia insieme la più grande domanda e la risposta ultima, l’ultimo pezzo del puzzle, il bandolo della matassa, una forza risolutiva e salvifica, il faro verso il quale navigare.
Non cullarti nella certezza che un amore possa salvarti.
Impara a salvarti, da sola. Impara ad amarti, prima che amare. Maya Angelou, gigante della letteratura scomparso ieri, affermava di non fidarsi di chi diceva di amarla ma non amava se stesso, e che bisogna fare attenzione a una persona nuda che ti offre una camicia.
Impara ad essere indipendente, a cercare il tuo posto nel mondo. Coltiva la tua curiosità, la tua sete di conoscere, il tuo desiderio di viaggiare, di esplorare, di ridere, di buttarti a capofitto in nuove esperienze.
Impara ad abbracciare il nuovo come se fosse un amico benevolo, non un nemico dal quale diffidare.
Solo così potrai essere pronta all’amore, senza bruciare nessuna tappa, senza rimpianti. Solo così potrai cercare di imparare ad amare.
Solo così potrai innamorarti dell’amore.

Prima di andarsene con la mamma, Emma si è girata e mi ha detto: “io comunque non ce l’ho un fidanzato, e nemmeno mi interessa”.

Way to go, girl.

Sognando Ofelia (teatro, Ofelia e altre amenità)

I am Ophelia. She who the river could not hold. The woman on the gallows The woman
with the slashed arteries The woman with the overdose ON THE LIPS SNOW The
woman with the head in the gas-oven. Yesterday I stopped killing myself. I am alone
with my breasts my thighs my lap. I rip apart the instruments of my imprisonment the
Stool the Table the Bed. I destroy the battlefield that was my Home. I te…ar the doors off
their hinges to let the wind and the cry of the World inside. I smash the Window. With
my bleeding hands I tear the photographs of the men who I loved and who used me on
the Bed on the Table on the Chair on the Floor. I set fire to my prison. I throw my clothes
into the fire. I dig the clock which was my heart out of my breast. I go onto the street,
clothed in my blood.
The Hamletmachine, Heiner Müller

E’ difficile spiegare la malinconia che ti invade l’ultima sera di uno spettacolo teatrale, quando ti strucchi per l’ultima volta, metti via il costume e ti chiudi alle spalle quel camerino che ha racchiuso in sé ore di cameratismo, nervosismo, riti scaramantici, risate, isteria, pasticche per la gola, patatine, ultimi sguardi al copione, esercizi vocali, tazzoni di caffè, mojito di contrabbando, l’impossibilità matematica di far stare fermo un uomo mentre si cerca disperatamente di applicargli mascara e eye-liner, momenti di panico, momenti di esaltazione, odore di lacca e di cipria, le farfalle nello stomaco della prima, il sollievo e l’esaltazione degli inchini e degli applausi finali, il calore dei faretti, la dolceamara tristezza di quando il sipario si chiude per l’ultima volta…
Fare teatro è un’esperienza totalizzante, che trasporta per settimane in una dimensione parallela, in cui i limiti tra attore e personaggio diventano sempre più impercepibili, la troupe diventa una seconda famiglia (o una banda di pirati, come in questo caso; d’altronde, pirates can happen to everyone).
Il teatro, insieme ai tentativi da scribacchina e ai libri, è il mio posto felice. Disclaimer: non sono una brava attrice, non vanto decenni di esperienza, non mi trovo a mio agio nei ruoli da protagonista (scientificamente sperimentato). Ma adoro perdermi in un personaggio, vivere con lui/lei una simbiosi perfetta, che assomiglia abbastanza alla mia idea di felicità. Respirare un personaggio. Sognarlo (tanto ormai si sa, sono eccentrica anche nei miei sogni insonni, tra Macondo e Shakespeare).
Tutto questo mi è inevitabilmente, tumultuosamente successo con Ofeliala mia amatissima, eterea Ofelia shakespeariana –  che ho impersonato in Rosencratz and Guildersten are dead di Tom Stoppard.
Ma andiamo con ordine. Questo felice connubio mi ha permesso di portare fiori tra i capelli senza cercare scuse, ha dato vita a tweet surreali come questi

e mi ha fatto innamorare ancora di più di un personaggio archetipico nella storia della letteratura. Ofelia è un personaggio liquido, che sfugge. non è più l’Ofelia di Shakespeare e di Amleto, di Stoppard e di Heiner Müller, di John Everett Millais e di Magda Romanska, di Rimbaud e di Guccini, di Silvia Camporesi e di Pessoa. Ofelia è di tutti e di nessuno, e altri giganti come Emma Bovary e Anna Karenina ne hanno ereditato la celeste malinconia, l’ebbrezza della disperazione, il germe della follia, le conseguenze dell’incomprensione dell’amore.

Come Anna Karenina (divisa tra l’amore per il figlio e l’amore per Vronskij), Ofelia è lacerata dal conflitto amore/obbedienza nei confronti del padre Polonio e di Amleto. Per il padre Polonio e per il fratello Laerte, Ofelia incarna l’idea della vergine pura ed innocente; per Amleto incarna le insidie dell’amore sensuale e corrotto, portandolo ad affermare, man mano che la sua follia avanza, che onestà e bellezza non possono marciare di pari passo, e l’unico rifugio sicuro per una donna è il convento.
Ofelia sente nel suo cuore che Amleto la ama, vuole crederlo con tutta se stessa, anche quando tutto dimostrerebbe il contrario, anche quando lui afferma il contrario.

Tuttavia, è vittima e carnefice inconsapevole di se stessa, nel suo tentativo di essere leale sia nei confronti del padre che nei confronti dell’amato. Quando Ofelia nasconde ad Amleto il fatto che Polonio dia dietro la tenda a spiarlo determina inconsapevolmente il destino del padre – involontariamente ucciso da Amleto, che pensa si tratti di un ratto – e il suo: si lascia trascinare dalla follia incipiente che la porterà ad annegare, restituendola alla sua condizione di ninfa dei boschi e delle acque lacustri.
Eppure, nonostante questa sua condizione quasi incorporea, Ofelia è una creatura sensuale.
La sua sensualità è definita non solo da Amleto, ma anche dal padre e dal fratello Laerte, che le intimano di stare in guardia, di non cedere alle tentazioni fuori dal sacro vincolo del matrimonio. I continui riferimenti ai fiori potrebbero alludere alla perdita della verginità. Durante la scena della follia, alcuni dei fiori che Ofelia distribuisce (come la ruta graveolens o la pianta d’assenzio) erano usati in pozioni per provocare l’aborto. Inoltre, la ruta graveolens (in inglese rue) è associata etimologicamente al verbo to rue, rimpiangere, e, simbolicamente, al rimorso e al rimpianto stesso:

 

“There’s fennel for you, and columbines:
there’s rue for you; and here’s some for me:
we may call it herb-grace o’ Sundays:
O you must wear your rue with a difference…”
(Hamlet IV.5)

Anche quando la regina Gertrude, madre di Amleto, descrive la scena della morte di Ofelia, la ninfa-fanciulla appena deceduta appare come una creatura dicotomica: da una parte, la ninfa che appartiene all’acqua e vi ritorna perché è il suo elemento naturale, la giovane folle d’amore che appare più soggetto passivo che attivo nel suo suicidio – Ofelia non provoca la sua morte, semplicemente non la impedisce; dall’altra, una sirena, un fiore aperto (ancora una volta), cullato dall’acqua. Anche nella morte, Ofelia appare piena di contrasti, algida e passionale, vittima e carnefice, ninfa e Venere. What have you done, my Ophelia….

When down her weedy trophies and herself
Fell in the weeping brook. Her clothes spread wide;
And, mermaid-like, awhile they bore her up:
Which time she chanted snatches of old tunes;
As one incapable of her own distress,
Or like a creature native and indued
Unto that element: but long it could not be
Till that her garments, heavy with their drink,
Pull’d the poor wretch from her melodious lay
To muddy death.
(Hamlet, 4.7.2)

Tornando a Stoppard, il suo Rosencrantz and Guildersten are dead (qui una preview) è l’assurda, paradossale, geniale epopea di Amleto vista e raccontata attraverso gli occhi già corrosi dai vermi di due personaggi assolutamente minori nella tragedia di Shakespeare: Rosencrantz e Guildersten, compagni di scuola e di giochi di Amleto e suoi traditori. Ai due il re Claudio (zio di Amleto e assassino del padre) affida una lettera indirizzata al sovrano inglese che condanna il nipote a morte. Durante il viaggio per l’Inghilterra, Amleto cambia la lettera, condannando Rosencranzt e Guildersten a morte. Riesce a scappare, tornando in Danimarca a suggellare il suo destino di sangue.

In Stoppard, i due, già morti, cercano di ricostruire quello che è successo affidandosi ai loro ricordi, in un tripudio di discorsi filosofici conditi di assurdo che tanto richiamano echi beckettiani.
Tra i temi principali, vita e morte, libero arbitrio e determinismo, il destino, l’impossibilità di avere certezze. La lingua di Stoppard, pieno di doppi sensi, ambiguità e giochi di parole, è una dichiarazione d’amore alla lingua Inglese.
Ah, e non possiamo dimenticarci i pirati. Perché i pirati possono capitare a tutti.
Esiste anche una versione cinematografica di Rosencratz e Guildersten, a cura dello stesso Stoppard. Insomma: non avete scuse. Fatevi abbordare dai loro pirati.

Tornando alla mia Ofelia: si, l’ho sognata. Dopo la sera della prima. Ero in un cortile di fontane e di marmi, e una mia amica mi faceva notare una targa su cui erano incise una serie di parole (comunismo capitalismo comunismo mondo – e poi Ofelia, e, tra parentesi, astrid, il fiore).
Mi sedevo a chiacchierare con la mia amica, che aveva appena assistito alla prima; ma ero preoccupata, perché ero in ritardo per le prove, col costume sotto il braccio).
Ed ecco arrivare lei, Ofelia. Incedeva fluttuando, e si sedeva accanto a me. Aveva un abito medievale, con tanto di cappello a tre punte, e io pensavo che il mio costume era tutto sbagliato, che non le assomigliavo per niente. Avrei voluto parlarle, ma emanava un’aurea di inviolabile inavvicinabilità e, al tempo stesso, luminosa tranquillità.
Mi sono svegliata all’improvviso, e ho pensato che avrei tanto desiderato parlarle, in sogno.

PS: sul mio profilo Pinterest troverete un board dedicato ad Ofelia, sul mio profilo Instagram un po’ di scatti dello spettacolo.

PS2: ripassate Amleto con questo esilarante video, Hamlet in one minute:

PS3: Ofelierie varie su Etsy:

Immortal longings
Immortal longings
Rainnua



RosiesPendants

 

Vorrei essere leggera.

And you want to travel with her
And you want to travel blind
And you know that she will trust you
For you’ve touched her perfect body with your mind…
Suzanne, Leonard Cohen
 
 
 
 

Vorrei essere leggera, come quella ragazza che oggi andava davanti a me in bicicletta, top rosa e capelli biondi al vento, mentre io in bicicletta non so più se so ancora andarci.
Vorrei essere leggera, lasciarmi trasportare dal vento frizzante dei miei anni, di un’età anagrafica ancora – relativamente – fresca ma strozzata dall’insostenibile pesantezza del mio essere.
Vorrei essere leggera, fare tabula rasa di tanti troppi momenti da dimenticare, di quei pensieri negativi che si annidano come erbacce nel mio giardino e impediscono ai fiori di sbocciare, liberarmi di questa cappa soffocante di Greyville, dalle convenzioni, dai lunedì avvilenti, dai se e dai forse. Dal pensiero di non potercela fare, di non essere abbastanza, di dover cercare di essere quella che tutti pensano dovrei essere anche se io proprio non ci riesco. E recitare, recitare una parte gravosa, portare una maschera pesante, alterare la voce in un falsetto che non mi appartiene.
Vorrei essere leggera, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
Vorrei essere leggera, fermarmi a pescare nel mio baule pieno di gente un eteronimo leggiadro e soave, una ninfa, una ballerina, una piccola Ofelia dei boschi innocente dagli occhi pieni di meraviglia, una gitana un saltimbanco una piccola signorina Felicita come nelle poesia di Gozzano, semplice e priva di affascinanti complicazioni.
Vorrei essere leggera e non avere paura di fermarmi a dare una vita una voce e un cuore a quel baule di personaggi che mi popolano, senza lasciarmi inibire da decaloghi sullo scrivere, da ansie di prestazione, dalla paura di non saper fare nemmeno questo, la cantastorie, un ibrido tra don Chisciotte e Cyrano de Bergerac.
Vorrei essere leggera e non aver paura di andare sulle montagne russe o saltare col paracadute o tuffarmi da punti troppo alti, perchè tanto la vita è troppo breve per covare queste paure, queste preoccupazioni, che altro non mascherano se non l’ansia del domani, quel domani incerto che arriva come ospite indesiderato di incubi che strozzano il respiro.
Vorrei essere leggera, vestirmi a colori, dipingermi le labbra e le unghie del rosso più intenso e scendere per strada a ballare, senza paura di essere goffa e rendermi ridicola, come se non ci fosse un domani, perchè alla fine forse è proprio questo che manca, un domani da inventare e reiventare e modellare e ampliare ogni giorno e colorare con le sfumature di infinite possibilità.
Vorrei essere leggera e intravedere una possibilità ad ogni angolo, un nuovo incontro in ogni viso, una nuova storia in ogni conversazione, una sfida in ogni ostacolo.
Vorrei essere leggera e non aver paura di ammettere la mia pesantezza e il mio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarmi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.

Dicono di Ofelia

Quando la sera colora di stanco dorato tramonto le torri di guardia,
la piccola Ophelia vestita di bianco va incontro alla notte dolcissima e scalza,
nelle sue mani ghirlande di fiori e nei suoi capelli riflessi di sogni,
nei suoi pensieri mille colori di vita e di morte, di veglia e di sonno…
Silvia Camporesi, Dreams are like a white flower

Dicono che Ofelia fosse bella.
Non di una bellezza appariscente: di una bellezza lacustre, opalescente, lunare, di pallidi bagliori e trasparenze.
Dicono che Ofelia avesse la pelle talmente bianca e sottile e fragile che attraverso di essa si poteva vedere la sua anima. E la sua anima era fatta d’aria, e il suo corpo era di muschio fragrante e terra umida della foresta, foglie autunnali d’oro e di rame e acqua. Acqua quieta e immota di un lago metallico, senza tempo; acqua torbida e inquieta, scroscio argentino di una sorgente segreta, nascosta.

Dicono che Ofelia avesse gli occhi di stelle spente e foglie morte, e lunghi capelli scuri di salici piangenti intrecciati con crisantemi.

Dicono Ofelia portasse con , ovunque andasse, un profumo di assenza, un presagio della sua precarietà e fragilità. Dicono che, sotto il battito delle sue lunghe ciglia scure e arcuate, si celasse un senso di inesorabile addio.

Dicono Ofelia amasse. Ma non come amano le persone comuni: dicono che amasse dolorosamente, come se l’inevitabile conseguenza dell’amare fosse il perdere. Dicono che amasse così intensamente e disperatemente che un giorno il cuore le scoppiò in petto – un istante, giusto il tempo di un sospiro – lasciandola inerte, per sempre addormentata, per sempre, cullata dall’acqua, per sempre.

Dicono fosse una piccola ninfa dei boschi, e che sia semplicemente tornata a far parte di quegli elementi – l’aria, l’acqua, la terra – ai quali apparteneva. Un’inevitabile restituzione, un cerchio che si chiude, un ciclo che si completa.

Dicono che Ofelia vestisse sempre di bianco e non legasse mai i capelli, avesse l’anima trasparente e nel cuore un dolore nero.

Dicono che Ofelia vivesse di passato, che ignorasse il presente e non credesse nel futuro. Dicono che attraversasse la vita sfiorandola appena, in punta di piedi, tanto che quando camminava sembrava quasi levitasse, senza far rumore. La più terrena e la più celeste delle creature.

Dicono che Ofelia non credesse nelle cose reali, ma riponesse una fede cieca ed incrollabile negli amori impossibili, nei se e nei forse, nelle strade mai percorse, nei fiori mai colti, nei baci rubati, negli abbracci spezzati.

Dicono che Ofelia parlasse spesso da sola, e cantasse ai cristantemi e alle foglie d’autunno dolci e malinconiche nenie sul suo amore impossibile, su quell’illusione portatale via, su quel suo povero cuore maciullato a colpi di machete. Sulla sua solitudine eterna.

Dicono che Ofelia fosse pazza. D’amore e di dolore.
Il vento della foresta narra che era rara e preziosa, troppo fragile per vivere.

Dicono che Ofelia, prima di abbandonarsi con ingenua, infantile e cieca fiducia all’abbraccio estremo dell’acqua verde di foglie e di alberi e di boschi e di muschio, avesse cercato di gridare.
Ma, come nei peggiori incubi, aveva perso la voce, dicono.

Silvia Camporesi
Silvia Camporesi
Kirsten Dunst in Melancholia, Lars Von Trier

 

John Everett Millais

 

Nadav Kander, Erin O’Connor posing as Ophelia, 2004
Tom Hunter, The way home, 2000
Saoirse Ronan: The Cult of Beauty – Vogue US photographed by Steven Meisel, December 2011
“Ophelia” remake by Elena Ayllon

 

Silvia Camporesi

Photography by Sanchez and Mongiello