Le cose che restano

Vi son cose che restano –
il dolore ed i monti e l’eterno.
Nemmeno queste a me si addicono.

Emily Dickinson (trad. di Marisa Bulgheroni)

Lise Sarfati
Lise Sarfati

 

Se essere genitori non è facile, nemmeno essere figli lo è, specie in quella delicata fascia d’età in cui ci si rende conto che i propri genitori non sono perfetti, e che il mondo, quel mondo colorato, protetto e ovattato consegnato dal genitore al figlio con la promessa che andrà sempre tutto bene, è in realtà fragile come una bolla di sapone. Questa consapevolezza si accompagna alla fine dell’infanzia, alla perdita di quell’innocenza atavica e primordiale, della fede assoluta nel padre e nella madre, depositari di una saggezza priva di esitazioni e di dubbi, di quell’amore che tutto scusa e tutto crede, tutto spera e tutto sopporta.

Alcuni bambini sono costretti a crescere prima del tempo, e a nascondere dentro occhi profondi come pozzi domande mute alle quali sono destinati a non trovare mai risposta. È quello che succede a Grace, giovanissima protagonista de Le cose che restano di Jenny Offill, pubblicato da NN editore nella (bellissima) traduzione di Gioia Guerzoni.

Ed è proprio dalla nota della traduttrice che vorrei partire per descrivere cosa sia stato per me questo romanzo: una sorta di seesaw, quell’altalena oscillante o basculante su cui tutti siamo saliti da bambini. Quell’altalena che ti fa provare l’ebbrezza dell’altezza se dall’altra parte c’è qualcuno abbastanza pesante da bilanciare il tuo peso e spingerti più in alto: quell’altalena che ha il sapore di un crepuscolo di mare, nel parchetto dove giocavo con mio fratello, più piccolo di me, ma già troppo alto e allampanato rispetto a me. Un’altalena che, se regala alle protagoniste del romanzo altezze mozzafiato, fa sperimentare ad entrambe cadute rovinose.

William Eggleston
William Eggleston

 

Le cose che restano è stato infatti per me una perenne altalena: non l’ho divorato come Sembrava una felicità, e, nonostante i giri, non mi ha fatto raggiungere le altezze che speravo. La narrazione frammentata, fatta di una successione di ricordi tirati fuori dal cassetto più prezioso e più nascosto, mi è parsa a tratti opprimente, priva di sbocchi di leggerezza.

Tuttavia, la Offill si conferma maestra dell’arte dell’empatia: è difficile evitare di immedesimarsi in Grace, la giovanissima protagonista, dall’intelligenza acuta e precoce.

Grace cresce tra un padre affettuoso a modo suo, capace di costruirle la casa delle bambole dei suoi sogni, ma chiuso e bisognoso dei suoi tempi e dei suoi spazi, e una madre che è semplicemente troppo. Anna, larger than life, occupa tanto spazio nella vita della figlia: imprevedibile, insonne, lunatica, intensa, la vita con lei diventa un’avventura, che può portare alla ricerca di un mostro marino o a un road trip squattrinato dal Vermont a New Orleans. Grace è il centro del mondo di sua madre: dopo alcune difficoltà a scuola, Anna decide di dedicarsi alla sua istruzione e scolarizzarla a casa, e ricostruisce per lei la galassia in una stanza, corredata di calendario cosmico.

Il calendario di Anna non segue invece mesi né stagioni, ma un disordine anarchico, un’irrefrenabile inquietudine, una sete di ribellione che nessuno riesce a placare. È facile innamorarsi di Anna: lo è stato per suo marito, per sua figlia, per Edgar, il giovane vicino di casa introverso, un po’ filosofo un po’ nerd. Non è facile penetrare il suo mondo, seguire i suoi passi, prevedere le sue azioni.

 

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Lise Sarfati

 

Anna non è per Grace una madre tradizionale: è capace di svegliarla e portarla fuori nel cuore della notte, spingerla a farsi il bagno nuda nel lago freddo e buio, farla scendere dalla macchina e lasciarla per strada. Le propone di recarsi con lei in Thailandia, a cavalcare elefanti e intraprendere una carriera di ballerina di dubbio rispetto.

Tuttavia, Anna regala a sua figlia le cose che restano: i ricordi indelebili di un’infanzia eccezionale, fuori dalle righe e da ogni canone. Ricordi imbevuti di una malinconia così forte da spezzare il cuore, in quella che la Guerzoni ha definito un’altalena tra dolcezza e follia.

Mi è capitato di scrivere questo post proprio nel giorno della festa della mamma, pensando a quanto sia difficile l’arte di essere madre e quella di essere figlie, cercando di rimanere fedeli a se stesse, di non rinunciare alla propria identità, ai propri sogni e alle proprie ambizioni, per quanto sbagliate possano essere, per quanto lontano possano portare. Alla fine, in un modo o nell’altro, ci siamo salite tutte, in quell’altalena a due in cui è tanto difficile trovare un equilibrio, un compromesso tra il desiderio di volare in alto e la paura di precipitare rovinosamente.

 

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Una falena volò nella stanza e sbattè le ali contro il paralume. Mi chiesi se fosse la stessa che aveva cercato di volare fino a una stella. Ma quella falena era morta, me lo ricordavo, e allora forse era la falena rimasta a casa a volare intorno al lampione in strada. Mia madre mi aveva raccontato anche quella storia, spiegandomi che la morale era questa: non ci si può fidare delle stelle, si spostano sempre più lontano man mano che ti avvicini.

 

Le cose che restano, Jenny Offill, trad. a cura di Gioia Guerzoni, NN Editore

 

Soundtrack: Beautiful tree, Rain Perry

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Storie di expat


Da un po’ di tempo mi interrogo sulla condizione dell’expat, per ovvie ragioni. Vivo fuori da più di sei anni, e mi ritrovo ad un punto in cui devo decidere cosa fare nel mio futuro prossimo. Nell’ambito delle mie considerazioni, mi sono resa conto, con estrema amarezza e con un certo disincantato stupore, di non avere più un posto da chiamare casa.

Qui mi sono sentita sempre di passaggio, ho visto amici traslocare, colleghi cambiare lavoro, le vite degli altri scorrere più o meno veloci, più o meno lente, e ho messo la mia un po’ in stand by.

Un paio di volte all’anno mi prende la voglia di tornare a casa. Coincide col Natale o con l’arrivo dell’estate, con la voglia di quel sole sulla pelle che qui è così difficile da reperire. Ogni rientro è caratterizzato da una sorta di sfasamento, dal vuoto spazio-temporale tra chiudere la porta di una casa e aprire la porta di un’altra, solo per percorrere con lo sguardo stanze straordinariamente familiari e al tempo stesso ormai così estranee da diventare quasi ostili: basta un libro spostato, un mobile nuovo, il giardino potato di recente per aumentare quel senso di malessere e di non appartenenza.

La vita dell’expat (quantomeno la mia) è cosi: divisa tra due mondi e due realtà diverse, scissa dal disagio profondo di non appartenere poi veramente a nessuna delle due. Ogni andata, ogni ritorno diventa un po’ come dover imparare di nuovo una lingua appresa molto tempo prima e poi dimenticata: si ha la testa sott’acqua e le parole galleggiano sulla superficie, e si cerca di afferrarle, di impadronirsi di nuovo della loro essenza, di riempirsi la bocca e le orecchie del loro suono.

Mi sono sempre detta che molto dipende dal posto, e probabilmente è così: io e Bruxelles non abbiamo mai fatto davvero amicizia, siamo rimaste due conoscenti che si guardano di sottecchi, con diffidenza. Quando torno a Londra, dove scappo appena posso, è un’altra storia: le sue strade sono piene di ricordi di una me più giovane e più leggera che vi abitava quasi danzandovi, depositaria di un futuro pieno di possibilità, succoso come le prime pesche della stagione.

Negli ultimi mesi mi sono imbattuta in due letture che hanno accompagnato e condiviso il mio stato d’animo: due storie di expat, Brooklyn di Colm Tóibín (che ho comprato a New York in quest’edizione, ma che potete trovare nella traduzione italiana di V. Vega, pubblicato da Bompiani) e Anche noi l’America di Cristina Henríquez, edito da NN nella traduzione di R. Serrai.

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Brooklyn (da cui è tratto l’omonimo film, con una bravissima Saoirse Ronan) racconta la storia di Eilis, giovane irlandese che non riesce a trovare lavoro (mal comune) ad Enniscorthy, sonnolenta cittadina nel sudest dell’Irlanda degli anni cinquanta; un’Irlanda cosparsa di uno spesso strato di malinconia per un benessere che non esiste più, un’età d’oro che sembra ormai lontanissima.

Eilis, spronata dall’adorata sorella Rose, che sogna per lei una vita migliore e orizzonti più vasti, decide di partite alla volta della grande mela.

Durante i primi mesi, la ragazza vive appunto con la testa sott’acqua: ammalata di nostalgia e di mancanza di qualcosa di indefinito e intangibile, si trascina stancamente tra giornate sempre uguali, il cuore diviso tra la Eilis di prima, la ragazza di Enniscorthy, e la nuova Eilis di Brooklyn:

“It made her feel strangely as though she were two people, one who had battled against two cold winters and many hard days in Brooklyn and fallen in love there, and the other who was her mother’s daughter, the Eilis whom everyone knew, or thought they knew.”

(Aveva la sensazione stranissima di essere due persone diverse: la prima era la ragazza che aveva combattuto due gelidi inverni e una moltitudine di giornate difficili a Brooklyn e si era innamorata lì; l’altra era la figlia di sua madre, la Eilis che tutti conoscevano, o pensavano di conoscere).

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L’amore ci mette lo zampino, nella persona di Tony, un ragazzo di origini italiane che intraprende l’ardua impresa di far amare Brooklyn a Eilis; quando la ragazza ritrova il sorriso e si sente tranquilla e sicura in una vita che le è diventata familiare, che le sembra ormai l’unica vita possibile, lo spettro della Eilis di prima la richiama bruscamente in Irlanda. Tornare a casa si rivela tristemente molto diverso dalle aspettative:

“She had put no thought into what it would be like to come home because she had expected that it would be easy; she had longed so much for the familiarity of these rooms that she had presumed she would be happy and relieved to step back into them, but, instead, on this first morning, all she could do was count the days before she went back. This made her feel strange and guilty; she curled up in the bed and closed her eyes in the hope that she might sleep.”

(Non aveva pensato a come sarebbe stato tornare a casa perché si aspettava che sarebbe stato facile; aveva desiderato così ardentemente la familiarità di quelle stanze che aveva dato per scontato che sarebbe stata contenta e sollevata di rimettervi piede; invece, nel corso della sua prima mattina a casa, non era riuscita a fare altro che contare i giorni che mancavano al suo rientro. Questo l’aveva fatta sentire strana e colpevole; si era accoccolata nel letto e aveva chiuso gli occhi, sperando di dormire).

Tony diventa un ponte che unisce e al tempo stesso separa i due mondi di Eilis, un sentimento nascosto da uno spesso strato di sensi di colpa che la ragazza non riesce a vivere nella sua interezza. Solo quando Eilis inizierà ad accettare che ci sono incontri che cambiano le persone, insinuandosi sotto la loro pelle e modificando l’idea di casa, riuscirà ad appartenere ad un posto, a farsi abitare da un luogo, a ritrovare il suo Heimat.

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Anche noi, l’America raccoglie le voci di quell’America che nessuno racconta: un Paese di invisibili, le cui vite apparentemente piccole e semplici nascondono un’epopea di rinunce, di speranze andate a male, di scommesse col destino, di sogni realizzati e sogni naufragati.

Un anonimo palazzone del Delaware nasconde un cuore pulsante di messicani, panamensi, portoricani, paraguensi: in questo non luogo, in questa periferia dell’anima sbocciano storie tra le erbacce e i calcinacci. Storie come quella di Maribel, ragazza messicana che ha subito una lesione cerebrale in seguito ad una brutta caduta ed è stata portata negli USA dai genitori per frequentare una scuola adeguata alle sue nuove necessità, e Mayor, figlio dei vicini di casa, che riesce a vedere oltre la lentezza e la diversità di Maribel: ne vede tutta la bellezza di farfalla fragile e palpitante, intrappolata sotto un bicchiere di vetro.

 Maribel con gli occhi assonnati e i capelli spettinati, seduta a gambe accavallate sul sedile, che mi volta e mi guarda. Non sarebbe stato un problema, pensai, se non mi avesse trovato. Era come aveva detto lei: per trovare una cosa prima devi perderla. Da allora in poi saremmo stati lontani migliaia di chilometri e saremmo andati aventi con le nostre vite e saremmo cresciuti e cambiati e invecchiati, ma non avremmo mai dovuto cercarci. Dentro ciascuno di noi, ne ero sicuro, c’era un posto per l’altro. Niente di ciò che era successo e niente di ciò che sarebbe mai successo avrebbe reso tutto questo meno vero.

Si cerca un posto dentro l’altro, per sentirsi più a casa, per combattere ondate di nostalgia spessa come melassa. Si mangia tamales (piatto messicano a base di pasta di mais ripiena), tacos, chicharrones (maiale o pollo fritto) finché ci sono abbastanza soldi, prima di essere costretti a passare ai discount americani e a troppi hot dog: il cibo diventa una sinfonia di appartenenza, una celebrazione della propria identità.

Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così.

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 Si passa dalla dolcezza dello spagnolo, che si scioglie in bocca come i besitos de coco (pasticcini al cocco), all’asprezza di una lingua sconosciuta, che si attacca al palato e sembra non essere in grado di tramutare esigenze, pensieri, sentimenti in frasi di senso compiuto.

‘L’inglese era una lingua così densa, contratta. Non si apriva nelle vocali come lo spagnolo. La gola aperta, la bocca aperta, i cuori aperti. In inglese i suoni sono chiusi. Cadevano a terra, con un tonfo. Eppure c’era qualcosa di maestoso.’

 Ho apprezzato moltissimo la scelta di Serrai nella traduzione del titolo (quello originale è The Book of Unknown Americans): una scelta poetica, ispirata ai versi di I, Too, Sing America di Langston Hughes; una scelta che vuole incarnare il senso di possibilità che pervade l’odissea di tutti i protagonisti del romanzo.

 I, too, sing America.

I am the darker brother.

They send me to eat in the kitchen

When company comes,

But I laugh,

And eat well,

And grow strong.

 

Tomorrow,

I’ll be at the table

When company comes.

Nobody’ll dare

Say to me,

“Eat in the kitchen,”

Then.

 

Besides,

They’ll see how beautiful I am

And be ashamed—

 

I, too, am America.

 

Si possono avere tante case, e riuscire ad amarle tutte. Si può lasciare un pezzetto di sé, della propria storia, degli incontri che le hanno regalato sfumature nuove e impensate in tutti in posti che si visitano, che si abitano. La cosa difficile è lasciarsi abitare. Perché, come scriveva Gabo nell’indimenticabile Cent’anni di solitudine, non si è di nessuna parte finché non si ha un morto sotto terra, letteralmente o allegoricamente: abitiamo un posto quando vi lasciamo scheletri di una versione di noi che non esiste più, fantasmi di amori scaduti o andati a male, briciole di progetti e di sogni.

Soundtrack: stavolta doppia, in onore alle due storie.

Tutti i piccoli, piccolissimi dispiaceri di Miriam Toews

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Nature morte, Sophia Koegl e Robert Dziabel

La depressione è il male del nostro tempo, eppure mi sconvolge (e mi rattrista) l’atteggiamento della maggior parte dei non depressi, di coloro che, fortunatamente, non hanno mai esperito the mean reds, per dirla con Holly Golightly e Truman Capote:

“You know the days when you get the mean reds?
(Paul Varjak) The mean reds. You mean like the blues?
(Holly Golightly) No. The blues are because you’re getting fat, and maybe it’s been raining too long. You’re just sad, that’s all. The mean reds are horrible. Suddenly you’re afraid, and you don’t know what you’re afraid of.
Do you ever get that feeling?”

(Breakfast at Tiffany’s, Truman Capote)

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Secondo alcuni dei non depressi (che chiameremo negazionisti) la depressione non esiste. È la tendenza che caratterizza un manipolo di pessimisti proni a vedere il bicchiere sempre vuoto e alla disperata ricerca di attenzioni, che cercano di strascinare nel vortice della loro (incomprensibile) tristezza coloro che li circondano.

I non negazionisti sono gli allarmisti, che considerano la depressione una pericolosa malattia mentale: chi ne soffre non può avere tutte le rotelle a posto.

L’anno scorso la Pixar ha prodotto Inside out, un’intelligente riflessione sull’impossibilità di essere sempre felici (che poi, cos’è davvero la felicità?) nell’epoca delle timeline di Facebook, di Twitter, di Instagram, della vita Pinterest, dove la felicità perenne sembra quasi un obbligo, dove – in una sorta di contorto social-darwinismo – non c’è posto per i momenti di scoramento, per le perdite, per le mancanze, per i cuori spezzati, per i momenti bui: sei sei down, sei out.

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Inside out insegna a non vivere i momenti di infelicità come una debolezza, a non vergognarsi della malinconia, a imparare a convivere con la tristezza.

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Questa lunga riflessione si inserisce tra le dinamiche familiari dei protagonisti di All My Puny Sorrows di Miriam Toews (il cui cognome si pronuncia Taves, che fa rima con saves). La Toews mi era stata consigliata e aspettavo il momento giusto per iniziare a leggerla. Questo momento è arrivato inaspettatamente a New York in un tardo pomeriggio di pioggia torrenziale: mi sono rifugiata in una libreria dalle parti di Little Italy, ho afferrato una copia di All My Puny Sorrows (in italiano I miei piccoli dispiaceri, pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di M. Balmelli, con una copertina ancora più adorabile di quella dell’edizione che ho sfogliato a NYC) e ho letto le prime quaranta pagine tutte d’un fiato, per poi finire il libro sul Greyhound da New York a Philadelphia.

Il titolo del romanzo è tratto da una poesia di Coleridge, To A Friend, With An Unfinished Poem:

“I, too, a sister had, an only sister —
She loved me dearly, and I doted on her;
To her I pour’d forth all my puny sorrows.”

Come nei versi di Coleridge, Yoli ha una sorella, Elf, talentuosa, fragile, complicata e bellissima. Le due sono legate da un legame tanto forte quanto problematico e tormentato: sono entrambe reduci, sopravvissute a una severa, intransigente educazione mennonita, vissuta all’interno di una comunità che si arroga il diritto di controllare, criticare, condannare le famiglie che ne fanno parte. Elf è la prima a ribellarsi, iniziando a suonare il pianoforte nonostante la cosa non venga vista di buon occhio dagli anziani. Giovanissima, vince una borsa di studio per la Norvegia e riesce a scappare, a viaggiare, a diventare una pianista di fama mondiale, adorata dal compagno, Nic. Al confronto, la vita di Yoli sembra molto più incasinata: due figli da due matrimoni diversi, entrambi finiti, una serie di storie che la lasciano più vuota e sola che mai.

Tuttavia, c’è una differenza sostanziale tra le due sorelle; Elf non vuole vivere. Elf vuole morire, come suo padre, uscito un giorno di casa per andare a buttarsi sotto un treno. Tra un tentativo di suicidio e l’altro – ciascuno più disperato e distruttivo – Elf chiede a Yoli di aiutarla: vuole andare in Svizzera, vuole optare per l’eutanasia, vuole porre fine a quel dolore insopportabile, a quella totale incapacità di vivere. Vuole smettere di soffrire. Vuole essere salvata dalla persona che più la ama al mondo e le è complementare.

Come si fa ad aiutare una persona amata a morire? Mi viene in mente il bellissimo, lacerante racconto di Poissant, Come aiutare tuo marito a morire: tuttavia, il marito in questione è gravemente malato di cancro, mentre Yoli spera ancora di riuscire a salvare la sua Elf adorata, portandola via con sé, a Toronto. Cercando di portarla al sicuro, al sicuro dalla vita, salvandola da se stessa.

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Elf sente troppo: ogni emozione, ogni sentimento viene amplificato e la lascia esausta. Ogni nota va a suonare quel pianoforte di vetro che alberga dentro il suo stomaco, che potrebbe andare in pezzi ogni istante, distruggendola. Elf sente sulla sua pelle, dentro il suo stomaco quel male di vivere che Montale ha eternato nei suoi versi:

“Spesso il male di vivere ho incontrato

 era il rivo strozzato che gorgoglia

 era l’incartocciarsi della foglia

 riarsa, era il cavallo stramazzato.

 Bene non seppi, fuori del prodigio

 che schiude la divina Indifferenza:

 era la statua nella sonnolenza

 del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.”

Tutto l’amore del mondo – quello di Yoli, quello incondizionato di Nic, quello di sua madre, che è una vera e propria fortezza, quello dei suoi nipoti, quello del suo agente, quello dei suoi ammiratori – nulla può contro il dolore e il desiderio di morte di Elf.

Ho amato il personaggio di Nic: non ha paura della malattia di Elf, non prova nemmeno una volta il desiderio di scappare, è sempre pronto a raccogliere i pezzi e a ricominciare, grato di ogni nuovo giorno accanto alla compagna, di cui non stigmatizza né banalizza la sofferenza del corpo e dell’anima. Quando Nic vede Elf, non vede solo la sua depressione, la sua incapacità di continuare a vivere, il suo folle, esacerbato desiderio di morte: vede la luce di Elf, tutta quella luce che gli altri non riescono a vedere. La sua sensibilità di farfalla, la fragilità di chi è oppresso dalla presenza di un pianoforte di vetro nello stomaco, che soffoca le note dell’anima. Come Esther de La campana di vetro, anche Elf è una ragazza di cristallo; e la Towes è coraggiosa quanto la Plath, raccontando sotto forma di finzione la sua storia, la storia della sua famiglia, martoriata dalla depressione.

Nic, anche nel peggiore dei momenti, anche quando la sua bellissima, complicata ragazza di cristallo gli scivola dalle mani, guarda in faccia la madre di Elf e la ringrazia di averla messa al mondo, insieme a tutti i suoi piccoli, grandi dispiaceri.

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Miriam Toews, foto di Teri Pengilley per The Guardian

I don’t remember what I am. I am what I dream. I am what I hope for. I am what I don’t remember. I am what other people want me to be. I am what my kids want me to be. I am what Mom wants me to be. I am what you want me to be”.

(All My Puny Sorrows, Faber&Faber, in italiano I miei piccoli dispiaceri, pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di M. Balmelli)

 

Soundtrack: Blue, Joni Mitchell

Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo: Sembrava una felicità di Jenny Offill

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Era una buona moglie?

Be’, no.

Ho iniziato a leggere Sembrava una felicità di Jenny Offill nel bel mezzo di un trasloco, in una casa ancora estranea, tra valigie e scatoloni. L’ho trovato un momento particolarmente adatto a questo tipo di lettura: in fondo, cos’è un trasloco se non sovvertimento dell’ordine naturale della quotidianità, una domesticità alterata, tirata fuori dalla norma e forzata fino agli estremi dell’ignoto?

Quando si svuota una casa, ogni suo singolo pezzo è un punto interrogativo. Ogni singolo pezzo è un riassunto delle scelte fatte fino a quel momento, che hanno portato a questo particolare risultato e non a un altro. Ci si mette in dubbio, e il risultato di queste conversazioni con se stessi riflette in molti casi lo stato d’animo della protagonista della Offill:

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Lei è Moglie. Non sappiamo il suo nome, perché quando si è innamorata e sposata con Lui e ha avuto una Bambina ha iniziato a fare compromessi con se stessa, col suo sogno di diventare un mostro d’arte, scrivere un Romanzo, trovare un compagno che potesse essere per lei quello che Vera era per Nabokov: un’ancora alla realtà quotidiana per le cose.

Alcune donne lo fanno così facile, quel modo di scrollarsi l’ambizione di dosso come se fosse un cappotto costoso che non va più bene.

Ci si mette in mezzo l’Amore, e sconvolge i piani, e porta alla creazione di una famiglia, alla nascita di una bambina dagli occhi nerissimi e dall’intelligenza vivissima.

Allora perché Lei non è felice? Perché le aspettative sono una cosa, la realtà è ben diversa. Perché è facile – fin troppo – farsi delle promesse: promesse bellissime, di prendersi sempre cura dell’altro e non lasciarsi mai, e sconfiggere insieme la solitudine. Altra cosa è mantenerle, quelle promesse, e fare in modo che, in quel laborioso laboratorio di compromessi che è la costruzione della vita di coppia, non ci si dimentichi dell’Io. Non si perda di vista chi si è, che cosa si vuole, da dove si è partiti, dove si vuole arrivare. Lei si è persa di vista, e sperimenta sulla sua pelle assottigliata un nuovo tipo di solitudine.

Qualche sera dopo spero segretamente di essere un genio. Perché altrimenti com’è che non esiste un sonnifero che riesca a piegare la mia testa? Ma al mattino mia figlia chiede cos’è una nuvola e io non so rispondere.

A complicare i tasselli di una quotidianità piena di vuoti ci si mette l’amante di Lui, una ragazza giovane e coi capelli rossi – dello stesso colore dei capelli di Lei, prima che smettesse di tingerseli durante la gravidanza per non riprendere mai più, e ritrovarsi striata di grigio.

Se costruire un amore, una casa, una famiglia non è facile, ricostruire è ancora più difficile. Una vocina segreta e nascosta suggerisce che tutto potrebbe essere più semplice, che dalla frantumazione di quel Noi potrebbe riemergere quell’Io troppo a lungo dimenticato. Tuttavia, nemmeno considerazioni di questo genere possono arginare le ondate di rabbia, dolore, delusione, nostalgia per quella cosa così delicata nelle sue imperfezioni, ormai rotta, forse per sempre.

Un esperimento per gentile concessione degli stoici. Se sei stufo di tutto ciò che possiedi, immagina di averlo perso.

Ci sono collanti più forti di ogni rottura. C’è la memoria di coppia, un contenitore di Polaroid di due Io che si incontrano in un tempo in cui tutto era più leggero. C’è una figlia dagli occhi liquidi pieni di domande. C’è l’amore, che cambia, si trasforma, viene attaccato da ogni fronte, ma lotta per l’evoluzione e la sopravvivenza. L’amore che sopravvive grazie alle piccole cose: Lui che sbuccia la mela della bambina in una spirale perfetta e ne ricava un racconto che nasconde tra i fogli di Lei, per vedere se è abbastanza attenta. L’amore che sta sveglio la notte e sorveglia l’insonnia dell’altro. L’amore che è cura e attenzione: dei sentimenti, degli stati d’animo, dell’individualità (propria e altrui), dei piccolissimi, insignificanti tasselli che compongono una vita. L’amore dei piccoli gesti, delle carezze furtive. L’amore invisibile, nascosto in un piatto cucinato con cura o in una corsa alla fermata dello scuolabus sotto la neve.

Una volta un visitatore chiese al maestro Zen Ikkyu di scrivere un distillato della massima saggezza. Lui scrisse una sola parola: Attenzione.

Il visitatore rimase deluso: “Solo questo?”

E così Ikkyu lo accontentò. Due parole.

Attenzione, attenzione.

 

La Offill racconta una storia apparentemente semplice, già sentita tante, forse troppe volte, ma lo fa in modo rivoluzionario, attraverso i pensieri disordinati di Lei, attraverso il cambiamento quasi impercettibile di prospettiva e di persona – la prima, la terza, un Noi sbagliato, un Noi che finalmente suona più giusto e pieno di piccole, sottili promesse, che si vuole provare a rispettare, stavolta.

Come diceva il rabbino, “Tre cose hanno il sapore del mondo che verrà: il sabato, il sole e l’amore coniugale”.

Sembrava una felicità è una piccola bomba ad orologeria, in attesa di esplodere. Attiva meccanismi segreti e nascosti, che erano lì, da sempre, e aspettavano di essere messi in moto dall’introspezione, dalla consapevolezza, dal coraggio. Le parole della Offill fanno male. I pensieri di Lei, tutti da sottolineare, sono destinati a infilarsi sotto le pelle del lettore, e rimanerci. Un monito, un memento mori, una speranza.

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Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scriveva Tolstoj in uno degli incipit più abrasivi della storia, quello della sua Anna Karenina. La ricetta della Offill per combattere le forzature di una quotidianità appassita è il coraggio: di cercare di ricordarsi di essere se stessi, di guardarsi dentro e allo specchio, di interrogarsi quotidianamente, tenendo sempre d’occhio quelle storie minime, quei piccolissimi istanti di felicità che contengono l’essenza stessa dell’amore.

La neve, finalmente. Il mondo è di una bellezza sospesa. Portiamo fuori il cane, che davanti a noi lascia una scia di pipì in quel biancore. Camminiamo verso la strada, a volte lo scuolabus arriva in ritardo. C’è ghiaccio sugli alberi e un vento da est, frizzante e pungente. Riappare il cane, trascinandosi dietro il guinzaglio. Aspettiamo vicino alle cassette della posta. Uno o due alberi hanno ancora le foglie, tu ti allunghi per prenderne una, e me la fai vedere.

“Ha foglie oblique” dici. “Vedi?”. Te la lascio infilare nella mia tasca.

Lo scuolabus giallo si ferma, le porte si aprono e lei è lì, con una cosa di carta e spago in mano. È arte, pensa la bambina. Forse scienza. La neve ricomincia a cadere, delicati fiocchi bagnati sul tuo viso. Il vento mi punge gli occhi. Nostra figlia ci affida i fogli spiegazzati e se ne va via correndo. Tu ti fermi e mi aspetti. La guardiamo diventare sempre più piccola.

Da piccoli, non si sa il nome delle cose.

Sembrava una felicità, Jenny Offill, NN editore

Trad. a cura di Francesca Novajra

Soundtrack: la playlist Spotify proposta da NN per la lettura del libro

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