Il Calendario dell’Avvento letterario #16: un Natale da perfetta Janeite

Questa casella è scritta e aperta da me medesima

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È una verità universalmente riconosciuta che conoscere Jane Austen e le sue eroine equivale ad amarle. Oggi, la zia Jane che tutti amiamo avrebbe compiuto (e compie nel cuore di tutti noi suoi avidi lettori) 243 anni. Celebriamo quindi oggi la vita e le opera di una scrittrice che, quasi tre secoli fa, ha regalato alle sue eroine il ruolo di protagoniste delle loro vite e delle loro storie, regalando loro occhi penetranti e menti aguzze, spumose crinoline (a volte sporche di fango, a discapito delle convenzioni dell’epoca) e un’eloquenza ciceroniana.

Come riportare in vita le atmosfere di Orgoglio e pregiudizio e passare un Natale degno dei Darcy di Pemberley? In una delle puntate precedenti del nostro Avvento letterario, vi ho raccontato come l’Inghilterra celebrava il Natale durante il periodo regency. Il Natale regency non è il Natale vittoriano, anche se ne anticipa alcune caratteristiche: se manca l’abete decorato e illuminato dalla luce delle candeline, gli aromi e i profumi sono già forieri di quella che diventerà l’essenza del Natale moderno. Nel camino, scoppietta lo Yule log, il ceppo di Natale; le case sono decorate di agrifoglio, alloro, edera e rosmarino e si apprestano ad ospitare feste e balli, accogliendo gli astanti col profumo di arance, mele e limoni.

In questa puntata, vi offro degli spunti per ricreare a casa l’atmosfera dei romanzi di Jane Austen, magari per incontrare, come novelle Elizabeth Bennet/Bridget Jones, il vostro Mr Darcy, o anche semplicemente per re-innamorarvi della Austen, delle sue eroine e delle loro storie, delle sue parole eterne. Vi auguro di trascorrere un Natale alla Jane Austen, lontani dallo stress e dal tran tran quotidiano, lontani dagli schermi e da quei social media che impongono confronti con vite perfette  e patinate, standard pressoché impossibili da raggiungere. Vi auguro un Natale più semplice, vicino ai valori veramente importanti, vicino alle persone che amate per momenti di reale, significativa condivisione; per creare memorie, mentre il tacchino si arrostisce lentamente e noi ci sediamo finalmente in poltrona, in pigiama, con la copertina, davanti al focolare nelle case che ci hanno visto imparare a leggere, e ci dedichiamo ai nostri classici preferiti.

Pronti a trascorrere un Natale da perfetta Janeite?

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1. Mettete da parte i tradizionali addobbi natalizie; decorate la casa usando frutta e arbusti di agrifoglio, alloro, rosmarino ed edera, come Jane e sua sorella Cassandra e le altre ragazze dell’epoca. Anche la frutta fresca – specie arance, mele e limoni – veniva usata per decorare, sia per il suo profumo, sia come indicatore dello status sociale delle famiglie regency, in grado di permettersi frutta fuori stagione o addirittura in possesso di una serra riscaldata. Si inizia a decorare la casa il giorno della vigilia di Natale: farlo prima porta male.

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2. Altro che il tradizionale cenone: quest’anno si porta in tavola un menù regency degno dei Darcy di Pemberley. Questo menù natalizio potrebbe comprendere la zuppa bianca di Elizabeth Bennet, l’arrosto di maiale di Miss Bates, il tacchino stufato di Mary Crawford, la coscia di montone arrosto ripiena di ostriche di Emma, il bread pudding della signora Bennet; il tutto generosamente annaffiato da vino all’arancia. Potete trovare le ricette che ho menzionato in Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler. Indossate i vostri grembiuli più vezzosi e, perché no? Vestitevi a tema durante la cena, Etsy e la boutique online del Jane Austen Centre a Bath sono pieni di vestiti e accessori che potete regalarvi e regalare: che aspettate?

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3. Organizzate una festa! Dato che vi siete già vestiti a tema per cena, perché non dedicarvi ai balli regency? I balli erano all’epoca una delle poche occasioni sociali, momento ideale per conoscere persone dell’altro sesso e riuscire ad interagire con loro, in coreografie che ricordano il corteggiamento. Se volete saperne di più, regalatevi A Dance With Jane Austen di Susannah Fullerton. Potreste anche mettere in scena piccoli pezzi di commedie e tragedie, o, perché no, leggere per gli astanti a voce alta pezzi di romanzi della Austen – ma quanto è bello leggere per qualcuno, quanto è dolce che qualcuno legga per noi i nostri passi preferiti? Un regalo di Natale che non costa niente e che significa tutto: amore per la lettura e la letteratura, voglia di stare insieme, condivisione, hygge.

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4. Sostituite una tombolata a base di pandoro e prosecco con un afternoon tea. La madre della Austen, ospite di sua cugina a Stoneleigh Abbey nel Warwickshire, descrive una colazione che può darci un’idea dei cibi da servire: cioccolata calda, caffè, tè, pound cake, toast, pane e burro e torte di frutta secca. La Austen scrive invece alla sorella Cassandra di essersi rovinata lo stomaco a causa dei Bath buns, brioche ricche di burro e zucchero. Un altro tipo di brioche a la mode ai giorni di zia Jane è il Sally Lunn Bun, una sorta di incrocio tra panino dolce arricchito dalla panna.

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6. Preparate un punch per i vostri ospiti. Il punch era una delle bevande più popolari del XVIII secolo, un incrocio tra occidente e oriente sviluppatosi a seguito degli scambi commerciali. Il nome deriva dal Persiano (Panj) e dall’Hindi (Panch) e si riferisce ai cinque elementi necessari per la sua preparazione. Potete trovare una ricetta tradizionale qui.

7. Scrivete lettere di auguri, invece di mandare messaggi su whatsapp. Se Jane non fosse stata un’assidua corrispondente (specie con la sorella Cassandra), non avremmo mai conosciuto alcuni dettagli sulla sua vita. Da una delle lettere a Cassandra, datata 2 dicembre 1815, apprendiamo che Jane si sta godendo un dicembre incredibilmente mite, e si augura che il bel tempo duri almeno fino a Natale. Per carta da lettere e buste da sogno, vi consiglio di dare un’occhiata a elinor marianne (non da ultimo per la sua chiara ispirazione austeniana).

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7. Organizzate una maratona di film e serie BBC tratte dalle opere austeniane, dalla camicia bagnata di Mr Darcy a Pemberley (e chi si scorda la celeberrima scena, interpretata dal Darcy per eccellenza, Colin Firth?) all’adorabile impertinenza di Elizabeth Bennet/Keira Knightley, dal matchmaking fallito dell’irresistibile Emma/Gwyneth Paltrow al compassato Edward Ferrars/Hugh Grant nella versione di Ragione e sentimento del 1995 (con un grandissimo cast: Emma Thompson, Kate Wislet, Alan Rickman).

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8. Dulcis in fundo: leggete, rileggete e riscoprite quei sei romanzi perfetti che sono patrimonio della letteratura universale e non cessano mai di stupire. Ogni rilettura regala nuovi punti di vista e regala chiavi di lettura inedite.

Buon Natale, Janeite!

Il Calendario dell’Avvento letterario #1: Natale con Bridget Jones

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Questa casella è scritta e aperta da me medesima

Calendario dell’Avvento letterario: posologia e istruzioni per l’uso

Il Calendario dell’Avvento Letterario è un progetto nato nel 2015, volto a rivisitare l’attesa dell’Avvento in chiave alternativa e imprevedibile. Il Natale è un periodo di condivisione, e io e gli altri blogger partecipanti vogliamo donare a tutti voi spunti, curiosità, aneddoti natalizi raccontati dai nostri scrittori del cuore o vissuti dai nostri personaggi letterari preferiti. Ogni giorno, uno di noi vi farà compagnia aprendo una casella del Calendario: in cambio, vi chiediamo di regalarci qualche momento del vostro tempo, fermarvi a leggere e a lasciare un commento e visitare i siti dei blogger partecipanti, tutti incredibilmente preparati e talentuosi.

Effetti collaterali

Attenzione: il Calendario dell’Avvento letterario può avere effetti collaterali, nella fattispecie: una strana tendenza all’allegria e alla leggerezza; un’irresistibile spinta a canticchiare canzoni di Natale; un precipitoso e rovinoso aumento delle vostre wishlist natalizie di libri; una spasmodica necessità di consultare Google maps per cercare il mercatino di Natale più vicino; una pericolosa tendenza ad alimentarsi esclusivamente di pandoro, mince pies ed eggnog; infine, un’irrefrenabile voglia di indossare esclusivamente maglioni di Natale e vestitini da elfo.

Poi non dite che non vi ho messo in guardia. Pronti?

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At Christmas little children sing and merry bells jingle,

The cold winter air makes our hands and faces tingle

And happy families go to church and cheerily they mingle

And the whole business is unbelievably dreadful, if you’re single.

(Wendy Cope, da Serious Concerns, Faber&Faber)

Ah, la magia del Natale. Le decorazioni, le luci, l’atmosfera, i maglioni con le renne, i mercatini, il vin brûlé, l’incanto nell’aria, eccetera eccetera. Cosa succede invece se sei una single che ha superato i trenta, con un lavoro poco soddisfacente e qualche chilo di troppo, perennemente vessata dalla genitrice, dalla società e dall’orologio biologico?

E l’intera faccenda, se sei single

È dura veramente.

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La protagonista della casella di oggi è la single più famosa del mondo, così buffa, goffa e spontanea da offrire una boccata d’aria fresca in una società in cui siamo circondati sempre più da modelli di perfezione – reale o artefatta che sia. Quindi, per questo Natale, dimenticatevi i profili Instagram di influencer bellissime, dagli outfit all’ultima moda abbinati a quelli dell’immacolata progenie, al design della casa – possibilmente scandinavo –  e all’ultimo food trend a disposizione: infilate il maglione natalizio più osceno che avete a disposizione – se si illumina ancora meglio, accendete Love Boat e aprite una buona bottiglia di vino mentre cantata a squarciagola All by myself. Pronti?

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Il diario di Bridget Jones inizia a capodanno, con i buoni propositi del caso: fumare meno, bere meno, mangiare meglio, andare in palestra, leggere di più, evitare di procrastinare. Soprattutto, evitare di innamorarsi di uomini disfunzionali, intolleranti alle relazioni, bugiardi, inaffidabili, inattendibili. I Mr Wickam della situazione, insomma. D’altro canto, l’intero diario può essere considerato un omaggio a Orgoglio e pregiudizio: c’è la signora Bennet, interpretata da Pam Jones, la petulante, sguaiata, inopportuna, ipercritica madre di Bridget; c’è il perfido Wickam, impersonato da Daniel Cleaver, affascinante playboy che, guarda caso, è anche il capo di Bridget; e poi c’è ovviamente Lui, Mark Darcy, serio e impettito avvocato difensore dei diritti umani.

Mark Darcy vota Tory, vive in un’enorme casa a Holland Park, ha frequentato una boarding school e l’università di Cambridge e ha la puzza sotto al naso; Bridget vota Labour, sogna di lavorare in televisione e ha paura di finire sola e divorata da un pastore alsaziano. I due hanno in comune la provenienza dal paesino di Grafton Underwood, dove si re-incontrano in occasione di un buffet natalizio a base di tacchino al curry. Bridget accusa i postumi di una sbronza, Mark ha un orrendo maglione natalizio regalatogli da un’amica della madre: le reciproche prime impressioni non lasciano presagire niente di buono, proprio come nel caso del primo incontro tra Ms Darcy ed Elizabeth Bennet.

  1. Don’t see him. Don’t phone or write a letter.
  2. The easy way: get to know him better.

(Wendy Cope, Two Cures for Love)

 

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Perché Bridget Jones e Wendy Cope insieme? Perché la Cope è considerate la paladina delle donne single. Perché è stata una delle prime poetesse a dar voce alla solitudine, al senso di isolamento rispetto ai colleghi uomini, all’alienazione che può derivare dal vivere sola in un appartamento londinese, lavorando da casa e non avendo nessuno a cui ricorrere quando la lavatrice si rompe e l’appartamento è sommerso d’acqua. Perché Londra a Natale può diventare un percorso ad ostacoli, un non-luogo ostile pieno di famiglie felici che vanno a pattinare al Natural History Museum e che sono in fondo la raison d’etre dell’intero apparato natalizio;

E l’intera faccenda, se sei single

È dura veramente.

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Come Bridget, anche Wendy, prima di conoscere a 41 anni il suo futuro marito, ha collezionato una sfilza di appuntamenti insoddisfacenti e amori deludenti, che l’hanno portata ad assumere una posizione disincantata nei confronti delle relazioni, senza perdere però ironia e sarcasmo, come nei versi riportati di seguito, in cui la poetessa paragona gli uomini a quei maledetti bus sempre in ritardo che poi arrivano tutti insieme quando meno te l’aspetti:

Bloody men are like bloody buses —
You wait for about a year
And as soon as one approaches your stop
Two or three others appear.

A differenza di Bridget, la Cope non sogna fiori d’arancio e vestiti bianchi; la poetessa, un’icona del femminismo, nutre seri dubbi nei confronti dell’istituzione matrimoniale e, quando incontra il suo Mr Darcy (il poeta Lachlan Mackinnon) non vorrebbe convolare a nozze. I due di sposano solo dopo vent’anni di convivenza, quando il parlamento inglese non porta avanti la proposta di legge sulle coppie di fatto. Sul femminismo, la Cope dichiara:

I would call myself a feminist, and I think things have improved, but there are still things that depress me. High heels, for example. The fact that, after all we’ve been through, women are still persuaded to wear those ridiculous shoes just appalls me. The idea of young women being against feminists because they think they’re ugly old women also makes me very cross. They’ve benefited from feminists.

 (Mi definirei una femminista, e penso che la situazione sia migliorata, ma ci sono ancora cose che mi deprimono. I tacchi, per esempio. L’idea che, dopo tutto quello che hanno passato, le donne si lascino ancora persuadere a portare quelle scarpe ridicole mi sconvolge. Anche il fatto che ci siano ragazze che criticano le femministe perché pensano che siano solo delle brutte vecchiacce mi fa arrabbiare. Hanno beneficiato delle femministe).

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Ma è una casella dell’Avvento letterario, non dovremmo parlare di tacchino arrosto e panettoni invece che disquisire sul femminismo? Giuro che, almeno nella mia testa, è tutto collegato, ma per farvi capire devo passare attraverso un libro che va anche a finire dritto dritto nelle vostre letterine a Babbo Natale e nelle liste regali: si tratta di una raccolta di articoli sul femminismo, intitolata Feminists do not wear pink (and other lies). La raccolta, curata da Scarlett Curtis, affronta quello che è da una parte un luogo comune, dall’altra un apparente ossimoro, come traspare anche dalle parole della Cope: se mi metto i tacchi e i vestitini alla moda, se il mio colore preferito è il rosa e rifuggo dalle magliette con gli slogan, posso comunque citare la Solnit e definirmi una femminista?

La risposta delle giornaliste, scrittrici e attrici che contribuiscono alla raccolta è un univoco, roboante SI. E quale personaggio compare nella raccolta, con una serie di pagine di diario inedite? La nostra Bridget Jones, ovviamente.

Bridget ha due amiche molto strette, Shazzer e Jude. La prima è un’accesa femminista, la seconda un’inguaribile romantica, invischiata in una relazione un po’ morbosa con il Perfido Richard.

Nel Diario di Bridget Jones, sia Bridget che Jude sono abbastanza a disagio con il femminismo ‘stridente’ di Shazzer: agli uomini non piacciono le femministe agguerrite (e nemmeno quelle pacate…)

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In Feminists don’t wear pink, Bridget riflette sul perché esitasse a definirsi una femminista, e, alla luce di #MeToo, ripensa agli abbracci un po’ troppo stretti dello ‘zio’ Geoffrey al buffet natalizio a base di tacchino al curry e alle attenzioni ‘speciali’ dei suoi colleghi (e superiori) Daniel Cleaver/ Wickam e Fitzherbert (non a caso soprannominato Fitzpervert).

La Bridget degli anni ’90 ha un lavoro, un appartamento e un gruppo stretto, forse anche troppo co-dipendente, di amici: forse allora, anche se il buffet natalizio a base di tacchino al curry non avesse fatto scattare una serie di eventi che avrebbero portato Bridget e Darcy prima ad odiarsi, poi ad amarsi, tra i problemi con la giustizia di Pam Jones e le bugie di Danier Cleaver/Wickam, quella di Bridget non sarebbe stata poi una brutta storia. Se Darcy non avesse superato il suo orgoglio e Bridget i suoi pregiudizi, e non fossero finiti a festeggiare il Natale successivo insieme, ci sarebbe stato comunque un lieto fine.

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Forse il Natale non appartiene solo alle famiglie felici, anzi: appartiene alle famiglie monoparentali, alle ragazze madri, agli anziani soli (ricordate Man on the moon, la bellissima pubblicità di Natale di John Lewis del 2015? Vi sfido a guardarla senza piangere), a quelle donne che avrebbero tanto volute essere madri ma non lo sono, ai rifugiati, ai senzatetto, agli orfani, a chi ha perso una persona cara, ai single di tutto il mondo.

Facciamo tutti il tifo per Bridget e Mark Darcy, come lo abbiamo fatto per secoli per Elizabeth e Mr Darcy, ed è una cosa bellissima, perché il Natale è il momento perfetto per la felicità e l’amore: ma si può essere felici in tanti modi diversi e ci sono infinite forme di amore. Wendy Cope e la nuova Bridget ci insegnano che il Natale può sorprenderci con un lieto fine inaspettato. E, dopo aver aperto questa casella, mi auguro che tutti sentiate la voglia e il desiderio di tirar fuori la Bridget che vive in tutti voi, mettere a tacere l’ansia di perfezione, amarvi per quello che siete, alzare la cornetta e chiamare qualcuno per cui questo Natale sarà più difficile del vostro. Perché, finché ci stringiamo tutti insieme intorno al tacchino freddo al curry di Pam Jones, nessuno è solo.

Che sia un Natale a misura di tutti, che sia un Natale per tutti. Quello che vi auguro di trovare sotto l’albero è la versione migliore di voi stessi.

Tuttavia, dato che la protagonista di questa casella è Bridget, che è una material girl, come canta la sua adorata Madonna, vi lascio con qualche spunto e ispirazione per i vostri regali sotto l’albero, per un Natale da vera Bridget Jones:

  • Un’alternativa al classico maglione di Natale, per ricordarci che ci sono le ferie e possiamo recuperare un po’ di libri che hanno preso polvere sul comodino

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  • Il vestito perfetto per partecipare al buffet a base di tacchino al curry di Pam Jones e incontrare il vostro Mr Darcy

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Sountrack: Rudolph the red nose reindeer, la storia di una renna ‘diversa’ che diventa protagonista del Natale, per ricordarci che questa deve’essere anche una festa di inclusione, un falò del bullismo e dei pregiudizi. Una festa del cuore e dell’anima, insomma, durante la quale, per una volta, proviamo sul serio a pensare anche agli altri.

 

Hohoho, Merry Christmas!

Il Calendario dell’Avvento letterario #16: il Natale delle eroine di Jane Austen

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Vi siete mai chiesti come le eroine di Jane Austen (di cui oggi ricorre il duecentoquarantaduesimo compleanno) festeggiassero il Natale?

Il Natale regency non è certamente il Natale vittoriano: manca l’abete decorato, i regali, gran parte di quei Christmas carol che entreranno a far parte della tradizione inglese nel corso dei decenni successivi. È però la stagione dello Yule log, il ceppo di Natale che scoppietta nel camino; delle case decorate di agrifoglio, alloro, edera e rosmarino, profumate di arance, mele e limoni; delle mince pies e del punch; delle sciarade e dei balli.  Ogni famiglia si prepara a ricevere un flusso costante di ospiti: in particolare, giovani in età da matrimonio – o quantomeno da fidanzamento – di ritorno da università, rettorati, reggimenti, navi della marina inglese. Inutile dire che le fanciulle inglesi attendono questo periodo dell’anno con ansia, impazienza e farfalle nello stomaco.

In Emma, l’ostinata, irresistibile protagonista eponima trascorre il Natale con famiglia e amici. Sua sorella Isabella e suo cognato John sono ospiti a Hartfield con i loro cinque bambini; l’intera famiglia si reca a trascorrere la vigilia di Natale dagli amici Weston, insieme al loro vicino di casa, Knightley, e al curato del paese, Elton. Il cibo è abbondante (nonostante la Austen non citi nessuna delle pietanze consumate, a parte un accenno all’agnello), e il vino scorre a fiumi. Dopo cena Elton, la cui baldanza viene amplificata dal nettare di Bacco, riesce a rimanere solo nella carrozza insieme ad Emma e prorompe in un’appassionata dichiarazione d’amore. Considerando che Emma ha cercato in precedenza di fare match making tra Elton e la sua amica Harriet – e che Elton ha consumato una dose considerevole del buon vino di Weston – la situazione in carrozza è decisamente scomoda.

Il giorno di Natale, la neve è così abbondante che andare in chiesa è pressoché impossibile; Emma cerca allora rifugio per il suo orgoglio di match maker ferito a casa della signora Weston, sua ex governante e amica di sempre, che col suo senso pratico infonde calma e ragionevolezza nella ragazza, costretta a respingere le avances invadenti del ridicolo, pomposo curato.

In Orgoglio e pregiudizio, il Natale delle ragazze Bennet è rallegrato dalla presenza degli amati zii Gardiner. Le due famiglie sono poi invitate a trascorrere la serata a casa della zia Phillip (la sorella della signora Bennet). A casa di lei, Elizabeth ha il piacere e l’onore (o forse no?) di presentare alla sua carissima zia Gardiner Wickam, il soldato per cui si è presa proprio una bella cotta. Nel frattempo, sua sorella Jane riceve una lettera dall’odiosa Caroline Bingley, sorella del suo amato Bingley, che le augura di trascorrere un Natale sereno – che non sarà mai così felice e perfetto come quello che Caroline trascorrerà a Londra.  Jane ha il cuore spezzato: il suo Bingley è ormai lontano da lei, dai suoi occhi e dal suo cuore, e sembra non nutrire più nessun interesse o affetto nei suoi confronti. Dal canto suo, anche Elizabeth presto capisce che Wickam non è l’uomo che aveva atteso e sognato, e inizia ad albergare nel cuore un sentimento silenzioso e segreto nei confronti di Darcy, scontroso e gentiluomo.

Il Natale successivo porta con sé un bel po’ di cambiamenti per le due sorelle e un lieto fine da condividere, inventare e reinventare: un paio di mesi prima di Natale, Elizabeth – ormai la signora Darcy – scrive una lettera alla sua famiglia, trasmettendo i saluti e l’affetto di Darcy e invitandola a trascorrere il prossimo Natale a Pemberley. Sì, il secondo (e ultimo) Natale a cui si fa cenno in Orgoglio e pregiudizio è davvero un bel Natale per i Bennet, i Darcy e i Bingley: l’amore ha trionfato, le bugie sono state smascherate, i segreti sono stati condivisi. Non resta che festeggiare a cuor leggero.

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In Ragione e sentimento, c’è un accenno al Natale precedente al trasferimento delle Dashwood – la vedova Dashwood e le tre sorelle Elinor, Marianne e Margaret – a Barton cottage, dove la romantica, sognatrice Marianne viene soccorsa dopo una caduta dall’affascinante e (apparentemente) sensibile Willoughby. L’aneddoto natalizio, raccontato dal loro nuovo vicino di casa, Sir John Middleton, riguarda il ballo che Sir John ha organizzato l’anno precedente nella sua dimora di Barton Park. Durante il ballo, Willoughby si è distinto in maniera particolare per aver danzato dalle otto di sera alle quattro del mattino senza mai fermarsi, con eleganza, allegria e foga. Si tratta di un giovane uomo dalla salute di ferro, dal carattere aperto e socievole, ben disposto nei confronti dei piaceri della vita: Marianne è sempre più intrigata da lui ma, diciamocela tutta, se sembra troppo bello per essere vero probabilmente non è vero…

In Northanger Abbey, mentre la protagonista Catherine Morland trascorre un Natale all’insegna della famiglia e degli affetti a Fullerton, James, il suo fratello maggiore, in vacanza dal college, va a visitare l’amico Thorpe per le vacanze di Natale. Dai Thorpe, James perde completamente la testa per Isabella, la sorella dell’amico, bellissima nel suo vestito giallo in cui James l’ha vista per la prima volta. È chiaro che il Natale regency, oltre ad essere la stagione della gioia, dei balli e dell’agrifoglio, diventa la stagione del match-making: è il momento di sistemare quelle fanciulle in età da marito che rischiano di vedersi condannate a una vita solitaria di zitelle dai mezzi limitati.

In Mansfield Park, la protagonista Fanny Price riceve, in prossimità del Natale, la visita dell’amatissimo fratello William. Il burbero zio Betram sorprende i due fratelli organizzando un ballo in loro onore, rendendo la visita di William ancora più speciale per Fanny. Tuttavia, William parte il giorno prima della vigilia di Natale diretto a Portsmouth, per trascorrere le feste con i genitori e gli altri fratelli (i Price vivono in ristrettezze economiche piuttosto severe: per questo Fanny è stata adottata dagli zii Bertram, molto più abbienti, ma poco generosi quando si tratta di elargire affetto alla ragazza e farla sentire come una di loro).  Anche il cugino Edmund, di cui Fanny è silenziosamente innamorata, parte per trascorrere il Natale con una famiglia di amici a Peterborough e per prendere i voti nel corso delle settimana di Natale.

Per Fanny, eroina atipica per la Austen – timida, silenziosa, virtuosa, senza la verve di Elizabeth, la dignità di Anne o la bellezza di Marianne – si prospetta un Natale solitario, lontano dalle due persone che ama di più al mondo.

Persuasione (che ha appena compiuto 200 anni) occupa per me un posto speciale nel mio scaffale riservato alla Austen. Quando l’ho letto per la prima volta, ancora ragazzina, non sono stata capace di apprezzarlo come merita, o di affezionarmi alla sua eroina, la silenziosa Anne, ostinata nel suo amore per il capitano Wentworth, la cui proposta di matrimonio ha rifiutato su consiglio di famiglia e amici, che non ritenevano fosse un partito abbastanza prestigioso per la ragazza.

Anne e Wentworth si incontrano di nuovo, anni dopo il sofferto rifiuto. Anne ha ormai ventisette anni: per gli standard dell’epoca, ha superato l’età per il matrimonio. Lei non ha mai smesso di amarlo; lui non l’ha mai perdonata. In questo stato d’animo, la ragazza trascorre il Natale con Lady Russell, che si è sempre presa cura di lei dopo la morte della madre ed è stata la persona che più di tutte l’ha convinta a non sposare Wentworth. Il giorno di Natale, le due si recano a fare visita ai Musgrove, una famiglia di amici.

L’atmosfera a casa Musgrove è festosa e chiassosa – anche troppo, per i nervi della povera Anne: le bambine chiacchierano allegramente mentre ritagliano stelle di carta dorata, i bambini giocano rumorosamente; il tavolo è pieno di vassoi, che sembrano sul punto di cedere per il peso della carne, delle gelatine e delle torte; il quadretto è completato dal ceppo di Natale che arde nel caminetto, i cui allegri scoppiettii riescono addirittura a superare il rumore nella stanza.

È un quadretto familiare che riscalda il cuore, ma l’infelice Anne è lontana anni luce dalla gioia che lo pervade: il rimorso per la decisione presa tanti anni prima e il suo amore ormai non più corrisposto (almeno apparentemente) le fanno desiderare silenzio e solitudine.

Chiude la carrellata natalizia la stessa Jane Austen, che, in una lettera alla sorella Cassandra datata 2 dicembre 1815, accenna al Natale, lamentando la malattia della madre, che impedisce a quest’ultima di godere di un dicembre estremamente mite. Jane invece si sta godendo allegramente il bel tempo,

da destra a sinistra, longitudinalmente, perpendicolarmente, diagonalmente; e non posso fare a meno di augurarmi egoisticamente che duri fino a Natale, questo tempo deliziosamente insalubre, fuori stagione, umido e soffocante, ma al tempo stesso rilassante.

(I am sorry my mother has been suffering, and am afraid this exquisite weather is too good to agree with her. I enjoy it all over me, from top to toe, from right to left, longitudinally, perpendicularly, diagonally; and I cannot but selfishly hope we are to have it last till Christmas — nice, unwholesome, unseasonable, relaxing, close, muggy weather).

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Bonus extra: immaginando Jane intenta a scrivere lettere a Cassandra, china sul suo minuscolo tavolino, ecco il bonus di questa casella: un buono sconto da utilizzare nella bellissima cartoleria online Lily&Sage Design, per bigliettini e carte da lettere degne delle eroine austeniane. Potete attivarlo seguendo questo link o inserendo questo buono sconto al momento del pagamento: JANE1775. Vi invito inoltre a sbirciare nel Calendario dell’avvento di Lily&Sage, dedicato alle più belle tradizioni del Natale.

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Buone letture, e buona scrittura epistolare!

Per saperne di più:

Il Calendario dell’Avvento Letterario #16: i buoni propositi di Jane Austen

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La Leggivendola

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Quando Manuela mi ha chiesto se avessi voglia di prendere parte al Calendario dell’Avvento Letterario, ero contenta come una Pasqua – che detto così sembra tipo “qual è il colmo per una blogger a Natale?”, ma tralasciamo. Ero entusiasta perché è una rubrica che ho adorato la scorsa edizione, e poi perché Manuela mi ha riservato con estrema premura la casella di oggi, quella del 16 dicembre. Per i non iniziati – o non fanatici, vedete voi – il compleanno di Jane Austen.

Ora, io adoro zia Jane, ma a lungo ho tentennato sul tema. Avevo pensato a un lungo post sul rapporto tra i suoi romanzi e i regali, e stavo spulciando il meraviglioso sestetto in cerca di doni, quando mi è balenata in testa un’idea ben più adeguata e succosa.

I buoni propositi.

A Natale siamo tutti più buoni – in teoria – e a fine anno a molti viene da mettersi metaforicamente una mano sull’anima per fare un rendiconto delle azioni e delle malefatte compiute nell’anno che volge al termine. Cosa si può migliorare, cosa si dovrebbe cambiare? Chi abbiamo ferito e come? C’è rimedio?

Ammetto – e sarò in minoranza – che per me non tutti i difetti sono da rimuovere; certi sono carini e ci rendono quelli che siamo. Ma ci sono anche i cambiamenti importanti, quelli che è vitale fare. La cosiddetta crescita, se vogliamo.

E trovo che sia uno degli aspetti che Jane Austen aveva più cari quando componeva le sue opere, anche se sicuramente non era al Natale e ai conseguenti buoni propositi che pensava. Ma ci penso io, mia è la casella e mio è il collegamento.

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Premetto che da qui in avanti saranno presenti numerosi spoiler sui romanzi di Jane Austen; se ancora non li avete letti – male – vi sconsiglio caldamente di leggere innanzi. Piuttosto, correte in biblioteca e abbrancate il primo che vi passa tra le mani.

Prendiamo i buoni propositi di Elizabeth Bennett e di Fitzwilliam Darcy, anche se già col titolo Orgoglio e Pregiudizio le magagne dei protagonisti sono già abbastanza esplicite. Lizzie evolve enormemente nel corso del romanzo. Fin dalle prime pagine, dai suoi dialoghi con la sorella Jane e l’amica Miss Lucas, è chiaro quanto le venga facile affibbiare giudizi su chiunque capiti a tiro del suo intelletto, basandosi talvolta su fattori ben poco oggettivi, quali la gentilezza dimostrata a lei e alle persone cui tiene. Le è bastata una frase per sancire la sua idea di Mr Darcy, e da quella ha rifiutato di discostarsi a lungo, nonostante i ripetuti tentativi di lui di farsi conoscere e di farle una buona impressione. Lizzie non smuove il proprio pregiudizio, antepone i propri valori alle scelte altrui – come fa col matrimonio di Miss Lucas – e sbaglia, sbaglia terribilmente.

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D’altro canto, Mr Darcy a inizio romanzo è di una presunzione insopportabile, e non c’è da meravigliarsi se la prima impressione che suscita, non soltanto a Lizzie, sia di pura antipatia. Mr Darcy è stato fortunato a incontrare Lizzie; se non fosse stato così fermamente umiliato dopo la prima dichiarazione – che comunque è un capolavoro di faccia tosta – difficilmente avrebbe avuto la possibilità di guardarsi dentro e di trovare qualcosa che, dopotutto, non gli piaceva. Lo stesso si può dire di Lizzie, comunque. In Orgoglio e Pregiudizio i due eroi cambiano in seguito a un errore madornale e alla conseguente vergogna.

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Il loro è un cambiamento cosciente, una crescita dovuta che li avvicina alle loro rispettive controparti, alle loro coscienze: la sorella Jane e l’amico Bingley. In una lettera alla nipote Fanny Jane Austen decretava la superiorità del buon carattere rispetto all’intelletto, nel valutare una persona. E ripensando a questa sua personalissima visione dell’umanità, mi viene da pensare che in Orgoglio e Pregiudizio i veri esempi da seguire non siano Elizabeth e Darcy, ma Jane e Bingley. Sono loro i buoni, quelli che fin dall’inizio non fanno danno, ma che finiscono per soffrire per le altrui intromissioni, nonostante facciano un po’ la figura dei manovrabili bonaccioni.

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Un altro romanzo della sestina in cui l’evoluzione della protagonista riveste una parte fondamentale è Emma, e si tratta anche del titolo austeniano che prediligo. Forse proprio perché la protagonista, all’inizio, è così piena di difetti che non sarebbe strano, rimaneggiando la trama per raccontarla dal punto di vista di Jane Fairfax o di Harriet Smith, vederla come un personaggio negativo. È presuntuosa, calcolatrice, indifferente agli altrui sentimenti, snob. Gioca con la vita delle persone per puro orgoglio; ha deciso di essere un’ottima combinatrice di matrimoni, seppure il caso abbia avuto una parte assai preminente rispetto alle sue azioni nel procurare marito alla sua istitutrice, e dunque si fa portatrice del compito di accoppiare le sue conoscenze. Gioca con la vita di Harriet, già orfana sfortunata, che le solletica l’ego e che tratta alla stregua di un animaletto da compagnia e rischia letteralmente di rovinarle la vita, precludendole un avvenire di gioia e prosperità con un fattore soltanto per la sua classe sociale. Ah, Emma.

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Emma ha diverse occasioni per cambiare; prima fra tutte la ferita che infligge a Miss Bates durante il picnic, che le procurerà un immediato senso di colpa e una terribile vergogna. Emma non è crudele, ma manca di tatto. L’offesa a Miss Bates colpisce anche lei, e cercherà a suo modo di fare ammenda. L’avrebbe fatto anche senza l’intervento di Mr Knightley, che a fine giornata la mette di fronte alla sua sfacciataggine a agli effetti provocati.

Emma si rende conto delle mancanze della propria persona anche quando viene a conoscenza della vera storia di Jane Fairfax, che fin dall’inizio ha giudicato malissimo, e quando realizza il danno che ha rischiato di provocare ad Harriet Smith. Sono tutte occasioni di crescita personale, ma vedo qui un punto di somma differenza tra la crescita di Emma e quella di Lizzie e di Mr Darcy.

Emma viene messa di fronte ai suoi difetti dall’eloquenza di Mr Knightley, l’eroe del romanzo – che un tempo era il mio preferito, ora mi rendo conto che con la protagonista ha instaurato un rapporto non molto paritario di mentore/allieva, e questo mi disturba non poco – mentre Lizzie e Darcy sono soli con la loro vergogna, è qualcosa che non possono scegliere di provare, ma che potrebbero decidere di accantonare, perché nessun altro ne è a conoscenza. Emma ha una coscienza in Mr Knightley e non ci è dato di sapere se sarebbero bastati i suoi errori a farla crescere, in assenza di lui.

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Persuasione è un romanzo fortemente malinconico; forse non più di Mansfield Park , che ho trovato particolarmente cupo, ma comunque ben lontano dalle atmosfere casalinghe e scherzose di Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento. Anne Elliot ha ventisette anni – a quanto corrisponderebbero ai giorni nostri? – e ha perso l’amore della sua vita – possiamo credere o meno al concetto in sé, ma è quello che zia Jane intende raccontarci, quindi prendiamolo per buono – per via della propria debolezza. La famiglia era contraria al suo legame con il giovane Wentworth, e lei non era riuscita a imporsi né a insistere. Il fidanzamento è stato sciolto, l’amato è andato per mare, e Anne è rimasta sola ad affliggersi per anni, rinchiusa in una bolla di rimpianto e desolazione che l’ha separata dal resto del mondo, rendendola anzitempo una zitella senza speranza. E nel romanzo, ovviamente, cambia, cresce, si rafforza poco a poco. Anche lei prosegue per gradi: c’è la sua decisione di fare visita a una vecchia compagna di scuola nonostante il parere contrario della famiglia; c’è la sua volontà di dire la propria in difesa di sentimenti delle donne che durano a lungo, durante una discussione col Capitano Harville a casa dei Musgrove; e infine, ovviamente, la decisione di accettare la proposta del Capitano Wentworth.

La crescita di Anne non ricalca esattamente quella compiuta da Emma o da Lizzie; se loro erano motivate al cambiamento dalla vergogna e dall’imbarazzo, Anne è spinta soltanto dal dolore che la propria debolezza le ha provocato. Certo, anche quella debolezza l’avrà fatta vergognare, ma identifico nella sofferenza e nel rimorso la causa della sua rivoluzione interiore.

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E poi? Poi ci sono Marianne ed Elinor di Ragione e sentimento , che devono imparare l’una dall’altra. L’una impara a carissimo prezzo a non farsi trascinare dalle fantasie e dai sentimenti, l’altra capisce che deve esporsi e rischiare per essere felice. E Fanny di Mansfield Park cosa impara, se non a imporsi, ad anteporre un “no” ai desideri altrui quando cozzano coi propri? E la mia adorata Catherine Morland de L’abbazia di Northanger che scopre la differenza tra i romanzi e la realtà, che non sempre un castello cela un mistero.

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Non la faccio lunga su questi casi, però. Si tratta sempre di eroine che cambiano nel corso dei rispettivi romanzi, ma non vedo in loro caratteristiche tali da annotare come difetti da risolvere, dunque mi parrebbe poco sensato disquisirne a lungo in un post che vorrebbe trattare le magagne personali e i cambiamenti dettati dai buoni propositi.

La trattazione è finita – era ora, eh? – e spero di non avervi annoiato. Sicuramente dovrei imparare ad essere un attimo meno prolissa; ma se ben ricordate, all’inizio dicevo che non sempre guardo ai difetti come aspetti da ripulire e risolvere.

Buone feste, e grazie mille a Manuela per avermi ospitata qui – e per non avermi defenestrata. Lei sa perché. (Risposta di Manuela: ami troppo Jane Austen per essere defenestrata, nel giorno del suo compleanno poi <3)

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Cartoline dallo Hampshire, tra i luoghi di Jane Austen

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Ci sono viaggi e altri viaggi.

Ci sono viaggi che si aspettano una vita, che maturano dentro di noi prima ancora che ci avventuriamo effettivamente a percorrerne i sentieri, accarezzandone con lo sguardo ogni dettaglio.
Nel mio caso specifico, il viaggio/pellegrinaggio nei luoghi austeniani è nato come desiderio quand’ero una ragazzina introversa innamorata dei libri di zia Jane, e, tra un partita di pallone e l’altra con i miei due fratelli – che mi obbligavano a fare da portiere – leggevo e desideravo con tutta me stessa di scappare dal paesello calabrese e ritrovarmi improvvisamente nella campagna inglese.
Ci sono voluti un paio di anni, ma finalmente ho preso un treno e sono arrivata a Alton, lussureggiante paesino in mezzo al nulla, e ho macinato tre chilometri a piedi, con tanto di valigia e piumone in una giornata inaspettatamente mite e soleggiata, per arrivare a Chawton, sede del The Jane Austen’s House Museum, l’unica dimora presso la quale la Austen ha soggiornato attualmente aperta al pubblico.

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La passeggiata in mezzo al verde e alla natura, tra case residenziali e qualche sparuto ciclista, mi ha fatto pensare alle centinaia di passeggiate che Jane deve avere fatto negli stessi luoghi insieme alla sorella Cassandra, amica e confidente, magari discutendo nuovi personaggi, raccontando storie, condividendo impressioni, sorridendo delle stramberie di qualche eccentrico vicino.

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Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775, settima di otto fratelli, figlia di un pastore anglicano, George Austen, e di Cassandra Leigh, discendente di una famiglia bene della gentry inglese. La famiglia Austen è basata a Steventon, nello Hampshire. Jane e sua sorella Cassandra Elizabeth vengono mandate a studiare ad Oxford e poi a Southampton. Dopo una terribile epidemia di tifo, che quasi costa loro la vita, le due sorelle si spostano a Reading, dove frequentano la Abbey school (oggi una scuola indipendente solo femminile).
Jane viene ritirata da scuola a soli undici anni; inizia la sua carriera di lettrice avida e curiosa, indirizzata dal padre George e dai fratelli James e Henry.
All’età di vent’anni conosce l’amore, fulcro di quelli che sarebbero diventati i suoi romanzi: Tom Lefroy, nipote dei vicini e povero in canna. I due non si sposano molto probabilmente a causa delle loro difficoltà economiche: d’altro canto, se nei suoi romanzi Jane è contraria ai matrimoni d’interesse (ad esempio, in Mansfield Park, Maria Bertram sposa il ricco Mr Rushworth per i suoi soldi, e il matrimonio finisce presto e disastrosamente), è anche consapevole delle difficoltà di mettere su casa quando i mezzi sono limitati (in Ragione e sentimento, Willoughby – che resta comunque un essere spregevole – benchè invaghito della bella Marianne, la pianta senza apparente motivo per sposare una ricca ereditiera; la sorella Elinor riesce a sposare Edward Ferrars solo dopo che l’intercessione del Colonnello Brandon, eternamente innamorato di Marianne, gli consente di iniziare a esercitare la professione di pastore). La Austen riceve una proposta di matrimonio a ventisette anni da Harris Bigg-Wither: la accetta, per pentirsene la mattina dopo e annullare il fidanzamento. In sostanza, la Austen – un po’ come le sorelle Brontë, un po’ come Emily Dickinson – ha poca esperienza diretta con l’amore: nonostante ciò, lo osserva e lo studia minuziosamente per tutta la vita, con una vivacità, una passione e un calore che mi fanno pensare che la cara vecchia Jane  riunisse in sè l’indipendenza di giudizio e la lingua tagliente di Elizabeth Bennet, l’esuberante passionalità di Marianne Dashwood, la tenace costanza e la dolcezza di Anne Elliot.

Nel 1800, il pastore Austen decide di andare in pensione e spostare la famiglia a Bath. Jane è estremamente rattristata da questo cambiamento: le manca il verde del suo Hampshire, in mezzo al quale, appena ventenne, è riuscita a scrivere la prima bozza di Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio.
A Bath Jane smette di scrivere; per questo motivo, a posteriori, sono soddisfatta della mia scelta di iniziare il pellegrinaggio austeniano da Chawton e non da Bath, seppure quest’ultima resti la città simbolo di Jane Austen e ospiti ogni anno il festival a lei dedicato. Gli anni a Bath le servono tuttavia a osservare, a effettuare uno studio profondo di una società più ampia e diversificata di quella con la quale doveva essere a contatto a Steventon: l’eco dei suoi anni a Bath risuona forte e chiaro in Northanger Abbey, ironica revisitazione della devozione al romanzo gotico tanto à la mode tra le fanciulle dell’epoca, tra cui l’ingenua Catherine Morland, che troppo spesso confonde I pettegolezzi delle terme e della Pump room coi misteri di Udolpho. Anche Anne Elliot, la timida, sensibile protagonista di Persuasione, si fa portavoce dell’insofferenza della Austen nei confronti di Bath e della sua società.
La morte del pastore Austen lascia le sue donne in gravi difficoltà finanziarie: nell’impossibilità di mantenersi a Bath, si trasferiscono a Southampton, città nella quale Jane non riesce ad essere felice.
Le cose cambiano quando il fratello Henry, per complicate questioni di eredità (e i fan di Downton Abbey riconosceranno facilmente quanto sia complicato rintracciare cugini di terzo grado mai visti in vita propria per assicurarsi un erede), si ritrova improvvisamente benestante e in grado di assicurare alla madre e alle sorelle un cottage a Chawton, non lontano dal paese natale della Austen. È facile immaginare la gioia di Jane nel tornare nel suo amatissimo Hampshire, insieme alla madre, alla sorella e alla fida amica Martha Lloyd (grazie alla quale ci rimane una raccolta di ricette usate a Chawton, che sono poi state pubblicate da Peggy Hickman nel suo A Jane Austen Household Book e da Maggie Black e Deirdre Le Faye in The Jane Austen Cookbook).
Gli anni di Chawton sono anni felici per Jane, e Martha e Cassandra le permettono di dedicare le mattinate alla sua scrittura. Jane scrive con una penna d’oca (ci ho provato io e credetemi, non è per niente facile), china su un minuscolo tavolino.

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Essere nella stessa stanza in cui Jane ha scritto Emma, Northanger Abbey e The Elliots (poi Persuasion), immaginandola avvolta in uno scialle per difendersi dal freddo, una cuffietta in testa, piegata su se stessa, intenta a dar voce a un mondo a lungo osservato con avida e vivace curiosità negli anni a Steventon e poi a Bath, dipingendo un’intricata ragnatela di delicati, fragilissimi sentimenti appena conosciuti in prima persona, probabilmente soffocati sul nascere, ha gettato una luce diversa, più intima e più profonda, sulla mia fantasia di lettrice popolata dai vari Mr Darcy e Knightley, Emma e Elizabeth Bennet, Anne Elliot e Mr Collins, Wenthworth e Marianne Dashwood.

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Admiral’s room
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Stola ricamata da Jane Austen
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Vestito probabilmente appartenuto a Jane Austen

Il cottage delle Austen a Chawton è una casa semplice, costituita da un dining parlour (sala da pranzo), dove si consumavano i pasti e si preparavano direttamente caffè e tè, tenuto sotto chiave in quanto molto costoso; una drawing room (salotto), dove le donne di casa Austen si riunivano dopo cena per leggere, chiacchierare, cucire o ricamare (Jane eccelleva anche nel ricamo; una delle sue creazioni, una stola bianca, è esposta a Chawton); l’Admiral room, destinata agli ospiti e alle visite dei fratelli; la stanza da letto della madre; la cameretta che Jane divideva con Cassandra, anche questa piccola e semplice, dove attualmente troneggia una replica del letto usato dalle due sorelle; una dressing room, una sorta di spogliatoio probabilmente adibito anche a camera da letto per bambini in visita/servitori; una cucina e una bakeroom esterna, destinata alla produzione di pane e torte.

Stanza da letto di Jane e Cassandra
Stanza da letto di Jane e Cassandra
Dining room
Dining room

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Cucina
Scrivania del padre di Jane Austen
Scrivania del padre di Jane Austen

La casa museo ospita attualmente una mostra dei costumi usati per l’adattamento di Emma a cura della BBC (2009).

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L’intero cottage trasmette l’idea di una vita semplice, intima e raccolta, condivisa da Jane con poche persone, in mezzo al verde della campagna inglese. Una vita che spesso doveva essere anche solitaria e priva di stimoli esterni, cosa che rende ancora più incredibile la capacità della Austen di descrivere e rappresentare quadri di una società ampia e variegata, che non sfuggivano al vaglio del suo spirito critico e della sua ineguagliabile, arguta, elegante ironia. Forse lo stile di vita che più si avvicina a quello della Austen è quello descritto in Emma: l’omonima protagonista, benchè indubbiamente più benestante di Jane, vive una vita alquanto chiusa e raccolta per soddisfare I capricci dell’anziano padre, irritabile e ipocondriaco.

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Parlando di malattia, la salute non arride a lungo alla Austen: debole e malaticcia, nel maggio 1817 lascia il suo amatissimo cottage a Chawton e si trasferisce a Winchester, per essere più vicina al suo dottore, stabilendosi al numero 8 di College Street. Si spegne il 18 luglio dello stesso anno, sul grembo della sorella Cassandra, lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Sanditon.
Le sue ultime parole sono state God grant me patience. Pray for me. Oh pray for me (che il Signore mi conceda di essere paziente. Pregate per me, pregate per me).
Viene sepolta nella cattedrale di Winchester, che tanto ammirava. Ben pochi, a parte I familiari più stretti, sono consapevoli di aver detto addio ad una grande scrittrice: la sua stessa lapide all’interno della Cattedrale non ne fa cenno, sottolineando invece le numerose virtù di Jane, la sua dolcezza, la sua pazienza, la sua benevolenza, la sua fede. Solo quattro persone assistono al funerale della Austen: tre dei suoi fratelli e il nipote Edward. Se ne va in silenzio, così come ha vissuto, lasciando un’eredità di sei romanzi, destinati ad occupare un posto di rilievo nella letteratura mondiale.

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Tuttavia, mano a mano, la sua fama inizia a crescere; sempre più persone visitano la sua tomba, tanto che nel 1850 un sagrestano si domanda cos’abbia di speciale quella semplice lapide, cosa ci sia di speciale nel nome inciso sul marmo.
Nel 1870 il nipote Edward scrive un memoir dedicato alla zia; grazie ai proventi, fa istallare accanto alla lapide una targa commemorativa d’ottone, che la celebra come la grande scrittrice che è stata: Jane Austen, known to many by her writings, da molti conosciuta per I suoi scritti.
L’iscrizione sulla lapide termina con un proverbio biblico (31:26): She openeth her mouth with wisdom; and in her tongue is the law of kindness (Parlava con saggezza, e la sua lingua era governata dalla gentilezza).

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Winchester, oltre ad ospitare le spoglie di Jane Austen, è una cittadina deliziosa, piena di storia: colonizzata dai Romani, è stata capitale dell’Inghilterra dall’871 al XIII secolo circa. Oltre alla bellissima cattedrale (XI secolo), ospita le spoglie di un castello medievale, all’interno delle quali si trova quella che, secondo la leggenda, è la tavola rotonda di Re Artù.

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Dopo un giro nello Hampshire, una sosta a Londra è d’obbligo: io ho usato la mia per visitare la British Library e innamorarmi della libreria al suo interno, fornitissima e piena di curiosità capaci di soddisfare ogni lit-nerd che si rispetti. Se passate dalla British Library, fate una sosta anche al negozio temporaneo dedicato all’anniversario di Alice nel Paese delle Meraviglie: la mostra dedicata al capolavoro di Carroll inizierà il 20 novembre e durerà fino ad aprile 2016.

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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop

Non ne avete ancora abbastanza? Vi lascio con una ricettina rinfrescante: la ginger beer (birra allo zenzero) di Martha Lloyd (tratta da Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler).

Ingredienti:
1.75 l di acqua naturale
225 g di zollette di zucchero
40 g di radice di zenzero, pulita e grattuggiata
1 limone a fette
1 cucchiaino di cremor tartaro
2 cucchiani di zenzero in polvere (facoltativo)
1 cucchiaino di lievito di birra

Procedimento:
Bollite lo zucchero nell’acqua fino allo scioglimento. Lasciate raffreddare, aggiungete lo zenzero, il limone e il cremor tartaro (e lo zenzero in polvere, se preferite usarlo). Mescolate e lasciate raffreddare. Aggiungete il lievito, coprite il tutto e lasciate riposare per una notte.
Soundtrack: Kathy’s song, Simon and Garfunkel (to England, where my heart lies)

The rules of (literary) dating#2 – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

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Pensavate di esservi liberati dei miei bestiari letterari, vero?

Invece no, perché, se la letteratura è infinita, infiniti sono i personaggi, infiniti i caratteri, infinite le tipologie da imparare a riconoscere e, eventualmente, a evitare.

Purtroppo, la mia capacità di lettura è finita, delimitata dal tempo, dagli impegni, dalle coincidenze e dalle prenotazioni, dalle trappole e dagli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale. Tuttavia, le mie liste di frequentazioni letterarie mi divertono tantissimo, e, dato che uno dei miei (finora fallimentari) buoni propositi PRTDV (post rientro traumatico dalle vacanze) è cercare di concentrarmi di più sulle cose belle, che mi fanno stare bene, tenterò (malgrado la mia patologica avversione alla pianificazione) di aggiornarle di quando in quando, magari stilando anche una lista di personaggi femminili. Va da sé che tutti i vostri suggerimenti sono più che benvenuti, anzi, caldamente incoraggiati, nei commenti al post, sulla pagina Facebook del blog, su Twitter, per email, per piccione viaggiatore, cablogramma o civetta di Hogwarts. Cominciamo?

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(Riassunto delle puntate precedenti: Il Mr Darcy (Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen); L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë ; Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell); Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez); Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen); Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë); L’Amleto (Amleto, William Shakespeare) – L’Otello (Otello, William Shakespeare); L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov) – Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj).

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Matthias Schoenaerts as “Gabriel” in FAR FROM THE MADDING CROWD. Photos by ALex Bailey.  © 2014 Twentieth Century Fox Film Corporation
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Tipologia K: Il Gabriel Oak (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Durante l’estate ho letto per la prima volta Via dalla pazza folla, invaghendomi della capacità di Hardy di delineare e dar vita sulle pagine ai suoi personaggi, specie al trittico di protagonisti maschili innamorati della bella e (apparentemente) indomabile Bathsheba Everdene.

Il fattore Oak è quel tipo di uomo che tutte le donne vorrebbero incontrare prima o poi: onesto, leale, con la testa sulle spalle, capace di amare in modo assoluto, genuino, duraturo. Il tipo Oak è inoltre caratterizzato da una silenziosa ostinazione, da una pazienza pertinace che gli consente di aspettare anni (tra un marito deceduto per finta e un quasi fidanzato stalker) prima di ottenere il cuore della sua bella. Il tipo Oak è inoltre generoso e altruista, capace di proteggere e aiutare l’oggetto dei suoi desideri in silenzio, assicurandosi che cada sempre in piedi, senza troppa fanfara, senza aspettarsi qualcosa in cambio.

L’unico neo del tipo Oak è quel filino di prevedibilità e quell’eccessiva disponibilità che a volte lo rende un tantinello noioso, incapace di sorprendere. D’altro canto, nessuno è perfetto, no?

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Tipologia L: Il Mr Boldwood (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Sarei curiosa di sapere a quante di voi (spero poche) sia capitato di avere un ammiratore un po’ troppo insistente e persistente. Alla povera Bathsheba purtroppo è successo: a seguito di uno stupido scherzo di San Valentino, si ritrova a ricevere le costanti attenzioni e l’indesiderata ammirazione del suo vicino di casa, Mr Boldwod. Timido, ritroso, cupo, scapolo incallito, Boldwood scopre per la prima volta l’amore senza volerlo né cercarlo. Il tipo Boldwood è un solitario, abituato a pensare solo a se stesso e per se stesso, incurante dei sentimenti e del gentil sesso. A maggior ragione, quando Cupido scocca la sua freccia avvelenata, l’oggetto dei desideri diventa per il tipo Boldwood una vera e propria ossessione, capace di fargli promettere di aspettare sette anni di vedovanza prima di dichiararsi per l’ennesima volta e addirittura uccidere l’odiato rivale.

Un consiglio disinteressato, lettrici che, per qualche misteriosa ragione, trovate un attaccamento del genere commovente o addirittura meritevole di comprensione/compassione: davanti a un Boldwood, scappate a gambe levate.

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Tipologia M: Il Francis Troy (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Il Troy chiude la trilogia di spasimanti letterari di Bathsheba Everdene. È l’unico che riesce a conquistarla, per una ragione molto semplice: di lei non gliene importa un fico secco. Certo, la trova attraente, ma gli piacciono di più i suoi soldi, che consuma in fretta. Il Troy fa parte di una delle tipologie peggiori di uomini, fittizi e non: è narcisista, innamorato di se stesso, egoista, egocentrico, del tutto incurante dei sentimenti altrui e del dolore che infligge, interessato alle persone solo se gli sono strumentali per raggiungere lo scopo che si è prefisso.

Il Troy è convinto di essere assurdamente romantico; ma le sue pretese di romanticismo sono, letteralmente, assurde. In ogni caso, non illudetevi di riuscire a catalizzare le sue attenzioni su di voi per più di un paio di giorni: il Troy si annoia in fretta.

(Tanto per restare in argomento, fate questo test per scoprire quali delle tre tipologie vi attrae maggiormente. Secondo il mio risultato, sarei attratta da Boldwood: devo iniziare a preoccuparmi?)

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Tipologia N: Il Nathaniel Piven (Amori e disamori di Nathaniel P., Adelle Waldman)

Il Nathaniel P. non sa cosa vuole, ma cerca lo stesso di ottenerlo, incurante delle conseguenze e dei sentimenti altrui. In amore è un vero disastro: ha bisogno di convincersi che una donna sia perfetta per uscire con lei, e quella donna perfetta deve ottenere il sigillo d’approvazione dei suoi amici. È un insicuro, troppo superficiale e concentrato su se stesso e sulla sua vita per potersi realmente innamorare. Il Nathaniel P. è un ragazzo intelligente e privilegiato che si limita a fare un sacco di navel-gazing: letteralmente a guardarsi l’ombelico, metaforicamente ad essere così ossessivamente concentrato su se stesso e sulle sue idiosincrasie da dimenticarsi di osservare il mondo che lo circonda. È inoltre misogino, insofferente delle donne per il semplice fatto di essere donne, con i pregi e i difetti che questo comporta: il bisogno di definire i confini di una relazione, il desiderio ossessivo di parlare della relazione stessa, la spinta ad analizzare ogni stato d’animo e rivivere ogni litigio, l’emotività, la prevedibilità, l’ostinazione, la sottile preferenza accordata alle situazioni e alle cose difficili. Il Nathaniel P. ama invece le cose facili, già pronte, come i pasti precotti, già scartati, riscaldati al microonde e messi in tavola senza che lui debba fare nessuno sforzo.

Dal canto mio, lo piazzo nel mio bestiario come il tipo da evitare a tutti i costi: astenersi fanciulle in cerca del principe azzurro o quantomeno di una frequentazione seria, benvenute perditempo, masochiste ad oltranza, donne col complesso da infermiera e da io-ti-salverò. Un po’ un Wickam dei nostri tempi, insomma, con l’aggiunta di pose e pretese da intellettualoide, o meglio ancora un Willoughby di Ragione e sentimento: per me, le somiglianza tra Adelle Waldman e Jane Austen (alla quale alcuni incauti ed iper-entusiasti blurb l’hanno paragonata) si esauriscono qui.

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Tipologia N: L’Alfred Lambert (Le correzioni, Jonathan Franzen)

La prima tappa (quasi obbligata) della mia #franzethon (una maratona di lettura dell’opera omnia di Franzen in attesa di incontrarlo qui il 18 ottobre) mi ha fatto incontrare uno dei personaggi maschili (secondo me) più sgradevoli: Alfred Lambert, incarnazione della più assoluta incapacità di amare e capire le persone che gli stanno intorno. Misogino, individualista, l’Alfred Lambert arriva addirittura ad essere disgustato dal mero contatto fisico (ne Le correzioni, la moglie Enid deve far finta di essere addormentata perché lui possa avvicinarsi a lei). Incorreggibile solipsista, preferisce vivere da solo, quindi toglietevi dalla testa qualsiasi progetto di coabitazione: la sua casa è chiusa, come il suo cuore. Lettrici avvisate, mezzo salvate.

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Soundtrack: Tous les garçons et les filles , Françoise Hardy

The Ophelinha Gazette#8 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie – speciale rentrée

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A furor di popolo (!) torna la Ophelinha Gazette, la rubrica più volubile, squinternata, incostante e capricciosa che sia mai esistita!

Dopo lo shock di aver utilizzato due punti esclamativi nella stessa frase (!), passiamo alla hot potato, come dicono quei simpaticoni degli Inglesi, all’elefante nella stanza: vi ricordate quando, appena due settimane fa, eravamo tutti (o quasi) sparati sulla spiaggia, a fare le nostre belle foto di libri sulla spiaggia tra un tramonto e un Mojito?

Incredibile come pochi giorni possano introdurre cambiamenti colossali: eppure, qui a Greyville ci sono attualmente 10 gradi (!), piove ininterrottamente da due giorni e l’ufficio mi sembra più cupo e asfissiante che mai. Ecco perché ho pensato di riportarvi tutti in spiaggia con uno speciale rentrée: un post di quiz e test letterari, per distrarvi durante i 112 giorni (!) che ci separano dalle vacanze di Natale. Pronti? Via!

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1) In quale personaggio di Alice nel paese delle meraviglie vi rispecchiate maggiormente? Attenzione ai risultati: potreste essere molto sorpresi. A me, ovviamente, è capitato il cappellaio matto…

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2) Qual è il vostro Heimat nel mondo letterario? Che sia l’Hampshire di Jane Austen o la New York del grande Gatsby, scopritelo qui.

3) Ah, l’ammmore, gioia e dolore, causa principale della consumazione di infiniti vasetti di Haagen-dazs (per me Strawberry cheesecake, grazie) e infiniti fazzoletti. Scoprite qui a quale coppia letteraria la vostra assomiglia maggiormente, o fate un giro da queste parti per scoprire se siete degli irresistibili rubacuori o quelli che finiscono sempre col cuore spezzato (e qui parte Bridget Jones che canta All by myself). Io apparentemente sono una Cathy Earnshaw, destinata a vagare tra le lande e le brughiere dello Yorkshire mentre Heathcliff sbatte la testa contro un albero e Linton mi aspetta inutilmente davanti al fuoco (capita anche ai migliori).

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4) Sempre in tema di amore&altri disastri, scoprite qui chi è il vostro tipo (o la vostra tipa) letterario ideale (Mr Darcy, aspetto sempre quel famoso invito a cena).

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5) A proposito di Janeite&co: a quale sorella Bennet assomigliate maggiormente? Indipendente, testarda, orgogliosa, senza peli sulla lingua: non potevo non essere una Lizzie. Passando a Piccole donne, per quale sorella March facevate il tifo? Scoprite qui se siete una Meg, una Jo, una Beth o una Amy.

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6) La grammatica, questa sconosciuta. Quali sono gli errori che vi danno maggiormente fastidio? Da uno a dieci, quanto siete nerd? Scopritelo qui.

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7) Nerd di tutto il mondo, uniamoci! Quali di questi incipit vi ricordate, e quali di questi finali?

8) Infine, le dolenti note: riveliamo tutti la nostra età in base ai nostri gusti e alle nostre abitudini di lettori. E, per riprenderci dallo shock, riscopriamo il bambino che è in noi, oppure scopriamo di quale storia dovremmo essere i protagonisti. Senza dimenticare, come ci ricorda Samantha Ellis in How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, siamo tutti protagonisti della nostra storia, che scriviamo e riscriviamo giorno per giorno, tra migliaia di errori, rimpianti e correzioni di franzeniana memoria.

Buon weekend, e fatemi sapere nei commenti o sui social i vostri risultati (o mandatemi la solita civetta di Hogwarts).

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Soundtrack: Nat King Cole, Those Lazy Crazy-Hazy-Days Of Summer

 

Le cose che ho imparato dalle eroine di Jane Austen

jane-austen-quotesNel mio percorso di lettrice quasi onnivora e blogger incostante e disordinata, mi sono resa conto  – con sorpresa e non senza una certa amarezza – che i lettori si dividono in due grandi fazioni: i Janeite (aka fan di Jane Austen: qui spiego l’origine del termine) e coloro che nel tempo ho deciso di definire Austenskeptics.

Chi sono gli Austenskeptics?

La fascia demografica maggiormente interessata da questo scetticismo, non scevro di molti, moltissimi pregiudizi, è rappresentata da uomini, solitamente tra i 20 e i 40 anni. Nella maggior parte dei casi l’Austenskeptic non ha nemmeno aperto un libro di Jane Austen, o ha visto uno degli adattamenti cinematografici (magari uno dei peggiori, tipo Bride and Prejudice, ovvero: Jane Austen meets Bollywood), o è stato costretto a studiare Orgoglio e pregiudizio da una cattivissima professoressa di letteratura inglese, che non ha mai perdonato.

Nella maggior parte dei casi, l’Austenskeptic ha solo una vaghissima idea di chi sia Jane Austen (che chiama Jane AustIn, scrivendolo proprio in questo modo) e rimane convinto del fatto che i suoi romanzi siano una specie di Dinasty in salsa Regency, abitati da inconsistenti fanciulle, le cui vite si diramano tra discussioni su pizzi, merletti e mussoline e complotti matrimoniali. Insomma, Becky Bloomwood, la shopaholic di Sophie Kinsella, incontra una triade composta da Gramellini, Moccia e Paulo Coelho. WRONG.

Nella categoria degli Austenskeptics rientra anche un discreto numero di donne, tra i 20 e i 30 anni, convinte del fatto che leggere la Austen intacchi un po’ il loro status di lettrici di romanzi “forti”, e che quindi verrebbero prese meno sul serio  – come dire a un carnivoro accanito: mangi troppa carne, sicuramente il pesce non fa per te. WRONG.

Da anglofila accanita che sogna di trasferirsi (presto) a Londra e per la pensione (che non arriverà mai, lo so, lo so) un buen retiro epicureo in un cottage nel Derbyshire o simili (magari dalle parti di Chatsworth House) ho letto e riletto i libri della Austen, apprezzandone il sarcasmo, la critica della società inglese dell’epoca, l’intelligenza e l’indipendenza delle sue eroine, lo stile, unico ed inimitabile. E, come spesso succede con quelle letture giovanili che ci si porta dietro – e dentro – da ogni vicenda, da ogni eroina ho estrapolato alcune delle lezioni di Aunt Jane.

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Credere nelle seconde possibilità

Anne Elliot, la timida ma decisa protagonista di Persuasione, soccombe alla pressione sociale, che la vorrebbe destinata a un buon matrimonio, e rompe il fidanzamento con l’amore della sua vita, Frederick Wentworth. Quando, anni dopo, lo incontra nuovamente, capisce di non aver mai smesso di amarlo, di aver sbagliato a lasciare che stantie convenzioni sociali diventassero causa della sua infelicità e solitudine. Wentworth non ha mai perdonato ad Anne di averlo lasciato ed è freddo e ostile con lei. Le rimprovera di aver ceduto alla persuasione esercitata alla sua famiglia, di non essere forte e decisa, di non averlo voluto abbastanza.

Davanti alla dolcezza e alla pazienza di Anne, Wentworth abbassa le sue difese e mette da parte il suo orgoglio, concedendole una seconda chance con una delle dichiarazioni più belle che io abbia mai letto:

Non posso più ascoltare in silenzio. Devo parlarvi con i mezzi che ho a disposizione. Mi straziate l’anima. Sono metà in agonia e metà pieno di speranza. Ditemi che non è troppo tardi, che quei preziosi sentimenti non sono svaniti per sempre. Mi offro di nuovo a voi con un cuore ancora più vostro di quando lo avete quasi spezzato la prima volta otto anni e mezzo fa. Non osate dire che un uomo dimentica più presto di una donna, che il suo amore ha una fine più prematura. Non ho amato altri che voi. Posso essere stato ingiusto, debole e pieno di risentimento, ma mai incostante.

(trad. Giuseppe Ierolli)

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L’arte di avere pazienza

Quando Jane Bennet (la bellissima sorella di Lizzie Bennet in Orgoglio e pregiudizio) crede aver di improvvisamente – e senza apparente ragione – perduto l’amore di Bingley, convinto di esserle indifferente, non inizia immediatamente ad odiarlo, non passa al prossimo spasimante, non si accontenta. Aspetta. Coltiva il suo cuore spezzato, lo nutre, lo rimette insieme. E torna a sorridere, ancora prima che Bingley torni da lei.

Detto da me, la persona più ansiosa e impaziente del mondo, può sembrare poco coerente; tuttavia, in un mondo troppo veloce, piegato alla filosofia del tutto e subito, ammiro l’ardente, coraggiosa, per nulla rassegnata pazienza delle eroine austeniane, la loro arte dell’attesa.

In Ragione e sentimento, Elinor aspetta Edward, intrappolato in un imprudente – e infelice – fidanzamento segreto. In Persuasione, Wentworth e Anne si aspettano, e tornano insieme dopo sette anni. La Austen instilla nelle sue eroine la necessità di fare le scelte più giuste per la loro felicità, senza accontentarsi, senza aver paura di rimanere sole – lei stessa non si è mai sposata, e, in una lettera alla nipote Fanny, le suggerisce di aspettare, non avere fretta: l’uomo giusto arriva, prima o poi. E, anche se non arrivasse, non sarebbe una tragedia.

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L’arte di non prendersi troppo sul serio

Lizzie Bennet, la volitiva protagonista di Orgoglio e pregiudizio, ama ridere di se stessa e degli altri, vedere il ridicolo nascosto in ogni situazione, anche imbarazzante o spiacevole – ad esempio, nella proposta di matrimonio del cugino, il pomposo Mr Collins, adulatore di professione. Benché ferita nell’orgoglio, riesce a farsi una risata anche sul rifiuto di Mr Darcy di ballare con lei, perché non abbastanza bella per tentarlo.

Se Lizzie è il sole, Mr Darcy è la luna, serio, composito, tendente al cupo. Quando, per stuzzicarlo, Elizabeth suggerisce alla sorella di Bingley di ridere di lui e lei si rifiuta, scandalizzata, la nostra eroina protesta con veemenza:

Non si può ridere di Mr. Darcy! È un vantaggio non comune, e spero che continuerà a essere non comune, perché per me sarebbe una grossa perdita avere molte conoscenze del genere. Mi piace così tanto una bella risata. (…)Spero di non mettere mai in ridicolo ciò che è saggio e buono. Stravaganze e sciocchezze, capricci e assurdità mi divertono, lo ammetto, e ne rido ogni volta che posso.

(trad. Giuseppe Ierolli)

 

La stessa Jane Austen, in una lettera alla sorella Cassandra, definisce Elizabeth “la creatura più incantevole che sia mai apparsa sulla carta stampata, e non so proprio come farò a sopportare quelli a cui non piace…”. Forse nessuna eroina le assomiglia tanto: praticamente coetanee (Elizabeth dichiara di non aver ancora compiuto 21 anni, l’età della Austen quando scrive Orgoglio&Pregiudizio) le due condividono la stessa vivacità intellettuale, la stessa curiosità per la natura umana, un senso dell’umorismo molto simile.

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Svenire è da mammolette

Dimenticatevi sali e fiori di Bach: Jane Austen, nel suo Amore e amicizia, parodia in forma epistolare dei racconti romantici scritta a quattordici anni e mezzo, insegna che è accettabile dar di matto e correre a perdifiato, a patto di non svenire. Io, che ho la pressione perennemente bassa e sono una vera e propria drama queen, lo abbino ad un altro suggerimento di Aunt Jane: le lunghe passeggiate all’aria aperta fanno miracoli per l’incarnato e conferiscono alle guance quell’adorabile rossore che nessun blush può eguagliare. Poco male se gonna e sottoveste subiscono gli agguati del fango: eravamo giovani, e avevamo gli occhi troppo belli. Come quelli scuri di Elizabeth, splendenti nel viso arrossato dalla lunga camminata fatta per andare a trovare la sorella innamorata, mentre l’algido, inarrivabile Darcy inizia, suo malgrado, a innamorarsi di lei.

Soundtrack: Angels in the room, Delta Goodrem

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The Ophelinha Gazette#7 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie – speciale Jane Austen

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Latito.

Faccio, disfo, inizio, lascio a metà, procrastino. E latito.

Il gazzettino doveva avere una cadenza settimanale bisettimanale mensile. Poi mi sono ricordata che la cosa che mi angoscia di più è la sveglia che suona al mattino, e che le scadenze mi fanno venire l’orticaria.

Quindi via libera al disordine discreto, all’anarchia colorata, all’improvvisazione che ha sempre regnato sovrana in questo spazio. E, dato che ho da poco scoperto Pocket e sto letteralmente esplodendo di articoli interessanti, beccatevi uno speciale sulla mia amata Jane Austen, insieme a un weekend soleggiato e pieno di promesse recondite, latenti – quelle promesse contenute nell’arrivo di ogni estate.

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– State vivendo in un romanzo di Jane Austen? Poco male: c’è bisogno di bellezza in questo mondo di bruti. Recatevi in pellegrinaggio presso i luoghi di zia Jane, alla ricerca di un Mr Darcy, il cui invidiabile aplomb – un misto tra snobismo e generosità, orgoglio e altruismo – nessun mortale riuscirà mai ad imitare.

– Vorreste vivere in un romanzo di Jane Austen? Mangiate come lei. Potete iniziare dalla colazione dei campioni proposta dal Guardian, con tanto di pound cake, o dal sacro rituale del tè (just high tea for me, please).

Breakfast: Jane Austen's pound cake
Illustration: Zoe More O’Ferrall for the Guardian

– Piccole Janeite crescono: c’è una quantità di roba meravigliosa per le wannabe damine Regency in erba, da libri splendidamente illustrati a cofanetti pop-up che diventano sale da ballo, popolate da figurine che rappresentano i personaggi più amati creati dalla mente geniale di zia Jane. Sono seriamente tentata di comprarli anch’io…

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– Per i nostalgici e le romantiche démodé, l’anatomia di una lettera Regency, tra fogli di carta ingiallita e fiori appassiti. Grossi sospiri.

– La vostra vita sentimentale fa acqua da tutte le parti? Rifatevi con i (pochi) baci rubati alle pagine austeniane, e ascoltate i consigli della saggia zia Jane: correte quanto volete, ma attente a non svenire, e non abbiate fretta, ché l’uomo giusto arriva, prima o poi (dicono).

– Signore e signori, il trofeo Grumpy cat per l’estate 2015 va a…Stephen King, il nuovo Mark Twain, che non solo non ha mai letto Jane Austen, ma non ha nemmeno le idee molto chiare su cosa abbia scritto! Ah Stephen, Stephen, non si tratta di un 50 sfumature di grigio tra merletti e crinoline, te lo possiamo assicurare. Provare per credere.

– Per finire, per chi pensasse ancora che zia Jane parlasse solo di come abbindolare un marito ricco senza dote, ecco un elenco di lezioni di femminismo da lei impartite nei suoi romanzi. La mia preferita? Non giudicare le altre donne per le loro scelte di vita (leggi alla voce Lizzie Bennet – Charlotte Lucas, quando quest’ultima decide di sposare il ridicolo Mr Collins).

Donne in ascolto, imparate da Jane Austen!

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The rules of (literary) dating – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

indexUn’educazione bovaristica e un’esposizione precoce a certi tipi di letture hanno l’indubbio svantaggio di generare aspettative che non potranno mai essere soddisfatte. Tuttavia, perché guardare il bicchiere mezzo vuoto? Se Jane Austen & company ci hanno insegnato qualcosa, è anche – e soprattutto – l’arte di percepire determinati segnali che, come campanelli d’allarme, gettano una nuova luce sul protagonista di una storia, rendendolo un eroe degno delle attenzioni della protagonista, un perfido cialtrone, un’insignificante macchietta.

Perché allora non utilizzare questo “superpotere” anche nella vita di tutti i giorni? In fondo, la letteratura è imitazione della vita, no?

Quindi vi propongo un inventario semiserio (che mi sono divertita un sacco a compilare) di tipologie di eroi/vili marrani in cui ogni lettrice che si rispetti è incappata, prima o poi, tanto tra le pagine di un libro che nella vita vera.

In quale tipologia vi rispecchiate maggiormente? In ogni caso, niente panico: come scriveva Jane Austen alla nipote Fanny Knight

Non andare di fretta; abbi fiducia, l’Uomo giusto alla fine arriverà; nel corso dei prossimi due o tre anni, incontrerai qualcuno più unanimemente ineccepibile di chiunque tu abbia già conosciuto, che ti amerà con un ardore che Lui non ha mai avuto, e che ti affascinerà in modo così totale, da farti sembrare di non aver mai veramente amato prima.

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Tipologia A – Il Mr Darcy (Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen)

Non è sicuramente il tipo adatto a fare il +1 ad un matrimonio, un compleanno, una cena di lavoro, nè il partner ideale per il corso di tango, dal momento che si rifiuta di ballare. A pensarci bene, non è solo il ballo il problema: la sua vita sociale è fortemente limitata dalla sua scarsa disponibilità a mescolarsi con la gente che non conosce, da quella sua tendenza a fare un po’ l’orso della situazione e a starsene in disparte, con un’espressione tra il serio e l’annoiato, studiando attentamente i titoli della libreria del padrone di casa di turno (probabilmente per criticarne segretamente gusti e scelte).

Non ha un grandissimo senso dell’umorismo, è riservato e ha bisogno di (tanto) tempo per aprirsi, e accordare la sua fiducia: tempo che passerete cercando di capire cosa gli passi veramente per la testa. In fondo è un po’ come un riccio, irto e irsuto fuori, sorprendentemente dolce e gentile dentro. Onesto, leale, generoso, è sempre pronto a dare una mano, specie se si tratta di tirare fuori dai guai la fanciulla che occupa gran parte dei suoi (criptici) pensieri, magari a sua insaputa. Dire che ha un brutto carattere è un eufemismo: è spesso burbero e cupo, tremendamente orgoglioso (potremmo dire pieno di sé..): una volta persa, la sua stima è persa per sempre. Testardo fino all’esasperazione, non darà soddisfazione alle insicure in cerca di conferme: ma le sue (rarissime) dichiarazioni, lungamente represse, sono sincere e impetuose, e non ci si dimentica facilmente della sua ardente stima e ammirazione.

Il Mr Darcy scrive inoltre bellissime lettere, ma le amanti del genere epistolare non dovrebbero nutrire illusioni: le sue missive sono infatti volte a riparare qualche suo errore di giudizio tremendamente stupido, che avrà diminuito infinitamente il suo valore agli occhi della Lizzie di turno, incline, a sua volta, a cadere vittima dei suoi pregiudizi. Ma, in fondo, il bel tenebroso piace anche per questo, no? Lunghe passeggiate all’aria aperta possono rivelarsi il metodo migliore per superare le (innumerevoli) controversie, perché, ammettiamolo, quando ci innamoriamo perdiamo tutti la ragione (vero, zia Jane?)

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Tipologia B – L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë)

Ammettetelo: vi piacciono i bad boy, i tipi cupi, tormentati, misteriosi, irrequieti, inquieti, sempre fuori posto e fuori tempo. Se è cosi, Heathcliff, il selvatico e appassionato protagonista maschile di Cime tempestose, la cui complicata personalità, a cavallo tra bene e male, incarna quelle lande selvagge e desolate dello Yorkshire che fanno da sfondo alla sua storia d’amore con la capricciosa Cathy, fa al caso vostro.

Non potreste mai invitarlo a mangiare la lasagna a casa di vostra madre la domenica, anche perché, diciamocela tutta, molto probabilmente non si presenterebbe (senza nemmeno avvisarvi): ma riuscirebbe comunque a farsi perdonare il bidone, perché il ragazzo sa farci con le parole, quando vuole.

Non è di certo una persona convenzionale o ortodossa: gli piace distinguersi e fare l’alternativo, e poco gli importa dell’opinione altrui.

Nessuno potrebbe mai capire il vostro amore: ma, anche se il mondo intero fosse contro di voi, non v’importerebbe, perché le vostre anime sono fatte esattamente della stessa sostanza. Il vostro amore non cambierà come le foglie d’autunno: piuttosto, somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi stessi, una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria.

Il problema è che, a volte, il suo comportamento fin troppo eccentrico e sprezzante potrebbe portarvi a vergognarvi di lui, e ad allontanarvi. In questo caso, l’Heatchliff sarebbe portato a farvi vedere la sua parte peggiore di sé: sprezzante, possessiva, gelosa, poco incline a perdonare e a dimenticare.

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Tipologia C – Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell)

(Vedi anche alla voce: potrei ma non voglio, vorrei ma non posso)

Che strazio i se e i forse! Se non aveste sprecato tempo prezioso sospirando drammaticamente per qualcuno che, in fondo, non sarebbe mai stato quello giusto, forse vi sareste accorte prima di quel Rhett che vi stava accanto, aspettando solo di essere notato da voi.

Il Rhett non corrisponde allo stereotipo di gentiluomo americano del Sud – anzi. Beve come una spugna, bestemmia come un camionista, non si sottrae mai a una rissa, e, francamente, se ne infischia dell’opinione altrui.

Non si sdilinquisce in complimenti, dice sempre quello che pensa, è egoista ma generoso al momento opportuno, protettivo dei più deboli (Bella Waitling vi dice qualcosa?), e, udite! udite! Ama i bambini!

La sua pazienza sconfina nella testardaggine: tuttavia, dopo aver superato un certo limite, francamente se ne infischia. Poco male: domani è un altro giorno, vero?

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Tipologia D – Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez)

Il Florentino non è un tipo che si fa notare: è quasi insignificante, nascosto sotto un mantello dell’invisibilità di potteriana memoria. Eppure, ha un suo perché: scrive incantevoli lettere d’amore, e si distingue per la sua incredibile tenacia, che lo rende capace di attendere 51 anni, nove mesi e quattro giorni (beh, forse non così tanto: ma ho reso l’idea, no?), sfidando l’odore penetrante delle mandorle amare armato delle sua silenziosa pertinacia.

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Tipologia E – Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen)

Fanciulle, fate attenzione: il Willoughby vi mentirà spudoratamente, negando davanti alla più palese evidenza; vi farà aspettare ore e ore (con conseguenti gastriti e insonnie) una sua chiamata (che non arriverà mai, ovviamente); vi farà credere di essere l’unica (ingenua, che crede che le “telefonate di lavoro” possano arrivare anche dopo mezzanotte). Arriverà perfino a chiedervi un ricciolo da tenere sempre con sé, e a farvi visitare (di nascosto, s’intende) la magione di sua zia che spera di ereditare, un giorno.

Diciamocela tutta: è insopportabilmente affascinante, ha (o finge di avere) i vostri stessi gusti musicali e letterari, è sempre pronto a farvi da complice quando avete voglia di ridere di voi stesse e degli altri – specie di quel qualcuno timido e un po’ imbranato che cerca di ronzare dalle vostre parti (povero colonnello Brandon).

Poi non dite che zia Jane non vi aveva messo in guardia: lettrice avvisata, mezza salvata.

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Tipologia F – Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Date retta a Charlotte Brontë: non uscite col vostro capo (o collega). Se proprio non riuscite a farne a meno (ah, l’ammmmore), cercate almeno di capire se avete a che fare con Il Rochester.

Se fa finta di flirtare con fanciulle dal nome pretenzioso (Blanche, dico a te) e il suo comportamento oscilla schizofrenicamente tra il possessivo e il distaccato, è molto probabile che nasconda in soffitta qualche scheletro (o una moglie pazza).

Tuttavia, se riuscite a fare breccia nel suo cuore di pietra, dirimere i nodi del suo oscuro e tormentato passato e raggiungere con lui un rapporto assolutamente paritario (senza aspettare che, per esempio, perda parzialmente la vista in un incendio per riconoscere che ha bisogno di voi, perché, per dirla tutta, è anche un po’ misogino) allora, lettrici, potreste anche arrivare a sposarvelo.

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Tipologia G – L’Amleto (Amleto, William Shakespeare)

V’ama, non v’ama, v’ama, non v’ama. Vi trova fin troppo belle, così belle che l’unico modo per preservare la vostra purezza e onestà è chiudervi in un convento. Ha problemi a casa (e che problemi, tra complesso di Edipo, di Medea, ecc.), il momento non è quello giusto, probabilmente frequenta compagnie (fantasmi) sbagliate (defunte).

In ogni caso, i suoi problemi esistenziali sono decisamente più grandi di voi due messi insieme. Se passa troppo tempo a parlare da solo con un teschio in mano, non aspettate di fare la fine della dolce e bellissima Ofelia: scappate.

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Tipologia H – L’Otello (Otello, William Shakespeare)

Attenti alla gelosia, quel mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre!

Tutto va bene tra voi; eppure, per qualche oscuro, recondito motivo, L’Otello avverte l’insana necessità di controllare costantemente il vostro telefono (appena vi girate dall’altra parte), giocare al piccolo hacker col vostro account Facebook, chiedere a un amico di sorvegliarvi.

L’Otello sembra forte, ma ha una personalità molto debole: è facile manipolarlo e convincerlo del fatto che due più due faccia cinque, a scapito della vostra relazione (e della vostra salute mentale).

Ricordatemi se queste cose finiscono bene, ché ho un’amnesia temporanea.

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Tipologia I – L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov)

Magari è amore a prima vista, ultima vista, eterna vista, ma lui vi sembra forse lievemente ossessionato dal suo primo amore pre-adolescenziale e non riesce proprio a smettere di parlarne?

Scappate.

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Tipologia J : Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj)

Il Vronskij non è tipo da tirarsi indietro davanti a una sfida: quando si prefigge un obiettivo, niente può fermarlo. Quando vuole qualcosa, deve averla. Più è difficile ottenerla, più la vuole. Niente e nessuno (che sia un noioso marito burocrate, o una madre desiderosa di farlo sposare per soldi) possono distoglierlo dalla meta prefissa.

Il fatto che sia estremamente affascinante è innegabile: tuttavia, la sua esteriorità patinata spesso nasconde una personalità narcisistica e superficiale, interessante e profonda quanto i discorsi motivazionali delle candidate a Miss Italia.

Siete sicure di aver veramente trovato l’anima gemella, e di voler sacrificare tutto per lui?

Potete leggere questo post in Inglese qui.

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