Lost in translation (L’amore tradotto)



Walking back to you
Is the hardest thing that
I can do
That I can do for you
For you…
Just like honey, The Jesus&Mary Chain

Anzitutto: la traduzione in Italiano è improponibile. Non solo perchè l’amore non si può tradurre (si hanno infiniti problemi a tradurre da una lingua all’altra, e i sostenitori di Google translator o software per traduzioni meccaniche e perfette non possono che far rabbrividire chi prova per le parole un piacere sensuale, chi ha mai sperimentato l’estasi tattile del contatto con vecchi dizionari di Greco e di Latino ereditati da genitori o da nonni; enfin, è difficile tradurre le lingue, figuriamoci un linguaggio complesso come l’amore) ma anche, e soprattutto, perchè i due protagonisti si sono persi, nel senso proprio del termine. Irrevocabilmente, inesorabilmente, inequivocabilmente persi.
E non solo perchè si trovano entrambi a Tokyo, città della quale non comprendono non solo la lingua ma anche le dinamiche, la velocità, i ritmi diversi, e le luci, tutti quei neon che la Coppola inquadra magistralmente. Il risultato è una Tokyo claustrofobica, ben lontana dall’immagine del Giappone rassicurante e sorridente che è un po’ lo stereotipo comune: è una città alienante, che fa paura, soprattutto a due persone, per motivi diversi, sole.

Bob (Bill Murray) è un attore agli sgoccioli della carriera, a Tokyo per interpretare lo spot di un whiskey, assistito da una balzana interprete. Finisce poi per partecipare, tra le altre cose, ad un ridicolo ed umiliante talk show giapponese. E mentre si rivede in televisione, è costretto a spegnere, perchè vede la parte peggiore di sè, quella che ha toccato il fondo.
Bob ha una moglie che gli telefona spesso e gli invia anche tanti fax con domande essenziali e assolutamente non rimandabili come il colore della tappezzeria da scegliere per il suo studio, ma non sembra preoccuparsi poi molto di quando torni, dove sia o cosa faccia.
Bob ha dei figli che si arrabbiano per le sue assenza, ma poi si abituano, tanto da non voler nemmeno parlare al telefono col padre.
Bob non sa dove sta andando. Bob è solo.

Charlotte (Scarlett Johansson) è la giovane moglie di un fotografo rampante, che ha seguito a Tokyo il marito per motivi di lavoro. Charlotte si è laureata in filosofia a Harvard, ma non ha un lavoro. Ha tentato con la fotografia e con la scrittura, ma senza successo.
Charlotte si porta con sè una nube di domande, travolgente cone il suo profumo, addosso, intorno a sè, sotto il suo ombrello, mentre cammina per le strade di Tokyo: si è sposata troppo giovane? Ha sposato quello che non era poi davvero il grande amore della sua vita? Ha rinunciato troppo presto alla definizione e alla ricerca di se stessa, assumendo il ruolo di moglie?
Sono domande sospese a mezz’aria, che lo spettatore deve indovinare, perchè Charlotte non si svela. No signori, Charlotte non si dà. Ma i suoi occhi tristi e disillusi, quel sorriso che non arriva ad illuminarle lo sguardo, dicono forse più di mille parole.
Emblematica la scena nella quale Charlotte si trova involontariamente ad assistere ad un matrimonio giapponese: la sposa indossa abiti ed acconciatura tradizionali, è bianca e truccata come una bambola di porcellana, sembra artefatta. Cosa pensi, Charlotte? Ti rivedi in lei?
Charlotte non sa dove andare. Charlotte è sola.

Due solitudini (e due insonnie) si incrociano in un hotel bicromo e monotono.

Queste due solitudini si toccano, e ancora una volta non ci è dato di capire in che misura e con che consequenze. Forse germoglia il bocciolo di un sentimento, tant’è che quando Charlotte fa una gita a Kyoto e Bill, ubriaco, passa la notte con una cantante, la ragazza è rigida e risentita nei suoi confronti.
Il loro addio è gelido, brutale.
Ma Bill, passando in macchina diretto all’aereoporto, la vede, scende, la raggiunge, la abbraccia, le sussurra qualcosa, che le fa luccicare gli occhi. Le parole sono solo sussurrate, e la stessa Coppola ha dichiarato che non c’era un copione deciso, e solo gli attori sanno quello che è stato detto.

A me piace pensare che lui le abbia detto che è troppo giovane per arrendersi. Che deve andare a cercare se stessa, realizzarsi come donna, sbocciare, brillare di luce propria. Che è troppo presto per credere che un amore pallido e mediocre, che altro non è che la riflessione del sentimento stesso, sia tutto quello al quale è destinata. Che se c’è qualcuno che ha imparato a scrivere a novant’anni ed è diventato uno scrittore (come James Arruda Henry e il suo A Fishermen’s language) allora è davvero possibile sognare, e non è mai troppo tardi per cominciare, o ricominciare. Magari insieme.

In ogni caso, penso il messaggio della Coppola sia che siamo tutti persi. Perchè abbiamo perso la capacità di tradurre ciò che abbiamo dentro, e le ragioni del cuore, sostiene Pereira).

Soundtrack

Just like Honey, The Jesus and Mary Chain

Rossana a Cyrano (Berg&Rac)

Mais je m’en vais, pardon, je ne peux faire attendre
Vous voyez, le rayon de lune vient me prendre !
(Edmond Rostand, Cyrano de Bergerac)
Cyrano e Rossana (Gérard Depardieu e Anne Brochet)

Caro Cyrano,

siedo in questo giardino, nell’aria frizzante del crepuscolo, come quella sera di tanti anni fa, quando ti sei accasciato contro il tronco di un albero, quello stesso albero che mi guarda ora immoto, imperturbabile, sereno, estraneo alle vicende umane e alle vicissitudini del cuore.

Mio dolcissimo Cyrano, non ci sei più, da anni ormai, e ti sei spento pronunciando quelle parole. Le parole che attendevo da tutta una vita. Ti sei spento dichiarandomi il tuo amore.

Il mio non te l’ho mai dichiarato, mio dolcissimo amico, mio signore amato, ma sento che le ombre che scendono lentamente stasera si allungano inesorabili a porre fine alla mia inutile esistenza. Un’esistenza di attesa. Un’esistenza di lutti. Un’esistenza sterile.

Ma tempus fugit, mio dolce Uomo della Luna, e la notte incombente scioglie la mia lingua e mi rende più ardita. Ti ho sempre amato, Cyrano. Da quando avevo le trecce lunghe sulle spalle e tu mi prendevi a cavalluccio facendomi girare forte forte per spaventarmi. Da quando bambina ti prendevo in giro per il tuo naso solo nella speranza che tu ti accorgessi di me, la tua piccola, pallida cugina senz’arte nè parte, mentre tu incantavi tutti con la tua lingua senza freni e il tuo coraggio senza filtri.

Ti ho amato mentre crescevo, mentre da goffa adolescente diventavo una giovane donna piacente, mentre cercavo di leggere e studiare per renderti fiero di me.

Ti ho amato quando temevo per te, quando le tue parole erano troppo taglienti e le tue azioni troppo spregiudicate. Ti ho amato perchè eri diverso da tutti i Montfleury e i De Guiche. Ti ho amato, e ho atteso invano.

E mi sono infatuata di Cristiano. Perchè era bello, e mi sussurrava nell’ombra quelle parole che sognavo da sempre. Ma vedi, mio amato Cyrano, ci sono due tipi di amore: l’amore che parte dagli occhi e scende nel cuore e quello che nasce nella testa, ti sconvolge i pensieri, ti annebbia il cervello, ti vela lo sguardo, ti brucia il cuore.

Il mio amore per Cristiano è partito dagli occhi. E’stato un amore fatto di vanità soddisfatta, di desiderio di essere finalmente amata, di essere riconosciuta come donna, come persona affascinante, intelligente, degna di stima e di affetto. Ma il mio amore per te, Cyrano! Quello è tutt’altra cosa e durerà fino al momento in cui questi poveri occhi stanchi si chiuderanno per sempre, e anche oltre io credo. Il lutto che porto, mio signore, amore mio, lo porto per il nostro povero amore, a quello che potevo essere e non è mai stato. Per il tuo stupido e cieco orgoglio, che ti faceva pensare che a te fosse per sempre proibito il sogno di un amore. Per la tua sciocca timidezza, che ti faceva nascondere dietro il tuo naso, che adducevi come pretesto per sfuggire dal mondo, per vivere le vite degli altri.

Quella notte, Cyrano, ho riconosciuto la tua voce. Ma ho voluto credere fosse la voce di Cristiano, perchè ero stanca di aspettare. Dopo tanti anni, credevo fosse arrivato il momento di vivere, e amare.
Quanto mi sbagliavo, mio Signore della Luna.

La stessa voce l’ho sentita di nuovo quella sera, tanti anni fa, la sera in cui mi hai confessato il tuo amore prima di andartene per sempre, inseguendo il tuo raggio di luna. Stasera tocca a me, ma non vedo nessuna stella e nessun raggio. La sera scende sempre più buia, stendendo un velo di cupo damasco intorno a me. Ma non ho paura, mio signore, signore amato. Perchè sento che esiste un posto dove non soffriremo più, e tutto sarà giusto, e sole ed ombra saranno uniti di nuovo. Perchè voglio credere che esista un posto dove si possa amare senza onta e senza peccato, senza vergognarsi delle proprie deformità fisiche, senza fingere di essere chi non si è, senza temere di non essere degni dell’amore dell’altro.

Mio adorato Cyrano, non hai amato invano. Non ho mai dimenticato Cristiano: gli ho sempre voluto bene, di un affetto costante ed immutato, dello stesso colore delle foglie d’autunno che, placide, si specchiano in uno stagno. Ma tu mi sei entrato nel sangue, nella linfa vitale, l’hai permeata ed hai vissuto ogni giorno con me. Nel mio cuore. Nei miei gesti. Nel mio ricordo.

Mio Signore della Luna, stanotte ti aspetterò al mio balcone. Spero stavolta troverai il coraggio di uscire dall’ombra nella quale ti nascondi, di venire fuori dal fitto fogliame del mio giardino, di guardarmi negli occhi e dichiararmi il tuo amore, avvolgendomi come allora nell’incanto delle tue magiche parole. E che stavolta mi porterai con te, sul tuo raggio di luna, in un posto dove finalmente potremo entrambi trovare pace, e riposare, e amare. Insieme.

Tua, stavolta per sempre,

Marianna Robin, alias Rossana de Bergerac

(@OphelinhaPequena)

Soundtrack

Cyrano  (Francesco Guccini)

Rossana, Rossana (Roberto Vecchioni)

Aspettando Keira Karenina..rileggendo Anna

In trepidante attesa dell’adattamento di Anna Karenina a cura di Joe Wright, con una splendida Keira Knightley…riprendo in mano questo romanzo che tanto amo, e che ho letto in due momenti topici della mia vita, a distanza di dieci anni.
Adoro Anna. E’ una figura di donna splendida, a tuttotondo, complessa, fragile, coraggiosa, determinata, spaventata. Innamorata dell’amore. Innamorata della vita. Innamorata di suo figlio.

C’è una frase che amo in particolare, e che per me rivela tutto sul carattere di Anna. In realtà è una condanna feroce, mossale dalla madre di Vrònskij dopo la sua morte:

No, qualunque cosa diciate, una persona cattiva. Via, che passioni disperate sono queste! E’ sempre un dimostrare qualcosa di speciale. Ecco che lei appunto l’ha dimostrato. ha rovinato sé e due ottime persone: suo marito e il suo sventurato figliolo!

Questa è Anna e non è Anna al tempo stesso. Lo è perchè lei è così: vuole succhiare il midollo della vita, vuole vivere le passioni fino in fondo, vuole sentirsi viva, viva, viva, di quella vita che tanta vita fa male, di quella vita che scorre per le vene, infiamma il sangue e brucia l’anima.
Anna non vuole esistere, vuole vivere. Anna non vuole un marito che le sia affezionato e che lei ricambia senza passione, con la forza della quotidianità. Anna vuole essere la più bella in un salone da ballo sotto la luce di un lampadario, nel suo vestito di velluto nero, con le belle braccia bianche tornite e i riccioli neri raccolti.

Per tutto il romanzo c’è questo parallelismo costante – genialmente ripreso e sottolineato dalla mia amatissima Muriel Barbery ne L’elegance du herisson, L’eleganza del riccio – tra luce ed ombra, bianco e nero, mussoline e velluto. In breve, Anna e Kitty.

Lo confesso, non provo simpatia alcuna per Kitty. La bella, giovane e viziata principessina Scherbatskaya che, dopo essere stata illusa e respinta da Vronskij, si rifugia nell’affetto di Levin..ma lo ama veramente poi? Levin che pensa costantemente alla morte, Levin che non riesce a provare affetto per il figlio, Levin che venera sua moglie ed è possessivo e geloso, ma la conosce poi veramente?

No, io parteggio per Anna. Nonostante – e anzi forse a maggior ragione – il tono di condanna che accompagna Anna per tutte le 933 pagine (edizione BUR tradotta da Leone Ginzburg).
Non sono certamente una critica letteraria, ma la mia impressione è che Anna venga condannata senza appello. Il suo suicidio non è ordito da un fato capriccioso, non si inserisce in uno schema del tipo “La vita finisce dove comincia”, come nell’Edipo Re di Pasolini, in cui il più innocente degli innocenti viene punito per colpe ereditate dai suoi avi. No, è una condanna consapevole, pagina per pagina, parola per parola: Anna sbaglia, Anna pecca, Anna muore. Come dichiara la madre di Vronskij – sempre lei! e non era nemmeno sua suocera! –

Si, ella è finita come appunto doveva finire una donna così. Persino la morte se l’è scelta brutta e vile.

Leggendo Anna Karenina,  la domanda che pervade tutte le sue pagine è per me la seguente: l’essere umano ha diritto alla felicità? anche a scapito dell’infelicità di altre persone, delle critiche dei benpensanti, dell’esclusione sociale, della solitudine, della dannazione?
La vita è una sola e non c’è posto per le seconde possibilità. Meglio sguazzare tra rimorsi o rimpianti?
Meglio guardare la vita dal finestrino polveroso del treno o scendere da e viverla, anche a scapito di finirci, sotto quel treno?
Meglio esistere o vivere?

Anna è già stata punita. E’ una donna mutilata. Ha perso il suo amatissimo bambino, come punizione inflitta da Karenin e dalla sua consigliera (così una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto…) e non riesce a trasferire il suo amore materno sulla piccola Anny, figlia di Vronskij.

Non c’era bisogno di farla schiacciare dalle rotaie. Anna era già a pezzi. Dentro, dove nessuno poteva vederla. Nel suo cuore. Nella sua anima. Nel suo povero amore deluso ed umiliato.

Anna e Vronskij

Anna e Karenin

Le notti bianche

Le notte bianche di Luchino Visconti (1957)
Una notte d’amore è un libro letto in meno… – Honoré de Balzac
..Fu creato forse allo scopo di rimanere vicino al tuo cuore, sia pure per un attimo?…
                        (Ivan S. Turgenev)

A volte ritornano. Quelle notti in cui si fa a pugni con la stanchezza e l’impossibilità di addormentarsi. In cui il sonno, atteso lungamente e allontanato durante la giornata a colpi di caffè, non si decide proprio a presentarsi. In cui il tempo si dilata o si contrae, e si perde il senso della realtà, e la lancetta dell’orologio ruota in senso antiorario.
Pensieri piccoli e grandi. Preoccupazioni triviali e dubbi esistenziali. Passato presente e futuro. Speranza e paura. Ricordi remoti e sensazioni vicine. Vuoti e voragini. Tutto questo e molto altro crea una corazza di difesa contro il sonno, e a nulla valgono i rituali per conciliarlo, a nulla valgano le docce tiepide, le tisane, i libri sul comodino, il Moleskine in cui annotare pensieri passeggeri per sentirsi più leggeri.
In una notte come queste, ho ripreso in mano il bellissimo racconto Le notti bianche di Dostoevskij, e mi sono lasciata avvolgere nuovamente dall’incanto del sognatore, incapace di scendere a patti con la realtà, di abbandonare la sua finzione dorata e semplicemente vivere. Mi sono commossa per l’ingenuo dolore di Nàstenka, la fanciulla che vive legata alle gonne della nonna da uno spillo, e attende un uomo che l’ha portata per la prima volta all’Opera a vedere Il Barbiere di Siviglia e quando lei, distrutta dalla notizia del suo trasferimento, si  presenta nel suo appartamento munita di fagottino per scappare con lui, le promette di tornare dopo un anno esatto, di sposarla, di portarla via con sè, di liberarla dalla sua schiavitù..

Quattro sono le notti che Nàstenka ed il sognatore passano insieme, aspettando. Qualcuno, qualcosa. Nàstenka aspetta il suo Lui, sempre più trepidante, ebbra di sogni, tremante di insicurezza; il sognatore cerca di cogliere appieno la prima opportunità di vita vera che gli si è presentata, talmente impegnato ad innamorarsi di lei, così angelicata e al tempo stesso così reale, perfetta incarnazione di quell’ideale tanto a lungo sognato, da non accorgersi che lei non è sua, non potrebbe mai esserlo nemmeno se Lui non si presentasse, perchè è tutta di Lui, dell’altro.

Bellissime le parole con le quali il sognatore rivela la sua essenza a Nàstenka, quando nel corso dell prima notte la fanciulla lo taccia di impazienza:

Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.

Sicuramente domani ritornerò qui, proprio qui, in questo posto, e proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando quello che è successo. Già questo posto mi è caro. A Pietroburgo esistono già due o tre di questi posti. Una volta mi sono messo persino a piangere al ricordo, come voi… Perché forse, chissà, anche voi, dieci minuti fa, piangevate per un ricordo… Ma perdonatemi, ho divagato di nuovo; voi, forse, una volta siete stata qui particolarmente felice….

Quando, nel corso della quarta notte, Lui non si presenta, Nàstenka si dichiara pronta, al culmine della sua giovanile ed esausta delusione, a trasferire il suo affetto da lui al sognatore…fosse facile!
Quando si incamminano verso casa, Nàstenka e il sognatore, Lui arriva. Lei lancia un grido, ed è subito tutta sua. Di nuovo. Probabilmante perchè lo era sempre stata.

Il mattino, tuttavia, non porta amarezza e rancore nel cuore del sognatore:

Non pensare, Nasten’ka, che io ricordi la mia umiliazione, né che voglia oscurare la tua serena e calma felicità con una nube scura.

Non pensare che voglia rattristare il tuo cuore con amari rimproveri, che voglia addolorarlo con un rimorso segreto, che voglia renderlo melanconico nel momento della beatitudine, che voglia strappare uno solo di quei teneri fiori che tu hai intrecciato tra i tuoi riccioli neri quando, insieme a lui, sei andata all’altare… Oh! mai, mai! Che il tuo cielo sia sereno, che il tuo sorriso sia luminoso e calmo! Sii benedetta per quell’attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore, solo, riconoscente!

Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?

Nelle sue notti bianche, il giovane Dostoevskij vaga per le strade di San Pietroburgo alla ricerca di se stesso. Nàstenka aspetta il suo futuro sposo, e spera. Il sognatore aspetta che arrivi il suo momento di innamorarsi, e vivere.

Forse se le mie notti sono bianche non è colpa dell’insonnia, e il rimedio non sarà un qualche intruglio di passiflora e valeriana. Forse anch’io sono alla ricerca di qualcosa. Un’occasione perduta ma mai dimenticata. Una seconda possibilità. Un modo di riscattarmi, di buttare via tutta la pesantezza del mio essere e volare via leggera. Di cancellare tutte le cose che non vanno and start from scratch.

Forse anch’io aspetto qualcuno. Forse un Nininho distratto che da troppo tempo si dimentica di farmi visita o forse, più semplicemente, la parte migliore di me stessa.

Sta di fatto che queste notti bianche, ben diverse dalle notti in bianco, ci logorano dentro. E l’alba ci sorprende tramortiti all’angolo del ring dopo aver perso ancora una partita di boxe.
E il fiorire del mattino ci trova pulcini infreddoliti, spettinati e bagnati, appena nati ma che hanno già perso la strada per tornare al loro nido.

Marcello Mastroianni e Maria Schell in un’intensa scena de Le notti Bianche di Visconti

Guest post: le segretarie di Giulietta Capuleti

Olivia Hussey in Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli

 

 

But who are you that advancing in the darkness of the night you stumble upon my most secret thoughts?
                      (William Shakespeare, Romeo and Juliet)

 

Claire Danes in Romeo+Juliet di Baz Luhrmann

Love is the only inspiration 
                                 
                               (Shakespeare in Love)

 

Gwyneth Paltrow e Joseph Fiennes in Shakespeare in Love

Vorremmo l’amore fosse una cosa semplice; ma non lo è, e il più delle volte dobbiamo affrontare questa realtà. As simple as that. Come se fosse facile.
Nella mia visione masochista-romantica-bovaristica-contorta, non solo l’amore è l’unica fonte di ispirazione: l’amore infelice lo è ancora di più. Perchè un amore infelice – perchè non corrisposto, perchè contrastato, perché reso difficile dalle distanze, dai tempi, dalle tempistiche, dalle aspettative diverse – fa rifugiare nella scrittura. Le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire: non mi stancherò mai di sostenerlo. Le parole sono causa e rimedio dello stesso male.

Scrivendo questo post, mi è capitato di ripensare alla parole di Lionel Trilling sulla Lolita di Kubrik. Trilling, critico letterario statunitense tra i piu influenti, definì il romanzo di Nabokov la prima grande storia d’amore del XX secolo, per quel senso di estraniazione che i protagonisti di tutte le grandi storie d’amore vivono, al pari di Romeo e Giulietta, Anna Karerina, Madame Bovary, per quell’elemento di illecito o quello che è considerato illecito al tempo in cui la vicenda è ambientata.
In generale, secondo Nabokov, all the great love stories have been scandalous, perché sono andate a sconvolgere un ordine sociale prestabilito.

E chi sono i due giovani, giovanissimi amanti per antonomasia, che si sono opposti ad un’inutile, vuota faida familiare, che hanno vissuto il loro acerbo amore fino alle estreme conseguenze, fino alla morte, o, come preferisco pensare, fino all’eternità? Ma ovviamente Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, ormai nell’immaginario collettivo rappresentazione dell’amore infelice per eccellenza.

Se tutti conoscono la tormentata vicenda dei due giovani amanti veronesi, non tutti sanno che è possibile scrivere a Giulietta (a meno che non abbiate visto il  film Letters to Juliet…)
Per raccontarle cose che non osiamo confessare nemmeno a noi stessi. Per chiederle consiglio. Per cercare di mettere i nostri pensieri nero su bianco, nel tentativo di riordinarli, di fare chiarezza, di sentirci più leggeri. Perché scrivere è catartico, sempre.

 

Amanda Seyfried in Letters to Juliet

A rispondere provvedono le solerti segretarie di Giulietta, alle quali abbiamo accennato qualche post fa. Per sapere tutto, ma proprio tutto sull’attività di queste donne meravigliose – sono tutte volontarie – vi rimando all’apposito sito).

Lascio ora la parola a Giulietta stessa:

Logo del Club di Giulietta

 

Sono una delle “segretarie” che prestano la penna a Giulietta, immortale eroina veronese e simbolo di amore eterno. Il Club di Giulietta opera da molti anni per accogliere appunto la corrispondenza che arriva a Verona da ogni angolo del pianeta.

Siamo un gruppo di donne volontarie, di varie età ed esperienze. Ogni lettera viene letta, tradotta e a tutte diamo una risposta personale in tutte le lingue, secondo le nostre conoscenze. Io sono la più “antica” fra di noi e dalle mie mani sono passate migliaia di lettere e mail … Mi occupo delle missive in lingua italiana e francese e dei casi più “difficili”. Chi scrive oggi a Giulietta? Persone di ogni provenienza, sesso, età e cultura. Ogni lettera è un piccolo spaccato di vita, una finestra sull’immaginario, un flash sulle emozioni, un ponte che annulla distanze geografiche e culturali.

Si scrive quando il livello di razionalità si abbassa, spesso di notte, quando forte è il potere del sogno, del desiderio, del dolore o della solitudine. Perché Giulietta non giudica, non ha pregiudizi, come potrebbe essere altrimenti? Sono guest star per un po’ in questo blog e avrò il piacere di ascoltarvi e di rispondervi. Non vi rivelo il mio vero nome, immaginatemi come desiderate e chiamatemi semplicemente Giulietta…

Dopo aver parlato con lei, non riuscivo a togliermi dalla testa come ci si dovesse sentire, leggendo tutte quelle lettere, tutte quelle storie, alcune sicuramente di amori felici (Wislawa docet), ma tante altrettanto sicuramente devastanti. E mi è venuto in mente quello che Ralph dice a Isabel in Ritratto di Signora, prima di morire:

Il dolore è profondo, ma poi passa, alla fine… sta passando ora. L’amore resta… io credo che non sia giusto che un errore generoso come il tuo debba costarti tanta sofferenza… E ricordati questo: che se sei stata odiata, sei stata anche amata…
(Ritratto di Signora, Henry James)

Soundtrack:

Romeo and Juliet (Dire Straits)

Romeo+Juliet – Talk show host (Radiohead)

Il Club di Giulietta (quale sarà la nostra?)

Caro Scott, carissima Zelda

Le cose belle e i primi anni…mi accompagneranno per sempre

Scott a Zelda, 26 aprile 1934

Caro Scott, carissima Zelda, Tartaruga edizioni

Il nostro contdown per San Valentino è quasi agli sgoccioli…grazie di essere passati da queste parti e di aver arricchito queste pagine con i vostri spunti, le vostre riflessioni, i vostri bellissimi commenti, e di aver reso questa giornata non solo l’ennesima operazione commerciale, ma un momento di riflessione e di riscoperta di classici della letteratura e del cinema attaverso questo nostro percorso di lettere d’amore.

Il post di oggi è dedicato a Scott e Zelda Fitzgerald, enfants terribles della letteratura e della società americana degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Scott vede Zelda per la prima volta nel 1918, a Montgomery, Alabama, probabilmente ad un ballo. Lei è la reginetta di bellezza della città, ha appena 18 anni ed è decisa a far durare la sua stagione di popolarità il più a lungo possibile. Scott ne ha quasi 22 e si prepara a Princeton. Entrambi condividono l’idea romantica di essere destinati ad un destino speciale. Montgomery, pur essendo una città provinciale, è circondata da sedi universitarie ed è frequentata dai militari dei campi di addestramento dei dintorni: bisogna dunque intrattenere questa folla di giovani dalle belle speranze feste, balli, attività ludiche, teatro e vaudeville il venerdì sera. Questo è il contesto in cui fiorisce il giovane amore di Scott e Zelda.

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Quest’ultima ha già riempito la sua scatola da guanti di mostrine offertale da giovani militari in omaggio alla sua bellezza; Scott, per non essere da meno, si vanta del fatto che presto diventerà uno scrittore famoso.
La guerra finisce; Scott viene congedato e si trasferisce a New York, dove spera di trovare lavoro presso qualche giornale. Zelda gli manca terribilmente, tant’è che si decide a spedirle l’anello di fidanzamento che era appartenuto a sua madre. La ragazza ne è lusingata ed estasiata, ma la vita in Alabama continua pressappoco con lo stesso ritmo: Zelda continua ad essere corteggiata ed ammirata e si bea delle attenzioni ricevute, atteggiandosi a coquette, e nel 1919 il fidanzamento rischia di rompersi. Zelda spedisce per sbaglio a Scott il biglietto destinato ad un altro corteggiatore. Inizia così l’altalena che contrassegnerà tutto il loro rapporto: Scott corre a chiederle di sposarlo subito, Zelda rompe il fidanzamento; il rapporto riprende poco dopo e i due si sposano nell’aprile 1920.

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Zelda continua tuttavia ad essere legata a Montgomery, ai suoi fiori, alla sua vita sociale: è una ragazza audace, piena di vita, civetta, che non interpreta tuttavia l’uscire con altri uomini come tradimento verso Scott.
L’ombra delle gelosia incombe lungo tutta la loro relazione: lei lo provoca, lo stuzzica a suo piacimento; secondo il biografo di Fitzgerald, Arthur Mizener, durante i primi tempi della loro frequentazione, lei aveva spinto un ragazzo dentro una cabina telefonica illuminata e aveva iniziato a baciarlo, al fine di farsi trovare così da Scott e provocarlo.
Zelda, l’eterna Musa di Scott, è stata sublimata dalla memoria letteraria in icona culturale: prima tempestosa, affascinante bellezza dell’Alabama dell’epoca, poi ragazza sofisticata che detta legge in fatto di moda, infine malata di mente ( a torto? a ragione?)
Dal suo carteggio con Fitgerald emerge invece una ragazza spumeggiante, brillante, originale, meravigliosamente espressiva, piena di cosa da dire al suo Scott.

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Scott a Zelda (dopo il 22 febbraio 1919)

Cuore mio ambizione entusiasmo e fiducia tutto splendido lo giuro questo mondo è un gioco e finchè sono certo del tuo amore tutto è possibile mi trovo nella terra dell’ambizione e del successo e la mia sola speranza e fede è che il mio cuore adorato sia presto con te.

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Zelda a Scott ( febbraio 1919)

Amore-

stamattina mi sono trascinata a scuola e ho tenuto un discorso dei più istruttivi su Browning. Naturalmente ero ben preparata, avendo letto all’incirca un paio di poesie. Ad ogni modo in classe si sono dichiarati entusiasti e ne sono uscita con tutti gli onori.. (…) ..mi sentirei così priva di scopo se non fosse per te – e so che anche tu non te la caveresti per niente bene senza di me …
(..) Amore mio ti prego non preoccuparti per me – io voglio sempre esserti d’aiuto..(..)
Caro -amor mio – lo sai…
Zelda

Zelda a Scott (maggio 1919)

Caro,oggi sono quasi caduta dalla sedia allo Strand e tutto perchè W.E. Lawrence, l’attore del
cinema, fisicamente è la tua controfigura. Me l’ha detto una mezza dozzina di ragazze prima che riuscissi a sbattermi in testa un cappello e ad andare a vederlo per conto mio
 – Mi ha fatto provare tanta nostalgia – da principio pensavo che aspettare dovesse diventare più facile col tempo – ma ogni giorno sento la tua mancanza sempre di più –
Tutte queste dolci, tiepide notti che vanno sprecate mentre dovrei giacere fra le tue braccia sotto la luna – le braccia più care del mondo – amate braccia che tanto mi piace sentire intorno a me –
Quanto tempo ancora – prima che ci stiano per sempre? Aspetta che torni e stai sicuro che te la vedrai brutta ad allontanarti anche un centimetro da te –
[…] Una vecchia fiamma che risale all’età della pietra mi telefona stasera – probabilmente se ne andrà disgustato perchè io non posso fare a meno di parlare di te – ti amo tanto, e mi sento così sola –
[…[ O amato, amato, tu sei mio – e fra non molto – io verrò da te perchè tu sei il mio caro marito, e io sono
Tua moglie –

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Scott a Zelda (marzo 1919)

Cuore mio sono stato tremendamente occupato ma sai che ho pensato a te ogni minuto scriverò a lungo domani ho ricevuto la tua lettera che mi è piaciuta va tutto bene mi sembri sempre sperare e pregare di essere presto insieme buonanotte cara

Scott a Zelda (22 marzo 1919)

Cara ti ho mandato un piccolo dono venerdì l’anello è arrivato stasera e lo spedisco lunedì ti amo e ho pensato che ti dirò quanto sabato sera quando dovremmo essere insieme fa’che i tuoi non si turbino per il mio regalo
Scott

Un po’ di tempo fa ho visto il film di Woody Allen, Midnight in Paris, che vi raccomando non solo perché molto carino – specie se amate Parigi e vi va di fare un tuffo nel passato – ma anche perchè ritroverete Scott e Zelda nella Parigi degli anni ’20, impersonati rispettivamente da Tom Hiddleston e da Alison Pill.

Midnight In Paris
Scott e Zelda Fitzgerald

Filmografia:

Last Call – genio ribelle. Un film di Henry Bromell. Con Jeremy Irons, Sissy Spacek, Neve Campbell, Shannon Lawson.

Midnight in Paris. Un film di Woody Allen, 2011

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Per saperne di più:
Scott e Zelda, gli archivi di un amore dannato

Soundtrack:

Let’s do it (Cole Porter)

Addio Lara, mio amore, mia eterna gioia infinita

Lara, Giancarlo Ferruggia

‘Oh, che amore era stato il loro, libero, straordinario, a nulla somigliante! Pensavano, come altri cantano: non si erano amati perché era inevitabile, non erano stati «bruciati dalla passione», come si suol dire. Si erano amati, perché così voleva quel che li circondava: la terra sotto di loro, il cielo sopra le loro teste, le nuvole e gli alberi. Il loro amore piaceva a ogni cosa intorno, forse anche più che a loro stessi. […] Questo, questo era stato ciò che li aveva avvicinati e uniti! Mai, mai, nemmeno nei momenti di più sovrana immemore felicità li aveva abbandonati quanto vi è di più alto e di appassionante: il godimento dinnanzi all’armonia dell’universo, il senso del rapporto tra loro e tutto il suo quadro, la sensazione di appartenere alla bellezza dell’intero spettacolo, a tutto il cosmo.’

                                                    Il dottor Zivago

Il post di oggi ha come portagonisti tre donne: una fittizia, Lara, e due reali, Olga e Zinaida, rispettivamente moglie e amante – nonché entrambe Muse – di Boris Pasternak; Pasternak stesso; il suo dottor Zivago; una lettera, scritta da Boris alla sua amante, che lui chiamava affettuosamente Olja.

Per arrivare alla lettera, partiamo da un punto ben noto del celeberrimo romanzo (per una sinossi del romanzo si legga qui): Lara e Zivago sono a Varykino, circondati dai lupi, fuori dal mondo, in una sorta di dimensione spazio-temporale tutta loro, in procinto di una separazione che sarebbe diventata definitiva.
Lara, prima di addormentarsi, chiede a Jurij di mettere per iscritto i versi che le aveva recitato tante volte:

Varykino The house in the movie ” Doctor Zhivago” watercolor, Brent Berry

Era l’una di notte, quando Lara, che fino a quel momento aveva finto di dormire, si assopì realmente. La biancheria fresca, ricamata, splendeva pulita, stirata, su lei, su Katen’ka e nel letto. Anche in quegli anni lei trovava il modo di inamidarla.

Un silenzio beato, colmo di felicità, che alitava dolcemente di vita, circondava Jurij Andreevic. La luce della lampada cadeva con un giallo pacato sul biancore dei fogli e con un riflesso dorato galleggiava sulla superficie dell’inchiostro, all’interno del calamaio. Fuori dalla finestra stava l’azzurra notte invernale, di gelo. Jurij Andreevic passò nella stanza accanto, fredda e non illuminata, da cui si vedeva meglio l’esterno, e guardò dalla finestra. La luce della luna piena fasciava la radura nevosa con una vischiosità tattile d’albume o di biacca. La sontuosità della notte di gelo era indescrivibile. La pace era scesa nel suo animo. Tornò nella stanza illuminata e calda, e si mise a scrivere”.

Viene interrotto dall’ululato dei lupi nella radura. La poesia, intitolata Il Vento, probabilmente composta quella notte, viene riportata da Pasternak alla fine del romanzo:
Io sono già morto e tu vivi ancora.
E il vento, con gemiti e pianto,
fa oscillare il bosco e la dacia.
E non per proprio conto ogni pino,
ma tutti insieme gli alberi
nella loro distesa sconfinata,
come armature di velieri
sulla superficie d’una baia.
E non per tracotanza
o per vano furore,
ma per trovare nell’angoscia le parole
d’un canto di culla per te.
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Ma chi è Lara? Chi è l’ispiratrice dell’eroina senza tempo, bella e coraggiosa, del romanzo di Pasternak? Due donne reclamano l’esclusiva, le due donne della vita di Pasternak: la seconda moglie, Zinaida, e Olga Ivinskaja, la sua amante, destinataria della lettera di oggi, che vi propongo di seguito:

 Bambina dorata quasi cado e piango

Olga, mia bambina dorata, ti mando tanti tanti baci. Sono legato a te dalla vita, dal sole che brilla alla finestra, da un sentimento di commiserazione e di tristezza, dalla coscienza della mia colpa (oh, non di fronte a te, naturalmente), ma di fronte a tutti, dalla coscienza della mia debolezza e dell’ insufficienza di ciò che ho fatto finora, dalla convinzione che bisogna fare uno sforzo enorme e spostare montagne per non ingannare gli amici e non risultare un impostore. E quanto migliori di noi sono tutti gli altri intorno a me e con quanta più premura li tratto e quanto più cari mi sono, tanto più e tanto più profondamente ti amo, in modo tanto più colpevole e triste. Ti abbraccio forte forte, e quasi cado per la tenerezza e quasi piango.

Boris, 28 febbraio ‘ 59

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Olga Ivinskaja, legata a Pasternak non solo dall’amore, ma anche dalla partecipazione a tutta l’avventurosa e dolorosa vicenda del Dottor Zivago, mandata dalle autorità sovietiche due volte in un gulag (nel 1949 e nel 1960), ha fatto riparlare, nella stampa mondiale, di tutta la sua storia, da lei stessa raccontata in un libro di memorie uscito a Parigi nel 1978, e, in particolare, della sua affinità con Lara, l’eroina del Dottor Zivago, della quale lei stessa sarebbe stata il prototipo. Olga è morta a 84 anni, nel 1995, Dopo la sua morte, Evgheni, figlio di Pasternak, racconta che il padre aveva l’abitudine di riferirsi a lei come  “la Lara del mio romanzo”.
La stessa Olga, in una commovente testimonianza in un articolo uscito sul settimanale “Ogonjok” nel 1988, racconta “Il nostro amore fiorì nel 1946, all’inizio della stesura del Dottor Zivago e continuò a crescere con il numero delle pagine che Boris scriveva”.
Anche Olga avrebbe potuto avere un figlio da Boris, come Lara aveva avuto una figlia da Zivago: incinta dello scrittore, la Musa viene arrestata dal Kgb, che voleva costringerla a piegarsi e a dichiarare che Boris stava scrivendo un romanzo antisovietico. Perde il bambino.
Quali sono gli altri punti di somiglianza con l’affascinante eroina del romanzo? Olga è forse meno bella, ma come Lara ha una lunga treccia bionda, è intrepida e coraggiosa.
Olga
Zinaida, la seconda moglie del poeta, scrive invece nelle sue memorie: “Qualcuno si stupì del fatto che Lara fosse una bionda dagli occhi chiari (alludendo così alla sua somiglianza con l’ Ivinskaja). Ma io ero sicura che di quella signora egli aveva preso soltanto l’aspetto esteriore, mentre il destino e il carattere erano la copia dei miei letteralmente fino ai più minuti particolari. Komarovskij è il mio primo amore. Boris ha descritto Komarovskij con grande malanimo. Nikolaj Militinskij era molto più elevato e nobile e non aveva qualità così animalesche. Ne parlai più volte con Boris. Ma lui non aveva alcuna intenzione di mutare qualcosa in questa figura, dopo che se ne era fatta una simile immagine, voleva rinunciare a questo personaggio”.
Facciamo un passo indietro. Lara, all’inizio del romanzo, ha una relazione col bieco Komarovskij, in precedenza amante di sua madre, Madame Guichard. Lara, fondamentalmente pura, prova repulsione per Komarovskij, che ha fondamentalmente abusato di lei, giovanissima; al tempo stesso, una particella segreta del suo essere la costringe ad essere succube dell’uomo, e oggetto del suo piacere.
Forse proprio questo rende Lara una “mescolanza di timidezza virginale e grazia ardita”.
Per vendicarsi di Komarovskij e liberarsi dallo strano ascendente che esercita su di lei, Lara, elegantemente vestita, si introduce ad una festa elegante nella Mosca natalizia e gli spara, ferendolo.
Zinaida

Un altro elemento che avvicinerebbe Lara a Olga è lo spirito ribelle e rivoluzionario di entrambe. Personalmente, preferisco attenermi a quanto dichiarato dallo stesso Pasternak durante una conversazione con la moglie: “Lara è una figura collettiva, e in essa c’è molto che proviene da te (Zinaida) e da altre donne”.

E voi, che ne pensate? Chi è Lara, davvero? O forse è solo l’eterna Lara che vive nelle pagine dell’immortale romanzo, portata sullo schermo da Julie Christie nel famosissimo film di David Lear?

Ultima piccola curiosità, nonché punto a favore di Olja: la stessa Christie ha dichiarato

“Se lo rifacessi oggi, il Dottor Zivago, reciterei quella parte in modo del tutto diverso. La farei più intelligente, più intensa, questa povera Lara. Lui, Pasternak, dev’ essere stato sublime, bello, intelligente, come ci si aspetta da un poeta. S’ innamoravano tutti di lui…Allora sapevo ben poco di tutto questo, della Russia sovietica, di Stalin, eccetera; sapevo poco di qualsiasi cosa e quando David mi propose la parte era lui – e non io – a vedere nella mia persona qualche cosa di Olga/Lara che io non sapevo di avere. Certo che mi piacerebbe rifarlo quel film: ma ci penserà certamente qualcuno un giorno, e Zivago e Lara verranno interpretati in modo diverso e forse più vicini alla forza dei personaggi reali raccontati dal grande Boris Pasternak. Credo che se Olga lo avesse visto, quel film, non le sarebbe piaciuto. Alla gente non piace mai come viene interpretata”.

Per saperne di più:

Il dottor Zivago, Boris Pasternak

dall’archivio storico del Corriere della Sera:

In compagnia di Lara e Zivago per ritrovare il silenzio dell’anima
Pasternak. Due donne per una Lara.
Olga e Boris. Una relazione pericolosa.
Lara, Zivago e l’eternità. La rivincita di Pasternak
Il dottor Zivago, cinquant’anni dopo

La seduzione innocente di Connie, Emma e Lara, l’intrigo di Casanova nella pittura di Giancarlo Ferruggia

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Keep calm and find yourself a Mr Darcy

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Lo confesso: due sono i libri che ho letto e riletto, in lingua originale e traduzione, fino a consumarli: Wuthering Heights (Cime tempestose) e Pride and Prejudice (Orgoglio e pregiudizio).
Avendo già parlato delle vicissitudini appassionate e tormentate di Cathy e Heathcliff qualche giorno fa, ho deciso di regalarmi una serata austeniana in piena regola…e mi sono ritrovata, nell’ordine:
– a prendere un tè con Jane nel bellissimo blog omonimo, esperienza che vi consiglio;
– a fare un test sulle eroine austeniane, scoprendo, non senza una certa sopresa, di essere Marianne Dashwood di Sense and Sensibility (Ragione e sentimento) – avrei giurato di essere una Lizzie Bennet al 100%…
– ad ascoltare i consigli di Aunt Jane, navigare tra i gruppi di lettura (tra cui uno fantastico dedicato a Bridget Jones, moderna eroina Austen-style con il suo bel Mr Darcy da pelare, che invita a trovare somiglianze e discrepanze tra Che pasticcio Bridget Jones, Persuasione e Orgoglio e pregiudizio…brilliant) e innamorarmi dei giveaway austeniani;
– indagare sul termine Janeite, che a quanto pare designa forte dipendenza da Jane Austen.
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Scherzi a parte, apprendo che il termine è stato coniato da George Saintsbury nel 1891 in un’introduzione a Pride and Prejudice, in riferimento a quei lettori che guardavano alle opere di Jane Austen con un sentimento di assoluta devozione, devoti sia all’autrice, sia a tutti gli eroi e le eroine che popolano le sue opere. Modificandone successivamente la grafia (da Janite a Janeite), Kipling ne fece il titolo di una storia ambientata durante la Prima Guerra Mondiale, in cui i soldati che leggevano i libri di Aunt Jane formavano una sorta di “setta dei poeti maledetti” e, addirittura, coniavano parole in codice basandosi sulla sua produzione letteraria. Claudia Johnson, studiosa delle opere di Jane Austen, definisce il termine Janeite come “the self-consciously idolatrous enthusiasm for ‘Jane’ and every detail relative to her”, l’entusiasmo consapevole, che confina nell’idolatria, per Jane e per ogni dettaglio che si riferisca alla sua persona e alla sua produzione.
Ultimo consiglio alle vere Janeite, prima di passare alla nostra lettera e a Pride and Pregiudice: fatevi un giro in queste deliziose on-line boutiques che vendono prodotti ispirati a Jane, come The Pemberley Pond Online Shop o la Jane Austen Tea Series di Bingley’s tea, dove potrete scegliere la miscela di tè più adatta a voi in base al personaggio austeniano in cui vi rispecchiate (per la serie, io berrei un Marianne’s Wild Abandon alternandolo con uno Sweet Jane)…

Bingley’s tea Limited
From The Pemberley’s Pond Online Shop
Jane Austen’s teapot cookies
From the Pemberley Pond Online Shop

Bando alle ciance, passiamo alla nostra lettera (la verità è che mi sto divertendo troppo a scrivere questo post!)

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Penso che la trama di P&P sia nota a tutti..quindi la accenno brevemente. Il romanzo, nalla sua prima stesura, era stato intitolato First Impressions: si tratta infatti di una storia di equivoci, di prime impressioni sbagliate, e di tanto – troppo – orgoglio.
Il signor Bingley affitta una residenza in campagna, non lontano dalla dimora delle sorelle Bennet ( Jane, Lizzie, Mary, Kitty e Lidia) e dei loro genitori. Fra tutte, le due maggiori spiccano, Jane per bellezza e bontà d’animo, Lizzie per charme, intelligenza…e per quellache all’epoca poteva essere definita una buona dose di impertinenza.

 

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Bingley si innamora immediatamente della bella Jane, ma il suo amico, il cupo, ombroso, orgoglioso Mr Darcy, lo convince ad allontanarsi da lei, convinto che Jane non lo contraccambi con la stessa intensità  e che, comunque, le buone qualità e la bellezza delle due sorelle non siano sufficienti a cancellare il fatto che appartengano ad una famiglia di modeste origini e modeste risorse, i cui comportamenti – specie quelli della signora Bennet e delle tre figlie minori – si contraddistinguono per la loro volgarità. Tutto ciò non fa che aumentare l’antipatia che Lizzie prova nei confronti di Darcy, nata a causa di due prededenti episodi: durante un ballo, Darcy definisce Lizzie “tolerable, but not handsome enough to tempt me” (appena passabile, ma non bella abbastanza da tentarmi); Lizzie prende una cotta per Wickam, che la convince del fatto che Darcy, geloso dell’affetto di suo padre, di cui Wickam era il pupillo, lo abbia privato dell’eredità che gli era stata lasciata (apprenderemo in seguito che Wickam è un losco figuro, cacciatore di dote, che alla fine scappa con Lidia Bennet ed acconsente ad un matrimonio riparatore solo dietro lauta ricompensa offerta da Darcy).

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Stando così le cose, la prima proposta di matrimonio di Darcy a Lizzie la coglie di stucco e la umilia, dal momento che egli confessa di amarla contro il suo stesso volere e di avere serie riserve a sposarla, a causa della famiglia di lei….niente romanticismo, niente passione. Oh, Mr Darcy.

Questa è la lettera che segue la prima, sfortunata proposta di matrimonio, in cui Darcy illumina Lizzie su un bel po di misunserstandings. Ve la propongo nella traduzione italiana di Giuseppe Ierolli.

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Non abbiate timore, Signora, nel ricevere questa lettera, che contenga una qualche ripetizione di quei sentimenti, o un rinnovo di quelle proposte che ieri sera vi sono state così sgradite. Scrivo senza nessuna intenzione di affliggere voi o di umiliare me stesso, insistendo su desideri che, per la felicità di entrambi, non saranno mai troppo in fretta dimenticati; e lo sforzo richiesto per concepire e per leggere questa lettera avrebbe potuto essere risparmiato, se non fosse la mia reputazione a esigere che essa sia scritta e letta. Dovete quindi perdonare la libertà con la quale chiedo la vostra attenzione; i vostri sentimenti, lo so bene, la concederanno a malincuore, ma lo chiedo al vostro senso di giustizia.
Ieri sera mi avete mosso due accuse di natura molto diversa, e assolutamente non della stessa importanza. La prima è stata che, senza alcun riguardo per i sentimenti di entrambi, ho separato Mr. Bingley da vostra sorella, e l’altra che, in spregio a diversi diritti, senza tener conto dell’onore e del senso di umanità, ho rovinato l’immediata prosperità, e cancellato le prospettive future, di Mr. Wickham. Avere caparbiamente e senza alcuna giustificazione cacciato via il compagno della mia giovinezza, il ben noto prediletto di mio padre, un giovanotto che non poteva fare affidamento su nulla se non sulla nostra protezione, e che era cresciuto aspettandosi di goderne, sarebbe una perversione rispetto alla quale la separazione di due giovani, il cui affetto si era sviluppato in sole due settimane, non può certo essere oggetto di confronto. Ma dalla severità di quel biasimo che ieri sera mi è stato così largamente elargito, per entrambe le circostanze, spero in futuro di essere sollevato, una volta che avrete letto di seguito il resoconto delle mie azioni e i motivi che le hanno determinate. Se, nel chiarimento che sento mi sia dovuto, sarà necessario riferirsi a sentimenti che potranno essere offensivi per i vostri, posso solo dire che me ne dispiace. Bisogna inchinarsi alla necessità, e porgervi ulteriori scuse sarebbe assurdo. Non ero da molto nell’Hertfordshire, quando mi sono reso conto, insieme ad altri, che Bingley preferiva la vostra sorella maggiore a qualsiasi altra signorina nei dintorni. Ma è stato solo durante la serata del ballo a Netherfield che ho cominciato a temere che lui provasse un’attrazione seria. Lo avevo spesso visto innamorato prima di allora. A quel ballo, mentre avevo l’onore di ballare con voi, capii per la prima volta, da una frase pronunciata per caso da Sir William Lucas, che le attenzioni di Bingley verso vostra sorella avevano suscitato l’aspettativa generale di un loro matrimonio. Ne parlò come di un evento certo, per il quale restava da decidere solo la data. Da quel momento osservai con attenzione il comportamento del mio amico, e mi resi conto che la parzialità verso Miss Bennet andava al di là di quanto mi fosse mai capitato di vedere in lui. Osservai anche vostra sorella. Il suo aspetto e i suoi modi erano aperti, allegri e affascinanti come sempre, ma senza nessun sintomo di un riguardo particolare, e dall’esame di quella sera, mi convinsi che, pur accogliendo con piacere le sue attenzioni, non le incoraggiava con sentimenti di pari natura. Se in questo voi non vi siete sbagliata, devo essere stato io a commettere un errore. La maggiore conoscenza che avete di vostra sorella rende probabile quest’ultima ipotesi. Se le ho inflitto una sofferenza perché sviato da un errore del genere, il vostro risentimento non era irragionevole. Ma non ho scrupoli nell’asserire che la serenità del contegno e dell’aspetto di vostra sorella era tale da convincere anche il più acuto degli osservatori che, per quanto amabile fosse il suo comportamento, il suo cuore non fosse così facile da conquistare. Che io avessi il desiderio di crederla indifferente è certo, ma mi azzardo a dire che le mie indagini e le mie decisioni non sono di solito influenzate dalle mie speranze o dai miei timori. Non ho creduto che fosse indifferente perché lo desideravo; l’ho creduto a seguito di un giudizio imparziale, con la stessa sincerità con la quale lo desideravo con la ragione. Le mie obiezioni al matrimonio non erano semplicemente quelle che ieri sera ho confessato di aver messo da parte nel mio caso solo per l’estrema intensità della passione; la mancanza di un’adeguata posizione sociale non poteva essere un ostacolo così grande per il mio amico, così come per me. Ma c’erano altri motivi di incompatibilità; motivi che, sebbene ancora esistenti, ed esistenti con pari intensità in entrambi i casi, mi ero sforzato di dimenticare, poiché non erano immediatamente di fronte a me. Questi motivi devono essere esposti, anche se brevemente. La posizione della famiglia di vostra madre, anche se criticabile, non era nulla in confronto alla totale mancanza di decoro così di frequente, quasi di continuo, dimostrata da lei, dalle vostre tre sorelle minori e talvolta persino da vostro padre. Perdonatemi. Mi fa male offendervi. Ma nella preoccupazione per i difetti dei vostri parenti più stretti, e nel dispiacere nel vederli descritti in questo modo, fate sì che ci sia la consolazione di considerare che l’esservi comportate in modo tale da evitare qualsiasi coinvolgimento in giudizi simili è un elogio che non è meno universalmente riconosciuto a voi e a vostra sorella, di quanto sia onorare il buonsenso e l’indole di entrambe. Voglio solo aggiungere che, a seguito di quello che accadde quella sera, ebbi la conferma della mia opinione su tutti loro, e fui indotto a intensificare, rispetto a quanto avevo ritenuto in precedenza, ogni tentativo di preservare il mio amico da quella che giudicavo un’unione molto inopportuna. Lui lasciò Netherfield per Londra il giorno successivo, come certamente rammentate, con l’intenzione di tornare presto. Ora resta da spiegare il ruolo che ho avuto io. L’inquietudine delle sorelle era uguale alla mia; presto scoprimmo di pensarla allo stesso modo e, ugualmente consapevoli che non ci fosse tempo da perdere nell’allontanare il fratello, decidemmo in breve tempo di raggiungerlo subito a Londra. Di conseguenza partimmo, e lì mi assunsi subito il compito di rendere evidente al mio amico la certezza dei danni di una scelta del genere. Li descrissi, e li accentuai, con fervore. Ma per quanto questa opposizione avrebbe potuto far vacillare o ritardare la sua decisione, immagino che non avrebbe definitivamente impedito il matrimonio, se non fosse stata appoggiata dall’assicurazione, che non esitai a fornirgli, dell’indifferenza di vostra sorella. Lui era convinto che il suo affetto fosse ricambiato da un sentimento sincero, anche se non pari al suo. Ma Bingley è per natura molto modesto, e si fida molto più del mio giudizio che del suo. Convincerlo, quindi, che si era ingannato, non fu un’impresa molto difficile. Una volta convinto di questo, persuaderlo a non tornare nell’Hertfordshire fu questione che non richiese più di qualche istante. Non posso biasimarmi più di tanto per averlo fatto. C’è però una parte della mia condotta in tutta la faccenda alla quale non penso con soddisfazione; è di essermi abbassato fino a ricorrere allo stratagemma di nascondergli che vostra sorella fosse in città. Io lo sapevo, come lo sapeva Miss Bingley, ma il fratello lo ignora ancora adesso. Che potessero incontrarsi senza conseguenze negative forse è probabile, ma il suo sentimento non mi sembrava abbastanza spento da riuscire a rivederla senza rischi. Forse questo stratagemma, questa dissimulazione è stata indegna di me. Ma è cosa fatta, e fatta per il meglio. Su questo non ho altro da dire; nessun’altra giustificazione da offrire. Se ho ferito i sentimenti di vostra sorella, l’ho fatto inconsapevolmente; e sebbene i motivi che mi hanno guidato possono naturalmente sembrarvi insufficienti, io non mi sento ancora di condannarli. Riguardo all’altra, più pesante, accusa di aver offeso Mr. Wickham, posso confutarla soltanto esponendovi per intero i suoi rapporti con la mia famiglia. Di che cosa mi abbia accusato in particolare lo ignoro, ma sulla verità di ciò che riferirò posso invocare la testimonianza di più di una persona di indubbia attendibilità. Mr. Wickham è il figlio di un uomo molto rispettabile, che per molti anni ha amministrato tutte le proprietà di Pemberley, e la cui ottima condotta nell’adempiere alle sue funzioni indusse naturalmente mio padre ad aiutarlo, e nei confronti di George Wickham, del quale era padrino, la sua benevolenza fu perciò concessa generosamente. Mio padre sostenne le spese per la scuola, e poi a Cambridge; un aiuto della massima importanza, dato che il padre, sempre in ristrettezze per la prodigalità della moglie, non sarebbe stato in grado di fornirgli l’educazione di un gentiluomo. Mio padre non amava soltanto la compagnia di questo giovanotto, i cui modi sono sempre stati accattivanti; ne aveva anche una grandissima stima e, nella speranza che la chiesa potesse diventare la sua professione, aveva intenzione di provvedere a lui in questo senso. Quanto a me, sono passati molti, moltissimi anni da quando ho cominciato ad avere un’opinione molto diversa su di lui. La propensione al vizio, la mancanza di principi, che ebbe sempre cura di nascondere alla persona che gli era più affezionata, non potevano sfuggire a un giovanotto che aveva quasi la sua stessa età, e che aveva l’opportunità di vederlo in momenti di libertà, cosa che Mr. Darcy non poteva fare. Qui vi farò di nuovo del male, in che misura potete dirlo solo voi. Ma quali che siano i sentimenti suscitati da Mr. Wickham, un sospetto di tale natura non mi impedirà di svelarvi il suo vero carattere. Anzi, è un motivo in più. Il mio eccellente padre morì circa cinque anni fa, e il suo affetto per Mr. Wickham fu fino alla fine così saldo, che nel suo testamento mi raccomandò in modo particolare di promuoverne la carriera nella sua professione nel modo migliore possibile, e se avesse preso gli ordini, chiedeva che gli venisse concesso un ricco beneficio ecclesiastico, non appena si fosse reso vacante. C’era anche un lascito di mille sterline. Il padre non sopravvisse a lungo al mio e, nel giro di sei mesi da questi eventi, Mr. Wickham mi scrisse per informarmi che, avendo alla fine deciso di non prendere gli ordini, sperava che non pensassi che fosse irragionevole da parte sua aspettarsi un qualche vantaggio pecuniario immediato in luogo della nomina, della quale non era in grado di approfittare. Aveva una vaga intenzione, aggiunse, di studiare legge, e io dovevo di certo essere consapevole che l’interesse di mille sterline sarebbe stato un sostegno davvero insufficiente a quei fini. Io desiderai, più che credere, che fosse sincero; ma a ogni modo fui assolutamente pronto ad aderire alla sua proposta. Sapevo che Mr. Wickham non sarebbe potuto diventare un pastore. L’affare fu quindi presto sistemato. Lui rinunciò a tutti i diritti di essere aiutato per la carriera ecclesiastica, anche ove si fosse trovato in futuro nella situazione di poterne godere, e accettò in cambio tremila sterline. Tutti i rapporti tra di noi sembravano troncati. Lo giudicavo troppo male per invitarlo a Pemberley, o per accettare la sua compagnia a Londra. Credo che sia vissuto soprattutto a Londra, ma l’intenzione di studiare legge era un mero pretesto, ed essendo ormai libero da ogni costrizione, la sua fu una vita di ozio e dissipazione. Per circa tre anni seppi poco di lui; ma alla morte del titolare del beneficio che era stato assegnato a lui, si rivolse di nuovo a me con una lettera per la nomina. La sua situazione economica, mi assicurò, e io non ebbi difficoltà a credergli, era davvero pessima. Aveva scoperto che studiare legge era molto poco redditizio, ed era ormai assolutamente deciso a prendere gli ordini, se gli avessi concesso il beneficio in questione, cosa per la quale non nutriva il minimo dubbio, dato che si era assicurato che non c’era nessun altro a cui assegnarlo, e che non potevo aver dimenticato le intenzioni del mio riverito padre. Non potete certo biasimarmi per aver rifiutato di accettare questa richiesta, o per averlo respinto ogni volta che l’ha ripetuta. Il suo risentimento fu proporzionato alle difficoltà della sua situazione, e fu senza dubbio altrettanto violento nell’ingiuriarmi con gli altri che nel rimproverarmi direttamente. Dopo questo periodo, anche l’apparenza di un rapporto venne a cadere. Come visse non lo so. Ma l’estate scorsa si impose di nuovo, e molto dolorosamente, alla mia attenzione. Ora devo menzionare una circostanza che avrei desiderato dimenticare, e che nessun obbligo meno importante di quello presente mi avrebbe indotto a rivelare ad anima viva. Avendo detto così tanto, non ho dubbi sulla vostra discrezione. Mia sorella, che ha più di dieci anni meno di me, era stata affidata alla tutela del nipote di mia madre, il colonnello Fitzwilliam, e alla mia. Circa un anno fa, lasciò la scuola e si stabilì a Londra, e l’estate scorsa si recò, con la signora che si occupava della casa, a Ramsgate; là andò anche Wickham, senza dubbio intenzionalmente, poiché è stato dimostrato come ci fosse una precedente conoscenza tra lui e Mrs. Younge, sulla cui reputazione eravamo stati sfortunatamente ingannati; con la connivenza e l’aiuto di lei, riuscì a rendersi talmente gradito a Georgiana, il cui animo affettuoso aveva mantenuto un forte ricordo della gentilezza che le aveva dimostrato quando era una bambina, che lei si lasciò convincere a credersi innamorata, e ad acconsentire a una fuga d’amore. Allora era appena quindicenne, il che può giustificarla; e dopo aver esposto la sua imprudenza, sono felice di aggiungere che ne venni a conoscenza proprio da lei. Li raggiunsi inaspettatamente un giorno o due prima della data prevista per la fuga, e allora Georgiana, incapace di sopportare l’idea di far soffrire e di offendere un fratello al quale guardava come a un padre, mi mise al corrente di tutto. Potete immaginare quello che provai e in che modo agii. Il riguardo per l’onore e i sentimenti di mia sorella impedirono qualsiasi pubblicità, ma scrissi a Mr. Wickham, che partì immediatamente, e Mrs. Younge fu ovviamente rimossa dall’incarico. Il principale obiettivo di Mr. Wickham era indiscutibilmente il patrimonio di mia sorella, che è di trentamila sterline; ma non posso fare a meno di immaginare che la speranza di vendicarsi di me sia stato un forte incentivo. La sua vendetta sarebbe stata davvero completa. Questo, signora, è il fedele racconto di ogni evento che ha riguardato entrambi; e se non lo rifiuterete completamente come falso, spero che mi assolviate d’ora in avanti dall’accusa di crudeltà nel confronti di Mr. Wickham. Non so in che maniera, con quale genere di menzogne abbia approfittato di voi, ma forse non ci si può meravigliare del suo successo, ignara come eravate di tutto ciò che ci riguardava. Smascherarlo non era in vostro potere, e il sospetto non è certo nella vostra indole. Potrete forse chiedervi perché non vi abbia detto tutto questo ieri sera. Ma allora non ero padrone a sufficienza delle mie azioni da capire quello che potevo o dovevo rivelare. Per quando riguarda la veridicità di tutto ciò che è qui riportato, posso appellarmi in modo particolare alla testimonianza del colonnello Fitzwilliam, che, vista la stretta parentela e la costante intimità, e ancora di più come uno degli esecutori testamentari di mio padre, è venuto inevitabilmente a conoscenza di tutti i particolari di queste transazioni. Se la vostra avversione verso di me dovesse farvi ritenere prive di valore le mie asserzioni, lo stesso motivo non dovrebbe impedirvi di avere fiducia in mio cugino; e affinché abbiate la possibilità di consultarlo, farò di tutto per trovare l’occasione di mettere questa lettera nelle vostre mani nel corso della mattinata. Aggiungerò soltanto, Dio vi benedica.
Fitzwilliam Darcy
(Traduzione a cura di Giuseppe Ierolli)

Segue il lieto fine: Darcy, come abbiamo visto prima, procura una dote a Lidia per il suo matrimonio riparatore, fa’ in modo che Bingley si dichiari – con successo – a Jane e ottiene egli stesso la mano della sua Lizzie. Ci piace pensare che vivano tutti felici e contenti 🙂

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Scelti per voi

Orgoglio e Pregiudizio, il film, diretto nel 2005 da Joe Wright, con Keira Knightley e Matthew MacFayden

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Pride and Prejudice, Wordsworth Classics
Me & Mr Darcy, Alexandra Potter
The Jane Austen Book Club, Karen J. Fowler

The Jane Austen Book Club, film del 2007 diretto da Robin Swicord

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Mine vaganti

Gli amori impossibili sono quelli che durano per sempre.

Eravamo troppo piccoli per la vita, che è così grande…

                                                               ( Mine Vaganti)

Ti amo come lo hanno detto gli uomini famosi, Sperling Paperback

Partiamo subito con i consigli di lettura: Ti amo come lo hanno detto gli uomini famosi di Ursula Doyle raccoglie una serie di lettere d’amore celebri, da Enrico VIII a Oscar Wilde, da Casanova a Beethoven, da Byron a Plinio il giovane. Un’idea regalo carina per San Valentino, ma anche e soprattutto – why not? – una fonte di ispirazione. Niente di meglio che perdersi nelle parole d’amore di un Robert Browning e simili (insieme ad una tazza di cioccolata bollente, date le temperature siberiane…)
La lettera di oggi è tratta da Mine vaganti, film di un regista che amo molto, Ozpetek (per La finestra di fronte leggete qui).

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Mine vaganti è una trama di delicati equilibri sociali e familiari. I suoi protagonisti camminano sempre al margine di un burrone, e rischiano di cadere da un momento all’altro: Antonio e Tommaso Cantone sono omosessuali, e fanno a gara a fare il loro outing tra l’ira ed il rifiuto del pater familias; Alba, figlia del socio della famiglia Cantone, bellissima e misteriosa,  semina intorno a sé punti interrogativi: perché riga, con certa violenza e certo gusto, una macchina? Perché non ha mai avuto un fidanzato? Perché bacia Tommaso? Intorno a lei aleggia lo spettro, mai del tutto chiarito, della malattia mentale.
La figura più nebulosa e più poetica rimane comunque la nonna, che è la colonna portante della famiglia, pur essendo un’outsider, pur non essendosi mai del tutto conformata. Alla storia narrata si sovrappongono flash-back della nonna da giovane, innamorata del cognato, Nicola, ma costretta a sposarne il fratello.
La scena iniziale è stuggente: la nonna, interpretata dalla bella Carolina Crescentini, si incontra col suo innamorato, vestita da sposa e decisa a suicidarsi. Lui la convince a non compiere il gesto estremo e la accompagna in chiesa.

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Nicola la accompagna per tutta la vicenda, anche dopo la sua morte, anche al suo funerale, quando tra i convenuti si intravedono Nicola e la nonna da giovane. La scena culmina in un simbolico ballo finale, in cui le divergenze in famiglia vengono messe da parte, almeno per il momento. In cui passato e presente si fondono. In cui ognuno è lasciato libero di essere se stesso.
Come muore la nonna? Di una morte dolce. Diabetica, dopo essersi messa i suoi vestiti migliori, essersi truccata e preparata a festa, mangia vassoi e vassoi di dolci fino a morirne, ribelle e fedele a se stessa fino alla fine. La chiamano mina vagante: ma tutti i protagonisti sono a loro modo mine vaganti, che, se non esplodono, fanno riflettere ed emozionare.

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Mi piace pensare che la lettera che la nonna lascia sia anche la lettera di commiato dalla memoria di Nicola… in attesa di un altro incontro. Dopotutto, scriveva Lee Masters nella splendida Antologia di Spoon River

There is no marriage in heaven
But there is love.

in cielo non ci sono matrimoni
ma l’amore, sì.
(Sarah Brown, Lee Masters)

Ecco la lettera:

“Chi lo sa se questi luoghi avranno memoria di me. Se le statue, le facciate delle chiese, si ricorderanno il mio nome. Voglio camminare un’ultima volta per queste strade che mi hanno accolto tanti anni fa quando tutti mi chiamavano “la toscana”. Voglio vedere le pietre gialle, tutta quella luce che ti toglie il respiro. Se le strade conserveranno il rumore dei miei passi. La mia città, la città di Lecce, la devo salutare prima di partire. Ai miei nipoti Antonio, Elena e Tommaso lascio tutto quello che ho ma le terre quelle voglio che sia Antonio ad averle. Devi tornare qui Antonio, perché è qui che appartieni, avrai la terra, la forza che vive quando noi muoriamo. Tu Luciana avrai tutto quello che ti serve ma devi farti un po’ di coraggio, i ladri non devono passare per forza dalla finestra. Quella è pure casa tua. Voi, Vincenzo e Stefania, non c’è niente che potete fare per non amare Antonio. La terra non può volere male all’albero. Tommaso, scrivi di noi, la nostra storia, la nostra terra, la nostra famiglia, quello che abbiamo fatto di buono e soprattutto quello che abbiamo sbagliato, quello che non siamo riusciti a fare perché eravamo troppo piccoli per la vita che è così grande. La mina vagante se ne è andata. Così mi chiamavate pensando che non vi sentissi ma le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare i piani”.

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Seta

 

No necesito silencio
Ya non tengo en quien pensar

Non ho bisogno di silenzio
Non ho nessuno a cui pensare…

Atahualpa Yapanqui, Los ejes de mi carreta

 

Things We Forget: #312: paya lebar, singapore

 

Things We Forget: #312: paya lebar, singapore

La quinta lettera che vi propongo è tratta dal romanzo di Baricco, Seta.
Hervé Joncour, il protagonista, importa bachi da seta. A causa di un’epidemia che sta danneggiando i bachi, si spinge dal suo paesino della Francia meridionale, Lavilledieu, fino ad un Paese misterioso, sconosciuto e lontano.

 

“- E dove sarebbe di preciso, questo Giappone?
Baldabiou alzò la canna del suo bastone puntandola oltre i tetti di Saint-August.
– Sempre dritto di là.
disse.
– Fino alla fine del mondo”.

Ma chi è Hervé?
Di lui sappiamo che ha 32 anni e una moglie, Hélène, dai lunghi capelli neri e dalla voce bellissima.

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“Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.
Se gliel’avessero chiesto, Hervé Joncour avrebbe risposto che la sua vita sarebbe continuata così per sempre”.

A strapparlo dai suoi progetti di un parco “dove sarebbe stato lieve, e silezioso, passeggiare…invisibile come la fine del mondo”, mentre la sua vita gli piove davanti agli occhi come uno spettacolo quieto, arriva la sua grande avventura: i viaggi in Giappone.
In questo paese magico e misterioso, alla corte del suo enigmatico mediatore, Hara Kei, Hervé incontra una donna bellissima, dal viso di ragazzina, dagli occhi che “non avevano un taglio orientale”.
I due non si scambiano una parola per tutta la vicenda, trovando forme alternative di comunicazione: durante il loro primo incontro, la donna misteriosa prende la tazza di té di Hervé e beve premurandosi di appoggiare le labbra dove le aveva appoggiate lui; entra nella stanza dove sta facendo il bagno, lo benda e, dopo averlo accarezzato con le mani e con la seta, gli lascia un biglietto “tornate, o morirò”.
Quando lui torna, in segno di gioia lei fa volare via tutti i raffinati, esotici e pregiatissimi uccelli della sua voliera, regali del suo signole come premio alla sua devozione e alla sua fedeltà.

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Questa lettera, che Hervé si fa tradurre dal giapponese dall’enigmatica madame Blanche, è una lettera d’amore, di celebrazione di quello che poteva esserci e non c’è stato e, al tempo stesso, una lettera d’addio.

Il linguaggio e le immagini sono  forti, intensi, disperati, pieni di una folle passione che non può essere e non può manifestarsi.

 

Mio signore amato,
non aver paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà,
rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto
ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego,
resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti,
non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me,
la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarezzati, ti prego,
non aprire gli occhi se puoi, e accarezzati, sono così belle le tue mani,
le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere,
mi piace vederle sulla tua pelle, così,
ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono qui,
nessuno ci può vedere ed io sono vicina a te,
accarezzati signore amato mio, accarezza il tuo sesso, ti prego, piano,
è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere,
a me piace guardarla e guardarti,
signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora,
non devi aver paura son vicino a te,
mi senti?
Son qui, ti posso sfiorare, è seta questa la senti?
È seta del mio vestito, non aprire gli occhi e vedrai la mia pelle,
avrai le mie labbra,
quando ti toccherò per la prima volta sarà con le mie labbra,
tu non saprai dove, ad un certo punto sentirai il sapore delle mie labbra, addosso,
non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non aprirli,
sentirai la mia bocca dove non sai, d’improvviso,
forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia bocca sulle palpebre e le ciglia,
sentirai il calore entrare nella tua testa, e le mie labbra nei tuoi occhi, dentro,
o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le mie labbra, laggiù,
e le schiuderò scendendo a poco a poco,
lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie labbra,
e spingendo la mia lingua,
la mia saliva scenderà lungo la tua pelle fin nella tua mano,
il mio bacio e la tua mano, uno dentro l’altra, sul tuo sesso,
finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio,
morderò la pelle che batte sul tuo cuore, perché ti voglio,
e con il cuore tra le mie labbra tu sarai il mio, davvero,
con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre,
se non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami,
sono io, chi potrà mai cancellare quest’istante che accade,
e questo mio corpo senza più seta,
le tue mani che lo toccano,
i tuoi occhi che lo guardano,
le tue dita nel mio sesso,
la tua lingua sulle mie labbra,
tu che scivoli sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi,
mi lasci scivolare sul tuo sesso, piano, chi potrà cancellare questo,
tu dentro di me a muoverti adagio,
le tue mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi,
la tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce,
il mio corpo sul tuo, la tua schiena mi solleva,
le tue braccia che non mi lasciano andare,
i colpi dentro di me,
è violenza dolce, vedo i tuoi occhi cercare nei miei,
vogliono sapere sino a dove farmi male,
fino a dove vuoi, signore amato mio, non c’è fine, non finirà, lo vedi?
Nessuno potrà cancellare questo istante che accade,
per sempre getterai la testa all’indietro, gridando,
per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime dalle mie ciglia,
la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta,
non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere,
doveva essere questo istante,
e questo istante è,
credimi, signore amato mio, quest’istante sarà,
da adesso in poi, sarà, fino alla fine.
Noi non ci rivedremo più, signore.
Quel che era per noi, l’abbiamo fatto, e voi lo sapete.
Credetemi: l’abbiamo fatto per sempre.
Serbate la vostra vita al riparo da me.
E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità,
a dimenticare questa donna che ora vi dice,senza rimpianto,
addio”.

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“Hervé Joncour continuò per giorni a condurre una vita ritirata, facendosi vedere poco in giro in paese, e passando il suo tempo a lavorare al progetto del parco che prima o poi avrebbe costruito. Riempiva fogli e fogli di disegni strani, sembravano macchine. Una sera Hélène gli chiese:
– Cosa sono?
– E’ una voliera.
– Una voliera?
– Si.
– E a cosa serve?

Hervé Joncour teneva gli occhi fissi su quei disegni.
– Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volar via”.

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Alessandro Baricco, Seta, BUR