#libriinvaligia5: per un pugno di classici

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Finalmente anche il conto alla rovescia per le mie vacanze si è attivato, quindi, dopo due settimane trascorse a preparare pacchi e valigie per un trasloco… mi rimetto a preparare le valigie per tornare in Italia, affrontando il dilemma di ogni anno: quali libri portare con me, oltre al mio amatissimo Kindle?

Come l’anno scorso, colgo la palla al balzo e vi suggerisco un pugno di classici da scoprire/riscoprire durante le vacanze. Che siate al mare, in viaggio, in montagna, in città o in ufficio (sigh!), buone letture!

1) Il buio oltre la siepe, Harper Lee

Di Harper Lee si è parlato tanto, tantissimo negli ultimi mesi, causa la riscoperta e la pubblicazione del suo inedito Go set a watchman. Io l’ho letto, ne ho parlato qui, e approfitto dell’occasione per sottolineare ancora una volta che – a prescindere da operazioni pubblicitarie più o meno infelici – GSAW non è Il buio oltre la siepe. Quindi, se aspettate l’edizione italiana per leggere un prequel/sequel dell’amatissimo classico, resterete estremamente delusi: sono due romanzi diversissimi, che affrontano tematiche più o meno simili da due prospettive estremamente diverse.

Ergo, approfittate dell’estate per scoprire/riscoprire la Maycomb dell’adorabile Scout Finch, maschiaccio perennemente scalzo e in salopette che odia vestitini e scarpe di vernice, suo fratello Jem e l’inseparabile amico Dill (controparte romanzata di Truman Capote, amico d’infanzia della Lee). I tre si trovano a crescere in un momento storico pieno di cambiamenti per la società americana degli stati del Sud, con la fortuna di avere una vera e propria bussola morale: il mitico papà Atticus, che ha il vizio di giocare con l’orologio da taschino e l’inestimabile pregio di fare sempre ciò che ritiene giusto, a scapito delle conseguenze.

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Feltrinelli editore, trad. a cura di Amalia D’Agostino Schanzer

2) Effie Briest, Theodor Fontane

Ho letto questo romanzo molto recentemente, incuriosita da un tweet di Oxford World’s Classics che lo definiva la controparte teutonica di Anna Karenina, il mio romanzo preferito, per me vera e propria Bibbia della letteratura di tutti i tempi.

Se nella prima metà del romanzo ho rischiato di cadere vittima della lentezza delle narrazione, nella seconda ho ceduto alla malia dell’innocenza e del candore con cui viene raccontata la storia di Effie, fanciulla diciassettenne data in sposa in quattro e quattr’otto a un ex pretendente di sua madre che ha più del doppio dei suoi anni. L’unica colpa di Effie è quella di essere sostanzialmente una bambina, che non si conosce, non conosce il suo posto nel mondo, e in mezzo alla sua tranquilla confusione cade preda delle avances del maggiore Crampas. Ovviamente, Effie è destinata a non vedere più la figlia Annuccia e a morire di tubercolosi lontano da lei e dal marito, il rigido barone Von Instetten, che vorrebbe perdonarla, ma attribuisce all’onore e alle apparenze un ruolo molto più importante di quello giocato dall’amore.

Se Thomas Mann avesse dovuto scegliere solo sei libri, Effie Briest di Fontane sarebbe stato uno di quelli. Fidatevi del buon vecchio Thomas, e lasciatevi conquistare dalla sua apparente semplicità e dal candore di tempi andati: caratteristiche che, più o meno inconsapevolmente, sono tra quelle che cerco in un buon classico.

Oscar Mondadori, trad. a cura di S. Bortoli
Oscar Mondadori, trad. a cura di S. Bortoli

3) Ritratto di signora, Henry James

Isabel Archer è una delle eroine più belle e sfortunate della storia della letteratura. Affascinante, indipendente, intelligente, si ritrova ad ereditare un’ingente fortuna, e a compiere uno sbaglio di proporzioni colossali in ambito sentimentale, sposando un inquietante omuncolo interessato solo ai suoi soldi, l’insopportabile, pomposo Gilbert Osmond. La vera tragedia di Isabel è essere stata amata tanto, da tanti, e non essere mai riuscita a capire le persone, e a leggere davvero nel suo cuore.

È uno dei miei libri preferiti, che rileggo volentieri a cadenza irregolare. Da affiancare all’omonimo film di Jane Campion, con una splendida Nicole Kidman e un cast di tutto rispetto, che include John Malkovich e Viggo Morgensen.

Edizioni BUR, trad. a cura di B. Boffito Serra
Edizioni BUR, trad. a cura di B. Boffito Serra

4) L’età dell’innocenza, Edith Wharton

Con L’età dell’innocenza, il suo dodicesimo romanzo, la Wharton diventa la prima donna ad essere insignita del premio Pulitzer (1921). Basta leggere L’età dell’innocenza per rendersi conto che il suo successo è più che meritato: la penna della Wharton attacca senza pietà l’ipocrita alta borghesia newyorchese della fine del XIX secolo, svelandone il volto nascosto da una maschera dorata.

In questo contesto, Newland Archer, avvocato di belle speranze, si trova costretto a sposare May, scialba ma di buona famiglia, pur essendo perdutamente innamorato della cugina, la misteriosa e perduta contessa Ellen Olenska, colpevole di avere “un passato” (una vita scandalosa in Europa! Il divorzio da un dissoluto conte polacco!). Da affiancare all’omonimo film di Scorsese, che vede Michelle Pfeiffer nei panni della contessa Olenska e Winona Ryder in quelli di May Welland.

eNewton classici, trad. a cura di P. Negri
eNewton classici, trad. a cura di P. Negri

5. Via dalla pazza folla, Thomas Hardy

Confessione: ho iniziato a leggere il celeberrimo romanzo di Hardy da pochissimo, dopo aver visto il nuovo adattamento cinematografico con una splendida Carey Mulligan nei panni della protagonista, la bellissima, indipendente e sfortunata (avete notato quanto spesso questi aggettivi vadano insieme nella descrizione delle eroine dei classici?) Bathsheba Everdene. Anche Bathsheba, come Isabel Archer, ha la tendenza a far innamorare di sé un po’ tutti, dal leale fattore Oak al ricco Boldwood, che si rivela uno stalker della peggior specie. Ovviamente, si innamora dell’unico uomo che non la ricambia, il vanesio, sprezzante sergente Francis Troy, che la rende molto, molto infelice.

Ah, è anche un romanzo pieno di pecore. Ci sono pecore ovunque. Anche molte mucche. Arcadia pura, insomma.

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Garzanti, traduzione di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman

6) Camera con vista, E. M. Forster

Lucy Honeychurch è un’altra delle mie eroine preferite in assoluto. Di lei, il pastore Beebe dice che, se si arrischiasse a vivere come suona, sarebbe una delle persone più interessanti del mondo. E lo fa: lascia l’insignificante, freddo fidanzato Cecil per una vita di avventure con l’inappropriato, imprevedibile George, conosciuto durante un viaggio in Italia, complice uno scambio di camere.

Da affiancare alla visione del film di James Ivory, con un’intensa Helena Bonham Carter nei panni della protagonista.

Newton Compton, trad. a cura di  P. Meneghelli
Newton Compton, trad. a cura di P. Meneghelli

Ultimo consiglio libresco: dopo aver tanto parlato di eroine, vi suggerisco la lettura di un libro che ho amato molto (purtroppo non disponibile in traduzione italiana): How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, di Samantha Ellis (di cui ho parlato qui).

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Dalla redazione è tutto: vi auguro delle bellissime vacanze, piene di avventure, di parole, di storie.

Soundtrack: Summertime, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong

The Ophelinha Gazette#1 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Non so voi, ma io non riesco mai a leggere tutto quello che vorrei.

Non solo in termini di libri, ma in termini di post e articoli. A volte mi sento letteralmente annaspare in un oceano di informazioni, e mi metto a salvare link sul telefono, tra i preferiti del PC, sul reader come se non ci fosse un domani.

Di qui la – brillante, ça va sans dire – idea di raccogliere tutti gli articoli nerd letterari – e non –  su un bel foglio Word – qui siamo molto tecnologici –  e proporveli sotto forma di gazzettino.

Essendo però allergica alle scadenze – da queste parti ce ne sono fin troppe, a partire dalla sveglia che suona troppo presto – anche questa rubrica avrà un andamento altalenante e capriccioso. Ma tornerà, promesso (e io mantengo sempre le promesse)

Godetevi la – lunga – lettura, e buon weekend.

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1) Vi ricordate il famoso To Zelda, once again di Fitzgerald? Beh, dimenticatevelo. Ecco sette dediche in cui gli autori si vendicano di torti subiti e rifiuti

7 Book Dedications that Basically Say “Screw You, Mental Floss, Anita Okrent

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2) Una bellissima definizione di amore del commediografo Tom Stoppard, da quella vera e propria miniera d’oro che è Brain Pickings di Maria Popova

The Greatest Definition of Love

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3) Un ritratto di DFW come popolare – sebbene irrequieto -professore aggiunto presso l’Emerson College a Boston, dal blog della celeberrima The Paris Review

When David Foster Wallace Taught Paul Thomas Anderson, Dan Piepenbring

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4) L’inaugurazione della mostra Klein/Fontana, curata da Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, sul sito della Fondazione Fontana

5) Un post per conoscere meglio Fontana, dal blog Lettere a Theo – L’Arte nelle parole degli artisti

Fontana: “…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao…”

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6) Il post della sempre ottima Alessandra di Una Lettrice con la segnalazione della mostra

Klein Fontana, Milano Parigi, 1957-1962 Electa, 2014

7) Una curiosa galleria di Rai letteratura sulle fobie di alcuni tra I più grandi scrittori

Le vite segrete dei grandi scrittori

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8) Un vecchio post dal blog Sweet Mother, che vado a rileggere ogni volta che ho la tentazione di cancellare una buona metà dei post del mio blog o di chiuderlo per sempre. O ogni volta che pubblico qualcosa e poi mi alzo la notte a rileggerla, contemplando la possibilità di cancellarla/riscriverla tutta (si, succede ogno volta, a ogni post)

Did my post suck today?

9) Dieci citazioni motivazionali di Murakami, da leggere preferibilmente il lunedi’ mattina o quando si è in preda ai mean reds (sarebbero tipo le giornate no; vi ricordate la scena di Breakfast at Tiffany’s?)

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Carpe Diem: 10 Haruki Murakami Quotes to Make the Most of Today

10) Un articolo bello, ma veramente bello sulle difficoltà di Kubrick di adattare Lolita di Nabokov per gli schermi cinematografici (e sul perché ‘il remake del 1997 faccia schifo)

Nabokov and the Movies, John Colapinto

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11) Un’infografica interattiva di Open Culture sulla routine quotidiana di famosi geniacci creativi

The Daily Routines of Famous Creative People, Presented in an Interactive Infographic

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12) Houllebecq come se piovesse.

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– Una recensione molto esaustiva, segnalatami dall’ottimo Michele Orti Manara, per gli amici nepente

Sottomettiti e sarai felice, Vincenzo Latronico, su Rivista studio

– Un articolo un po’ controverso sul Telegraph

Michel Houellebecq’s Soumission: ‘More prescient than provocative’

– E un’apologia su The Paris Review

Scare Tactics: Michel Houellebecq Defends His Controversial New Book

Questo è tutto per la prima edizione. Se volete segnalarmi post/articoli/saggi nerd e interessanti, fatelo pure, non potrà che farmi piacere, a mezzo mail, social media, piccioni viaggiatori o Edwige, la mia civetta bianca di Hogwarts.

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About Time – Questione di tempo + giveaway

I don’t get many things right the first time
In fact, I am told that a lot
Now I know all the wrong turns, the stumbles and falls
Brought me here..
Ben Folds, The Luckiest (About Time soundtrack)

Tim è un ventunenne timido e impacciato, con un taglio fuori moda color pel di carota. È tanto, ma così tanto impacciato che alla festa di Capodanno della sua famiglia   la mano alla ragazza con cui balla invece di baciarla, lasciandola in lacrime.

Tim abita in una bellissima casa sul mare in Cornovaglia, con la sua strampalata famiglia: sua madre, che assomiglia ad Andy Warhol e la cui icona fashion è la regina Elisabetta; suo padre, assiduo lettore di Dickens e appassionato giocatore di ping-pong ; KitKat, sua sorella, una creatura un po’ elfica coi fiori tra i capelli e perennemente scalza; e l’adorabile zio Desmond, con i suoi completi immacolati e la sua distrazione celestiale.
Dopo la débâcle della festa di Capodanno, il padre decide di consegnare a Tim il loro segreto di famiglia: gli uomini sono capaci di viaggiare nel tempo. Non andare a spasso nel tempo, non trotterellare tra passato e futuro, quanto piuttosto tornare a un momento preciso della loro vita e riviverlo..o cambiarlo, facendo molta attenzione.
Tim decide di usare questa sua straordinaria capacità per quello che gli sta più a cuore: trovare l’amore. Si accorge presto che tutto il tornare indietro nel tempo di questo universo non può cambiare il fatto che una ragazza non lo ricambi (la sfortunata estate con la bellissima Charlotte, amica di KitKat, ne è la prova).
Fa la differenza, tuttavia, quando si incontra QUELLA persona, e si vuole tornare indietro per riparare a parole impacciate, carezze goffe, tempistiche allo sbaraglio. Lei è Mary, adorabile, timida, un po’ nerd, fan spassionata di Kate Moss.  I due si amano tra prime volte vissute e rivissute, un matrimonio semidisastroso in una Cornovaglia piovosissima e bambine dai riccioli rossi.
Sembrerebbe una semplice storia d’amore a lieto fine. Ma Tim non prende sottogamba questa storia del tempo: riflette sulla sua straordinaria, ordinaria esistenza e su come tutto il tempo di questo mondo non possa allontanare il dolore, esorcizzare le perdite, cancellare alcune giornate che non si vorrebbe vivere. Tornare indietro nel tempo non può impedire a KitKat di innamorarsi dell’uomo sbagliato, iniziare a bere, rischiare di uccidersi in un incidente stradale; non può impedire al padre di Tim di ammalarsi di tumore e morire a cinquant’anni. Tuttavia, padre e figlio, forti di un  legame profondo, sincero, commovente, disarmante, ironico – che è la vera storia d’amore del film – trovano il modo di tornare indietro nel tempo, e incontrarsi nel corso dei loro lunghissimi campionati di tennis da tavolo, tra una lettura di Dickens e l’altra. Finché Mary non sta per avere un altro bambino e Tim non può più tornare indietro a momenti precedenti la sua procreazione: lascia vincere a suo padre l’ultima partita di ping-pong e insieme tornano a rivivere una giornata sulla spiaggia, quando Tim era bambino.

 

 

Suo padre lo lascia con un’altra consegna: provare a rivivere tutte le sue giornata, per imparare ad apprezzare quelle sfumature che ci sfuggono la prima volta, quei dettagli, quei piccoli momenti, all’apparenza insignificanti, che messi insieme costruiscono una vita, e le danno un senso. Nel corso degli anni, Tim capisce però che l’unico modo di gestire il proprio tempo è imparare a soffermarsi sugli istanti, sui piccoli eventi: i risvegli mattutini, pieni di sonno e di sbadigli, il libro letto al parco in pausa pranzo, il saluto di sua figlia prima di entrare a scuola. Uno sguardo, una parola, un sorriso. Una carezza. Un gesto. Un sussurro. Decide quindi di non viaggiare più nel tempo, ma di viverlo.

Tim: We’re all travelling through time together every day of our life…all we can do is do our best to relish this remarkable right (viaggiamo tutti insieme nel tempo, ogni giorno della nostra vita..tutto quello che possiamo fare è fare del nostro meglio per apprezzare questo dono straordinario).

 

Il tempo resta sempre un argomento spinoso. Passa troppo in fretta o troppo lentamente, è spietato o compassionevole, non si ripete mai due volte, non torna mai indietro.
Non abbiamo mai tempo: non dobbiamo perderlo, lo rincorriamo, e non c’è tempo da perdere, e bisogna alzarsi presto perché il mattino ha l’oro in bocca, e chi ha tempo non aspetti tempo.
Il tempo ci tormenta. Ci tormentano tutte le occasione perdute, ci tormentano quei momenti che vorremmo cambiare, gli errori che vorremmo correggere. La routine uccide il nostro tempo: e, alla fine, di ventiquattr’ore non ci restano che quei cinque minuti, quella luce diversa, quello sguardo, quel groppo in gola, quel peso sullo stomaco, quella carezza appena percepita. E, quando il momento è passato, vorremmo tornare indietro per riviverlo, per fissarlo nella memoria: ma è troppo tardi.
 

Ho apprezzato molto questo film (good food for thoughts) e mi sono goduta la sua bellissima colonna sonora, che comprende la struggente Into my Arms di Nick Cave, The Luckiest di Ben Folds, Mid Air di Paul Buchanan e Gold in Them Hills di Ron Sexsmith (che trovate anche qui), oltre a classici come Friday I’m in love dei mitici The Cure, Back to black della sfortunata Amy Winehouse e perfino l’italianissima Il mondo di Jimmy Fontana, al ritmo della quale Mary percorre la navata il giorno delle sue nozze (risulta essere inspiegabilmente una delle canzoni preferite di Tim e suo padre).

Dato che le cose belle andrebbero condivise, ho deciso di regalare un DVD di About Time a uno di voi(in Italiano o in Inglese). 

Come fare per ricevere un DVD di About Time? Poche semplici regole:

 

scrivere una riflessione sul tempo. Che sia una frase, un haiku o una storia breve, non importa: raccontatemi cos’è il tempo per voi. Fatene una questione di tempo.

 
Lupus in fabula, avete tempo fino al 10 febbraio. Chi ha tempo…non ne aspetti.
 
And the winner is…Sostiene Pereira, col suo bellissimo commento sul tempo e sull’amore
Grazie dei vostri commenti*

30 going on 13

Slow down, you crazy child
You’re so ambitious for a juvenile
But then if you’re so smart, tell me
Why are you still so afraid?

Where’s the fire, what’s the hurry about?
You’d better cool it off before you burn it out
You got so much to do and
Only so many hours in a day

But you know that when the truth is told…
That you can get what you want or you can just get old
You’re gonna kick off before you even
Get halfway through

Vienna, Billy Joel
 
 

Ci sono compleanni che segnano la fine di un’era – se un’era può essere definita come un periodo reso significativo da un’infinità di personalissimi eventi e ricordi.
Ci sono compleanni che sono come giri di boa: la prima volta che si segna la propria età a due cifre, l’ingresso negli -enti. E poi arriva il fatidico passaggio dagli -enti agli -enta.
Mancano alcuni mesi, ma non sono mai stata una grande fan dell’avanzare repentino e improvviso del tempo, e, semplicemente, non sono pronta. Non sono dove vorrei essere – dove avevo immaginato che sarei stata – chi vorrei essere.
Non ho raggiunto nessuno degli obiettivi che mi ero prefissa, e ho paura che per alcuni di essi si stia facendo sempre più tardi..

La protagonista del film 13 going on 30, la giovanissima Jenna, è stanca di essere una pre-adolescente piatta e poco popolare. Ha voglia di avere 30 anni (!), età che identifica con l’apoteosi della bellezza, del successo, dell’indipendenza, dell’amore. Il suo desiderio si avvera: dopo il compleanno dei suoi 13 anni – complice una polverina dei desideri regalatale dal migliore amico Matty – si ritrova nel corpo – e nella vita – di una trentenne, solo per rendersi conto di non essere diventata quella che voleva, di aver sempre dato troppo peso alle apparenze e alle opinioni altrui. Avere 30 anni non è poi questo granchè, e si desidera sempre tornare indietro, per rimediare qualcosa, per trattenere qualcuno che abbiamo lasciato andare via, per essere più o meno egoisti, per cancellare una lacrima, una ruga, un rimpianto.
Il suo migliore amico, Matt, suggerisce alla Jenna tredicenne che è più importante essere originale che essere popolare; Jenna risponde, imperterrita, capricciosa, assetata di vita e di foto da prom queen “I don’t want to be original, I want to be cool!”.

Quando si hanno 13 anni si crede che con l’età, col passare del tempo si impareranno tantissime cose su se stessi e sugli altri, si riuscirà a trovare il proprio posto nel mondo, si riuscirà a passare dalla poesia alla prosa con l’abilità di un funambolo, e tante questioni spinose, la vita la morte l’amore l’amicizia i confini la definizione di se stessi perderanno via via il loro alone di mistero. Tutto diventarà più chiaro, e we’ll know better, older and wiser.

Ho poco in comune con la me stessa tredicenne, a parte uno smodato amore per la lettura e la scrittura, i brufoli, qualche chilo di troppo e i capelli ingestibili – ah, dimenticavo: entrambe abbiamo seri problemi con la matematica. Una cosa la so: la me stessa tredicenne ne sapeva molto di più di me.
Non era bella nè popolare, e, nonostante,ne soffrisse, era comunque a suo agio nei suoi panni di nerd con gli occhialoni spessi stile fondi di bottiglia, la testa tra le nuvole e una timidezza così tagliente da far male.
La mia me tredicenne sognava. Sky was the limit.
Aveva grandi speranze, grandi aspettative, grandi ideali.
Sognava a fasi alterne di fare la scrittrice o l’attrice di teatro, il diplomatico o il reporter di guerra, ma di una cosa era matematicamente – nonostante i numeri non volessero proprio entrarle in testa – certa: poteva diventare qualunque cosa avesse voluto essere.
La mia me tredicenne scriveva. Poesie, pensieri, frammenti di storie su tovaglioli, fazzolettini, quaderni, diari. Scriveva quando avrebbe dovuto studiare e scriveva quando avrebbe dovuto ascoltare – e perdeva tutto quello che scriveva, perchè non le interessava conservarlo, men che meno farlo leggere a qualcuno. Era libera.
E quegli stessi ragazzi che non la vedevano nemmeno, facendola sentire invisibile, un giorno si sarebbero innamorati di lei, e quella vita finora soltanto immaginata si sarebbe trasformata in un caleidoscopio di viaggi e colori, un carosello di persone, sapori, musica e profumi, e si vedeva grande e bella e sicura di sè in un campus del New England, sotto le stesse foglie autunnali che avevano visto crescere Sylvia Plath e Emily Dickinson.
Tutto era possibile: bastava desiderarlo, ed impegnarsi per ottenerlo.
Per il momento, si poteva continuare a leggere Piccole Donne e a sognare di diventare scrittrice come Jo. E c’era tutto il tempo del mondo per vestirsi da grande, investire in un anticrespo e un lucidalabbra. C’era tutta la vita davanti per diventare “normale”.

Si, la mia me tredicenne aveva le idee molto più chiare su chi era e su ciò che voleva, mentre a quasi trent’anni I still haven’t got a clue. Spero che, il giorno del mio trentesimo compleanno, una polverina magica – o qualcosa di simile – mi ridia quella fiducia in me stessa e nel potere dei sogni.

 
 
 
 
 
 
 

Sountrack: Vienna, Billy Joel
                  If only I could turn back time, Aqua
                  Only time, Enya

Incontri spezzati

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché è cominciare, sempre, ad ogni istante
Cesare Pavese
 
Non ricordo più di chi fosse stata l’idea.

Entrambi amavamo immensamente Lost in Translation di Sofia Coppola: me l’avevi fatto conoscere tu, allora.

Forse ci immedesimammo nei personaggi: io ero giovane, fresca di università e francamente un po’ sperduta. Cercavo di capire chi fossi, e quale strada dovessi seguire.

Tu la tua l’avevi persa, di strada: quel lavoro che tanto amavi si era trasformato in un inerte esercizio di vuoti a perdere. La tua vita, apparentemente  perfetta, ti stava tanto stretta da toglierti il respiro.

Avevamo trascorso insieme mesi resi fin troppo intensi da quel sentimento ambiguo, offuscato, che sfuggiva a qualsiasi tentativo di definizione. Mesi resi difficili dalla mia fragilità, dalla mia precarietà, dai segreti, dagli abbracci spezzati, dalla tua famiglia, dal tuo imminente trasferimento. Un altro continente. Oceani e fusi orari tra noi.

Avevamo cercato un modo di cristallizzare il tempo, di fermare quei pochi mesi, mettendoli in stand-by, solo per noi, e andare avanti. Continuare a vivere.

Aspettando un appuntamento: dieci anni dopo, in un anonimo hotel nel centro di Tokyo.

                                                               *************** 

Tra qualche ora ti incontrerò. Scruto ansiosamente il mio volto allo specchio, le rughe sottili che iniziano a delinearsi intorno agli occhi, agli angoli della bocca. Le borse, perenne eredità e silenziosa testimonianza delle mie notti insonni. Il pallore trasparente.

Mi chiedo se rintraccerai in questo viso quella ragazza spensierata, sconsiderata, spaventata della quale ti eri innamorato. Se sarai capace di ritracciarne i tratti, sepolti nella geografia della memoria.

Mi chiedo se ritroverai i miei ricci ribelli nella messa in piega ordinata, se le parole riusciranno a riallacciare quel tenue filo invisibile, mantenutosi in vita per dieci anni attraverso lettere, fotografie, cartoline, email, film, libri, canzoni, poesie.

Sei l’unica persona di fronte alla quale ho paura di tirare le somme degli ultimi dieci anni.

Volevo fare la scrittrice, e non ci ho nemmeno provato.

Volevo un grande amore, e ne ho trovato solo surrogati, pallide imitazioni.

Volevo continuare a vivere lì, nella città dove ti ho conosciuto, e dove strade, parchi, musei e teatri potevano parlarmi di te, e sono scappata.

Vivo la mia vita scappando, dal dolore, dalla gioia, dalle opportunità, dalle delusioni. Vivo come una passeggera con un biglietto aperto sul compartimento di seconda classe di un vecchio treno, e guardo la vita vivermi intorno dal finestrino sporco e polveroso. Ma non ho il coraggio di scegliere una stazione e scendere, e vivere per raccontarla. Un po’ come Novecento, il pianista sull’oceano, che non scende dalla nave perché non può scegliere una casa una strada un lavoro una donna una vita che siano sue, perché ci sono semplicemente troppe possibilità e il rischio di sbagliare è immenso.

Vorrei scappare anche ora, mentre mi controllo per l’ennesima volta il trucco in uno specchietto, sprofondata in una poltrona di pelle al bar dell’hotel, in attesa del tuo arrivo. Lo champagne che ho ordinato non riesce a stemperare l’attesa, non riesce a sciogliere il groppo alla gola né il nodo allo stomaco. Prima di rendermene conto, sei seduto davanti a me.

Non parliamo: non c’è bisogno di parole, dopo dieci anni di assenza e e-mail e messaggi e lettere.

Qui, protetti, nell’utero di una lingua che ci è del tutto estranea, possiamo semplicemente perderci nella meraviglia. Esisti. Sei reale.

Non sei più solo un ricordo i cui tratti sono stati sfumati dal tocco inesorabile del tempo. Non sei più un indirizzo di posta elettronica, un numero nella mia rubrica.

Sei qui. Sei vero. Sei reale.

O, almeno, in questo momento lo sei, in questa realtà, nella mia realtà, e sei mio.

Mi accarezzi la mano, timido, incerto.

Il viso tanto amato è abbronzato, e il colorito mette in risalto la trama sottile delle rughe, i capelli più radi, appena brizzolati.

Sembri più sicuro di sé e al tempo stesso infinitamente più malinconico, e stanco. Vedo me stessa riflessa nei tuoi occhi, un fantasma, la sagoma opaca di qualcosa che potrebbe essere stato, ma non si è mai realizzato per davvero.

E quei ricordi, così tangibili, così vivi nella memoria del cuore, diventano improvvisamente così lontani, come se non fossero mai stati. Lontani come le luci di Tokyo. Lontani come le stelle spente di questo cielo straniero.

Restiamo seduti per attimi, o forse per ore. Poi ti alzi, senza far rumore, e mi fai scivolare in mano una busta di carta. Mi baci sulle labbra, leggermente, tracciandomi con la punta delle dita i contorni del viso, le labbra, il collo. Sfiorandomi i capelli, leggero, già quasi assente. Un attimo, e non ci sei più.

In camera giaccio sul letto per ore, incapace di stabilire se si è trattato di un incontro reale o se ho solo visto un fantasma. Improvvisamente, mi ricordo della busta bianca.

La apro, e mi scivola in grembo una foto di me e te, dieci anni fa, in una giornata di pioggia, di addii e di sorrisi incerti, buoni solo per mascherare le lacrime. Insieme alla foto, un dvd , In the mood for love di Wong Kar-wai.

Dovevo saperlo. D’altro canto, è iniziata con un film sulla solitudine, sull’incomunicabilità e sugli addii spezzati, non poteva che finire allo stesso modo.

Sul dvd, un post-it giallo: Singapore, tra dieci anni.

Spengo la luce e mi infilo a letto vestita, il post-it appiccicato sul cuscino accanto al mio.

Gli amori impossibili sono gli unici che possono durare per sempre.

                                                     **********************
 

 
 

Il grande, grandissimo Gatsby

To Zelda, once again

Se il dottor Pereira di Tabucchi avesse incontrato il Jay Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, probabilmente gli avrebbe detto, citando le parole del dottor Cardoso: la smetta di frequentare il passato, frequenti il futuro.
Ma Jay Gatsby non crede nei tempi verbali: per lui il presente altro non è che un’appendice posticcia di un passato in cui tutto era possibile, un luogo e un tempo da usare per riappropriarsi di un passato che lo ossessiona e proiettarlo verso il futuro.

Aleggia intorno a Gatsby un’aria di mistero. Gatsby who? What Gatsby?
C’è chi dice abbia ucciso un uomo, chi sostiene sia un eroe di guerra, chi ancora lo vede implicato in loschi affari. La chiave del mistero di Gatsby è in realta lei (c’è sempre una lei, no?) la bellissima flapper Daisy Buchanam, la ragazza che gli ha cambiato la vita con un bacio tanti anni prima, stregandolo durante una notte di stelle e rampicanti, quando Jay era ancora un soldato povero in canna e non poteva ambire alla mano della fanciulla (è facile ritrovarvi un’eco autobiografica della vicenda dello stesso Fitzgerald, che, non potendo sposare la bella Zelda Sayre per mancanza di mezzi finanziari, in attesa di quel successo letterario che tanto tardava ad arrivare, lavorava come pubblicitario e scriveva la notte).
La grandezza di Gatsby non è autoincensazione, non è celebrazione dell’american dream dei roarin’ Twenties: tutto il pacchetto, l’eleganza, la bellissima magione, le feste eccentriche e strepitose sono funzionali a riportare Daisy a lui. Daisy, che vive dall’altra parte della baia, la cui luce verde Gatsby si ferma ad osservare per ore, per sentirla più vicina. Daisy, che ha un ricco marito, Tom, che la tradisce con la moglie del meccanico. Daisy che, dopo aver partorito e aver scoperto di aver dato alla luce una bambina, esclama I hope she’ll be a fool—that’s the best thing a girl can be in this world, a beautiful little fool!
Per Gatsby, il passato si può ripetere, eccome: per questo convince il suo vicino di casa, Nick Carraway – timido, provinciale, affascinato e repulso al tempo stesso dal mondo dei belli e dannati, che è anche voce narrante del romanzo – a persuadere Daisy, che è sua cugina, ad andare da lui, Gatsby. Per rivedere lui, per ammirare quella casa, quelle feste in cui lui non si diverte, quella vita che lui ha costruito per lei, su misura per lei.
Il mistero di Gatsby è congelato nel tempo. Il cuore di Jay Gatsby ha smesso di battere nel momento in cui le sue labbra hanno sfiorato quelle di Daisy. La sua vita è una folle corsa su una cabriolet gialla nel tentativo di rimettere a posto i pezzi del suo mosaico personale.
Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va, sostiene Eraclito.
Gatsby commette un immenso errore di valutazione: basare tutta la sua esistenza su un attimo. E Daisy, l’eterea, infelice Daisy, lo riaccoglie a braccia aperte nella sua vita, riaffiora in tutta la sua bellezza – e il suo egocentrismo  – grazie all’adorazione spassionata di Gatsby.
Ma Daisy è tanto decorativa quanto egoista, tanto affascinante quanto superficiale, incapace di comprendere quell’amore che va al di là di ogni ragionevole dubbio. Incapace di amare se stessa, incapace di amare gli altri. Splendida e fredda come una bambolina di porcellana dagli occhi vitrei.
Gatsby pretende che Daisy semplicemente cancelli la sua vita con Tom, neghi di averlo mai amato e torni ad essere solo sua. La loro folle corsa termina in tragedia: dopo un duello verbale con Tom, Daisy e Gatsby, tornando da New York a West Egg, investono Myrtle, l’amante di Tom. A guidare è Daisy, ma Gatsby si guarda bene dal diffondere quest’informazione, per proteggerla, fino alla fine. Fino a quei proiettili sparati dal marito di Myrtle che mettono fine alla sua vita.
Fino a quel funerale, sotto la pioggia, a cui partecipano Nick e il padre di Gatsby, ancora incredulo per lo status di nouveau riche del figlio appena deceduto. Una morte solitaria come solitaria era stata la vita di Gatsby, una sorta di Mr Darcy del dopoguerra, che non si mischia alle danze e aspetta, acquattato nell’ombra, e scruta la luce verde di Daisy, sentendo il suo sogno più vicino che mai, non riuscendo a capire di esserselo già lasciato alle spalle.
Perchè, se in generale è difficile lasciar andare via la persona amata, nel caso di Gatsby è impossibile.

Questi giorni si parla tanto di Gatsby, complice il nuovo adattamento cinematografico a cura di Baz Luhrmann (che, come tanti, attendo con ansia di vedere). Tuttavia, focalizzandosi tanto sul fascino degli anni ’20, sui vestiti, sul jazz, sulle feste roboanti, sul ritmo incalzante di una generazione che vuole dimenticare la guerra appena trascorsa, si rischia di perdere di vista la vera grandezza di Gatsby. Che non scaturisce dai suoi soldi, dalle sue feste grandiose, dalla sua magione stile torta nuziale, dal suo fascino maledetto, dal suo fosco passato. La grandezza di Gatsby risiede nel suo tentativo di dominare il tempo, nella sua fede cieca e naive in un amore che lo ha permeato e lo ha fatto cambiare, per rendersi degno di una Daisy un po’ ottusa e superficiale  – cosa che Gatsby non vede, con gli occhi del cuore. La grandezza di Gatsby sta nella sua capacità di amare, con coraggio, senza paura, against all odds. La grandezza di Gatsby sta nel mettersi in gioco, nel reinventarsi, nello scommettere tutto su se stesso per rendersi degno di lei.
Gatsby è un grand’uomo, perchè ama senza ritegno, perchè non riesce a lasciar andare il passato, perchè vive di ricordi e si rifocilla di rimpianti. E non se ne vergogna.

Il Grande Gatsby è uno dei capolavori della letteratura angloamericana, con una prosa musicale che scivola come le dita su un pianoforte durante l’esecuzione di un pezzo di jazz. Il finale è di una perfezione assoluta:

And as I sat there, brooding on the old unknown world, I thought of Gatsby’s wonder when he first picked out the green light at the end of Daisy’s dock. He had come a long way to this blue lawn and his dream must have seemed so close that he could hardly fail to grasp it. He did not know that it was already behind him, somewhere back in that vast obscurity beyond the city, where the dark fields of the republic rolled on under the night.

Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter—tomorrow we will run faster, stretch out our arms farther. . . . And one fine morning——

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.

(E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter sfuggire più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina…

Così continuiamo ad andare, barche contro la corrente, sospinte incessantemente verso il passato).

La triste vicenda dell’antieroe Gatsby richiama echi biografici del suo brillante e tormentato autore. L’infelice epilogo della sua vita coniugale è purtroppo fin troppo noto: la bellissima e tormentata Zelda Sayre trascorre i suoi ultimi anni in una casa di cura a causa della sua fragilità e dei suoi problemi mentali (il personaggio di Nicole in Tender is the night è chiaramente un tentativo dell’autore di esorcizzare la malattia mentale della moglie, così come Dick ritrae la stanca rassegnazione di un marito che ha fallito nel compito di proteggere la donna che ama da se stessa).
Fitzgerald, spesso preso in giro da Hemingway per la sua scarsa resistenza all’alcool, cerca comunque rifugio ai suoi problemi e ai suoi insuccessi nella bottiglia. Muore d’infarto a soli 44 anni, e il suo funerale ricorda molto quello di Jay Gatsby, con una trentina di persone sotto la pioggia e Dorothy Parker che sussurra poor son of a bitch, altra citazione gatsbyana.

Il romanzo aveva ricevuto un’accoglienza tutt’altro che calorosa, e al momento della morte di Fitzgerald numerose erano le copie polverose che avevano trovato rifugio nella sua soffitta: nel primo anno di pubblicazione, solo 21000 copie erano state vendute, e le recensioni non erano entusiaste.
Il New York Evening World aveva definito il libro a valiant effort to be ironical…his style is painfully forced: un brillante tentativo di ironia, stroncato da uno stile sofferto e forzato.
Il Chicago Tribune non era stato più generoso, definendolo indegno di essere riposto su uno scaffale accanto a This side of the paradise (Certainly not to be put on the same shelf with, say, This Side of Paradise).
Probabilmente è uno di quei capolavori che possono essere appieno compresi ed apprezzati solo con la dovuta distanza storica da un’epoca affascinante e controversa come i roarin’ Twenties.

Fitzgerald dedica The Great Gatsby

                                             To Zelda, once again

ancora una volta alla sua Zelda, che incarna la quintessenza della flapper.
Essere una flapper non significa semplicemente abbracciare una tendenza, una moda, mettersi i pantaloni, fumare, tagliarsi i capelli à la gamine e ballare il charleston: significa aderire a un vero e proprio movimento storico e sociale che abbraccia i nuovi diritti della donna (come il diritto di voto) e, oltre a deporre gonne lunghe e scomode e crinoline, riconosce il diritto della donna di lottare per l’affermazione di se stessa nella società. La stessa Zelda tenta tutta la vita di emergere come scrittrice fuori dall’ombra possente del marito; nella sua Eulogy of the flapper, scrive

The Flapper awoke from her lethargy of sub-deb-ism, bobbed her hair, put on her choicest pair of earrings and a great deal of audacity and rouge and went into the battle. She flirted because it was fun to flirt and wore a one-piece bathing suit because she had a good figure, she covered her face with powder and paint because she didn’t need it and she refused to be bored chiefly because she wasn’t boring. She was conscious that the things she did were the things she had always wanted to do. Mothers disapproved of their sons taking the Flapper to dances, to teas, to swim and most of all to heart. She had mostly masculine friends, but youth does not need friends—it needs only crowds.

La donna diventa quindi consapevole del suo fascino e del suo potere: si trucca e flirta perchè ha voglia di farlo, mette in risalto il suo fisico, usa come armi orecchini vistosi e una buona dose di faccia tosta.

Zelda e Scott incarnano lo spirito dell’epoca: in America come a Parigi sono la coppia d’oro, i belli e dannati. Entrambi muoiono nell’oblio e nella solitudine più profonda; sulla loro lapide sono incise le ultime righe del grande Gatsby, a ricordare il senso di perenne e irrequieta insoddisfazione di due barche controcorrente, per sempre risospinte verso il passato.

Per saperne di più:

http://www.evene.fr/livres/actualite/du-whisky-a-gatsby-la-face-cachee-de-francis-scott-fitzgerald-2019071.php

http://blogs.smithsonianmag.com/threaded/2013/02/the-history-of-the-flapper-part-1-a-call-for-freedom/

http://bitchmagazine.org/post/how-the-great-gatsby-fears-the-flapper

http://www.kuriositas.com/2013/05/if-f-scott-fitzgerald-was-one-of.html

http://flavorwire.com/topics/the-great-gatsby

Anna Karenina secondo Joe Wright

”Tutti cerchiamo in qualche modo di imparare ad amare”
Joe Wright su Anna Karenina
 
 

Prima impressione: chi non conosce la storia di Anna Karenina non apprezzerà probabilmente appieno le scelte registiche di Joe Wright. Scelte audaci. Azzardate. Coraggiose. Geniali.
Il film è girato interamente in un vecchio teatro russo – con eccezione di qualche scena esterna – il che da una parte è affascinante, dall’altra fa in modo che, come a teatro, gli eventi a volte si susseguano molto velocemente, tra sipari che calano e scenografie che cambiano.
Questa sensazione di “teatro nel cinema” può lasciare destabilizzati, giusto nella prima mezz’ora, in cui mi sono ritrovata a pensare: sceneggiatura geniale (ad opera di Tom Stoppard), ma vorrei vederla rappresentata a teatro. L’inizio è molto veloce: scene di infelicità familiare di Oblonskij (interpretato da Matthew MacFayden) gaudente si alternano a scene di Anna a San Pietroburgo che gioca col suo amato Seriozha (Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo). Il trenino di Seriozha diventa improvvisamente quel treno, imponente, minaccioso, che porta Anna a Mosca, a far rappacificare il fratello Oblonskij, damerino di professione, e la paziente Dolly, madre di un’infinita progenie.
Quanto è tragicamente sarcastico di per sè il fatto che Anna si rechi a Mosca per aiutare una famiglia infelice a ritrovare la propria serenità e perda la propria, il proprio cuore, se stessa?

La scena dell’incontro com Vronskij alla stazione è veloce, ma l’occhio attento si accorge che i particolari sono tutti lì: negli occhi luminosi di Anna nascosti dalla veletta di pizzo nero, in uno sguardo, in quello sguardo che si scambia con Vronskij, nel poveretto imbrattato di fuliggine che nella fretta urta Anna, mentre si appresta a riparare un danno del treno, che riparte, ahimè troppo presto. E lì, in quella stazione, in quell’uomo dilaniato, Anna luminosa e chiaroveggente vede se stessa, la sua morte, il suo destino. E il rumore delle rotaie, il fischio del treno torneranno ad infestare le sue notti di laudano.
Geniale la scelta del regista di far fermare tutti gli astanti, di congelarli nel momento, meri figuranti senza battute in un dramma che non è il loro, in una tragedia più grande di loro, mentre loro, Vronskij e Anna, iniziano a viverla.

 
 

 

La scena del ballo è grandiosa. Kitty di bianco vestita, (interpretata da Kelly MacDonald),  i fiori tra i capelli biondi, Kitty dal piedino leggiadro vorrebbe esserne la protagonista: ma, dalla sua entrata, è chiaro che il ruolo le viene rubato da lei, Anna, bellissima vestita di nero, come Tolstoj l’aveva descritta. Anna che brilla di luce propria e non di luce riflessa, Anna che balla con Vronskij e ancora una volta tutto intorno a loro si spegne, gli altri scompaiono. E Anna è perduta.

Ma chi è Anna Karenina, per Joe Wright?
Anna è bella. E non di una bellezza comune: possiede in sè questa qualità irridescente capace di illuminare qualsiasi posto ove si rechi, e di nascondere la pesantezza e le ombre che nasconde nel cuore martoriato, diviso tra l’amore per Vronskij e quello per Seriozha. Perchè questi sono i due uomini della vita di Anna. Anna dal ventre martoriato, Anna dal ventre dilaniato, un figlio perduto, una figlia (Anya, avuta da Vronskij) non voluta.

Anna è una donna colta, elegante ed intelligente che scappa dalla gabbia impostale dalla vita coniugale con Karenin per ritrovarsi dentro altre gabbie, come dentro una matrioska. La gabbia di quest’amore per Vronskij che rasenta l’ossessione, la morbosità, la follia. La gabbia del suo isolamento sociale, in cui Vronskij la lascia sola, sottoponendosi ai giochi della madre che spera di darlo in sposa alla ricca Sorokina. Magistrale la scena in cui Anna, incredibilmente bella, vestita di bianco, entra all’Opera provocando scandalo. Ancora una volta gli altri personaggi giacciono immoti, mentre sul viso di cera di Anna la bella scorre una furtiva lacrima.

La scelta di girare il film dentro un teatro riflette secondo me anche la volontà di proiettare la claustrofobia sperimentata da Anna all’interno dell’aristocrazia russa di un Impero che si accinge a dirigersi verso la sua fine, lentamente ed inesorabilmente. Una società che perdona tutto agli uomini – dopo tutto, come dichiara la madre a Vronskij, un’avventura con una donna dell’alta società è il tocco finale alla sua educazione – ma non condona niente alle donne. Una società in cui niente è lecito e tutto è concesso. In cui va bene essere una peccatrice perduta, ma con discrezione.

Cosa manca al Vronskij di Wright, interpretato da Aaron Johnson? Gli manca carisma. Gli manca quell’ossessione amorosa che caratterizza così bene l’eroe tolstojano  -non a caso, la scena del tentato suicidio di Vronskij non compare nel film.
Insegue Anna finchè non può averla quasi più per sfida che per passione, per soddisfare un capriccio che per amore: una volta tornati in Russia, la lascia abbandonata a se stessa, alle sue risorse. No, non ho provato simpatia per il Vronskij di Wright, dongiovanni senza particolare spessore. Senza l’incredibile carisma di Keira Karenina.
Perchè, diciamocelo, la Knightley è perfetta per il ruolo di Anna. E’ l’Anna dai grandi occhi luminosi, l’Anna fragile, è donna, madre, amante, moglie, a tuttotondo. Karenin, interpretato magistralmente da Jude Law, brilla in contrasto a lei per la sua inettitudine. Per il suo grigiore. Se Anna alterna nero, bianco e rosso porpora, Karenin non conosce nessuna sfumatura di grigio.

Intanto, Anna ebbra di laudano, di gelosia, di straziante nostalgia del figlio, di rimpianto di quello che è stato, di quel Vronskij che crede perduto, estraneo a lei, alienato, si prepara, con cura, alla sua fine.
Non a caso, decide di indossare un abito rosso porpora. Il colore che indossava il giorno in cui decide di cedere all’amore per Vronskij. In cui lo attende invano, disperata perchè lui ha già lasciato il salotto della cugina, la principessa Betsy.

Lo attende, e lui compare, alle sue spalle. La minaccia di partire per il fronte, se lei non ricambia il suo amore. Perchè lui non può ridonarle la sua pace, la sua serenità: non ci può essere pace per loro, solo questo amore-maledizione, nel quale perdersi e ritrovarsi, gioire immensamente e dannarsi.
Anna ha paura, gli chiede di non partire. Ed è sua. Così, semplicemente, inevitabilmente.

Quel primo incontro in stazione ha segnato il suo destino. Anna lo ha sempre saputo, dal primo istante, dal viaggio di ritorno a San Pietroburgo, in cui si accarezza la guancia troppo calda con la lama del tagliacarte, in cui scende per prendere aria e incontra lui, Vronskij. Che l’ha seguita. Che non le darà più pace.

Tutto questo Anna sa, amplificato dalla gelosia per Vronskij e la Sorokina. Anna ammalata di amore e intossicata di laudano. Anna dalle lunghe notti insonni, dagli incubi mattutini, dai deliri diurni.

Tutto questo Anna sa, mentre si prepara ad incontrare il suo destino, ad accettarlo, come ha accettato l’amore per Vronskij. Nelle orecchie il rumore del treno, il cigolio delle ruote, il fischio della locomotiva. Si fa aiutare ad indossare un bellissimo vestito porpora, come se stesse andando ad un appuntamento importante, da lungo atteso. Negli occhi quel treno.
Siede sul sedile del treno, esausta. Scende in quella stazione e guarda i vagoni passare. Attende. Sembra esitare. Finchè la tragedia si consuma, tra figuranti impassibili ed immobili, ed Anna, col semplice grido “God, forgive me!” compie il suo destino. E rimane lì, gli occhi spalancati, il sangue sul suo viso di cera, a contemplare per gli ultimi istanti quel mondo in cui non ha saputo vivere.

In parallelo alla vicenda di Anna, quella di Levin è Kitty è appena accennata, delineata a tratti tenui. Alla scena della morte di Anna si contrappone la scena di Kitty che fa il bagno al suo bambino e Levin che li raggiunge. Tutte le famiglie felici sono uguali.

Segue la scena finale: un prato, l’erba alta. Lo stesso paesaggio in cui mesi prima Anna di bianco vestita sognava ad occhi chiusi del suo Vronskij: scena di una purezza pari a quella di un quadro impressionista.
Stavolta, Karenin legge, e Seriozha gioca a nascondino, come faceva con la madre tanto amata. Stavolta, la sua compagna di gioco è la sorellastra Anya, figlia di Anna e Karenin. Nel tono del bambino che grida il suo nome c’è tutta l’angoscia di una perdita, la paura di non trovarla di nuovo, quest’altra Anna, Ma la trova, e la abbraccia, sollevandola, stringendola a sè. Il vento soffia lievemente sull’erba alta. E la vita continua.

Il risultato dell’esperimento ardito di Wright è una tragedia epica e maestosa, che non consente di staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un secondo. Che consente allo spettatore di vivere la storia di Anna dal punto di vista di Anna stessa, di immedesimarsi nei suoi travagli, nel suo dolore, nel suo immenso amore, nei suoi abissi di disperazione. Fino alla scelta, l’ultima, estrema, inevitabile. Rieccheggiano richiami alla tragedia greca, all’Edipo Re pasoliniano, “la vita finisce dove comincia”: il nesso colpa-responsabilità, l’invidia degli dei, l’ineluttabilità del destino.

L’Anna di Joe Wright incanta con la sua grazia e commuove con la sua fragilità.

There are as many hearts as there are loves,scriveva Tolstoj. E il film di Wright offre una panoramica dei tipi di amore sperimentati dai protagonisti del dramma. Con un’attenzione speciale a lei, l’eroina incontestata, divisa tra il suo amore di madre e il suo amore di donna, più che tra amore e dovere, ricerca della felicità e obblighi etici e morali.

Anna Karenina secondo Wright è un esperimento teatrale, imponente, grandioso, in cui Anna non è necessariamente l’ombra contrapposta alla luce di Kitty, il nero contrapposto al bianco, la perdizione contrapposta alla dannazione. In cui l’amore puro e romantico non è incarnato solo da Kitty e Levin: può esserci purezza e bellezza in qualsiasi tipo di sentimento o rapporto, purchè vi sia amore. Amore vero. Anche nell’amore ossessione, nell’amore logorante di Anna e Vronskij.
Anche nell’amore disperato di Anna per suo figlio, la cui lontananza le spezza il cuore e i ricordi.

Tra tutto, tra tutti spicca Anna, bellissima e luminosa, che lotta per il suo amore.
Perchè ci sono tanti cuori quanti sono gli amori.

Never let me go

Forse nessuno ha compreso la propria vita, sente di aver vissuto abbastanza.

 

Ho comprato il libro senza conoscere leggere la trama, come mi succede spesso, attratta dal titolo, dal colore della copertina e dalla voglia di leggere qualcos’altro di Kazuo Ishiguro, di cui ho letto la raccolta di racconti Nocturnes. Five Stories of Music and Nightfall circa un anno fa.

 

Ruth, Tommy e Kathy H., la voce narrante della storia, sono cresciuti ad Hailsham, una boarding school piuttosto sui generis. I bambini non tornano mai a casa per le vacanze e nessun genitore li viene mai a trovare (anzi, non c’è mai menzione di genitore alcuno…).
I bambini sono affidati a dei guardians, via di mezzo tra insegnanti e guardiani veri e propri, tra cui troneggiano la direttrice, Miss Emily, e l’enigmatica e sfuggente Miss Lucy.
I guardiani sembrano ossessionati dalla salute dei bambini e dall’insegnamento dell’arte e della letteratura. In particolare, i piccoli studenti di Hailsham sono incoraggiati ad essere creativi, disegnando e componendo versi. I lavori migliori sono prelevati di quando i quando dall’enigmatica Madame. Si narra che questi lavori vengano poi esposti nella sua misteriosa galleria.
Per il resto, gli studenti di Hailsham non hanno contatto alcuno col mondo esterno: a tal proposito, aleggia un certo mistero sul bosco che circonda la scuola, nel quale è assolutamente vietato inoltrarsi, pena una fine terribile.
In questo contesto si volgono le piccole e grandi vicende quotidiane di Kathy, intelligente, timida e riflessiva, che si interroga su tutto e su tutti; Ruth, la sua migliore amica, estroversa, testarda, prepotente, sempre pronta a dire la sua e ad inventare meravigliose bugie nelle quali le sue amiche devono vivere senza far mostra di non voler stare più al gioco, pena l’isolamento dal gruppo; e Tommy, spesso oggetto di scherno a causa dei suoi attacchi incontrollabili di collera, pecora nera anche in classe a causa della sua “mancanza di creatività”. Gli unici soggetti che ama disegnare sono strani animali fantastici, non giudicati adatti alla galleria di Madame.

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Tommy bambino nel film di Mark Romanek
Ruth bambina nel film di Mark Romanek (Ella Purnell)

 

Kathy bambina nel film di Mark Romanek (Isobel Meikle-Small)

Il titolo del libro deriva dalla canzone omonima, che Kathy ama ascoltare, cantata dall’immaginaria Judy Bridgewater, e che anche al centro di uno degli episodi più importanti del romanzo: la piccola Kathy immagina che la canzone sia cantata da una donna che non riesce ad avere figli ma poi, miracolosamente, diventa madre. Un pomeriggio, ascoltandola, Kathy si immedesima nella donna e abbraccia un cuscino, cullandolo, canticchiando ad occhi chiusi darling, hold me…and never, never, never let me go….
Viene distratta dalla sua fantasia da un rumore: dalla porta socchiusa del dormitorio Madame la sta osservando, piangendo.

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Tutto diventa più chiaro man mano che Kathy, Ruth e Tommy crescono: gli studenti di Hailsham non sono bambini, sono cloni, destinati a diventare donors, donatori, i cui organi vitali verranno utilizzati per curare pazienti afflitti da malattie terminali.
Nonostante tra Kathy e Tommy ci sia una forte simpatia, nasce una storia tra Ruth e Tommy, che continua anche dopo Hailsham, quando i tre vanno a vivere nei Cottages in attesa di essere pronti a diventare donatori o carers (volontari che assistono i donatori fino alla loro morte, in attesa di diventare loro stessi donatori).
Nei Cottages, gli anziani raccontano a Kathy, Ruth e Tommy che esiste la possibilità di un rinvio per le donazioni: una coppia di cloni deve dimostrare di essere veramente, sinceramente innamorata per guadagnarsi qualche anno in più di vita.
Tra Tommy e Ruth le cose non vanno più tanto bene, Ruth si accorge delle attenzioni che il suo ragazzo prodiga (in realtà da sempre) a Kathy, specie quando, durante un viaggio nel Norfolk (che nell’immaginario collettivo dei bambini di Hailsham era diventato il regno delle cose perdute), Tommy cerca la cassetta perduta di Kathy, quella con la sua amata Never let me go, e, thanks to a stroke of good luck, la ritrova in un negozietto di oggetti usati.
Per allontanare Kathy, le racconta allora che in nessun caso Tommy sarebbe disposto a stare con lei, dopo averla vista leggere giornaletti pornografici (lo scopo di Kathy era quello di trovare la donna dalla quale era stata clonata; sia lei che Ruth sono infatti consapevoli, a livello più o meno subconscio, che le persone dalle quali sono state clonate erano trash, spazzatura: chi altrimenti avrebbe accettato di sottoporsi a un esperimento del genere?)
Kathy decide allora di lasciare i Cottages e di diventare una volontaria. Vive la sua vita al passato, sapendo già che non ci sarà un futuro. Per questo i suoi ricordi sono trascritti con una minuzia che rasenta la pedanteria, comprensibile solo alla luce del fatto che il passato è la sua vita, Hailsham è la sua storia, Ruth e Tommy la sua famiglia.
In una delle cliniche in cui assiste i suoi donatori, Kathy rivede Ruth, ormai prossima alla fine. Solitamente la vita media di un clone si aggira intorno alle tre donazioni: Ruth ha deciso di arrendersi già alla seconda, di lasciarsi andare, ma un parte di lei vuole continuare a vivere attraverso Kathy e Tommy, chiedendo loro scusa per averli tenuti lontani, loro che si erano sempre amati. Loro che possono provare ad ottenere un rinvio, che possono cambiare il loro destino.

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Dopo la morte di Ruth, Kathy diventà così assistente – e donna della sua vita – di Tommy. I due si recano a casa di Madame con i disegni degli animali fantastici di Tommy, che quest’ultimo aveva sempre continuato a creare nella segreta speranza di dimostrare la sua creatività ed ottenere così un rinvio. A casa della misteriosa Madame, i due ritrovano Miss Emily, che svela loro un’orribile verità: non c’è nessuna possibilità di ottenere un rinvio, perchè non esiste un rinvio. I cloni sono destinai ad essere utilizzati per i loro organi vitali fino alla morte. Punto.
L’esperimento della scuola di Hailsham era stato unico in sé: il focus sulla creatività non mirava a far venire alla luce cosa ci fosse nell’anima dei piccoli cloni, quanto piuttosto se essi avessero un’anima.
Ma a nessuno interessa tornare ad un mondo di morte e di malattie. A nessuno interessa il destino di queste strane creature, educate come esseri umani, con sentimenti pari a quelli degli umani, con un passato ma senza futuro.
Kathy non può fare altro che assistere, impotente, alla morte di Tommy, nel corso della sua quarta a ultima donazione. A lasciarlo andare.

Poco prima della sua ultima operazione, Tommy dice a Kathy:

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“I keep thinking about this river somewhere, with the water moving really fast. And these two people in the water, trying to hold onto each other, holding on as hard as they can, but in the end it’s just too much. The current’s too strong. They’ve got to let go, drift apart. That’s how it is with us. It’s a shame, Kath, because we’ve loved each other all our lives. But in the end, we can’t stay together forever.”

Questa è l’immagine che ossessiona Tommy, prima della sua morte: un fiume impetuoso, un fiume in piena, due persone che cercano di salvarsi a vicenda, o quantomeno di lasciarsi andare insieme, stringendosi il più possibile, non lasciandosi andare mai. And never, never let me go.
Ma la corrente è troppo forte, e i due devono lasciarsi andare, con rassegnazione, perché questo è il loro destino:

 

alla fine, non possiamo stare insieme per sempre

 

 

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Il titolo del romanzo riassume in sé le tensioni e gli sforzi dei tre protagonisti: Ruth nonvuole che Tommy e Kathy la lascino andare, vuole vivere prima con Tommy, poi attraverso i due amici; Tommy non vorrebbe che Kathy lo lasciasse andare, mai, non vorrebbe che lo lasciasse entrare in quella maledetta sala operatoria, vorrebbe essere capace di ricreare una di quelle bugie che Ruth era così brava a inventare da bambina, una bugia come una bolla, dentro la quale vivere tranquilli, protetti, nell’illusione che esista davvero la galleria di Madame,  nell’illusione che esista la possibilità di un rinvio; Kathy, indurita dagli anni e dalla solitudine, non vorrebbe mai lasciare andare le sue memorie, non vorrebbe mai lasciare andare Tommy e la speranza di una vita insieme – la speranza di un futuro: ma non può che guardarlo morire dal vetro della sala operatoria.

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La Kathy delle ultime pagine, dell’ultima scena è una persona rassegnata, che si aggrappa alle spoglie della sua infanzia, ai suoi ricordi, alla speranza di vedere Tommy, ancora, un giorno, nel posto in cui tutte le cose perse si possono ritrovare:

“I half closed my eyes and imagined this was the spot where everything I’d ever lost since my childhood had washed up, and I was now standing here in front of it, and if I waited long enough, a tiny figure would appear on the horizon across the field and gradually get larger until I’d see it was Tommy, and he’d wave, and maybe even call.”

Il romanzo di Ishiguro crea, con una maestria non comune, un mondo parallelo e fantastico, sollevando al tempo stesso il problema dei limiti dell’uomo, e questioni bioetiche essenziali per “rimanere umani”. È un romanzo forte, che attraverso le sue parole dipinge l’immensa solitudine, l’alienazione e la forzata rassegnazione di creature di sembianze umane e sentimenti umani, destinate a essere trattate come carne da macello per salvare vite “umane”.

 

L’eleganza del riccio

Rubando le parole di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi, È possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perché sembra troppo bello? Troppo, non perché sospetto di voler piacere, ma proprio nel senso che si fa amare senza riserve….

L’autrice, Muriel Barbery, docente di filosofia, ama le parole. Seduce con i loro suoni. Gioca con la lingua, portandoti in un mondo magico e misterioso, dove tutto può accadere.

E cosa c’è di più bello delle parole?Niente. Sono il sangue, la linfa, il cuore pulsante di una lingua, ciò che la rende viva. Niente si dice “tanto per dire”: tutto significa qualcosa. Le parole hanno forme, e suoni, e colori. Ci sono persone in grado di odorare suoni, sentire colori. Tali fenomeni vengono definiti sinestesie. La forma più comune di sinestesia il fenomeno per cui lettere, parole e numeri diventano in grado di esprimere colori in modo automatico. Più che una malattia, mi sembra un dono. Una magia. “Si muriera el alfabeto, moririan todas las cosas. Las palabras son las alas”.

Ma mi sto dilungando troppo: tornando al libro in questione, applicherei lo stesso giudizio di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi: può un libro fare paura perché troppo bello?

Senza tediarvi più di tanto: in breve, è la storia di un condominio abitato da famiglie aristocratiche visto attraverso gli occhi di Renée, portiera filosofa che ama la letteratura ma si finge ignorante per corrispondere in tutto e per tutto allo stereotipo della portiera DOC, e Paloma, brillante ragazzina di dodici anni superdotata che cerca in tutti i modi di mascherare la sua ipersensibilità e la sua intelligenza fuori dal comune scrivendo due diari: i Pensieri Profondi ed il Diario del Movimento del Mondo. Questo perché ha deciso di suicidarsi il giorno del suo 13esimo compleanno, e di dare fuoco al suo appartamento, per distruggere l’ottusità e la superficialità di un mondo del tutto privo di bellezza; un mondo di apparenze, che la bellezza non riesce a coglierla.

Trascrivo qualche estratto.

“Dove si trova la bellezza?Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?”

“La nostra vita

servizio militare

per tutti quanti”


“Fammi sapere

cosa bevi e leggi

a colazione

e io posso sapere

veramente chi sei tu”


“L’eternità ci sfugge”

“La vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo”


“Morale della favola: nell’universo tutto è compensazione. Quando si è meno veloci, si spinge più forte. Allora, come la mettiamo? E’questo il movimento del mondo?Un infimo sfasamento che rovina per sempre la possibilità della perfezione?Per una buona mezz’ora sono stata di pessimo umore. Poi all’improvviso mi sono chiesta: ma perché volevo che la raggiungesse a tutti i costi? Perché si sta così male quando il movimento non è sincrono?Non è molto difficile da capire: tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità…Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs (occasioni) folgoranti che un giorno sono apparsi ma che non abbiamo saputo cogliere, e sono sprofondati nel nulla…Lo smacco appena un pelo più in là..Ma soprattutto mi è venuta un’altra idea, per via dei “neuroni specchio”. Un’idea inquietante, a dire il vero, forse vagamente proustiana (e la cosa mi secca). E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute?
Complimenti al movimento del mondo!Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro. Dovremmo viverlo davvero, e invece è sempre un’estasi per interposta persona.
Allora ditemelo voi: perché rimanere in questo mondo?”


“Le perle bianche

sulle mie maniche scese quando il cuore ancora colmo

ci lasciammo

le porto con me

come un tuo ricordo” (Kokinshu)

“Io credo che la grammatica sia una via di accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione, o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede ad un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa….Forse bisogna collocarsi in uno stadio di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica”.

“E’ così estenuante desiderare incessantemente…Ben presto aspiriamo ad un piacere senza ricerca, sogniamo una condizione felice che non abbia inizio né fine e in cui la bellezza non sia più finalità né progetto, ma divenga la certezza stessa della nostra natura. Ebbene, questa condizione è l’Arte”.

E poi, pioggia d’estate.
Me la ricordo questa pioggia d’estate.
Sapete cos’è una pioggia d’estate?
All’inizio la bellezza pure che irrompe nel cielo, quel timore rispettoso che si impadronisce del cuore, sentirsi così irrisori al centro stesso del sublime, così fragili e così ricolmi della maestà delle cose, sbalorditi, ghermiti, rapiti dalla magnificenza del mondo.
Dopo, percorrere un corridoio e d’improvviso penetrare in una stanza piena di luce. Un’altra dimensione, certezze appena nate. Il corpo non è più un involucro, la mente abita le nuvole, sua è la potenza dell’acqua, si annunciano giorni felici, in una nuova nascita.
Poi, come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l’anima degli esseri come un respiro infinito.

Quindi certe piogge d’estate si radicano in noi come un nuovo cuore che batte all’unisono con l’altro.

A tutte quelle che. (Riflessioni atipiche sulla maternità)

 

Tutto su mia madre. Manuela e Esteban

“ A tutte le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre”.
(Pedro Almodovar, Tutto su mia madre)

A tutte quelle che non se l’aspettavano proprio.
A tutte quelle che non erano pronte. A tutte quelle che non lo saranno mai.
A quelle che ancora aspettano, con una spina nel cuore. A tutte quelle che sperano di diventarlo, e a quelle che hanno perso la speranza.

A tutte quelle che hanno vissuto la maternità fino in fondo, ne hanno succhiato il midollo e sanno bene che non è tutta rose e fiori e che la mamma non è una sorta di creatura angelicata che si sveglia all’alba, che prepara torte di mele e non perde mai la pazienza. O almeno non solo.

Le madri sono donne, amiche, amanti, compagne, figlie, sorelle, mogli. Sono giocoliere che vorrebbero che il giorno avesse una durata infinita, direttamente proporzionale alla quantità di impegni. Sono quelle che escono la mattina di corsa e si truccano nel bagno dell’ufficio. Che escono dalla riunione col pretesto di andare in bagno e telefonano al figlio perché ne sentono la mancanza. Sono quelle che la sera arrivano distrutte, che si sentono un fallimento quando parlano con le supermamme che giurano di non aver mai dato al loro pargolo cibi surgelati, nutella o merendine che non siano state accuratamente preparate da loro, mentre per l’ennesima volta la sera prima, esauste, hanno servito bastoncini prima di crollare.

Le madri spesso piangono. A volte piangono di stanchezza. A volte di tristezza, per tante cose che prima erano diverse e non cambieranno più. A volte di commozione, per una letterina stropicciata e piena di errori grammaticali.
Le madri si fanno tante domande. Si chiedono se l’apporto calorico giornaliero del figlio sia giusto e se non stia assumendo troppi zuccheri. Si chiedono se abbiano fatto bene ad accettare quel posto di lavoro che proprio non va loro giù o se, in condizioni diverse, avrebbero potuto fare la carriera che tanto desideravano. Si chiedono se sarebbero riuscite a vincere il dottorato con borsa, se ci avessero provato davvero, o a diventare diplomatiche o giornaliste.
Si chiedono se sono felici, o se la loro vita è troppo stretta. Si chiedano se poi ci riescano davvero, a rendere felici le persone e personcine che le circondano.

Vorrebbero non sentirsi in colpa se non riescono a essere solo mamme. Vorrebbero non sentirsi in colpa per le lezioni di flamenco o il corso di teatro, lo shopping o il weekend con le amiche.

Queste poche righe sono dedicate a tutte quelle che. A tutte quelle che sanno che far nascere un’altra vita significa far morire un po’ di se stesse. Per poi rinascere, certamente, ma senza mai tornare ad essere quelle di prima.
A tutte quelle che spesso si sentono frustrate, che a volte si sentono fallite, che volevano il pacchetto Mulino Bianco e non l’hanno ottenuto, o l’hanno avuto per poi scoprire che non era poi questo granchè.

A tutte quelle che vivono un conflitto interiore tra l’io-donna e l’io-mamma e non riescono a uscirne.
A tutte quelle che, invece, hanno abbracciato la maternità con la consapevolezza di essere, e voler continuare ad essere, soprattutto se stesse. A loro va tutta la mia stima e la mia ammirazione.

A tutte quelle che sono diventate madri troppo presto, che hanno scelto the road less travelled, che hanno deciso di far nascere una nuova vita, un pezzo di loro against all odds, rinunciando alla spensieratezza dei loro anni, ai sogni nel cassetto coltivati e conservati con così tanta cura, a quel corso di studi che avrebbero tanto voluto intraprendere, a quella carriera che avrebbero tanto voluto fosse la loro.
A tutte quelle che si guardano indietro e vedono tanti rimpianti. A tutte quelle che si sentono “meno brave”, “meno adatte”, e che hanno paura del futuro.
A tutte quelle che vorrebbero diventare madri con tutto il cuore, e aspettano. Non perdete mai la speranza, e non smettete mai di donare l’amore immenso che avete dento voi.

Chiudo con un breve riferimento al bellissimo film di Almodovar, Tutto su mia madre. Huma (Marisa Paredes), l’attrice che per circostanze controverse diventa così vicina alla vita della protagonista, Manuela (Cecilia Roth), racchiude embleticamente il dolore di ogni madre, interpretando la madre del poeta Federico Garcia Lorca, appena ucciso dall’esercito franchista: “Alcuni pensano che i figli siano fatica di un giorno. Ma ci vuole molto di più. Molto. Per questo è così atroce vedere il sangue di un figlio sparso in terra: Un ruscello che scorre per un minuto eppure a noi è costato anni..quando ho scoperto mio figlio, giaceva lì, in mezzo alla strada…ho immerso le mani nel sangue e le ho leccate con la lingua, perché era mio..gli animali li leccano, no? Non mi disgusta mio figlio..tu non sai cosa sia..in una custodia di cristallo e topazio metterei la terra imbevuta del suo sangue…”

 

A tutte le mamme. A tutte le donne. Ad ogni pagella positiva o negativa, ad ogni festa di compleanno, ad ogni letterina di Natale o della festa della mamma. Ad ogni lacrima, ad ogni sorriso, ad ogni notte insonne, ad ogni buco nel cuore, ad ogni incudine sul petto, ad ogni voragine. Ad ogni primo battito di un cuoricino, ad ogni primo sorriso, ad ogni primo passo, ad ogni primo dentino. Al primo giorno di scuola e a tutte le prime volte.

A tutte quelle che.

Auguri, di cuore.

Tutto su mia madre. Manuela