Pezzi di vetro

Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai….però stai bene dove stai…

 
 
 
 
 
Quando era molto triste, o molto arrabbiata, o molto persa, o molto, molto lontana – infinitamente lontana – andava a buttare il vetro.

 

Niente di poetico in tutto ciò: raccoglieva bottiglie e vasetti vari e partiva alla volta del cassonetto della differenziata, solitamente di sera, solitamente in pigiama.

 

L’azione di suddividere i colori del vetro, di sollevare la bottiglia, di lanciarla nel cassonetto, di sentirla infrangersi aveva in sé qualcosa di rassicurante e catartico al tempo stesso. Ecco infrangersi in mille pezzi la bottiglia di Chablis della cena in cui si era bevuto qualche bicchiere di troppo, la bottiglia dello sciroppo al timo per la tosse avanzata dall’ultimo raffreddore, il vasetto di marmellata di fragole bio finita durante una puntata di House of Cards, quella sera in cui sarebbe stato meglio tacere, o forse poi sarebbe stato meglio parlarsi….


Ecco la bottiglia di latte, dopo quella notte insonne di un giugno straordinariamente freddo, dopo quella mattina in cui nemmeno un caffelatte bollente riusciva a regalare un po’ di calore. Dopo quella mattina in cui era diventato chiaro che un po’ del freddo di quel giugno straordinariamente freddo sarebbe rimasto, per sempre.
Un giugno fatto di piumoni, di collant 30 denari e di parka verde bottiglia (il vetro, ancora una volta), in cui il mare, il sole, il profumo del sale, la sabbia bianca calda tra le dita, le orecchiette delle pagine del libro bagnate da dita impazienti, tutto sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile, freddo fuori freddo dentro e pezzi di vetro dove fa più male, pezzi di vetro opachi, fondi di bottiglia, biglie scheggiate e bicchieri rotti.

 

Era il giugno della disillusione, era il giugno di quell’estate lungamente attesa che non voleva arrivare, era il giugno della rabbia e del perdono, del rancore e dell’oblio, delle bugie e delle mezze verità.

 

Era il giugno delle strade mai prese e dei giardini dai sentieri che si biforcano, il giugno delle insonnie e delle rinunce, il giugno degli errori e dei rumori, il giugno dei gelati troppo freddi e delle tazze di te’ caldo.

 
Era il giugno delle lettere di motivazione e delle lettere di rifiuto, dei raffreddori e delle felpe, delle mani gelate e delle ambizioni spezzate.

 
Erano i giorni sbagliati di un mese sbagliato di una stagione sbagliata, il giugno dei raffreddori e dei crepacuori, il giugno degli incubi e degli errori. Il giugno dei rimorsi e dei timori. Giugno come sigillo ai primi sei mesi dell’anno, un semestre da archiviare, in attesa di un’estate più dolce, un frutto più maturo, da mordere coi denti, assaporare, il succo che scivola dagli angoli della bocca lungo il collo.
Giugno come un cassetto chiuso a chiave, una lezione dura da imparare, un boccone amaro da mandare giù. Giugno come un messaggio in bottiglia mai mandato.
 
 

 

Questo giugno autunnale si chiude oggi, con una folata di vento fresco a far cadere le foglie, con un ultimo acquazzone a smorzare gli ardori più resistenti. Si chiude insieme con una promessa e un avvertimento: una promessa, l’estate che sicuramente arriverà, con i colori prepotenti, impertinenti del cielo blu e della terra rossa – la mia terra; un avvertimento, a scapito di aspettative troppo alte, campanelli d’allarme messi a tacere, quel termometro del cuore al quale non si presta attenzione. Proprio mai. Cose che si dimenticano.

 

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?».

Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati (Nietzsche)

 

 

Caro 2014, così non va bene.

 

Sei iniziato davvero male, giocando tiri mancini, sferrando altri colpi che si vanno ad aggiungere a quelli del tuo degno compare, il 2013, che mi ha lasciato come eredità una riga profonda che solca il viso e mi fa sentire ancora più stanca, e avvilita.

 

 

 

Caro 2014, mi sto disamorando. Delle cose che mi circondano, del quotidiano, e di me stessa.

 

 

 

Mi sto disamorando dei miei sogni ad occhi aperti e occhi chiusi, perché tanto la realtà ci pensa sempre a sporcarli, a corromperli, a rovinarli. E allora, ne vale la pena? Sono fiori delicati, rari e inebrianti, che non possono fiorire in mezzo alla spazzatura.

 

 

 

Caro 2014, quest’anno per me si conclude un altro decennio, e si sta facendo sempre più tardi, eccetera eccetera. E io ho bisogno di innamorarmi di tutto, ho bisogno di sentirmi viva ogni giorno, ho bisogno di passioni vaste e sconfinate, di colori sgargianti, di parole semplici, leggiadre, leggere, che siano poco pretenziose ma aprano il cuore. Ho bisogno di vivere col cuore in gola.

 

 

 

 

 

C’è una frase di Nietzsche che da giorni mi frulla in testa, Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati.

 

 

 

Non so, caro 2014. Spero solo di essere in grado di prendere congedo dalla vita benedicendola per tutte le cose che mi ha regalato e restandone fedelmente, malinconicamente innamorata, non di liquidarla con un freddo cenno del capo, uno svolazzo di mani di cera, oppressa dal peso dei rimpianti e delle cose che non avrò fatto e delle cose che avrei voluto fare diversamente.

 

 

 

Caro 2014, voglio liberarmi di tutto questo grigiume che è come una seconda pelle, un profumo stantio, un sapore amaro di noia e rassegnazione.

 

 

 

Voglio fermarmi in mezzo alla strada a guardare incantata un tramonto o un bambino paffuto che ride e mi fa ciao. Voglio svegliarmi di notte perché ho interrotto la lettura in un punto interessantissimo e devo assolutamente riprenderla. Voglio fermarmi in ogni angolo a buttare giù scarabocchi di pensieri. Voglio trovate il coraggio di raccontare le storie che mi abitano. Voglio bagnarmi di poesia.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di trovare il mio posto nel mondo, non continuare a nascondermi, con codarda rassegnazione.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di cambiare quelle cose che proprio non mi vanno giù e che si sono insediate sulla bocca dello stomaco, impedendomi di respirare.

 

 

 

Voglio tornare a casa, in Italia, senza averlo tanto pianificato, e trovare mia nonna al suo posto vicino al fuoco, che mi sorride e mi prepara i perperoni sotto la brace e mi racconta per l’ennesima volta la storia di come ha incontrato mio nonno, quella storia magica e bellissima che non cessa mai di incantarmi.

 

 

 

Soprattutto, voglio trovare il coraggio di essere me stessa.

 

 

 

Ti ho chiesto un segno, e finora mi hai solo depistato. E so bene che sono passati sono 13 giorni, ma cosa ci vuoi fare? È l’entusiasmo, la rabbia, la fretta della mia ultima ondata di giovinezza a parlare.

 

 

 

Allora sai cosa faccio, caro 2014? Esco da questo ufficio grigio e stantio e vado a comprarmi un vestito bellissimo e costoso in modo ridicolo e spropositato, che non posso assolutamente permettermi.

 

 

 

Sarò la ragazza col rossetto rosso più intenso che tu abbia mai visto e col vestito senza maniche, che beve champagne rigorosamente all’aperto, anche se qui a Greyville è tempo di montoni e vacche grasse.

 

 

PS: sì, l’ombrelllo rosso fa parte del piano.

La carta è più paziente degli uomini

Tornare a casa, nella casa in cui sono nata e in cui sono cresciuta, significa per me passare ore nella vecchia stanzetta con la carta da parati ormai logora e tutti i miei libri del ginnasio ordinati sugli scaffali, aprendo cassetti, leggendo vecchi temi, spolverando ricordi. La mia scatola dei ricordi di bambina mi fa sorridere: tra i miei tesori, vecchie cartoline, un Pierrot decapitato, una copia del certificato di nascita di Giacomo Leopardi (souvenir di una gita scolastica a Recanati), una copia de La sigolatrice di Sapri battuta al computer da me nell’ufficio di mia madre, tante poesie, tante lettere scritte ai primi amori e mai inviate.

Quando ero piccola ero molto più sistematica di adesso nel mio approccio con la scrittura: ho sempre tenuto un diario, in cui appuntavo minuziosamente pensieri, emozioni, stati d’animo, piccoli e grandi avvenimenti. In cui iniziavo a mentire a me stessa per non vedere quelle cose intorno a me che mi avrebbero fatto male e riversavo sulle pagine bianche le parole tenute a freno dalla mia indole troppo timida e troppo introversa.

Ho riletto alcune pagine che, a distanza di quasi vent’anni, mi hanno fatto riflettere. Su come alcune cose non passino mai, e alcune ansie – il passare del tempo, il mancato raggiungimento di obiettivi, piccoli o grandi che fossero, l’assegnarsi traguardi troppo alti, il senso di solitudine, di alienazione, di diversità – siano state ereditate quasi intonse dalla mia me adulta.

E mi ritrovo a pensare alla fede – intesa non strettamente in senso religioso, ma nell’interpretazione più lata possibile. La fede può essere definita come la capacità di credere con tutto il cuore in qualcosa che non si può vedere, né sentire. La fede è un dono che si riceve da piccoli, quando si ha tutta la vita davanti –dopo il film di Virzì aborro questa espressione – e si ha il cuore aperto alle infinite possibilità della vita, e si è pronti a perdersi nel suo labirinto, alla ricerca di un lieto fine, o , quantomeno, di un finale aperto.

Gli anni passano, e questa fede – negli altri, in se stessi, nelle proprie possibilità, nel futuro, nell’amore come forza massima capace di smuovere il mondo, come equazione suprema nelle cui regole ritrovare senso ed ordine – si affievolisce, fino a svanire, nel peggiore dei casi. In una miriade di bollicine, come nel caso della sirenetta di Andersen o della ragazza del bar di Cuba, o in polvere di stelle.

Mi chiedo quando inizi, questo processo. Quando si smetta di credere. Quando si inizi ad aver bisogno di segni tangibili.

Nel tentativo di trovare una risposta, rubo qualche riga a quella bambina di dieci anni, che cercava a modo suo di darsi risposte, di trovare il bandolo della matassa in un mondo di adulti che non riusciva a capire, in cui le famiglie non erano perfette e si spezzavano, in cui imparare a perdere una persona amata era obbligatorio, in cui essere accettati per quello che si era sembrava un’impresa ardua.  Facendole una carezza furtiva e ritardataria, a quella bambina che era curiosa di diventare grande ma aveva paura di crescere.

26 ottobre 1994

Caro diario
non è vero che solo i bambini negli istituti non hanno una famiglia. Tu mi capisci, vero?
Si, perché tu, come disse Anna Frank, sei l’AMICA lungamente attesa. Oh, come mi sei cara!
Mi sei di grande conforto, anche se poi questi stupidi sfoghi non interessano né a me né a te.
Ma si sa, la carta è più paziente degli uomini. Oggi con educazione fisica abbiamo giocato a pallavolo.
Quando riguardo le pagine del mio diario mi sento solo una stupida ed insignificante ragazzetta.
E tu, ti senti bene? Io così così, sia fisicamente che moralmente. Certo, non deve essere divertente restare chiuso in un cassetto, ammassato alla rinfusa con tante altre carte, eppure a te accade. Ma non è stata colpa mia: dovevo fare i compiti!
 

6 giugno 1995

Caro diario,

sai, ho cominciato un libro, dove raccolgo tante storielle “mie” e spero di poter condurre anche te nella mia “rete privata” di fantasia.
 
 
 

 

30 going on 13

Slow down, you crazy child
You’re so ambitious for a juvenile
But then if you’re so smart, tell me
Why are you still so afraid?

Where’s the fire, what’s the hurry about?
You’d better cool it off before you burn it out
You got so much to do and
Only so many hours in a day

But you know that when the truth is told…
That you can get what you want or you can just get old
You’re gonna kick off before you even
Get halfway through

Vienna, Billy Joel
 
 

Ci sono compleanni che segnano la fine di un’era – se un’era può essere definita come un periodo reso significativo da un’infinità di personalissimi eventi e ricordi.
Ci sono compleanni che sono come giri di boa: la prima volta che si segna la propria età a due cifre, l’ingresso negli -enti. E poi arriva il fatidico passaggio dagli -enti agli -enta.
Mancano alcuni mesi, ma non sono mai stata una grande fan dell’avanzare repentino e improvviso del tempo, e, semplicemente, non sono pronta. Non sono dove vorrei essere – dove avevo immaginato che sarei stata – chi vorrei essere.
Non ho raggiunto nessuno degli obiettivi che mi ero prefissa, e ho paura che per alcuni di essi si stia facendo sempre più tardi..

La protagonista del film 13 going on 30, la giovanissima Jenna, è stanca di essere una pre-adolescente piatta e poco popolare. Ha voglia di avere 30 anni (!), età che identifica con l’apoteosi della bellezza, del successo, dell’indipendenza, dell’amore. Il suo desiderio si avvera: dopo il compleanno dei suoi 13 anni – complice una polverina dei desideri regalatale dal migliore amico Matty – si ritrova nel corpo – e nella vita – di una trentenne, solo per rendersi conto di non essere diventata quella che voleva, di aver sempre dato troppo peso alle apparenze e alle opinioni altrui. Avere 30 anni non è poi questo granchè, e si desidera sempre tornare indietro, per rimediare qualcosa, per trattenere qualcuno che abbiamo lasciato andare via, per essere più o meno egoisti, per cancellare una lacrima, una ruga, un rimpianto.
Il suo migliore amico, Matt, suggerisce alla Jenna tredicenne che è più importante essere originale che essere popolare; Jenna risponde, imperterrita, capricciosa, assetata di vita e di foto da prom queen “I don’t want to be original, I want to be cool!”.

Quando si hanno 13 anni si crede che con l’età, col passare del tempo si impareranno tantissime cose su se stessi e sugli altri, si riuscirà a trovare il proprio posto nel mondo, si riuscirà a passare dalla poesia alla prosa con l’abilità di un funambolo, e tante questioni spinose, la vita la morte l’amore l’amicizia i confini la definizione di se stessi perderanno via via il loro alone di mistero. Tutto diventarà più chiaro, e we’ll know better, older and wiser.

Ho poco in comune con la me stessa tredicenne, a parte uno smodato amore per la lettura e la scrittura, i brufoli, qualche chilo di troppo e i capelli ingestibili – ah, dimenticavo: entrambe abbiamo seri problemi con la matematica. Una cosa la so: la me stessa tredicenne ne sapeva molto di più di me.
Non era bella nè popolare, e, nonostante,ne soffrisse, era comunque a suo agio nei suoi panni di nerd con gli occhialoni spessi stile fondi di bottiglia, la testa tra le nuvole e una timidezza così tagliente da far male.
La mia me tredicenne sognava. Sky was the limit.
Aveva grandi speranze, grandi aspettative, grandi ideali.
Sognava a fasi alterne di fare la scrittrice o l’attrice di teatro, il diplomatico o il reporter di guerra, ma di una cosa era matematicamente – nonostante i numeri non volessero proprio entrarle in testa – certa: poteva diventare qualunque cosa avesse voluto essere.
La mia me tredicenne scriveva. Poesie, pensieri, frammenti di storie su tovaglioli, fazzolettini, quaderni, diari. Scriveva quando avrebbe dovuto studiare e scriveva quando avrebbe dovuto ascoltare – e perdeva tutto quello che scriveva, perchè non le interessava conservarlo, men che meno farlo leggere a qualcuno. Era libera.
E quegli stessi ragazzi che non la vedevano nemmeno, facendola sentire invisibile, un giorno si sarebbero innamorati di lei, e quella vita finora soltanto immaginata si sarebbe trasformata in un caleidoscopio di viaggi e colori, un carosello di persone, sapori, musica e profumi, e si vedeva grande e bella e sicura di sè in un campus del New England, sotto le stesse foglie autunnali che avevano visto crescere Sylvia Plath e Emily Dickinson.
Tutto era possibile: bastava desiderarlo, ed impegnarsi per ottenerlo.
Per il momento, si poteva continuare a leggere Piccole Donne e a sognare di diventare scrittrice come Jo. E c’era tutto il tempo del mondo per vestirsi da grande, investire in un anticrespo e un lucidalabbra. C’era tutta la vita davanti per diventare “normale”.

Si, la mia me tredicenne aveva le idee molto più chiare su chi era e su ciò che voleva, mentre a quasi trent’anni I still haven’t got a clue. Spero che, il giorno del mio trentesimo compleanno, una polverina magica – o qualcosa di simile – mi ridia quella fiducia in me stessa e nel potere dei sogni.

 
 
 
 
 
 
 

Sountrack: Vienna, Billy Joel
                  If only I could turn back time, Aqua
                  Only time, Enya

Vorrei essere leggera.

And you want to travel with her
And you want to travel blind
And you know that she will trust you
For you’ve touched her perfect body with your mind…
Suzanne, Leonard Cohen
 
 
 
 

Vorrei essere leggera, come quella ragazza che oggi andava davanti a me in bicicletta, top rosa e capelli biondi al vento, mentre io in bicicletta non so più se so ancora andarci.
Vorrei essere leggera, lasciarmi trasportare dal vento frizzante dei miei anni, di un’età anagrafica ancora – relativamente – fresca ma strozzata dall’insostenibile pesantezza del mio essere.
Vorrei essere leggera, fare tabula rasa di tanti troppi momenti da dimenticare, di quei pensieri negativi che si annidano come erbacce nel mio giardino e impediscono ai fiori di sbocciare, liberarmi di questa cappa soffocante di Greyville, dalle convenzioni, dai lunedì avvilenti, dai se e dai forse. Dal pensiero di non potercela fare, di non essere abbastanza, di dover cercare di essere quella che tutti pensano dovrei essere anche se io proprio non ci riesco. E recitare, recitare una parte gravosa, portare una maschera pesante, alterare la voce in un falsetto che non mi appartiene.
Vorrei essere leggera, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
Vorrei essere leggera, fermarmi a pescare nel mio baule pieno di gente un eteronimo leggiadro e soave, una ninfa, una ballerina, una piccola Ofelia dei boschi innocente dagli occhi pieni di meraviglia, una gitana un saltimbanco una piccola signorina Felicita come nelle poesia di Gozzano, semplice e priva di affascinanti complicazioni.
Vorrei essere leggera e non avere paura di fermarmi a dare una vita una voce e un cuore a quel baule di personaggi che mi popolano, senza lasciarmi inibire da decaloghi sullo scrivere, da ansie di prestazione, dalla paura di non saper fare nemmeno questo, la cantastorie, un ibrido tra don Chisciotte e Cyrano de Bergerac.
Vorrei essere leggera e non aver paura di andare sulle montagne russe o saltare col paracadute o tuffarmi da punti troppo alti, perchè tanto la vita è troppo breve per covare queste paure, queste preoccupazioni, che altro non mascherano se non l’ansia del domani, quel domani incerto che arriva come ospite indesiderato di incubi che strozzano il respiro.
Vorrei essere leggera, vestirmi a colori, dipingermi le labbra e le unghie del rosso più intenso e scendere per strada a ballare, senza paura di essere goffa e rendermi ridicola, come se non ci fosse un domani, perchè alla fine forse è proprio questo che manca, un domani da inventare e reiventare e modellare e ampliare ogni giorno e colorare con le sfumature di infinite possibilità.
Vorrei essere leggera e intravedere una possibilità ad ogni angolo, un nuovo incontro in ogni viso, una nuova storia in ogni conversazione, una sfida in ogni ostacolo.
Vorrei essere leggera e non aver paura di ammettere la mia pesantezza e il mio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarmi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.

L’ (anti)eroina

I’m good at love, I’m good at hate
It’s in between I freeze
I’d work it out but it’s too late
It’s been too late for years
But you look good, you really do
They love you on the street
If you were here I’d kneel for you
A thousand kisses deep
A thousan kisses deep, a poem (Leonard Cohen)

 

Se un giorno trovassi il coraggio di farlo – e fossi ancora in tempo.
Se un giorno mi convincessi di poterlo fare. Di poterci riuscire. Di trovare le parole giuste, quelle che smuovono corde nascoste, invisibili all’occhio umano.
In quel caso, non scriverei di moderne eroine indipendenti, che usano i loro lunghi capelli da spot Pantene per salvare se stesse, che fanno della loro forza e della loro indipendenza un’arma, in contrapposizione alle eroine della tradizione classica, che avevano invece bisogno di un principe. Oh, no.
Se un giorno riuscissi a farlo, scriverei della ragazza della porta accanto, dell’antieroina dei nostri giorni, che si arrampica tra appuntamenti sbagliati e contratti precari, maternità arrivate troppo presto o troppo tardi o non arrivate.
Quelle ragazza che affianca brufoli adolescenziali alle prime rughe, i cui capelli sono crespi come un cespo di lattuga.
Quella ragazza che ha perso se stessa e il suo posto nel mondo. Che insegue un sogno – o più sogni – da quando era piccola, ma, al momento giusto, è mancata l’opportunità, la possibilità, il coraggio di seguirli. È intervenuta la vita, e ha scombinato tutte le carte in tavola.
Una ragazza che vive in una città che non sente sua e che odia il suo lavoro (temporaneo, ovviamente) tanto da non riuscire a dormire la domenica, in previsione di quei lunedì così odiati.
Una ragazza che brucia d’ambizione, ma non riesce ad accenderne lo stoppino.
Una ragazza che si guarda allo specchio e non si piace, che si guarda allo specchio e non si riconosce.
Una ragazza come tante, ammalata d’insonnia e di delusione, dannatamente fragile, emotivamente immatura, umorale, poco disposta ad indossare una maschera in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia la sua bandiera.

Una ragazza che si allena ad essere ottimista e si vergogna del suo pessimismo cronico – storico – cosmico, senza tuttavia cedere alla tentazione di fingersi diversa da quello che è, senza scivolare in giochi della felicità al sapore di Prozac e di Pollyanna.
Una ragazza che raccoglie decaloghi e si dimentica puntualmente di rispettarli, che compra agende e quaderni nel tentativo di rendere la sua caotica e precaria esistenza quotidiana quanto più possibile simile a quella di altre ragazze, dai capelli ordinati e dai pensieri ordinati e colorati di rosa – e li perde, puntualmente.

Una ragazza che spesso si sveglia col piede storto, che non riesce mai a domare i suoi capelli, che dimentica sempre l’ombrello quando diluvia, che arriva sempre in ritardo, che non riesce ad abbinare i colori. Che si inerpica su sentieri desolati di bovaristica memoria, alimentando timidamente quelle illusioni romantiche che non riescono proprio a spegnersi, malgrado i reality check imposti dalla vita quotidiana.

Una ragazza che trascina valigie pesanti, piene non di abiti griffati ma di ricordi e di fantasmi, persa tra le piattaforme e i binari di una stazione labirintica, avvolta dalla foschia, incerta sulla direzione da prendere. Ferma lì, ad osservare, ad immaginare, a cercare di raccontare. Di dare voce a ogni batticuore. A ogni cuore pulsante perso nella nebbia più fitta, che non riesce più ad orientarsi. A tutti coloro persi nel tentativo di risolvere gli algoritmi della ragione del cuore.
A tutti coloro che aspettano treni che non arrivano mai, a chi ha perso le coincidenze, ha dimenticato le prenotazioni. A quei treni che partono vuoti.

La ragazza sta lì, ferma, ad aspettare.

E, nonostante tutto, nonostante la nebbia che le impedisce di vedere e la pioggia che la fa rabbrividire di freddo e l’ansia e la paura, non riesce proprio a smettere di sperare. Proprio non ci riesce.

Soundtrack: Hero, Regina Spektor

Far finta di essere sani (memorie di una precaria perbene, tra Giorgio Gaber e Sylvia Plath)

Vivere, non riesco a vivere
ma la mente mi autorizza a credere
che una storia mia, positiva o no
è qualcosa che sta dentro la realtà.

Nel dubbio mi compro una moto
telaio e manubrio cromato
con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani
far finta di essere sani.

 

 

Far finta che vada tutto bene.
Sorridere sempre, educatamente, a denti stretti. E relegare le paure, le ansie, alle notti insonni, agli incubi. Regalarle alla gastrite.
Truccarsi per nascondere il pallore, sforzarsi di essere brillanti e divertenti. Perché a nessuno piacciono le persone crepuscolari. Perché l’essere precari è una condizione quasi universale, e lamentarsene è diventata quasi una vergogna. Perchè, per quanto tu possa essere precario, ci sarà sempre qualcuno più precario di te.
Avere una data di scadenza, come i latticini. E sentire che ci alita addosso.
Scrivere e riscrivere quelle cinque pagine formato Europass che racchiudono una vita. Una vita che schematizzata così sembra così banale, così piccola. Così priva di eventi.
Cercare di scivere lettere di motivazione, avendo perso la motivazione.
Guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Sentirsi colpevoli di aver tradito i propri sogni, i propri ideali.
Sentirsi totalmente privi di valore, di utilità sociale. Privi di doti o talenti particolari. Sentirsi inutili.
Non appartenere più a nessun luogo. Non avere più radici. Non sentirsi più a casa da nessuna parte.
Non sapere dove si sarà nell’arco di sei mesi. Contare le ore, i giorni, le settimane che passano.
Sentirsi in colpa per ogni ora di sonno in più, per ogni momento dedicato alla lettura, alla scrittura, ai film, al teatro. A quei tentativi di costruirsi un’identità “altra”, che non sia quella professionale, che non può esserci, non c’è. Sperimentare, cercare di inventarsi un talento. Di scoprirsi bravi in qualcosa. Fallire, fallire miseramente.

Far finta di essere insieme a una donna normale
che riesce anche ad esser fedele
comprando sottane, collane, creme per mani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Liberi, sentirsi liberi
forse per un attimo è possibile
ma che senso ha se è cosciente in me
la misura della mia inutilità.

Prendere coscienza della propria inutilità.
Del “non saper fare”.
Cercare di seguire le regole di chi invece le sa fare, le “cose”. E grazie alla cultura 2.0 di regole se ne trovano tante, eccome: dai decaloghi e consigli dei grandi autori su come scrivere a quelli su come tenere un blog. Come trovare lavoro in Papuasia. Come migliorare il curriculum. Come migliorare la visibilità. Le reti alle quali si deve assolutamente appartenere. Le lingue che si devono assolutamente conoscere.
Come sentirsi felici quando si è tristi.
E poi ancora come essere madre come essere moglie come essere figlia.
(Evidentemente mi sono persa qualcosa, perchè non so fare nessuna delle cose summenzionate, figurarsi dare consigli a qualcuno al riguardo).

Per ora rimando il suicidio
e faccio un gruppo di studio
le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani
far finta di essere sani.

Far finta di essere un uomo con tanta energia
che va a realizzarsi in India o in Turchia
il suo salvataggio è un viaggio in luoghi lontani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Sperimentare quel sentimento orribile, l’invidia, che immagino color verde vomito, simile alla gelosia di Otello. Invidia per coloro che riescono a pull their act together, a essere o quantomeno sembrare calmi, sereni, realizzati. Quelli che hanno piani di back-up. Quei pochi che riescono ancora a vendere il modello Mulino Bianco come auspicabile, e realizzabile.
Quelli che si sentono a casa ovunque si trovino, o quantomeno riescono ad adattarsi.
Quelli che non hanno bisogno di rubare palette di colori per combattere le Greyville vere o immaginarie, perchè i colori li hanno già dentro.

Vanno, tutte le coppie vanno
vanno la mano nella mano
vanno, anche le cose vanno
vanno, migliorano piano piano
le fabbriche, gli ospedali
le autostrade, gli asili comunali
e vedo bambini cantare
in fila li portano al mare
non sanno se ridere o piangere
batton le mani.

Far finta di essere “normali” pur sentendosi profondamente diversi.
E lasciarsi guidare, a lungo, nella notte, guardando fuori, come se la vita fosse un affare che in fondo non ci riguardasse. Scivolare lungo il raso e il velluto nero delle strade, come se lo scopo del viaggio fosse solo viaggiare e mai arrivare, come se non ci fosse una destinazione, né la fretta di arrivare da qualche parte. Come se si potesse solo andare, andare, andare. E sognare.

Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.

Rifugiarsi nelle parole, nei versi, nelle poesia, nelle storie.

The prince leans to the girl in scarlet heels,
Her green eyes slant, hair flaring in a fan
Of silver as the rondo slows; now reels
Begin on tilted violins to span

The whole revolving tall glass palace hall
Where guests slide gliding into light like wine;
Rose candles flicker on the lilac wall
Reflecting in a million flagons’ shine,

And glided couples all in whirling trance
Follow holiday revel begun long since,
Until near twelve the strange girl all at once
Guilt-stricken halts, pales, clings to the prince

As amid the hectic music and cocktail talk
She hears the caustic ticking of the clock.

(Cindrella, Sylvia Plath)

Sylvia Plath è diventata una delle risorse alle quali attingo di più. Le sue poesie, i suoi diari, attraverso i quali si può tracciare il suo unico, singolare percorso di vita, la sua sensibilità così sviluppata, quel suo modo ambiguo di vivere il suo essere bella e sensuale.
In questi versi, le scarpine di cristallo di Cenerentola diventano rosse (rosso seduzione, rosso peccato, rosso-lettera-scarlatta, rosso tentazione, rosso passione) e la fanciulla, allo scoccare della mezzanotte, diventa pallida, consumata dal senso di colpa, e si attacca al suo principe prima di lasciarlo andare, forse per sempre, ascoltando il ticchettio inesorabile, inevitabile, inarrestabile dell’orologio.
Il senso di colpa e l’orologio sono, insieme alle scarpette rosse, i tratti più originali ed interessanti della poesia. Cenerentola si sente in colpa forse perché sta fingendo di essere chi non è realmente per attrarre il suo principe (fake it till you make it, sostiene qualcuno, fingi finché non ci riesci: ma la bella e tormentata Cenerentola della Plath sembra non aderire a questa filosofia dell’apparire finchè non si riesce ad essere..); il ticchettio inesorabile dell’orologio potrebbe richiamare un altro tema molto caro alla Plath, e cioè lo scorrere ineluttabile del tempo, che trascina via con sé, nella sua corrente, giovinezza e bellezza.

Alzarsi ogni giorno e ripetere gli stessi gesti. Fare esercizi di respirazione.
Far finta di essere sicuri di sé.
Far finta di sapere dove si sta andando.
Far finta di essere a suo agio, sempre e comunque.
Far finta che alcune cose non facciano dannatemente male, sempre e comunque.
Esercitarsi ad indurire la propria sensibilità e la propria emotività.

Far finta di essere “normali” (qualunque cosa tale aggettivo significhi).
Far finta che le briciole siano abbastanza.
Far finta di essere sani.

(Le strofe della bellissima canzone inframezzata ai miei deliri, Far finta di essere sani, sono del grande Gaber)

 

A cosa serve la poesia?

Riflessioni (in prima persona) di un lunedì sera di un marzo che stenta ad ingranare e a farmi sperare in un po’ di primavera.

E’ una sera così: rientro stanca, affamata, bagnata e senza poterne più di tutta questa neve, tanta che è bianco ovunque guardi e sembra non dover finire mai, non doversi sciogliere mai. Non dover mai lasciar spazio al tepore di un raggio di sole, al sorriso di una margherita, a una giacca leggera, a colori vivaci.
Una sera in cui rientro più precaria che mai, più che mai spaventata dall’impossibilità di pianificare alcunchè, io che ho sempre voluto avere in mano il controllo della situazione, e improvvisamente vorrei riuscire a organizzarmi la vita come organizzavo le sessioni di esami, in maniera razionale, analitica, ordinata, quel tanto che bastava da avere qualche sabato libero e un po’ di vacanze.

E invece here I am, expat desiderosa di evadere da Greyville ma senza nessuna idea di dove andare, senza nessuna idea di chi sono professionalmente e di quello che posso – o non posso – fare. E con la prospettiva di riprendere in mano le sudate carte per tentare gli ennesimi concorsi con un tasso di riuscita dell’1%, e di mettere da parte il teatro, i libri, la scrittura, lo studio del Portoghese, per lasciare spazio alla realtà vera, nella quale non posso che desiderare di essermi laureata in qualcosa di “serio”, di essere, che so io, un ingegnere petrolifero o un chirurgo plastico. Tutto fuorchè una giocoliera senz’arte nè parte, innamorata delle lingue, delle parole, della poesia. Chè di poesia non si mangia, e arrivo a chiedermi: qual è l’utilità sociale della poesia? cui prodest?
Qual è l’utilità sociale di una persona come me e dei suoi scarni versi insonni? In un mondo tormentato dal dubbio, dall’incertezza, dalla crisi, dalla volatilità, dalla precarietà, dal senso di sradicamento, come può la poesia salvarci?

E mi viene in mente quella poesia di Guido Gozzano, La Signorina Felicita ovvero la felicità; una poesia che chiede quasi scusa di esistere, scritta da un poeta che timidamente si vergogna della sua vocazione:

(…) Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi.
Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…
Oh! Questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t’han detto che la terra è tonda,
ma non ci credi… E non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d’un intellettuale gemebonda…
Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!

(…)

Gozzano non avrebbe potuto esprimere meglio quello che provo esattamente in questo momento: non vorrei essere più io. Vorrei essere placida e inquadrata, avere un piano pensionistico e un libretto di risparmi. Vorrei dormire almeno otto ore a notte e mangiare sano, non sperperare una piccola fortuna in libri e vestitini che non posso indossare (causa clima polare di Greyville). Vorrei non avere più paura del futuro, essere più nichilista e meno socratica. Sognare solo di notte, con moderazione, e smettere di credere che nel potere taumaturgico delle parole si nasconda la chiave ultima per arrivare alla felicità, per comprendere le persone e la realtà che ci circonda.
Vorrei imparare a cucinare, a cucire, a montare i mobili Ikea. Ad essere una persona più pratica e con i piedi ben saldi per terra, che la sera a cena guarda il telegiornale e poi discute di politica, con moderazione.

Essere, in sostanza, un’altra me.

Accendo il pc, scorro il feed dei miei siti preferiti…e il mio sguardo si ferma su una poesia di Sylvia Plath, Kindness:

Kindness glides about my house.

Dame Kindness, she is so nice!

The blue and red jewels of her rings smoke

In the windows, the mirrors

Are filling with smiles.

What is so real as the cry of a child?

A rabbit’s cry may be wilder

But it has no soul.

Sugar can cure everything, so Kindness says.

Sugar is a necessary fluid, Its crystals a little poultice.

O kindness, kindness Sweetly picking up pieces!

My Japanese silks, desperate butterflies,

May be pinned any minute, anesthetized.

And here you come, with a cup of tea

Wreathed in steam.

The blood jet is poetry,

There is no stopping it.

You hand me two children, two roses.

E penso alla giovane e ribelle Sylvia, che fa fatica ad accettare la logica nichilista del mondo capitalista, che si sforza di adeguarsi al suo ruolo di casalinga, mamma e soprattutto moglie del grande Ted Hughes. Che vive nella sua ombra, e non riesce a trovare dentro sè la forza necessaria a brillare di luce propria.
E in pochi versi, usando immagini casalinghe, familiari – il tè, lo zucchero, le farfalle che rifiutano di essere fissate con degli spilli sulla sua veste di seta giapponese, di giacere anestetizzate; la falsa gentilezza del marito, l’ipocrisia di quest’aura che incombe sulla loro apparente quiete domestica come una maledizione – la Plath riassume quell’ ennui, quel disagio esistenziale, quella paura del presente e del futuro, quel rendersi conto che la vita che si sta vivendo non è esattamente quella  accarezzata lungamente. Nei sogni, nei progetti, nei discorsi “quando sarò grande”.

Tuttavia, tutte queste immagini falsamente rassicuranti, lo zucchero amaro, i sorrisi forzati, il vapore del tè caldo che appanna la vista confluiscono in un finale forte, ma al tempo stesso pieno di speranza: l’inchiostro insanguinato è la poesia, e l’unico dono che il marito sia davvero riuscito a fare a Sylvia sono i loro due bambini, due rose.

Allora, c’è speranza: e se non ce n’è nel presente ce n’è nella vita futura, nella vita che verrà, in questi bambini dalle gote rosee il cui pianto ha un’anima.

Forse la poesia non serve a molto, e la funzione sociale dei poeti diventa sempre più esile, più magra, più ridotta. Eppure, versi come questi sono un balsamo per l’anima infreddolita e scoraggiata, in una sera di quasi primavera che sembra quasi inverno.

Pause di riflessione

Nobody has ever measured, not even poets, how much the heart can hold.

Zelda Fitzgerald in Save Me The Waltz

Alle volte sento la necessità di allontanarmi – dal computer, dal web, da tutto quello che è smart e digitale. Si tratta di momenti in cui solitamente sta succedendo qualcosa nella mia vita, interiore o esteriore. O non sta succedendo niente, o sono in attesa. Tra color che son sospesi.

Febbraio in questo senso è un mese nefas, segnato da tante pietruzze nere: un mese in cui sono partita piena di impegni, avvolta in una sorta di bulimia di storie e di parole morta di troppo amore in una totale anoressia della scrittura.

Sono i momenti in cui mi rifugio in riflessioni matte e disperatissime sull’arte della scrittura, su come scrivere bene, leggendo decaloghi di Zadie Smith e Henry MillerScott Fitzgerald e Kurt Vonnegut, per arrivare a Bukowski.

Dopo tante letture del genere, mi sento piccola piccola e mi rifugio nei libri piuttosto che nella carta e nella penna  (non è in fondo la lettura una sorta di refugium peccatorum dello scrittore mancato?) perchè i loro moniti mi spaventano. E mi accontento di appunti sparsi sul mio Moleskine e i miei quaderni, per fermare frammenti di pensieri, cristallizzarli nel tempo. Ricordarmi che ci sono stati, che io c’ero anche quando cercavo di non esserci, di evitarmi.

Quando ho aperto questa finestrella sul mondo virtuale, volevo in qualche modo riflettere su come la cultura 2.0 avesse influito sul nostro modo di approcciarci al testo scritto e alla scrittura stessa. Perchè le parole sono importanti e scrivere bene, concedersi il lusso di indugiare sulle parole, di coccolarle senza fretta, senza altri stimoli esterni, di sentirle esplodere nell’orecchio è nella mente è catartico: aiuta ad esorcizzare ricordi e dolore così come ad eternare un perfetto moemnto di estasi.

Una delle cose più belle successe durante questi quindici mesi di blog è che qualcuno di voi mi ha scritto. Email che altro non erano che lettere d’amore.
Qualcuno mi ha raccontato la sua storia. Qualcuno mi ha chiesto consigli. Qualcuno ha condiviso con me i suoi versi, i suoi racconti.
E nessuno può mai portarti via le storie, le parole, nemmeno in questi momenti di silenzio, soffocati dall’incertezza, dalla precarietà, da quello che potrebbe essere l’ennesimo trasferimento forzato. Da quella sensazione di essere una tartaruga senza il suo guscio.

Tuttavia, anche tra le assenze fremono progetti. Uno in particolare, che profuma di primavera, di carta e di inchiostro, e di quell’inconfondibile, inebriante profumo di libri vecchi, usati, letti e riletti.

Un progetto che vedrà coinvolte alcune delle anime belle conosciute attraverso questa finestrella virtuale. Stay tuned, mentre io oscillo tra Neverland, Dreamland e Greyville, tra possibilità ed improbabilità di una realtà che mi sta stretta come un maglione di lana messo a centrifugare.

Mad Girl’s Love Song (appunti disordinati)

 

Oggi sono un po’ così.
Di quel così che mi rende taciturna e antipatica, che mi fa rinchiudere a riccio (l’hérisson, c’est moi) e che mi fa venire voglia di stare per conto mio.
Di quel così che vorrebbe far uscire le parole che non riesce a trovare scrivendo, ma vigliaccamente si rifugia nella lettura (forse si legge perchè si ha paura di scrivere, e perchè è più facile vivere le vite degli altri e veder vivere la propria vita anzichè viverla. Forse leggere è il refugium peccatorum dello scrittore mancato).
Di quel così che ti va a cercare, nelle pieghe più recondite e nascoste della mente, del cuore, della memoria. Di quel così che ti cerca anche dove sa che non potrebbe mai trovarti.
Di quel così che avrebbe bisogno di essere rassicurata, di avere delle piccole certezze, di sapere che anche se non è si e non è no, magari forse. Delle possibilità ci si accontenta, in fondo. Basta dirle ad alta voce e metterle per iscritto, e diventano un po’ più vere.
Di quel così che sa che un giorno mi guarderai e mi vedrai per quello che sono, per quella pesantezza dell’essere che Kundera ha così magistralmente incarnato in Tereza in opposizione a Sabine, lieve, leggera, complice, amante, ballerina, pittrice. O forse non avrai nemmeno bisogno di guardarmi per saperlo. Non avrai nemmeno bisogno di guardarmi perchè ti sveglierai una mattina e semplicemente lo saprai, che in un salone da ballo sarei stata Anna dal velluto nero e non Kitty dalla mussolina bianca.
Saprai che sono Nausicaa dalle bianche braccia, negli occhi l’immagine dell’affascinante straniero, irretita dalle sue parole,

Mi inchino a te, signora: sei una dea o una donna mortale?
Se infatti sei una dea di quelle che abitano l’ampio cielo,
Artemide sembri, figlia del grande Zeus,
per l’aspetto e la figura slanciata;
ma se sei una donna mortale, di quante abitano la terra,
tre volte beati il padre e la madre veneranda,
tre volte beati i fratelli: molto il loro cuore
sempre si colma di gioia grazie a te,
quando vedono un simile bocciolo intrecciare movenze di danza.
Ma felice in cuore più di ogni altro
chi, portando più doni, ti condurrà alla sua casa in sposa. (l.VI, vv.149-159)

gli occhi pieni di quello straniero che deve ripartire, che deve andare per mare per far ritorno ad Itaca Itaca Itaca, che la sua casa ce l’ha solo là, dove l’algida e perfetta Penelope tesse e distrugge la sua tela nella sua attesa paziente e sicura di sè. Dell’arrivo di Odisseo.

Saprai che ero Calipso, e una mattina ti sveglierai e scoprirai che non sarò stata capace di averti irretito con la mia bellezza di ninfa con le mie promesse di immortalità.

Ti sveglierai e lo saprai, semplicemente. E quella mattina inizierò a ricominciare a perderti. Per poi ritrovarti, se riuscirai ad accettare che le mie ombre spesso prevalgano sulle luci, la pesantezza sulla leggerezza. Se smetterai di rimproverarmi che non rido mai e imparerai ad accontentarti dei miei sorrisi.
Altrimenti.
Altrimenti ti avrò solo immaginato. Sarai stato solo una creazione della mia mente. Avrai vissuto solo nei miei pensieri.
O forse, sarò stata io ad essere solo l’idea di me stessa, per te.

“I shut my eyes and all the world drops dead;

I lift my lids and all is born again.

(I think I made you up inside my head.)

The stars go waltzing out in blue and red,

And arbitrary darkness gallops in:

I shut my eyes and all the world drops dead.

I dreamed that you bewitched me into bed

And sung me moon-struck, kissed me quite insane.

(I think I made you up inside my head.)

God topples from the sky, hell’s fires fade:

Exit seraphim and Satan’s men:

I shut my eyes and all the world drops dead.

I fancied you’d return the way you said,

But I grow old and I forget your name.

(I think I made you up inside my head.)

I should have loved a thunderbird instead;

At least when spring comes they roar back again.

I shut my eyes and all the world drops dead.

(I think I made you up inside my head.)”

Sylvia Plath

 

Soundtrack

Ain’t no cure for love (Leonard Cohen)
Walk the line (Johnny Cash e June Carter)
Itaca (Lucio Dalla)