Il Calendario dell’Avvento Letterario#8: Natale a casa Franzen

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Questa casella è scritta e aperta da Ilenia di Con amore e con squallore.

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“Un ultimo Natale” è l’ultimo capitolo de “Le correzioni”. Quel romanzo di Jonathan Franzen che tutti sembravano aver letto tranne me.

Adesso che conosco anch’io gioie e dolori della famiglia Lambert, mi trovo nella condizione di non poter evitare di parlare proprio del loro Natale, se mi si chiede un intervento a tema, in attesa del fatidico giorno.

Sì, anche a costo di rovinare la festa a tutti. So che non ci sono regole, ma immagino che un calendario dell’Avvento letterario dovrebbe circondarsi di certe atmosfere, magari che si associno bene all’immagine rassicurante di un focolare, di pacchi dalla carta sgargiante e cesti di deliziose noci, giusto? Ora invece arriva la guastafeste che ci racconta della disfunzionale famiglia del Midwest e del loro Natale atroce.

Sbagliato. Perché, rifletteteci, anche i Natali hanno i loro momenti d’agonia. E io dirò, audacemente, soprattutto i Natali.

L’ultimo Natale della famiglia Lambert (che già così non suona proprio benissimo, no?) è l’Evento attorno a cui ruota tutto il romanzo, non a caso si trova in chiusura. È il canto del cigno di un romanzo ambizioso. In particolare, l’epicentro è Enid, la madre, ossessionata dall’idea di riunire tutta la famiglia (tutti e tre i figli ormai adulti, che fanno i conti con le loro vite a pezzi) per un ultimo Natale, prima che tutto crolli.

Questo momento perfetto, a cui tendono tutti gli sforzi di Enid (e dei figli che cercano di realizzare questo suo desiderio), non è che un autoinganno, un ultimo, inutile riparo contro una grande verità: niente potrà essere più come prima. Nessun Natale potrà essere uguale ad un altro.

“Ecco una tortura che i Greci, inventori dei supplizi del Banchetto e del Masso, avevano dimenticato di inserire nell’Ade: il Mantello dell’Illusione. Un bel mantello caldo che copriva l’anima afflitta, senza però riuscire a coprirla del tutto. E ora le notti stavano diventando fredde”.

Per dimostrarvi come il Natale nasconda subdole soprese, devo per forza introdurvi il concetto di“momenti alla Franzen”. Il nostro caro Autore è un maestro nel creare momenti di estremo disagio (spesso mascherati da una feroce ironia) che riescono benissimo ad illuminarci su quanto distanti siamo gli uni dagli altri. La regola principe di ogni “momento alla Franzen” è: il disagio non è mai abbastanza. Qualche esempio?

Ilenia Z

Quando ti parlano di affari al supermercato mentre hai un salmone viscido che ti scivola giù per la gamba. Ma i momenti si moltiplicano all’infinito, così come la frustrazione dei personaggi: sopportare la stupidità e l’ottusità altrui annuendo, facendo finta di nulla; ignorare l’egoismo del partner, i figli tirannici, mentre tenti di ascoltare tua madre (che non ascolta te, invece) che ripete fino alla nausea le stesse insignificanti raccomandazioni sulla tua vita.

Queste sono le tribolazioni dei Lambert; ma, in realtà, tutti noi ci prepariamo a scendere in battaglia quando partecipiamo ad un Evento che riunisce tutta la famiglia. E ogni anno nasconde maggiori insidie dei precedenti e molti, moltissimi “momenti alla Franzen”.

Quello zio con cui non avete mai scambiato più di sei parole tutte di fila e che con tutta probabilità potrebbe non conoscere nemmeno la vostra età, figuriamoci intavolare una discussione fluida, che tenta goffamente di capire da che assurdo pianeta proveniate. Rassegnatevi. Per un’altra decina d’anni ancora sarete identificati come “figlio/a di x”. Poi tutta quella valanga di domande :“E il fidanzato? E la laurea? E a Capodanno? Ma quei capelli? La barba quando la tagli?”.

Nel frattempo nel vostro cervello compaiono immagini amorevoli di banchetti familiari alla Shirley Jackson (per chi non ha mai conosciuto questa magnifica donna, chiarisco: sonnifero nello zucchero).

Non so voi, magari siete più fortunati di me, ma a Natale sento sempre (tra le molte, moltissime altre cose belle) una distanza tra me e gli altri. E, più divento grande, più sento aumentare questo divario. E più ti senti diverso, più aumentano i momenti-farsa in cui fingi di ascoltare, seppellisci la tua vita, i tuoi segreti sotto strati e strati di cortese convenzionalità e chiacchiere frivole.

Però c’è un altro tipo di “momento alla Franzen”. Un momento che rende necessario e prezioso qualsiasi Natale. I momenti in cui riesci a vedere attraverso.

I componenti della famiglia Lambert sono davvero insopportabili, irrimediabilmente infelici. E cercano continuamente di correggersi senza successo. Non si accettano perché non si capiscono, non si parlano. Si odiano perché cercano di essere migliori senza mai riuscirci. Franzen è bravissimo nel relegare i loro singolari dolori, le loro delusioni segrete (come in ogni famiglia letteraria che si rispetti, non si parla mai di ciò che è importante ma si finisce sempre a parlare di soldi, cibo e sgabelli per la doccia) ciascuno in ogni capitolo, con il suo punto di vista, la sua prospettiva, per farci capire quanto siano appunto distanti gli uni dagli altri.

Però c’è un passaggio in più. Il Natale. Per un giorno (per poche ore, in realtà), finalmente, sono tutti insieme. E arrivano sia “i momenti alla Franzen” pieni sia di imbarazzi e farse, sia dei nuovi momenti di rivelazione.

“Ma come tanti fenomeni che apparivano belli da lontano – nubi temporalesche, eruzioni vulcaniche, stelle e pianeti – quel dolore seducente si rivelò, a distanza ravvicinata, di proporzioni disumane”.

Sono attimi di autentica comprensione dell’Altro. Certo, durano poco e nascono spesso da un’insopportabile vergogna (non sarebbe Franzen senza una bella dose di imbarazzo). Trovarti davanti alla malattia di un padre (con tutto il corredo di orribili conseguenze che ne derivano, conseguenze piene di viscida, disgustosa, incontrollabile materia organica), ad esempio. Sono momenti rari che ci fanno capire che, se solo smettessimo di volerci correggere, forse, potremmo, anche solo per qualche ora, accettarci. Molte incertezze ci tengono, forse per coincidenza, sotto lo stesso tetto, almeno una volta l’anno.

Ho deciso per questo Natale di lanciarmi due importanti sfide (prendendo ispirazione da questo bel libro):

1) “Se non posso avere la cosa vera, non voglio niente”.

2) Cercare di capire che, come per Alfred Lambert, a volte “l’amore non è questione di avvicinarsi ma di tenersi a distanza”.

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(Le citazioni usate nel post sono tratte da Le correzioni, Jonathan Franzen, trad. a cura di Silvia Pareschi, Einaudi super ET, 2003)

Beneath the bonfire: il Midwest raccontato da Butler

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Dopo aver amato Shotgun Lovesongs di Nickolas Butler, ho iniziato a leggere il suo secondo libro (Beneath the bonfire, una raccolta di dieci racconti) con diffidenza, mista a una buona dose di paura di restare delusa. La diffidenza ha presto lasciato il posto alla sorpresa: i racconti di Beneath the bonfire hanno poco a che vedere con le vicende di Beth, Lee e Henry.

Il primo aggettivo che mi viene in mente per definirli è desolati. I protagonisti vivono tutti situazioni di estremo disagio, intrappolati in matrimoni senza amore, malattie terminali, in un passato che non torna più, in un presente senza speranza, in un futuro senza grazia.

Sono bugiardi, manipolatori, idealisti, violenti, alcolizzati, ricattatori, sequestratori, innamorati, arrabbiati, spezzati, drogati, assassini, genitori, mariti, fuggiaschi, ammalati, rassegnati. Hanno tutti perso qualcuno, o qualcosa: una moglie, un compagno, un lavoro, un sogno, un progetto, una madre, un amore.

Combattono le proprie battaglie, contro se stessi, famiglie, amici, nemici più o meno reali. Il loro nemico comune è la solitudine, più o meno incolmabile, più o meno insormontabile.

Cercano tutti di dare un senso a un destino capriccioso che ha stravolto le loro giornate, lasciandoli in balia di una marea tempestosa e imprevedibile. Come nel caso di Aida, poliziotto prossimo alla pensione che non vuole ammettere nemmeno a se stessa di essere ammalata di Alzheimer, che si trova ad affrontare il caso più difficile della sua vita, proprio quando ormai non è più in grado di associare nomi ai visi e alle memorie. O nel caso di Deere, Coffee e Rimes, che, in un fatale momento di ebbra distrazione, si trovano loro malgrado a diventare i perpetratori di un crimine atroce, e cercano di convivere con le conseguenze delle loro azioni:

Some nights in his Airstream, alone with the stars or the static of the radio, he (Coffee) thought about his measure as a man, the stock a stranger might take in him. He was more than what he seemed, but there were times in which he knew no better way of displaying himself than by flashing a fat roll of bills at the bar, yet in those moments he felt dry and shallow too.

(C’erano notti in cui, solo nel suo Airstream con le stelle o col rumore delle interferenze alla radio, Coffee pensava al suo valore come uomo, a come un estraneo potesse giudicarlo. Era più di quello che sembrava, ma a volte per mettersi in mostra non riusciva a fare di meglio che esibire un rotolone di banconote al bancone del bar, sentendosi comunque debole e vuoto).

L’amore ha lasciato ferite profonde e spaventose cicatrici in tutti i protagonisti di Butler. C’è Noah, che viene tradito dalla sua donna e dal suo migliore amico in una notte di falò e stelle, e si ritrova improvvisamente padre di un figlio non suo; c’è Lily, che dopo una notte di bagordi finita male, è costretto a rinunciare a Sven, il suo migliore amico; c’è Mason, che usa il suo rapporto col cibo per definire gli affetti, per esaminare le relazioni con le donne della sua vita, prima tra tutte sua madre, con la sua cucina ricca e sostanziosa, fatta di lasagne, ragout, chili, torte burrose e pane fatto in casa, col suo amore costante e consolatorio. Poi c’è sua moglie, la fredda Renée, che odia sua madre, la sua cucina, il cibo troppo ricco, gli avanzi. Quando Mason va a trovare sua madre, non riesce a saziarsi di tutto il cibo con cui lei continua a riempirgli il piatto, mentre Renée lo rifiuta, manifestando così la sua ostinata e silenziosa ribellione al mondo del marito. I due non parlano quasi più; l’unica cosa che rimane alla coppia è andare insieme a cinema, dove spesso guardano due film diversi.

How does a distance so wide open between two people who live together so intimately? Who have loved each other? He (Mason) can’t explain it. Can’t explain where the magic went, the love, the friendship, the decency, the partnership. He doesn’t miss their sex. But he longs for her as a companion. A person to walk with, to hold hands with, to watch television with. To be happily silent with. He wonders if she feels the same, or if this rift is just something that has opened inside him.

A bad quiet envelops their marriage. Mason imagines a small-town telephone booth from which he calls her and waits for her voice. She answers, her voice like very cold wind travelling through thousands of miles of telephone wire. Then she puts him on hold and he imagines her walking away forever, leaving him there, through all time, waiting for either a dial tone or a dead click.

(Com’è possible che si crei una distanza così ampia tra due persone che vivono insieme, condividendo l’intimità? Che si sono amati? Mason non se lo sa spiegare. Non sa spiegarsi dove siano andati a finire la magia, l’amore, l’amicizia, la correttezza, la complicità. Non gli manca il sesso, ma una compagna. Una persona con cui camminare, mano nella mano, con cui guardare la televisione. Con cui stare in silenzio, serenamente. Si chiede se anche lei provi le stesse cose, o se questa frattura sia solo dentro di lui. Una quiete sinistra avvolge il loro matrimonio. Mason si immagina una cabina telefonica in un paesino, da cui la chiama, e aspetta di sentire la sua voce. Lei risponde, la sua voce un vento gelido che viaggia attraverso centinaia di miglia di fili del telefono. Poi lo mette in attesa, e Mason la immagina mentre si allontana, per sempre, lasciandolo lì, per sempre, ad aspettare il segnale di chiamata, o di chiusura).

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Nickolas Butler | Foto: St. Martins Press

C’è Bruce, innamorato di Sunny, una donna complicata, misteriosa e bellissima, che beve troppo e fuma troppo e nasconde un passato impenetrabile, un presente di assenze e segreti. Una notte Sunny esce per sfogarsi, come fa molto spesso, mentre il paziente Bruce la aspetta, interrogandosi angosciosamente sulle sue compagnie, su dove possa essere, su cosa possa fare queste lunghe notti nere in cui scompare e spesso torna piena di soldi; ma Sunny scompare, silenziosamente, semplicemente, lasciando a Bruce le sue figlie e un gatto, a cui lui è allergico.

The things is, most people in the world are like me, boring. But then sometimes you meet someone like Sunny, and you forgive them for being crazy or whatever, because if there weren’t women like Sunny, everything would be like how my life was before her. And there would be no lobster dinners financed with magic. No beautiful daughters. No making love to jazz or making love before work and all day having her scents on me like a perfume that I could smell and be happy for.

(Il fatto è che la maggior parte delle persone al mondo è noiosa, proprio come me. Ma a volte incontri qualcuno come Sunny, e gli perdoni di essere fuori di testa o qualsiasi cosa, perché, se non ci fossero donne come Sunny, tutto sarebbe com’era la mia vita prima di lei. E non ci sarebbero cene a base di aragoste pagate magicamente. Non ci sarebbero figlie bellissime. Non si farebbe l’amore ascoltando il jazz o prima di andare al lavoro, i suoi odori su di me per tutto il giorno, come un profumo che mi rendeva felice quando lo respiravo).

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America’s Heartland–Red Barn in a bean field

Il trait d’union dei racconti è un Midwest svuotato delle sue connotazioni mitiche, che si rivela nella sua faccia più dura, più impietosa, impassibile osservatore degli eventi. Quella del Midwest di Butler è una natura cruda, senza trucchi né inganni, che si integra perfettamente nelle vicende narrate, diventando un’estensione dei protagonisti; ma è anche una natura che impara a perdonare, come succede nell’ultimo racconto della raccolta, Apples, che è quello che ho preferito perché apre uno spiraglio alla redenzione, alla speranza, al sogno di una vita più semplice, più essenziale, svuotata del superfluo e del pleonastico.

Il protagonista, Lyle, gravemente ammalato di diabete, ha perso il lavoro, e non riesce a rassegnarsi alla sua inattività forzata, all’impossibilità di definirsi in quanto non più utile agli altri, privo di un ruolo, di una funzione sociale, di una ragion d’essere. Incoraggiato dalla moglie, la figura femminile più positiva della raccolta, paziente, comprensiva, piena d’amore per il marito, Lyle inizia a lavorare in un meleto. È un lavoro ripetitivo e solitario; ma a Lyle piace arrivare presto, guardare il sole sorgere sugli alberi, sentirsi parte integrante di un sistema armonico, sereno, confortante.

Un giorno arriva un anziano signore a comprare gli scarti del raccolto, destinati ai daini, e ad interrompere il suo lavoro silenzioso e solitario. Il vecchio inizia a parlare, e racconta a Lyle la storia della moglie morta, sua compagna di classe per quindici anni, della quale era stato sempre innamorato, senza tuttavia aver mai trovato il coraggio di parlarle. Quando la ragazza si presenta a una festa di paese con un accompagnatore, lui, ubriaco, lo sfida a uno dei giochi della fiera, il martello che misura la forza del giocatore. Dopo quarantaquattro tiri riesce a vincere, solo per scoprire che lei è scappata via, umiliata dalla sfida e dal fatto che lui fosse ubriaco. Va a trovarla la mattina seguente, e lei ride di lui, che era stato uno sciocco a non rivolgergli la parola per quindici anni, dato che anche lei era innamorata di lui.

I due avevano un frutteto, e le mele erano diventate parte integranti della loro quotidianità, della loro intimità, del loro amore: torte di mele, sidro di mele e chutney di mele, mele nelle insalate e mele a letto, dove lui le nascondeva mentre lei dormiva, facendola impazzire per quest’abuso di frutta, mele a tavola e mele a letto:

Thing is, in my head, I almost can’t remember parts about her. I can hear her voice now and then inside my head, but it’s her voice before she died, not when we were young. Not when we were young and had that orchard. I can see her mouth moving, her young mouth, but she’s mute. I can’t hear anything. Or maybe now I’m deaf, who knows.

(Il fatto è che, nella mia testa, quasi non riesco a ricordarmi pezzi interi di lei. A volte riesco a sentire la sua voce, ma è la voce che aveva prima di morire, non quando eravamo giovani. Quando eravamo giovani e avevamo quel frutteto. Riesco a vedere la sua bocca che si muove, la sua bocca giovane, ma lei è muta. Non riesco a sentire niente. O forse sono diventato sordo, chi lo sa).

Lyle torna a casa e prepara una torta di mele per la moglie. Nasconde una mela dentro il letto, dalla parte di lei. E scende ad aspettarla. E riprende a continuare a vivere.

Soundtrack: Bruce Springsteen, I’m on Fire

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