Un’ora con…Michele Nenna di Casa di ringhiera

Protagonista della puntata di oggi è una penna versatile e generosa, pronta a scrivere di fotografia, serie tv e letteratura, se americana ancora meglio. Michele anima una casa di ringhiera affollata e poliedrica, un esperimento collettivo spontaneo e coraggioso, foriero di spunti e contenuti interessanti che spaziano dai libri alle arti visive.

Pronti a conoscerlo meglio?

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1) Casa di ringhiera: come e perché?

Prima di dar vita a questo magazine, avevo in mente un blog che riuscisse a raccogliere tutta una serie di cose che amo leggere in giro. Sembra una di quelle risposte buttate lì, magari studiate a tavolino, eppure è stata proprio questa la forza motrice che ha portato alla nascita di Casa di Ringhiera. Venivo da una prima esperienza con un altro blog collettivo, si chiamava La magia di un libro. Scrivevo le recensioni dei libri che leggevo, poi nel 2013 chiuse i battenti. In quel periodo avevo respirato un’aria molto stimolante, così dopo qualche anno ho proposto a Mariateresa Pazienza di avviare insieme un nuovo progetto, ed eccoci giunti agli inizi del 2015 con questo umilissimo blog. Per quanto riguarda il nome, la storia è un po’ goffa. Stando ai racconti di uno zio emigrato a Milano dal sud per esigenze lavorative, con la sua famiglia si ritrovò in una delle famosissime case di ringhiera di Corso Italia. Quando scoprirono che i bagni erano in condivisione con il resto degli altri appartamenti del pianerottolo, rimasero di sasso. Ecco, dietro Casa di Ringhiera c’è proprio questo, la voglia di condividere approfondimenti che vanno dalla letteratura alla fotografia, dalla musica al cinema, comprese le serie tv, proprio come è capitato a questo mio zio di condividere il cesso nella fine degli anni sessanta. Il tutto è unito da quel fil rouge che sono le storie di ogni genere, croce e delizia di noi lettori.

2) Chi c’è dietro Casa di ringhiera?

Dietro Casa di Ringhiera ci sono io, povero ventisettenne con la fissa per la letteratura americana e per i racconti, e Mariateresa Pazienza, che col cognome che si ritrova ricopre perfettamente il ruolo del coach che motiva i suoi ragazzi. Noi due siamo le due presenze fisse, nonostante abbiamo i nostri fedelissimi collaboratori che ci fanno visita secondo le loro esigenze. Da noi vige la filosofia del fai-quel-che-ti-pare-quando-ti-pare, e credo sia la migliore. Non ci sono forzature e gli articoli che pubblichiamo sono davvero sentiti. Inoltre non abbiamo alcun argomento fisso. Se Mariateresa vuole scrivere di letteratura, o di fotografia, può farlo tranquillamente. Stessa cosa vale per me e per tutti gli altri.

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3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio personalissimo scaffale d’oro, stando a quel che sono oggi, non devono mai mancare Philip Roth, Raymond Carver e Paolo Cognetti. Se mai vorrai farmi un regalo, non dimenticare che insieme alle chiavi della baita che si affaccia su uno di quei laghi dove l’acqua è verde per via del riflesso degli alberi che la circondano, dovrai farmi trovare Lamento di Portnoy, Principianti e Manuale per ragazze di successo, in quest’ordine preciso – c’è un valido motivo, non ridere!

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Questa è una questione spinosa, dato che i personaggi sono molteplici come la vastissima serie di eventi improbabili con cui possiamo ritrovarci a fare i conti. Potrebbe sembrare banale, ma se guardo al passato direi sicuramente di essermi trovato a mio agio nell’immedesimarmi con Alexander Portnoy. L’uragano adolescenziale e post adolescenziale, tutte le vicende che segnano un punto di svolta della propria vita insomma. Il trambusto provocato da quell’energia vitale che ti scaraventa da un lasso di tempo all’altro senza nemmeno lasciarti lo spazio necessario per renderti conto delle cose che ti sono passate davanti. A mio avviso quelli sono gli anni in cui si corre senza nemmeno avere in programma il raggiungimento di una meta ben predefinita. Come se quello a cui aspiriamo fosse il frutto di un’illusione talmente gigante da passare inosservata. Se invece guardo al presente, sono pronto a immedesimarmi in uno dei qualsiasi personaggi carveriani. Escludendo la caratteristica negativa – che a me non smette di affascinare – di persone sconfitte dalla loro stessa vita, adoro riscoprirmi nelle loro riflessioni, nei loro silenzi, quasi come se fosse questo il momento giusto per decomprimere il proprio fisico dopo uno sforzo immane. Carver mi ha trasmesso molto e per questo lo tratto come se fosse un amico da cui poter apprendere il posto giusto dove poter sistemare la Legna da ardere durante l’inverno.

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5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Senza alcuna ombra di dubbio Holy shit di Father John Misty – Mariateresa sarà sicuramente d’accordo con la mia scelta. È un po’ la riproduzione fedele dei tempi che la società di oggi sta vivendo, il tutto confezionato da una melodia struggente e malinconica.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Devo molto alla lettura come mezzo attraverso cui allargare i confini della propria conoscenza. Sarei un matto a sorvolare su una cosa del genere. Apri un libro e ti ritrovi catapultato da tutt’altra parte e magari in quel posto riesci anche a ritrovarti. La letteratura è l’agenzia viaggi più precisa in assoluto, anche se a volte sa deluderti come tutte le altre – a chi non e mai capitato di provare la sensazione di voler lanciare un brutto libro fuori dalla finestra? Ho iniziato a scrivere recensioni e articoli perché volevo dare una forma a quello che provavo ogni volta che chiudevo un romanzo, un racconto. È la lettura che col tempo mi ha portato a sperimentare le prime forme di scrittura, racconti in primis – tranquilli, sono tutti rinchiusi nelle quattro mura di casa, anzi, nell’hard disk del laptop, dato che non uso stampare quello che scrivo. Sono due pratiche legate indissolubilmente l’una all’altra. Si parte dapprima con l’emulazione dello scrittore preferito per poi trovare la propria strada. Una scrittura che nella maggior parte dei casi ti svuota perché riesce a farti sentire bene, che sia essa fiction o non fiction. Dentro la pagina c’è sempre qualcosa di tuo, anche se cerchi di camuffarla a tutti i costi. Naturalmente scrivo quando ho la spinta giusta, odio le forzature – per fortuna non ho contatti con gli uffici stampa.

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7) Progetti in cantiere

Attendere la consegna dell’ultimo ordine che i corrieri si stanno lanciando da una parte all’altra dell’Italia. Scherzi a parte, andare avanti con Casa di Ringhiera, continuare la bellissima e inaspettata collaborazione con L’indiependente e attendere con ansia il coinvolgimento nelle tue iniziative – tipo quella del Calendario dell’avvento letterario. Ultimamente escogito cose che puntualmente rimangono chiuse nel celebre cassetto, quindi sono pronto per fare tutto e niente. E poi c’è Medium che bussa continuamente alla porta – magari un giorno, chissà.

UPDATE 21 febbraio 2017: Casa di Ringhiera è diventato un magazine a tutti gli effetti, sopratutto da quando lo scorso ottobre è riuscito ad ottenere – dopo numerose imprecazioni – l’hosting su Medium. Insomma, alla fine qualcosa è riuscita ad uscire da quel cassetto.

Ps. Dimenticavo, oggi comunico tranquillamente con tutti gli uffici stampa che hanno il piacere di scrivere una email al nostro indirizzo.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #7: il Natale degli altri

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Questa casella è scritta e aperta da Michele di Casa di Ringhiera

Tra le tante cose che mi affascinano della letteratura, pur odiando ogni tipo di etichetta, c’è quel genere da molti definito come realismo sporco. I tre scrittori che più rappresentano questa corrente sono Raymond Carver, Richard Ford e Richard Yates. Questi magnifici tre sono anche annoverati tra coloro che hanno dato un notevole impatto alla narrativa attraverso la forma breve. I loro racconti, soprattutto quelli di Carver, hanno segnato un certo modo di intendere la short story americana – spetterebbe una menzione d’onore al buon vecchio Hemingway, ma lui è impegnato a distribuire regali nel cuore dell’Avana. Pur riconoscendo ad ognuno i propri e dovuti meriti, al realismo sporco sono particolarmente affezionato. Tutto iniziò con Cattedrale, il resto è ormai attualità.

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Era primavera quando mi sono ritrovato a leggere i racconti di Yates contenuti nella raccolta Undici solitudini (Minimum Fax, traduzione di Maria Lucioni). Per la strada faceva abbastanza caldo, circostanza inusuale per quei giorni. Evidentemente era un chiaro segnale di quella che sarebbe stata la stagione estiva. Quelli di Yates sono racconti che prendono i loro protagonisti e li spremono fino al limite della soglia di sopportazione a cui si aggrappa la vita. Adoro rispecchiarmi in qualsiasi genere di antieroe si presenti.  Per questo motivo mi è sembrato doveroso procedere con una calma tale da mettermi dei paletti per non sforare la quantità di racconti da leggere. Non più di due al giorno, queste pagine vanno digerite con estrema attenzione.

Il dottor Geco e Tutto il bene possibile sono scivolati giù con un colpo secco. Questa è roba forte, mi sono detto. Stessa cosa per Jodi ha il coltello dalla parte del manico. Insomma, tutto filava secondo i miei piani. Un passo per volta fino ad arrivare su in cima. Poi è arrivato il turno del racconto che mi ha spinto a scrivere questo post. Nel bel mezzo della fine della primavera compare davanti ai miei occhi una storia dall’evidentissimo sapore natalizio: Nessun dolore.

La protagonista Myra, accompagnata da una coppia di amici e il suo amante, si reca a far visita al marito ricoverato in ospedale per tubercolosi. Eccovi servito il quadro generale. Quelli di Yates sono racconti che lanciano il loro sguardo sugli anni pre e post secondo conflitto mondiale, e quello della tubercolosi è un fantasma non ancora estirpato del tutto. Harry viene trasferito da un reparto e l’altro da quattro anni. Myra, con un’occupazione presso un ufficio in città, resta al suo fianco nonostante lo scorrere del tempo sia riuscito ad elevare una barriera invisibile tra i due. Quando si vedono non fanno altro che parlare dei soliti convenevoli. In quattro anni le vite di ognuno di loro sono state protagoniste di mutamenti che hanno riguardato la loro stessa genesi, ma affrontare questo ostacolo vuol dire molto per entrambi. Magari Harry neanche ci pensa più al suo matrimonio.

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Il dramma di questo racconto non è tanto nella vicenda in sé, quanto nei simboli che compongono il quadro generale della narrazione. Myra scende dall’auto dei suoi amici ferma in direzione di un grosso albero di Natale sistemato nei pressi dell’ospedale. L’aria positiva della festa la si respira a tratti. È assai difficile raccogliere l’atmosfera in un respiro a pieni polmoni. Yates ha messo sullo stesso piano il disincanto della realtà stessa che celebra il ritorno ufficiale al dolore. Harry giace nella sua malattia senza reagire minimamente. Il male fisico che lo attanaglia lo mantiene fermo nella condizione precaria del corpo. Tutto diviene essenziale metafora dell’uomo obbligato ad assistere al suo estremo disastro. Ambientato in una corsia di ospedale, quello di Yates sembrerebbe più il Natale degli ultimi, quelli dimenticati ai lati della strada, che dei propri personaggi.

Il filo sottile che mantiene unita la trama di questo racconto risiede in una bolla pronta ad esplodere da un momento all’altro. Questo è uno dei maggiori esempi di dirty realism che si possa mai riscontrare. Ma cosa diavolo vuol trasmettere Yates con queste pagine? C’è sempre chi se la passa peggio di noi? Oppure vuole semplicemente spostare la lente d’ingrandimento sulla realtà che persiste nelle stanze degli ospedali anche quando fuori tutto sembra essere una magica scultura di rose e fiori? Tanti possono essere i punti di domanda che si innalzano dal pavimento durante la lettura, e a queste domande Yates sembra porre un unico rimedio: l’amore.

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Quello di Myra è un amore vissuto a doppia mandata. Tra lei e suo marito Harry non c’è alcun segno evidente di cedimento. Per loro il tempo si è fermato ai momenti precedenti al ricovero. L’ospedale ricopre il ruolo di un coperchio a chiusura ermetica. Nei brevi quanto forzati dialoghi tra i due coniugi traspare ancora la scintilla che ha dato fuoco alla loro unione, lo stesso fuoco che ha saldato il loro rapporto in un tempo ormai estraneo. Arrivati ad un certo punto del racconto, mentre Myra sta per andare via, arriva un coro che intona Jingle bells con l’intenzione di farsi sentire in tutto il reparto. In questo preciso momento la narrazione di Yates sembra rallentare per dare maggiore espressione all’instante unico ed irripetibile in cui il dolore e la felicità ostentate a tutti i costi si incontrano per un’eclissi di emozioni.

Se quello tra Harry e Myra è un rapporto in cui il tempo si è fermato, quello tra Myra e Jack – il suo amante – è l’esatto contrario. Lascia che il dolore riposi nei letti degli ammalati, così quando è fuori dalla struttura può finalmente riprendere quella che è la sua vera vita, quella che avanza di pari passo con il tempo che si è fatto finalmente presente. L’immobilità da un lato si scontra con l’azione mutevole dell’altro. Harry è ormai divenuta una figura intangibile che giace inerme nei loro rispettivi ricordi fermi a quattro anni prima. Jack è invece il presente che abbaia, morde e insegue la passione senza esclusione di colpi. Lui è l’unico in grado di palpare il desiderio. Il corpo caldo di Myra che si nasconde sotto il cappotto è il mezzo attraverso cui la loro storia d’amore può definirsi, senza l’ausilio di grossi giri di parole, reale.

Leggevo i racconti pensando sempre alla solita scena. Il petto rinsecchito di Harry e il massimo vigore del volto di Myra davanti al coro che cercava di infondere gioia e sollievo in quello che dovrebbe essere un periodo diverso – con tanto di declinazione positiva – rispetto al resto dei giorni dell’anno. Quando prima di rimettersi in viaggio i quattro amici scelgono di fermarsi a bere in un locale in città, ho visto nascere una sorta base su cui poter vivere il Natale, nonostante tutto il deperimento emotivo. Il racconto si conclude con questa immagine che lascia spazio a mille finali possibili, con bicchieri pronti ad essere riempiti. In fondo gli undici racconti racchiusi in questa raccolta sono per davvero undici solitudini come esprime il titolo. Richard Yates ha usato Nessun dolore come se volesse sbattere un pugno sulla tavola imbandita a festa per riportare tutti a contatto con la realtà messa in disparte in un giorno che dovrebbe essere come tutti gli altri. L’eco del boato che ne è scaturito l’ho avvertito lungo tutta la colonna vertebrale. Era primavera quando ho letto questo racconto, e rileggerlo adesso, in questo periodo, equivale ad impegnarsi in uno di quegli sforzi insopportabilmente odiosi, che una volta realizzati permettono di comprendere che si trattava di gesti da compiere senza fare altre domande.

Per questo, quando Yates & Co. sono seduti al vostro stesso tavolo, beh, siate pronti ad aspettarvi di tutto.

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