Storie di expat


Da un po’ di tempo mi interrogo sulla condizione dell’expat, per ovvie ragioni. Vivo fuori da più di sei anni, e mi ritrovo ad un punto in cui devo decidere cosa fare nel mio futuro prossimo. Nell’ambito delle mie considerazioni, mi sono resa conto, con estrema amarezza e con un certo disincantato stupore, di non avere più un posto da chiamare casa.

Qui mi sono sentita sempre di passaggio, ho visto amici traslocare, colleghi cambiare lavoro, le vite degli altri scorrere più o meno veloci, più o meno lente, e ho messo la mia un po’ in stand by.

Un paio di volte all’anno mi prende la voglia di tornare a casa. Coincide col Natale o con l’arrivo dell’estate, con la voglia di quel sole sulla pelle che qui è così difficile da reperire. Ogni rientro è caratterizzato da una sorta di sfasamento, dal vuoto spazio-temporale tra chiudere la porta di una casa e aprire la porta di un’altra, solo per percorrere con lo sguardo stanze straordinariamente familiari e al tempo stesso ormai così estranee da diventare quasi ostili: basta un libro spostato, un mobile nuovo, il giardino potato di recente per aumentare quel senso di malessere e di non appartenenza.

La vita dell’expat (quantomeno la mia) è cosi: divisa tra due mondi e due realtà diverse, scissa dal disagio profondo di non appartenere poi veramente a nessuna delle due. Ogni andata, ogni ritorno diventa un po’ come dover imparare di nuovo una lingua appresa molto tempo prima e poi dimenticata: si ha la testa sott’acqua e le parole galleggiano sulla superficie, e si cerca di afferrarle, di impadronirsi di nuovo della loro essenza, di riempirsi la bocca e le orecchie del loro suono.

Mi sono sempre detta che molto dipende dal posto, e probabilmente è così: io e Bruxelles non abbiamo mai fatto davvero amicizia, siamo rimaste due conoscenti che si guardano di sottecchi, con diffidenza. Quando torno a Londra, dove scappo appena posso, è un’altra storia: le sue strade sono piene di ricordi di una me più giovane e più leggera che vi abitava quasi danzandovi, depositaria di un futuro pieno di possibilità, succoso come le prime pesche della stagione.

Negli ultimi mesi mi sono imbattuta in due letture che hanno accompagnato e condiviso il mio stato d’animo: due storie di expat, Brooklyn di Colm Tóibín (che ho comprato a New York in quest’edizione, ma che potete trovare nella traduzione italiana di V. Vega, pubblicato da Bompiani) e Anche noi l’America di Cristina Henríquez, edito da NN nella traduzione di R. Serrai.

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Brooklyn (da cui è tratto l’omonimo film, con una bravissima Saoirse Ronan) racconta la storia di Eilis, giovane irlandese che non riesce a trovare lavoro (mal comune) ad Enniscorthy, sonnolenta cittadina nel sudest dell’Irlanda degli anni cinquanta; un’Irlanda cosparsa di uno spesso strato di malinconia per un benessere che non esiste più, un’età d’oro che sembra ormai lontanissima.

Eilis, spronata dall’adorata sorella Rose, che sogna per lei una vita migliore e orizzonti più vasti, decide di partite alla volta della grande mela.

Durante i primi mesi, la ragazza vive appunto con la testa sott’acqua: ammalata di nostalgia e di mancanza di qualcosa di indefinito e intangibile, si trascina stancamente tra giornate sempre uguali, il cuore diviso tra la Eilis di prima, la ragazza di Enniscorthy, e la nuova Eilis di Brooklyn:

“It made her feel strangely as though she were two people, one who had battled against two cold winters and many hard days in Brooklyn and fallen in love there, and the other who was her mother’s daughter, the Eilis whom everyone knew, or thought they knew.”

(Aveva la sensazione stranissima di essere due persone diverse: la prima era la ragazza che aveva combattuto due gelidi inverni e una moltitudine di giornate difficili a Brooklyn e si era innamorata lì; l’altra era la figlia di sua madre, la Eilis che tutti conoscevano, o pensavano di conoscere).

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L’amore ci mette lo zampino, nella persona di Tony, un ragazzo di origini italiane che intraprende l’ardua impresa di far amare Brooklyn a Eilis; quando la ragazza ritrova il sorriso e si sente tranquilla e sicura in una vita che le è diventata familiare, che le sembra ormai l’unica vita possibile, lo spettro della Eilis di prima la richiama bruscamente in Irlanda. Tornare a casa si rivela tristemente molto diverso dalle aspettative:

“She had put no thought into what it would be like to come home because she had expected that it would be easy; she had longed so much for the familiarity of these rooms that she had presumed she would be happy and relieved to step back into them, but, instead, on this first morning, all she could do was count the days before she went back. This made her feel strange and guilty; she curled up in the bed and closed her eyes in the hope that she might sleep.”

(Non aveva pensato a come sarebbe stato tornare a casa perché si aspettava che sarebbe stato facile; aveva desiderato così ardentemente la familiarità di quelle stanze che aveva dato per scontato che sarebbe stata contenta e sollevata di rimettervi piede; invece, nel corso della sua prima mattina a casa, non era riuscita a fare altro che contare i giorni che mancavano al suo rientro. Questo l’aveva fatta sentire strana e colpevole; si era accoccolata nel letto e aveva chiuso gli occhi, sperando di dormire).

Tony diventa un ponte che unisce e al tempo stesso separa i due mondi di Eilis, un sentimento nascosto da uno spesso strato di sensi di colpa che la ragazza non riesce a vivere nella sua interezza. Solo quando Eilis inizierà ad accettare che ci sono incontri che cambiano le persone, insinuandosi sotto la loro pelle e modificando l’idea di casa, riuscirà ad appartenere ad un posto, a farsi abitare da un luogo, a ritrovare il suo Heimat.

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Anche noi, l’America raccoglie le voci di quell’America che nessuno racconta: un Paese di invisibili, le cui vite apparentemente piccole e semplici nascondono un’epopea di rinunce, di speranze andate a male, di scommesse col destino, di sogni realizzati e sogni naufragati.

Un anonimo palazzone del Delaware nasconde un cuore pulsante di messicani, panamensi, portoricani, paraguensi: in questo non luogo, in questa periferia dell’anima sbocciano storie tra le erbacce e i calcinacci. Storie come quella di Maribel, ragazza messicana che ha subito una lesione cerebrale in seguito ad una brutta caduta ed è stata portata negli USA dai genitori per frequentare una scuola adeguata alle sue nuove necessità, e Mayor, figlio dei vicini di casa, che riesce a vedere oltre la lentezza e la diversità di Maribel: ne vede tutta la bellezza di farfalla fragile e palpitante, intrappolata sotto un bicchiere di vetro.

 Maribel con gli occhi assonnati e i capelli spettinati, seduta a gambe accavallate sul sedile, che mi volta e mi guarda. Non sarebbe stato un problema, pensai, se non mi avesse trovato. Era come aveva detto lei: per trovare una cosa prima devi perderla. Da allora in poi saremmo stati lontani migliaia di chilometri e saremmo andati aventi con le nostre vite e saremmo cresciuti e cambiati e invecchiati, ma non avremmo mai dovuto cercarci. Dentro ciascuno di noi, ne ero sicuro, c’era un posto per l’altro. Niente di ciò che era successo e niente di ciò che sarebbe mai successo avrebbe reso tutto questo meno vero.

Si cerca un posto dentro l’altro, per sentirsi più a casa, per combattere ondate di nostalgia spessa come melassa. Si mangia tamales (piatto messicano a base di pasta di mais ripiena), tacos, chicharrones (maiale o pollo fritto) finché ci sono abbastanza soldi, prima di essere costretti a passare ai discount americani e a troppi hot dog: il cibo diventa una sinfonia di appartenenza, una celebrazione della propria identità.

Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così.

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 Si passa dalla dolcezza dello spagnolo, che si scioglie in bocca come i besitos de coco (pasticcini al cocco), all’asprezza di una lingua sconosciuta, che si attacca al palato e sembra non essere in grado di tramutare esigenze, pensieri, sentimenti in frasi di senso compiuto.

‘L’inglese era una lingua così densa, contratta. Non si apriva nelle vocali come lo spagnolo. La gola aperta, la bocca aperta, i cuori aperti. In inglese i suoni sono chiusi. Cadevano a terra, con un tonfo. Eppure c’era qualcosa di maestoso.’

 Ho apprezzato moltissimo la scelta di Serrai nella traduzione del titolo (quello originale è The Book of Unknown Americans): una scelta poetica, ispirata ai versi di I, Too, Sing America di Langston Hughes; una scelta che vuole incarnare il senso di possibilità che pervade l’odissea di tutti i protagonisti del romanzo.

 I, too, sing America.

I am the darker brother.

They send me to eat in the kitchen

When company comes,

But I laugh,

And eat well,

And grow strong.

 

Tomorrow,

I’ll be at the table

When company comes.

Nobody’ll dare

Say to me,

“Eat in the kitchen,”

Then.

 

Besides,

They’ll see how beautiful I am

And be ashamed—

 

I, too, am America.

 

Si possono avere tante case, e riuscire ad amarle tutte. Si può lasciare un pezzetto di sé, della propria storia, degli incontri che le hanno regalato sfumature nuove e impensate in tutti in posti che si visitano, che si abitano. La cosa difficile è lasciarsi abitare. Perché, come scriveva Gabo nell’indimenticabile Cent’anni di solitudine, non si è di nessuna parte finché non si ha un morto sotto terra, letteralmente o allegoricamente: abitiamo un posto quando vi lasciamo scheletri di una versione di noi che non esiste più, fantasmi di amori scaduti o andati a male, briciole di progetti e di sogni.

Soundtrack: stavolta doppia, in onore alle due storie.

The fault, dear Brutus, is not in our stars.

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The fault, dear Brutus, is not in our stars,
But in ourselves, that we are underlings.

(William Shakespeare, Julius Caesar, Act 1 – Scene 2)

(La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni.- trad. Goffredo Raponi)

No, John Green non c’entra niente. C’entra invece il concetto di responsabilità individuale, il nesso hubris-ate, colpa-responsabilità, che troppo    spesso ignoro.

È da un (bel) po’ di tempo che non scrivo un post personale. Non lo faccio perché ho sempre più paura di essere giudicata, per il mio stile, che spesso  sfocia nel retorico; per le mie insicurezze; per la mia confusione, in un mondo in cui tutti sembrano così sicuri di sé che fa quasi male.

Ma la paura è stata la forza che ha prepotentemente guidato questi ultimi mesi. La paura dell’eterno ritorno dell’identico. La paura della routine, che niente possa mai cambiare, che ogni giorno diventi uguale agli altri, in un caleidoscopio liquido in cui il tempo diventa mera alternanza di ore, giorno e notte, stagioni. Mesi. Anni.

La paura -spasmodica -di cambiare. La fortissima tensione che mi spinge a corteggiare il cambiamento, a inseguire il cambiamento, a sospirare per esso, come se io avessi di nuovo quindici anni e lui fosse quel ragazzo troppo grande e troppo bello che non mi ha mai degnato di uno sguardo.

La stessa paura che mi ha fatto programmare un trasferimento internazionale e poi me l’ha fatto cancellare. La stessa paura che mi ha fatto arrivare quasi dove volevo – così vicino – potevo quasi toccare quella nuova me, in quel nuovo Paese, quella nuova città, quel nuovo ufficio, quella nuova casa, quella nuova vita. Ho detto no, e quella nuova me non esisterà mai.

E potrei elencare tutte le ragioni per cui non esisterà – tempismo, congiuntura economica, geografie e congiunzioni astrali – che obiettivamente esistono, e sussistono. Tuttavia, se mi guardassi davvero allo specchio, dovrei ammettere che la vera ragione per la quale non sono scesa da quel treno – letterale e metaforico – e sono rimasta ad osservare il paesaggio senza avere il coraggio di scendere, col naso schiacciato contro il finestrino sporco, sono io.

Nella tragedia che Shakespeare ha dedicato a Giulio Cesare, Bruto lamenta il suo destino di uomo comune, che preferirebbe la morte a un destino invisibile, costretto a vivere nell’ombra immensa di Cesare, un gigante, un Colosso, un dio, colui che tutto può.

Cassio gli ricorda che, se vivono da codardi, se si comportano da schiavi, se si condannano a un destino da inetti, la colpa non è degli astri o del fato o delle circostanze o di Cesare: la colpa è loro. Bruto e Cassio sono artefici e responsabili del proprio destino: potrebbero essere Cesare, ma non lo sono.

Sono giorni, mesi che inseguo giustificazioni: le cose non vanno mai come dovrebbero andare, la tempistica è quasi sempre sfortunata, la vita da  expat raddoppia problemi e responsabilità, tutto nella mia vita è successo d’un colpo, troppo di fretta, quando non ero ancora pronta. Ma è successo, e per quanto possa essere così arrabbiata con me stessa e con il mondo, il risultato finale non cambia: è successo. Deal with it.

E tutti i passi falsi, tutte le decisioni sbagliate, tutta la fiducia accordata a persone che probabilmente non se la meritavano, tutti gli errori di valutazione, tutta l’infelicità degli ultimi mesi, tutta quella ribellione che mi porto dietro da una vita si riassume nei versi immortali del Bardo: volevo essere Cesare, sono Bruto e Cassio.

Sono qualcuno che pensavo di conoscere, ma che, semplicemente, non conosco più.

Soundtrack: Somebody That I Used To Know, Gotye

Essere prese sul serio.

nin

Ieri sera ho pianto. Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina, con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà: sull’egoismo di Henry, sulla smania di potere di June, sulla mia creatività insaziabile che deve sempre occuparsi degli altri e non sa bastare a se stessa. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso anche amare senza credere. Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.

Anaïs Nin, Diari

Il femminile non è un errore. Tra tante, troppe polemiche  e piccole, grandi disfatte quotidiane, mi rendo conto che la Nin ha ragione: essere donna è un lavoro a tempo pieno di per sé  e non diventa facile, anzi.

Perché essere una donna significa, in ogni caso, fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, in tutti gli ambiti.

Il mio blog ha uno sfondo rosa. E non solo perché questo colore – tanto bistrattato, patriarca di tutti gli stereotipi di genere, fortemente connotato – mi piaccia: anche – e soprattutto – perché vuole essere a modo suo un messaggio, una minuscola goccia nell’oceano. Si può amare il rosa senza per questo essere delle ochette svampite. Si può amare il rosa e parlare cinque lingue, aver affrontato molteplici traslochi internazionali, aver preso in mano le carte offerte dalla vita e averle giocate tutte, anche gli innumerevoli due di picche.

Mi dicono che ho la faccia da bambina. Mi dicono che sembro “troppo giovane”. Che poi non lo sono nemmeno, così giovane, almeno non più, e anche se indosso calze turchesi e cappotto giallo posso essere comunque dannatamente brava in quello che faccio – o quantomeno meritare una possibilità. Una cravatta gialla o turchese genererebbe le stesse perplessità? Ecco, appunto.

Mi piace Jane Austen, esponente – a quanto pare – di un tipo di letteratura “rosa” (ancora una volta), un brodo di giuggiole di fidanzamenti e matrimoni e tè del pomeriggio (dimentichiamoci pure il fatto che la Austen, insieme alle sorelle Brontë, abbia sdoganato un certo tipo di eroina, la protagonista femminile alla Cenerentola, oh-sono-cosi-carina-e-fragile-tu-maschio-vieni-a-salvarmi). Questo non significa che non mi piacciano altri autori: più testosteronici, più en vogue, più “giusti” (sempre secondo i canoni assurdi di cui si è già parlato). Questo non significa che stia lì a leggere spin-off di cattivo gusto invece di, che so io, Martin Amis, o delle lezioni americane di Nabokov. Allora perché sento il bisogno di stare qui a giustificarmi?

Una volta venivo qui a diluire i miei pensieri , accompagnati da pillole di letteratura. Ora cancello post, e mi nascondo dietro i libri (rimanendo sempre lì, perché la mia soggettività non riuscirà mai a diventare totalmente oggettiva). Perché ho paura di non essere presa sul serio, se svelo pezzi di me? E non stiamo mica parlando di vita quotidiana o vicissitudini sentimentali o altra roba esageratamente in prima persona, che farebbe a pugni con la mia natura riservata, da riccio: ma di impressioni, tout court. Scrivere mi ha sempre aiutato a “spurgarmi” l’anima: invece no, ultimamente scrivo coi guanti da chirurgo, attenta a non sporcare le pagine.

Non so cucinare. Se sapessi farlo, mi piacerebbe sperimentare ricette care agli scrittori che amo, perché continuo a pensare che quello tra cucina e letteratura sia un connubio bellissimo, e che dentro la letteratura non ci siano solo parole, ma tanta, tantissima vita.

Non mi so truccare. Pasticcio con correttore e fondotinta la mattina, per nascondere le occhiaie della mia perenne insonnia e i sempiterni brufoli (ho capito che la vita è quella sottile linea rossa tra brufoli e rughe). Se sapessi truccarmi farei i tutorial su YouTube? Probabilmente no, anche perché non so girare video decenti, e non li so caricare. Questo non significa che snobbi le persone che hanno voglia di farlo, o quelle che hanno voglia di guardarli.

Non vesto alla moda. Mischio fantasie e colori disparati, e sono sempre spettinata. Non potrei mai farmi fare servizi fotografici fashion, né tantomeno postarli in rete. Mi fa piacere che esistano persone che sappiano vestirsi bene, e riescano a farsi fotografare senza sembrare galline con l’itterizia e il triplo mento (io).

Non potrei mai essere una mommy blogger. Non riuscirei mai a parlare di maternità, che per me resta una delle esperienza più private, più intime che una donna possa sperimentare. Tuttavia, ci sono mamme che si raccontano, e magari aiutano, con le loro parole, frotte di neomamme che dormono troppo poco e hanno bisogno di boccate d’aria.

Tutto questo pippone per dire che si, una donna può essere bella e vestirsi bene e essere mamma e amare il rosa e viaggiare e leggere Joyce e Wallace e fare colloqui di lavoro in tre lingue diverse e sfornare crostate e meringhe. Una cosa non esclude l’altra, e sarebbe anche tempo che smettessimo di giustificarci.

Quindi si, faccio coming out: scrivo poesie d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona melensa (o, come qualcuno mi ha suggerito, una persona depressa?). Tant pis.

Scrivo racconti, spesso d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona meno seria, meno attendibile quando parlo di letteratura? Tant pis.

Non sarò mai la persona posata che mi ero prefissa di essere, non scriverò mai quanto e come avrei desiderato, non avrò mai la carriera stellare che la me tredicenne aveva promesso a se stessa, casa mia sarà sempre in disordine (alla faccia dei vari Instagram e Pinterest), continuerò  ad odiare Greyville e tutte le sfumature di grigio con tutto il cuore, brucerò torte, sarò sempre spettinata, non riuscirò mai a leggere tutti i libri che vorrei, i racconti di Wallace continueranno a non piacermi (!) e continuerò a mangiarmi le unghie, a leggere poesie, a scrivere poesie, a leggere biografie su Sylvia Plath. E, almeno qui, cercherò di essere me stessa.

andrea teatro

annnnnnn

Pezzi di vetro

Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai….però stai bene dove stai…

 
 
 
 
 
Quando era molto triste, o molto arrabbiata, o molto persa, o molto, molto lontana – infinitamente lontana – andava a buttare il vetro.

 

Niente di poetico in tutto ciò: raccoglieva bottiglie e vasetti vari e partiva alla volta del cassonetto della differenziata, solitamente di sera, solitamente in pigiama.

 

L’azione di suddividere i colori del vetro, di sollevare la bottiglia, di lanciarla nel cassonetto, di sentirla infrangersi aveva in sé qualcosa di rassicurante e catartico al tempo stesso. Ecco infrangersi in mille pezzi la bottiglia di Chablis della cena in cui si era bevuto qualche bicchiere di troppo, la bottiglia dello sciroppo al timo per la tosse avanzata dall’ultimo raffreddore, il vasetto di marmellata di fragole bio finita durante una puntata di House of Cards, quella sera in cui sarebbe stato meglio tacere, o forse poi sarebbe stato meglio parlarsi….


Ecco la bottiglia di latte, dopo quella notte insonne di un giugno straordinariamente freddo, dopo quella mattina in cui nemmeno un caffelatte bollente riusciva a regalare un po’ di calore. Dopo quella mattina in cui era diventato chiaro che un po’ del freddo di quel giugno straordinariamente freddo sarebbe rimasto, per sempre.
Un giugno fatto di piumoni, di collant 30 denari e di parka verde bottiglia (il vetro, ancora una volta), in cui il mare, il sole, il profumo del sale, la sabbia bianca calda tra le dita, le orecchiette delle pagine del libro bagnate da dita impazienti, tutto sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile, freddo fuori freddo dentro e pezzi di vetro dove fa più male, pezzi di vetro opachi, fondi di bottiglia, biglie scheggiate e bicchieri rotti.

 

Era il giugno della disillusione, era il giugno di quell’estate lungamente attesa che non voleva arrivare, era il giugno della rabbia e del perdono, del rancore e dell’oblio, delle bugie e delle mezze verità.

 

Era il giugno delle strade mai prese e dei giardini dai sentieri che si biforcano, il giugno delle insonnie e delle rinunce, il giugno degli errori e dei rumori, il giugno dei gelati troppo freddi e delle tazze di te’ caldo.

 
Era il giugno delle lettere di motivazione e delle lettere di rifiuto, dei raffreddori e delle felpe, delle mani gelate e delle ambizioni spezzate.

 
Erano i giorni sbagliati di un mese sbagliato di una stagione sbagliata, il giugno dei raffreddori e dei crepacuori, il giugno degli incubi e degli errori. Il giugno dei rimorsi e dei timori. Giugno come sigillo ai primi sei mesi dell’anno, un semestre da archiviare, in attesa di un’estate più dolce, un frutto più maturo, da mordere coi denti, assaporare, il succo che scivola dagli angoli della bocca lungo il collo.
Giugno come un cassetto chiuso a chiave, una lezione dura da imparare, un boccone amaro da mandare giù. Giugno come un messaggio in bottiglia mai mandato.
 
 

 

Questo giugno autunnale si chiude oggi, con una folata di vento fresco a far cadere le foglie, con un ultimo acquazzone a smorzare gli ardori più resistenti. Si chiude insieme con una promessa e un avvertimento: una promessa, l’estate che sicuramente arriverà, con i colori prepotenti, impertinenti del cielo blu e della terra rossa – la mia terra; un avvertimento, a scapito di aspettative troppo alte, campanelli d’allarme messi a tacere, quel termometro del cuore al quale non si presta attenzione. Proprio mai. Cose che si dimenticano.

 

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?».

Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati (Nietzsche)

 

 

Caro 2014, così non va bene.

 

Sei iniziato davvero male, giocando tiri mancini, sferrando altri colpi che si vanno ad aggiungere a quelli del tuo degno compare, il 2013, che mi ha lasciato come eredità una riga profonda che solca il viso e mi fa sentire ancora più stanca, e avvilita.

 

 

 

Caro 2014, mi sto disamorando. Delle cose che mi circondano, del quotidiano, e di me stessa.

 

 

 

Mi sto disamorando dei miei sogni ad occhi aperti e occhi chiusi, perché tanto la realtà ci pensa sempre a sporcarli, a corromperli, a rovinarli. E allora, ne vale la pena? Sono fiori delicati, rari e inebrianti, che non possono fiorire in mezzo alla spazzatura.

 

 

 

Caro 2014, quest’anno per me si conclude un altro decennio, e si sta facendo sempre più tardi, eccetera eccetera. E io ho bisogno di innamorarmi di tutto, ho bisogno di sentirmi viva ogni giorno, ho bisogno di passioni vaste e sconfinate, di colori sgargianti, di parole semplici, leggiadre, leggere, che siano poco pretenziose ma aprano il cuore. Ho bisogno di vivere col cuore in gola.

 

 

 

 

 

C’è una frase di Nietzsche che da giorni mi frulla in testa, Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati.

 

 

 

Non so, caro 2014. Spero solo di essere in grado di prendere congedo dalla vita benedicendola per tutte le cose che mi ha regalato e restandone fedelmente, malinconicamente innamorata, non di liquidarla con un freddo cenno del capo, uno svolazzo di mani di cera, oppressa dal peso dei rimpianti e delle cose che non avrò fatto e delle cose che avrei voluto fare diversamente.

 

 

 

Caro 2014, voglio liberarmi di tutto questo grigiume che è come una seconda pelle, un profumo stantio, un sapore amaro di noia e rassegnazione.

 

 

 

Voglio fermarmi in mezzo alla strada a guardare incantata un tramonto o un bambino paffuto che ride e mi fa ciao. Voglio svegliarmi di notte perché ho interrotto la lettura in un punto interessantissimo e devo assolutamente riprenderla. Voglio fermarmi in ogni angolo a buttare giù scarabocchi di pensieri. Voglio trovate il coraggio di raccontare le storie che mi abitano. Voglio bagnarmi di poesia.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di trovare il mio posto nel mondo, non continuare a nascondermi, con codarda rassegnazione.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di cambiare quelle cose che proprio non mi vanno giù e che si sono insediate sulla bocca dello stomaco, impedendomi di respirare.

 

 

 

Voglio tornare a casa, in Italia, senza averlo tanto pianificato, e trovare mia nonna al suo posto vicino al fuoco, che mi sorride e mi prepara i perperoni sotto la brace e mi racconta per l’ennesima volta la storia di come ha incontrato mio nonno, quella storia magica e bellissima che non cessa mai di incantarmi.

 

 

 

Soprattutto, voglio trovare il coraggio di essere me stessa.

 

 

 

Ti ho chiesto un segno, e finora mi hai solo depistato. E so bene che sono passati sono 13 giorni, ma cosa ci vuoi fare? È l’entusiasmo, la rabbia, la fretta della mia ultima ondata di giovinezza a parlare.

 

 

 

Allora sai cosa faccio, caro 2014? Esco da questo ufficio grigio e stantio e vado a comprarmi un vestito bellissimo e costoso in modo ridicolo e spropositato, che non posso assolutamente permettermi.

 

 

 

Sarò la ragazza col rossetto rosso più intenso che tu abbia mai visto e col vestito senza maniche, che beve champagne rigorosamente all’aperto, anche se qui a Greyville è tempo di montoni e vacche grasse.

 

 

PS: sì, l’ombrelllo rosso fa parte del piano.

Buoni propositi per il 2014..dalla penna di Mark Twain

Questo è il periodo dell’anno in cui mi dedico, volente o nolente, a liste, elenchi puntati e numerati di buoni propositi, critica spassionata dell’anno perituro, tentativi di revisionismo storico di un 2013 che non vedo l’ora di archiviare (del resto, non ho mai nascosto la mia diffidenza ed antipatia innata nei confronti degli anni dispari).

Ergo, quando ho scovato sul blog This page is about words! i nove consigli di Mark Twain per vivere una vita fantastica (a kick-ass life) non ho saputo resistere alla tentazione di modellare la mia lista sulla base di quella del caro vecchio Mark. Perché il 2014, essendo un anno pari, ha il dovere morale, l’obbligo di essere migliore. Oh, se deve esserlo…

Una delle mie citazioni preferite di quel simpaticone di Twain è It’s no wonder that truth is stranger than fiction. Fiction has to make sense (non c’è da meravigliarsi se la realtà è più strana della finzione. La finzione deve avere senso). È vero che troppo spesso lottiamo con tutti noi stessi per attribuire un significato a una serie di eventi without reason nor rhyme, senza capo né coda, al peso di una quotidianità vuota e sempre uguale, a luminose promesse che si rivelano specchietti per le allodole, a parole usate ed abusate, fino ad essere svuotate dal loro significato originario.

Il mio augurio per il 2014 è che questa sbirciatina alle pillole di saggezza di Twain vi faccia venire voglia di scappare su una zattera lungo il fiume Mississippi, come il picaresco Huckleberry Finn, personaggio dato alle stampe un secolo prima della mia nascita. E se non dovesse essere una zattera, che sia un aereo che vi porti a scoprire il vostro Heimat, un nuovo lavoro, un nuovo sogno, la realizzazione di un sogno nel cassetto….

 

1. Approve of yourself.
“A man cannot be comfortable without his own approval.”

Approva il tuo modo di essere
“Un uomo non può vivere in pace con se stesso se non si approva”.

Siamo lo specchio più crudele e senza veli di noi stessi, il giudice più di parte, il critico più agguerrito. Molto spesso non riusciamo a vedere che i nostri difetti, i nostri sbagli, le nostre pecche, le nostre paure. Amarsi è un’impresa ardua, che inizia il giorno della nostra nascita e continua tutta la vita. Amarsi, o quantomeno accettarsi, è una condizione necessaria ed imprescindibile per aprirsi all’altro, per farlo entrare nella nostra vita, per amare l’altro.
Piacersi, fidarsi di se stessi è essenziale per abbracciare la vita, per fare la valigia e ricominciare da capo, anche e soprattutto quando fa più paura, quando ci sono meno garanzie, meno certezze. Per intraprendere nuove avventure, per accettare quella scatola di cioccolatini senza sapere se contenga fondente al 70% o cioccolata al latte, per cadere in piedi, per riuscire a rialzarsi.
Guardarsi allo specchio, riconoscersi, accettarsi, sorridersi. Sbagliare, forti della certezza di essere in grado di rimediare, sbagliare ancora, sbagliare meglio. Provare, fallire, provare ancora. E provare e provare.

2. Your limitations may just be in your mind.
“Age is an issue of mind over matter. If you don’t mind, it doesn’t matter.”

È possibile che i tuoi limiti esistano solo nella tua mente.
“L’età è una questione mentale. Se non ti importa, non importa”.

La questione dei limiti è fortemente legata alla fiducia in se stessi, all’accettazione di se stessi per quelli che si è, brufoli e nevrosi alla Woody Allen. Un onesto esame di coscienza delle proprie capacità e delle proprie mancanze altro non dovrebbe essere che un incentivo a migliorare, a colmare quelle lacune, per poter poi fare quello che amiamo veramente, al di là dei “vorrei ma non posso”, “vorrei ma non ne sono capace”, “vorrei ma non serve a nulla”, “vorrei ma non ne ho il tempo”. Il tempo, quel tempo che scorre troppo velocemente o troppo lentamente, che incide i segni del suo passaggio sulla pelle, sul viso, sugli occhi, sulle mani, sui ricordi, sui sentimenti, sulle ferite. Quel tempo che misura l’età che incede con velocità irrefrenabile. Il 2014 ha in serbo per me un compleanno un po’ grande, almeno per me, un altro decennio, un altro giro di boa, che mi fa temere che si stia davvero facendo sempre più tardi e non potrò mai essere tutte le persone che avrei voluto essere, studiare viaggiare ricominciare sbagliare ricominciare fallire e ricominciare ancora, perché il numero di errori e fallimenti inizia a farsi sentire. E forse non riuscirò mai a scrivere un libro, o a frequentare la scuola di scrittura creativa ad Harvard, o a passare un’estate in Australia a raccogliere l’uva. Forse inizia ad esserci un limite al numero di volte in cui posso reiventarmi, anche se non dovessi piacermi più, neanche un po’.
Qualche settimana fa ho visto un film davvero molto bello, di cui spero di poter parlare più diffusamente, più in là: About time, questioni di tempo. In sostanza, il protagonista, Tim, all’età di 21 anni scopre che tutti gli uomini della sua famiglia hanno la capacità di tornare indietro nel tempo: basta scegliere un momento definito, chiudersi in un luogo buio, pensarlo intensamente et voilà. Nonostante ciò, Tim scoprirà che nemmeno questo superpotere gli assicura una qualche forma di controllo sull’anarchia temporale: non può evitare la perdita, il dolore, non può riparare tutti gli sbagli, non può ricucire tutte le ferite, non può far tornare indietro persone amate. La chiave, l’unico segreto è scoprire, capire, custodire il valore del tempo, e vivere intensamente i momenti di improvvisa e abbacinante felicità, e custodirli nel cuore, nella memoria.

3. Lighten up and have some fun.
“Humor is mankind’s greatest blessing.”

Prendetevi meno sul serio e divertitevi.
“L’umorismo è la più grande benedizione del genere umano”.

Sorridere tanto, con un sorriso che non si fermi alle labbra, ma parta dagli occhi e li illumini tutti di quella luce speciale, e arrivi a toccare il cuore. Ridere, ridere delle piccole cose, soffocare le risate di fronte  a una cosa buffa, ridere a sproposito, ridere di cuore. E, soprattutto, non prendersi mai sul serio, ridere di se stessi e delle cose che ci circondano, per esorcizzare le paure, per ridimensionare i problemi.
Leggere Oscar Wilde e Tre uomini in barca di Jerome Klapka Jerome, andare a teatro, fare teatro (il più grande rimedio contro la timidezza, lo stress, la tristezza: quest’anno col mio gruppo abbiamo rappresentato Confusions di Alan Ayckbourn..quale modo migliore di prendere la vita per i fondelli del teatro dell’assurdo?)
Fare proprio il verso di Milton every cloud has a silver lining, non tutto il male viene per nuocere.
Imparare ad essere leggeri, ad usare parole leggere, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
E, soprattutto, accettarsi per quello che si è, senza forzature eccessive (vedi punto uno). Non aver paura di ammettere la propria pesantezza e il proprio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarsi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.
Io sono un’inguaribile pessimista, ad esempio, e per quanto mi sforzi non riuscirò mai a vedere il bicchiere mezzo pieno. Posso imparare ad apprezzare il fatto che sia almeno mezzo vuoto, però. Almeno credo. Almeno spero.

4. Let go of anger.
“Anger is an acid that can do more harm to the vessel in which it is stored than to anything on which it is poured.”

Liberatevi della rabbia.
“La rabbia è un acido che può fare più male al recipiente che la contiene che a qualsiasi altra cosa su cui è riversata”.

La rabbia è spesso un sentimento atavico, che si tende a comprimere, a non affrontare, a relegare in un angolo della mente, del cuore, della memoria, sperando che se ne stia zitta e buona e ci lasci in pace. Invece è sempre lì e affiora in superficie a tradimento, quando meno ce l’aspettiamo, quando meno lo vorremmo, e ci corrode, e danneggia le persone che ci circondano, e ci impedisce di abbandonarci alle situazioni e agli altri con più leggerezza, con più fiducia.
Spesso la rabbia ha radici profonde: arriva a toccare l’infanzia, e avviluppa l’adolescenza. In poche parole, nella maggior parte dei casi non è facile da sradicare, da lasciare andare, da esorcizzare. Mi chiedo se sia possibile addomesticarla, per conviverci pacificamente, quantomeno.

 

5. Release yourself from entitlement.
“Don’t go around saying the world owes you a living. The world owes you nothing. It was here first.”

Liberatevi dall’idea che le cose vi spettino di diritto.
“Non andate in giro proclamando che il mondo vi deve qualcosa. Il mondo non vi deve niente. Era qui prima di voi”.

Qui concordo e non concordo con Twain, nel senso che la mia generazione (e non solo la mia..magari!) è stata costretta ad abituarsi al fatto che il mondo non le deve un bel nulla, che multilinguismo, studi, preparazione, esperienza professionale spesso internazionale non equivalgano alla certezza di trovare un lavoro..per non parlare del lavoro dei propri sogni, utopia ormai relegata in fondo al cassetto dei calzini spaiati. Forse una cosa che si dovrebbe imparare a fare è liberarsi dalla pressione delle aspettative, quelle altrui in primis, e dall’ansia di prestazione, in tutti i settori. Dal dover essere, insomma.
6. If you’re taking a different path, prepare for reactions.
“A person with a new idea is a crank until the idea succeeds.”
Se stai per intraprendere un nuovo percorso, preparati a reagire.
“Una persona con una nuova idea è un folle finchè la sua idea non ha successo”.

Un po’ di tempo fa ho letto una frase della poetessa statunitense Adrienne Rich che mi è rimasta appiccicata alla pelle: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è la sola poesia. Peccato che cambiare, reinventarsi, trasferirsi, iniziare un nuovo lavoro, impegnarsi a realizzare il proprio sogno nel cassetto, che sia scrivere un libro o aprire un B&B in una spiaggetta bianca delle Seychelles, fa paura, una paura matta. Nonostante tutti i fail again, fail better beckettiani, la paura di fallire, di non essere in grado, di sbagliare tutto ancora una volta ci trattiene da nuove, grandiose, donchisciottesche imprese. Che il 2014 sia l’anno del cambiamento tanto sognato ed aspettato, l’anno in cui, per dirla con Robert Frost

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less travelled by,
and that has made all the difference.

Che sia l’anno in cui, fermi ad un incrocio, siamo capaci di scegliere la strada meno conosciuta, meno trafficata, meno asfaltata, più in salita, e che questa nostra scelta possa fare tutta la differenza.

 

7. Keep your focus steadily on what you want.
“Drag your thoughts away from your troubles… by the ears, by the heels, or any other way you can manage it.”

Concentratevi costantemente su quello che volete.
“Distogliete i vostri pensieri dai problemi..tirandoli per le orecchie, per i calcagni, o in qualsiasi altro modo funzioni per voi”.

È difficile concentrarsi esclusivamente e a tempo pieno su quello che si vuole quando c’è una quotidianità da affrontare, le bollette da pagare, un contratto sempre in attesa di essere rinnovato, persone intorno a noi di cu siamo in qualche modo responsabili. Se potessi, vorrei ricominciare da capo, aprire un negozio di libri usati in Nuova Zelanda, iniziare un dottorato in letterature comparate negli Stati Uniti e scrivere articoli su articoli su come Anna Karenina abbia influenzato Simone de Beauvoir, Anais Nin, Sibilla Aleramo – o qualcosa del genere. Ma la consapevolezza del quotidiano e del mio non essere all’altezza (punto 1 dolente…) mi trattiene ancorata alla terra come una zavorra, e per ora tutti i timbri che vorrei vedere sul mio passaporto rimangono sogni ad occhi aperti, bolle di sapone. E di tutte le cose che vorrei scrivere scrivo solo un quarto, fossilizzata dalla mia paura di non essere brava abbastanza, di non essere in grado, di non avere nulla di nuovo da dire, di non saper trovare le parole giuste per dirlo. Che il 2014 sia un anno di training autogeni, di iniezioni di autostima, di sorprese mirabolanti.
8. Don’t focus so much on making yourself feel good.
“The best way to cheer yourself up is to try to cheer somebody else up.”

Non soffermatevi troppo sul vostro benessere.
“Il modo migliore di tirarsi su di morale è cercare di far sorridere qualcun altro”.

Anche qui mi permetto di dissentire umilmente con zio Mark: se non si sta bene con se stessi, è difficile riuscire a star bene gli altri e a rallegrare gli altri. E’ anche vero che occuparsi dei problemi e dei dolori altrui, piccoli e grandi che siano, aiuta a ridimensionare e a mettere in prospettiva i nostri, e non c’è miglior balsamo né medicina di un sorriso che riusciamo a strappare a un amico in un momento di difficoltà. Che il 2014 sia l’anno in cui riusciamo a regalare sorrisi, a destra e a manca, a amici di vecchia data come a sconosciuti sulla metropolitana.

dal film Love Actually

 

9. Do what you want to do.
“Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did so. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover.”

Fate quello che volete fare.
“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per le cose che avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.”

Questo è un punto dolente per me. È il mio proposito di fine anno da tanto tempo ormai, ma gli anni passano e io divento più grassa e più vecchia e meno idealista e meno sognatrice e più spaventata.

Il mio augurio per voi è di imparare a convivere con le vostre paure, di imparare ad amarvi, di innamorarvi ogni giorno, di tingervi i capelli di colori improbabili, di comprare QUEL biglietto, di rivoluzionare la vostra vita, di dimenticarvi della valigie, di partire senza più guardarvi indietro. Di inventarvi, di reinventarvi, di sognare ad occhi aperti, di essere distratti, di camminare a piedi nudi sull’erba, di correre fino a restare senza fiato, di cantare a squarciagola, di ballare sotto la pioggia, di portare colore ovunque voi andiate. Di sorprendervi, sempre.

Buon anno pari, da me e Mark Twain.

 

Quello che mia madre non mi ha mai detto

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare…
Ivano Fossati

Una volta – frequentavo il quarto o il quinto ginnasio – mia madre mi sorprese a piangere su un compito andato male – forse una versione di Greco, non ricordo esattamente.

Mi guardò con fare tra il preoccupato e il canzonatorio e mi disse “non si piange per queste cose; quando piangerai, sarà per amore”.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che avrei avuto tante volte il cuore spezzato, che avrebbe fatto un male cane. Che sarei sopravvissuta.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che l’amore è un sentimento liquido, che si dilata e si espande nel cuore, nella mente, nella memoria.

Che i cuori non sono infrangibili ma sono pur sempre di gomma: rimbalzano e rotolano, possono espandersi fino a contenere tutto l’amore del mondo, fino a contenere tutto il dolore del mondo, fino a scoppiare, ma continuano sempre a battere, anche quando sembra non ne sia rimasto nemmeno un pezzetto intero.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che le lacrime più amare sono quelle che versi per te stessa. Per tutte le volte che ti guardi allo specchio e non ti riconosci.

Per tutte le volte in cui provi a fare del tuo meglio, ma non è mai abbastanza, e fallisci miseramente.

Quello che nessuno mi ha mai detto è che l’aurea mediocritas – il giusto mezzo, l’ottimale moderazione – è un concetto sopravvalutato, che sul lago stagnante della mediocrità si galleggia a fatica, cercando sempre un appiglio. Una conferma del fatto che valiamo qualcosa, che possiamo cambiare, che le cose intorno a noi possono cambiare. Che possiamo essere noi a cambiarle, quelle cose.

Che quello che facciamo ogni giorno possa essere in qualche modo diretta emanazione della parte migliore, più luminosa, più brillante di noi stessi.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che la vita è una tensione costante verso il tentativo di essere migliori, nei nostri ruoli di genitori figli amici amanti mariti mogli professionisti.

 

Siamo coloro che amiamo e coloro dai quali siamo amati, ma non solo.

Siamo bauli pieni di gente.

Siamo le cose che facciamo e quelle che non facciamo.

Siamo le parole che diciamo e quelle che ci teniamo dentro.

Siamo i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo e che parla alla nostra anima, le storie che scriviamo e quelle che viviamo.

Siamo i nostri sogni – quelli notturni e quelli diurni, con la testa tra le nuvole, popolati da personaggi immaginari e persone del nostro passato, pieni di speranza e tensione verso quello che potrebbe essere e che desideriamo con tutti noi stessi.

 

A volte capita di perdere la strada, e di non riconoscersi.

A volte ci sentiamo soli. Abbiamo paura, e abbiamo bisogno dell’abbraccio confortante di uno sconosciuto, della sua sconcertante tenerezza.

Abbiamo bisogno di un’abbacinante promessa, di qualcuno che ci faccia credere in qualcosa di buono che verrà.

Abbiamo bisogno di una conferma – anche piccola piccola – del fatto che riusciremo a riparare ai nostri errori, che ci saranno terze e quarte possibilità, che anche se abbiamo fallito e continuiamo a fallire si tratta di piccole eccezioni, non di regole inconfutabili e introvertibili, che il fail again, fail better di Beckett non è solo uno slogan. Abbiamo bisogno di sapere che, come canta Fossati, c’ètempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente.

Un tempo elastico, che si allarga fino a contenere tutto quel passato che vogliamo lasciarci alle spalle (how can I begin anything new with all of yesterday in me? Leonard Cohen docet..) e tutto quel futuro che vogliamo immaginare, costruire, sognare.

Un tempo comprensivo, che ci permetta di riparare toppe e falle, di dimenticare, di ricordare. Di avere ancora vent’anni, di reinventarci, di credere che possiamo ancora diventare reporter di guerra, o astrologi, o pasticceri provetti. Perché c’è tempo.

Un tempo compassionevole, che ci perdoni gli errori del passato, che ci sia amico, consigliere, insegnante.

Un tempo in cui l’occasione che abbiamo perduto non sia l’ultima, un tempo in cui la strada chiusa che abbiamo imboccato a quell’incrocio tanti anni fa ci riveli una via d’uscita, un sentiero magico, una scappatoia tra i boschi.

 

Abbiamo bisogno di tempo.

Abbiamo bisogno di un segno.

 

Ho bisogno di un segno.

 

The moment of change is the only poem

Jean-Michel Folon

C’è una frase di Adrienne Rich, poetessa statunitense che ho scoperto recentemente, che continua a tormentarmi da quest’estate, quasi fosse una sveglia, o un campanello d’allarme: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è l’unica poesia.
Continuo a ripeterla tra me e me anche quando non mi fa comodo, anche quando non vorrei, perchè è una sorta di passe-partout che potrebbe aprire quel vaso di Pandora che ho nascosto in soffitta e nelle voragini del cuore.
L’autunno è la stagione dei cambiamenti. Dopo un fine settimana trascorso ad osservare le gradazioni dorate e ruggine delle foglie e cieli decadenti che si rispecchiano su laghetti che tanto avrebbero attratto l’Ofelia di Millais continuo a nascondermi.
Mi rendo conto che tutto intorno a me cambia costantemente, e il pazzo cielo nordeuropeo mi ha regalato qualche giorno di sole per farmi contemplare la natura che si prepara ad accogliere il brevissimo autunno e il lungo, lunghissimo, statico inverno.

Mi rendo conto che tutti intorno a me cambiano: c’è chi arriva e c’è chi parte, c’è chi se ne va per non tornare più, c’è chi scrive un romanzo e c’è chi accoglie una nuova vita, c’è chi si mette in gioco e chi si ritira a riflettere per qualche tempo.
La gente evolve, cresce, migliora, peggiora. Rivoluziona la sua vita, si trasferisce in una nuova città, in un nuovo paese, in un nuovo continente. Taglia i capelli e ne cambia il colore come se niente fosse, si innamora e smette di amare, cambia casa e cambia partner, fa e disfa, cade e si rialza. Io sto ferma.

Se la mia immobilità derivava da mancanza di occasioni, la domanda fatidica è: perchè, ora che ho ricevuto la possibilità di cambiare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il luogo fisico e il ritmo di una quotidianità fin troppo rutinaria, non la abbraccio con fiducia, speranza, intraprendenza ed eccitazione, ma mi richiudo in se stessa e mi rifugio nei miei silenzi, paralizzata dalla paura, congelata dall’incapacità di prendere una decisione?

Cosa succede quando it doesn’t feel quite right, ma l’alternativa, dall’altra parte del fiume, è un minestrone stantio riscaldato fin troppe volte?
Come si fa a capire quando un cambiamento è IL cambiamento che abbiamo lungamente atteso, quando un’occasione è LA NOSTRA occasione, quella per cui ci siamo certosinamente preparati nel corso di lunghe notti insonni e di giornate senza requie?
Cosa succede se, semplicemente, sono troppo codarda per decidere e ho perso la capacità di cambiare pelle, di darmi un’altra chance, di cercare di diventare farfalla? Sarò destinata a rimanere per sempre bruco?

Per dirla sempre con Adrienne Rich, tonight no poetry will serve.


Saw you walking barefoot
taking a long look
at the new moon’s eyelid
later spread
sleep-fallen, naked in your dark hair
asleep but not oblivious
of the unslept unsleeping
elsewhere
Tonight I think
no poetry
will serve
Syntax of rendition:
verb pilots the plane
adverb modifies action
verb force-feeds noun
submerges the subject
noun is choking
verb    disgraced    goes on doing
now diagram the sentence

Ti ho vista camminare a piedi nudi
mentre lanciavi una lunga occhiata
alla palpebra della luna nuova
poi distesa
tra le braccia di Morfeo, nuda nei tuoi capelli scuri
addormentata e tuttavia consapevole
del sonno non dormito degli insonni
altrove
Stanotte penso
che nessuna poesia
potrà servire
Sintassi dell’esecuzione:
il verbo pilota l’aereo
l’avverbio modifica l’azione
il verbo costringe i verbi a mangiare
sommerge il soggetto
il nome si sta strozzando
il verbo caduto in disgrazia insiste
adesso illustra la frase con un diagramma

Jean-Michel Folon

La carta è più paziente degli uomini

Tornare a casa, nella casa in cui sono nata e in cui sono cresciuta, significa per me passare ore nella vecchia stanzetta con la carta da parati ormai logora e tutti i miei libri del ginnasio ordinati sugli scaffali, aprendo cassetti, leggendo vecchi temi, spolverando ricordi. La mia scatola dei ricordi di bambina mi fa sorridere: tra i miei tesori, vecchie cartoline, un Pierrot decapitato, una copia del certificato di nascita di Giacomo Leopardi (souvenir di una gita scolastica a Recanati), una copia de La sigolatrice di Sapri battuta al computer da me nell’ufficio di mia madre, tante poesie, tante lettere scritte ai primi amori e mai inviate.

Quando ero piccola ero molto più sistematica di adesso nel mio approccio con la scrittura: ho sempre tenuto un diario, in cui appuntavo minuziosamente pensieri, emozioni, stati d’animo, piccoli e grandi avvenimenti. In cui iniziavo a mentire a me stessa per non vedere quelle cose intorno a me che mi avrebbero fatto male e riversavo sulle pagine bianche le parole tenute a freno dalla mia indole troppo timida e troppo introversa.

Ho riletto alcune pagine che, a distanza di quasi vent’anni, mi hanno fatto riflettere. Su come alcune cose non passino mai, e alcune ansie – il passare del tempo, il mancato raggiungimento di obiettivi, piccoli o grandi che fossero, l’assegnarsi traguardi troppo alti, il senso di solitudine, di alienazione, di diversità – siano state ereditate quasi intonse dalla mia me adulta.

E mi ritrovo a pensare alla fede – intesa non strettamente in senso religioso, ma nell’interpretazione più lata possibile. La fede può essere definita come la capacità di credere con tutto il cuore in qualcosa che non si può vedere, né sentire. La fede è un dono che si riceve da piccoli, quando si ha tutta la vita davanti –dopo il film di Virzì aborro questa espressione – e si ha il cuore aperto alle infinite possibilità della vita, e si è pronti a perdersi nel suo labirinto, alla ricerca di un lieto fine, o , quantomeno, di un finale aperto.

Gli anni passano, e questa fede – negli altri, in se stessi, nelle proprie possibilità, nel futuro, nell’amore come forza massima capace di smuovere il mondo, come equazione suprema nelle cui regole ritrovare senso ed ordine – si affievolisce, fino a svanire, nel peggiore dei casi. In una miriade di bollicine, come nel caso della sirenetta di Andersen o della ragazza del bar di Cuba, o in polvere di stelle.

Mi chiedo quando inizi, questo processo. Quando si smetta di credere. Quando si inizi ad aver bisogno di segni tangibili.

Nel tentativo di trovare una risposta, rubo qualche riga a quella bambina di dieci anni, che cercava a modo suo di darsi risposte, di trovare il bandolo della matassa in un mondo di adulti che non riusciva a capire, in cui le famiglie non erano perfette e si spezzavano, in cui imparare a perdere una persona amata era obbligatorio, in cui essere accettati per quello che si era sembrava un’impresa ardua.  Facendole una carezza furtiva e ritardataria, a quella bambina che era curiosa di diventare grande ma aveva paura di crescere.

26 ottobre 1994

Caro diario
non è vero che solo i bambini negli istituti non hanno una famiglia. Tu mi capisci, vero?
Si, perché tu, come disse Anna Frank, sei l’AMICA lungamente attesa. Oh, come mi sei cara!
Mi sei di grande conforto, anche se poi questi stupidi sfoghi non interessano né a me né a te.
Ma si sa, la carta è più paziente degli uomini. Oggi con educazione fisica abbiamo giocato a pallavolo.
Quando riguardo le pagine del mio diario mi sento solo una stupida ed insignificante ragazzetta.
E tu, ti senti bene? Io così così, sia fisicamente che moralmente. Certo, non deve essere divertente restare chiuso in un cassetto, ammassato alla rinfusa con tante altre carte, eppure a te accade. Ma non è stata colpa mia: dovevo fare i compiti!
 

6 giugno 1995

Caro diario,

sai, ho cominciato un libro, dove raccolgo tante storielle “mie” e spero di poter condurre anche te nella mia “rete privata” di fantasia.
 
 
 

 

30 going on 13

Slow down, you crazy child
You’re so ambitious for a juvenile
But then if you’re so smart, tell me
Why are you still so afraid?

Where’s the fire, what’s the hurry about?
You’d better cool it off before you burn it out
You got so much to do and
Only so many hours in a day

But you know that when the truth is told…
That you can get what you want or you can just get old
You’re gonna kick off before you even
Get halfway through

Vienna, Billy Joel
 
 

Ci sono compleanni che segnano la fine di un’era – se un’era può essere definita come un periodo reso significativo da un’infinità di personalissimi eventi e ricordi.
Ci sono compleanni che sono come giri di boa: la prima volta che si segna la propria età a due cifre, l’ingresso negli -enti. E poi arriva il fatidico passaggio dagli -enti agli -enta.
Mancano alcuni mesi, ma non sono mai stata una grande fan dell’avanzare repentino e improvviso del tempo, e, semplicemente, non sono pronta. Non sono dove vorrei essere – dove avevo immaginato che sarei stata – chi vorrei essere.
Non ho raggiunto nessuno degli obiettivi che mi ero prefissa, e ho paura che per alcuni di essi si stia facendo sempre più tardi..

La protagonista del film 13 going on 30, la giovanissima Jenna, è stanca di essere una pre-adolescente piatta e poco popolare. Ha voglia di avere 30 anni (!), età che identifica con l’apoteosi della bellezza, del successo, dell’indipendenza, dell’amore. Il suo desiderio si avvera: dopo il compleanno dei suoi 13 anni – complice una polverina dei desideri regalatale dal migliore amico Matty – si ritrova nel corpo – e nella vita – di una trentenne, solo per rendersi conto di non essere diventata quella che voleva, di aver sempre dato troppo peso alle apparenze e alle opinioni altrui. Avere 30 anni non è poi questo granchè, e si desidera sempre tornare indietro, per rimediare qualcosa, per trattenere qualcuno che abbiamo lasciato andare via, per essere più o meno egoisti, per cancellare una lacrima, una ruga, un rimpianto.
Il suo migliore amico, Matt, suggerisce alla Jenna tredicenne che è più importante essere originale che essere popolare; Jenna risponde, imperterrita, capricciosa, assetata di vita e di foto da prom queen “I don’t want to be original, I want to be cool!”.

Quando si hanno 13 anni si crede che con l’età, col passare del tempo si impareranno tantissime cose su se stessi e sugli altri, si riuscirà a trovare il proprio posto nel mondo, si riuscirà a passare dalla poesia alla prosa con l’abilità di un funambolo, e tante questioni spinose, la vita la morte l’amore l’amicizia i confini la definizione di se stessi perderanno via via il loro alone di mistero. Tutto diventarà più chiaro, e we’ll know better, older and wiser.

Ho poco in comune con la me stessa tredicenne, a parte uno smodato amore per la lettura e la scrittura, i brufoli, qualche chilo di troppo e i capelli ingestibili – ah, dimenticavo: entrambe abbiamo seri problemi con la matematica. Una cosa la so: la me stessa tredicenne ne sapeva molto di più di me.
Non era bella nè popolare, e, nonostante,ne soffrisse, era comunque a suo agio nei suoi panni di nerd con gli occhialoni spessi stile fondi di bottiglia, la testa tra le nuvole e una timidezza così tagliente da far male.
La mia me tredicenne sognava. Sky was the limit.
Aveva grandi speranze, grandi aspettative, grandi ideali.
Sognava a fasi alterne di fare la scrittrice o l’attrice di teatro, il diplomatico o il reporter di guerra, ma di una cosa era matematicamente – nonostante i numeri non volessero proprio entrarle in testa – certa: poteva diventare qualunque cosa avesse voluto essere.
La mia me tredicenne scriveva. Poesie, pensieri, frammenti di storie su tovaglioli, fazzolettini, quaderni, diari. Scriveva quando avrebbe dovuto studiare e scriveva quando avrebbe dovuto ascoltare – e perdeva tutto quello che scriveva, perchè non le interessava conservarlo, men che meno farlo leggere a qualcuno. Era libera.
E quegli stessi ragazzi che non la vedevano nemmeno, facendola sentire invisibile, un giorno si sarebbero innamorati di lei, e quella vita finora soltanto immaginata si sarebbe trasformata in un caleidoscopio di viaggi e colori, un carosello di persone, sapori, musica e profumi, e si vedeva grande e bella e sicura di sè in un campus del New England, sotto le stesse foglie autunnali che avevano visto crescere Sylvia Plath e Emily Dickinson.
Tutto era possibile: bastava desiderarlo, ed impegnarsi per ottenerlo.
Per il momento, si poteva continuare a leggere Piccole Donne e a sognare di diventare scrittrice come Jo. E c’era tutto il tempo del mondo per vestirsi da grande, investire in un anticrespo e un lucidalabbra. C’era tutta la vita davanti per diventare “normale”.

Si, la mia me tredicenne aveva le idee molto più chiare su chi era e su ciò che voleva, mentre a quasi trent’anni I still haven’t got a clue. Spero che, il giorno del mio trentesimo compleanno, una polverina magica – o qualcosa di simile – mi ridia quella fiducia in me stessa e nel potere dei sogni.

 
 
 
 
 
 
 

Sountrack: Vienna, Billy Joel
                  If only I could turn back time, Aqua
                  Only time, Enya