Un’ora con…Ophelinha

me

 

Questa puntata di Un’ora con è un po’ fuori dalle righe e diversa dalle altre, perché a rispondere alle domande…sarò io 😉

È da tempo infatti che volevo fare un po’ il punto della situazione: parlare di com’è nato il blog, come si è evoluto nel corso degli anni, come vorrei che continuasse a cambiare. Avrei voluto farlo a novembre, in occasione del quarto compleanno del blog, ma eravamo in fase di preparazione del calendario dell’Avvento letterario, un’esperienza molto divertente che spero di ripetere anche quest’anno (voi della ciurma, ci sarete tutti, vero?)

Approfitto dell’occasione anche per parlare un po’ di me: sono schiva, riservata e mi viene sempre più facile nascondermi dietro Ophelinha che far venire fuori Manuela. Voglio provare comunque a mettermi, per una volta, dall’altra parte e provare a raccontarmi. Pronti?

 

1) Impressions chosen from another time: come e perché?

Il mio blog nasce in un brumoso pomeriggio del lontano novembre 2011. Avevo già scritto su altri blog e testate (tipo qui o qui), occupandomi prevalentemente di politica europea; quando poi questa passione è diventata anche un po’ (all’incirca pressappoco) il mio lavoro, ma non nei termini o nelle misure che speravo (quasi per niente), ho sentito la necessità di dare sfogo ad altre passioni che mi rappresentassero maggiormente: la lettura, la letteratura, la scrittura, il cinema, il teatro.

Avevo un numero imprecisato di quaderni pieni di appunti, poesie, racconti, e ho pensato – anche per smettere di perderli – di iniziare a ricopiarli in questa sorta di finestrella virtuale che mi era creata su blogger. Vorrei poter dire che la ragione per cui ho iniziato a scrivere sul blog è qualcosa di eroico, nobile ed elevato, ma non è così: era un pomeriggio di novembre, mi ero ri-trasferita da circa un annetto (dopo aver vissuto a Roma, Londra, di nuovo Roma, di nuovo Londra, di nuovo Roma e una prima volta a Bruxelles), c’era un sacco di nebbia e faceva freddissimo. L’inverno 2011 è stato il secondo inverno più freddo di quelli che ho trascorso in Belgio: ha nevicato fino ad aprile e per me è stata dura abituarmi sia al freddo che a un contesto professionale molto diverso.

Nel primo post ho copiato semplicemente una poesia che avevo scritto a Londra nel 2008, Un altro finale, perché era quello che mi auguravo: di trovare il mio lieto fine, un posto in cui stare bene, un lavoro che mi appagasse, un contesto socio-professionale (e climatico) che mi si confacesse di più. Non l’ho ancora trovato (segno che dovrei ritirarmi nella campagna inglese e fare l’eremita) e mi auguro ancora esattamente le stesse cose, ma da un annetto a questa parte ho iniziato a provarci sul serio, e spero di trovare presto quello che sto cercando.

Il titolo del blog è tratto da una canzone di Brian Eno, By this river, colonna sonora de la stanza del figlio di Nanni Moretti. Amo le canzoni malinconiche (sono un’allegrona), e il testo di By this river è davvero bellissimo, oltre a riflettere lo stato d’animo in cui mi trovavo nel periodo in cui ho aperto il blog (e in cui mi ritrovo a momenti alterni): così confusa e lontana dalle cose importanti per me da sentirmi con la testa sott’acqua, cercando di carpire l’eco di parole troppo lontane per risultare intellegibili (suona drammatico, lo so, ma non lo è: abbiate pazienza, sono una drama queen) .

 

2) Chi c’è dietro Impressions chosen from another time?

Ci sono io, Manuela. C’è Ophelinha, che è nata come una crasi tra l’ineffabile Ofelia shakesperiana, scritta all’inglese (Ophelia) e la malinconica Ofélia Queiroz, eterna fidanzata e mai moglie di Fernando Pessoa. L’incomprensibile grafia vuole essere metà anglofona, metà lusofona: finora quasi nessuno è riuscito a scriverla correttamente, ma non riesco a liberarmene, per ragioni che ora cerco di spiegarvi. Abbiate pazienza, e sopportatemi!

L’eteronimia mi ha sempre affascinato: ho iniziato a studiare il portoghese al secondo anno di università e mi sono innamorata di Pessoa. Ophelinha (Pequena, scritto come nella versione portoghese, perché Pessoa, tra altri nomignoli e vezzeggiativi, chiamava la fidanzata “la sua piccola Ofelia”) è diventata per me un posto felice, un repositorio di cose belle nel quale rifugiarmi e dietro al quale nascondere la mia timidezza (Lucio Battisti usava i suoi ricci, io uso Ophelinha, anche un po’ i ricci, a dire il vero). Ophelinha è un po’ la regina di quelle storie d’amore infelici e contrastate di cui ho sempre voluto farmi paladina, ed è rétro e antiquata quanto basta per piacermi.

Dietro Ophelinha c’è Manuela, timida, disordinata, idealista, donchisciottesca, nevrotica, insonne, perennemente alla ricerca di qualcosa.

Amo leggere, scrivere quando ne ho voglia, viaggiare (specie se si tratta di andare a Londra, il mio posto preferito in assoluto, o se si tratta di andare da qualche parte dove c’è il mare e possibilmente il sole). Amo il teatro (ho fatto parte di un gruppo anglofono fino a due anni fa e mi manca un sacco), la campagna inglese, i frullati di frutta, un buon vino bianco (aziende vinicole, vero che volete farvi sponsorizzare da me?), la focaccia, la musica di Leonard Cohen e di Joni Mitchell (non ascolto solo musica deprimente, lo giuro).

Mi interessano la politica internazionale e il mondo della comunicazione e dei new media, che sto cercando di approfondire, essendo da qualche mese tornata a studiare.

Non amo le polemiche (specie quelle sui social media – a cui comunque sono troppo pigra per rispondere), i posti troppo affollati, la mancanza di gentilezza, l’opportunismo, l’arroganza, il freddo e la neve. Sto cercando di trovare il giusto equilibrio tra l’eccesso di condivisione e l’essere diventata una privacy freak: le cose più belle e personali, però, me le tengo per me, ben strette.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio scaffale d’oro metterei in primis i libri che mi hanno insegnato ad amare la lettura: Piccole donne di Louisa May Alcott, Cime tempestose di Emily Brontë, tutta Jane Austen. Ci sarebbe tanta poesia: Antonio Machado, Juan Ramón Jiménez, Federico García Lorca, Eugenio Montale, Jacques Prévert, TS Eliot, Sylvia Plath, Emily Dickinson, ee cummings, Wislawa Szymborska, Leonard Cohen, Pablo Neruda, solo per citarne alcuni. Ci sarebbero le lettere di Pessoa alla fidanzata e quelle di Sylvia Plath alla madre. Ci sarebbero i racconti di Alice Munro e l’Ernest Hemingway di Addio alle armi, Per chi suona la campana e Fiesta. Ci sarebbe l’incredibile Gabo con le meraviglie di Macondo e l’idilliaca Port William di Wendell Berry. Non potrebbe mancare una rappresentanza russa, Anna Karenina e Lolita in cima al mucchietto. Ci sarebbe un libro che ho amato in un momento particolare della mia vita, L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, qualche biografia e qualche bella saga familiare, tipo I viceré di De Roberto. Non potrebbe mancare qualche testo teatrale – l’Amleto shakespeariano, Casa di bambola di Ibsen, La Locandiera di Goldoni per un amarcord di tutto rispetto. Ci sarebbe Il grande Gatsby, col suo finale che mi fa rabbrividire ogni volta che lo leggo, e L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. Ci sarebbero vecchi amici – La coscienza di Zeno di Svevo, il Coe de La banda dei brocchi e La casa del sonno, Via col Vento della Mitchell, Sostiene Pereira di Tabucchi, nuovi amori – Jonathan Franzen, nuove scoperte – Miriam Toews e Elizabeth Strout.

E ci sarebbe un bel po’ di spazio per i libri che verranno.

libri

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Sono un po’ Ofelia, un po’ Rossella O’Hara di Via col Vento: testarda, ostinata, sono bravissima a fare pessime scelte e a rimpiangerle per molto, moltissimo tempo. La mattina del mio ventiquattresimo compleanno ho trovato sulla porta della mia stanza (abitavo in uno studentato) un post-it con l’aggettivo quixotic, e non a torto: ho in comune con Don Chisciotte la tendenza a battermi per le cause perse  e a essere romanticamente idealista (e a sentirmi fuori posto abbastanza spesso).

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

…sarebbe la canzone che gli ha dato il titolo (vedi risposta uno), con un tocco di Famous blue raincoat di Leonard Cohen e di Both sides now di Joni Mitchell (cantata a squarciagola sotto la doccia).

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Con la lettura è sempre andata abbastanza bene, anche se il trucco nel mio caso è trovare il libro che funzioni a seconda delle situazioni, ispirazioni, stati d’animo, livelli di stress e stanchezza.

Con la scrittura è molto più altalenante: non scrivo quando non ne ho voglia, non scrivo quando non ho effettivamente qualcosa da dire. La scrittura – specie quella personale, che non va a finire necessariamente nel blog, almeno per ora – va spesso per me di pari passo con stati d’animo riflessivi e malinconici: per dirla con Luigi Tenco (o Bruno Lauzi, dato che non ci si mette d’accordo sulla paternità di questa citazione), quando sono felice esco.

11541928_867012900036886_7110911472174065726_n

7) Progetti in cantiere

Mi piacerebbe tornare a dare al blog un taglio più personale: parlare di letteratura e raccontare storie mettendoci anche pezzi di me. La realtà è che, al momento, scrivo prevalentemente lettere di motivazione da affiancare al curriculum, e, per quanto inizi seriamente a pensare che alla redazione di cv e affini andrebbe dedicato un intero genre, non credo che il mondo sia ancora pronto a canonizzarlo. In definitiva, mi tocca mettermi a ricercare la mia voce eccetera, sperando che il processo non sia troppo lungo o doloroso e che non includa meditazione o affini (ho provato a meditare una volta e sono andata in spin: devo pensare a un posto felice – non mi viene in mente un posto felice – ma ho attaccato la lavatrice stamattina? – ma che ansia.)

Vorrei anche ripetere a dicembre il calendario dell’Avvento letterario e continuare a organizzare iniziative insieme a gente che mi piace.

 

Sono prolissa, lo so. Se siete arrivati fino a qui sotto meritate un premio 😉

 

Advertisements

#socialbookday, una giornata all’insegna dell’amore per la lettura

 
 
 
 
 
 
 
Gli amici di Libreriamo hanno lanciato un’iniziativa bella nella sua spontaneità e semplicità: una giornata dedicata all’amore per la lettura e per i libri, consacrata dall’hashtag#socialbookday.

In una società in cui (apparentemente) nessuno legge più, o nessuno compra più libri, qual è il peso ponderato della lettura? Qual è lo spazio che occupa nel nostro quotidiano?

 

Un po’ di giorni fa, parlando di The Bell Jar (La campana di vetro) di Sylvia Plath si parlava di cosa rende un libro “bello”. Vi ripropongo la riflessione:

 

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate
la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sua percezione del libro stesso.

Ma, fatti i libri, bisogna fare i lettori. Per me la lettura rimane una delle esperienze piu’ intime e personali, difficilmente condivisibili. Ogni lettore ha una sua esperienza, una sua storia, un suo percorso che l’ha portato ad amare un genere invece di un altro.

La mia storia da lettrice è molto semplice: un’esposizione alla lettura precoce e precocemente bovaristica 😉

Da piccola ho passato molto tempo con mia madre, costretta a casa da una gravidanza difficile. Tra un gioco e l’altro, mi raccontava storie. Mi leggeva storie. Mi faceva vedere i suoi libri. Me li faceva sistemare a mio capriccio.

Mi faceva vedere i suoi libri di scuola, i suoi quaderni, i suoi diari, qualche storia abbozzata quand’era ragazzina.

Si è aperto cosi’ un mondo nuovo per me, un mondo di possibilita’ infinite. Mia madre è tornata a lavorare, ma io avevo ormai scoperto la magia delle parole.

Le mie prime letture sono state molto…eclettiche ;): Il mago di Oz e Love Story, La piccola principessa e le poesie di Prevert, Pollyanna e il Diario de un poeta recien casado di Jimenez, Piccole donne e Cime tempestose.

Mi affascinava la poesia, quel suo essere fluida, sfuggente, piena di sottintesi e di immagini.

Mi piacevano le rime, mi piaceva imparare le poesie a memoria, recitarle mentre giocavo, o quando non riuscivo ad addormentarmi.

Mia madre adorava Leopardi,e  io piangevo sul triste destino di Silvia (anche se mi era piuttosto oscuro). Lei mi raccontava del pessimismo energico, eroico di leopardi, che poi avrei scoperto ne La protesta di Walter Binni.

E poi c’era lui, IL LIBRO. Un’antologia che mia madre aveva usato da studentessa, Diverse voci (purtroppo non ricordo la casa editrice).

Aveva una copertina blu petrolio, le pagine ingiallite, un odore che mi faceva impazzire. Amavo leggere e rileggere i versi prima dell’introduzione (che poi avrei scoperto essere tratti dal Paradiso di Dante):

 

Diverse voci fanno dolci note;

cosí diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

(PARADISO – CANTO SESTO vv. 121 e segg.)

 

Tutte quelle poesie – Signorina Felicita ovvero la felicita’ di Gozzano, La pioggia nel pineto di D’Annunzio, Funere mersit acerbo e Pianto antico di Carducci. Non capivo la meta’ delle cose che leggevo, ma quelle parole, quei versi mi incantavano.

Poi c’era la mia preferita, La tessitrice di Pascoli. La trovavo cosi’ drammaticamente bella. Il passo da li’ a Emma Bovary è stato facile J

 

Mi son seduto su la panchetta

come una volta … quanti anni fa?

Ella, come una volta, s’e’ stretta

su la panchetta.

E non il suono d’una parola;

solo un sorriso tutto pieta’.

La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d’un cenno muto:

Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a se’.

Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perche’ non suona

dunque l’arguto pettine piu’?

Ella mi fissa timida e buona:

Perche’ non suona?

E piange, piange — Mio dolce amore,

non t’hanno detto? non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Si’, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come, non so:

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormiro’. —

 

 

Diverse voci è stata anche responsabile della mia infatuazione per il teatro, dopo la memorizzazione del monologo di Mirandolina in La locandiera:

 

Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s’abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

 

Ci sono stati tanti altri libri, tante altre storie, tante altre poesie. Ma nessuno ha mai eguagliato il mistero, la magia, il fascino, l’incanto di quelle parole, di quei versi e di quelle storie che hanno creato me, lettrice.
 

 

 

 

Pezzi di vetro

Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai….però stai bene dove stai…

 
 
 
 
 
Quando era molto triste, o molto arrabbiata, o molto persa, o molto, molto lontana – infinitamente lontana – andava a buttare il vetro.

 

Niente di poetico in tutto ciò: raccoglieva bottiglie e vasetti vari e partiva alla volta del cassonetto della differenziata, solitamente di sera, solitamente in pigiama.

 

L’azione di suddividere i colori del vetro, di sollevare la bottiglia, di lanciarla nel cassonetto, di sentirla infrangersi aveva in sé qualcosa di rassicurante e catartico al tempo stesso. Ecco infrangersi in mille pezzi la bottiglia di Chablis della cena in cui si era bevuto qualche bicchiere di troppo, la bottiglia dello sciroppo al timo per la tosse avanzata dall’ultimo raffreddore, il vasetto di marmellata di fragole bio finita durante una puntata di House of Cards, quella sera in cui sarebbe stato meglio tacere, o forse poi sarebbe stato meglio parlarsi….


Ecco la bottiglia di latte, dopo quella notte insonne di un giugno straordinariamente freddo, dopo quella mattina in cui nemmeno un caffelatte bollente riusciva a regalare un po’ di calore. Dopo quella mattina in cui era diventato chiaro che un po’ del freddo di quel giugno straordinariamente freddo sarebbe rimasto, per sempre.
Un giugno fatto di piumoni, di collant 30 denari e di parka verde bottiglia (il vetro, ancora una volta), in cui il mare, il sole, il profumo del sale, la sabbia bianca calda tra le dita, le orecchiette delle pagine del libro bagnate da dita impazienti, tutto sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile, freddo fuori freddo dentro e pezzi di vetro dove fa più male, pezzi di vetro opachi, fondi di bottiglia, biglie scheggiate e bicchieri rotti.

 

Era il giugno della disillusione, era il giugno di quell’estate lungamente attesa che non voleva arrivare, era il giugno della rabbia e del perdono, del rancore e dell’oblio, delle bugie e delle mezze verità.

 

Era il giugno delle strade mai prese e dei giardini dai sentieri che si biforcano, il giugno delle insonnie e delle rinunce, il giugno degli errori e dei rumori, il giugno dei gelati troppo freddi e delle tazze di te’ caldo.

 
Era il giugno delle lettere di motivazione e delle lettere di rifiuto, dei raffreddori e delle felpe, delle mani gelate e delle ambizioni spezzate.

 
Erano i giorni sbagliati di un mese sbagliato di una stagione sbagliata, il giugno dei raffreddori e dei crepacuori, il giugno degli incubi e degli errori. Il giugno dei rimorsi e dei timori. Giugno come sigillo ai primi sei mesi dell’anno, un semestre da archiviare, in attesa di un’estate più dolce, un frutto più maturo, da mordere coi denti, assaporare, il succo che scivola dagli angoli della bocca lungo il collo.
Giugno come un cassetto chiuso a chiave, una lezione dura da imparare, un boccone amaro da mandare giù. Giugno come un messaggio in bottiglia mai mandato.
 
 

 

Questo giugno autunnale si chiude oggi, con una folata di vento fresco a far cadere le foglie, con un ultimo acquazzone a smorzare gli ardori più resistenti. Si chiude insieme con una promessa e un avvertimento: una promessa, l’estate che sicuramente arriverà, con i colori prepotenti, impertinenti del cielo blu e della terra rossa – la mia terra; un avvertimento, a scapito di aspettative troppo alte, campanelli d’allarme messi a tacere, quel termometro del cuore al quale non si presta attenzione. Proprio mai. Cose che si dimenticano.

 

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?».

Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

If you are not ready for love, how can you be ready for life?

I don’t want to judge
What’s in your heart
But if you’re not ready for love
How can you be ready for life?
How can you be ready for life?
 
 

Ieri parlavo con un’adorabile bambina anglo-spagnola di quasi sei anni. Si chiama Emma, e già il nome te la rende simpatica (Emma Woodhouse docet).
Era nervosa perché il giorno successivo si sarebbe esibita nel suo primo spettacolo di danza, e aveva paura di dimenticarsi i passi.
Io le ho raccontato del mio spettacolo teatrale la settimana precedente, di quanto sia divertente stare sul palcoscenico, di quanto tutto il resto smetta di esistere.
Non era convinta.
Le ho fatto vedere le foto dei costumi, che le sono piaciute tantissimo, perché per lei eravamo tutte principesse.
Ha voluto che le raccontassi la storia di Ofelia e Amleto. L’ho fatto, per grandi linee.
Mi ha guardato ancora più perplessa. Mi ha chiesto se adesso mi chiamassi Ofelia, e perché fossi diventata pazza, e perché “quel tizio”, Amleto, non mi amasse più.
Poi, guardandomi con i suoi occhioni azzurri, mi ha chiesto: “ma com’è possibile che un ragazzo ti ami e poi non ti ami più?”
E io lì sono rimasta basita. Ho invocato tutti gli articoli di Brain Pickings sulla scienza dell’innamoramento, Alberoni, La verità è che non gli piaci abbastanza. Niente.
La verità vera è solo una: non lo so. Non so perché ci si innamora. Non so perché si smette di amare.
Non so perché non si viene ricambiati. Non so perché qualcuno smette di amarci.
Non so quando cominciano e quando smettono le farfalle nello stomaco. Non so quando il cuore in gola smette di essere semplicemente una metafora, e quando riprende ad essere una mera figura allegorica.
Conosco, come tutti o quasi, il profumo nauseante delle mandorle amare, emissarie di un amore non ricambiato.
La risposta, cara Emma, è: non lo so. Non ne ho nessuna idea. Alla fine ha ragione Carver, in What we talk about when we talk about love: dovremmo avere l’umiltà di ammettere di non sapere di cosa stiamo parlando, quando parliamo d’amore. Nel racconto di Carver, il protagonista – Mel, un chirurgo – racconta una storia: due anziani hanno avuto un incidente automobilistico e, contro ogni aspettativa, se la sono cavati entrambi. Eppure, lui è triste, deperisce a vista d’occhio, si rifiuta di mangiare; questo perché il collare di gesso gli impedisce di girarsi e guardare la moglie, accertarsi che stia bene. Sapere che c’è, anche solo intravedendola con la coda dell’occhio.

La verità, cara Emma, è che io non ci ho mai capito niente, ma una cosa ti auguro: ti auguro di non crescere come me, esposta troppo precocemente a Jane Austen, alle sorelle Bronte, a Love Story di Erich Segal.
Non crescere in mezzo alle principesse. Non crescere coltivando la convinzione che l’amore sia insieme la più grande domanda e la risposta ultima, l’ultimo pezzo del puzzle, il bandolo della matassa, una forza risolutiva e salvifica, il faro verso il quale navigare.
Non cullarti nella certezza che un amore possa salvarti.
Impara a salvarti, da sola. Impara ad amarti, prima che amare. Maya Angelou, gigante della letteratura scomparso ieri, affermava di non fidarsi di chi diceva di amarla ma non amava se stesso, e che bisogna fare attenzione a una persona nuda che ti offre una camicia.
Impara ad essere indipendente, a cercare il tuo posto nel mondo. Coltiva la tua curiosità, la tua sete di conoscere, il tuo desiderio di viaggiare, di esplorare, di ridere, di buttarti a capofitto in nuove esperienze.
Impara ad abbracciare il nuovo come se fosse un amico benevolo, non un nemico dal quale diffidare.
Solo così potrai essere pronta all’amore, senza bruciare nessuna tappa, senza rimpianti. Solo così potrai cercare di imparare ad amare.
Solo così potrai innamorarti dell’amore.

Prima di andarsene con la mamma, Emma si è girata e mi ha detto: “io comunque non ce l’ho un fidanzato, e nemmeno mi interessa”.

Way to go, girl.

#nevadofiero anch’io, in fondo

“Even if we don’t have the power to choose where we come from, we can still choose where we go from there. We can still do things. And we can try to feel okay about them.”
― Stephen Chbosky, The Perks of Being a Wallflower

Confesso che parlare di cose di cui vado fiera mi mette profondamente in crisi.
Se avessi dovuto scrivere un post sulle cose di cui NON vado fiera, ne sarebbe venuto fuori un romanzo. Ma non potevo resistere all’invito della dolce Valentina, un puntino colorato che dissemina bellezza nel suo blog Travel upside down (se non l’avete ancora fatto, correte a perdervi nelle foto e nei racconti di viaggio di Valentina).
Stefania, del blog Di qua& di là, ha proposto di raccontarsi attraverso tre cose di cui si cui si va particolarmente fieri. Per un’iniezione di ottimismo e autostima, per combattere la banale ovvietà della quotidianità, per volersi un po’ più bene.
Allora:

1) ero una control-freak. Avevo tutta la mia vita pianificata, o quasi. A 13 anni collezionavo volantini e brochure di università all’estero. Volevo vivere, viaggiare, scoprire, cambiare il mondo nel mio piccolo, essere il meglio di quello che potevo essere.
E invece.
E’ intervenuta la vita, con qualcosa di totalmente inaspettato che ha stravolto il corso degli eventi, lasciandomi senza piani B o C.
Ho da poco superato la soglia dei tre decenni, occasione che ha richiesto quantità considerevoli di champagne rosa, ma ha avuto come sgraditi effetti collaterali i tanto odiati bilanci.
Vivo in un Paese in cui non mi sarei mai aspettata di finire, faccio un lavoro che odio e che non mi rappresenta minimamente, sogno uno zaino e un anno di backpacking in Australia e Nuova Zelanda.
Sono lontanissima da dove vorrei essere, da dove pensavo sarei stata al tramonto degli -enti: ma non smetto mai di sognare, specie ad occhi aperti, e di sperare di trovare il mio posticino nel mondo. Non smetto mai di credere, di cercare segni, di allenarmi alla fede.
In sostanza: sono caduta, continuo a cadere, ma cado in piedi. Con qualche livido e qualche scottatura in più, ma cado in piedi. E ne vado fiera, in qualche modo.

2) Sono riuscita – almeno in parte – a superare la mia timidezza cronica. Da bambina, uno dei miei peggiori incubi era essere mandata a fare la spesa, perché avrei dovuto parlare davanti a gente che non conoscevo, che mi avrebbe osservato, e la mia voce sarebbe uscita fuori a stento, gracile, esile, gracchiante, estranea. Fare teatro mi ha aiutato, tanto che ora mi affaccio addirittura da questa finestra virtuale dove a volte racconto anche di me – anche se resta sempre l’imbarazzo della prima persona. Ci stiamo lavorando, e ne andiamo fieri.

3) Credo con tutta me stessa nel potere delle parole (il mio mantra è le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire) e, anche dopo la più triste e grigia delle giornate, mi perdo in una poesia, in un libro, in una storia, o mi abbandono a carta e penna, e il mondo torna ad essere un bel posto – kind of.
Credo che la bellezza salverà il mondo, e cercarla – la bellezza, quel sempre nei mai, per dirla con Muriel Barbery – è la sfida che mi prepongo – e mi propongo – ogni giorno. Fotografare fiori rosa, foglie, erba e nuvole nelle rare giornate di sole qui a Greyville, cercare la bellezza, credere nel potere e nella legittimità dei propri sogni, cercare di essere la versione migliore di me stessa, inventarmi e reinventarmi ogni giorno, non smettere mai di commuovermi, di stupirmi, di essere curiosa, di aver voglia di imparare, sperimentare, leggere, studiare nuove lingue, scribacchiare in metro o nel cuore della notte su un pezzetto di carta, fantasticare ad occhi aperti, riempire le giornate più grigie di parole e di colore: queste sono le cose che mi rendono fiera di me stessa, perché voglio essere in grado di dire, quando sarà il momento

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità
e succhiare tutto il midollo della vita,
per sbaragliare tutto ciò che non era vita
e per non accorgermi in punto di morte che non ero mai vissuto…
Henry David Thoreau

Invito a scrivere i loro #nevadofiero Amrita di Audrey in Wonderland, Sabina di Una fragola al giorno e la camaleontica Francesca di Tegamini. Ad maiora!

 

 

 
 

Buoni propositi per il 2014..dalla penna di Mark Twain

Questo è il periodo dell’anno in cui mi dedico, volente o nolente, a liste, elenchi puntati e numerati di buoni propositi, critica spassionata dell’anno perituro, tentativi di revisionismo storico di un 2013 che non vedo l’ora di archiviare (del resto, non ho mai nascosto la mia diffidenza ed antipatia innata nei confronti degli anni dispari).

Ergo, quando ho scovato sul blog This page is about words! i nove consigli di Mark Twain per vivere una vita fantastica (a kick-ass life) non ho saputo resistere alla tentazione di modellare la mia lista sulla base di quella del caro vecchio Mark. Perché il 2014, essendo un anno pari, ha il dovere morale, l’obbligo di essere migliore. Oh, se deve esserlo…

Una delle mie citazioni preferite di quel simpaticone di Twain è It’s no wonder that truth is stranger than fiction. Fiction has to make sense (non c’è da meravigliarsi se la realtà è più strana della finzione. La finzione deve avere senso). È vero che troppo spesso lottiamo con tutti noi stessi per attribuire un significato a una serie di eventi without reason nor rhyme, senza capo né coda, al peso di una quotidianità vuota e sempre uguale, a luminose promesse che si rivelano specchietti per le allodole, a parole usate ed abusate, fino ad essere svuotate dal loro significato originario.

Il mio augurio per il 2014 è che questa sbirciatina alle pillole di saggezza di Twain vi faccia venire voglia di scappare su una zattera lungo il fiume Mississippi, come il picaresco Huckleberry Finn, personaggio dato alle stampe un secolo prima della mia nascita. E se non dovesse essere una zattera, che sia un aereo che vi porti a scoprire il vostro Heimat, un nuovo lavoro, un nuovo sogno, la realizzazione di un sogno nel cassetto….

 

1. Approve of yourself.
“A man cannot be comfortable without his own approval.”

Approva il tuo modo di essere
“Un uomo non può vivere in pace con se stesso se non si approva”.

Siamo lo specchio più crudele e senza veli di noi stessi, il giudice più di parte, il critico più agguerrito. Molto spesso non riusciamo a vedere che i nostri difetti, i nostri sbagli, le nostre pecche, le nostre paure. Amarsi è un’impresa ardua, che inizia il giorno della nostra nascita e continua tutta la vita. Amarsi, o quantomeno accettarsi, è una condizione necessaria ed imprescindibile per aprirsi all’altro, per farlo entrare nella nostra vita, per amare l’altro.
Piacersi, fidarsi di se stessi è essenziale per abbracciare la vita, per fare la valigia e ricominciare da capo, anche e soprattutto quando fa più paura, quando ci sono meno garanzie, meno certezze. Per intraprendere nuove avventure, per accettare quella scatola di cioccolatini senza sapere se contenga fondente al 70% o cioccolata al latte, per cadere in piedi, per riuscire a rialzarsi.
Guardarsi allo specchio, riconoscersi, accettarsi, sorridersi. Sbagliare, forti della certezza di essere in grado di rimediare, sbagliare ancora, sbagliare meglio. Provare, fallire, provare ancora. E provare e provare.

2. Your limitations may just be in your mind.
“Age is an issue of mind over matter. If you don’t mind, it doesn’t matter.”

È possibile che i tuoi limiti esistano solo nella tua mente.
“L’età è una questione mentale. Se non ti importa, non importa”.

La questione dei limiti è fortemente legata alla fiducia in se stessi, all’accettazione di se stessi per quelli che si è, brufoli e nevrosi alla Woody Allen. Un onesto esame di coscienza delle proprie capacità e delle proprie mancanze altro non dovrebbe essere che un incentivo a migliorare, a colmare quelle lacune, per poter poi fare quello che amiamo veramente, al di là dei “vorrei ma non posso”, “vorrei ma non ne sono capace”, “vorrei ma non serve a nulla”, “vorrei ma non ne ho il tempo”. Il tempo, quel tempo che scorre troppo velocemente o troppo lentamente, che incide i segni del suo passaggio sulla pelle, sul viso, sugli occhi, sulle mani, sui ricordi, sui sentimenti, sulle ferite. Quel tempo che misura l’età che incede con velocità irrefrenabile. Il 2014 ha in serbo per me un compleanno un po’ grande, almeno per me, un altro decennio, un altro giro di boa, che mi fa temere che si stia davvero facendo sempre più tardi e non potrò mai essere tutte le persone che avrei voluto essere, studiare viaggiare ricominciare sbagliare ricominciare fallire e ricominciare ancora, perché il numero di errori e fallimenti inizia a farsi sentire. E forse non riuscirò mai a scrivere un libro, o a frequentare la scuola di scrittura creativa ad Harvard, o a passare un’estate in Australia a raccogliere l’uva. Forse inizia ad esserci un limite al numero di volte in cui posso reiventarmi, anche se non dovessi piacermi più, neanche un po’.
Qualche settimana fa ho visto un film davvero molto bello, di cui spero di poter parlare più diffusamente, più in là: About time, questioni di tempo. In sostanza, il protagonista, Tim, all’età di 21 anni scopre che tutti gli uomini della sua famiglia hanno la capacità di tornare indietro nel tempo: basta scegliere un momento definito, chiudersi in un luogo buio, pensarlo intensamente et voilà. Nonostante ciò, Tim scoprirà che nemmeno questo superpotere gli assicura una qualche forma di controllo sull’anarchia temporale: non può evitare la perdita, il dolore, non può riparare tutti gli sbagli, non può ricucire tutte le ferite, non può far tornare indietro persone amate. La chiave, l’unico segreto è scoprire, capire, custodire il valore del tempo, e vivere intensamente i momenti di improvvisa e abbacinante felicità, e custodirli nel cuore, nella memoria.

3. Lighten up and have some fun.
“Humor is mankind’s greatest blessing.”

Prendetevi meno sul serio e divertitevi.
“L’umorismo è la più grande benedizione del genere umano”.

Sorridere tanto, con un sorriso che non si fermi alle labbra, ma parta dagli occhi e li illumini tutti di quella luce speciale, e arrivi a toccare il cuore. Ridere, ridere delle piccole cose, soffocare le risate di fronte  a una cosa buffa, ridere a sproposito, ridere di cuore. E, soprattutto, non prendersi mai sul serio, ridere di se stessi e delle cose che ci circondano, per esorcizzare le paure, per ridimensionare i problemi.
Leggere Oscar Wilde e Tre uomini in barca di Jerome Klapka Jerome, andare a teatro, fare teatro (il più grande rimedio contro la timidezza, lo stress, la tristezza: quest’anno col mio gruppo abbiamo rappresentato Confusions di Alan Ayckbourn..quale modo migliore di prendere la vita per i fondelli del teatro dell’assurdo?)
Fare proprio il verso di Milton every cloud has a silver lining, non tutto il male viene per nuocere.
Imparare ad essere leggeri, ad usare parole leggere, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
E, soprattutto, accettarsi per quello che si è, senza forzature eccessive (vedi punto uno). Non aver paura di ammettere la propria pesantezza e il proprio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarsi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.
Io sono un’inguaribile pessimista, ad esempio, e per quanto mi sforzi non riuscirò mai a vedere il bicchiere mezzo pieno. Posso imparare ad apprezzare il fatto che sia almeno mezzo vuoto, però. Almeno credo. Almeno spero.

4. Let go of anger.
“Anger is an acid that can do more harm to the vessel in which it is stored than to anything on which it is poured.”

Liberatevi della rabbia.
“La rabbia è un acido che può fare più male al recipiente che la contiene che a qualsiasi altra cosa su cui è riversata”.

La rabbia è spesso un sentimento atavico, che si tende a comprimere, a non affrontare, a relegare in un angolo della mente, del cuore, della memoria, sperando che se ne stia zitta e buona e ci lasci in pace. Invece è sempre lì e affiora in superficie a tradimento, quando meno ce l’aspettiamo, quando meno lo vorremmo, e ci corrode, e danneggia le persone che ci circondano, e ci impedisce di abbandonarci alle situazioni e agli altri con più leggerezza, con più fiducia.
Spesso la rabbia ha radici profonde: arriva a toccare l’infanzia, e avviluppa l’adolescenza. In poche parole, nella maggior parte dei casi non è facile da sradicare, da lasciare andare, da esorcizzare. Mi chiedo se sia possibile addomesticarla, per conviverci pacificamente, quantomeno.

 

5. Release yourself from entitlement.
“Don’t go around saying the world owes you a living. The world owes you nothing. It was here first.”

Liberatevi dall’idea che le cose vi spettino di diritto.
“Non andate in giro proclamando che il mondo vi deve qualcosa. Il mondo non vi deve niente. Era qui prima di voi”.

Qui concordo e non concordo con Twain, nel senso che la mia generazione (e non solo la mia..magari!) è stata costretta ad abituarsi al fatto che il mondo non le deve un bel nulla, che multilinguismo, studi, preparazione, esperienza professionale spesso internazionale non equivalgano alla certezza di trovare un lavoro..per non parlare del lavoro dei propri sogni, utopia ormai relegata in fondo al cassetto dei calzini spaiati. Forse una cosa che si dovrebbe imparare a fare è liberarsi dalla pressione delle aspettative, quelle altrui in primis, e dall’ansia di prestazione, in tutti i settori. Dal dover essere, insomma.
6. If you’re taking a different path, prepare for reactions.
“A person with a new idea is a crank until the idea succeeds.”
Se stai per intraprendere un nuovo percorso, preparati a reagire.
“Una persona con una nuova idea è un folle finchè la sua idea non ha successo”.

Un po’ di tempo fa ho letto una frase della poetessa statunitense Adrienne Rich che mi è rimasta appiccicata alla pelle: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è la sola poesia. Peccato che cambiare, reinventarsi, trasferirsi, iniziare un nuovo lavoro, impegnarsi a realizzare il proprio sogno nel cassetto, che sia scrivere un libro o aprire un B&B in una spiaggetta bianca delle Seychelles, fa paura, una paura matta. Nonostante tutti i fail again, fail better beckettiani, la paura di fallire, di non essere in grado, di sbagliare tutto ancora una volta ci trattiene da nuove, grandiose, donchisciottesche imprese. Che il 2014 sia l’anno del cambiamento tanto sognato ed aspettato, l’anno in cui, per dirla con Robert Frost

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less travelled by,
and that has made all the difference.

Che sia l’anno in cui, fermi ad un incrocio, siamo capaci di scegliere la strada meno conosciuta, meno trafficata, meno asfaltata, più in salita, e che questa nostra scelta possa fare tutta la differenza.

 

7. Keep your focus steadily on what you want.
“Drag your thoughts away from your troubles… by the ears, by the heels, or any other way you can manage it.”

Concentratevi costantemente su quello che volete.
“Distogliete i vostri pensieri dai problemi..tirandoli per le orecchie, per i calcagni, o in qualsiasi altro modo funzioni per voi”.

È difficile concentrarsi esclusivamente e a tempo pieno su quello che si vuole quando c’è una quotidianità da affrontare, le bollette da pagare, un contratto sempre in attesa di essere rinnovato, persone intorno a noi di cu siamo in qualche modo responsabili. Se potessi, vorrei ricominciare da capo, aprire un negozio di libri usati in Nuova Zelanda, iniziare un dottorato in letterature comparate negli Stati Uniti e scrivere articoli su articoli su come Anna Karenina abbia influenzato Simone de Beauvoir, Anais Nin, Sibilla Aleramo – o qualcosa del genere. Ma la consapevolezza del quotidiano e del mio non essere all’altezza (punto 1 dolente…) mi trattiene ancorata alla terra come una zavorra, e per ora tutti i timbri che vorrei vedere sul mio passaporto rimangono sogni ad occhi aperti, bolle di sapone. E di tutte le cose che vorrei scrivere scrivo solo un quarto, fossilizzata dalla mia paura di non essere brava abbastanza, di non essere in grado, di non avere nulla di nuovo da dire, di non saper trovare le parole giuste per dirlo. Che il 2014 sia un anno di training autogeni, di iniezioni di autostima, di sorprese mirabolanti.
8. Don’t focus so much on making yourself feel good.
“The best way to cheer yourself up is to try to cheer somebody else up.”

Non soffermatevi troppo sul vostro benessere.
“Il modo migliore di tirarsi su di morale è cercare di far sorridere qualcun altro”.

Anche qui mi permetto di dissentire umilmente con zio Mark: se non si sta bene con se stessi, è difficile riuscire a star bene gli altri e a rallegrare gli altri. E’ anche vero che occuparsi dei problemi e dei dolori altrui, piccoli e grandi che siano, aiuta a ridimensionare e a mettere in prospettiva i nostri, e non c’è miglior balsamo né medicina di un sorriso che riusciamo a strappare a un amico in un momento di difficoltà. Che il 2014 sia l’anno in cui riusciamo a regalare sorrisi, a destra e a manca, a amici di vecchia data come a sconosciuti sulla metropolitana.

dal film Love Actually

 

9. Do what you want to do.
“Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did so. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover.”

Fate quello che volete fare.
“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per le cose che avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.”

Questo è un punto dolente per me. È il mio proposito di fine anno da tanto tempo ormai, ma gli anni passano e io divento più grassa e più vecchia e meno idealista e meno sognatrice e più spaventata.

Il mio augurio per voi è di imparare a convivere con le vostre paure, di imparare ad amarvi, di innamorarvi ogni giorno, di tingervi i capelli di colori improbabili, di comprare QUEL biglietto, di rivoluzionare la vostra vita, di dimenticarvi della valigie, di partire senza più guardarvi indietro. Di inventarvi, di reinventarvi, di sognare ad occhi aperti, di essere distratti, di camminare a piedi nudi sull’erba, di correre fino a restare senza fiato, di cantare a squarciagola, di ballare sotto la pioggia, di portare colore ovunque voi andiate. Di sorprendervi, sempre.

Buon anno pari, da me e Mark Twain.

 

Il rumore di un fiocco di neve

Una risata fa rumore.

Può essere la risata di un bambino, campanellini d’argento che fanno bene al cuore; può essere una risata di cuore, una risata isterica, una risata forzata. A prescindere dalla qualità, farà comunque rumore. Una risata si fa sentire, sempre. Non a caso, TS Eliot ha scritto April is the cruellest month, aprile è il più crudele dei mesi: la primavera riscalda il sangue, risveglia istinti ancestrali, trascina fuori dalle tane, incita a vivere, anche quando non si è (ancora) pronti. La primavera fa rumore. Fa rumore come la felicità, come il Natale di rosso vestito, che condanna al platone d’esecuzione tutti gli Scrooge davanti a una giuria di Babbi Natale che intonano I’ll be home for Christman, if only in my dreams…

 

Ci sono invece rumori che non si percepiscono: sono troppo tenui, quasi inesistenti, ai quali non siamo più abituati, nell’epoca del rumore assoluto.

Una lacrima che cade su un foglio di carta non fa rumore.

Un cuore che batte forte – di paura, di ansia, di aspettativa, di incertezza – non fa rumore.

Un cuore che si spezza non fa rumore.

La fine di una storia, un’esperienza, un’avventura, una fase importante della propria vita, un’amicizia, un contratto di lavoro, non fa rumore.

La solitudine non fa rumore.

La confusione di chi si è perso, di chi è fermo ad un incrocio, paralizzato dalla paura di decidere, di sbagliare di nuovo, non fa rumore.

La paura non fa rumore.

Il silenzio non fa rumore (e non è poi così ovvio come potrebbe sembrare)

Il dolore non fa rumore. E’ silenzioso come un fiocco di neve. Cerca di nascondersi, di mimetizzarsi. E’ la nebbia dei sentimenti.

E’ facile percepire, sentire, ascoltare la felicità, l’allegria, la forza, la vitalità.

E’ facile non accorgersi di chi si nasconde, dei sorrisi tirati, della sensazione di essere intrappolati in un pantano. Del bisogno di aiuto, di amore, di amicizia.

 

Poi ci sono rumori che si percepiscono amplificati: il rumore di quei passi che se ne vanno, il saluto biascicato da quella voce che rimane lì, a mezz’aria, a infestare sogni e pensieri. Il suo bacio che iniziava, il suo bacio che moriva, canta Vecchioni. Quel tramonto.

 

Bisognerebbe dotarsi di orecchie nuove, di un sistema di pensiero nuovo, di una sensibilità nuova. Per essere  grado di percepire le percussioni come le gocce di pioggia, il tuono come il fiocco di neve.

 

Fare silenzio nella propria mente e nel proprio cuore.
 
Soundtrack: Roberto Vecchioni, Le rose blu

Quello che mia madre non mi ha mai detto

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare…
Ivano Fossati

Una volta – frequentavo il quarto o il quinto ginnasio – mia madre mi sorprese a piangere su un compito andato male – forse una versione di Greco, non ricordo esattamente.

Mi guardò con fare tra il preoccupato e il canzonatorio e mi disse “non si piange per queste cose; quando piangerai, sarà per amore”.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che avrei avuto tante volte il cuore spezzato, che avrebbe fatto un male cane. Che sarei sopravvissuta.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che l’amore è un sentimento liquido, che si dilata e si espande nel cuore, nella mente, nella memoria.

Che i cuori non sono infrangibili ma sono pur sempre di gomma: rimbalzano e rotolano, possono espandersi fino a contenere tutto l’amore del mondo, fino a contenere tutto il dolore del mondo, fino a scoppiare, ma continuano sempre a battere, anche quando sembra non ne sia rimasto nemmeno un pezzetto intero.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che le lacrime più amare sono quelle che versi per te stessa. Per tutte le volte che ti guardi allo specchio e non ti riconosci.

Per tutte le volte in cui provi a fare del tuo meglio, ma non è mai abbastanza, e fallisci miseramente.

Quello che nessuno mi ha mai detto è che l’aurea mediocritas – il giusto mezzo, l’ottimale moderazione – è un concetto sopravvalutato, che sul lago stagnante della mediocrità si galleggia a fatica, cercando sempre un appiglio. Una conferma del fatto che valiamo qualcosa, che possiamo cambiare, che le cose intorno a noi possono cambiare. Che possiamo essere noi a cambiarle, quelle cose.

Che quello che facciamo ogni giorno possa essere in qualche modo diretta emanazione della parte migliore, più luminosa, più brillante di noi stessi.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che la vita è una tensione costante verso il tentativo di essere migliori, nei nostri ruoli di genitori figli amici amanti mariti mogli professionisti.

 

Siamo coloro che amiamo e coloro dai quali siamo amati, ma non solo.

Siamo bauli pieni di gente.

Siamo le cose che facciamo e quelle che non facciamo.

Siamo le parole che diciamo e quelle che ci teniamo dentro.

Siamo i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo e che parla alla nostra anima, le storie che scriviamo e quelle che viviamo.

Siamo i nostri sogni – quelli notturni e quelli diurni, con la testa tra le nuvole, popolati da personaggi immaginari e persone del nostro passato, pieni di speranza e tensione verso quello che potrebbe essere e che desideriamo con tutti noi stessi.

 

A volte capita di perdere la strada, e di non riconoscersi.

A volte ci sentiamo soli. Abbiamo paura, e abbiamo bisogno dell’abbraccio confortante di uno sconosciuto, della sua sconcertante tenerezza.

Abbiamo bisogno di un’abbacinante promessa, di qualcuno che ci faccia credere in qualcosa di buono che verrà.

Abbiamo bisogno di una conferma – anche piccola piccola – del fatto che riusciremo a riparare ai nostri errori, che ci saranno terze e quarte possibilità, che anche se abbiamo fallito e continuiamo a fallire si tratta di piccole eccezioni, non di regole inconfutabili e introvertibili, che il fail again, fail better di Beckett non è solo uno slogan. Abbiamo bisogno di sapere che, come canta Fossati, c’ètempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente.

Un tempo elastico, che si allarga fino a contenere tutto quel passato che vogliamo lasciarci alle spalle (how can I begin anything new with all of yesterday in me? Leonard Cohen docet..) e tutto quel futuro che vogliamo immaginare, costruire, sognare.

Un tempo comprensivo, che ci permetta di riparare toppe e falle, di dimenticare, di ricordare. Di avere ancora vent’anni, di reinventarci, di credere che possiamo ancora diventare reporter di guerra, o astrologi, o pasticceri provetti. Perché c’è tempo.

Un tempo compassionevole, che ci perdoni gli errori del passato, che ci sia amico, consigliere, insegnante.

Un tempo in cui l’occasione che abbiamo perduto non sia l’ultima, un tempo in cui la strada chiusa che abbiamo imboccato a quell’incrocio tanti anni fa ci riveli una via d’uscita, un sentiero magico, una scappatoia tra i boschi.

 

Abbiamo bisogno di tempo.

Abbiamo bisogno di un segno.

 

Ho bisogno di un segno.

 

The moment of change is the only poem

Jean-Michel Folon

C’è una frase di Adrienne Rich, poetessa statunitense che ho scoperto recentemente, che continua a tormentarmi da quest’estate, quasi fosse una sveglia, o un campanello d’allarme: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è l’unica poesia.
Continuo a ripeterla tra me e me anche quando non mi fa comodo, anche quando non vorrei, perchè è una sorta di passe-partout che potrebbe aprire quel vaso di Pandora che ho nascosto in soffitta e nelle voragini del cuore.
L’autunno è la stagione dei cambiamenti. Dopo un fine settimana trascorso ad osservare le gradazioni dorate e ruggine delle foglie e cieli decadenti che si rispecchiano su laghetti che tanto avrebbero attratto l’Ofelia di Millais continuo a nascondermi.
Mi rendo conto che tutto intorno a me cambia costantemente, e il pazzo cielo nordeuropeo mi ha regalato qualche giorno di sole per farmi contemplare la natura che si prepara ad accogliere il brevissimo autunno e il lungo, lunghissimo, statico inverno.

Mi rendo conto che tutti intorno a me cambiano: c’è chi arriva e c’è chi parte, c’è chi se ne va per non tornare più, c’è chi scrive un romanzo e c’è chi accoglie una nuova vita, c’è chi si mette in gioco e chi si ritira a riflettere per qualche tempo.
La gente evolve, cresce, migliora, peggiora. Rivoluziona la sua vita, si trasferisce in una nuova città, in un nuovo paese, in un nuovo continente. Taglia i capelli e ne cambia il colore come se niente fosse, si innamora e smette di amare, cambia casa e cambia partner, fa e disfa, cade e si rialza. Io sto ferma.

Se la mia immobilità derivava da mancanza di occasioni, la domanda fatidica è: perchè, ora che ho ricevuto la possibilità di cambiare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il luogo fisico e il ritmo di una quotidianità fin troppo rutinaria, non la abbraccio con fiducia, speranza, intraprendenza ed eccitazione, ma mi richiudo in se stessa e mi rifugio nei miei silenzi, paralizzata dalla paura, congelata dall’incapacità di prendere una decisione?

Cosa succede quando it doesn’t feel quite right, ma l’alternativa, dall’altra parte del fiume, è un minestrone stantio riscaldato fin troppe volte?
Come si fa a capire quando un cambiamento è IL cambiamento che abbiamo lungamente atteso, quando un’occasione è LA NOSTRA occasione, quella per cui ci siamo certosinamente preparati nel corso di lunghe notti insonni e di giornate senza requie?
Cosa succede se, semplicemente, sono troppo codarda per decidere e ho perso la capacità di cambiare pelle, di darmi un’altra chance, di cercare di diventare farfalla? Sarò destinata a rimanere per sempre bruco?

Per dirla sempre con Adrienne Rich, tonight no poetry will serve.


Saw you walking barefoot
taking a long look
at the new moon’s eyelid
later spread
sleep-fallen, naked in your dark hair
asleep but not oblivious
of the unslept unsleeping
elsewhere
Tonight I think
no poetry
will serve
Syntax of rendition:
verb pilots the plane
adverb modifies action
verb force-feeds noun
submerges the subject
noun is choking
verb    disgraced    goes on doing
now diagram the sentence

Ti ho vista camminare a piedi nudi
mentre lanciavi una lunga occhiata
alla palpebra della luna nuova
poi distesa
tra le braccia di Morfeo, nuda nei tuoi capelli scuri
addormentata e tuttavia consapevole
del sonno non dormito degli insonni
altrove
Stanotte penso
che nessuna poesia
potrà servire
Sintassi dell’esecuzione:
il verbo pilota l’aereo
l’avverbio modifica l’azione
il verbo costringe i verbi a mangiare
sommerge il soggetto
il nome si sta strozzando
il verbo caduto in disgrazia insiste
adesso illustra la frase con un diagramma

Jean-Michel Folon

La carta è più paziente degli uomini

Tornare a casa, nella casa in cui sono nata e in cui sono cresciuta, significa per me passare ore nella vecchia stanzetta con la carta da parati ormai logora e tutti i miei libri del ginnasio ordinati sugli scaffali, aprendo cassetti, leggendo vecchi temi, spolverando ricordi. La mia scatola dei ricordi di bambina mi fa sorridere: tra i miei tesori, vecchie cartoline, un Pierrot decapitato, una copia del certificato di nascita di Giacomo Leopardi (souvenir di una gita scolastica a Recanati), una copia de La sigolatrice di Sapri battuta al computer da me nell’ufficio di mia madre, tante poesie, tante lettere scritte ai primi amori e mai inviate.

Quando ero piccola ero molto più sistematica di adesso nel mio approccio con la scrittura: ho sempre tenuto un diario, in cui appuntavo minuziosamente pensieri, emozioni, stati d’animo, piccoli e grandi avvenimenti. In cui iniziavo a mentire a me stessa per non vedere quelle cose intorno a me che mi avrebbero fatto male e riversavo sulle pagine bianche le parole tenute a freno dalla mia indole troppo timida e troppo introversa.

Ho riletto alcune pagine che, a distanza di quasi vent’anni, mi hanno fatto riflettere. Su come alcune cose non passino mai, e alcune ansie – il passare del tempo, il mancato raggiungimento di obiettivi, piccoli o grandi che fossero, l’assegnarsi traguardi troppo alti, il senso di solitudine, di alienazione, di diversità – siano state ereditate quasi intonse dalla mia me adulta.

E mi ritrovo a pensare alla fede – intesa non strettamente in senso religioso, ma nell’interpretazione più lata possibile. La fede può essere definita come la capacità di credere con tutto il cuore in qualcosa che non si può vedere, né sentire. La fede è un dono che si riceve da piccoli, quando si ha tutta la vita davanti –dopo il film di Virzì aborro questa espressione – e si ha il cuore aperto alle infinite possibilità della vita, e si è pronti a perdersi nel suo labirinto, alla ricerca di un lieto fine, o , quantomeno, di un finale aperto.

Gli anni passano, e questa fede – negli altri, in se stessi, nelle proprie possibilità, nel futuro, nell’amore come forza massima capace di smuovere il mondo, come equazione suprema nelle cui regole ritrovare senso ed ordine – si affievolisce, fino a svanire, nel peggiore dei casi. In una miriade di bollicine, come nel caso della sirenetta di Andersen o della ragazza del bar di Cuba, o in polvere di stelle.

Mi chiedo quando inizi, questo processo. Quando si smetta di credere. Quando si inizi ad aver bisogno di segni tangibili.

Nel tentativo di trovare una risposta, rubo qualche riga a quella bambina di dieci anni, che cercava a modo suo di darsi risposte, di trovare il bandolo della matassa in un mondo di adulti che non riusciva a capire, in cui le famiglie non erano perfette e si spezzavano, in cui imparare a perdere una persona amata era obbligatorio, in cui essere accettati per quello che si era sembrava un’impresa ardua.  Facendole una carezza furtiva e ritardataria, a quella bambina che era curiosa di diventare grande ma aveva paura di crescere.

26 ottobre 1994

Caro diario
non è vero che solo i bambini negli istituti non hanno una famiglia. Tu mi capisci, vero?
Si, perché tu, come disse Anna Frank, sei l’AMICA lungamente attesa. Oh, come mi sei cara!
Mi sei di grande conforto, anche se poi questi stupidi sfoghi non interessano né a me né a te.
Ma si sa, la carta è più paziente degli uomini. Oggi con educazione fisica abbiamo giocato a pallavolo.
Quando riguardo le pagine del mio diario mi sento solo una stupida ed insignificante ragazzetta.
E tu, ti senti bene? Io così così, sia fisicamente che moralmente. Certo, non deve essere divertente restare chiuso in un cassetto, ammassato alla rinfusa con tante altre carte, eppure a te accade. Ma non è stata colpa mia: dovevo fare i compiti!
 

6 giugno 1995

Caro diario,

sai, ho cominciato un libro, dove raccolgo tante storielle “mie” e spero di poter condurre anche te nella mia “rete privata” di fantasia.