Mary Oliver, una poesia e i bicchieri mezzi vuoti

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The uses of sorrow

(In my sleep I dreamed this poem)

Someone I loved once gave me

a box full of darkness.

 

It took me years to understand

that this, too, was a gift.

 

(Mary Oliver, The uses of sorrow)

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L’utilità della sofferenza

(Mentre dormivo ho sognato questi versi)

Una persona che amavo mi ha dato una volta

una scatola piena di buio.

 

Ci sono voluti anni perché capissi

che anche quello era un dono.

 

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In quattro versi, Mary Oliver riesce a sintetizzare, con un’immediatezza che risuona in ogni sillaba di un dolore freddo e vuoto – simile al rumore che fa un centesimo che cade in una lattina vuota – una condizione di cui non siamo più bravi a parlare, uno stato d’animo che cerchiamo di abbellire costantemente, rivestendolo di una patina dorata per non vederne la ruggine. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, o di esercitare la tanto decantata mindfulness, di praticare più o meno complicati giochi della felicità o di cercare – solitamente per condividerli sui social – motivi per cui essere grati: Mary Oliver ricorda al lettore  – così come Elizabeth Bishop, in un’altra bellissima poesia, L’arte di perdere che a volte si ricevono colpi talmente forti ed inaspettati che nemmeno il pugile più esperto ed allenato riuscirebbe a prevederli. Delusioni inflitte da una persona cara, che lasciano senza fiato, peggio di un pugno allo stomaco. Fallimenti professionali o personali, che stendono peggio di un pugno sui denti, tanto per rimanere nella metafora agonistica.

Possibilità che giungono travestite da pacchi regalo, ma che, una volta aperte, si rivelano piene di vuoti, ché se fossero semplicemente vuote sarebbe più facile. E ci si ritrova, soli, a contemplare l’oscurità in fondo alla scatola. Sconfitti, almeno momentaneamente, almeno apparentemente. Perché, come la Oliver insegna, forse non ha sempre senso ricoprire il buio di glitter, chiamarlo con altri nomi per esorcizzarlo, trasformarlo, camuffarlo, evitarlo, nasconderlo. A volte bisogna semplicemente sedersi, al buio, da soli, e accettare di essere pervasi dal contenuto di quella scatola, per imparare a non averne paura, per essere pronti a riconoscerla tra mille ed evitarla. Per diventare più forti. Per imparare da un dolore che un giorno, forse, potrebbe tornare utile, per parafrasare Peter Cameron.

Non a caso, la poesia della Oliver si intitola The uses of sorrow, l’utilità – o meglio, le molteplici utilità – della sofferenza, e il titolo della raccolta che la ospita è Thirst, sete.

La Oliver, che cerca di affrontare la morte del partner, con cui ha condiviso quarant’anni di vita, si getta nella sofferenza a capofitto, con la voluttà del martirio immediato, con la volontà di accettare la morte come parte della vita affrontandola, e disarmandola.

My work is loving the world, amare il mondo è il mio lavoro, dichiara la poetessa all’inizio della raccolta: i suoi versi dimostrano il coraggio nell’affrontare quello stesso mondo nella sua interezza, l’umiltà di chi riesce a fare anche dell’oscurità una lezione di vita, andando avanti, sempre, per mantenere le cose insieme, come insegna anche Mark Strand.

Perché a volte bisogna imparare a vedere il bicchiere mezzo vuoto, per riuscire a riempirlo di nuovo.

 

Soundtrack: The Darkness, Leonard Cohen

 

Effetti collaterali e istruzioni per l’uso

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Alfred Gockel Series

 

Niente buoni propositi per questo 2015, come si è già detto più volte.

Solo un libro bello bello, che mi ha accarezzato l’anima e mi ha aiutato a salutare un 2014 greve, pesante, pieno di disordini indiscreti.

E un monito, affinché per questo anno nuovo non ci si dimentichi che i cuori non saranno una cosa pratica finché non ne faranno di infrangibili, e che, come cantava De Andrè

 

c’è un termometro del cuore
che non rispettiamo mai
un avviso di dolore
un sentiero in mezzo ai guai

cose che dimentico
sono cose che dimentico

 

Quindi una poesia, per ricordare che sognare costa poco, anche pochissimo, ma il risveglio può fare male, molto male (oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti! Allora io e voi, e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi! lamentava Antonio sul corpo esangue di Giulio Cesare nell’omonima tragedia shakesperiana).

Una poesia per ricordare che bisognerebbe vaccinarsi dalle delusioni come ci si vaccina per l’influenza. Che bisognerebbe misurare con cura lo spettro dei cambiamenti possibili, disegnare un perimetro accurato, e cercare di restarci dentro.

Una poesia per ricordare che, se Mark Strand scrive di muoversi per tenere le cose insieme, quando non si sa dove andare e si è persa ogni direzione, bisognerebbe fermarsi per un attimo e ascoltare il rumore dell’acqua che scorre, del vento che spazzola via le ultime foglie ruggine e oro e porta eco di storie lontane.

E sì, una poesia in Inglese, perché nella mia confederazione di anime l’Inglese è la lingua del vino e della poesia.

Buon anno dispari, e non trascurate la profilassi di cuore e anima.

 

Side effects (istruzioni per l’uso)

Be frozen

my heart.

Be still

as a star.

Stay algid

don’t beat

forget

the rise and the fall.

 

Stay gone,

my heart.

Be remorseful

and forgetful

and never come back.

Shine

– albeit modestly

without trying too hard.

 

Stay put,

my heart.

Never let go

of what’s holding you behind.

Don’t fret.

Those are just memories

of rails,

tales of pale blades.

 

Be quiet

my heart.

Bite your tongue

forget that haunting tune

rewrite the lyrics

– no reason, nor rhyme.

 

Stay strong,

my heart

for the tide is too high

the chains are too heavy

the moon shies away.

The wind will blow you off.

 

Stay cold,

my heart.

Don’t let the warmth

melt you down

for too much tenderness,

too much longing,

too much desire.

 

Be a stranger,

my heart.

Lock yourself in a tower

far away as a nightmare

cold as clean cut glass.

Toss the keys away

and hire an unemployed dragon.

 

Be frozen

Be quiet

Be a stranger.

 

Stay gone

Stay put

Stay strong

Stay cold

 

like a mirror

like a stone

like a sharp blade

 

just as ice would

 

or else

you’ll be broken

 

or else

you’ll melt away

 

or else

you’ll beat yourself to exhaustion

 

or else

you’ll be smashed – yet again.

Keeping things whole (l’arte di tenere le cose insieme)

images In a field

I am the absence of field.

This is always the case.

Wherever I am

I am what is missing.

When I walk

I part the air

and always

the air moves in

to fill the spaces

where my body’s been.

We all have reasons

for moving.

I move

to keep things whole.

(Keeping things whole, Mark Strand, from Reasons for Moving: Poems, 1968)

In un campo

io sono l’assenza

del campo.

E’ sempre così.

Ovunque io sia

io sono ciò che manca.

Quando cammino

divido l’aria

e sempre

l’aria rifluisce

a riempire gli spazi

in cui era stato il mio corpo.

Abbiamo tutti motivi

per muoverci.

Io mi muovo

per tenere insieme le cose.

– da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio” Poesie 1964-2006, traduzioni di Damiano Abeni (Mondadori, 2011)

Respirare per sentirsi interi. Inspirare a fondo l’aria fredda fino a che brucia la bocca dello stomaco. Riempirsi i polmoni e buttarla giù, tutta d’un tiro, per non pensarci più, per togliersi di torno l’ennesimo obbligo del giorno. Respirare a pieni polmoni. Respirare con la pancia. Inspirare. Aspirare. Contare fino a trentatré.

Camminare veloci tagliando la nebbia, fendendola col proprio corpo, per poi sorprendersi del fatto che il movimento della massa d’aria sia effettivamente causato dalla massa corporea (braccia, gambe, avanti, indietro) che continua ad esistere nonostante la spinta gravitazionale dei pensieri. Pensieri che sono tanti, vorticosi, disordinati. Un mare color del vino, in cui annegare. E quel muoversi diventa un non essere, una questione di vuoti pieni e di pieni vuoti, le parentesi lasciate dal corpo in movimento immediatamente farcite dall’aria, quel tutto che scorre, quell’impossibilità di essere uguali a se stessi per due secondi di fila.

Quel mancarsi. Quel perdersi. Quel ritrovarsi, interi, che evidentemente è necessario prima perdersi, a pezzi. Lasciare pezzi di sè alle spalle e ritrovarli diversi. Migliori, peggiori, non importa: mai uguali a se stessi. Vite come castelli di carte da gioco, che c’è bisogno di far crollare tutto per poter ricominciare. Vite come disordini discreti che hanno bisogno di caos devastante per ritrovare una loro forma, una loro ragione d’essere, un loro equilibrio. Si, bisogna restare in movimento per sentirsi vivi, anche se il movimento in questione dovesse includere un paio di aerei e di treni e pochissime ore di sonno e una babele linguistica in testa. Si spera sempre di ritrovarsi interi, prima o poi.

Mark Strand, poeta canadese scomparso pochi giorni fa, è celebrato come il poeta dell’assenza. Nei suoi versi si interroga sulla morte, sul senso d’identità, sul senso del ritorno, sulla perdita.

Personalmente, la cosa che mi fa impazzire è questo suo essere profeta del futuro anteriore, cantore di cose che potevano essere, ma non sono state e non saranno più (e, anche se fossero state, sarebbero state diverse. Cose da tenere insieme, lievemente, respirando).

Ha vinto il MacArthur Fellowship (1987), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004); ma, anche se non avesse vinto un fico secco, ci sarebbe piaciuto lo stesso.

Fissare il nulla è imparare a memoria quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi al vento è sentire l’inafferrabile “qualche luogo” farsi vicino. Strand