Il Calendario dell’Avvento letterario 2018 #2: Neve, strenne e storie di Natale

Questa casella è scritta e aperta da Mara di Ipsa legit

 

Dicembre è appena cominciato, ma il profumo del Natale è già nell’aria, soprattutto in questa piccola cittadina di montagna dove mi sono trasferita l’anno scorso per lavorare come insegnante. Il profumo del Natale è fatto dell’odore inconfondibile dell’aria che aspetta la neve, l’aroma della cioccolata calda, il sentore dei focolari accesi oltre le finestre chiuse delle case, la fragranza del plaid in tartan appena lavato e stirato e steso sul divano, in attesa della sera. 

Il profumo del Natale è anche quello della carta delle pagine di un libro; a maggior ragione se il libro è una raccolta di racconti seasonal, come si dice in inglese: una collezione di storie di epoche, lingue e mondi diversi che narrano o celebrano la festività, esplorandone i significati antropologici e psicologici, storici e letterari. Non è un caso se, in questo periodo, gli scaffali delle librerie ce ne offrono una scelta amplissima, e ogni anno io non posso esimermi dal leggere questa o quella raccolta, di antica o nuova pubblicazione, firmata da uno solo o da tanti autori, di era vittoriana o contemporanea, condita di ironia o di mistero, per bambini o per i lettori di tutte le età. 

Lo scorso anno, però, è stato speciale. Nel 2017, infatti, è uscita in libreria la “mia” personale raccolta di racconti natalizi, che Edizioni Croce mi ha invitata a scegliere, a compilare, a tradurre (con la collaborazione di altri due valenti traduttori) e soprattutto a introdurre, regalandomi così la possibilità di mettere su carta tutto ciò che il Natale letterario ha significato e significa per me.

Questa raccolta si chiama Neve, strenne e storie di Natale e vi si possono trovare delle vere e proprie gemme di narrativa natalizia, alcune delle quali inedite in italiano e scovate dopo lunghissime ricerche fra gli archivi.

Thurlow e il racconto di Natale di John K. Bangs è una storia di fantasmi, scritta con sapienza, avvincente e con un colpo di scena davvero ben riuscito. Pat Hobby e il suo desiderio di Natale di Francis Scott Fitzgerald è una testimonianza in prima persona della classica Hollywood, nella quale il grande scrittore americano tentò più di una volta di trovare il successo. L’ideale infranto di Maria Messina è un delizioso racconto della provincia italiana, nel quale si mescolano nostalgia, realismo e buon senso. Jesusa di Emilia Pardo Bazán è denso della religiosità misteriosa del Natale. Tilly di Louisa May Alcott smuove la forza dei nostri ricordi infantili. Neanche per idea di Anthony Trollope è il tipico racconto vittoriano, impreziosito da una morale che non passa mai di moda. College Santa Claus di Ralph Henry Barbour è forse “il” racconto di Natale per eccellenza, colmo del senso di condivisione e di amicizia che ogni Natale dovrebbe portare con sé. Il mio primo Natale felice di Mary Elizabeth Braddon è un altro racconto vittoriano, che da buon rappresentante della sua epoca ci regala cascate di luce, di cibo e di allegria (con velati riferimenti, tuttavia, al dark side della scrittura del tempo, di cui Braddon fu un’eccelsa portavoce). Il sarto di Gloucester di Beatrix Potter è una perla potteriana, che non tradisce le attese. Infine, Discesa dalle nuvole di Grazia Deledda ci regala un bellissimo quadretto di vita femminile italiana, in preparazione delle feste e dell’inevitabile carico di meditazioni che risvegliano dentro di noi.

Per scrivere la mia introduzione, Sotto lo stesso albero. Racconti natalizi fra tradizione popolare, idealità e iconografia, mi sono immersa in un mondo caldo e sfavillante, ma anche profumato di cibo e tradizione, scoprendo aneddoti e storie che non conoscevo, e che spero contribuiranno a rendere il vostro prossimo Natale ancora più speciale. In questo libro troverete racconti di famiglie, di ragazzi, di giochi nella neve, di amicizia, di feste più o meno riuscite, di carità, di ricordi e di malinconia. Queste pagine dense di sentimento e di riflessione, se lo vorrete, potranno incamminarsi con voi verso il Natale oppure farvi compagnia proprio durante le feste, nella quiete di un salotto illuminato da un camino acceso e nell’eco delle carole; una nota di particolare bellezza è la quarta di copertina del volumetto, che si trasforma, nella magia di un attimo, in un biglietto d’auguri colmo di sorrisi.

 Buon Avvento e Buon Natale a tutti voi! 

 

 SCHEDA DEL LIBRO

 Neve, strenne e storie di Natale

 A cura di Mara Barbuni

 Traduzioni di S. Asaro, M. Barbuni, V. Visaggio

 Edizioni Croce, Roma 2017

 Prezzo: 16€

Volevano tutte essere Jo

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Volevano tutte essere Jo.

Delle quattro sorelle, Jo è sempre quella che ha fatto tendenza: Meg rimane un po’ in sordina, Beth fa una brutta fine, Amy è francamente insopportabile. Jo è spigliata, e avventurosa: ama leggere e scrivere, sogna di andare in guerra insieme al padre, non sopporta di tirarsi su i capelli o di indossare bei vestiti, invidiando ai ragazzi quelle risorse infinite di libertà che sembrano eternamente precluse alle ragazze. La sua inquietudine, la sua ribellione, il suo desiderio di imparare e l’anelito all’indipendenza anticipano di decenni istanze femministe, parlando di libertà e di diritti.

Jo se ne va di casa e va a lavorare a New York; Jo si mantiene con la sua scrittura. A Jo non importa l’opinione altrui: non è attenta all’etichetta e ai bei vestiti come Meg e Amy.

Jo non sogna una grande passione romantica, come Meg: ama la sua famiglia con tutta se stessa ed è gelosissima delle sorelle, tanto da prendere malissimo il fidanzamento e il matrimonio di Meg, tanto da desiderare di poter mettere un ferro da stiro in testa a se stessa e alle sorelle, per farle smettere di crescere. Per non perdere nemmeno un minuto dell’atmosfera di casa, della magia di stare insieme, dell’amore dei genitori.

Jo è diventata poi l’eroina indiscussa del celebre film del 1994, interpretata dalla bravissima Winona Ryder.

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E Meg? Meg e’ un po’la vittima delle sue scelte poco moderne: in un mondo in cui le donne possono (fortunatamente) fare tutto e lottano (e devono continuare a lottare) per abbattere limiti e discriminazioni, la storia di Meg, che si innamora dell’insegnante del vicino di casa, si sposa, ha due gemelli e diventa un po’ un personaggio secondario (anche nelle pagine della Alcott) non ha molto successo.

Eppure, a me Meg piaceva tantissimo. Mi piaceva perché era bella e riusciva a rendersi elegante, anche con i pochi mezzi a disposizione. Mi piaceva per la sua dolcezza, per il suo istinto materno che la portava a proteggere le sorelle e spalleggiare la mamma. Mi piaceva per la sua positività, anche in mezzo alle piccole e grandi amarezze, per la sua capacità di superare la vanità e concentrarsi sul vero desiderio del suo cuore: un grande amore. E un grande amore era quello che desideravo anch’io da ragazzina, qualcosa che mi facesse credere che, tra le spoglie del divorzio disastroso dei miei genitori, restassero ancora delle basi per costruire qualcosa di solido, e duraturo, e vero. Quindi sì, leggevo e scribacchiavo come Jo, aspettavo con ansia il momento di lasciare casa e scoprire il mondo come Jo, ma sognavo come Meg.

Che dire delle due sorelle March più piccole? Beth è così buona, dolce e paziente da sembrare quasi irreale; sfido qualunque lettore/lettrice a dichiarare di non essersi commosso/a al momento della sua morte (a partire dal mitico Joey Tribbiani in Friends, costretto a chiudere Piccole donne in congelatore per non affrontare il dolore per la piccola Beth).

 

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C’è un punto del romanzo, in particolare, in cui Jo, tornata da New York per accudirla, dopo la morte dell’amatissima sorella ripercorre la casa ormai vuota, e guarda le scope e gli strofinacci di Beth, riflettendo sul fatto che questi umili strumenti, così disprezzati, sembrano aver assorbito un po’ dello spirito domestico, della pazienza e dell’umiltà della ragazza: fare le pulizie non sembra più a Jo un compito così inviso… Questa scena mi è tornata in mente dopo aver perso mia nonna: era sempre lei che compiva quei rituali che rendono la casa un posto accogliente, un rifugio dell’anima, da accendere il camino a prendersi cura dei fiori a rifare i letti ‘meglio che negli hotel a cinque stelle’. Dopo quest’estate, mi ritrovo a rassettare velocemente i letti prima di uscire, o ad insistere per lavare io i piatti, solo per sentirla più vicina: quindi capisco meglio la piccola Beth e il dolore inconsolabile di Jo.

Amy, invece, mi ha sempre fatto pensare a quelle amiche carine un po’ piene di se stesse e autoreferenziali, che parlano sempre in prima persona e ascoltano poco, che cercano continue rassicurazioni e conferme sotto le righe. Ha tante ambizioni, che spesso si infrangono a contatto con la realtà (il talento non è genio , ammette la stessa Amy). Io non riesco a perdonarle il fatto di aver bruciato il manoscritto di Jo per farle un dispetto, e, a dirla tutta, penso che Laurie potrebbe aver trovato di meglio, dopo la sua travolgente passione per Jo; anche Amy ha però le sue qualità, tra cui uno spiccato senso del bello e il desiderio di essere una vera signora nei modi e nei comportamenti.

Le sorelle March per me sono amiche di infanzia, e leggere Piccole donne, che quest’anno compie un compleanno importante (150 anni!) è come tornare a casa, sedermi ai piedi della poltrona di Marmee e mangiare una delle focaccette di Hannah, mentre lei va in giro a benedire tutti e i gatti di Beth si arrampicano sui braccioli. Sono stata tante volte nello studio di Jo, a guardarla scrivere con la sua fascia in testa quando ‘arde la fiamma del genio’, o buttare disperata la fascia a terra quando l’ispirazione tarda ad arrivare; sono stata nell’ospedale delle bambole di Beth, in cui ogni giocattolo rotto viene riparato e accudito con tenerezza; ho guardato Meg prepararsi per i suoi primi balli, piangendo disperata quando Jo le ha bruciato la frangetta; sono stata a Nizza e a Vevey con Amy, consolandola quando arriva la lettera che le annuncia la morte di Beth e lei si dispera all’idea di non riuscire nemmeno a salutare la sorellina. Ho riso e ho pianto con loro, e ho scoperto di amare la lettura, infinitamente. Le ho riscoperte lo scorso Natale grazie alla serie della BBC, che vi invito caldamente a vedere, se non l’avete ancora fatto.

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Buon compleanno, piccole donne!

 

Di seguito una carrellata delle edizioni di Piccole donne che preferisco, da regalare (e regalarvi):

 

Perennial, limited edition

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V&A Collector’s Edition

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Puffin in Bloom

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Penguin Clothbound Classics

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Folio Society

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Soundtrack: Piccole donne crescono, Roberto Vecchioni

Il Calendario dell’Avvento letterario #2: il Natale in casa March e i doni sbagliati

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Questa casella è scritta e aperta da Chiara di Librofilia.

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Alzi la mano chi di voi, per Natale, non ha mai ricevuto in regalo un libro, oppure chi non ne ha mai regalato uno.

Bene, ora chiedetevi se quel libro che avete ricevuto in regalo – oppure che avete donato – è stato realmente apprezzato e soprattutto se ha soddisfatto i vostri gusti o quelli di chi l’ha ricevuto in dono. Che dite?

Secondo me, il risultato, spacca in due l’opinione pubblica ed evidenzia quanto sia effettivamente complicato e difficile regalare o ricevere in dono un libro: un oggetto apparentemente semplice, fatto solo di carta e di parole, eppure, dannatamente “pericoloso” e fonte imprevedibile di malumori e delusioni.

Utilizzo tutto questo preambolo per confessare che il primo libro che ho ricevuto in regalo per Natale, da una cara amica di famiglia, è stato Piccole donne di Louisa May Alcott e ricordo ancora benissimo tutto l’imbarazzo e la delusione che ho provato scartando quell’ apparentemente innocuo pacchettino. 

Avevo all’incirca otto o nove anni e quello era il periodo nel quale ero in fissa solo per due cose: i Polly Pocket e gli animali – più precisamente i cani – ecco perché scartare il regalo e ritrovarci dentro un libro, per giunta con un titolo che invocava femminilità e imminente pubertà da tutti i pori, mi provocò un vero e proprio colpo al cuore e ci mancò davvero poco a non farmi precipitare in uno stupido pianto.

Inutile dire che, insieme alla delusione, ebbi un vero e proprio rifiuto verso quel regalo che mi condusse ad accantonarlo in un angolo remoto dell’armadio. Eppure, dopo qualche anno, provai davvero a leggere Piccole donne di Louisa May Alcott, ma confesso di non essere mai riuscita a terminarlo e sempre per mille diversi motivi, nemmeno adesso che i libri occupano gran parte della mia vita e che sono in qualche modo la mia stessa vita.

Eppure, se penso al Natale, non posso non ripensare proprio ad un capitolo specifico di Piccole donne intitolato proprio Un lieto Natale, nel quale le sorelle March – Meg, Jo, Beth e Amy – e la loro madre rimuginano sulla loro condizione di povertà e di solitudine, dettata dall’assenza del padre, costretto a partire per il fronte nel bel mezzo della Guerra di Secessione, lasciando da sola la famiglia e proprio a ridosso delle festività natalizie.

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Così le quattro ragazze March, per tirarsi su di morale e per alimentare in qualche modo lo spirito natalizio, inizialmente decidono di comprare un regalo a testa ma successivamente, ripensandoci meglio, decidono invece di unire le loro esigue finanze e di fare qualcosa di più generoso e altruista: comprare un regalo di Natale per la loro adorata madre.

E, proprio come prevede la vera atmosfera magica e festosa del Natale, ecco che, proprio la mattina di Natale, una sorpresa inaspettata e graditissima sarà in grado di allietare il cuore delle quattro ragazze e soprattutto sarà capace di veicolare ancora altro bene.

Detto questo, non preoccupatevi di ricevere il regalo sbagliato – anche se è un libro e voi siete fervidi lettori – oppure di donare l’oggetto sbagliato, perché l’importante è farlo sempre e soltanto con il cuore: i regali vanno e vengono e alcuni, persino, si dimenticano, mentre il bene resta per sempre.

 

 

Il Calendario dell’Avvento Letterario#18: Un sogno di Natale, e come si avverò

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di LibrAngolo Acuto

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Io, ecco, adoro l’Ottocento. Non posso dire lo stesso del Natale, di cui mai sono stata fiera sostenitrice. Un po’, lo ammetto, il Natale lo odio pure. Non è raro, quindi, che durante le feste io legga storie tristi.

Per un periodo, a dire il vero, a Natale leggevo sempre un libro di Stephen King, per gettare un po’ di terrore e oscurità nella mia vita, per bilanciare la mia esistenza nel mondo in quei giorni pieni di puffosissimi folletti, caramelle, dolcetti, buone azioni e idiozie varie. E così: fuori casa musichette fastidiose, dentro casa Misery che teneva in ostaggio Paul Sheldon.

Ultimamente mi sto un po’ ammorbidendo e, anche se il Natale continua a piacermi poco, riesco a gestirlo. E riesco anche, incredibilmente, a gestire le storie ambientate in questo periodo, soprattutto se di mezzo c’è anche l’Ottocento. Questo è il motivo, in sostanza, per cui in casa mia campeggia una copia di Un sogno di Natale, e come si avverò di Louisa May Alcott. Pubblicato da Mattioli 1885 nel 2011 –  nella traduzione di Nicola Manuppelli – è la versione italiana di A Christmas dream, and how it came true, apparso per la prima volta non si sa bene dove, quando e in che forma. Credo si trattasse di scritti volanti della Alcott, raccolti negli anni in volumi diversi, senza curarsi di mantenere l’ordine originale.

All’interno del volumetto (appena 105 pagine) nell’edizione italiana che ho fatto una gran fatica a procurarmi perché – a quanto pare – non se ne trova traccia facilmente, vi sono tre racconti brevi che riguardano il Natale.

Il primo è proprio quello da cui il libro prende il nome e si tratta della riscrittura, dedicata ai più piccoli, del famosissimo A Christmas Carol, scritto da Charles Dickens e pubblicato per la prima volta nel dicembre del 1843.

Protagonista della versione alcottiana è Effie, una bambina ricca e viziata che è annoiata dal Natale e che desidera diventare povera perché, sostiene, da ricca non è felice.

A sottolineare, probabilmente, la stima che l’autrice nutriva nei confronti del collega inglese, la Alcott inserisce l’opera di Dickens all’interno del suo racconto.

La piccola Effie, infatti, trova in casa una copia di A Christmas Carol e, su suggerimento della madre, lo legge prima di andare a dormire; quella lettura la cambierà profondamente e sarà la causa di un lungo sogno che le farà comprendere l’altruismo, la gentilezza, l’amore per il prossimo.

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Non amo questo tipo di storie, quelle che raccontano di qualcuno cattivo che poi diventa buono, le trovo fastidiose e pedanti. Non ho mai neanche nutrito simpatia per A Christmas Carol, mi tocca ammettere. Insomma, la retorica e la paternale, con tanto poi di insegnamento morale, sul consumismo e su quanto si deve apprezzare ciò che si ha, donandone magari una parte a chi invece non ha, mi irrita un po’.

Però, dannazione, si tratta della Alcott e io, a Louisa May, le perdono tutto. Le perdono la dipendenza dall’oppio, soprattutto perché causata da una malattia, le perdono l’uso massiccio di morfina, le perdono la mancanza del sorriso nei suoi ritratti o nelle sue foto.

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E le perdono anche l’essere un po’ pedante nel primo racconto, appunto, perché Un sogno di Natale, e come si avverò riporta anche Un Natale in campagna e Il Natale di Tilly che hanno toccato le corde giuste e risvegliato la piccola donna ottocentesca che c’è dentro di me.

Un Natale in campagna – titolo originale A country Christmas – sebbene sia un racconto breve, mi ha catapultata indietro nel tempo, facendomi assaporare le atmosfere che tanto mi piacciono dei romanzi della Alcott. È la storia di Sophie e dei suoi amici di città, Emily e Randall, che passano le vacanze natalizie insieme in campagna, ospiti della zia di Sophie.

Si tratta, in fondo, solo di una storia come tante, dal finale prevedibile e che ovviamente non si può paragonare alle altre opere dell’autrice, né per la storia narrata, né di certo per l’intreccio narrativo.

Poche pagine, troppe poche pagine in realtà che, però, per un momento mi hanno fatto rivivere il momento in cui ho letto – e amato dal profondo dell’anima – Una ragazza fuori moda e Gli otto cugini. Perché la Alcott è sempre lei, con quei suoi personaggi così genuini, quei sentimenti puri, quelle atmosfere che mi fanno sempre battere forte il cuore.

Nell’ultimo racconto, Il Natale di TillyTilly’s Christmas è il titolo originale – Louisa May Alcott ci racconta di Tilly, una bimba poverissima che il giorno prima di Natale trova, tra la neve, un piccolo pettirosso infreddolito e decide di portarlo a casa con sé, nonostante il parere palesemente contrario delle sue due amichette che, invece, sperano di trovare un borsellino pieno di soldi. Una storia che si concluderà, neanche a dirlo, con i desideri esauditi della povera Tilly, per opera di un’anima pura che donerà a lei e alla madre della legna da ardere e qualche altro piccolo regalo.

Forse, di un libriccino così, davvero qualcuno non ne sentiva la mancanza. È però vero che io, un po’, dell’Ottocento invece la mancanza la sento, prepotente, e la Alcott mi ha accompagnata in così tanti momenti della mia vita che ritrovarla per un po’, in queste pagine, è stato bello come ricordare improvvisamente un profumo, un’essenza che credevo dimenticati.

Lo definirei una perla d’acqua dolce, meno preziosa di una perla vera, ma pure bella da guardare.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#4: Natale con Piccole donne

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Questa casella è scritta e aperta da me medesima.

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“Natale non sarà Natale senza nemmeno un regalo” brontolò Jo sdraiata sul tappeto.
“È terribile essere poveri” sospirò Meg guardando il suo vecchio vestito.
Non mi sembra giusto che tante ragazze abbiano un mucchio di belle cose ed altre proprio niente” aggiunse la piccola Amy tirando su il naso, imbronciata.
“Abbiamo però la mamma, il papà e tutte noi” disse Beth, soddisfatta, dal suo cantuccio.
I quattro giovani visi illuminati dai bagliori si rasserenarono a quelle liete parole, ma si rabbuiarono di nuovo quando Jo disse tristemente:
“Non lo abbiamo, il papà, e chissà per quanto tempo non lo avremo!”
 Non disse: forse mai più, ma ciascuna lo aggiunse tacitamente pensando al padre tanto lontano sul campo di battaglia.
Tutte tacquero per un poco; poi Meg ricominciò d’un tono mesto:
“Voi sapete che la ragione per cui la mamma ha proposto di non farci regali a Natale è perché l’inverno sarà duro per tutti; e così lei pensa che non abbiamo il diritto di spendere denaro in divertimenti, quando i nostri uomini soffrono in guerra. Non possiamo far gran cosa noi, ma i nostri piccoli sacrifici dobbiamo farli e dovremmo anche farli volentieri. Ma io ho paura che non potrò – e Meg scosse il capo pensando tristemente a tutte le belle cose che desiderava.
“Ma io non credo che il poco che abbiamo da spendere servirebbe a qualcosa. Abbiamo ciascuna un dollaro…e cos’è un dollaro per l’esercito, se glielo dessimo? Io sono d’accordo per non aspettare nulla dalla mamma e da voialtre, però vorrei comprarmi Undine e Sintram, lo desidero da tanto tempo!” disse Jo, che aveva una gran passione per i libri.
“E io avevo pensato di comperarmi un po’ di nuova musica” disse Beth con un sospiro tanto lieve che nessuno lo udì, o forse soltanto la scopina del caminetto e la presina del bricco.
“E io vorrei una bella scatola di matite colarate Faber, ne ho proprio bisogno” disse Amy risolutamente.
“La mamma non ha parlato del nostro denaro e non credo che desideri che noi si riununci a tutto. Comperiamo allora quel che vogliamo e divertiamoci un po’! Mi sembra che lavoriamo abbastanza per meritarcelo!” gridò Jo guardandosi i tacchi delle scarpe nel suo modo maschile.
(Giunti Editore, trad. Fausta Cialente)

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Inizia così uno dei classici più amati di tutti i tempi. Uno di quei libri che, insieme ad alcuni film – Harry ti presento Sally, C’è posta per te, Love actually, Miracolo sulla 34esima strada, Casablanca, Tutti insieme appassionatamente, My fair lady e quasi tutto con Audrey Hepburn – per me fa subito Natale: Piccole donne di Louisa May Alcott, un vero e proprio Bildungsroman per centinaia di ragazze nel corso dei decenni (che dico, dei secoli). Per me è un libro particolarmente significativo, perchè sono cresciuta insieme a Meg, Jo, Beth e Amy, e ho trascorso innumerevoli Natali insieme a loro.
Piccole donne è il libro che mi ha insegnato ad amare la lettura, ed è rimasto una sorta di copertina di Linus, un libro che ho voglia di rileggere quando sono giù di morale, ho l’influenza, ho nostalgia di casa o intravedo per strada le prime luci e le prime decorazioni natalizie.
La storia di Meg, Jo, Beth e Amy inizia proprio nel periodo natalizio: un Natale che si preannuncia particolarmente grigio e triste, con papà March in guerra e mamma March che, insieme alle figlie più grandi e alla fedele cuoca Hannah, cerca di far quadrare il magro bilancio familiare.
Meg e Jo, le sorelle più grandi, cercano di aiutare come possono: Meg, giovane, carina e desiderosa di far parte della “bella società” e innamorarsi, fa la governante, mentre Jo, un maschiaccio indipendente che ama leggere e scrivere e non sopporta di tirarsi su i capelli, fa la dama di compagnia all’arcigna, noiosa zia March. Tutte loro desiderano comprarsi un regalo di Natale col loro dollaro: Meg desidera un vestito, Jo un libro, Beth della musica, Amy dei colori.

Alla fine, in pieno spirito natalizio, osservando le pantofole logore di mamma March, che rientra stanca e bagnata dalla pioggia dopo una lunga giornata di lavoro, decidono di rinunciare ai loro doni e comprare qualcosa per la mamma: delle pantofole, dei fazzoletti ricamati a mano, un paio di guanti, una bottiglia di colonia.
La loro generosità non finisce qui: spinte dall’esempio materno, le quattro sorelle regalano la loro colazione di Natale a una famiglia povera, gli Hummel, e vengono ricompensate da un lauto pasto offerto dall’eccentrico, scorbutico vicino di casa, Mr Laurence, corredato da gelato e fiori freschi (qui trovate un pudding natalizio creato dal blog Romeo e&Julienne in onore di Jo March).
Tutto ciò può suonare buonista fino a sfociare nel melenso; ma è Natale, e dopo le settimane terribili che hanno assistito allo scempio di un’Europa dilaniata questa semplice storia, queste parole, scritte nella seconda metà del XIX secolo, fanno bene al cuore. D’altronde, a riscattare l’atmosfera ci pensa Jo, la figura nella quale la Alcott ha riversato tanto di se stessa: irrequieta, ribelle, anticonformista, innamorata della lettura e della scrittura, Jo non vuole adattarsi a ricoprire il ruolo che la società vuole assegnare alla donna a tutti i costi. Perde i guanti, brucia il vestito buono (e i capelli di Meg, tentando di arricciarli), si sdraia sul tappeto, fischietta, impreca. Vorrebbe essere un uomo, per raggiungere il padre al fronte e combattere. Non si rassegna ad aspettare che gli eventi seguano il loro corso, che qualcosa succeda: vuole fare qualcosa, dare il suo contributo alla Storia. Per questo taglia e vende i suoi lunghi, bellissimi capelli castani, la sua unica vanità, per mandare il ricavato al padre malato.
La Alcott, seconda di quattro figlie, è una femminista indipendente, aiuta la sua famiglia col suo lavoro, si batte per il diritto al voto per le donne ed è la prima donna che si registra per votare a Concord, MA.
Per questa casellina del calendario ho scovato una chicca che piacerà a tutte le estimatrici di Piccole donne: A Little Women Christmas, curato da Heather Vogel Frederick e illustrato da Bagram Ibatoulline, un omaggio al celebre romanzo che racconta il Natale delle sorelle March con l’ausilio di splendide, delicate illustrazioni che faranno la gioia anche delle lettrici più giovani, rappresentando così un’originale strenna natalizia.

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Jo, la “pecorella tosata” che si è tagliata i capelli per mandare i soldi al fronte, è determinata a salvare il Natale per le sue sorelle. Convince così l’amico Laurie (e quante di noi facevano il tifo perchè si sposassero?) a fare una bambola di neve per la sorellina Beth, gravemente malata, e a fare in modo che ognuna delle sue sorelle riceva una sorpresina. La sorpresa più grande sarà il ritorno di papà March in tempo per la cena di Natale, restituendo così alla festività quell’aura di magia, quella speranza che la guerra sembrava essersi portata via con sé, al fronte.

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Daddy

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Soundtrack: Auld Lang Syne, poesia scozzese composta da Robert Burns nel 1788 e cantata con l’accompagnamento di una tradizionale melodia folk. Non so a voi, ma a me Auld Lang Syne fa pensare ogni volta al – bellissimo – finale di Harry ti presento Sally.

Bonus extra: una selezione di calendari dell’avvento letterari che faranno la gioia di ogni bookworm (il mio preferito è questo del Bodleian Libraries Bookshop, che potete sbirciare anche nel mio Instagram)