Un anno senza Leonard Cohen

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And what can I tell you my brother, my killer

What can I possibly say?

I guess that I miss you, I guess I forgive you

I’m glad you stood in my way

(Famous Blue Raincoat, Songs of Love and Hate, 1971)

Le mancanze funzionano in modo strano: si può cercare di evitarle e riuscire ad andare avanti con la propria routine per giorni, settimane, mesi. Basta però un dettaglio – una parola, un sapore, un sogno, un déjà-vu, un odore – a cancellare mesi di paziente rassegnazione e a riportare la parte lesa (lesa perché offesa, zoppicante perché è inciampata nel dosso della perdita, gonfia per un livido insanabile nell’anima, spaventata come una lumaca senza guscio o una lucertola senza coda) nel mezzo di quello sbandamento causato dal senso di perdita.

Il primo segno tangibile del fatto che tu non ci fossi più per davvero è arrivato solo alla fine di settembre. Nei mesi precedenti ho semplicemente fatto finta che fossi lontano ma ancora presente, come quando rompi con qualcuno che vive all’estero: la distanza cancella il fatto che l’altra persona non ti ami più e non ci sia più nella tua vita di tutti i giorni, ad augurarti il buongiorno con una foto stupida e farti vedere su Facetime se i pantaloni che ha comprato gli cadono bene.

Settembre è però il mese del tuo compleanno (era? E l’incompiutezza del congiuntivo diventa una vertigine). Nel 2014, subito dopo il tuo ottantesimo compleanno, hai rilasciato Popular problems, incantandomi ancora una volta con la struggente malinconia di My Oh My e Did I ever love you e con la sardonica autoironia di Slow (Let me catch my breath/ I thought we had all night/ I like to take my time/ I like to linger as it flies/ A weekend on your lips/ A lifetime in your eyes…)

L’anno scorso hai festeggiato il tuo ottantaduesimo compleanno rilasciando il singolo You want it darker, solenne e cupa esplorazione della dimensione religiosa dell’animo umano; una canzone che ho dovuto ascoltare un paio di volte per evitare di farmi avvolgere dalla sua oscurità, appiccicosa come la melassa (If you are the dealer, let me out of the game/ If you are the healer, I’m broken and lame/ If thine is the glory, mine must be the shame/ You want it darker/ Hineni, hineni/ Hineni, hineni/ I’m ready, My Lord). Il singolo lasciava presagire quello che sarebbe stato il tono dell’album, uscito appena due settimane prima di quel 7 novembre: l’accorato, appassionato commiato di qualcuno che ha amato, ha lottato, ha sbagliato, ha vissuto a pieno ed è pronto ad alzarsi dal tavolo e ad andarsene (I don’t need a reason/ For what I became/ I’ve got these excuses/ They’re tired and lame/ I don’t need a pardon, no, no, no, no, no/ There’s no one left to blame/ I’m leaving the table/ I’m out of the game).

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Quest’anno settembre è arrivato ed è passato in silenzio, senza una nuova canzone, senza un nuovo album, e ho finalmente realizzato, e la mancanza è esplosa come una pentola a pressione il cui coperchio sia stato aperto troppo presto.

Quel fatidico 11 novembre, quando la tua famiglia ha annunciato che te n’eri andato quattro giorni prima, mi ero appena svegliata e stavo per fare colazione quando, disattivando la modalità aereo che segna la linea di separazione notturna tra me e il mio Iphone, ho trovato il messaggio di mia madre con la notizia. È stata una giornata paradossale, durante la quale ho appreso di non aver ottenuto il lavoro che volevo con tutta me stessa e di averne ottenuto un altro che desideravo molto di meno. Per settimane non ho smesso di ascoltare ossessivamente You want it darker, cercando un significato nascosto, un messaggio nella bottiglia lasciato solo per me, in un momento in cui mi sentivo persa e scoraggiata e sola. Non l’ho trovato e, dopo le prime settimane, non sono riuscita ad ascoltare nessuna delle tue canzoni, per mesi.

Can’t seem to loosen my grip

On the past

And I miss you so much

There’s no one in sight

And we’re still making love

In my secret life

(In my secret life, Ten new songs, 2001) 

Nei mesi successive, dopo il trasferimento, dopo i primi mesi di giornate lavorative confuse e lunghissime, sei tornato nella mia vita di tutti i giorni naturalmente, come l’aria, con le tue poesie e con le tue canzoni, nelle parole dei vari fan group su Facebook a te dedicati e sempre pieni di notizie e chiavi d’interpretazione interessanti. Non ci sarà mai più una nuova canzone, è vero, ma non hai smesso di riservarci soprese: prima fra tutte, il concerto commemorativo che si terrà a Montreal a un anno dalla tua morte, Tower of song, con la partecipazione di tuo figlio Adam, The Lumineers, Damien Rice, Sting, Elvis Costello e Lana del Rey, tanto per citare alcuni dei miei preferiti.

But you’ll be hearing from me baby, long after I’m gone.

I’ll be speaking to you sweetly from a window in the Tower of Song

(Tower of Song, I’m Your Man, 1988)

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Nelle tue istruzioni ad Adam, hai chiesto di essere sepolto in una bara di pino vicino ai tuoi genitori. Hai chiesto un funerale ristretto, sobrio, a Los Angeles. Infine, hai specificato che un eventuale tributo pubblico si sarebbe dovuto tenere nella tua Montreal. E hai lanciato nell’immenso mare dell’ignoto ancora un’altra bottiglia: un libro, The Flame, il capitolo finale della tua carriera letteraria, una raccolta di poesie edite ed inedite, selezionate e ordinate nei mesi prima che te ne andassi. La raccolta verrà pubblicata l’anno prossimo, ad ottobre, ingannando così gli appuntamenti autunnali a cui non ti presenterai più, espandendo la geografia dell’attesa.

Anch’io ho ricevuto la mia bottiglia, il mio messaggio personale. Un paio di giorni fa ero a Londra, la mia città del cuore, con la mia persona preferita. Avevo da poco rivisto una delle mie migliori amiche e mangiato i dumpling più buoni della storia a Chinatown. Uscita dal ristorante, sono stata avvolta dalle luci, dalle voci e dall’incessante, rassicurante movimento di una città che non dorme e non si ferma mai, e dalla dolcezza di note conosciute. Nel mezzo di Chinatown, con in mano un gelato al tè matcha avvolto nel waffle (conoscete Bubblewrap? Se passate da Londra provatevelo, non ve ne pentirete), ho ascoltato una bellissima cover di Hallelujah, avvolgente come una coperta nel freddo pungente di una serata novembrina; una cover così appassionata e sentita da aver lasciato gli spettatori in lacrime. E lì, in quel momento perfetto, era contenuto il nostro arrivederci. So long, Leonard.

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Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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Storie di expat


Da un po’ di tempo mi interrogo sulla condizione dell’expat, per ovvie ragioni. Vivo fuori da più di sei anni, e mi ritrovo ad un punto in cui devo decidere cosa fare nel mio futuro prossimo. Nell’ambito delle mie considerazioni, mi sono resa conto, con estrema amarezza e con un certo disincantato stupore, di non avere più un posto da chiamare casa.

Qui mi sono sentita sempre di passaggio, ho visto amici traslocare, colleghi cambiare lavoro, le vite degli altri scorrere più o meno veloci, più o meno lente, e ho messo la mia un po’ in stand by.

Un paio di volte all’anno mi prende la voglia di tornare a casa. Coincide col Natale o con l’arrivo dell’estate, con la voglia di quel sole sulla pelle che qui è così difficile da reperire. Ogni rientro è caratterizzato da una sorta di sfasamento, dal vuoto spazio-temporale tra chiudere la porta di una casa e aprire la porta di un’altra, solo per percorrere con lo sguardo stanze straordinariamente familiari e al tempo stesso ormai così estranee da diventare quasi ostili: basta un libro spostato, un mobile nuovo, il giardino potato di recente per aumentare quel senso di malessere e di non appartenenza.

La vita dell’expat (quantomeno la mia) è cosi: divisa tra due mondi e due realtà diverse, scissa dal disagio profondo di non appartenere poi veramente a nessuna delle due. Ogni andata, ogni ritorno diventa un po’ come dover imparare di nuovo una lingua appresa molto tempo prima e poi dimenticata: si ha la testa sott’acqua e le parole galleggiano sulla superficie, e si cerca di afferrarle, di impadronirsi di nuovo della loro essenza, di riempirsi la bocca e le orecchie del loro suono.

Mi sono sempre detta che molto dipende dal posto, e probabilmente è così: io e Bruxelles non abbiamo mai fatto davvero amicizia, siamo rimaste due conoscenti che si guardano di sottecchi, con diffidenza. Quando torno a Londra, dove scappo appena posso, è un’altra storia: le sue strade sono piene di ricordi di una me più giovane e più leggera che vi abitava quasi danzandovi, depositaria di un futuro pieno di possibilità, succoso come le prime pesche della stagione.

Negli ultimi mesi mi sono imbattuta in due letture che hanno accompagnato e condiviso il mio stato d’animo: due storie di expat, Brooklyn di Colm Tóibín (che ho comprato a New York in quest’edizione, ma che potete trovare nella traduzione italiana di V. Vega, pubblicato da Bompiani) e Anche noi l’America di Cristina Henríquez, edito da NN nella traduzione di R. Serrai.

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Brooklyn (da cui è tratto l’omonimo film, con una bravissima Saoirse Ronan) racconta la storia di Eilis, giovane irlandese che non riesce a trovare lavoro (mal comune) ad Enniscorthy, sonnolenta cittadina nel sudest dell’Irlanda degli anni cinquanta; un’Irlanda cosparsa di uno spesso strato di malinconia per un benessere che non esiste più, un’età d’oro che sembra ormai lontanissima.

Eilis, spronata dall’adorata sorella Rose, che sogna per lei una vita migliore e orizzonti più vasti, decide di partite alla volta della grande mela.

Durante i primi mesi, la ragazza vive appunto con la testa sott’acqua: ammalata di nostalgia e di mancanza di qualcosa di indefinito e intangibile, si trascina stancamente tra giornate sempre uguali, il cuore diviso tra la Eilis di prima, la ragazza di Enniscorthy, e la nuova Eilis di Brooklyn:

“It made her feel strangely as though she were two people, one who had battled against two cold winters and many hard days in Brooklyn and fallen in love there, and the other who was her mother’s daughter, the Eilis whom everyone knew, or thought they knew.”

(Aveva la sensazione stranissima di essere due persone diverse: la prima era la ragazza che aveva combattuto due gelidi inverni e una moltitudine di giornate difficili a Brooklyn e si era innamorata lì; l’altra era la figlia di sua madre, la Eilis che tutti conoscevano, o pensavano di conoscere).

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L’amore ci mette lo zampino, nella persona di Tony, un ragazzo di origini italiane che intraprende l’ardua impresa di far amare Brooklyn a Eilis; quando la ragazza ritrova il sorriso e si sente tranquilla e sicura in una vita che le è diventata familiare, che le sembra ormai l’unica vita possibile, lo spettro della Eilis di prima la richiama bruscamente in Irlanda. Tornare a casa si rivela tristemente molto diverso dalle aspettative:

“She had put no thought into what it would be like to come home because she had expected that it would be easy; she had longed so much for the familiarity of these rooms that she had presumed she would be happy and relieved to step back into them, but, instead, on this first morning, all she could do was count the days before she went back. This made her feel strange and guilty; she curled up in the bed and closed her eyes in the hope that she might sleep.”

(Non aveva pensato a come sarebbe stato tornare a casa perché si aspettava che sarebbe stato facile; aveva desiderato così ardentemente la familiarità di quelle stanze che aveva dato per scontato che sarebbe stata contenta e sollevata di rimettervi piede; invece, nel corso della sua prima mattina a casa, non era riuscita a fare altro che contare i giorni che mancavano al suo rientro. Questo l’aveva fatta sentire strana e colpevole; si era accoccolata nel letto e aveva chiuso gli occhi, sperando di dormire).

Tony diventa un ponte che unisce e al tempo stesso separa i due mondi di Eilis, un sentimento nascosto da uno spesso strato di sensi di colpa che la ragazza non riesce a vivere nella sua interezza. Solo quando Eilis inizierà ad accettare che ci sono incontri che cambiano le persone, insinuandosi sotto la loro pelle e modificando l’idea di casa, riuscirà ad appartenere ad un posto, a farsi abitare da un luogo, a ritrovare il suo Heimat.

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Anche noi, l’America raccoglie le voci di quell’America che nessuno racconta: un Paese di invisibili, le cui vite apparentemente piccole e semplici nascondono un’epopea di rinunce, di speranze andate a male, di scommesse col destino, di sogni realizzati e sogni naufragati.

Un anonimo palazzone del Delaware nasconde un cuore pulsante di messicani, panamensi, portoricani, paraguensi: in questo non luogo, in questa periferia dell’anima sbocciano storie tra le erbacce e i calcinacci. Storie come quella di Maribel, ragazza messicana che ha subito una lesione cerebrale in seguito ad una brutta caduta ed è stata portata negli USA dai genitori per frequentare una scuola adeguata alle sue nuove necessità, e Mayor, figlio dei vicini di casa, che riesce a vedere oltre la lentezza e la diversità di Maribel: ne vede tutta la bellezza di farfalla fragile e palpitante, intrappolata sotto un bicchiere di vetro.

 Maribel con gli occhi assonnati e i capelli spettinati, seduta a gambe accavallate sul sedile, che mi volta e mi guarda. Non sarebbe stato un problema, pensai, se non mi avesse trovato. Era come aveva detto lei: per trovare una cosa prima devi perderla. Da allora in poi saremmo stati lontani migliaia di chilometri e saremmo andati aventi con le nostre vite e saremmo cresciuti e cambiati e invecchiati, ma non avremmo mai dovuto cercarci. Dentro ciascuno di noi, ne ero sicuro, c’era un posto per l’altro. Niente di ciò che era successo e niente di ciò che sarebbe mai successo avrebbe reso tutto questo meno vero.

Si cerca un posto dentro l’altro, per sentirsi più a casa, per combattere ondate di nostalgia spessa come melassa. Si mangia tamales (piatto messicano a base di pasta di mais ripiena), tacos, chicharrones (maiale o pollo fritto) finché ci sono abbastanza soldi, prima di essere costretti a passare ai discount americani e a troppi hot dog: il cibo diventa una sinfonia di appartenenza, una celebrazione della propria identità.

Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così.

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 Si passa dalla dolcezza dello spagnolo, che si scioglie in bocca come i besitos de coco (pasticcini al cocco), all’asprezza di una lingua sconosciuta, che si attacca al palato e sembra non essere in grado di tramutare esigenze, pensieri, sentimenti in frasi di senso compiuto.

‘L’inglese era una lingua così densa, contratta. Non si apriva nelle vocali come lo spagnolo. La gola aperta, la bocca aperta, i cuori aperti. In inglese i suoni sono chiusi. Cadevano a terra, con un tonfo. Eppure c’era qualcosa di maestoso.’

 Ho apprezzato moltissimo la scelta di Serrai nella traduzione del titolo (quello originale è The Book of Unknown Americans): una scelta poetica, ispirata ai versi di I, Too, Sing America di Langston Hughes; una scelta che vuole incarnare il senso di possibilità che pervade l’odissea di tutti i protagonisti del romanzo.

 I, too, sing America.

I am the darker brother.

They send me to eat in the kitchen

When company comes,

But I laugh,

And eat well,

And grow strong.

 

Tomorrow,

I’ll be at the table

When company comes.

Nobody’ll dare

Say to me,

“Eat in the kitchen,”

Then.

 

Besides,

They’ll see how beautiful I am

And be ashamed—

 

I, too, am America.

 

Si possono avere tante case, e riuscire ad amarle tutte. Si può lasciare un pezzetto di sé, della propria storia, degli incontri che le hanno regalato sfumature nuove e impensate in tutti in posti che si visitano, che si abitano. La cosa difficile è lasciarsi abitare. Perché, come scriveva Gabo nell’indimenticabile Cent’anni di solitudine, non si è di nessuna parte finché non si ha un morto sotto terra, letteralmente o allegoricamente: abitiamo un posto quando vi lasciamo scheletri di una versione di noi che non esiste più, fantasmi di amori scaduti o andati a male, briciole di progetti e di sogni.

Soundtrack: stavolta doppia, in onore alle due storie.

Cartoline dallo Hampshire, tra i luoghi di Jane Austen

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Ci sono viaggi e altri viaggi.

Ci sono viaggi che si aspettano una vita, che maturano dentro di noi prima ancora che ci avventuriamo effettivamente a percorrerne i sentieri, accarezzandone con lo sguardo ogni dettaglio.
Nel mio caso specifico, il viaggio/pellegrinaggio nei luoghi austeniani è nato come desiderio quand’ero una ragazzina introversa innamorata dei libri di zia Jane, e, tra un partita di pallone e l’altra con i miei due fratelli – che mi obbligavano a fare da portiere – leggevo e desideravo con tutta me stessa di scappare dal paesello calabrese e ritrovarmi improvvisamente nella campagna inglese.
Ci sono voluti un paio di anni, ma finalmente ho preso un treno e sono arrivata a Alton, lussureggiante paesino in mezzo al nulla, e ho macinato tre chilometri a piedi, con tanto di valigia e piumone in una giornata inaspettatamente mite e soleggiata, per arrivare a Chawton, sede del The Jane Austen’s House Museum, l’unica dimora presso la quale la Austen ha soggiornato attualmente aperta al pubblico.

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La passeggiata in mezzo al verde e alla natura, tra case residenziali e qualche sparuto ciclista, mi ha fatto pensare alle centinaia di passeggiate che Jane deve avere fatto negli stessi luoghi insieme alla sorella Cassandra, amica e confidente, magari discutendo nuovi personaggi, raccontando storie, condividendo impressioni, sorridendo delle stramberie di qualche eccentrico vicino.

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Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775, settima di otto fratelli, figlia di un pastore anglicano, George Austen, e di Cassandra Leigh, discendente di una famiglia bene della gentry inglese. La famiglia Austen è basata a Steventon, nello Hampshire. Jane e sua sorella Cassandra Elizabeth vengono mandate a studiare ad Oxford e poi a Southampton. Dopo una terribile epidemia di tifo, che quasi costa loro la vita, le due sorelle si spostano a Reading, dove frequentano la Abbey school (oggi una scuola indipendente solo femminile).
Jane viene ritirata da scuola a soli undici anni; inizia la sua carriera di lettrice avida e curiosa, indirizzata dal padre George e dai fratelli James e Henry.
All’età di vent’anni conosce l’amore, fulcro di quelli che sarebbero diventati i suoi romanzi: Tom Lefroy, nipote dei vicini e povero in canna. I due non si sposano molto probabilmente a causa delle loro difficoltà economiche: d’altro canto, se nei suoi romanzi Jane è contraria ai matrimoni d’interesse (ad esempio, in Mansfield Park, Maria Bertram sposa il ricco Mr Rushworth per i suoi soldi, e il matrimonio finisce presto e disastrosamente), è anche consapevole delle difficoltà di mettere su casa quando i mezzi sono limitati (in Ragione e sentimento, Willoughby – che resta comunque un essere spregevole – benchè invaghito della bella Marianne, la pianta senza apparente motivo per sposare una ricca ereditiera; la sorella Elinor riesce a sposare Edward Ferrars solo dopo che l’intercessione del Colonnello Brandon, eternamente innamorato di Marianne, gli consente di iniziare a esercitare la professione di pastore). La Austen riceve una proposta di matrimonio a ventisette anni da Harris Bigg-Wither: la accetta, per pentirsene la mattina dopo e annullare il fidanzamento. In sostanza, la Austen – un po’ come le sorelle Brontë, un po’ come Emily Dickinson – ha poca esperienza diretta con l’amore: nonostante ciò, lo osserva e lo studia minuziosamente per tutta la vita, con una vivacità, una passione e un calore che mi fanno pensare che la cara vecchia Jane  riunisse in sè l’indipendenza di giudizio e la lingua tagliente di Elizabeth Bennet, l’esuberante passionalità di Marianne Dashwood, la tenace costanza e la dolcezza di Anne Elliot.

Nel 1800, il pastore Austen decide di andare in pensione e spostare la famiglia a Bath. Jane è estremamente rattristata da questo cambiamento: le manca il verde del suo Hampshire, in mezzo al quale, appena ventenne, è riuscita a scrivere la prima bozza di Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio.
A Bath Jane smette di scrivere; per questo motivo, a posteriori, sono soddisfatta della mia scelta di iniziare il pellegrinaggio austeniano da Chawton e non da Bath, seppure quest’ultima resti la città simbolo di Jane Austen e ospiti ogni anno il festival a lei dedicato. Gli anni a Bath le servono tuttavia a osservare, a effettuare uno studio profondo di una società più ampia e diversificata di quella con la quale doveva essere a contatto a Steventon: l’eco dei suoi anni a Bath risuona forte e chiaro in Northanger Abbey, ironica revisitazione della devozione al romanzo gotico tanto à la mode tra le fanciulle dell’epoca, tra cui l’ingenua Catherine Morland, che troppo spesso confonde I pettegolezzi delle terme e della Pump room coi misteri di Udolpho. Anche Anne Elliot, la timida, sensibile protagonista di Persuasione, si fa portavoce dell’insofferenza della Austen nei confronti di Bath e della sua società.
La morte del pastore Austen lascia le sue donne in gravi difficoltà finanziarie: nell’impossibilità di mantenersi a Bath, si trasferiscono a Southampton, città nella quale Jane non riesce ad essere felice.
Le cose cambiano quando il fratello Henry, per complicate questioni di eredità (e i fan di Downton Abbey riconosceranno facilmente quanto sia complicato rintracciare cugini di terzo grado mai visti in vita propria per assicurarsi un erede), si ritrova improvvisamente benestante e in grado di assicurare alla madre e alle sorelle un cottage a Chawton, non lontano dal paese natale della Austen. È facile immaginare la gioia di Jane nel tornare nel suo amatissimo Hampshire, insieme alla madre, alla sorella e alla fida amica Martha Lloyd (grazie alla quale ci rimane una raccolta di ricette usate a Chawton, che sono poi state pubblicate da Peggy Hickman nel suo A Jane Austen Household Book e da Maggie Black e Deirdre Le Faye in The Jane Austen Cookbook).
Gli anni di Chawton sono anni felici per Jane, e Martha e Cassandra le permettono di dedicare le mattinate alla sua scrittura. Jane scrive con una penna d’oca (ci ho provato io e credetemi, non è per niente facile), china su un minuscolo tavolino.

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Essere nella stessa stanza in cui Jane ha scritto Emma, Northanger Abbey e The Elliots (poi Persuasion), immaginandola avvolta in uno scialle per difendersi dal freddo, una cuffietta in testa, piegata su se stessa, intenta a dar voce a un mondo a lungo osservato con avida e vivace curiosità negli anni a Steventon e poi a Bath, dipingendo un’intricata ragnatela di delicati, fragilissimi sentimenti appena conosciuti in prima persona, probabilmente soffocati sul nascere, ha gettato una luce diversa, più intima e più profonda, sulla mia fantasia di lettrice popolata dai vari Mr Darcy e Knightley, Emma e Elizabeth Bennet, Anne Elliot e Mr Collins, Wenthworth e Marianne Dashwood.

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Admiral’s room
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Stola ricamata da Jane Austen
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Vestito probabilmente appartenuto a Jane Austen

Il cottage delle Austen a Chawton è una casa semplice, costituita da un dining parlour (sala da pranzo), dove si consumavano i pasti e si preparavano direttamente caffè e tè, tenuto sotto chiave in quanto molto costoso; una drawing room (salotto), dove le donne di casa Austen si riunivano dopo cena per leggere, chiacchierare, cucire o ricamare (Jane eccelleva anche nel ricamo; una delle sue creazioni, una stola bianca, è esposta a Chawton); l’Admiral room, destinata agli ospiti e alle visite dei fratelli; la stanza da letto della madre; la cameretta che Jane divideva con Cassandra, anche questa piccola e semplice, dove attualmente troneggia una replica del letto usato dalle due sorelle; una dressing room, una sorta di spogliatoio probabilmente adibito anche a camera da letto per bambini in visita/servitori; una cucina e una bakeroom esterna, destinata alla produzione di pane e torte.

Stanza da letto di Jane e Cassandra
Stanza da letto di Jane e Cassandra
Dining room
Dining room

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Cucina
Scrivania del padre di Jane Austen
Scrivania del padre di Jane Austen

La casa museo ospita attualmente una mostra dei costumi usati per l’adattamento di Emma a cura della BBC (2009).

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L’intero cottage trasmette l’idea di una vita semplice, intima e raccolta, condivisa da Jane con poche persone, in mezzo al verde della campagna inglese. Una vita che spesso doveva essere anche solitaria e priva di stimoli esterni, cosa che rende ancora più incredibile la capacità della Austen di descrivere e rappresentare quadri di una società ampia e variegata, che non sfuggivano al vaglio del suo spirito critico e della sua ineguagliabile, arguta, elegante ironia. Forse lo stile di vita che più si avvicina a quello della Austen è quello descritto in Emma: l’omonima protagonista, benchè indubbiamente più benestante di Jane, vive una vita alquanto chiusa e raccolta per soddisfare I capricci dell’anziano padre, irritabile e ipocondriaco.

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Parlando di malattia, la salute non arride a lungo alla Austen: debole e malaticcia, nel maggio 1817 lascia il suo amatissimo cottage a Chawton e si trasferisce a Winchester, per essere più vicina al suo dottore, stabilendosi al numero 8 di College Street. Si spegne il 18 luglio dello stesso anno, sul grembo della sorella Cassandra, lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Sanditon.
Le sue ultime parole sono state God grant me patience. Pray for me. Oh pray for me (che il Signore mi conceda di essere paziente. Pregate per me, pregate per me).
Viene sepolta nella cattedrale di Winchester, che tanto ammirava. Ben pochi, a parte I familiari più stretti, sono consapevoli di aver detto addio ad una grande scrittrice: la sua stessa lapide all’interno della Cattedrale non ne fa cenno, sottolineando invece le numerose virtù di Jane, la sua dolcezza, la sua pazienza, la sua benevolenza, la sua fede. Solo quattro persone assistono al funerale della Austen: tre dei suoi fratelli e il nipote Edward. Se ne va in silenzio, così come ha vissuto, lasciando un’eredità di sei romanzi, destinati ad occupare un posto di rilievo nella letteratura mondiale.

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Tuttavia, mano a mano, la sua fama inizia a crescere; sempre più persone visitano la sua tomba, tanto che nel 1850 un sagrestano si domanda cos’abbia di speciale quella semplice lapide, cosa ci sia di speciale nel nome inciso sul marmo.
Nel 1870 il nipote Edward scrive un memoir dedicato alla zia; grazie ai proventi, fa istallare accanto alla lapide una targa commemorativa d’ottone, che la celebra come la grande scrittrice che è stata: Jane Austen, known to many by her writings, da molti conosciuta per I suoi scritti.
L’iscrizione sulla lapide termina con un proverbio biblico (31:26): She openeth her mouth with wisdom; and in her tongue is the law of kindness (Parlava con saggezza, e la sua lingua era governata dalla gentilezza).

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Winchester, oltre ad ospitare le spoglie di Jane Austen, è una cittadina deliziosa, piena di storia: colonizzata dai Romani, è stata capitale dell’Inghilterra dall’871 al XIII secolo circa. Oltre alla bellissima cattedrale (XI secolo), ospita le spoglie di un castello medievale, all’interno delle quali si trova quella che, secondo la leggenda, è la tavola rotonda di Re Artù.

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Dopo un giro nello Hampshire, una sosta a Londra è d’obbligo: io ho usato la mia per visitare la British Library e innamorarmi della libreria al suo interno, fornitissima e piena di curiosità capaci di soddisfare ogni lit-nerd che si rispetti. Se passate dalla British Library, fate una sosta anche al negozio temporaneo dedicato all’anniversario di Alice nel Paese delle Meraviglie: la mostra dedicata al capolavoro di Carroll inizierà il 20 novembre e durerà fino ad aprile 2016.

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King's Cross
King’s Cross
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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop

Non ne avete ancora abbastanza? Vi lascio con una ricettina rinfrescante: la ginger beer (birra allo zenzero) di Martha Lloyd (tratta da Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler).

Ingredienti:
1.75 l di acqua naturale
225 g di zollette di zucchero
40 g di radice di zenzero, pulita e grattuggiata
1 limone a fette
1 cucchiaino di cremor tartaro
2 cucchiani di zenzero in polvere (facoltativo)
1 cucchiaino di lievito di birra

Procedimento:
Bollite lo zucchero nell’acqua fino allo scioglimento. Lasciate raffreddare, aggiungete lo zenzero, il limone e il cremor tartaro (e lo zenzero in polvere, se preferite usarlo). Mescolate e lasciate raffreddare. Aggiungete il lievito, coprite il tutto e lasciate riposare per una notte.
Soundtrack: Kathy’s song, Simon and Garfunkel (to England, where my heart lies)