The Ophelinha Gazette#3 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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È  stata una delle settimane più lunghe della storia (credo di non dormire da 48 ore). Ma non si può saltare un numero della Gazzetta quando Harper Lee decide (di sua spontanea volontà?) di fare un graditissimo quanto inaspettato (e leggermente sospetto) ritorno.

Che poi la cosa strana è che abbiamo parlato de Il buio oltre la siepe appena una settimana fa a casa di Holden (probabilmente il suo The Quoted American ha qualche potere evocativo che sfugge all’umana comprensione).

Bando alle ciance, che lo Chablis è quasi finito e i link da spulciare sono tanti. Buon fine settimana di palle di neve (leggo che anche il Bel Paese ha ricevuto una spolverata: così capirete cosa significa vivere Su Al Nord).

1. Il ritorno di Harper Lee, annunciato dalla Associated Press, ha risvegliato l’entusiasmo di orde di fan di Atticus Finch e della giovane Scout Louise. Quante volte capita che una scrittrice del calibro della Lee torni alla carica, 55 anni dopo la pubblicazione di un classico senza tempo come Il buio oltre la siepe, con un romanzo scritto prima del suo best seller? Il titolo, Go set a Watchman, è di per sé evocativo: potrebbe alludere alla celeberrima scena in cui Atticus passa la notte sotto la cella di Tom, l’uomo di colore che ha deciso di difendere in tribunale, per evitare che venga linciato dalla folla inferocita; o potrebbe alludere a Boo Radley, il taciturno, invisibile vicino di casa (oltre la siepe, appunto) che salva la vita a Scout. Tuttavia, qualche ora dopo gli entusiasmi vengono smorzati da articoli allarmisti che gridano al complotto: l’editor della Lee, in un’intervista rilasciata a Vulture, dichiara di non aver mai avuto tra le mani questa sorta di prequel, che vedrebbe come protagonista Scout adulta; inoltre, la Lee sarebbe praticamente cieca e sorda e soffrirebbe di frequenti vuoti di memoria, e il manoscritto sarebbe stato ritrovato dalla sua legale, Tonja Carter, appena tre mesi dopo la morte della sorella Alice (su Jezebel), strenua paladina della privacy di casa Lee (anche a causa del carattere semi-autobiografico de Il buio oltre la siepe). BuzzFeed Books raccoglie in un articolo gli elementi più controversi del ritorno della Lee. Non so voi, ma io sarò tra quelli che pre-ordineranno il libro e attenderanno con ansia il 14 Luglio (data annunciata dalla Harper Collins per la sua pubblicazione).

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2. Siete veri book nerd? Scopritelo grazie a questo test.

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3. Dato che l’11 Febbraio ricorre l’anniversario della scomparsa della mia amatissima Sylvia (Plath: trovate un estratto dei suoi diari qui e un po’ di cenni biografici qui), vi propongo una riflessione sui “nessi infami” tra genialità e suicidio in chiave femminile (su Oubliette magazine).

sylvia-plath14.  Angolo Joan Didion:

– un articolo di Ho un libro in testa su Joan Didion e i social media;
– Joan Didion sulla nostra beneamata The Paris Review;
– una magistrale recensione di Prendila così dell’ottima McMusa;
– L’anno del pensiero magico secondo Tegamini.

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5. Si, San Valentino è solo un’operazione commerciale, come direbbe Bridget Jones, e, diciamocela tutta,  pure abbastanza fastidiosa. Ma, se potessimo regalare/ricevere tre copie vintage de The Paris Review sarebbe un po’ meglio, no? (Purtroppo consegnano solo ai fortunati che vivono negli USA…)

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6. Una bellissima lettera d’amore vintage indirizzata..ai libri. Su Brain Pickings, ovviamente

A Vintage Illustrated Love Letter to Books: What They Are, How They’re Made, and Why They Matter to Us, Maria Popova

Che sia un fine settimana di vin chaud e parole leggere.

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The Ophelinha Gazette#1 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Non so voi, ma io non riesco mai a leggere tutto quello che vorrei.

Non solo in termini di libri, ma in termini di post e articoli. A volte mi sento letteralmente annaspare in un oceano di informazioni, e mi metto a salvare link sul telefono, tra i preferiti del PC, sul reader come se non ci fosse un domani.

Di qui la – brillante, ça va sans dire – idea di raccogliere tutti gli articoli nerd letterari – e non –  su un bel foglio Word – qui siamo molto tecnologici –  e proporveli sotto forma di gazzettino.

Essendo però allergica alle scadenze – da queste parti ce ne sono fin troppe, a partire dalla sveglia che suona troppo presto – anche questa rubrica avrà un andamento altalenante e capriccioso. Ma tornerà, promesso (e io mantengo sempre le promesse)

Godetevi la – lunga – lettura, e buon weekend.

*******************

1) Vi ricordate il famoso To Zelda, once again di Fitzgerald? Beh, dimenticatevelo. Ecco sette dediche in cui gli autori si vendicano di torti subiti e rifiuti

7 Book Dedications that Basically Say “Screw You, Mental Floss, Anita Okrent

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2) Una bellissima definizione di amore del commediografo Tom Stoppard, da quella vera e propria miniera d’oro che è Brain Pickings di Maria Popova

The Greatest Definition of Love

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3) Un ritratto di DFW come popolare – sebbene irrequieto -professore aggiunto presso l’Emerson College a Boston, dal blog della celeberrima The Paris Review

When David Foster Wallace Taught Paul Thomas Anderson, Dan Piepenbring

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4) L’inaugurazione della mostra Klein/Fontana, curata da Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, sul sito della Fondazione Fontana

5) Un post per conoscere meglio Fontana, dal blog Lettere a Theo – L’Arte nelle parole degli artisti

Fontana: “…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao…”

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6) Il post della sempre ottima Alessandra di Una Lettrice con la segnalazione della mostra

Klein Fontana, Milano Parigi, 1957-1962 Electa, 2014

7) Una curiosa galleria di Rai letteratura sulle fobie di alcuni tra I più grandi scrittori

Le vite segrete dei grandi scrittori

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8) Un vecchio post dal blog Sweet Mother, che vado a rileggere ogni volta che ho la tentazione di cancellare una buona metà dei post del mio blog o di chiuderlo per sempre. O ogni volta che pubblico qualcosa e poi mi alzo la notte a rileggerla, contemplando la possibilità di cancellarla/riscriverla tutta (si, succede ogno volta, a ogni post)

Did my post suck today?

9) Dieci citazioni motivazionali di Murakami, da leggere preferibilmente il lunedi’ mattina o quando si è in preda ai mean reds (sarebbero tipo le giornate no; vi ricordate la scena di Breakfast at Tiffany’s?)

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Carpe Diem: 10 Haruki Murakami Quotes to Make the Most of Today

10) Un articolo bello, ma veramente bello sulle difficoltà di Kubrick di adattare Lolita di Nabokov per gli schermi cinematografici (e sul perché ‘il remake del 1997 faccia schifo)

Nabokov and the Movies, John Colapinto

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11) Un’infografica interattiva di Open Culture sulla routine quotidiana di famosi geniacci creativi

The Daily Routines of Famous Creative People, Presented in an Interactive Infographic

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12) Houllebecq come se piovesse.

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– Una recensione molto esaustiva, segnalatami dall’ottimo Michele Orti Manara, per gli amici nepente

Sottomettiti e sarai felice, Vincenzo Latronico, su Rivista studio

– Un articolo un po’ controverso sul Telegraph

Michel Houellebecq’s Soumission: ‘More prescient than provocative’

– E un’apologia su The Paris Review

Scare Tactics: Michel Houellebecq Defends His Controversial New Book

Questo è tutto per la prima edizione. Se volete segnalarmi post/articoli/saggi nerd e interessanti, fatelo pure, non potrà che farmi piacere, a mezzo mail, social media, piccioni viaggiatori o Edwige, la mia civetta bianca di Hogwarts.

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La pace delle cose selvagge: perché tradurre le poesie di Berry è un imperativo morale

wendellberryAlla fine del 2014 ho scoperto lo scrittore americano Wendell Berry, e l’ultimo libro dell’anno per me è stato il suo intenso Hannah Coulter. Innamorarsi di uno scrittore, come ogni infatuazione, richiede una buona dose di irrazionalità, un cuore aperto, una dose immensa di curiosità, una sete inestinguibile di conoscerlo meglio.

Come accade per ogni infatuazione che si rispetti, bisogna leggere qualcosa di suo ogni giorno, sentire il suono della sua voce mentre legge qualcosa che ha scritto, cercare vecchie interviste e articoli su di lui, promettere a se stessi di leggere tutto quello che ha scritto.

E Berry è a many splendored thing, per dirla con Han Suyin. Ha inventato una cittadine fittizia nel Kentucky, Port William, dove sono ambientati Hannah Coulter e Storia della vita di Jayber Crow, barbiere, membro della comunità di Port William, scritta da lui medesimo, entrambi pubblicati in Italia dai simpaticoni di Lindau nella collana Senza frontiere.

Per Berry, l’agricoltura è la vera base dell’economia americana tutta, il pilastro sul quale è stata fondata e che sostiene il sistema. In diversi saggi, come quelli della raccolta The Unsettling of America: Culture and Agriculture, Berry critica con veemenza la politica agricola statunitense, che promuove sovrapproduzione, inquinamento, erosione del suolo.

Leon V. Driskell, che ha contribuito al Dictionary of Literary Biography, ha definito The Unsettling of America

an apocalyptic book that places in bold relief the ecological and environmental problems of the American nation

(un libro apocalittico che mette coraggiosamente in rilievo i problemi ecologici ed ambientali della nazione americana).

Un’altra sua raccolta di saggi, Recollected Essays, 1965-1980, è stata paragonata da diversi critici a Walden di Thoureau. Charles Hudson, in un articolo pubblicato nella Georgian Review, ha scritto che

like Thoreau, one of Berry’s fundamental concerns is working out a basis for living a principled life. And like Thoreau, in his quest for principles Berry has chosen to simplify his life, and much of what he writes about is what has attended this simplification, as well as a criticism of modern society from the standpoint of this simplicity

(come per Thoureau, anche nel caso di Berry una delle preoccupazioni fondamentali era trovare un modo per vivere una vita di princìpi. E, come Thoureau, Berry, nella sua ricerca di princìpi, ha scelto di semplificarsi la vita. Molto di quello che scrive riguarda la conquista di questa semplicità, e, al tempo stesso, la critica della società moderna partendo dal punto di vista della semplicità stessa).

Ma Wendell non è solo uno scrittore, un saggista, docente presso le università di Stanford, Georgetown College, NYU, Cincinnati, Bucknell, Kentucky (la sua Alma Mater): Wendell è un grande poeta, che celebra nei suoi versi la vita bucolica, l’alternarsi delle stagioni, la famiglia, la natura in tutti i suoi aspetti, specie quello spirituale, la vita delle piccole comunità locali, il ritmo dolce e melodico della vita della fattoria, lo scorrere gentile del tempo.

Nella sua recensione a Collected Poems, 1957-1982, David Ray del New York Times Book Review ha scritto che

(Berry)…can be said to have returned American poetry to a Wordsworthian clarity of purpose. … There are times when we might think he is returning us to the simplicities of John Clare or the crustiness of Robert Frost. … But, as with every major poet, passages in which style threatens to become a voice of its own suddenly give way, like the sound of chopping in a murmurous forest, to lines of power and memorable resonance. Many of Mr. Berry’s short poems are as fine as any written in our time.

(si può dire che Berry abbia fatto tornare la poesia americana a quella chiarezza di intenti che era caratteristica di Wordsworth… Ci sono momenti in cui pare quasi che stia tornando alla semplicità di John Clare o all’asprezza di Robert Frost… ma, come accade con ogni grande poeta, alcuni passaggi in cui lo stile minaccia di prendere il sopravvento lasciano improvvisamente spazio, come il suono della legna tagliata a pezzi in una foresta piena di sussurri, a versi pieni di potere, di risonanza memorabile. Berry ha scritto alcune delle poesie brevi più belle dei nostri tempi).

Purtroppo, le poesie di Berry non sono state (finora) tradotte in Italiano, privando i suoi lettori della musicalità dei suoi versi, della bellezza semplice e poco pretenziosa delle immagini che prendono vita tra le strofe.

Edizioni Lindau ha annunciato su Twitter, qualche giorno fa, la prossima pubblicazione di un’altra opera di Berry, che rimane tuttora top secret, lanciando l’hashtag #TotoBerry.

Nella speranza che qualcuno raccolga la sfida, che poi è un imperativo morale, e pubblichi una traduzione delle sue poesie (si, amici di Lindau, vi sto facendo l’occhiolino), vi propongo una mia modestissima traduzione di una della poesie che preferisco, The peace of wild things (La pace della cose selvagge).

When despair for the world grows in me

and I wake in the middle of the night at the least sound

in fear of what my life and my children’s lives may be,

I go and lie down where the wood drake

rests in his beauty on the water, and the great heron feeds.

I come into the peace of wild things

who do not tax their lives with forethought

of grief. I come into the presence of still water.

And I feel above me the day-blind stars

waiting for their light. For a time

I rest in the grace of the world, and am free.

Wendell Berry, “The Peace of Wild Things” from The Selected Poems of Wendell Berry. Copyright © 1998. Published and reprinted by arrangement with Counterpoint Press.
Source: Collected Poems 1957-1982 (Counterpoint Press, 1985)

Quando ho il cuore pieno di disperazione per lo stato del mondo

e mi sveglio nel cuore della notte al minimo rumore

paventando quello che potrebbe accadere a mia moglie, ai miei figli

vado a sdraiarmi lì dove il maschio dell’anatra

riposa nell’acqua in tutta la sua bellezza, e l’airone azzurro si nutre.

Mi addentro nella pace delle cose selvagge

che non caricano la loro esistenza di premonizioni

di sofferenza. Raggiungo l’acqua immobile.

E avverto sopra di me le stelle, pallide e cieche durante il giorno,

in attesa di venire accese. Per un istante,

riposo nella grazia del mondo, e sono libero.

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Mappa di Port William dal sito http://www.wendellberrybooks.com/index.html

 

La versione di Barney

Before his brain began to shrink, Barney Panofsky clung to two cherished beliefs: life was absurd, and nobody ever truly understood anybody else. Not a comforting philosophy, and one I certainly don’t subscribe to.

(Barney’s version, Mordecai Richler, First Vintage book editions, 2010)

Barney

 

Verità e finzione sono separate da un filo rosso, sottilissimo.

Realtà, menzogna, fatti, abbellimenti, onestà intellettuale, umori e rumori, come le cose sono andate effettivamente, come avremmo voluto che andassero: tutto diventa liquido nella memoria, camaleontico nella narrazione di fatti del passato; narrazione che si adegua al momento, al narratore e all’interlocutore, al termometro del cuore, all’umore dei ricordi. Ed è difficile trovare due narrazioni dello stesso evento perfettamente identiche: un punto, uno snodo, un incrocio, una sfumatura, e l’equilibrio risulta alterato.

Qual è il prezzo della verità? E soprattutto, dove finisce la verità e inizia la finzione, la bugia, l’inganno, gradazioni stonate dell’altra faccia della medaglia (mezze bugie, mezze verità, bugie bianche, bugie a fin di bene, reato di omissione)?

Tutte queste domande, tutte queste riflessioni dovevano affollare la mente di Barney Panofsky, protagonista del celeberrimo romanzo di Mordecai Richler, una sorta di Bildungsroman senza eroe.

Barney è Barney, tautologicamente, semplicemente. Ha un talento mediocre, che investe nell’import/export più o meno legale, poi nella produzione di paccottiglia televisiva di serie D (non per niente la sua società si chiama Totally Unnecessary Production).

Barney beve scotch dalle undici del mattino e fuma Montecristo, se ne infischia dell’opinione altrui, va avanti nella vita a gomitate.

Barney sposa – per motivi che non stanno in piedi – Clara, un’artista inquieta e depressa che dipinge satiri orgiastici e scrive poesie femministe. Clara aspetta un bambino che non è di Barney e muore suicida dopo che lui la lascia, a causa di un cablogramma con un invito a cena che non gli è mai pervenuto, le pietanze a scomporsi sul tavolo, Clara con gli occhi aperti sul letto a diventare sempre più bianca, sempre più blu (di quello stesso colore che immagino avesse la pelle  traslucente di Julie nel racconto di DFW Little expressionless animals).

Poi sposa la seconda signora Panofsky, una donna volgare che puzza di soldi e della pagine di libri appena stampati che ordina en masse per renderli soggetto di appassionanti disquisizioni durante le sue soirée mondane.

Barney manda tutto a rotoli, fa le scelte sbagliate, rovina le persone che tocca. E poi si innamora.

Essendo Barney, si innamora nel momento più sbagliato. Vede, durante la festa per il suo matrimonio con la seconda signora Panofsky, una creatura aggraziata e diafana, luminosa, dai capelli corvini e dagli occhi lacustri: Miriam, his heart’s desire. Ed è amore a prima, ultima, eterna vista, come direbbe Nabokov.

La sua è una storia di terze chance: Barney segue Miriam, sotto la pioggia, abbandonando la sua festa nuziale, fino al vagone del treno in cui lei legge Goodbye, Columbus di Roth. E aspetta.

(Quanto si può sbagliare, prima di imboccare la strada giusta?)

Barney continua a seguire Miriam, finchè lei acconsente ad un appuntamento  – dopo il divorzio di lui – al quale il nostro eroe si presenta nervosissimo e ubriaco fradicio. Miriam deve accompagnarlo in stanza, aspettarlo mentre vomita, aiutarlo a mettersi a letto.

Quando Barney si sveglia, Miriam è ancora lì, le gambe snelle incrociate, a leggere Rabbit, run.

E questo è quello che si dicono, e io lo trovo bellissimo:

Barney: What if I had stayed on that train?

Miriam: If only you knew how much I wanted you to.

Barney: You did?

Miriam: I had my hair done this morning, and I bought this outfit especially for lunch, and you never once said that I looked nice.

Barney: No. Yes. Honestly, you look wonderful.

Desideri inespressi che si incrociano, sillogismi perfetti. Ogni storia d’amore che si rispetti è una storia di fantasmi (D.T. Max e DFW docent). Ogni storia d’amore che si rispetti è assurda, ed è fatta insieme di minuscoli pezzettini, di attimi di per sé senza senso, tenuti insieme dal filo sottile del desiderio, e della speranza, e dell’incoscienza. Ogni storia d’amore  che si rispetti è incosciente, incoerente. Quella di Miriam e Barney lo è.

Miriam chiede a Barney di non mentirle, mai (è un filo sottile, così sottile).

Barney ha un amico, Boogie, con cui ha una relazione un po’ ambigua: lo idolatra, lo imita, gli salva la pellaccia un paio di volte, lo porta con sé nel suo cottage in campagna per aiutarlo a disintossicarsi.

Qui Barney lo trova a letto con la seconda signora Panofsky (comodo, per Barney, che non anela altro che a Miriam, his heart’s desire).

Barney chiede a Boogie di testimoniare contro sua moglie, per usare l’adulterio come strumento di libertà, della sua libertà.

Boogie prende la faccenda molto scherzosamente: provoca, insulta, insiste nell’andarsi a fare un bagno nel lago ubriaco fradicio.

Barney spara un colpo in aria col revolver regalatogli da suo padre. Boogie si va a tuffare, con tanto di pinne e occhiali. Barney collassa sul divano, ubriaco. Boogie muore. O forse no, forse sta semplicemente giocando uno dei suoi tiri mancini, uno di quelli descritti nei suoi racconti, e se n’è semplicemente andato via, cambiando identità, giocando a Barney il suo ultimo, estremo tiro mancino.

Questa è la versione di Barney, che continua a ripetere incessantemente fino a quando l’Alzheimer obnubila quasi del tutto le sue capacità di intendere e volere, quando perfino sua figlia Kate inizia a ritenerlo colpevole, quando sembra colpevole senza ombra di dubbio.

Quando si scopre malato, Barney decide di fissare le sue sfuggenti memorie scrivendole, per fornire la sua versione dei fatti. Perché non importano le versioni degli altri, la loro percezione di lui e della realtà: quello che conta è la sua versione, è la scelta di dire la verità, perché è più facile da ricordare quando si sta dimenticando tutto il resto, quando gli anni scivolano come sabbia finissima e bianchissima tra le dita.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, gli creda. E non importa quante balle Barney abbia raccontato al momento giusto, perché a lei ha sempre promesso la verità, anche nel momento più sbagliato, anche quando significa perderla a seguito di una squallida, insignificante scappatella da quattro soldi con una soi-disant attricetta di serie D.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, che ha sposato un borioso professore hippie, gli creda a tal punto da acconsentire a riposare per sempre accanto a lui, nella tomba comune che Barney aveva comprato quando lei stava già scappandogli dalle mani, ma tutto sembrava ancora possibile. Miriam gli riposerà accanto, con un semplice

yes. That’s how it should be.

Deve essere così, e non può essere altrimenti.

Quello che conta è che, quando tutti lo ritengono colpevole, esca fuori che un Canadair, immergendosi nel lago, abbia trascinato con sé Boogie, che sarebbe poi morto nella caduta.

Quello che conta è dire balle al momento giusto e dire la verità, che è più facile da ricordare, nell’unico momento sbagliato, ma rimanere fedeli alla propria versione dei fatti e di se stessi, sempre.

Quello che conta è che, anche se tutte vorremmo essere Miriam, in ognuno di noi c’è un Barney. Un Barney che beve ed impreca, politicamente incorretto, che sbaglia e non smette mai di credere di poter smetter di sbagliare. Un Barney che è un third chancer e si innamora nel momento più sbagliato di qualcuno che  – razionalmente, freddamente, lucidamente – non potrebbe avere.

Un Barney che teme la φθόνος θεῶν (fthònos theòn), l’invidia degli dei, desiderosi di vendicarsi delle sue terze possibilità, invidiosi del fatto che sia riuscito a conquistare il desiderio del suo cuore, Miriam, bella e meravigliosamente spontanea, priva di pregiudizi, paladina della verità.

Quello che conta è avere sempre e comunque la propria storia  – la propria versione – da raccontare, fino alla fine, come hell or high water, costi quel che costi.

Quello che conta è non smettere di ritrovarsi anche quando si è totalmente persi, continuare a scommettere su se stessi anche quando si sono esaurite tutte le carte in tavola, senza assi nella manica, senza poter più bluffare.

Quello che conta è vivere, vivere secondo la propria versione di sé, ed inseguire i desideri del cuore.

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#socialbookday, una giornata all’insegna dell’amore per la lettura

 
 
 
 
 
 
 
Gli amici di Libreriamo hanno lanciato un’iniziativa bella nella sua spontaneità e semplicità: una giornata dedicata all’amore per la lettura e per i libri, consacrata dall’hashtag#socialbookday.

In una società in cui (apparentemente) nessuno legge più, o nessuno compra più libri, qual è il peso ponderato della lettura? Qual è lo spazio che occupa nel nostro quotidiano?

 

Un po’ di giorni fa, parlando di The Bell Jar (La campana di vetro) di Sylvia Plath si parlava di cosa rende un libro “bello”. Vi ripropongo la riflessione:

 

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate
la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sua percezione del libro stesso.

Ma, fatti i libri, bisogna fare i lettori. Per me la lettura rimane una delle esperienze piu’ intime e personali, difficilmente condivisibili. Ogni lettore ha una sua esperienza, una sua storia, un suo percorso che l’ha portato ad amare un genere invece di un altro.

La mia storia da lettrice è molto semplice: un’esposizione alla lettura precoce e precocemente bovaristica 😉

Da piccola ho passato molto tempo con mia madre, costretta a casa da una gravidanza difficile. Tra un gioco e l’altro, mi raccontava storie. Mi leggeva storie. Mi faceva vedere i suoi libri. Me li faceva sistemare a mio capriccio.

Mi faceva vedere i suoi libri di scuola, i suoi quaderni, i suoi diari, qualche storia abbozzata quand’era ragazzina.

Si è aperto cosi’ un mondo nuovo per me, un mondo di possibilita’ infinite. Mia madre è tornata a lavorare, ma io avevo ormai scoperto la magia delle parole.

Le mie prime letture sono state molto…eclettiche ;): Il mago di Oz e Love Story, La piccola principessa e le poesie di Prevert, Pollyanna e il Diario de un poeta recien casado di Jimenez, Piccole donne e Cime tempestose.

Mi affascinava la poesia, quel suo essere fluida, sfuggente, piena di sottintesi e di immagini.

Mi piacevano le rime, mi piaceva imparare le poesie a memoria, recitarle mentre giocavo, o quando non riuscivo ad addormentarmi.

Mia madre adorava Leopardi,e  io piangevo sul triste destino di Silvia (anche se mi era piuttosto oscuro). Lei mi raccontava del pessimismo energico, eroico di leopardi, che poi avrei scoperto ne La protesta di Walter Binni.

E poi c’era lui, IL LIBRO. Un’antologia che mia madre aveva usato da studentessa, Diverse voci (purtroppo non ricordo la casa editrice).

Aveva una copertina blu petrolio, le pagine ingiallite, un odore che mi faceva impazzire. Amavo leggere e rileggere i versi prima dell’introduzione (che poi avrei scoperto essere tratti dal Paradiso di Dante):

 

Diverse voci fanno dolci note;

cosí diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

(PARADISO – CANTO SESTO vv. 121 e segg.)

 

Tutte quelle poesie – Signorina Felicita ovvero la felicita’ di Gozzano, La pioggia nel pineto di D’Annunzio, Funere mersit acerbo e Pianto antico di Carducci. Non capivo la meta’ delle cose che leggevo, ma quelle parole, quei versi mi incantavano.

Poi c’era la mia preferita, La tessitrice di Pascoli. La trovavo cosi’ drammaticamente bella. Il passo da li’ a Emma Bovary è stato facile J

 

Mi son seduto su la panchetta

come una volta … quanti anni fa?

Ella, come una volta, s’e’ stretta

su la panchetta.

E non il suono d’una parola;

solo un sorriso tutto pieta’.

La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d’un cenno muto:

Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a se’.

Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perche’ non suona

dunque l’arguto pettine piu’?

Ella mi fissa timida e buona:

Perche’ non suona?

E piange, piange — Mio dolce amore,

non t’hanno detto? non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Si’, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come, non so:

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormiro’. —

 

 

Diverse voci è stata anche responsabile della mia infatuazione per il teatro, dopo la memorizzazione del monologo di Mirandolina in La locandiera:

 

Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s’abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

 

Ci sono stati tanti altri libri, tante altre storie, tante altre poesie. Ma nessuno ha mai eguagliato il mistero, la magia, il fascino, l’incanto di quelle parole, di quei versi e di quelle storie che hanno creato me, lettrice.
 

 

 

 

The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

To the person in the bell jar, blank and stopped as a dead baby, the world itself is the bad dream.
Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sue percezione del libro stesso.

Tutto questo per raccontarvi come The Bell Jar, unico romanzo (semi-autobiografico) pubblicato in vita dalla poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath (si, lo ammetto: sono nel mio periodo Sylvia, e basta leggere qui e qui per averne conferma) mi ha fatto sentire.
Dimenticatevi belletti e rouge à levres, inopportunamente suggeriti dalla copertina dell’edizione Faber e Faber per il cinquantesimo del romanzo (incidentalmente, una delle copertine meno riuscite della storia della letteratura): The Bell Jar è asfissiante. Soffocante. Crudo. Brutale.

The Bell Jar è la somma di tutti quei giorni sempre uguali, alla fine dei quali ci si guarda allo specchio attoniti, perché non ci si riconosce più. È quella stretta al cuore, quel macigno sullo stomaco, quell’impossibilità di respirare che pervade coloro che si sentono persi, che non sanno più che strada prendere, che covano in sé il germe di una lacerante tristezza, di un desiderio sfumato, di un sogno sfuggito tra le dita. È la storia di tutti coloro che si ritrovano rinchiusi in una vita che non gli appartiene, che non sentono come propria, che vorrebbero cambiare con tutto il cuore: ma non sanno come farlo, e si abbandonano all’apatia, all’inettitudine, nascondendosi sotto il piumone e sperando che il mondo si dimentichi della loro esistenza, o, quantomeno, non noti la loro assenza.
The Bell Jar parla di depressione: una malattia del corpo e dell’anima che è un po’ il male del secolo, ma vissuta ancora come uno stigma, oppressi da quella vergogna che impedisce di chiedere aiuto, in un mondo in cui l’apparenza e i social network e i selfie e la condivisione creano l’illusione di vite frenetiche, mondane, vissute al massimo da persone che hanno tutto e vogliono metterlo in mostra.
Io credo che Sylvia Plath non l’avrebbe mai fatto, ecco: se fosse viva adesso, se stesse affrontando il suo dramma e i suoi demoni neri adesso, non abbellirebbe la sua storia. Forse si farebbe qualche autoscatto, chè nonostante il rapporto difficilissimo con il suo corpo la fanciulla era bella, e sapeva di esserlo, ed era anche un po’ vanitosa.

A conferma di quanto appena detto, non ci sono abbellimenti o finzioni letterarie in The Bell Jar; è una brutta faccenda, raccontata in modo brutalmente sincero, tanto che il lettore può esserne infastidito, disgustato, spaventato, ma non può evitare di immedesimarsi in Esther Greenwood/Sylvia Plath: una ragazza terrorizzata e persa, che ha paura di non riuscire più a ritrovarsi e si abbandona a quel vortice nero mirabilmente descritto da Katie Crouch (trovate il suo articolo su Sylvia Plath qui e qui).
Esther è una ragazza sedotta – dalle luci di New York e dal prestigioso stage presso la rivista femminile Mademoiselle – e abbandonata, quando la City le svela il sul volto più spietato, più superficiale, più alieno.
Ester è votata al successo, alla perfezione, alle borse di studio, alla pubblicazione dei suoi scritti. Quando torna a casa e scopre di non essere stata accettata alla scuola estiva di scrittura di Harvard, Esther smette di dormire, e sprofonda in un’apatia letargica, umiliante per una persona abituata a essere sempre attiva, a raggiungere i suoi obiettivi, a produrre risultati eccellenti.
La ragazza si convince lentamente del fatto che qualcosa non funzioni nella sua testa, e che gli altri possano vederlo. Vedere questa sua diversità, questa sua alienazione, quella sua solitudine.
Allora Esther si abbandona al vortice nero e si rannicchia in un rifugio quasi fetale, una sorta di sottoscala, un’intercapedine buia, e prende un flacone di sonniferi.
I suoi rantolii vengono però sentiti; inizia cosi il suo lento calvario tra ospedali psichiatrici, dove si realizza il suo terrore più grande: viene sottoposta a un elettroshock.
E la descrizione di quella paura, del processo, del dolore sentito durante e dopo è così dettagliata, quasi distaccata e al tempo stesso così sofferta che il lettore non può fare a meno di immaginarsi lì, in quelle stanzette squallide, circondato da figure in camice bianco i cui tratti diventano sempre più sfocati, sempre più lontani.
In tutto questo c’è anche la costernazione della madre (Aurelia, la madre-vampiro, in opposizione alla figura mitica del padre Otto perso troppo presto) che non riesce a capacitarsi di come la sua ‘bambina’ possa ‘farle tutto questo’ e che, quando Esther/Sylvia inizia a mostrare i primi, lenti segni di miglioramento, esclama: sapevo che la mia bambina avrebbe deciso di essere di nuovo a posto! (Come se la malattia fosse una specie di capriccio, inflittole dalla figlia per punirla, per  farla vergognare di lei e di se stessa).
C’è anche la fine del primo amore (lo studente di medicina Buddy Willard/Dick Norton)  e il suicidio dell’amica/nemica Joan Gilling, personaggio ispirato da Jane Anderson, un’altra studentessa della Smith che avrebbe poi fatto causa ai produttori del film tratto dal romanzo per diffamazione, sostenendo che la Joan saffica e suicida di The Bell Jar avrebbe nuociuto alla sua reputazione.
Il romanzo finisce quasi all’improvviso: Esther di rosso vestita attende con ansia e paura il momento in cui una commissione di dottori la testerà, la esaminerà per giudicare se sia in grado di tornare nel mondo esterno, di riprendere il college, di ricominciare a vivere.

The eyes and the faces all turned themselves towards me, and guiding myself by them, as by a magical thread, I stepped into the room.
I took a deep breath and listened to the old brag of my heart. I am, I am, I am.

Nel suo Once again to Zelda, una bellissima raccolta delle storie dietro le dediche di alcuni dei più famosi romanzi anglo – americani (se n’è parlato qui) Marlene Wagman – Geller racconta che Sylvia Plath ha dedicato il suo romanzo a Elisabeth e David perché i due sono stati molto vicini alla poetessa nella sua ora più buia. I coniugi Sigmund erano infatti vicini dei Plath, che, poco tempo dopo il loro avventato matrimonio, si erano traferiti da Londra a un cottage in campagna, affittando l’appartamento londinese a un poeta canadese e alla moglie, l’affascinante, esotica Assia, che diventa poi amante di Ted Hughes e motivo della separazione della coppia.
Quando Sylvia decide di tornare a Londra coi suoi due bambini i coniugi Sigmund sono fortemente contrari, consci della sua fragilità e delle solitudine che avrebbe sperimentato nella capitale.
Effettivamente, la campana di vetro come stato mentale diventa ben presto per Sylvia un luogo fisico: l’angusto appartamento londinese, ancora più oppressivo e angosciante a causa di uno degli inverni più freddi della storia (l’inverno della morte di Sylvia).

Sylvia Plath e Dick Norton, Yale Junior Prom, Marzo 1951 (Lilly Library, Indiana University)

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte seconda)

 
Avevamo lasciato Katie, Henry e Lucinda a disagio in una bettola da quattro soldi.
Ah, per chi si fosse perso la prima parte: Katie Crouch è una scrittrice americana, autrice del best-seller Abroad, ha scritto un articolo che ho letto su BuzzFeed e, che per una serie di motivi, non riuscivo a smettere di leggere. Ne ero affascinata.
Ho chiesto a Katie il permesso di tradurlo in Italiano, e questa è la seconda parte (qui la prima parte).
Perché Sylvia Plath, allora, e cosa c’entrano Henry, Lucinda e Kate?
L’articolo di Katie è una lettera a Sylvia Plath, un racconto, e una confessione.
E’ una riflessione sul suicidio di Sylvia – della Sylvia persona, la Sylvia ragazza, quella che si nasconde dietro la maschera della poetessa tanto amata e celebrata, dalla vita romanzata.
E’ una riflessione sul suicidio in generale, e sul suicidio di Henry.
Henry è un amico di Katie, un suo ex collega, compagno di sbronze, sigarette e risate clandestine, nascoste dalla quattro pareti discrete del bagno unisex.
Henry è di un’intelligenza brillante e instancabile, che gli permette di distaccarsi dalla vuotezza e dalla scarsità di stimoli dell’agenzia pubblicitaria per cui lavora insieme a Katie e di rifugiarsi nei libri, nella musica elettronica, nella cultura giapponese.

Henry, come Sylvia, vive la vita all’estremo. Henry, come Sylvia, brucia d’amore: amore per Lucinda, la moglie che non gli apparterrà mai veramente, perché ama essere guardata dagli altri uomini, adorata, venerata mentre si spoglia in un night club.

Mentre traducevo la storia di Henry, a un certo punto nella mia playlist è partita Pyramid song dei Radiohead, e, complice il fatto che ho da poco finito di leggere The Bell Jar, mi sono sentita estremamente coinvolta nel dramma di Henry e in quello di Sylvia, e in quello di Katie, il suo senso di colpa per non essere riuscita a salvare il suo amico, la sua insonnia.
 
The bell jar, suspended, a few feet above my head. I was open to the circulating air. (The Bell Jar,  Sylvia Plath)
(La campana di vetro, sospesa a qualche centimetro dalla mia testa. Ero aperta all’aria che circolava)

E ho pensato a quanto sia facile perdersi, sentirsi soli. Perdere la speranza.
Sentirsi quasi invisibili, in un guazzabuglio di condivisione e di “mi piace”, dove l’apparenza conta sempre di più, e ci si dimentica di guardare cosa c’è sotto la campana di vetro.

E mi è venuta in mente la pubblicità di una macchina con navigatore incorporato, che diceva qualcosa tipo: in un mondo pieno di indicazioni, riesci ancora a perderti?
 
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“Okay” ho detto allora”. La moglie aveva questa piccola pochette sbrilluccicosa di cui Henry si prendeva cura come se si trattasse di un cucciolo. Mi ricordo che lo osservavo – stringeva la borsetta così forte che la sue nocche erano bianchissime – e pensavo che nessuno mi avrebbe mai amato così.

Henry e Lucinda erano diversi dal resto dei miei amici. Avevo provato a farli incontrare tutti, ma era un miscuglio troppo strano. La coppia non sciava, non amava i Wilco (gruppo rock alternativo basato a Chicago, Illinois, ndr), non viaggiava con un branco di ragazzi equipaggiati REI (marca americana di equipaggiamento e abbigliamento sportivo, ndr) dalla testa ai piedi. Uscivano di rado, e quando venivano alle feste stazionavano nell’angolo della stanza, come fantasmi. Eppure amavo questo loro separarsi dagli altri. Li trovavo affascinanti.

Ho poi scoperto che, in realtà, non sapevo niente di Henry. Avevo una mia visione romanzata della sua vita: l’ amico musicista e la moglie spogliarellista di certo vivevano in un loft da artisti a South of Market (quartiere di San Francisco, ndr).

Il giorno in cui sono passata da loro ho scoperto che l’appartamento di Henry altro non era che uno studio piccolo e sporco a Tenderloin (quartiere di San Francisco, ndr).

Avevo detto a Henry che sarei passata, ma pareva se lo fosse dimenticato. Ha aperto la porta in pigiama, l’aria corrucciata.

“Ciao” mi ha detto. Il posto era freddo e cupo. Un gatto mi osservava dal letto.

“Ciao”.

“Non l’hai mai chiamata”.

“Cosa?”

“Lucinda. Per la storia.”

“Oh. Mi dispiace”. Gli ho dato I soldi per i miei dieci dollari di fumo (ero passata per quello). “La chiamerò, stanne certo”.

È passato del tempo prima che la chiamassi. Sono andata a sciare; sono andata per locali con gli altri copywriter. Il mio ragazzo era un repubblicano, il che mi aveva portato, in qualche maniera misteriosa, a seguire un corso su come cucinare i soufflés. Alla fine, mossa dalla noia più che dal senso di colpa, ho chiamato Lucinda. Era dolce al telefono, la voce infantile che suonava come quella di una bimba di otto anni.

Lucinda è arrivata in ritardo al nostro appuntamento al Café Vesuvio, vicino al locale dove lavorava.

È arrivata arrossata e senza fiato, molto più carina nella luce del pomeriggio rispetto alla sera in cui l’avevo conosciuta. Abbiamo bevuto un paio di bicchieri e  ho acceso un piccolo registratore che ancora conservo in uno scatolone di robe vecchia a casa di mia madre, dove mi sarei trasferita qualche anno più tardi, dopo quello che alcuni hanno definito un esaurimento nervoso.

Lucinda mi ha raccontato che aveva sempre desiderato fare la ballerina. Quando era andata a Las Vegas insieme a Henry, lui l’aveva portata a vedere delle showgirl.

“Ma io non ero interessata a ballare”.

“Ti piaceva solo l’idea di essere guardata?”

“Adorata”.

Dopo un po’ mi ha portato al club dove lavorava. Sedute nello spogliatoio, abbiamo fumato e chiacchierato con le altre ragazze. Spettegolavano e si pavoneggiavano allo specchio nelle loro vestaglie di seta. Io prendevo appunti, minuziosamente. Cambio del turno. Vestaglie. Molte sono studentesse di arte. Scarpe. Lucinda si è alzata e ha preso un paio di stivali go-go bianchi (la Go-go dancing è un tipo di danza erotica, con ballerine o ballerini spesso vestiti con abiti succinti e questi stivali, nata nei primi anni ’60 quando le donne al Peppermint Lounge di New York hanno cominciato a salire sui tavoli e ballare il twist, ndr) dallo scatolone degli oggetti di scena. Si è spogliata in silenzio e si è messa i tacchi alti, poi si è avvicinata allo specchio e ha dipinto di rosso le sue morbide labbra da geisha.

“Dai, mettiti gli stivali” he detto, girandosi verso di me.

La sua indifferenza. Nessuna discussione, nessun esasperante dovrei farlo, o no?

Ho chiuso la cerniera degli stivali, poi ho seguito il bagliore delle sue spalle per il corridoio. Abbiamo messo via le sigarette e siamo passate sotto la porticina che dava sul palcoscenico. Le altre ragazze stavano già ballando. Ci hanno fatto un cenno.

Non ho oltrepassato la tenda: sono rimasta lì a sbirciare. Faceva freddo, e l’aria sapeva di candeggina. Ma niente di tutto questo aveva importanza in presenza di Lucinda. Volteggiava, faceva piroette,  scivolava via leggera, furtiva. Le altre ragazze ci provavano, ma in confronto a lei non erano che bamboline di carta. La gamba di Lucinda arrivava fino al suo orecchio e oltre, in un’altra dimensione. Nonostante il vetro fosse unidirezionale, riuscivo a intravedere le sagome delle teste che si muovevano su e giù vicino alla sua finestra.

Alla fine – dopo dieci minuti? Venti?  – ha fluttuato nella mia direzione.  “Dovrebbero riscaldare di più questo posto”, ha osservato. Abbiamo smezzato una sigaretta, poi è andata di nuovo a ballare. Ho pensato che non avrei mai raccontato quest’esperienza al mio ragazzo. Poi ho pensato a Henry, a dove poteva essere. Forse a casa, fatto, col suo gatto, a leggere Murakami? O forse a guardare la porta, aspettando che la sua iridescente moglie tornasse?

Dopo qualche altra esibizione siamo tornate nei camerini, ci siamo vestite insieme, poi siamo scappate via ridendo sul marciapiede. La mia gola era intasata dal fumo delle sigarette. Lucinda ha aperto la giacca e ha tirati fuori gli stivali bianchi, facendo scivolare la borsetta di lustrini dalla spalla.

“Li ho rubati per te” ha detto, con quella sua voce.

E’ stato uno di quei rari momenti di purezza. Sai di cosa sto parlando, vero Sylvia? Una piccolissima pausa nel corso degli eventi; un istante che significa tutto e niente allo stesso tempo. Ho pensato a Henry in ufficio alle sei del mattino, quando fuori è ancora buio, per guadagnarsi un paio di ore insieme a sua moglie. In quel momento tutta la loro storia assumeva un senso, com’è successo a te quando hai incontrato Ted.

Lucinda. Era impossibile non amarla.

Conosciamo la tua storia, Sylvia, e la sua parabola. La passione soprannaturale, la pazzia, il vortice che ti ha risucchiato. Quindi sappiamo come va a finire questa storia, vero? Dopotutto, ti ho già detto che mi ricordi il mio amico Henry. Il modo in cui ti sei aperta a un’altra persona, permettendo che ti abitasse. Il fatto che tu abbia modellato la tua vita intorno a lui. Alcune femministe impazziscono per quello che tu hai fatto per Ted. Dicono che tu sei un pessimo esempio, una pessima madre. Sono una femminista e sono una mamma, ma conosco amore e pazzia. Le parole che ci hai lasciato riescono a pulire ogni macchia, per me. Forse divento più disposta al perdono col passare del tempo, a causa dei miei errori. In ogni caso, non ti critico.

Il collasso di Henry è iniziato col disastro che ha colpito l’altra costa del Paese l’11 settembre 2001. C’è voluto circa un mese  perché l’agenzia iniziasse a risentirne il pieno impatto. Il corso di yoga è stato cancellato. C’è stata una riunione durante la quale non si è parlato più di “famiglia”. Sarebbero stati invitati dei consulenti a giudicare la nostra produttività.

Il nostro receptionist si è sparato. La mascotte della compagnia si è ammalata di un cancro canino ed è morta. Un giorno, verso la fine di novembre, il mio computer è stato messo sotto chiave, le mie cose in uno scatolone di cartone. Henry, che doveva essere stato il primo a ricevere la notizia dato che veniva in ufficio prestissimo, se n’era già andato.

E’ stato l’inizio di cose molto spiacevoli, Sylvia. Le metà femminile della coppia dai pantaloni di pelle se l’è svignata con un consulente d’investimento. La metà maschile, abbandonata ed arrabbiata, ha molestato una produttrice e si è fatta licenziare dal consiglio di amministrazione.

Un flagello istantaneo. Nessuna possibilità di tornare a lavorare. Mi sono iscritta alle liste di disoccupazione , poi ho scritto circa cinquecento parole sul mio pomeriggio con Lucinda e le ho mandate a Henry. Non mi ha mai detto niente, quindi ho dedotto (a ragione) che non fossero granché.  Tutti si affrettavano a lasciare la città: il mio ragazzo, molti dei miei amici. Tornavano sulla costa est a lavorare per le loro famiglie o si iscrivevano nuovamente all’università.

Henry e Lucinda non se ne andavano. Quello che li differenziava dal resto dei miei amici non era, ovviamente, il loro fascino, ma il fatto che non venissero da famiglie benestanti, e non avessero una rete di sicurezza per scongiurare lo scenario peggiore. Ma Lucinda aveva ancora il suo lavoro, quindi sembravano a posto. A volte andavamo a cena insieme in ristorantini vietnamiti da quattro soldi dalle parti loro. Henry e io parlavamo di libri, Lucinda mangiucchiava distrattamente.

Ma qualcosa stava cambiando. Henry era sempre più magro, sempre più arrabbiato.

Una sera ci siamo incontrati per un drink, solo io e lui. Aveva due grosse ombre bluastre sotto gli occhi. Lucinda era passata dallo spogliarello al porno, mi ha detto. Ora faceva lap dance, e altre cose di cui non voleva parlarmi. Non poteva chiederle di fermarsi: lei voleva farlo. E lui viveva dei soldi che sua moglie guadagnava compiacendo altri uomini.

Mi sembra di ricordare di aver lasciato la città senza nemmeno aver rivisto Henry. So che sembra assurdo, visti i nostri precedenti.

Il fatto è che non mi ricordo bene questo pezzo della storia. Ero così spaventata, non avevo un piano B. Non era così strano, in quel periodo, sparire senza dire niente. Erano in così tanti a partire che le feste d’addio erano ormai diventate una barzelletta. Forse sono passata a salutarlo, forse no. È passato così tanto tempo…

Una cosa però me la ricordo. L’ho chiamato e gli ho lasciato un messaggio. Ricordo anche che, circa un mese dopo, anche lui mi ha lasciato un messaggio, Sylvia. Me lo ricordo ancora, parola per parola.

Mi ha detto che era disperato. Che non aveva soldi. Che Lucinda stava pensando di lasciarlo. Che stava lavorando in un negozio di alimentari.

“Conosci qualcuno?” ha chiesto alla macchina. Qualcuno che possa aiutarmi?

Non lo conoscevo. Era la verità. Non conoscevo nessuno che avesse bisogno di droga, o di un programmatore, o di una lap dance. Ma era il mio amico, e, nel corso degli ultimi tre anni, ero stata quella che l’aveva fatto ridere senza una ragione. Quindi si, conoscevo qualcuno che poteva aiutarlo. Io.

Ma c’è una cosa. Ci puo’ essere una cosa, vero Sylvia? Ci puo’ essere, e c’era: mio padre.

Quando ero piccola, a volte mio padre mi portava nel nostro gazebo per parlarmi. Avevamo una bella casa, Sylvia, simile alla casa a Winthrop dove hai vissuto quand’eri piccola.

Il gazebo era caldo e giallo. Mettevamo cracker salati con formaggio cremoso in un vecchio piatto scheggiato, in equilibrio precario su un cuscino in mezzo a noi. Mio padre mi raccontava che alcune persone ce la facevano a superare le avversità; altre, inevitabilmente, non ci riuscivano.

Nel secondo caso, è importante allontanarsi, anche se si tiene molto alle persone in questione. È come quando una persona sta per annegare: pur non volendolo, ti porta giù con sè.

È una cosa istintiva, mi diceva mio padre, bevendo chissà cosa on the rocks da una tazza di tè.

Quando ero più giovane veneravo quest’uomo, nonostante i suoi problemi  e i suoi difetti, come tu veneravi Otto.  Ti ricordi che non sei mai riuscita a riprenderti dalla sua morte? Ti quel senso di perdita, di vuoto, che ha dato origine ad Ariel?

 

You stand at the blackboard, daddy

 In the picture I have of you

 A cleft on your chin instead of your foot

 But no less a devil, no not

 Any less the clack man who

 Bit my pretty heart in two.

(dalla poesia Daddy, ndr)

 

Sylvia, Henry mi ha chiamato perché aveva bisogno di me. Stavo per rispondere. Poi ho pensato a mio padre, a quello che mi aveva detto, anche se sapevo che era solo un ubriacone.

Non posso aiutare Henry in nessun  modo, ho pensato.

Ma era solo il piano da quattro soldi di una scrittrice che voleva essere perdonata. Da te, da Henry. Da se stessa.  Avevamo torto, io e mio padre. Henry era il mio amico. Avrei dovuto richiamarlo.

Ieri notte ero a letto con mia figlia. Ha tre anni. Non penso alla maternità tanto quanto ci pensavi tu, Sylvia. Le tue poesie sull’essere madre non erano tra le mie preferite, Sylvia. Preferisco fare più che pensare.  Per me, la maternità non è un miracolo: è la vita, semplicemente.  Ho una bambina, e ci amiamo. E tiriamo avanti.

Ma ieri notte lei mi ha guardato e mi ha chiesto “io, tu e papà non moriremo mai, vero? Daisy – il nostro cane rauco – potrebbe morire, ma noi no, vero?”

Non ero pronta a parlare di morte. Era tardi. Forse non mi andava, per pigrizia. Così ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare: le ho mentito.

“Esatto” le ho detto. “Non moriremo.  Andrà tutto bene. Bevi un po’ d’acqua”.

Roviniamo le persone, Sylvia. Figli, amici. Li roviniamo anche senza infilare la testa in un forno quando loro sono nella stanza accanto.

Quando sono tornata, San Francisco era un posto diverso, più ragionevole. La gente aveva di nuovo lavori normali. Le grandi compagnia fatte di scaldapiedi e corsi di yoga, le stesse che ora considero specialmente pericolose, si erano tutte concentrate nella Silicon Valley. Non avevo chiamato più chiamato Henry e Lucinda; nemmeno loro l’avevano fatto. Eppure a volte pensavo a loro, reliquie estratte dal mio passato, come farfalle che volteggiavano intorno allo stesso spillo.

Nel corso di uno di quei pomeriggi californiani dorati e luminosi sono passata dalle parti del club dove lavorava Lucinda. Sono entrata e ho chiesto di lei, usando il suo nome di scena, ma l’uomo al bancone mi ha detto che se n’era andata.

Tornata a casa, li ho chiamati. I loro numeri erano cambiati, le email tornavano indietro.

Qualche settimana più tardi ho incontrato la curatrice della cultura aziendale del posto dove lavoravo. Era ancora più bella, ancora più nervosa, ancora single. Abbiamo ricordato i vecchi tempi, parlato degli ex-colleghi. “Devo chiamare Henry” ho detto. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ho sentito. Devo proprio chiamarlo”.

 

La curatrice ha sorriso, ma era quel sorriso nervoso, inappropriato. Il sorriso forzato e involontario delle cattive notizie.

“Oh, Henry è morto. Non lo sapevi?”

No, non lo sapevo.

Allora mi ha raccontato quello che era successo. Lucinda l’aveva lasciato. Henry non aveva più un soldo. Quindi, dopo anni di droghe e depressione, aveva affittato un macchina, guidato fino a Land’s End, chiuso i finestrini e acceso una griglia a carbone sul sedile del passeggero.

“Apparentemente è un metodo molto popolare per suicidarsi, in Giappone” mi ha detto.

Quello che è successo dopo è vago, sfocato. Credo di essermi messa a piangere. Credo la curatrice abbia cercato di essere empatica, ma fosse solo a disagio.

Dopo un po’ se n’è andata. E io ho smesso di dormire.

Per un bel po’ sono stata ossessionata dai dettagli. La data. Il posto. Dove fosse finita la macchina.

Ho cercato Lucinda, nei vari night club e su Internet.

Ho chiamato di nuovo la curatrice, perche’ mi avava detto di aver sentito dire che Lucinda si fosse iscritta ad una scuola per estetisti.

“Ma dove?” le ho chiesto. “Qui?”

Non lo sapeva, mi ha detto, un po’ impaziente. Le dispiaceva. Era una storia davvero triste.

“Sono andata con lei al club dove lavorava, una volta”.

La curatrice ha riso, fingendo interesse.

“Nient’altro che stivali bianchi” le ho detto. Ho cercato di spiegarle la storia, ma non l’ha capita.

I blissfully succumbed to the whirling blackness that I honestly believed was eternal oblivion.

(Mi sono abbandonata con enorme sollievo al vortice nero che credevo essere oblio eterno).

 

Questo è quello che hai scritto del tuo primo tentativo di suicidio, Sylvia. Voglio dire la volta che hai preso le pillole e ti sei nascosta in quella sottospecie di scantinato a casa di tua madre. Immagino che Henry abbia fatto la stessa cosa, mentre il monossido di carbonio deprivava il suo cervello di ossigeno. Abbandonarsi al vortice nero. A dirlo così, sembra quasi piacevole.

Ma ho paura, Sylvia. Probabilmente l’avrai capito: sono una fifona. E la cosa che mi spaventa di più è il sospetto che non sia poi tanto piacevole, abbandonarsi al vortice. Ho paura che a entrambi sia mancata l’aria fino a soffocare, o che il sangue sia uscito a fiotti dal naso mentre il cervello esplodeva, o, peggio ancora, che abbiate capito troppo tardi che non volevate farlo. Che volevate vivere.

Forse questo è il mio problema. Questo mio blocco mentale per cui non riesco a concepire che essere privi di vita sia meglio di essere vivi.

Non riesco proprio a immaginarmi il sollievo dell’oblio, Sylvia, proprio come non posso comprendere dove finisca l’universo. È come in un puzzle di Escher (incisore e grafico olandese conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno e litografie che tendono a presentare costruzioni impossibili ed esplorazioni dell’infinito, ndr): voglio che Henry abbia il suo lieto fine; so che non può più averlo; pensando alla sua fine, torno all’inizio. Ci si mette ovviamente di mezzo anche il senso di colpa, perché forse avrei potuto fare qualcosa. Inoltre, non riesco proprio a convincermi che per Henry abbandonarsi all’oblio possa essere stato meglio delle risate con me, chiusi in bagno.

Probabilmente non ti sarei piaciuta, Sylvia. Tendo a semplificare le cose. Ricordi? Le uova.

Henry non l’avrebbe mai fatto, semplificare le cose. E, considerando quello che hai scritto, nemmeno tu, credo.

La differenza principale tra Henry, me e te l’ho capita solo dopo tutti questi anni. Io non vivo la vita con la passione e la profondità con cui voi l’avete vissuta. Non “sento” così tanto, e questo mi fa sopravvivere.

Quando vago per casa la notte non vado dall’altra parte del precipizio. Svuoto la mente, e spero.

Quindi questo è quello che auguro a te, poetessa, genio. Questo è quello che auguro a Henry, l’amico che non ho salvato. Spero che voi abbiate avuto ragione a proposito del vortice nero. Spero che l’oblio sia stato una benedizione. E spero che, in quel posto oscuro, i vostri cuori rinsecchiti, appassiti a causa del troppo amore, abbiano finalmente trovato il sangue che cercavate. Così, mentre l’aria abbandonava i vostri polmoni, il resto del vostro corpo sarà stato finalmente in grado di fiorire, di esplodere, di  incendiarsi.
 
 

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte prima)

 
Preamble: I have stumbled upon an incredible essay written by Katie Crouch, author of Abroad, and published on BuzzFeed. I just couldn’t stop reading it, and Katie, being a terrific person, as kindly agreed to let me translate her essay in Italian for this article. Check out her work on her website…..

And again, thanks a lot, Katie!
           
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Qualche tempo fa ho letto su BuzzFeed questa bellissima riflessione sul suicidio. Sul suicidio letterario e letterale, se vogliamo. Su Sylvia Plath, e non solo.

L’autrice, Katie Crouch, è stata così gentile da permettermi di tradurlo e vi consiglio di leggerlo.
In questo post trovate la prima parte  – è lunghetto, quindi ho preferito dividerlo in due episodi.

Leggetelo, perché non se ne parla mai abbastanza.

Il 12 settembre scorso ha marcato l’anniversario della scomparsa di David Foster Wallace, celebrato da Paolo Cognetti in questa bellissima eulogia.

Qualche settimana fa si è tolto la vita Robin Williams, che nel mio immaginario resterà sempre John Keating, il capitano, mio capitano de L’attimo fuggente, che ha impartito una delle lezioni più belle sul significato universale della letteratura:

We don’t read and write poetry because it’s cute. We read and write poetry because we are members of the human race. And the human race is filled with passion. And medicine, law, business, engineering, these are noble pursuits and necessary to sustain life. But poetry, beauty, romance, love, these are what we stay alive for. To quote from Whitman, “O me! O life!… of the questions of these recurring; of the endless trains of the faithless… of cities filled with the foolish; what good amid these, O me, O life?” Answer. That you are here – that life exists, and identity; that the powerful play goes on and you may contribute a verse. That the powerful play *goes on* and you may contribute a verse. What will your verse be?

Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore: sono queste le cose che ci tengono in vita! Citando Walt Whitman: O me, o vita! domande come queste mi perseguitano: infiniti cortei d’infedeli, città gremite di stolti. Che v’è di nuovo in tutto questo? O me, o vita?” Risposta: Che tu sei qui! Che la Vita esiste! E l’identità! Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.Quale sarà il tuo verso?

E poi c’è lei, Sylvia. Sylvia è morta l’11 febbraio, qualche giorno prima della mia data di nascita.

Sylvia aveva la mia stessa età quando ha deciso di chiudere il sipario sul suo dramma. E non era la prima volta, e c’era un sacco di disperata premeditazione, come Paolo Cognetti ha scritto a proposito di DFW: il latte e il pane sul comodino di Nicholas e Frieda – i suoi bambini , la stanza destinata a diventare una camera a gas isolata da asciugamani infilati sotto le porte, la tata assunta a partire dal mattino successivo (il cappio, la sedia, il punto del soffitto di DFW).

Insieme alla premeditazione, tanta disperazione  (forse un desiderio tacito di salvezza?): il biglietto con il numero del suo dottore, la richiesta ai vicini di passare a controllare come stessero, lei e i suoi bimbi, i figli di Ted..

Il problema è forse quell’interpretazione romantica, eroica e romanzata del suicidio, ereditata dai giovani Werther e Jacopo Ortis, dalle Emma Bovary e dalle Anna Karenina: arsenico, colpi di pistola e binari del treno, finzioni letterarie che straripano nella realtà. Il problema è che spesso – e volentieri – ci si dimentica che dietro il poeta, lo scrittore, il pittore, l’artista maledetto c’è la persona: in questo caso la persona Sylvia, che rivela tanto di sé nel suo unico romanzo pubblicato – The Bell Jar -, nelle sue poesie e nei suoi diari, nei quali è impossibile non identificarsi, a tratti, nella ragazza esuberante affamata di vita e spaventata dalla vita al tempo stesso. La ragazza bella, sana e abbronzata, eppure tanto ammalata, perseguitata da demoni che la divorano dentro, fino a consumarla. La ragazza affascinante che non ha mai beaux  a sufficienza (un po’ una Rossella O’Hara del New England), che vuole essere adorata, ma al tempo stesso non riesce ad avere un buon rapporto col suo corpo e con la sua sessualità, sentendosi in qualche modo limitata dal fatto di essere donna, soggetta a un’infinità di regole di buona condotta, restrizioni e giudizi morali. La ragazza dall’intelligenza brillante e vivissima, dalla creatività inarrestabile, dalla sensibilità ipertrofica, schiacciata sotto il peso di quel perfezionismo stakanovista – impartitole parzialmente da Aurelia, la madre-vampiro –  che la porta a credere che niente sia abbastanza, che nessuna borsa di studio o nessun premio possa estinguere quella sete perenne e insaziabile, e la porta ad avere un esaurimento nervoso quando non viene accettata alla scuola estiva di Harvard.

Dietro Sylvia Plath c’è Sylvia, una ragazza che non sa cucinare e si sente impacciata quando balla, che non ha soldi per comprarsi bei vestiti e imitare le mode del momento, che guarda con desiderio alle luci di New York, per poi sentirsi terribilmente fuori posto durante il suo prestigioso stage presso la popolare rivista Mademoiselle (a job a million girls would die for, citando The Devil Wears Prada).

Una ragazza che non ha mai superato la perdita prematura dell’amato padre Otto e cerca di definire il suo rapporto con gli uomini e i sentimenti con tutta se stessa, per poi innamorarsi a prima vista di Ted Hughes, e sposarlo solo quattro mesi più tardi, e il resto..beh, è storia, chè i fuochi bruciano (and it burns burns burns, the ring of fire, canta Johnny Cash).

Vi lascio all’articolo di Katie. Leggetelo. Leggetelo, perché non se ne parla mai abbastanza.

Leggetelo, e tenete bene a mente che dietro ogni Plath c’è una Sylvia e dietro ogni Hemingway c’è un Ernest e dietro ogni FW c’e’ un David e dietro ogni Sexton c’è una Anne e dietro ogni Woolf una Virginia. Storie dietro la storia.

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Sto pensando al suicidio. No, non al mio – niente del genere. Di certo sto messa maluccio. So qualcosa di quell’abisso spalancato. Parlatemene alle tre del mattino quando giro per casa, inseguita dall’insonnia. Vedo Il Grande Nulla nelle luci intermittenti della televisione; sento gli ululati dei coyote dei campi dei vicini.

Posso effettivamente avvertire un senso di morte, freddo come lo specchio del bagno, mentre la mia famiglia dorme, a pochi passi da me.

Ho sofferto di terrori mattutini dall’età di ventinove anni – problema diagnosticatomi da diversi dottori. Ne soffro se bevo e se non bevo, se rinuncio al caffè o mi faccio il bagno nella caffeina, se mi sottopongo all’agopuntura o prendo medicine. Ha nomi diversi: ansia acuta, attacchi di panico, ma il punto è questo: non riesco a dormire, dannazione.

Eppure torno in me al mattino. Se posso far scivolare le gambe sul pavimento, allora: uova. Sto parlando di routine. Morte di un amico, morte della speranza, morte, punto. Nonostante tutto, quando arriva il mattino, uova.

No, la cosa a cui sto pensando ultimamente è il suicidio di altre persone. Come saranno stati quegli ultimi momenti. Quanto coraggio ci sia voluto per tirare il grilletto o buttarsi già da un ponte. E quali saranno stati gli ultimi pensieri?

Quali ultime, delicate poesie erano nella mente di Anne Sexton quando chiudeva la porta del garage? Quali erano le incredibili farneticazioni di Virginia Woolf mentre camminava nell’acqua con quella pietra?

A volte immagino come sarebbe, arrivare lì giusto in tempo. Questa è la caratteristica dei sogni, vero? Possiamo sistemare tutto. Allora immagino di remare fino a Virginia prima che la sua testa scompaia sotto l’acqua, o di passare a trovare Anne per un drink proprio mentre sta per entrare in macchina. Hey, cosa stai…? Dai, non farlo. Andiamo a guardare un film, o qualcos’altro. O, ancora meglio, uova.

Sylvia Plath, 1932 – 1962. Genio della poesia morta con la testa nel forno. E’ lei quella a cui penso di più, se devo dire la verità. Dopotutto, insieme a migliaia di fanciulle – topi di biblioteca dalla disposizione malinconia, ho venerato ogni sua parola dopo aver trovato The Bell Jar nella biblioteca della scuola quando avevo quindici anni. Ovviamente, The Bell  Jar è stato solo l’inizio, e ogni serio ammiratore della Plath lo sa bene. Si passa ad Ariel (la versione senza Ted, naturalmente), poi ci si avventura ne Il colosso; il tocco finale – se si è veramente seri – è lo studio dei diari integrali.

Sylvia! invochiamo tutte. Ci sono stati interi eserciti di noi, ragazze dai gomiti nodosi  che leggevano attentamente la sua prosa intricata soffrendo silenziosamente sui nostri lettini.

Siamo così simili!

Anch’io ho perso la testa per un ragazzo

No, trenta ragazzi!!!

Anch’io idolatro chi non si accorge nemmeno che esisto.

Serata indimenticabile, in cui ho sgraffignato stuzzicadenti e noccioli d’oliva dai tavoli degli dei d’ambrosia!
scrive Sylvia nel suo diario nel 1956, dopo aver bevuto nello stesso bar di Auden .

Anch’io, Sylvia! Avrei fatto esattamente la stessa cosa!
Ma ci ha tradito. O meglio, tu ci hai tradito. Perché posso parlare con te, vero Sylvia? Parlare veramente con te? Perché no, giusto? Cosa mi dirai, no?

Hai distrutto il seguito di seguito di The Bell Jar, bruciato in un attacco di rabbia. Hai distrutto un altro libro perfetto, pieno di storie della tua vita a Cambridge: un libro che avrei adorato. Inoltre, ci hai privato di una vita di scrittura, della tua prosa. Sei morta, Sylvia. E hai scelto di farlo.
Oppure no? Tu, amica mia, consapevole della tua disperazione, hai assunto una tata il giorno prima perché ti desse una mano coi bambini. Una donna professionale e materna, che avrebbe iniziato la mattina seguente. Secondo alcune teorie volevi essere salvata, dato che hai chiesto ai vicini di passare a controllarvi un paio d’ore prima di fare quello che hai fatto e hai lasciato un biglietto in cui chiedevi di chiamare il tuo dottore.  Cosa sarebbe successo se la tata fosse arrivata prima? Anche un’ora sola avrebbe fatto la differenza, dicono alcune fonti. Così, durante le mie “ore no”, come le chiamavi tu, immagino di presentarmi a Fitzroy Street.
Prendere a calci quella porta, spalancare la finestra. Svegliati, Sylvia. Dai, respira. Intervenire nella tua vicenda personale durante una mattina grigia, undici anni prima della mia nascita.
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Ma c’è qualcosa che non ti sto dicendo, Sylvia. Veramente sarebbero un mucchio di cose, ma non voglio esagerare con la condivisione. Ti ricordi di quei critici che rifiutavano i tuoi scritti e si prendevano gioco di te? Beh, ora ti additano come una pioniera della condivisione. Che tu l’abbia voluto o meno, sei diventata il colosso. Prima la tua storia, poi la tua voce, poi il tuo ruolo nella letteruatura. Tu sei un intero genere letterario. Il primo confessore di sesso femminile.
Anche se, a dirla tutta, quel titolo non sarebbe poi valso a granché. Non sei più da queste parti, ma ultimamente ci sono donne che esagerano nel vuotare il sacco. Tuttavia, tu sei stata la prima a farlo. Ci hai insegnato a condividere senza risultare disgustose. Spero di non essere disgustosa. Sto solo parlando, con te.
Dunque, Sylvia, tutto è iniziato quando avevo ventisei anni – la stessa età che avevi tu quando hai sposato Ted.
Mi ero appena trasferita a San Francisco. Penso spesso a quello che sarebbe successo se anche tu fossi venuta qui. Se, anziché diventare tutta università e Fullbright, fossi diventata un po’ Kerouac e ti fossi messa in viaggio. Probabilmente saresti ancora viva e non saresti famosa. Forse abiteresti nella mia strada, saresti ancora viva e ti saresti rifugiata a scrivere nella stessa cittadina del North Carolina che ho scelto per me.
Ma questo non è quello che ti è successo. Questo è quello che è successo a me.
San Francisco. Non avevo nessun motivo per andare lì, a parte il boom di Internet. Tutto il Paese sembrava andare verso ovest. Allora ho pagato un biglietto aereo con la mia carta di credito. Non sapevo ancora cosa avrei fatto, e non avevo nient’altro da offrire a parte una costosa laurea. So che la Smith ti ha fatto fare strada, ti ha fatto arrivare a New York e a Cambridge e tutto il resto. Ma ora l’università ha un peso minore.  I più intelligenti non ci vanno nemmeno più. A diciannove anni sono già imprenditori miliardari e si comprano raffinate piste da bowling. Non voglio generalizzare, ma a questi fanatici della tecnologia non importerebbe molto di te, a meno che tu non arrivassi sotto forma di una app.
Ma allora era il 1999, ed eravamo a metà strada tra David Foster Wallace e l’ultimo Guerre stellari. Avevo paura, Sylvia. Ero seduta vicino al finestrino e, durante l’atterraggio, premevo la fronte contro il vetro. La città era ricoperta di una glassa rosa e blu, ma mi ricordava piuttosto il colore dell’ostia che il reverendo della mia parrocchia depositava sulla mia lingua.
Nessuno scrive come te com’è sentirsi persi in città, Sylvia. Quelle scene in The Bell Jar, quando eri sola e ammalata a Manhattan e non sapevi come vestirti o come comportarti, non hanno eguali.
Quindi ti darò solo qualche assaggio.
Lavoricchiare in una compagnia di cibo per animali. Bere tutta la notte, addormentarsi in un materasso da campo nel ripostiglio di un’amica. Sveglia alle sette, alzarsi con l’energia di una ninfa di Dioniso. Non lo sapevo, allora, ma quelle notti di sonno erano un vero miracolo.
Ho trovato un lavoro. A dire il vero, ho cambiato tre lavori nell’arco di un anno, uno più redditizio dell’altro. Era il 1999. Sapere quanto denaro girasse allora ti farebbe venire le vertigini. I posti in cui lavoravamo erano palazzi consacrati allo sperpero. Montagne di bagel al mattino, macchine per l’espresso, sale giochi, scaldapiedi ergonomici. Il posto dove sono arrivata alla fine, un’agenzia pubblicitaria, mi ha accolto nella sua “famiglia”. Non avevo esperienza nel settore della pubblicità, ma non importava. Promettevo bene, e mi pagavano 65000 dollari all’anno per scrivere di una catena di distribuzione. Ancora non so di cosa si tratti.
Sylvia, avevi solo trent’anni quando sei morta. Ma invecchiare non è poi così male. Uno dei vantaggi, ad esempio, è sviluppare la capacità di dare un senso al passato. Ora che ho quarant’anni mi rendo conto di quanto fosse facile perdersi inequivocabilmente, anche semplicemente per sentirsi bene e per guadagnare. Il mio lavoro era particolarmente astratto, dal momento che non eravamo nemmeno un’azienda che non creava qualcosa di assolutamente inutile: semplicemente, ne parlavamo. L’agenzia presso cui lavoravo mi chiedeva poco in termini lavorativi, ma mi succhiava l’anima. Ogni lunedì dovevamo condividere le “nostre speranze” in un “ambiente che ci avrebbe dovuto incoraggiare”. Gli abbracci erano incoraggiati. Quasi sempre c’era qualcuno che piangeva. Avevo ventisei anni e mi facevo il bagno nel Kool-Aid, Sylvia. Allora non avevo niente di meglio in cui credere.
Ho incontrato molte persone nel 1999. Non erano quei poeti, che ti affascinavano fino a intossicarti, di cui ti circondavi a vent’anni. Erano semplicemente uomini e donne, trapiantati dalla East Coast. Ho voglia di una birra o di un cocktail?, ponderavano.
Consideravamo San Francisco una sorta di vacanza dalla vita reale. C’era sempre una festa, qualcosa di nuovo per incontrare le stesse persone, che fosse un evento a tema su un decennio che ci eravamo persi, o una cena multiportata a casa di qualcuno, o catalettiche spedizioni verso qualche magazzino. Forse ai tuoi tempi alcune delle feste erano chiamate eventi, ma non erano così cerebrali.  Ricordo che a volte ne emergevo con un forte cinismo nei confronti di tutta quella superficialità. Tuttavia, ero giovane, ed ero sicura che qualcosa sarebbe cambiato, prima o poi.
Il cambiamento c’è stato, ma non quello che pensavo. Ho trovato un amico, Sylvia. Un vero amico. Se il tempo passa tutto al setaccio, lui è il sassolino che mi rimane di quel periodo, insieme ad alcune foto e a un paio di stivali bianchi che ancora oggi non oso indossare.
Henry era piccoletto, dall’aria giovanile, dall’aspetto quasi bizzarro. Si è presentato un giorno in agenzia, con altri impiegati acquisiti da una compagnia comprata dal mio capo. Arrivava appena a un metro e cinquanta. Piccolo, ma muscoloso. Capelli gellati alla Superman. Una volta l’ho sentito descriversi come un supereroe avvolto nella pellicola per alimenti. Stava lì a gironzolare intorno alla nostra “capsula” – gergo aziendale per scrivania condivisa – e mi ha guardato.
“Ciao” mi ha detto “sarò quello che si spacca la schiena seduto vicino a te”.
Non sembra divertente, eppure lo era. Esilarante.
Ne ho prese di batoste da allora. Ho trasportato vassoi di gnocchi fumanti da quattordici chili su per imponenti scalinate newyorkesi, mentre uomini in frac mi toccavano il sedere; ho pulito il vomito dei clienti dai bagni. Mi sono spaccata la schiena per davvero; ma questo non succedeva lì dove lavoravamo. Passavamo la giornata a occuparci dei gadget che ci davano finche’ qualcuno non ci chiedeva pigramente di scrivere per dieci minuti di cooperazione simbiotica e poi ci lasciava di nuovo in pace.
Ma Henry. Henry rendeva tutto diverso. Fino al suo arrivo, aspettavo semplicemente che le giornate passassero. Con lui avevo capito che il tempo è un dono. Quando non aveva niente da fare, lui non stava semplicemente a fissare la sua pagina Yahoo inebetito. Tirava fuori un librone, solitamente sul Giappone, o si dedicava alla musica. Si era rivelato una celebrità minore nel campo della musica elettronica sperimentale. Una volta ha composto una canzone fatta interamente di starnuti. Presto ho capito che era l’unico a fare qualcosa di sostanziale, lì dentro.
Ci sono volute un paio di settimane perché diventassimo amici. Ero abbastanza egocentrica, Sylvia. Avevo un ragazzo, e c’erano settimane bianche e cene da organizzare. Tuttavia, piano piano, ho iniziato ad apprezzare la natura quasi religiosamente seria dell’uomo alla mia destra.
È stata un’amicizia frivola, divampante.
Metti via quel libro! gli intimavo. Ho qualcosa da dirti. Lo buttava da qualche parte e ci chiudevamo in qualche sala conferenze a parlare di Murakami, o Zadie Smith, o degli episodi di Temptation Island, o, meglio ancora, dei nostri capi. Il nostro immediato supervisore aveva ventidue anni, un laureato di Princeton nordico e statuario come un modello che metteva tutti in riga e calcolava codici mentalmente. Il sogno di Hitler, diceva Henry.
Poi c’erano i proprietari della compagnia, hipster trentenni con due bambini ai quali piaceva andare sull’altalena e vantarsene; ci incoraggiavano a frequentare corsi di life coaching e indossavano gilet di finta pelliccia e rumorosi pantaloni di plastica.
C’era anche una “curatrice della cultura aziendale”, una donna adorabile, inspiegabilmente single, ossuta come una colomba denutrita, il cui unico lavoro era documentare quanto fossimo straordinari. C’era la mascotte, che a dire il vero ci piaceva, un Chihuahua salvato dal Messico che pensava di essere un Rottweiller. C’erano così tante cose da prendere in giro, Sylvia. Io e Henry stavamo sempre nel bagno unisex, piegati in due dalle risate.
Non importava a nessuno. “Amiamo la vostra energia!”, ci gridavano i due hipster dai loro pouf. Okay! E scappavamo di nuovo in bagno a prenderli ancora in giro.
Quando finisce quella capacità di trovare il ridicolo nei segretucci meno importanti? Mi sa che lo sto chiedendo alla persona sbagliata. Non eri una ragazza frivola. Il 10 gennaio 1953, a ventun anni, l’età più spensierata, scrivevi a proposito di una tua bellissima foto:  
Guarda quell’orrida maschera morta e non dimenticartela. È una maschera di gesso che nasconde un veleno mortale ormai secco, come un angelo della morte.
Non eri spensierata, Sylvia. No.
Ma la spensieratezza non dura per sempre, S. Un giorno ti svegli e..qualcos’altro ha preso il suo posto. Chi deve portare i bambini a scuola, tassi d’interesse: non lo so. Ma io e Henry ce l’avevamo ancora, quel qualcosa. Ci lanciavamo palline di carta durante le riunioni, giocavamo all’impiccato mentre ascoltavamo il cliente parlare in quello stupido, futuristico vivavoce.
Oh, il telefono! C’era ancora un sacco di eccitazione al riguardo nel 1999. Il telefono fisso. Il mio ragazzo mi chiamava e diceva inevitabilmente la cosa sbagliata. Non era colpa sua. Il problema era che io volevo un Ted, lo sai? Come il Ted del tuo diario:
..battevamo entrambi i piedi per terra, e di colpo mi ha baciato con forza sulla bocca e mi ha sfilato  la mia fascia, la mia insostituibile, adorabile fascia rossa segnata dal sole e da tanto amore e i miei orecchini d’argento preferiti: ah, li terrò, ha abbaiato. E quando mi ha baciato il collo l’ho morso forte sulla guancia, a lungo, e quando siamo usciti dalla stanza un rivolo di sangue scorreva lungo la sua guancia.
Questo era quello che volevo. Sangue. Pestare i piedi. Questo mio ragazzo mi chiamava e mi diceva cose del tipo: “Diamine, sei così emotiva! Non possiamo semplicemente parlare del weekend?”. Diceva esattamente la cosa sbagliata. Io scoppiamo a piangere, Henry iniziava a fare piroette. Poi c’era la mia disastrata famiglia. Mia madre mi chiamava e mi diceva che mio padre, che adoravo, aveva distrutto la macchina quando era ubriaco. Mio padre mi chiamava, così pieno di antidolorifici da dimenticarsi il mio nome. Henry incrociava gli occhi, le labbra tremolanti. Cadeva e agitava i piedi in aria. Eravamo nelle nostra sit-com privata, Sylvia, nella nuvola rosa della nostra amicizia.
Tuttavia, la spensieratezza non può durare. Non senza sfociare in un’altra zona, dall’altra parte della quale l’amico si affaccia. Una mattina Henry è arrivato di umore tetro, con la mano fasciata.
“Che è successo?” gli ho detto. “Hai picchiato la tua signora?”
Non sapevo nemmeno se Henry avesse una ragazza. Che cosa stupida da dire.
“No” mi ha detto. “Ho colpito il cofano di una macchina col pugno”.
Non riesco a ricordarmi o immaginarmi la mia risposta.
“Una macchina è entrata in una zona pedonale, e io l’ho colpita, e mi sono rotto un dito”.
Eravamo totalmente fuori dalla fase spensierata della nostra amicizia, raggiungendo punte di disagio.
“Perché?”
 “Perché sono dei bastardi, quegli autisti che tagliano la strada ai pedoni. Stavo cercando di tornare a casa. Avrei dovuto colpire la sua maledetta faccia”.
Come ti ho già detto, Sylvia, io sono figlia di un alcolizzato. Questo mi ha portato a odiare i conflitti, e a cercare di fare il possibile per risolvere i problemi delle persone che amo. Così ho parlato con quelli del design. Abbiamo fatto degli sticker per Henry, belli grandi e di un giallo fosforescente, che dicevano:
Caro autista che odia i pedoni:
forse non lo sai, ma sei un bastardo di proporzioni colossali. Ti auguro che qualche verme disgustoso mangi le tue viscere e poi le vomiti. O magari esca dal tuo ano. E poi torni di nuovo e si rifugi nel tuo naso…

Eccetera, eccetera. Ne abbiamo dato un mucchio a Henry, che ha riso. Dopo un po’ la benda è venuta via, e ci siamo dimenticati dell’incidente.

Ma c’erano anche altre cose. Ogni giorno, alle cinque in punto, il mio amico raccoglieva le sue cose senza dire una parola e scappava via.

 “Eccolo che va a sniffare” diceva l’altro collega con cui dividevamo la scrivania. Ero talmente accecata dall’affetto per il mio amico, Sylvia, che non ricordo nemmeno il nome del tizio che lavorava vicino a noi.

“Che bella vita, quello scansafatiche”, diceva il nostro collega.

Ma non era questo il problema. Ho scoperto che Henry arrivava alle sei ogni mattina, per assicurarsi di finire in tempo tutto il lavoro che aveva da fare. Solo per assicurarsi che alle cinque e un quarto, ogni giorno, potesse essere a casa, da sua moglie.

 “Quindi arrivi in ufficio alle sei?”

“Esatto”.

“Per lavorare?”

“Si”.

 “Ma tua moglie non ti può aspettare?”

“Non voglio che debba aspettarmi”.

“Tutto questo è così….”

Ho cercato di immaginarmi di chiedere al mio ragazzo di tornare a casa prima, per non farmi aspettare. Non riuscivo nemmeno a immaginarmelo.

 “E cosa fa?”

Mi ha raccontato che era una spogliarellista. Lavorava in un night club. E lui correva a casa ogni giorno, prendendo a pugni le macchine che lo intralciavano, perché lei potesse essere tutta sua per tre ore, prima che andasse al lavoro e smettesse di esserlo.

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Penso un sacco all’amore, Sylvia. E’ un requisito essenziale per il mio lavoro. Ma tu sei famosa per questo: sei una delle autorità più studiate, citate, rimuginate quando si parla di amore. Sylvia Plath e Ted Hughes. Hai scritto più e più volte della sofferenza causata dall’amore, ad esempio nella poesia The Jailer (il carceriere):

I have been drugged and raped
Seven hours knocked out of my right mind
Into a black sack
Where I relax, foetus or cat
Lever of his wet dreams.

Anch’io sono stata innamorata, quando avevo ventisei anni. Ora minimizzo il tutto, soprattutto perché il tempo ne ha offuscato il ricordo. Ma era diventato così umiliante, alla fine. Non voglio entrare nil dettagli: diciamo soltanto che è finita con me su una panchina a Central Park Promenade, che lo imploravo. Era un’impetuosa giornata di Ottobre del 2002. C’erano pattini. Sono finita ad abbracciare le sue ginocchia. Non voglio parlarne.

Ma torniamo a te. E a Henry. Vedi. il punto è che tu e Henry non siete poi così diversi. Certo, con i dovuti adattamenti. Di sicuro sulla carta sei molto più simile a Kurt Cobain che a un atletico programmatore di computer da un parcheggio per roulotte in Georgia. O forse no.

Perché tu avevi Ted, e per lui ti sei fritta il cervello. Henry aveva Lucinda. Non mo mai visto nessuno fare le cose che lui faceva per lei.

Alla fine si è deciso che io e Lucinda ci incontrassimo. Ero la tua nuova migliore amica, dopotutto. Ci siamo dati appuntamento tutti e tre per un drink dopo il lavoro. Era una cosa alla buona, ma più si avvicinava la data, più Henry diventava turbato. Fissava lo schermo, ignorandomi tutto il giorno, poi spariva alle 4:59.

 

“Vieni?”

“Vi raggiungo tra un quarto d’ora” gli go risposto, non volendo sollevare le ire della principessa del Nord, dato che ero arrivata in ufficio solo alle dieci.

Erano in un bar a qualche isolato di distanza. Non era un bel posto. Non aveva nemmeno finestre. Riuscivo a malapena a vedere Henry, ma Lucinda – scusatemi, ma non c’è un’altra parola per descriverla – brillava. Era letteralmente iridescente; forse era per via di qualcosa che si era messa sulla pelle. I suoi capelli scuri erano tirati all’indietro, rivelando una di quelle facce che oscillano tra banalità e squisita bellezza. I suoi tratti erano perfettamente simmetrici, i suoi occhi semplici e vuoti.

L’ho adulata, come succede a ogni amica donna che incontri la moglie, sottolineando quanto spesso Henry parlasse di lei, quante cose mi avesse raccontato. Il mio amico era silenzioso. Lucinda era piacevole, esprimeva opinioni semplici: questo bar è sporco, quella camicia è carina.

“Katie vuole sapere del tuo lavoro” ha sbottato Henry alla fine, chiaramente impaziente.

“No, io…”

“Pensavo potessi scriverci qualcosa su”, ha detto Henry. “Il suo..”

“Beh, io…”

“Non avevi detto che volevi fare la scrittrice?”

Ho bevuto il mio vino tutto d’un sorso, L’avevo detto, si, ma non sapevo di cosa stessi parlando. Non avrei mai potuto scrivere della moglie spogliarellista del mio amico.

“Okay,” I said. The wife had this tiny sparkly purse that Henry looked after as if it were a pet. I remember watching him—he held the purse so tightly his knuckles burned whiteand thinking, I will never be loved like that.

“Ti porterò al club” mi ha detto Lucinda. “Sarà divertente”.

Henry mi ha guardato, e ho capito. Voleva che sua moglie fosse qualcosa di più di una semplice spogliarellista. Voleva che diventasse una storie. Sapeva quello che io non sapevo ancora: a parte la nascita e la morte, le storie sono tutto.

(….continua)
 
 
PS: le immagini usate in questo post sono le immagini usate nell’articolo originale di Katie Crouch su Buzzfeed.
PS2: per altre foto di Sylvia Plath consultate l’apposito board nel mio account Pinterest

My to-read list (libri che vorrei leggere nel prossimo futuro)

Le vacanze sono trascorse in un lampo, e sono riuscita a leggere a malapena la metà dei libri che avevo portato con me (anche se ho letto libri davvero bellissimi, come Stoner di John Williams e The book thief di Markus Zusak, e ho riletto un po’ di classici).
Il ritorno a Greyville è stato traumatico, esasperato ancora di più dai 12 gradi/pioggia perenne/montagna di lavoro arretrato/montagna di noiosissima roba amministrativa da sbrigare.
Mi sento sempre un po’ come la cicala della celebre favola, che non ha approfittato del tempo libero per leggere di più e meglio/scrivere/mandare più curricula/rivolgere qualche pensiero più costruttivo alla strada da intraprendere nell’immediato futuro anziché farmi assalire dall’ansia fino alle quattro del mattino e poi dormire fino all’una.
Comunque, le vacanze sono finite, Greyville è più grigia e aliena che mai e sono assalita dalla sindrome “dove troverò il tempo per leggere quei libri che continuo ad ammucchiare da mesi?”.
Dato che credo nel potere catartico delle liste (basta leggere qui, qui e qu) iecco la mia bella lista di libri da leggere nel futuro prossimo venturo, più o meno immediato.
Aspetto consigli e input di lettura, e anche consigli di reinserimento post-trauma vacanze che non comprendano elaborare contorti piani di fuga alla Jack Kerouac con la mia amica greca Eirini davati a troppi bicchieri di vinho verde in un locale portoghese 🙂

My to-read list:

The grapes of Wrath (Furore), John Steinbeck
Long Halftime Walk (E’ il tuo giorno, Billy Lynn!), Ben Fountain
Infinite Jest di Foster Wallace (con l’ausilio delle istruzioni per l’uso di Tegamini)
Barney’s version (La versione di Barney), Mordecai Richler
The Bell Jar, Sylvia Plath
The Zhivago Affair: The Kremlin, the CIA, and the Battle Over a Forbidden Book (non credo sia stato ancora tradotto in Italiano), Peter Finn e Petra Cuvee
Extremely loud and incredibly close (Molto forte, incredibilmente vicino), Jonathan Safran Foer
Someday this pain will be useful to you (Un giorno questo dolore ti sara’ utile), Peter Cameron
The lonely girl (La ragazza sola), Edna O’Brien
Girls in their married bliss (Ragazze nella felicita’ coniugale) Edna O’Brien (sto leggendo il primo libro della trilogia, The country girls, e lo adoro)
The perks of being a wallflower (Noi siamo infinito), Stephen Chbosky
Churchill: a life (disponibile anche in traduzione italiana), Martin Gilbert
Manuale per ragazze di successo, Paolo Cognetti
The hours (Le ore), Michael Cunningham
The fault in our stars (Tutta colpa delle stelle) John Greene

Ho bisogno di leggere un po’ in spagnolo, quindi se qualcuno mi consigliasse qualche buon romanzo contemporaneo (che non sia di Javier Marias!) gliene sarei davvero grata.

Buona ripresa, e buone letture quasi autunnali….

Soundtrack: Edith Piaf, Autumn leaves (les feuilles mortes)

 

 

Raw with love (l’amore secondo Bukowski)

Little dark girl with
kind eyes
when it comes time to
use the knife
I won’t flinch and
I won’t blame
you,
as I drive along the shore alone
as the palms wave,
the ugly heavy palms,
as the living does not arrive
as the dead do not leave,
I won’t blame you,
instead
I will remember the kisses
our lips raw with love
and how you gave me
everything you had
and how I
offered you what was left of
me,
and I will remember your small room
the feel of you
the light in the window
your records
your books
our morning coffee
our noons our nights
our bodies spilled together
sleeping
the tiny flowing currents
immediate and forever
your leg my leg
your arm my arm
your smile and the warmth

of you
who made me laugh
again.
little dark girl with kind eyes
you have no
knife. the knife is
mine and I won’t use it
yet. 

Ragazzina mora dagli occhi gentili

quando verrà il tempo di usare il coltello

non batterò ciglio

e non incolperò

te,

mentre guido lungo la costa, da solo

mentre ondeggiano le palme,

palme brutte, pesanti

quando i vivi non arrivano

e i morti non se ne vanno

non incolperò te,

invece

ricorderò i baci

le nostre labbra scorticate d’amore

e ricorderò come mi hai dato

tutto quello che avevi

e come io ti ho offerto

quello che restava di me

e ricorderò la tua stanzetta

il senso di te

la luce alla finestra

i tuoi dischi

i tuoi libri

i nostri caffè mattutini

i nostri pomeriggi le nostre notti

i nostri corpi fusi

addormentati

flussi e correnti minime

immediate ed eterne

la tua gamba la mia gamba

il tuo braccio il mio braccio

il tuo sorriso e il tuo calore

tu

che mi hai fatto ridere

di nuovo.

Ragazzina mora dagli occhi gentili

non hai un coltello.

Il coltello è mio e non lo userò

non ancora.

Ci sono poesie che sono ferite aperte e ogni verso getta un po’ di sale nel taglio.
Ci sono poesie che appartengono a tutti, perché parlano un linguaggio semplice e diretto.
Ci sono poesie che sono come strali, perché sono nude. Perché sono vere.
C’è Charles Bukowski, e ci sono notti che arrivano accompagnate da una malinconia pertinace, che si attacca alla pelle come l’afa di agosto, quell’afa che contiene già in grembo la promessa delle piogge di fine estate che verranno e porteranno via con sè la sabbia dai teli da mare, insieme a ricordi di cose che sono state e non sono più. Cose che potevano essere e non saranno mai.
C’è Bukowski, e c’è una ragazzina dagli occhi profondi e gentili, e c’è l’impossibilità di viverlo nel momento, l’amore, perché c’è la consapevolezza che finirà, che andrà via, come il solleone di agosto che si scioglie nelle piogge di settembre torrenziali e piangenti di cardarelliana memoria.
C’è un coltello, perché l’amore è una lama sottile e affilata, che può facilmente ferire anche le pelli più dure.
C’è l’amore, e ci sono gli amanti, separati e tenuti insieme dalla promessa e dalla minaccia di questa lama sospesa nel mezzo, prigionieri del dilemma dei porcospini di Schopenauer:  se si avvicinassero troppo, se decidessero di vivere come un’entità sola, gli aculei dell’uno infliggerebbero sicuramente dolore all’altro, e viceversa. E allora l’amore diventa una sorta di balletto, un avvicinarsi allontanarsi riavvicinarsi prendersi riprendersi lasciarsi, dilaniati da una parte dalla paura di soffrire, dall’altra dalla paura della perdita, del vuoto, della solitudine, ottenebrati dall’immensità di questa dipendenza fisica e intellettuale, fatta di carne e sogni, di pelle e pensieri, di sangue e sudore.
C’è l’amore che è un’arma a doppio taglio, fatta di beatitudine e di solitudine.
Se la ragazzina usasse il coltello contro Bukowski, quest’ultimo non batterebbe ciglio, né l’accuserebbe, perché guiderebbe già nelle ramblas di chi sa che ha già perso in partenza, sospeso in una terra di mezzo costeggiata di palme brutte perché pesanti, brutte perché in qualche modo delimitano un orizzonte brumoso, senza confini, che limiti non dovrebbe avere dal momento che è una terra di nessuno, una regione dove i vivi non arrivano e i fantasmi dei morti (degli amori persi e finiti? delle cose che avrebbero potuto essere e non saranno mai?) non vogliono proprio saperne, di andarsene.
È la terra di passaggio di tutti coloro che hanno perso un amore e camminano alla cieca, avanzando a tentoni, nella nebbiolina dell’oblio.
No, Bukowski non ce l’avrebbe con la morettina dagli occhi gentili: userebbe il suo tempo in questa terra di nessuno per ricordarla, centimentro per centimetro. Ricordare le labbra scorticate dall’amore, i baci crudi. Ricordare come lei gli avesse dato tutto quello che aveva e lui, in cambio, solo quello che gli era rimasto, o meglio, quello che di lui era rimasto.
Ricorderebbe questa ragazza minuta nella sua camera, la luce del mattino che penetrava tra le fessure delle imposte, la stanza infestata da un amore crudo, nudo, puro, essenziale.
Ricorderebbe tutto quello che la definiva: i suoi libri, i suoi dischi, la sua presenza minuta nella sua piccola stanza.
Ricorderebbe tutto quello che li definiva: i loro caffè mattutini, il loro mezzogiorno e la loro notte, quando il braccio di lei era il braccio di lui, quando c’era una confusione di gambe di arti di respiri di sudore di pelle. Quando quell’amore duro, nudo, scorticato era una questione di centimetri di pelle e di correnti. Quando il sorriso di lei gli aveva insegnato a ridere, di nuovo.

No, Bukowski non le serberebbe rancore. Perché l’amore è un’arma a doppio taglio, e forse il coltello per tagliare quel filo sottile che sono loro due non è nelle piccole mani di lei, ma nelle mani sofferte e forti di lui. Che lo userà, perché sa che quello che lo aspetta è quel viale alberato senza inizio né fine, che ha come partenza la fine e come arrivo la solitudine, passando attraverso il lungo tunnel dell’oblio.
Lo userà, ma non ancora. Perché in fondo, l’amore è una nebbia che si dissolve al mattino. Per essere più precisi, è una nebbiolina combustibile che brucia con le prime luci del mattino, sostiene Bukowski, sostiene:

Love is kind of like when you see a fog in the morning, when you wake up before the sun comes out. It’s just a little while, and then it burns away… Love is a fog that burns with the first daylight of reality.

E ancora:

If there are junk yards in hell, love is the dog that guards the gates.

Se ci fossero discariche di rottami all’inferno, l’amore sarebbe il cane che ne sorveglia i cancelli. Perché l’amore è un cane dall’inferno, sostiene Bukowski, sostiene.