#libriinvaligia5: per un pugno di classici

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Finalmente anche il conto alla rovescia per le mie vacanze si è attivato, quindi, dopo due settimane trascorse a preparare pacchi e valigie per un trasloco… mi rimetto a preparare le valigie per tornare in Italia, affrontando il dilemma di ogni anno: quali libri portare con me, oltre al mio amatissimo Kindle?

Come l’anno scorso, colgo la palla al balzo e vi suggerisco un pugno di classici da scoprire/riscoprire durante le vacanze. Che siate al mare, in viaggio, in montagna, in città o in ufficio (sigh!), buone letture!

1) Il buio oltre la siepe, Harper Lee

Di Harper Lee si è parlato tanto, tantissimo negli ultimi mesi, causa la riscoperta e la pubblicazione del suo inedito Go set a watchman. Io l’ho letto, ne ho parlato qui, e approfitto dell’occasione per sottolineare ancora una volta che – a prescindere da operazioni pubblicitarie più o meno infelici – GSAW non è Il buio oltre la siepe. Quindi, se aspettate l’edizione italiana per leggere un prequel/sequel dell’amatissimo classico, resterete estremamente delusi: sono due romanzi diversissimi, che affrontano tematiche più o meno simili da due prospettive estremamente diverse.

Ergo, approfittate dell’estate per scoprire/riscoprire la Maycomb dell’adorabile Scout Finch, maschiaccio perennemente scalzo e in salopette che odia vestitini e scarpe di vernice, suo fratello Jem e l’inseparabile amico Dill (controparte romanzata di Truman Capote, amico d’infanzia della Lee). I tre si trovano a crescere in un momento storico pieno di cambiamenti per la società americana degli stati del Sud, con la fortuna di avere una vera e propria bussola morale: il mitico papà Atticus, che ha il vizio di giocare con l’orologio da taschino e l’inestimabile pregio di fare sempre ciò che ritiene giusto, a scapito delle conseguenze.

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Feltrinelli editore, trad. a cura di Amalia D’Agostino Schanzer

2) Effie Briest, Theodor Fontane

Ho letto questo romanzo molto recentemente, incuriosita da un tweet di Oxford World’s Classics che lo definiva la controparte teutonica di Anna Karenina, il mio romanzo preferito, per me vera e propria Bibbia della letteratura di tutti i tempi.

Se nella prima metà del romanzo ho rischiato di cadere vittima della lentezza delle narrazione, nella seconda ho ceduto alla malia dell’innocenza e del candore con cui viene raccontata la storia di Effie, fanciulla diciassettenne data in sposa in quattro e quattr’otto a un ex pretendente di sua madre che ha più del doppio dei suoi anni. L’unica colpa di Effie è quella di essere sostanzialmente una bambina, che non si conosce, non conosce il suo posto nel mondo, e in mezzo alla sua tranquilla confusione cade preda delle avances del maggiore Crampas. Ovviamente, Effie è destinata a non vedere più la figlia Annuccia e a morire di tubercolosi lontano da lei e dal marito, il rigido barone Von Instetten, che vorrebbe perdonarla, ma attribuisce all’onore e alle apparenze un ruolo molto più importante di quello giocato dall’amore.

Se Thomas Mann avesse dovuto scegliere solo sei libri, Effie Briest di Fontane sarebbe stato uno di quelli. Fidatevi del buon vecchio Thomas, e lasciatevi conquistare dalla sua apparente semplicità e dal candore di tempi andati: caratteristiche che, più o meno inconsapevolmente, sono tra quelle che cerco in un buon classico.

Oscar Mondadori, trad. a cura di S. Bortoli
Oscar Mondadori, trad. a cura di S. Bortoli

3) Ritratto di signora, Henry James

Isabel Archer è una delle eroine più belle e sfortunate della storia della letteratura. Affascinante, indipendente, intelligente, si ritrova ad ereditare un’ingente fortuna, e a compiere uno sbaglio di proporzioni colossali in ambito sentimentale, sposando un inquietante omuncolo interessato solo ai suoi soldi, l’insopportabile, pomposo Gilbert Osmond. La vera tragedia di Isabel è essere stata amata tanto, da tanti, e non essere mai riuscita a capire le persone, e a leggere davvero nel suo cuore.

È uno dei miei libri preferiti, che rileggo volentieri a cadenza irregolare. Da affiancare all’omonimo film di Jane Campion, con una splendida Nicole Kidman e un cast di tutto rispetto, che include John Malkovich e Viggo Morgensen.

Edizioni BUR, trad. a cura di B. Boffito Serra
Edizioni BUR, trad. a cura di B. Boffito Serra

4) L’età dell’innocenza, Edith Wharton

Con L’età dell’innocenza, il suo dodicesimo romanzo, la Wharton diventa la prima donna ad essere insignita del premio Pulitzer (1921). Basta leggere L’età dell’innocenza per rendersi conto che il suo successo è più che meritato: la penna della Wharton attacca senza pietà l’ipocrita alta borghesia newyorchese della fine del XIX secolo, svelandone il volto nascosto da una maschera dorata.

In questo contesto, Newland Archer, avvocato di belle speranze, si trova costretto a sposare May, scialba ma di buona famiglia, pur essendo perdutamente innamorato della cugina, la misteriosa e perduta contessa Ellen Olenska, colpevole di avere “un passato” (una vita scandalosa in Europa! Il divorzio da un dissoluto conte polacco!). Da affiancare all’omonimo film di Scorsese, che vede Michelle Pfeiffer nei panni della contessa Olenska e Winona Ryder in quelli di May Welland.

eNewton classici, trad. a cura di P. Negri
eNewton classici, trad. a cura di P. Negri

5. Via dalla pazza folla, Thomas Hardy

Confessione: ho iniziato a leggere il celeberrimo romanzo di Hardy da pochissimo, dopo aver visto il nuovo adattamento cinematografico con una splendida Carey Mulligan nei panni della protagonista, la bellissima, indipendente e sfortunata (avete notato quanto spesso questi aggettivi vadano insieme nella descrizione delle eroine dei classici?) Bathsheba Everdene. Anche Bathsheba, come Isabel Archer, ha la tendenza a far innamorare di sé un po’ tutti, dal leale fattore Oak al ricco Boldwood, che si rivela uno stalker della peggior specie. Ovviamente, si innamora dell’unico uomo che non la ricambia, il vanesio, sprezzante sergente Francis Troy, che la rende molto, molto infelice.

Ah, è anche un romanzo pieno di pecore. Ci sono pecore ovunque. Anche molte mucche. Arcadia pura, insomma.

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Garzanti, traduzione di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman

6) Camera con vista, E. M. Forster

Lucy Honeychurch è un’altra delle mie eroine preferite in assoluto. Di lei, il pastore Beebe dice che, se si arrischiasse a vivere come suona, sarebbe una delle persone più interessanti del mondo. E lo fa: lascia l’insignificante, freddo fidanzato Cecil per una vita di avventure con l’inappropriato, imprevedibile George, conosciuto durante un viaggio in Italia, complice uno scambio di camere.

Da affiancare alla visione del film di James Ivory, con un’intensa Helena Bonham Carter nei panni della protagonista.

Newton Compton, trad. a cura di  P. Meneghelli
Newton Compton, trad. a cura di P. Meneghelli

Ultimo consiglio libresco: dopo aver tanto parlato di eroine, vi suggerisco la lettura di un libro che ho amato molto (purtroppo non disponibile in traduzione italiana): How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, di Samantha Ellis (di cui ho parlato qui).

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Dalla redazione è tutto: vi auguro delle bellissime vacanze, piene di avventure, di parole, di storie.

Soundtrack: Summertime, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong

#libriinvaligia4: Un pugno di classici da (ri)leggere sotto l’ombrellone

I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando 

s’ impongono 

come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria

 mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Italo Calvino

 

 

E se quest’estate, invece del blockbuster di turno, mettessimo in valigia un pugno di buoni classici, da leggere e/o rileggere?

Ecco una manciata di proposte (trovate le altre puntate di #libriinvaligia qui, qui e qui):

Emma, ovvero la celeberrima Emma Woodhouse nata dalla penna di Jane Austen, la ragazza che crede di sapere tutto sull’amore e sul match – making e riceve invece un paio di spiacevoli sorprese: spezza il cuore per ben due volte alla sua protetta, la giovane e inesperta Harriet Smith, e rischia di spezzare il suo. Su consiglio di Emma, Harriet rifiuta infatti la proposta dell’onesto e innamorato Martin e finisce per innamorarsi dell’unico uomo per cui l’indipendente, altezzosa Emma abbia mai provato qualcosa, Mr Knightley. Da affiancare alla brillante serie Emma approved, prodotta da Pemberley Digital (che ha prodotto anche la famosa serie The Lizzie Bennet Diaries, che a sua volta è diventata un libro alquanto spassoso), per una rilettura in chiave moderna e frizzante dei classici di Aunt Jane;

Anna Karenina di Lev Tolstoj, la donna tranciata non solo dalle rotaie di un treno, ma anche e soprattutto dal conflitto dovere – volere, dalla contrapposizione madre/donna, dal ruolo marginale affidatole da una società che le porta via il grande amore della sua vita, suo figlio Serioza, lasciandola vuota a perdere, piena di rabbia e dolore nei confronti di se stessa, del mondo, del frivolo e incostante amante, Vronskij (recensione completa qui). Da affiancare al coraggioso adattamento cinematografico di Joe Wright, con una Keira Knightley in splendida forma (più informazioni qui);

Cime tempestose di Emily Bronte, la celeberrima storia d’amore tra la bella e capricciosa Cathy e l’oscuro, misterioso Heathcliff, che si perdono tra le lande desolate e le brughiere brumose dello Yorkshire, fino a immedesimarsi nel paesaggio, fino a diventare il paesaggio stesso, quelle cime tempestose del titolo che li dividono in vita per ragioni sociali ed economiche (e mancanza di coraggio) e li vedono riuniti dopo la morte, fantasmi per mano sotto la luce tenue della luna piena. È una tappa imprescindibile dell’educazione sentimentale di ogni lettore, quindi non saltatela, facendovi scoraggiare da orrende copertine alla Twilight come quella proposta da Harper Collins, anche perché Bella non direbbe mai di Edward quello che Cathy dice del suo Heathcliff alla fedele governante Nellie:

Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state quelle di Heathcliff, e le ho viste e vissute tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto morisse, e lui rimanesse, io continuerei ad esistere; e se tutto il resto continuasse ad esistere e lui fosse annientato, l’universo si trasformerebbe in un completo estraneo: non ne sembrei parte. – Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

Da affiancare  al sempreverde adattamento cinematografico del 1992, con una splendida Cathy/Juliette Binoche;

Dell’amore e di altri demoni di Gabriel García Márquez, la desolata epopea di una ragazzina dai lunghissimi capelli ruggine creduta vittima di possessione demoniaca, Sierva María de Todos los Ángeles, e del giovane prete che dovrebbe salvarla, Cayetano Delaura, e che invece muore d’amore per lei, con lei, in un crescendo di sonetti di Garcilaso de la Vega, ché il demone più difficile da sconfiggere è proprio lui, l’amore. Da affiancare ad una bella antologia di Garcilaso de la Vega (una curiosità sul poeta che non poteva sfuggire ad una calabrese: è stato alcalde, cioè governatore, di Reggio Calabria nel 1534, ed è stato colui che ha dato forma propria e coerenza al rinascimento spagnolo);

Lolita di Vladimir Nabokov, la storia dell’ossessione del triste professor Humbert per la ninfetta Dolores Haze, in arte Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Il libro ha conosciuto una storia editoriale travagliatissima: tacciato a più riprese di pornografia e pedofilia, è scampato a un tentativo di distruzione dello stesso Nabokov, che aveva buttato il suo manoscritto nelle fiamme, Per fortuna Vera, sua moglie ed eterna collaboratrice, ha sottratto a una fine infelice uno dei massimi capolavori delle letteratura moderna e contemporanea in lingua inglese: perché, non prendiamoci in giro, non si può bruciare (o censurare) un libro in cui il protagonista dice di Lolita

Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista

(e credetemi. in lingua originale è anche meglio. Un tripudio per i sensi di tutti i feticisti della lingua inglese). Da affiancare all’adattamento cinematografico di Kubrick (da evitare come peste invece l’adattamento del 1997 di Adrian Lyne, nonostante lo struggente tema finale di Ennio Morricone). Se invece volete approfondire le vicende dei Nabokov vi consiglio il bellissimo The Wives: The Women Behind Russia’s Literary Giants di Alexandra Popoff, un ritratto accurato del pesante e complesso ruolo sociale e professionale ricoperto dalle mogli dei grandi scrittori russi: erano infatti stenografe, correttrici di bozze, consigliere fidate. Vera Nabokov aiutava Vladimir a preparare tutte le sue lezioni universitarie e a correggere i compiti degli studenti; inoltre sedeva in prima fila durante le sue lezioni, cosicché Vladimir immaginava di rivolgersi solo a lei. Un vero e proprio lavoro, insomma;

Via col vento di Margaret Mitchell (no, aver visto venti volte il celeberrimo adattamento cinematografico non conta come scusa). Il libro offre un quadro storico della Guerra civile americana molto più approfondito; inoltre, è una sorta di Bildungsroman al contrario della protagonista, la mitica Rossella O’Hara, che all’inizio della vicenda è una civetta con tanti grilli per la testa e poche preoccupazioni, a parte l’ossessione per la mussolina verde e per Ashley Wilkes. Durante la guerra, Rossella perde entrambi i genitori e affronta con coraggio e durezza privazioni e umiliazioni, riuscendo a sfamare la sua famiglia e la moglie di Ashley, l’odiata Melly, e il loro bambino, Beau, che salva da morte sicura. Il personaggio subisce poi però un’involuzione: dopo la celebre promessa a Dio e a se stessa di non soffrire mai più la fame, Rossella diventa sempre più fredda, egoista, cinica, avida e calcolatrice. Soprattutto, continua a non conoscere e a non comprendere l’amore, scambiandolo per la sua infantile infatuazione per il bell’Ashley, totalmente diverso da lei per educazione, gusti e temperamento. Se Rossella avesse capito Ashley, non l’avrebbe mai amato; e se l’avesse davvero mai amato, avrebbe capito che erano troppo diversi per stare insieme e si sarebbe dedicata interamente al vero amore della sua vita, l’affascinante, onnipresente filibustiere Rhett Butler, che smette di amarla solo alla fine, stanco dei continui rifiuti di Rossella, stanco di non essere mai ricambiato.
Quando Rossella capisce di averlo sempre amato è ormai troppo tardi; ma la nostra eroina scaccia via anche questo problema, anche questo pensiero infelice recitando il suo eterno mantra, domani è un altro giorno.
Da affiancare alla lettura degli scritti giovanili della Mitchell, Before Scarlett: Girlhood Writings of Margaret Mitchell (disponibili solo in Inglese) e, per i più avventurosi, al sequel Scarlett, a cura di Alexandra Ripley (disponibile anche in traduzione italiana).

Buone letture estive, e ovunque siate (spiaggia, montagna, campagna, pausa pranzo) perdetevi sempre nell’incanto di una storia.

LibriInValigia#3: Dear Life, Alice Munro

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Se l’estate scorsa è stata l’estate in cui ho scoperto John Fante e Harper Lee, questa è stata l’estate in cui ho scoperto – e amato alla follia, l’unico modo di amare che mi è consono – Alice Munro.
La Munro è un’autrice che aspettavo di “incontrare” da tempo, per motivi diversi, in parte legati alla mia smisurata curiosità nei confronti del racconto – bisogna essere davvero bravi per riuscire a concentrare una storia, per far affezionare il lettore a personaggi e paesaggi e situazioni e far scattare reti di celesti corrispondenze ed empatie astrali in uno spazio fisico ristretto. Dear life mi è capitato tra le mani in uno di quegli istanti di serendipità grazie ai quali la vita riesce ancora a cogliermi di sorpresa, regalandomi larghi sorrisi, ed è stato la coperta di Linus della mia breve estate, trascinato da una spiaggia calabrese all’altra, con la sua incantevole copertina di foglie d’acero rosse ed autunnali, così canadese, così semplice, così rassicurante.
Il Canada è uno dei protagonisti indiscussi dei racconti della Munro: i paesaggi della sua infanzia, scavati dal ricordo, ricostruiti attraverso sensazioni tattili ed olfattive, acquarelli sporchi di fango e foglie autunnali.

La Munro è senza dubbio la regina del racconto. Commovente, sorprendente, mai monotona, la sua scrittura palpita di una vitalità intrinseca che lascia il lettore col fiato sospeso fino all’ultima riga. Le sue parole vivono di vita propria, indulgono in descrizioni lente e raffinate di paesaggi e personaggi a dir poco singolari, esplodono in epitaffi che offrono chiavi di lettura della personalità della sempre schiva Munro, sfuggente anche nei suoi racconti autobiografici.
L’atmosfera delle storie di Dear life è sempre sospesa tra storia e mistero, sogno e realtà, passato e presente, ricordo e immaginazione. Tra i temi cari all’autrice, la malattia mentale, l’alienazione, la solitudine, la condizione del poeta (specie nel caso delle donne), che porta con sé quasi un atavico senso di colpa nei confronti della sua condizione, con echi che richiamano Gozzano e il suo “io mi vergogno d’essere un poeta”.
Gli ultimi quattro racconti – The eye, Night, Voices, Dear life – affrontano temi autobiografici da prospettive mai scontate: ad esempio, nell’ultimo racconto (che dà il nome alla raccolta) la Munro rivive il suo legame di odio-amore con la madre, prematuramente ammalatasi di Alzheimer, partendo da un episodio apparentemente irrilevante: la storia, raccontatale dalla madre stessa, del giorno in cui la loro vicina, un’anziana signora malata di mente, aveva cercato di fare irruzione in casa Munro, dove una spaventatissima signora si era barricata con la piccola Alice dietro il montavivande, after my mother ha grabbed me up, as she said, for dear life, dopo averla afferrata, dopo essersi disperatamente attaccata a lei, sopraffatta dal terrore, dall’imprevedibilità della situazione.
Anni dopo la Munro avrebbe scoperto che casa sua era appartenuta in passato alla famiglia dell’anziana signora – i Netterfield – e probabilmente, nella confusione della sua mente avvolta dalla nebbia dell’infermità, la vicina stava pensando di fare ritorno a casa sua, anzichè fare incursione in casa d’altri. La persona alla quale Alice avrebbe davvero voluto raccontare la sua scoperta sarebbe stata proprio lei, sua madre, portata via dalla malattia. In chiusura, la Munro ricorda con una sorta di distante e rassegnata tristezza di non aver fatto ritorno a casa nell’ultima fase della malattia della madre, nemmeno per il suo funerale. I soldi erano pochi, i bambini erano piccoli. E conclude in modo magistrale:

We say of some things that they can’t be forgiven, or that we will never forgive ourselves. But we do – we do it all the time.

(Diciamo che alcune cose non potranno mai essere perdonate, o che non riusciremo mai a perdonare noi stessi. Eppure lo facciamo – lo facciamo tutto il tempo).

Il racconto che ho amato di più è il primo della raccolta, To reach Japan, la storia di una giovane poetessa, Greta, invitata per la prima volta ad una soirée letteraria, nel corso della quale si sente un’aliena e si ubriaca, finchè un editor non corre in suo aiuto, riaccompagnandola a casa in macchina e confessandole semplicemente: Excuse me for sounding how I did. I was thinking whether I would or wouldn’t kiss you and decided I wouldn’t.
Quel bacio sospeso brucia sulle labbra di Greta nel fluire sempre uguale della sua quotidianità, fatta del marito, di sua figlia Kathy e del suo lavoro.
Quando una coppia di amici le propone di occuparsi della loro casa a Toronto durante una loro assenza, Greta accetta col cuore in tumulto. Peter, suo marito, è fuori per lavoro; a Toronto vive lui, lui dal bacio mai dato, lui dalla moglie pazza rinchiusa in una casa di cura, lui a cui Greta non può esimersi di inviare un messaggio in bottiglia

Writing this letter is like putting a note in a bottle – 
And hoping
It will reach Japan.

Nient’altro, a parte il giorno di arrivo e l’orario del suo treno.
Dopo un viaggio tumultuoso, marcato da un’avventuretta dai pentimenti facili a causa della quale Greta perde sua figlia Kathy per alcune ore, fino a ritrovarla, in pigiama e spaventata, seduta nel passaggio da un vagone all’altro, Greta arriva a Toronto. E, surrealmente, mentre scende dal treno sulla piattaforma, qualcuno le prende le valigie. E la bacia, per la prima volta, in modo deciso e celebratorio.
She didn’t try to escape. She just stood waiting for whatever had to come next.

Come Greta dalle poesie alate e dal cuore in tempesta aspetta sulla piattaforma, guardando con distratta curiosità il sentiero contorto che si è improvvisamente aperto davanti ai suoi piedi in un’esistenza di strade larghe e ben pavimentate, io aspetto con impazienza di leggere una seconda raccolta di racconti della Munro, New Selected stories. E di innamorarmene, magari.

 

LibriInValigia#2: Once again to Zelda , Wagman-Geller

Once again to Zelda: The Stories Behind Literature’s Most Intriguing Dedications di Marlene Wagman-Geller

Questo libro da solo meriterebbe un post a parte, anzi una serie di post. Non credo che esista un’edizione italiana, ma vi consiglio caldamente di leggerlo, perché è davvero un piccolo gioiello, uno scrigno di “storie dietro la storia”, un regalo scovato in una piccola libreria indipendente di Islington, a Londra.
Si tratta di cinquanta storie “dietro le quinte”, in cui l’autrice ricerca motivazioni e retroscena delle dediche di cinquanta tra i libri più belli e più letti di tutti i tempi, da Pasternak a F.S. Fitzgerald, da Sylvia Plath a Mary Shelley.
Vi ricordate il dibattito tra le due Lare che si contendono il titolo di musa ipiratrice della bellissima ed immortale eroina di Pasternak, sua moglie Zinaida e la sua amante Olga Ivinskaya?
Secondo la Gellers, Lara è Olga. Perché questa è la dedica de Il Dottor Zivago: 

To Olga Ivanskaya
“You guided my hand and stood behind me,
and all of it I owe to you”.

Inoltre, la bella Olga condivide la stessa sorte dell’infelice Lara, come constateremo a breve.
La Ivinskaya conosce Pasternak mentre lavora come editrice presso il giornale Novy Mir. L’amicizia tra la fervente e appassionata Olga, amante della poesia di Pasternak, e lo stesso Boris nasce sui versi e sulle discussioni incentrate su Il Dottor Zivago, allora in corso di redazione, e presto diventa qualcosa di più. In una lettera del 1947, Pasternak le dichiara amore eterno ed imperituro, definendola my love..my angel. Ciononostante, non è disposto a lasciare la sua famiglia, alla quale si dichiara legato dal dovere e dal senso della responsabilità.  La sua storia con Olga forma parte integrante della trama de Il Dottor Zivago, traducendosi nella relazione tra Jurij e Lara.
Come Lara, Olga scopre di aspettare un bambino da Boris, ma durante la sua prigionia in un campo di lavoro, durante la quale viene sottoposta a violenze fisiche e psicologiche: ad esempio, le viene mostrata una bara e viene invitata ad aprirla per convincerla che Boris fosse morto e forzarla a svelare quanti più dettagli possibili sull’impegno anticomunista di Pasternak. Ma il prezzo da pagare per Olga non si riduce alla prigionia, non si riduce all’inevitabile destino di “altra donna”, di amante: dopo la morte di Pasternak nel 1960, viene processata e condannata ad otto anni in un gulag, come Lara, uscita un giorno di casa per non farvi più ritorno, prigioniera, morta o sparita da qualche parte, una delle centinaia di desaparecidas rese ancora più invisibili dal fatto di essere donne.
Le torture, le sofferenze e le privazioni patite da Olga durante questi anni sono state da lei rese pubbliche nelle sue memorie, Prigioniero del tempo. La mia vita con Boris.
Non soprenderà il fatto che il memoir sia dedicato al suo amato Pasternak:

La maggior parte della mia vita è stata dedicata a te – e quello che ne resta lo sarà altrettanto.

Margaret Mitchell dedica il suo celeberrimo Gone With The Wind (Via col vento) ad un certo J.R.M.
Questa dedica così criptica racchiude la storia della stessa Mitchell e del suo romanzo.
Margaret, affettuosamente chiamata Peggy, è una vera figlia del Sud. Dopo che sua nonna, l’influente Annie F. Stevens, colonna portante dell’Atlanta bene, la fa ammettere nel prestigioso club della debuttanti, Peggy se ne fa rapidamente espellere, presentandosi ad un ballo come l’antitesi della dama del Sud, vestita in maniera provocante, con calze nere e rossetto carminio, e danzando in maniera così disinibita da scandalizzare gli astanti.
Nel 1922, la Mitchell incontra il suo Rhett, Berrien Red Upshaw, del quale si innamora follemente, nonostante lui la prenda in giro per le sue gambe corte e sua nonna disapprovi di tutto cuore l’affascinante bad boy  che ha stregato la nipote. Nello stesso periodo, Margaret conosce il suo compagno di stanza, John Robert Marsh, tutt’altro che bello, ma folle di amore per lei.
Margaret sceglie l’affascinate Red e lo sposa nel corso dello stesso anno, mentre John, che fa loro da testimone, è costretto a nascondere il suo cuore spezzato.
Il matrimonio della Mitchell ha comunque breve durata, a causa del carattere violento e dell’alcolismo di Red. Quando arriva il momento del divorzio, Peggy si rivolge a John per amicizia, sostegno e affetto. I due si sposano poco tempo dopo il divorzio di Margaret da Red.
Quando una malattia la costringe a letto per diverso tempo, per farla distrarre John porta alla moglie alcuni libri di storia dalla biblioteca pubblica. Quando l’interesse della moglie per la storia americana diventa sempre più incalzante, John le suggerisce di scrivere un libro. Di qui nasce Via Col Vento, e di qui la dedica della Mitchell al marito, all’amico, a colui che l’ha esortata e spronata a scrivere. A colui che ha creduto in lei.

Potrei continuare a scrivere per ore su questo libro. Per ora vi lascio con un’ultima storia, un’ultima dedica. Sylvia Plath, la bella poetessa americana sposata con Ted Hughes, sorprendenemente non dedica The Bell Jar all’amatissimo marito, ma ad “Elizabeth e David”.
Per capire perchè, bisogna fare un salto indietro. Sylvia incontra Ted a Cambridge, durante il suo soggiorno in Gran Bretagna grazie ad una borsa Fulbright. È amore a prima vista: lui si fa avanti tra la folla e si mette a recitarle i suoi versi; lei è talmente attratta da lui e confusa che, mentre bevono e ballano, gli morde l’interno della bocca tanto da farlo sanguinare. Ted le confisca la fascia per capelli per essere sicuro di rivederla. Si sposano quattro mesi dopo, e si trasferiscono a Court Green nel Devon, dove fanno amicizia con i loro nuovi vicini di casa, David ed Elizabeth Sigmund (i David e Elizabeth della dedica).
Dopo la nascita dei loro due figli, un serpente si introduce nella loro serenità coniugale sotto le mentite spoglie di Assia, la bellissima moglie del poeta londinese che aveva affittato loro il cottage dove abitavano. Ted ne diviene l’amante; Sylvia lo caccia di casa e precipita in una profonda depressione, trovando aiuto e amicizia presso i suoi vicini di casa, ai quali dichiara “Ted lies to me all the time.He has become a little man…I have given my heart away and I can’t take it back – it is like living without a heart”.
Quando Sylvia decide di andare a vivere a Londra con i suoi due bambini per voltare pagina, Elizabeth e David cercano di farle cambiare idea, preoccupati a causa della sua fragilità e della sua depressione. Le loro previsioni si rivelano, purtroppo, lungimiranti: a soli trent’anni, Sylvia constata con disperazione che il suo appartamento londinese e la sua vita stessa sono diventati una campana di vetro dentro la quale si sente soffocare. Prepara latte e pane sul comodino dei bambini, sigilla la porta della cucina con degli asciugamani, e sceglie di morire, di soffocare velocemente, con la testa dentro il forno, anzichè lasciarsi soffocare lentamente dentro la sua campana di vetro.
Sei anni dopo la morte di Sylvia, Assia, in una macabra emulazione della morte di quella rivale di cui non si era mai riuscita davvero a liberare, si sarebbe lasciata morire allo stesso modo con la figlioletta Shura, dopo aver inghiottito dei sonniferi.
Hughes, stravolto dalla triplice tragedia, avrebbe dichiarato ad Elizabeth: “My creativity presented me with a demon. If I get close to people, I destroy them”.
Nell’ambito di queste tragiche vicende, appare evidente il desiderio di Sylvia di esprimere la sua riconoscenza ai coniugi Sigmund dedicando loro il suo unico romanzo.

LibriInValigia#1

 

Arrivo sempre in ritardo, lo so. Sarà che le mie vacanze non sono ancora cominciate e la mia estate appena iniziata (quantomeno sono fuori da Greyville). Sarà che sono riuscita ad andare al mare (solo un giorno, per ora). Sarà che è un agosto strano, di cambiamenti. Di pagine che si chiudono e porte che si aprono. Di Jane Austen e orchidee. Sarà.
In ogni caso, come sempre, la mia valigia è piena di libri, come lo sarà durante la mia vacanza e durante l’inevitabile nostos verso Greyville…
Intanto eccomi qui, ad affrontare il mio vero nostos alla mia terra di origine, a cui non sono mai appartenuta, dove coltivo pochissimi affetti. Dalla quale ho cercato di recidere ogni legame, con cautela. Dalla quale ho voluto rendermi dissimile a tutti i costi solo per scoprire che ci assomigliamo, io e la mia terra, nella nostra testardaggine, nel nostro volersi rialzare against all odds, anche quando tutto sembra perduto, in quei contrasti di verde e blu cobalto e stradine di polvere rossa e terra brulla.
Una terra a colori. Un cielo a colori. Il mare.
La valigia. Anche questa volta mi ha già riservato le prime sorprese:

1) The Brotherhood of the Grape (La confraternita dell’uva) di John Fante
Mi è stato prestato (leggi imposto) da un amico che mi ha chiesto: ma come fai ad amare la letteratura americana se non hai mai letto niente di John Fante?
A lui va un enorme grazie, perché ho divorato il libro in  cinque giorni, totalmente persa nello stile di Fante, nel suo crudo realismo, nella sua prosa forbita senza essere ricercata (un manicaretto per gli amanti dell’inglese) con cui lo scrittore descrive il dissidio interno del protagonista Henry, a sua volta scrittore, lacerato in due dall’odio-amore per il padre-padrone Nick Molise, chiamato ad assisterlo in un’impresa impossibile per il genitore morente, che vuole tuttavia dimostrare ancora di essere un uomo, di non essersi arreso ad anni di alienazione da immigrato molisano in America, di alcolismo, di abbruttimento, di matrimonio infelice, di tradimenti, di soprusi subiti dalla moglie che a sua volta l’ha sempre tenuto avvinto a sè in una rete malata di ricatti psicologici.
Nick ha rovinato la vita ai suoi figli. Ha negato loro la possibilità di sbocciare e realizzare i loro sogni (Henry è un’eccezione, essendosene andato di casa giovanissimo, avendo sopportato mesi di povertà, mancanza di cibo, di lavoro e di un tetto sulla testa). Li ha resi incapaci di aprirsi davvero all’altro e all’amore.
Ciononostante, Nick, in procinto di morire di alcoolismo e diabete, vuole dimostrare di essere ancora uno scalpellino provetto. Di essere in grado di lavorare, tradire sua moglie, giocare d’azzardo, bere, mangiare, dormire poco, essere un uomo d’onore. Bere. Quello che per lui significa vivere.
Solo dopo la sua morte Henry realizza il vuoto lasciato da Nick. Non quello fisico, ma quello che il padre gli lascia nel cuore, quel vuoto che non era stato capace di riempire da vivo, figuriamoci da morto.
Bukowski ha dichiarato di essersi ispirato a Fante nella sua scrittura, e di guardare a lui come un maestro. The Broterhood of the Grape è un libro catartico, liberatore, che mette nero su bianco quei conflitti familiari che troppo spesso rimangono irrisolti, creando cicatrici troppo profonde per essere curate, in quei luoghi dell’anima che nessuno visita mai.

2) Becoming Marie Antoinette (I diari segreti di Maria Antonietta) di Juliet Grey
Era da un po’ che avevo voglia di leggere questo libro, intrigata dal personaggio di Marie Antoinette come rappresentata nel film della Coppola: una splendida bambina troppo fragile, egoista e capricciosa, facile preda delle trame della corte francese.
Mi aspettavo un libro più di genere chick-lit, ma anche stavolta sono stata deliziosamente sorpresa: il diario è una ricostruzione storica, a mio parere abbastanza accurata, del processo di maturazione di una bambina di dieci anni vittima della maledizione della “fortunata” casata degli Asburgo, che anzichè fare la guerra negozia matrimoni per sigillare allenze politiche.
Dopo la perdita dell’adorata sorella Giuseppa, uccisa dal vaiolo, e il matrimonio infelice della sorella Carolina con il re borbone delle Due Sicilie, Toinette scopre di non essere abbastanza bella, né intelligente, né istruita, né aggraziata per divenire delfina di Francia. Inizia così una tortura lunga anni, tra corsetti per la postura, apparecchio ai denti e tecniche per il rinfoltimento dei capelli, nonchè lezioni di danza, fonetica francese, storia e geografia. Quando Antoinette viene giudicata pronta, è costretta a lasciare tutto ciò che conosce e che ama per trasferirsi in una corte ostile, dominata dal capriccio della favorita del re, con un marito che per mesi si rifiuta di consumare il matrimonio, nella paura di essere rimandata in Austria e finire la vita in disgrazia in un convento per non essere riuscita a dare un figlio al delfino.
Il ritratto che ne emerge è, ancora una volta, quello di una bambina fragile, buttata in mezzo alla storia e travolta dai venti della politica, regina in nessun posto, rifiutata nella sua femminilità, sola ed annoiata, che si riduce ad indulgere ai suoi capricci e ai passatempi più futili diventando una delle regine più controverse, più affascinanti, più criticate e più sfortunate della Storia.

 

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E voi, quali libri avete messo in valigia?