Eroine letterarie disfunzionali

Dopo gli uomini che non sapevano amare, torna il nostro Valentine’s Day disfunzionale, stavolta con una carrellata di crudeli eroine letterarie: algide, fredde, calcolatrici e senza cuore, riescono a farla in barba a stupid Cupid e ai suoi strali sempre scagliati un po’ a caso.

Buona lettura, godetevi le nostre crudeli eroine e le gif del buon Michele (che ha realizzato anche il banner della nostra romantico-sarcastica iniziativa).

Ah, buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat, vi dedichiate a fare gli stalker dei vostri ex sui social media (non lo fate, vi prego) piangendo sulle note di All By Myself, o lo ignoriate completamente.

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Irene Forsyte di La saga dei Forsyte di John Galsworthy, scelta da me

Irene Forsyte è un personaggio per cui il lettore dovrebbe provare simpatia e compassione. Bellissima, algida, fragile, infelice, in grado di ammaliare e affascinare chiunque. Tranne me.

Irene sposa Soames Forsyte per i suoi soldi, pur odiandolo e disprezzandolo; dopo un paio di anni di matrimonio, decide di non ammetterlo più nella sua alcova, lasciando il povero Soames a torturarsi, cercando di capire come mai sua moglie non solo non lo ami, ma non riesca nemmeno a tollerare di stare nella stessa stanza con lui. Irene infatti non sopporta nemmeno di rivolgergli la parola o di guardarlo negli occhi, e non si lascia scappare l’occasione di ricordare al marito e ai parenti di lui quanto Soames le sia inviso.

Dopo il tragico epilogo di un’avventura col fidanzato della cugina di Soames, June, Irene lascia il marito, che rimane ossessionato da lei per tutta la vita, commettendo di conseguenza errori di ogni sorta, anche imperdonabili. Dopo una breve parentesi romantica con lo zio di Soames, che le lascia un bel po’ di quattrini, Irene si sposa col cugino dell’ex marito,  Jolyon Forsyte.

La domanda sorge spontanea: in tutta Londra, in tutta l’Inghilterra, in tutta la Francia (dove vive per un periodo) Irene non è stata capace di innamorarsi di un uomo che non facesse parte della famiglia dei Forsyte, che pure professa di odiare? Tutto il suo personaggio puzza di falso, di costruito, di artificioso: Irene non vede che se stessa e rimane egoista fino alla fine, impedendo al figlio Jon di coronare il suo sogno d’amore con Fleur Forsyte, che, udite udite, è la figlia dell’odiatissimo Soames. L’amore tra I due piccioncini potrebbe chiudere un circolo vizioso, mettendo fine alla faida tra Irene e Soames e riportando la pace tra i vari Forsyte; ma Irene, dopo la morte del marito Jolyon, ha troppa paura di perdere il figlio, “consegnandolo” alla famiglia di Soames, e di rimanere sola.

Soames non è certo il più amabile dei personaggi letterari: è un uomo che non sa amare, ma suo malgrado, e non riesce a rendersene conto. La capacità di Irene di amare (e di essere amata) è invece alla base del suo personaggio: questo dettaglio rende il suo cieco egoismo e il suo estenuante vittimismo ancora più insopportabili.

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La Marchese di Merteuil di Le relazioni pericolose di Laclos, scelta da Valentina di Peek a Book

Baudelaire la definì la personificazione dell’ “Eva satanica”: quale altra eroina letteraria è più bad girl della Marchesa di Merteuil, colei che tira davvero le fila di tutte le 175 lettere che compongono il leggendario romanzo epistolare Le relazioni pericolose? La più grande libertina della letteratura dell’epoca, vera Don Giovanni del romanzo (Valmont è nulla a confronto) e villain per eccellenza, la Marchesa, rispettabile e stimata agli occhi di tutti, è in realtà una gelida e spietata calcolatrice, dedita solo a tramare per nuocere chiunque si metta sulla sua strada. Dietro un muro di finta pudicizia e intoccabilità, si nasconde la più fine conoscitrice della strategia amorosa, la più diabolica cospiratrice del romanzo libertino, una donna che fa della seduzione dell’altro sesso una ragione di vita. In realtà, noi che la Marchesa la conosciamo bene sappiamo che non è veramente malvagia e glaciale; la sua è “solo” una ribellione al ruolo di contorno a cui era relegato il genere femminile all’epoca, alla secondaria importanza che la donna aveva su tutto.

Moderna eroina o astuta mistificatrice, la Marchesa di Merteuil si trascina fino a dove la porteranno la sua spregiudicata disinvoltura e la sua mancanza di empatia verso il prossimo con una sola idea in mente: “Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio”.

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Elyria di Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, scelta da Chiara di Librofilia

Giovane moglie newyorchese che, alle prese con un passato difficile, con un perenne senso di disorientamento causato dalla morte della sorella e con un matrimonio sbagliato – contratto con il professore della sorella morta suicida – avverte un senso di inadeguatezza nei confronti della vita, nonché l’incapacità di dare un nome al suo malessere interiore e per questo motivo, decide improvvisamente di abbandonare suo marito e la loro casa, per fuggire solo con uno zaino in spalla e con pochi soldi in tasca, per dirigersi in Nuova Zelanda, dove spera di ricominciare tutto da capo. Durante il viaggio, Elyria non dovrà difendersi solo dai pericoli e dai possibili stupratori, ma dovrà lottare soprattutto contro se stessa e contro la sua mente contorta e piena di contraddizioni. Elyria, è infatti l’emblema vivente della donna intelligente e consapevole del fatto che la natura umana è incapace di raggiungere un totale appagamento e, pertanto, tutti i sentimenti che smuovono l’animo sono molto spesso ingiusti e complessi; di conseguenza, tutte le decisioni che vengono prese non sempre sono il frutto di meccanismi interiori lucidi e prevedibili anzi, spesso è tutto l’opposto.

E nemmeno l’amore sembra far rinsavire Elyria, poiché preferisce fare e disfare tutto, fuggire in preda all’indecisione e comportarsi come una bambina capricciosa e incapace di affrontare le difficoltà, piuttosto che preservare l’unica cosa bella che la vita le aveva riservato ovvero il matrimonio con quell’uomo devoto, totalmente e follemente innamorato di lei.

Marie di Carne viva di Merrit Tierce, scelta da Mariateresa di Casa di ringhiera

Marie è una giovane donna, troppo giovane per comprendere cosa voglia dire impegnarsi. Fare la cameriera non richiede uno sforzo tale da lasciarle il tempo, mentale e materiale, per potersi occupare della sua carne. Marie non cerca una soddisfazione interiore, ma ne esige una fisica e metafisica.

Ciò di cui Marie ha bisogno è lo stordimento necessario per potersi concedere a chi voglia approfittare della sua libertà. Qualsiasi genere di uomo Marie si trovi di fronte, per lei non è mai abbastanza. Quello che la mia eroina disfunzionale teme più di ogni altra cosa è di non riuscire a sentire alcun tipo di dolore, perché è l’unica cosa che le da la certezza di non essere un cadavere in putrefazione.

Quello che mi viene in mente pensando a Marie è Betty, quarto brano presente nell’ultimo album dei Baustelle, L’amore e la violenza. Perché effettivamente Marie e Betty si somigliano molto in questa instancabile ed estenuante ricerca del dolore come fonte continua di vita.

Oltre all’amore materno, quello nei confronti di una figlia che in tutta probabilità sarà esposta allo stesso problema, non è in grado di sentire alcun tipo di sentimento verso altri esseri umani. Questo perché la carne viva è la sua, non quella altrui. Che invece equivale al putrido desiderio sessuale. Il resto è storia.

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Cheryl di Wilddi Cheryl Strayed, scelta da Nellie di Just Another Point

Cheryl è forte ma non troppo. Cheryl vorrebbe amare ma preferisce prendere uno zaino enorme, infilarci lo stretto necessario per sopravvivere durante la sua fuga nell’America più selvaggia con il desiderio di mettere più chilometri possibile fra se stessa e il problema. Perché per Cheryl la risposta è semplice: quando qualsiasi soluzione temporanea pare impossibile tanto vale andarsene nella natura, mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio, neanche fosse una sorta di auto elogio per dimostrare che anche da soli ce la si può fare, che non è necessario essere un duo per essere forti. Lo scopo di Cheryl è svuotarsi di qualsiasi pensiero, veder svanire ogni piccolo ripensamento per poi purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di sopravvivenza che solo un viaggio come quello lungo il Pacific Crest Trail può richiedere. L’amore, di qualsiasi tipo, rimane l’unico peso che le spalle di Cheryl non possono portare.

Lily Bart di La casa della gioia di Edith Wharton, scelta da Irene di LibrAngolo Acuto

Lily Bart è attraente, molto attraente. È giovane e viziata. A 29 anni è ancora single, ama la vita e le sue gioie, desidera un’esistenza felice e agiata e non le importa se l’uomo che è disposto a darle tutto questo sia un bell’uomo o no. Non le importa nemmeno che quest’uomo la ami e le importa ancor meno che sia lei ad amare lui.

Lily non cerca l’amore, cerca la ricchezza; cerca un uomo che possa tenere in vita la sua passione per gli abiti e i cappelli di ottima fattura, cerca un uomo che le possa garantire le sue tanto amate partitine a carte, che possa farla sentire una regina in casa sua. Ciò che Lily non sa, e di cui si accorgerà a sue carissime spese, è che non si può vivere una storia d’amore come se fosse una partita a canasta. Con i sentimenti, sia tuoi che degli altri, non puoi fare una scala di colore, proprio no. Non puoi pensare che sposarsi con un uomo debba per forza equivalere a un Bingo finanziario, né pensare che accontentarsi di Selden –avvocato solo “normalmente” benestante – sia come accontentarsi del gratta e vinci di tre euro quando si ambisce al primo premio del Mega Miliardario. Lily non pesa i gesti e non pesa le parole, agisce d’impulso e sempre per preservare una certa immagine di sé: quella della donna tutta d’un pezzo, sempre elegante, di buone maniere, sempre pronta a divertirsi e a partecipare a questa o a quell’altra crociera.

Lily è tanto bella e intelligente quanto veniale e superficiale. Una donna dalla quale stare alla larga se, sopravvissuti ai suoi giochetti, non si è interessati ad accompagnare ogni gesto d’amore con un prezioso collier di perle rosa.

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Cartoline da Barcellona, con un’inviata speciale

Queste cartoline virtuali ci arrivano direttamente dalla bellissima Barcellona grazie ad Irene di LibrAngolo Acuto, da poco trasferitasi nel cuore della Catalunya e già alla scoperta di passeggiate letterarie e librerie da visitare mentre ci si perde in quella meraviglia che è l’architettura di Gaudí.

Buona passeggiata nelle Barcellona di Irene!

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Libreria italiana Le nuvole, Barcellona

 

 

Non sono una persona metodica. O meglio, mi piace pensare di non esserlo. Eppure, arrivata ai trent’anni, ho capito che ciò che nella vita avevo sempre cercato apparteneva, in un modo o in un altro, a quelle che chiamo le mie comfort zone.

Mi piace pensare a me stessa come una persona creativa, completamente priva di interesse verso ciò gli altri pensano di me, libera da inutili e noiosi schemi mentali, con un’intelligenza fuori dagli schemi. Sebbene mi opponga strenuamente alla ricerca della comfort zone, alla fine cedo sempre. Si tratta di una ricerca che non mi rendo conto di attuare: è un po’ come se le mie gambe mi portassero da qualche parte autonomamente, come se il mio cervello scegliesse in automatico su cosa focalizzarsi, come se le mie mani afferrassero, di propria sponte, un libro di Anne Tyler quando ne ho più bisogno.

Accade, quindi, che mi accorga solo dopo di essere nel bel mezzo di una delle mie, non esattamente numerose ma quasi, comfort zone.

Questo mi succede anche quando viaggio, ovviamente. Non che io sia la classica tipa da stessa spiaggia stesso mare, questo no. Il tutto, in realtà, consiste piuttosto nel cercare una parte di me nel luogo in cui mi trovo in quel momento.

Questo è esattamente ciò che ho fatto, forse un po’ inconsciamente, non appena sono arrivata a Barcellona: ho cercato una parte di me, una cosa alla quale potessi aggrapparmi per non sentirmi totalmente sola in una città a me estranea.

Ho passeggiato su quella meraviglia che è Passeig de Sant Juan, un viale alberato talmente tanto mozzafiato che, davanti alla sua bellezza, al tramonto di una domenica, mi sono commossa. Ebbene, avevo scelto di provare a vivere qui, in questo posto, in una casa proprio su questa via, con le panchine dove i ragazzi leggono al sole, con le aree giochi dove i padri portano i figli, con gli anziani che giocano entusiasti a improbabili tornei di bocce.

E una piccola parte di me l’ho subito incontrata quando ho incrociato la fontana con Cappuccetto Rosso, che se ne stava lì, ferma e immobile, e sembrava che mi stesse aspettando.

Poco distante da lì, a circa una decina di minuti di cammino, Passeig de Sant Joan si trasforma per lasciare il posto al quartiere Gràcia, nel cuore del quale si trova la libreria italiana Le nuvole. Quale miglior comfort zone, se non una libreria italiana?

Le nuvole ha festeggiato i suoi cinque anni dall’apertura proprio lo scorso 23 settembre e, mi tocca dire, se li è davvero meritati perché non è semplicemente una libreria.

Cecilia e Valentina, infatti, non sono libraie qualunque. La loro libreria ospita sì i libri, ma anche gruppi di lettura, lezioni d’italiano, presentazioni di libri, reading e piccole finestre sulla cultura italiana.

Varcare la soglia è stato come fare un piccolo salto e ritrovarsi direttamente trasportati a casa.

L’aria che si respira, complice anche l’originalità dell’arredamento, è senza ombra di dubbio armoniosa e accogliente.

Inoltre, è anche un ottimo punto d’appoggio per gli italiani che si trovano a Barcellona da poco. Non solo, infatti, è possibile ritrovarsi con i propri connazionali, ma si può anche chiedere un consiglio per lasciarsi dietro le paure e iniziare a leggere in lingua (spagnola o catalana) perché all’interno della libreria si trovano anche alcuni titoli in lingua.

 

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Libreria Gigamesh, Barcellona

 

Durante i miei primi giorni a Barcellona ho quasi esclusivamente camminato senza meta. Un po’ era sicuramente dovuto alla necessità di scoprire che cosa la zona dove abito avesse da offrirmi, un po’, invece, era semplicemente voglia di guardare i meravigliosi palazzi liberty (di cui Barcellona è ricca) e ammirare le loro splendide finestre colorate.

Senza sapere bene in che modo – e di questo devo sinceramente ringraziare la mia totale assenza di senso dell’orientamento – mi sono ritrovata in Carrer Bailén.

Carrer Bailén è lunga, anzi, lunghissima e davvero non riesco a ricordare in che modo io sia arrivata dalle parti della Librería Gigamesh.

Uno sguardo veloce alla vetrina e mi ero già innamorata: impossibile, per chi ha una passione per il fantastico e il fantasy (e per chi ne fa una comfort zone, come me), non rimanere letteralmente incantati da questo posto. Dico seriamente. Dieci giorni a Barcellona e la Librería Gigamesh mi ha fatto venir voglia di imparare lo spagnolo il prima possibile, così da poter diventare – come minimo! – cliente abituale. Non sto esagerando: 500 metri quadrati dedicati interamente al fantasy e alla fantascienza, con giochi di ruolo, action figures e carte collezionabili. In una sola parola: genial!

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Libreria Gigamesh, Barcellona

Non so ancora se Barcellona potrà mai diventare una delle mie comfort zone e non so neanche se, un domani, smetterò di cercare una parte di me qui. So solo che, tutte le volte che passeggerò su Passeig de Sant Joan, mi sentirò a casa mia.

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Libreria Gigamesh, Barcellona

Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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#uominichenonsapevanoamare

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Disclaimer: quest’iniziativa non rappresenta assolutamente un manifesto neofemminista. Si tratta semplicemente di un gioco letterario, da prendere con tanta ironia, o, come direbbero gli Inglesi, with a pinch of salt.

Buona lettura, e buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat o, più probabilmente, lo ignoriate.

no more

#uominichenonsapevanoamare è nato nel corso di un’allegra e goliardica pausa pranzo di un paio di mesi fa. Ero appena uscita dal tunnel della #franzethon, la mia maratona letteraria dei capolavori di Franzen prima di incontrarlo dal vivo, e avevo scritto su Twitter che, grazie a lui o per colpa sua, ormai vedevo uomini disfunzionali ovunque, nelle pagine dei libri come nella vita vera. Ne è sorta una vivace e scoppiettante discussione privata con un paio di fanciulle che, come scoprirete a breve, mi hanno aiutato a scrivere il post di oggi, condividendo uno dei loro uomini letterari disfunzionali. Pronti a sfogliare il nostro bestiario letterario?

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1. L’uomo che rovina tutto e rimane a leccarsi le ferite (scelto da me medesima)

Chi è? Barney Panofsky, protagonista de La versione di Barney, Mordecai Richler

Ci ho messo un bel po’ a scegliere il mio personaggio letterario disfunzionale. Fresca di #franzethon, avevo pensato a Walter Berglund di Libertà, o Andreas Wolf di Purity; nel corso dei mesi, tra una casella del calendario letterario e un curriculum, ho soppesato cattivoni classici, tipo Gilbert Osmond di Ritratto di signora di Henry James o Francis Troy di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy; ci ho riflettuto, e mi sono fatta una domanda: qual è stato il personaggio letterario maschile che mi ha fatto arrabbiare di più?

E la risposta è stata quasi immediata (e sorprendente): Barney Panofsky, il protagonista de La versione di Barney di Mordecai Richler.

Perché proprio Barney? Perché, grazie alla sua pertinace ostinazione, riesce ad ottenere tutto quello che ha sempre desiderato – la sua Miriam, his heart’s desire – e a rovinare tutto. Perché, dopo una serie di scelte sentimentali a dir poco infelici, la vita gli concede non una seconda, ma una terza chance, e lui riesce comunque a mostrarsi ingrato e a non apprezzare l’enorme fortuna che gli è capitata: innamorarsi a prima vista, totalmente, irreversibilmente, e avere la fortuna di essere ricambiato nello stesso modo.

Perché ha un tempismo da schifo (si innamora di Miriam durante il rinfresco per il suo secondo matrimonio) e la insegue, cercando di convincerla a scappare con lui. Ora, per quanto io trovi la cosa assurdamente romantica, aver mollato neo-moglie e invitati per inseguire una sconosciuta è un atto di egoismo, così com’è egoismo quel suo non lasciarsi andare mai completamente, nemmeno con la sua Miriam: quella continua necessità di provare a se stesso che è ancora burbero, ancora orso, che le sue esigenze vengono prima di quelle di Miriam e dei loro figli. Barney è inoltre incapace di accettare che Miriam voglia svilupparsi anche come persona al di fuori della loro coppia: quando lei torna a lavorare, la gelosia di Barney e la sua incapacità di accettare il cambiamento la allontanano sempre di più. Per completare l’opera, Barney tradisce Miriam: è un’avventura senza importanza, ma suggella di fatto la fine del loro matrimonio. Miriam va avanti, Barney continua ad amarla per tutta la vita, a bere whiskey e piangere quando sente la voce di Miriam alla radio (lavora per un’emittente radiofonica) o quando ascolta Dance me to the end of love di Leonard Cohen. È questa la cosa che mi fa più arrabbiare di lui: ha tantissimo amore da dare, ha un cuore grande, non è burbero e scostante come potrebbe sembrare, ma ha paura di lasciarsi andare completamente, e perde l’unica cosa per lui davvero importante.

Che serva di monito a tutti quegli uomini, letterari e non, che hanno così paura di amare da rinchiudersi nella loro caverna e non accorgersi che, là fuori, c’è tutto un mondo di infinite possibilità, di coincidenze e di prenotazioni per coloro che hanno il coraggio di inseguirle.

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2. Il Sick Boy (scelto da Valentina di Peek A Book)

Chi è? Uno dei personaggi di Trainspotting o qualsiasi altro romanzo di Irvine Welsh

Avete nostalgia degli anni ’90 e siete tipe tutte rave, musica gabber, droghe e sballo? Questi tipi fanno per voi. In tutti gli altri casi: scappate. Sono bellocci e, nei rari momenti di lucidità, sapranno farvi sentire il centro dei loro pensieri, ma, attenzione, solo fino alla prossima crisi di astinenza. Dopo, ogni loro pensiero sarà focalizzato al trovare la loro “dose” di felicità e voi non esisterete più. Patiti di calcio e alcol, fanno parte di quella working class anglosassone che, più che lavorare, aspetta in poltrona che arrivi il prossimo sussidio, ovviamente da spendere in calcio, alcol e droghe. Non lasciatevi ingannare dal bell’aspetto, dall’occhio languido o dall’idea di un amore borderline e non fidatevi di Irvine Welsh, che vi ci fa affezionare un libro dopo l’altro, o in un attimo vi ritroverete con loro, stesi su un binario, a fare “trainspotting”.

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3. L’uomo che non si accontenta mai (scelto da Giulia di La Cornacchia Sepolta)

Chi è? Il Professor Kepesh, protagonista de Il professore di desiderio e de L’animale morente di Philip Roth

“Too many fish in the sea”, cantavano The Marvelettes, “I said there’s short ones, tall ones, fine ones, kind ones, too manyfish in the sea”, e il  Kepesh, bramosa creatura nata dalla ancor più bramosa penna di Philip Roth, quei pesci li vuole tutti. Kepesh è il professore di desiderio, il tipo d’uomo che non riesce a smettere di desiderare e, per quante donne collezioni, non riesce mai ad essere appagato. Essendo estremamente colto ed affascinante, le donne faticano a non finire nelle sue reti. È il tipo di uomo che rifugge la quieta normalità per rincorrere il sempre più lontano Graal della spericolatezza erotica della sua gioventù. È inutile sperare di essere quella che finalmente riuscirà a cambiarlo e a fargli metter su casa: in bilico tra pesca a strascico ed esistenza convenzionale, il tipo Kepesh rifuggirà sempre e comunque la riva a causa del continuo rimpianto per tutte le pescioline che altrimenti non farebbero parte della sua paranza. È tanto fortunato da raggiungere più volte il traguardo della donna e dell’amore della vita, ma continua a superarlo e a girare intorno. In vecchiaia si trasforma in un animale morente, un Von Aschenbach che continua a preferire la perdizione ad una seppur minima scelta, e quello che ci guadagna è solo la morte.

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 4. L’opportunista (scelto da Marina di Interno storie)

Chi è? Nino Sarratore, personaggio de L’amica geniale di Elena Ferrante

Potrei risultare banale con la mia scelta sulla tetralogia di Elena Ferrante, L’amica geniale, ma da un anno a questa parte non ho incontrato alcun personaggio letterario che rientrasse in questa categoria o forse mi sono distratta così tanto da non accorgermene.

In America gli hanno dedicato uno spazio su tumblr, FuckingNino Sarratore, e di certo il protagonista maschile della Ferrante non gode di molti estimatori. Nino Sarratore, pur essendo una presenza quasi labile (almeno nei primi due libri), è quello rivela più di tutti gli altri la sua vera natura, un’evoluzione lenta e sorprendente. Oggetto del desiderio di Elena e Lila, affascinante e sfuggente, appartenente alla borghesia napoletana degli anni ’50, Nino ha, all’inizio, tutte le carte in regole per brillare ma il suo personaggio si compone libro dopo libro in un miscuglio di contraddizioni.

Attratto dall’irruenza e genialità di Lila, finirà poi nelle braccia dell’affermata Elena, dalla quale avrà una figlia, Imma. Ma non saranno le uniche conquiste. Con gli anni affina le sue tecniche seduttive: “amava le donne, certo, ma era soprattutto un cultore delle relazioni utili”. Quelle relazioni che gli permetteranno la grande ascesa politica.

Elena e Lila più volte comprometteranno la loro amicizia, abbagliate dall’amore si accorgeranno troppo tardi dell’inganno quando oramai i giochi sono finiti e le opportunità impossibili da riacciuffare. La sua ambizione divorerà quanto di buono ha creduto e combattuto in gioventù, soprattutto quel padre al quale ha finito per assomigliare nonostante il suo odio. Le medesime dinamiche private si riflettono davanti a tanti spettatori. Da comunista incallito segue il trasformismo della classe dirigente, finendo per abbracciare il socialismo e via via sempre più le correnti di destra: intuisce che il clima sta cambiando e velocemente si adatta alla nuova stagione. Nel 1994 si siede in Parlamento, inserito nell’elenco dei corrotti e corruttori.

Nino è magmatico, è l’attributo che meglio si addice, un vulcano che porta solo distruzione. Non bisogna sorprendersi se un uomo del genere: incapace di amare una o l’altra donna, incapace di amare la Cosa pubblica.

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5. Il vendicativo (scelto da Chiara di Librofilia)

Chi è? Jay Gatsby, protagonista dell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald

Nessuno sa realmente chi sia Jay Gatsby, da dove provenga o che lavoro svolga, ma soprattutto, nessuno sa come e quando sia diventato così ricco, nonostante sulla sua persona circolino tanti pettegolezzi incapaci però di carpire la sua vera essenza o il suo vero nome. Di Jay Gatsby possiamo però dire con certezza che è un bellissimo trentenne raffinato, brillante ed elegante che ama vestire in modo impeccabile e parlare forbito, ma soprattutto che, da quando si è trasferito a West Egg – una zona falsamente elegante e ipocrita, governata dalle sue bizzarre dinamiche e dagli ambigui personaggi che la popolano – non fa altro che organizzare sfarzosissimi party pieni di gente – spesso imbucata – e inondati da fiumi di champagne e di whiskey che mandano letteralmente in visibilio gli ospiti e l’intera area.

Eppure, dietro quella maschera di affabilità e di sicurezza e dentro quel corpo muscoloso e abbronzato, Jay Gatsby nasconde un animo profondamente sentimentale e un cuore spezzato – ben cinque anni prima – dalla cinica e squilibrata Daisy che lo aveva respinto quando era ancora un giovane e povero ufficiale dell’esercito, incapace di garantirle un futuro e una solidità economica.E non a caso, Daisy – che nel frattempo ha sposato un uomo rozzo e bruto – è ora sua vicina di casa e Jay Gatsby fa davvero di tutto per farsi notare e per incontrarla poiché nonostante lo scorrere del tempo, Daisy continua ad essere la sua ossessione e farebbe davvero di tutto pur di riconquistarla.

Raccontata così, sembrerebbe una storia romantica seppur triste e infelice, contraddistinta da un amore impossibile mai del tutto sopito o spento. La verità però è che Jay Gatsby non è realmente Daisy che desidera poiché è dannatamente innamorato di se stesso e di ciò che è diventato nel corso degli anni – e dopo un passato losco e burrascoso – ma soprattutto è ossessionato dal suo sogno di gloria e dalla sua sete di successo e di ricchezza e letteralmente muore dal desiderio di dimostrarlo agli altri e in particolar modo a Daisy, semplicemente per farle capire cosa si è persa nel momento esatto in cui lo ha rifiutato, quasi come se fosse una sorta di romantica e cinica vendetta privata.

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6. L’uomo dal cuore di ghiaccio (scelto da Nellie di Just Another Point)

Chi è? Asterios Polyp, protagonista dell’omonimo graphicnovel di David Mazzucchelli

Asterios Polyp è un architetto che non scende a patti con niente e nessuno, nemmeno il suo destino, figuriamoci l’amore. Composto da linee azzurre, fredde e lineari, AsteriosPolyp è il protagonista dell’omonimo graphic novel di David Mazzucchelli che porta fra le sue tavole un personaggio cocciuto e testardo che si ritroverà, improvvisamente, ad affrontare un viaggio che il lettore può definire di formazione, anzi, di riformazione ritrovandosi Asterios ormai più che adulto. E non è solo questione di cambiare lavoro, casa e sostanzialmente vita, ma sta, soprattutto, nel rimuginare sulle proprie azioni, su ciò che si è perso e su cosa invece poteva cercare di tenere stretto a sé, vicino al cuore. Perché si sa: ci si accorge sempre troppo tardi del valore di chi incontriamo sulla nostra strada.

Asterios Polyp conosce Hana e la sua vita dovrebbe cambiare dopo questo scontro con linee curve e calde che la dolce donna di origini giapponesi porta con sé ma tutto ciò, invece, non accade. Asterios è un architetto, gioca con rette e angoli acuti: non può mica perdere tempo con ghirigori che lo distraggono dalle sue forme cubiche e ben delineate. Eppure Hana è così tenera, sensibile e soprattutto innamorata mentre il nostro esempio di uomo che non sa amare pare proprio non riuscire a cedere, sente qualcosa vibrare da qualche parte dentro di sé ma vuole fingere indifferenza, proprio non riesce a lasciarsi andare a quel battito accelerato che improvvisamente gli scombussola il cuore.

Asterios Polyp è un uomo tremendo, ferisce tantissimo con il suo comportamento che pare sminuire ciò che invece agita profondamente l’animo più delicato di Hana: il suo viaggio lungo le tavole del graphic novel sapranno insegnargli come amare?

heathcliff7. Il capricorno folle (scelto da Irene di LibrAngolo Acuto)

Chi è? Heathcliff, protagonista di Cime tempestose di Emily Brontë

Heathcliff è del Capricorno. Forse è una dichiarazione scioccante, ma sono sicura che sia così. Emily Brontë ha di certo avuto la sfortuna di imbattersi in un uomo del Capricorno e di provare dell’affetto per lui. Niente di più sbagliato e sconsigliato, non solo dalle donne che ci sono già passate, ma anche dall’ordine dei medici e degli psicoterapeuti. Nella parte dedicata ai disturbi di personalità presente sul DSM V, sono quasi certa ci sia un paragrafo sull’uomo del Capricorno. Ce lo dice la stessa Emily che Heathcliff è torvo, suscita brutti sentimenti nelle persone che lo circondano, è incline a non manifestare alcuna emozione (alle volte, se sei fortunata, ti degna di uno sguardo schifato) ed è molto vendicativo. Ebbene, ripensando a Heathcliff, mi è venuto in mente un ragazzo che conoscevo e che mi piaceva anche tanto, prima di scoprire che si trattasse di un caso da manicomio. Questo ragazzo, che chiamerò Marzio per comodità, proprio come il personaggio maschile creato da Emily Brontë, sembrava provasse piacere nel suscitare l’avversione negli altri e in me, nella fattispecie. Faceva di tutto per farsi odiare, oltre che soffocare qualunque emozione emergesse in superficie, cosicché non riuscivo mai a capire cosa provasse realmente. E ditemi o no se non lo è anche Heathcliff, che quando scopre che Cathy è innamorata di lui, sebbene sia intenzionata a sposare Linton per via della loro condizione economica, che fa? Al posto di battersi i pugni in petto e reclamare ciò che è suo – un po’ come avrebbe fatto il territoriale uomo del Leone – se ne va per tre lunghi anni senza neanche una parola. Ma dico, ma sei scemo? E magari c’hai anche il coraggio di incazzarti perché lei, nel frattempo, s’è rifatta una vita?! Arrogante, crudele e completamente folle, come lo era Marzio, per l’appunto.

D’accordo, Heathcliff quando torna – perché, donne all’ascolto, sappiate che non è semplice liberarsi di un Capricorno che non ha ottenuto ciò che vuole – è ricco e quindi potrebbe, secondo il suo ragionamento (che si bada bene dal rendere noto, è il lettore che lo intuisce), sposare Cathy e mantenersi senza problemi. Sì, Heathcliff, bravo, ma due parole alla donna che ami gliele vogliamo dire? Non tutti hanno la chiaroveggenza e la lettura del pensiero tra le proprie capacità.

Heathcliff, proprio perché appartenente alla squadra dei veri Capricorno, è il prototipo dell’uomo incapace di amare, troppo impegnato a cercare di convincerci che vi disprezza, ma potrebbe apprezzarvi qualora vi impegnaste a esaudire ogni suo desiderio.Ammetto che dalla sua ci sia il fascino dell’uomo maledetto… Però, ve lo dico per esperienza, non è abbastanza per sopportare la sua insana follia.

broken heart8. L’uomo zerbino (scelto da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta)

Chi è? Rick Vigorous (David Foster Wallace – La scopa del sistema)

Avete sempre desiderato un uomo che vi ami con tutto se stesso, che abbia occhi solo per voi e, probabilmente, se ne trovate uno l’amore sarà idilliaco (almeno all’inizio). Pensate che questo sia l’unico uomo che non nota le vostre gambe, ma adocchia, con un piacere al limite del feticismo, come le gambe e il vestitino che portate si intonino con le Converse ai vostri piedi o come i capelli si incurvino ai lati del mento facendo assomigliare la testa a quella di un granchio incorniciato da due chele. Insomma, un uomo che si lascia andare ai meccanismi amorosi, che inizia ad amare cose che per lui erano impensabili solo perché fanno parte di voi.

Lo stesso uomo che dopo aver fatto l’amore, vi racconta storie, storie pazzesche, riempiendo il vostro bisogno di verità nel mondo mettendo una parola dietro l’altra.

Il Rick Vigorous della situazione vive della vostra luce riflessa, scambia con voi fluidi vitali per farvi risplendere, mentre la sua autostima è tormentata da dubbi sui vostri possibili amanti e la vita sociale diventa un complotto alla vostra storia d’amore. Paradossalmente il problema del maschio Vigorous è amare troppo, è annullarsi nella vostra identità in quella particolare pratica riconosciuta come lo zerbino.

Non è molesto, né violento, la rabbia è incanalata in improbabili opere scritte e in sogni in cui un non ben identificato servizietto alla Regina Vittoria non va a buon fine.

Segnali di avvertimento potrebbero essere affermazioni come:

La Soglia dell’Unione mi è inaccessibile. Il massimo che mi è dato di fare è dimenarmi freneticamente all’esterno di te. Solo all’esterno di te. Non mi è dato di essere veramente dentro di te. Vicino abbastanza da metterti incinta sí, ma non da consentirti un vero appagamento. Il nostro essere insieme deve lasciarti terribilmente vuota. Nonché alquanto incasinata, ovviamente.”

(David Foster Wallace, La scopa del sistema, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Einaudi, 2010)

Il Rick Vigorous è facilmente influenzabile, non da voi, ma dalle eco immaginarie di chi lo circonda. L’unico nemico che dovrà affrontare sarà lui stesso.


9. Il Carveriano (scelto da Francesca de Il Club dei Libri)

Chi è? Uno dei personaggi dei racconti di Raymond Carver

Il Carveriano è il tipo d’uomo da camicia a quadri, rude, con la barba incolta e un bicchiere sempre in mano. Di alcool ovviamente.

Vede la vita a modo suo e di solito è un modo che non coincide con la visione comune, il che lo porta spesso a compiere scelte azzardate, ad esprimere opinioni che vanno controcorrente, molto contro corrente, al punto che tutti lo guardano di traverso. E come biasimarli. Il Carveriano è un tipo semplice, che ama la vita all’aria aperta e passa il suo tempo libero a pescare nei fiumi dell’Oregon, dell’Idaho o della British Columbia, oppure trascorre le ore libere (soprattutto quelle serali) davanti alla tv con una birra in mano (ricordate? Ama l’alcool) a guardare le partite di football o di baseball. Quando non è a casa e non è a pesca, potete stare certi che sia al bar con gli amici di sempre a fare due chiacchiere e a bere whiskey.

Con le donne il Carveriano non sa bene che pesci pigliare: si sposa perché è così che si fa, ma poi? Come si trattano questi essere complicati?

Eh, bella domanda.

Si prova a buttarla sempre sul sesso, che, si sa, quello aggiusta tutto, ma loro sono talmente diverse, sono talmente strane che non approvano per nulla. Il sesso non è la soluzione a tutto è la frase che le donne preferiscono e che il Carveriano proprio non capisce. E che dire di quelle insoddisfatte, a cui dai tutto ma che sembrano non accorgersi di tutti gli sforzi? Sono delle ingrate e delle egoiste che non vedono più in la del proprio naso. Possibile che non si rendano conto di tutti gli sforzi che quest’uomo fa per loro. Alcune hanno addirittura la pretesa di lamentarsi pensando a quello che hanno perduto quando hanno scelto il Carveriano. Pazzesco. Il Carveriano bambino cresce sperando di essere cambiare il corso del suo destino, di diventare un uomo diverso dal Carveriano standard, lo desidera con tutte le sue forze: qualcuno ce la fa, qualcuno segue le orme dei padri, qualcuno è una via di mezzo che tira fuori la parte migliore di se solo davanti alle tragedie.

Soundtrack: una playlist ad hoc dedicata agli #uominichenonsapevanoamare

Il Calendario dell’Avvento Letterario#18: Un sogno di Natale, e come si avverò

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di LibrAngolo Acuto

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Io, ecco, adoro l’Ottocento. Non posso dire lo stesso del Natale, di cui mai sono stata fiera sostenitrice. Un po’, lo ammetto, il Natale lo odio pure. Non è raro, quindi, che durante le feste io legga storie tristi.

Per un periodo, a dire il vero, a Natale leggevo sempre un libro di Stephen King, per gettare un po’ di terrore e oscurità nella mia vita, per bilanciare la mia esistenza nel mondo in quei giorni pieni di puffosissimi folletti, caramelle, dolcetti, buone azioni e idiozie varie. E così: fuori casa musichette fastidiose, dentro casa Misery che teneva in ostaggio Paul Sheldon.

Ultimamente mi sto un po’ ammorbidendo e, anche se il Natale continua a piacermi poco, riesco a gestirlo. E riesco anche, incredibilmente, a gestire le storie ambientate in questo periodo, soprattutto se di mezzo c’è anche l’Ottocento. Questo è il motivo, in sostanza, per cui in casa mia campeggia una copia di Un sogno di Natale, e come si avverò di Louisa May Alcott. Pubblicato da Mattioli 1885 nel 2011 –  nella traduzione di Nicola Manuppelli – è la versione italiana di A Christmas dream, and how it came true, apparso per la prima volta non si sa bene dove, quando e in che forma. Credo si trattasse di scritti volanti della Alcott, raccolti negli anni in volumi diversi, senza curarsi di mantenere l’ordine originale.

All’interno del volumetto (appena 105 pagine) nell’edizione italiana che ho fatto una gran fatica a procurarmi perché – a quanto pare – non se ne trova traccia facilmente, vi sono tre racconti brevi che riguardano il Natale.

Il primo è proprio quello da cui il libro prende il nome e si tratta della riscrittura, dedicata ai più piccoli, del famosissimo A Christmas Carol, scritto da Charles Dickens e pubblicato per la prima volta nel dicembre del 1843.

Protagonista della versione alcottiana è Effie, una bambina ricca e viziata che è annoiata dal Natale e che desidera diventare povera perché, sostiene, da ricca non è felice.

A sottolineare, probabilmente, la stima che l’autrice nutriva nei confronti del collega inglese, la Alcott inserisce l’opera di Dickens all’interno del suo racconto.

La piccola Effie, infatti, trova in casa una copia di A Christmas Carol e, su suggerimento della madre, lo legge prima di andare a dormire; quella lettura la cambierà profondamente e sarà la causa di un lungo sogno che le farà comprendere l’altruismo, la gentilezza, l’amore per il prossimo.

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Non amo questo tipo di storie, quelle che raccontano di qualcuno cattivo che poi diventa buono, le trovo fastidiose e pedanti. Non ho mai neanche nutrito simpatia per A Christmas Carol, mi tocca ammettere. Insomma, la retorica e la paternale, con tanto poi di insegnamento morale, sul consumismo e su quanto si deve apprezzare ciò che si ha, donandone magari una parte a chi invece non ha, mi irrita un po’.

Però, dannazione, si tratta della Alcott e io, a Louisa May, le perdono tutto. Le perdono la dipendenza dall’oppio, soprattutto perché causata da una malattia, le perdono l’uso massiccio di morfina, le perdono la mancanza del sorriso nei suoi ritratti o nelle sue foto.

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E le perdono anche l’essere un po’ pedante nel primo racconto, appunto, perché Un sogno di Natale, e come si avverò riporta anche Un Natale in campagna e Il Natale di Tilly che hanno toccato le corde giuste e risvegliato la piccola donna ottocentesca che c’è dentro di me.

Un Natale in campagna – titolo originale A country Christmas – sebbene sia un racconto breve, mi ha catapultata indietro nel tempo, facendomi assaporare le atmosfere che tanto mi piacciono dei romanzi della Alcott. È la storia di Sophie e dei suoi amici di città, Emily e Randall, che passano le vacanze natalizie insieme in campagna, ospiti della zia di Sophie.

Si tratta, in fondo, solo di una storia come tante, dal finale prevedibile e che ovviamente non si può paragonare alle altre opere dell’autrice, né per la storia narrata, né di certo per l’intreccio narrativo.

Poche pagine, troppe poche pagine in realtà che, però, per un momento mi hanno fatto rivivere il momento in cui ho letto – e amato dal profondo dell’anima – Una ragazza fuori moda e Gli otto cugini. Perché la Alcott è sempre lei, con quei suoi personaggi così genuini, quei sentimenti puri, quelle atmosfere che mi fanno sempre battere forte il cuore.

Nell’ultimo racconto, Il Natale di TillyTilly’s Christmas è il titolo originale – Louisa May Alcott ci racconta di Tilly, una bimba poverissima che il giorno prima di Natale trova, tra la neve, un piccolo pettirosso infreddolito e decide di portarlo a casa con sé, nonostante il parere palesemente contrario delle sue due amichette che, invece, sperano di trovare un borsellino pieno di soldi. Una storia che si concluderà, neanche a dirlo, con i desideri esauditi della povera Tilly, per opera di un’anima pura che donerà a lei e alla madre della legna da ardere e qualche altro piccolo regalo.

Forse, di un libriccino così, davvero qualcuno non ne sentiva la mancanza. È però vero che io, un po’, dell’Ottocento invece la mancanza la sento, prepotente, e la Alcott mi ha accompagnata in così tanti momenti della mia vita che ritrovarla per un po’, in queste pagine, è stato bello come ricordare improvvisamente un profumo, un’essenza che credevo dimenticati.

Lo definirei una perla d’acqua dolce, meno preziosa di una perla vera, ma pure bella da guardare.

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Un’ora con… Irene Daino di LibrAngolo Acuto

Irene – che molti di voi conosceranno come Nereia, crudele e irresistibile stroncatrice di copertine brutte su LibrAngolo Acuto – ha risposto alle mie domande esordendo con “scusa se è tipo l’intervista più lunga che tu abbia mai fatto. My fault, sono logorroica seriamente”, cosa che me l’ha resa ancora più simpatica, perché le sue risposte sono tutto tranne che logorroiche: sono brillanti, sincere, spontanee. E questa è la cosa bella del conoscersi, no? Parlarsi senza troppi artifici, senza preoccuparsi di sembrare una cosa o quell’altra: essere se stessi, nella scrittura come nella vita di tutti i giorni. Da quello che leggo, mi sembra che Irene riesca a farlo egregiamente.

Potete leggerla anche su Agenda Geek (www.agendageek.it), dove scrive sempre di libri ed editoria.

Irene

 1) LibrAngolo Acuto: come e perché

Una delle cose che mi dicono più spesso è che io sia brava a scrivere, anche se non ci ho mai creduto realmente. Non perché non mi fidi della gente, ma perché il concetto di “ben scritto” è variabile. Nel 2011, quando ho pensato di metter su un blog, ne seguivo già diversi, di belli e di brutti, sempre a tema letterario – passami il termine.

Seguivo più intensamente quelli di blogger che recensiscono libri che io non apprezzo particolarmente. Il motivo era semplice: possibile che loro, che leggevano libri spesso oggettivamente brutti, potessero farlo e io no? Potessero parlarne tranquillamente con altre persone? In fondo anche io ero stata, seppur per poco tempo, una utente di My Space. In quello spazio scrivevo racconti, romanzando la mia vita privata. Non avevo mai scritto di libri, ma non poteva essere più difficile che rendere migliore la propria vita agli occhi miei – che la inventavo – e degli altri. E in fondo, a detta degli stessi altri, ero anche brava a scrivere. Così l’ho pensato e creato, senza renderlo pubblico. Non aveva niente, neanche un nome. Aveva la struttura e la pagina fissa che spiega chi sono. È stato un embrione per qualche mese, volevo che fosse fatto bene, che avesse un nome e una struttura sensati. E poi non lo so come mi è venuto in mente di chiamarlo LibrAngolo Acuto, non ricordo il frangente esatto. Ricordo solo che, dentro di me, questo nome aveva perfettamente senso. L’angolo dei libri, per cui LibrAngolo, ma anche Acuto. In fondo l’angolo può essere anche acuto, no? Ed essere acuti vuol dire essere perspicaci. L’angolo acuto dei libri. Mi sembrava – e mi sembra tutt’ora – completamente sensato. Qualcuno mi ha confessato che non è esattamente intuitivo ma che importa. In fondo ha senso per me.

2) Chi c’è dietro LibrAngolo

Oddio, ho il terrore delle presentazioni. Mi sento sempre a una roba che è un perfetto mix tra un focus group e Ok, il prezzo è giusto. E poi non so mai che dire, ti ritrovi a elencare delle cose di cui in effetti non frega niente a nessuno. Che gli frega, a quello che manda avanti il focus o, nella peggiore delle ipotesi, ai telespettatori di dove passi il tuo sabato sera e di come ti smangiucchi le pellicine quando sei nervosa? Ma supererò questo scoglio. Ho 30 anni, mi tingo i capelli perché il mio colore naturale mi mette tristezza, mi piace l’autunno, mi piace il mare d’inverno. Sto bene con gli altri, ma anche sola con me stessa, sto meglio in compagnia degli animali. Sono aracnofobica e mi innamoro sempre della persona sbagliata. Sono spesso quella che ama, molto meno spesso quella amata. Mi piacciono i film tristi, adoro i romanzi lunghi. Sono logorroica, soprattutto quando scrivo. Mi commuovo troppo spesso, adoro i ninnoli e i fiorellini e i vestitini con il pizzo. Mi piacciono i fiocchi, ho tre tatuaggi e prima di abbracciare il dolce far niente facevo la copywriter.

3) Il tuo scaffale d’oro

Che domandone. Difficile rispondere. Non dirò libri a caso, anche se spesso molti di quelli che inserisco tra gli “irrinunciabili” mi rendo conto, a posteriori, che erano irrinunciabili solo riferiti a quel preciso momento. Uno che non cambierà mai è C’era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell’isola di San Giulio di Gianni Rodari. Non so elencare le volte che l’ho letto ma, credimi, sono davvero tantissime. Il secondo irrinunciabile è Jane Eyre, seguito da Cime tempestose. E poi Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Lucky di Alice Sebold, Chiedi alla polvere di John Fante. E mi fermo qui perché altrimenti ne nomino a migliaia e non diventa più uno scaffale ma una cantina d’oro.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Amélie Poulain, un po’ disadattata nel suo essere così naïve e gentile in un mondo abitato da persone che, spesso, non meritano alcun atto di gentilezza. Mi piace Amélie perché ci crede ancora nel genere umano, perché si emoziona ancora per le piccole cose, perché è una pura di cuore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Sarebbe Occhi bassi dei Tre allegri ragazzi morti. Anche se, forse, è più la canzone di Nereia che quella del suo blog. Forse questa domanda è più difficile di quella sullo scaffale d’oro. Sì, perché sto cominciando a parlare di me e Nereia come fossimo due cose distinte e non è un buon segno. (Irene, lo faccio anch’io con Ophelinha, se ti consola)

6) Il tuo rapporto con la scrittura/lettura

Con la scrittura ho sempre avuto un rapporto difficile, fatto di alti e bassi. Fare la copywriter è stato più difficile di quanto immaginassi. Perché, per chi non scrive, non è possibile immaginare che cosa significhi scrivere quando non sei dell’umore adatto o, peggio, quando devi trattare un argomento che non ti piace. Mi occupavo di automobili – cosa di cui, non mi vergogno a dirlo, non me ne può fregare di meno – e quando dovevo star lì e cercare di rendere accattivante qualcosa che riguardava un veicolo commerciale – immagina l’entusiasmo – mi stressavo non poco. Avevo certi mal di testa a fine giornata che non hai idea. Per il blog funziona allo stesso modo che con le automobili, più o meno, con la differenza che l’argomento mi interessa. È l’umore che non è sempre dei migliori.

Con la lettura, invece, va decisamente meglio. Perché cambio libro a seconda dell’umore. Ciofeca quando sto male, libro intenso quando sono triste, romanzo normale quando ho il mio umore di sempre. E quando la testa è annebbiata da troppi pensieri, spazio agli young adult che se sono ridicoli è anche meglio. E pensare che un tempo ero una persona seria, leggevo molta meno spazzatura.

7) Progetti in cantiere

Progetti tanti, tantissimi. Mi vengono sempre in mente delle cose che potrei fare, ma poi mi mancano i mezzi oppure, spesso, vince la pigrizia e la tendenza a fare le cose alla cazzo di cane. Posso dire cazzo, vero? (Si, Irene, puoi dire quello che vuoi).

Tra tutti c’è quello di incrementare le rubriche sul blog, non solo dedicate ai libri brutti – anche se la tentazione di specializzarmi in quel settore è forte.

Allo stesso tempo, però, mi piacerebbe che il blog fosse leggermente più professionale, senza che questo significhi annullare del tutto l’ironia con la quale affronto il brutto e la sciatteria editoriale. Però, ecco, vorrei migliorarlo anche nell’aspetto grafico per renderlo meno chiassoso. Per l’aspetto grafico, però, devo aspettare un po’: non sono ancora pronta ad abbandonare il mio adorato ET e forse non lo sarò mai.

E adesso che si fa, normalmente ci si saluta? Ma sì, vieni qua ragazza, fatti abbracciare! È stato un piacere 🙂

(Anche per me, darling)

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