Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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Frammenti di un discorso amoroso #5: Charlotte Brontë e l’amore non corrisposto

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Una delle condizioni peggiori, che prima o poi sperimentiamo tutti (se non vi è mai successo che dire, siete molto, molto fortunati) è amare senza essere ricambiati. È un enorme spreco di tempo, sonno ed energie emotive, indirizzate a qualcuno che, nel migliore dei casi, ignora allegramente la nostra esistenza.

Non è facile parlare dell’amore in generale, a maggior ragione quando è un sentimento a una sola direzione, un vicolo cieco, un buco nero di insicurezza e inadeguatezza e domande senza risposta. Chi ama di più è il sottomesso, e deve soffrire, scriveva Thomas Mann in Tonio Kröger: ma qual è il destino di chi ama immensamente senza essere ricambiato, nemmeno in minima parte? Se è difficile comprendere – e spiegarsi – perché ci si innamora di qualcuno che magari è lontanissimo dall’idea di compagno/a che si è sempre nutrita, è ancora più difficile spiegarsi – ed accettare – il fatto di non essere ricambiati. Se siete un po’ simili a me, combattuta dall’adolescenza in poi tra il desiderio di non fallire – nemmeno nella conquista degli affetti altrui – e l’impossibilità di lasciar andare, capirete come doveva sentirsi la povera Charlotte Brontë, che, nell’algida Bruxelles, perde la testa per un uomo che è un po’ un connubio delle caratteristiche peggiori: è il suo insegnante di francese (l’infelice vicenda le ispira appunto il romanzo Il professore), è sposato, è indifferente alle sue grazie.

Cercando probabilmente un po’ di chiusura, Charlotte scrive al professore dei suoi desideri una lettera sofferta e sentita, che vi propongo nella traduzione di Laura Ganzetti de Il tè tostato (tratta da Ma la vita è una battaglia, L’orma editore).

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A Costantin Héger

8 gennaio 1845

Haworth – Bradford – Yorkshire

 

Il signor Taylor è tornato, gli ho domandato se avesse una lettera per me: “No, nulla”. “Pazienza,” mi sono detta “sua sorella arriverà presto.”

È tornata anche la signorina Taylor: “Non ho niente per lei da parte del signor Héger” mi ha detto “né lettere né messaggi”.

Ho capito quel che c’era da capire. Mi sono ripetuta ciò che avrei detto a chiunque altro si fosse trovato nella mia stessa situazione: “Devi rassegnarti, e, soprattutto, non affliggerti per un dolore che non meriti”. Mi sono sforzata di non piangere, di non lamentarmi. Ma quando non ci si lagna e ci si costringe tirannicamente a dominarsi, ogni facoltà inizia a ribellarsi, e si paga la calma esteriore con una lotta interiore quasi insostenibile. Giorno e notte non trovo riposo né pace. Quando riesco a addormentarmi sono tormentata da brutti sogni in cui lei è sempre severo, sempre accigliato, sempre arrabbiato con me.

Mi perdoni dunque, signore, se mi sono decisa a scriverle ancora. Ma come potrei sopportare la vita senza fare alcuno sforzo per alleviare la sofferenza? So che leggere questa lettera la farà innervosire. Si dirà ancora una volta che sono un’esagitata, che ho pensieri cupi e così via. E sia, non voglio giustificarmi, accetto ogni suo rimprovero. Ciò che so è che non posso e non voglio rassegnarmi a perdere del tutto l’amicizia del mio maestro. Preferirei patire i più grandi dolori fisici che avere il cuore lacerato da rimpianti tanto cocenti. Se il mio maestro mi priva di tutta la sua amicizia perderò ogni speranza, ma se me ne concederà un poco, anche solo pochissima, io sarò contenta, felice, avrò un motivo per vivere, per lavorare.

Signore, il povero non ha bisogno di molto per vivere, chiede soltanto le briciole che cadono dalla tavola dei ricchi. Ma se gli sono negate, morirà di fame. Così anch’io non ho bisogno di un grande affetto da parte delle persone che amo, non saprei cosa farne di un’amicizia piena e completa, cosa a cui non sono abituata. Eppure quando ero sua allieva a Bruxelles lei ha manifestato un poco di interesse nei miei confronti, e tengo a quel poco quanto tengo alla vita stessa.

Forse mi dirà: “Non provo più il minimo trasporto per lei, signorina Charlotte, non fa più parte della mia vita, l’ho dimenticata”. Ebbene signore, se le cose stanno così me lo dica con franchezza. Ne resterò sconvolta, ma non importa, sarà comunque meno orribile dell’incertezza. 

Non voglio rileggere questa lettera, la spedisco così come l’ho scritta. Tuttavia ho l’oscura consapevolezza che persone fredde e assennate leggendola potrebbero dire: “Costei vaneggia”. Per vendetta augurerei a costoro un solo giorno dei tormenti che ho subito negli ultimi otto mesi, e allora voglio vedere se non vaneggerebbero anche loro.

Si soffre in silenzio finché se ne ha la forza, quando questa viene meno ci si lascia andare senza misurare troppo le parole.

Le auguro, signore, felicità e prosperità.

CB

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                                  Constantin Georges Romain Héger (1809 – 1896)

 

Soundtrack: Stubborn love, The Lumineers

 

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Ma la vita è una battaglia. Lettere di libertà e determinazione

Frammenti di un discorso amoroso#1: Emily Dickinson a Susan Gilbert

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

 

Questa citazione è speciale, perchè è dedicata al mio amico Nicola, che amava leggere.

Il frammento di oggi è tratto da una lettera di Emily Dickinson alla cognata, Susan Gilbert, moglie del fratello Austin. Il matrimonio di Susan e Austin è tormentato, segnato dalla morte del figlio Gib, di soli otto anni, e dalla storia tra Austin e Mabel Loomis Todd, durata ben tredici anni.

La corrispondenza pluridecennale tra Emily e “Susie” risponde a quell’ideale di “amicizia romantica” tipico del XIX secolo, caratterizzato da una prosa innocente e piena di affetto. Tuttavia, Susan riveste un ruolo ben più importante nella vita e negli affetti di Emily: la poetessa le manda tutti i suoi versi, chiedendole opinioni e revisioni. Susie è per lei amica, confidente, un tassello della sua vita e delle sua giornate di cui sente acutamente la mancanza; in una lettera datata agosto 1854, Emily le scrive;

“Non è passato giorno, bambina mia, in cui non ti abbia pensata, in cui io non abbia chiuso gli occhi su una serata estiva senza il ricordo dolce di te….Non mi manchi Susie – è ovvio che non mi manchi – semplicemente me ne sto seduta davanti alla finestra a fissare il vuoto e so che non c’è più nulla…”

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Il sentimento che unisce le due donne è forte, delicato, giocoso, possessivo, pervaso di una vena di gelosia e di costante malinconia.

La stessa Emily ha eternato l’impossibilità di definire ed etichettare l’amore nei suoi versi:

 

That Love is all there is,
Is all we know of Love;

(Che l’Amore è tutto/È tutto ciò che sappiamo dell’Amore).

Senza cercare quindi di stabilirne limiti e confini, le lettere di Emily Dickinson a Susie traboccano di questo tutto.

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Susan Gilbert Dickinson, Courtesy of John Hay Library, Brown University)

 

“A Susan Gilbert, 11 giugno 1852

In questo pomeriggio di giugno, Susie, ho un solo pensiero, e quel pensiero riguarda te, e una sola preghiera: cara Susie, anche quella riguarda te. Che tu e io, mano nella mano, come facciamo dentro di noi, possiamo vagabondare lontano, nei boschi e nei campi, come fanno i bambini, possiamo dimenticare tutti questi anni, dimenticare affanni, e tutte e due ridiventare bambine – ci riuscirei, se fosse così, Susie, e quando mi guardo intorno e mi ritrovo sola, di nuovo sospiro per te; sospiri brevi, sospiri inutili, che non ti riporteranno a casa.

Ho bisogno di te ogni giorno di più, il mondo che è già grande diventa sempre più vasto, il numero di coloro che amo sempre più piccolo, ogni giorno che passa e che tu sei lontana – mi manchi, tu cuore mio grande: il mio cuore se ne va in giro a vuoto e chiama Susie – gli amici sono troppo preziosi perché ce ne si separi, sono troppo pochi, e quanto presto se ne andranno là dove tu ed io non riusciremo a trovarli, non dimentichiamolo tutto questo, perché il loro ricordo, ora, ci risparmierà molte angosce, per quando sarà troppo tardi per amarli! Mia dolce Susie perdonami, tutto quello che ti dico – ho il cuore pieno di te, nessun altro all’infuori di te nei miei pensieri, eppure quando cerco di dire parole che non riguardano il mondo, il mondo mi viene meno. Se tu fossi qui – oh se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – cerco di avvicinarti sempre di più, scaccio le settimane fino al punto in cui sembrano del tutto dissolte, poi mi immagino che tu sia arrivata, e mi immagino mentre cammino lungo il sentiero verde per venirti incontro e il cuore mi scappa di mano e ho un gran da fare a riportarlo al passo e a insegnargli ad essere paziente, fino al momento in cui arriverà la dolce Susie. Tre settimane – non possono durare per sempre (……)

Diventerò impaziente ogni giorno di più fino al momento in cui quel giorno arriverà, perché fino ad ora non ho fatto altro che piangere e lamentarmi in attesa di te: adesso comincio a sperare.

Cara Susie, ho cercato in tutti i modi di farmi venire in mente che cosa ti avrebbe dato piacere, una qualche cosa da spedirti – poi alla fine ho visto le mie piccole Viole, mi supplicavano di lasciarle andare, così eccole qui – e con loro, quale Guida, un briciolo di erba che gli farà da cavaliere, che parimenti mi chiese il favore di accompagnarle – sono solo piccole, Susie, e temo non più profumate, ma ti parleranno degli affetti di casa, di quel qualcosa fedele che “mai si assopisce nè dorme”. Tienile sotto il cuscino, Susie, ti faranno sognare cieli azzurri, casa, il “paese benedetto”!

(…) Ora, Susie, addio, Vinnie* ti manda saluti affettuosi, la mamma i suoi, e io ci aggiungo un bacio, timidamente, per paura che ci sia lì qualcuno! Non lasciare che guardino, lo farai Susie?

 Emilie –”

(Da Emily Dickinson, Lettere, 1845 – 1886, Einaudi, a cura di Barbara Lanati)

 

*Lavinia Dickinson, sorella di Emily

Soundtrack: For Emily, whenever I may find her, Simon&Garfunkel

 

Love Stories (sui pericoli di innamorarsi delle parole)

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L’amore mi sfugge.
Un tempo scrivevo racconti e tante, tantissime poesie d’amore. Mi piaceva pensare all’amore, analizzarlo, osservarlo, metterlo in discussione, cercare di capire il suo rapporto con la felicità e col dolore. Trovarlo ovunque, re-inventarlo, celebrarlo, accusarlo, cercare di comprenderlo.
Ora mi sfugge, letteralmente, e non riesco a riacciuffarlo. Elude il mio comprendonio e la mia immaginazione, rimanendo quel mistero così difficile da afferrare e da raccontare, come insegna anche Carver. Pessoa scrive (e Vecchioni canta) che più ridicolo di colui che scrive d’amore è colui che non ne scrive, mai. Non pensavo sarei mai rientrata in questa seconda categoria e invece ci sono finita. Sarà l’età, sarà la timidezza, sarà la mancanza di coraggio o di onestà con me stessa.
Continuo a cercarlo in quello che leggo, come in quest’articolo della Paris Review scritto da Phoebe Connelly. È il genere di storia d’amore che preferisco: eterea, surreale, nata sui libri, condannata fin dall’inizio da un’estrema difficoltà, quasi impossibilità di concretizzarsi.
Cosa succede quando ci si innamora delle parole? Una volta il mio motto era “le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire”: me l’aveva scritto una persona che, pur conoscendomi pochissimo, è riuscita a vedere in me e a capire quanto bisogno avessi di credere nel potere taumaturgico delle parole. Ho perso un po’ di vista questa fede cieca dei vent’anni, così come ho perso di vista la persona che ero a vent’anni: mi capita di intravederla, di incrociarla, ogni tanto, col suo disordine discreto dentro al cuore, per parafrasare De Andrè, in mezzo a un marasma di dubbi, di scelte, di confusione. Ma dove hai lasciato il tuo cuore?
Anche Phoebe, come la me ventenne, è affascinata dal potere delle parole, e racconta in questa storia – che mi ha gentilmente concesso di tradurre – le conseguenze dell’amore. Quell’amore nato sui libri, in un vortice di parole, personaggi, storie.
Buona lettura.

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F. mi è stato presentato da un amico comune durante un viaggio a Los Angeles. Vivevo a D.C., ero da poco single e lavoravo per una rivista di politica. Mi ero data una regola ferrea: mai uscire con giornalisti. In una sonnolente cittadina aziendale* dove, per motivi etici, dovevo evitare coinvolgimenti romantici con le mie fonti, iniziavo a credere di essermi condannata a restare da sola.
F. era uno scrittore che aveva appena finito il suo primo film e si occupava di rubriche di spettacoli per passare il tempo. A volte giocava a tennis con la mia migliore amica. “Ti piacerà” mi aveva promesso mandandogli un messaggio, mentre io ficcavo la mia borsa nel sedile posteriore della sua macchina all’aereoporto internazionale di Los Angeles (LAX). “Gli dirò di incontrarci per bere qualcosa insieme in questo locale tedesco all’aperto”. Ci siamo piaciuti subito.
Tutto è iniziato con una sfida. Quella prima sera, gli ho detto che avevo trovato Il verificazionista di Donald Antrim troppo affettato, così ha fatto scivolare I cento fratelli nel mio bagaglio a mano per il volo notturno che mi avrebbe riportato ad est. La moltiplicazione costante dei fratelli di Antrim e la sua prosa claustrofobica si addicevano benissimo ai monotonia degli spazi del LAX. Il mio profumo si è aperto in valigia durante il volo, ma gli ho restituito lo stesso la sua copia insieme a un biglietto scritto a mano, con lo stesso odore della mia nuca.
Abbiamo passato i due anni successivi a corteggiarci con le parole – le nostre, ma anche quelle di qualsiasi scrittore per mezzo del quale pensavamo di fare colpo. Non eravamo di certo i primi a intraprendere questo cammino; tuttavia, come in ogni storia d’amore – e lista di libri da leggere- che si rispetti, ci sembrava di essere gli unici. La domanda “cosa stai leggendo?” diventava una scusa molto conveniente per iniziare a parlare ogni volta che eravamo tutt’e due online, per mandarci link, per scriverci lettere lunghe e complicate il cui messaggio subliminale era il desiderio.
Per lui ho letto Sportwriter di Richard Ford, che avevo scartato, etichettandolo come troppo sessista, prima ancora di leggerlo. (La mia opinione non è migliorata di molto dopo la lettura, ma lui sosteneva che il protagonista offrisse una rappresentazione fedele del maschio scrittore). Gli ho mandato La talpa di John le Carré, dopo avergli citato una descrizione della moglie di Smiley fuori contesto. Mi ha detto che il fatto che la citazione non arrivasse fino alla penultima scena del libro l’aveva fatto quasi uscire fuori di testa.
Ho iniziato a leggere compulsivamente libri ambientati nella West Coast. Ho passato un luglio umido ad appiccicoso a completare la mia serie di Lew Archer; ho fatto scorta di malconci libri in brossura di James M. Cain, sognando pomeriggi all’insegna dello smog e inverni senza neve. Mi stavo innamorando di F. o dell’idea di una città che si prestava così facilmente alla narrazione? All’epoca non me lo sono chiesto. Ero grata di avere un posto nuovo da abitare, anche se questo avveniva solo in weekend rubati e nei titoli della Library of Congress.
Un paio di mesi dopo il nostro incontro, Farrar, Straus e Giroux ha pubblicato la corrispondenza completa tra Elizabeth Bishop e Robert Lowell. Abbiamo studiato attentamente i dettagli delle loro rispettive esperienza a D.C. come poeti insigni e consulenti di poesia presso la Library of Congress; gli ho scritto una lettera durante una noiosa lezione sulla politica del deficit presso il Cosmos Club, dove Lowell aveva vissuto nel 1947 e nel 1948. “Il clima invernale di Washington è come quello di Parigi, ma senza compensazioni” osservava seccamente la Bishop in una lettera a Lowell nel dicembre 1949.
Thomas Travisano scrive nell’introduzione che “quelle lettere erano diventate parte della loro persistenza: parte di quell’enorme pezzo di vita che avevano condiviso, vicini e lontani, attraverso trent’anni di corrispondenza intima e acuta”
Quando arrivavo a casa, mi sdraiavo in un letto solitario con quel volume, trovando nelle loro poesie un mezzo per esprimere tutto ciò che io e F. esitavamo a dirci.
“A volte/ sorprendo la mia mente/ ruotare intorno a te con occhi di vetro-/ il mio amore perduto a caccia/ del tuo viso perduto”. La nostra corrispondenza manteneva un tono stranamente cortese e formale, nonostante il flirt. I romanzi spediti dall’altra parte del continente, le caustiche osservazioni dei due poeti: tutto ciò ci permetteva di fingere che si trattasse di un gioco letterario, che non coinvolgesse i nostri cuori pulsanti, ad alto rischio di spezzarsi.
Dimmi perchè ami questo libro, gli chiedevo, e lui me lo spiegava.
I libri sostituivano il sesso, reso impossibile dalla distanza. Gli avevo mandato La biblioteca della piscina di Alan Hollinghurst; durante una delle mie puntatine a L.A., ci siamo infiltrati nel Los Angeles Athletic Club, prossimo alla chiusura, e abbiamo trascorso un’ora di felicità a galla nella piscina circondata da colonne del 1910, scambiandoci baci al cloro. Avevamo una sorta di romantico riflesso condizionato: immergerci in quegli scenari che avevamo condiviso attraverso la lettura. Mi aveva mandato Dieci giorni sulle colline di Jane Smiley, ambientato a L.A., che ho abbandonato più o meno alla metà del Quarto Giorno. “Leggere di politica per me è come lavorare”, gli ho confessato. “Magari leggo solo le parti sexy”.
Dopo un anno di libri spediti, occasionali fine settimana insieme, e molte lacrimevoli telefonate su quanto difficile stesse diventando stare lontani, F. ha fatto le valigie e si è trasferito ad est. Era impaziente di sperimentare un’altra città: la superficialità di L.A. lo stava logorando, diceva. Invidiava il fatto che ogni notte passata in un bar di D.C. sfociasse in infiniti dibattiti. Aveva iniziato a lavorare nella mia libreria preferita e a dedicarsi seriamente alla scrittura. Io continuavo a dedicarmi al giornalismo politico.
Ma il nostro circospetto corteggiamento letterario continuava. Lui mi aveva trovato una copia del 1997 della rivista Granta, dedicata alla Francia, in previsione del mio primo viaggio a Parigi, e al mio ritorno mi aveva aspettato a Dulles con una copia di Il flâneur. Vagabondando tra i paradossi di Parigi di Edmund White, che avevo letto durante il mio viaggio. Appoggiati al cofano della sua macchina, nel parcheggio dell’aeroporto avvolto dal crepuscolo rosa di una sera di fine marzo, avevamo fumato sigarette e ripercorso i nostri rispettivi viaggi a Parigi – il mio effettivo, il suo letterario.

Aveva imparato a memoria il contenuto della mia libreria. “Quello ce l’hai già, Connelly. Stessa copertina, ma edizione anni ’80” mi ha avvertito quando ho preso in mano una copia di La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. Sono andata alla ricerca di un memoir sulla manifattura tessile nel Sud per un articolo che aveva pensato di scrivere. Ma continuava a rimandare; gli spunti per una nuova sceneggiatura erano in continua revisione, e la routine lavorativa faceva a pezzi il resto. Nonostante vivessimo ora nella stessa città, la nostra storia necessitava di manutenzione.
Ognuno di noi aveva il suo appartamento. Quando passavo il weekend da lui, cercavo qualcosa da leggere tra i suoi scaffali. Ho pescato da lì uno dei primi Ian McEwan che non avevo mai letto, e, nel corso dei mesi, ho riletto Territori londinesi di Martin Amis. Teneva una copia del Decameron in bagno, e la mattina mi ritrovavo appollaiata sul davanzale della finestra a leggere anzichè prepararmi per andare a lavorare.
F. sapeva quanto mi mancassero i libri che non mi ero portata dietro quando mi ero trasferita a D.C. Per il mio ventinovesimo compleanno, dopo aver festeggiato in un bar invaso da un’orda di miei amici, arrivati a casa mi aveva passato una pila di tascabili Pocket Press di Joan Didion. In cima troneggiava una prima edizione di The White Album. La sua dedica, “A Phoebe, per il suo trentesimo compleanno”, voleva prendermi in giro per la mia abitudine di aggiungere un anno o due alla mia età effettiva.

Avevamo tutte le carte in regola: se potevo parlare di libri con lui, se capiva perchè piangevo su un romanzo, perchè sognavo rubriche, tutto il resto doveva venire da sè. Ma le parole, da sole, non ci sono bastate. Dopo due anni e un trasferimento dall’altra parte del continente, ci siamo lasciati.
“Mi dispiace non averti risposto prima” mi ha confessato nella sua ultima lettera. “Ci ho provato un paio di volte, ma non ho mai trovato le parole giuste. Anzi, non le ho trovate proprio, le parole”

*(Ndrm – nota della redazione mia : le company town sono città in cui la maggior parte o tutti gli immobili, sia residenziali che commerciali, sono di proprietà di una singola azienda che provvede, in genere, anche alla pianificazione urbana)

Soundtrack: Half the world away, Aurora (cover della celeberrima canzone degli Oasis)

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Caro Nelson, cara Simone

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L’amore non è mai facile, nemmeno se si risponde al nome di Simone de Beauvoir, compagna del filosofo Jean-Paul Sartre, scrittrice affermata alla scoperta degli Stati Uniti, dove viaggia da sola per una serie di reading e lezioni universitarie.

Non è facile, quando si ha fiducia nel destino luminoso dei colpi di fulmine – gli stessi che la Szymborska ha descritto mirabilmente come seguiti, non inizi, in un libro degli eventi che resta sempre, inesorabilmente aperto a metà.

Simone, partita alla conquista degli USA, incontra a Chicago Nelson Algren, bad boy della letteratura made in Illinois, oracolo dei postriboli e dei bassifondi. Lo incontra per qualche ora, prima di essere trascinata a cena dal console francese. E si innamora. E gli scrive la prima di centinaia di lettere.

Difficile cercare di ricostruire motivazioni e dinamiche che portano a innamorarsi due artisti diversissimi tra loro  – lei, l’algida e fredda “Castor” di Sartre; lui, che disprezza tutto quello che Simone incarna – la borghesia e il freddo intellettualismo della capitale francese – preferendo la boxe, imparando a conoscere la filosofia di Sartre da una bionda ossigenata che tiene cassa in una bettola di Chicago, frequentata da vecchie prostitute, senzatetto, drogati, alcolizzati.

Simone incarna l’intellettuale borghese bene, ombra di Sartre, a cui fa da editor, da assistente, da correttrice di bozze, anche a causa dei suoi problemi di vista: insomma, una Véra Nabokov occidentale. Il rapporto tra lei e Sartre ha smesso di essere fisico da molto, troppo tempo, tanto che a volte la Beauvoir si trova gravata del compito di aiutare Sartre a scegliere le sue amanti.

Simone, appena trentanovenne, vuole concedere a se stessa e al suo corpo un ultimo amore, una passione assoluta, incendiaria.

Per Nelson, figlio di uno Svedese convertitosi alla religione ebraica, la dimensione fisica è la più importante: assegna un’importanza fondamentale al sesso (e regala alla Beauvoir il suo primo orgasmo), beve, gioca  a poker, vaga di notte per i bassifondi di Chicago alla ricerca di amori facili, avventure, storie, personaggi. Come Chekov, Algren è il poeta dei perdenti. Questo contrasto resta ben evidente nel corso della loro storia e della loro lunga corrispondenza: lei sostiene che scrivere sia un atto fisico, come baciare; lui replica che, dall’altra parte dell’oceano, le sue braccia restano vuote e fredde, senza lei.

Ma andiamo con ordine. A New York, nel 1947, Simone viene invitata a cena da Mary Guggenheim, ex compagna di classe di Indira Gandhi, ballerina, pittrice, scultrice, scrittrice, interprete..e da qualche mese amante di Nelson Algren. La Guggenheim ha piani ambiziosi nei confronti di Nelson, che le ha da poco presentato sua madre: vuole valersi delle sue conoscenze per lanciarlo, farlo conoscere, farlo diventare la stella del firmamento letterario americano. Per questo motivo tiene segreta la loro relazione: vuole essere sicura di avere Nelson tutto per sé. Tuttavia, la fredda e ostinata francese, verso la quale nutre una spontanea e subitanea antipatia, chiacchiera senza sosta, e insiste per avere il nominativo di qualcuno da contattare a Chicago, sua prossima tappa in terra USA. Mary, distratta e innervosita per aver bruciato lo zabaione che stava preparando per l’ospite indesiderata, compie l’errore strategico di dare a Simone il nome e il numero di Nelson.

Simone è entusiasta: è ansiosa di conoscere artisti americani, migliorare il suo inglese (che è pessimo) e, soprattutto, sperimentare la vita dei bassifondi di Chicago.

Arrivata al Palmer House, il suo hotel a Chicago, dopo una giornata trascorsa al Modern Art Institute, Simone cerca di chiamare Algren, che non la capisce a causa del suo marcato accento francese e interrompe la conversazione per ben tre volte, finchè l’operatrice telefonica intercede per Simone e la scrittrice riusce e pronunciare i nomi dello scrittore americano Richard Wright e di Mary Guggenheim, facendosi riconoscere. Fin dalla loro prma conversazione, Algren si fa vedere per quello che è, senza filtri: irascibile, impaziente (uno dei motivi per cui non vuole rispondere al telefono è che ha qualcosa sul fuoco), intollerante verso quell’accento sconosciuto che non vuole impegnarsi a decifrare, lui, che mette la musicalità delle parole sopra ogni altra cosa. I due si incontrano al bar del Palmer, dove Nelson non è mai stato, perché troppo chic e borghese per lui. Lei lo aspetta stringendo al petto un copia della Partisan Review, rivista che lui detesta, tacciandola di snob, pseudo-intellettuale, pseudo-letteraria. Lui arriva con più di un quarto d’ora di ritardo, a causa della Frenchie, che l’ha invitato a raggiungerla al Liteul (little) Cafè, mentre il nome esatto è Le Petit Cafè, alla francese.

Intrigato suo malgrado dagli occhi azzurrissimi e dall’eleganza francese di Simone, si propone di scioccarla, di farle abbassare le arie da istitutrice impettita con una serata a base di passeggiate tra flop-houses (hotel a basso costo che offrono servizi minimi, destinati a chi non poteva permettersi una casa), immigrati senza tetto e spogliarelliste. Nelson vuole scuotere quella Frenchie arrogante, farle capire che l’America non è Ivy League e country club: una buona metà degli Americani non hanno che i mezzi per andare sempre più in basso, imboccando una strada che li conduce direttamente in prigione. Nelson ne sa qualcosa, essendo stato imprigionato in Texas per aver rubato una macchina da scrivere e avendo condiviso la sua cella con un assassino. Fallisce miseramente: Simone è entusiasta di tutta quella vita che ha visto scorrere davanti ai suoi occhi, totalmente diversa dall’esistenza protetta e sicura alla quale è abituata. I due parlano, abituandosi con estrema sorpresa e rapidità l’uno all’accento dell’altro: in giro per il quartiere polacco, bevono vodka (il cui sapore Simone assocerà sempre a Chicago) e lui le racconta di New Orleans, del suo Sud.

CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930s

CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930

Nelson e Simone decidono di passare la giornata seguente insieme, ma i loro piani vengono ostacolati daal console francese a Chicago, che ha già organizzato un pranzo e una cena per Simone, tenendola impegnata fino all’ora della sua partenza. Simone riesce a passare a salutarlo al 1523 di Wabansia Street: un modesto due stanze senza il bagno, con dei tocchi di giallo – tipo la sedia vicino al letto – che le ricordano il suo amato Van Gogh, e le fanno venire voglia di restare ad abitare lì, tra quelle quattro mura che sono Nelson, che aderiscono alla sua immagine e al suo carattere come una seconda pelle.

Quando la accompagna alla macchina, Nelson prende Simone tra le braccia. E la bacia. E le fa promettere di tornare, tornare da lui, per dare un senso a quell’attrazione assoluta, repentina, incontrollabile. Le fa promettere di tornare, perché l’alternativa – non vedersi mai più – fa così male da sembrare impossibile.

In treno, Simone si immerge negli scritti di Nelson, e inizia a buttare giù, nel suo inglese stentato, la prima di tante lettere, tentativo di far durare l’attimo vissuto insieme il più possibile, allungarlo fino a metterne a dura prova la resistenza, sfidando le leggi della logica e della fisica.

I due si scrivono per quasi vent’anni, fino al 1964. Lei torna più volte in America, lui va a trovarla a Parigi. Tra Sartre, il matrimonio e il divorzio di Algren e Amanda Kontowicz, i successi letterari di Simone e il disincanto di Nelson, i due riescono a partire per una sorta di luna di miele nel 1948 – interrotta bruscamente da Sartre, che rivuole Simone accanto a sé. Partono insieme dopo non essersi visti per più di otto mesi ed essersi scritti più di cinquanta lettere. Le aspettative sono altissime: entrambi sono ansiosi di ricreare l’incanto dei giorni di Wabansia, e Nelson propone una sorta di gioco letterario per fingere che il tempo non sia mai passato. Alla fine di ogni giornata passata insieme, i due dovranno registrare quello che è successo dal proprio punto di vista, sensazioni ed emozioni, in una sorta di gioco della verità a due voci.

Simone chiama Nelson “marito lontano, marito amato”, sostenendo che lui l’ha aiutata a crescere, a maturare, a diventare veramente donna, facendole scoprire il suo corpo, facendole il dono della verità, sempre e comunque. Eppure, lei ha una visione astratta e letteraria dell’amore: una visione che alimenta le assenze di lettere e di parole. Per Nelson, l’amore è una cosa semplice: ci si incontra, ci si innamora, si dorme insieme, si vive insieme, si fanno dei bambini.

I due si sono amati alla follia, a scapito dei chilometri, dei pregiudizi, delle barriere linguistiche. Si sono forse amati tutta la vita, tanto che Simone è stata sepolta accanto a Sartre, ma con l’anello che Nelson le aveva regalato al dito.

Eppure, c’è qualcosa che per i due scrittori è più grande del loro amore: la scrittura, Parigi per lei, Chicago per lui.

Lei gli scrive di non essere capace di vivere solo in funzione del loro amore: ha bisogno di scrivere, e per scrivere ha bisogno di Parigi. Lui scrive di Chicago e per Chicago: non è una città facile, non è una città che ama e celebra i suoi scrittori (come fa invece Parigi), ma Nelson non può farne a meno.

Le istanze geografiche, la scomoda, ingombrante ombra di Sartre, la pubblicazione de I Mandarini, il romanzo della Beauvoir in cui Algren compare come Lewis Brogan, un cupo zoticone, fanno sì che i due si rendano conto che anche una passione come la loro non può reggere al tempo, alle distanze, a due vite che sono semplicemente troppo diverse per fondersi.

Quando, nel 1950, Algren decide di risposarsi con l’ex moglie Amanda, Simone, in viaggio alla volta della Francia, scrive a un Nelson da lei sempre più lontano questa bellissima lettera (che vi propongo in traduzione), che compare nel volume Hell Hath No Fury: Women’s Letters from the End of the Affair, una raccolta di lettere di rottura a cura di Anna Holmes. Le parole di Simone a Nelson sono una malinconica riflessione sulla straziante capacità dell’amore di torturare colui che ha perso l’amato, portandogli via ogni parvenza di pace, facendogli bramare la vicinanza, quando quello che resta è solo perdita, e vuoto, e freddezza. Quando non resta più nulla.

La tristezza senza lacrime mi si addice più della fredda rabbia. Per questo finora non ho versato lacrime, secca come un pesce affumicato, il cuore molle come un budino stantio.[…]

Non sono triste. Sono fuori di me, lontanissima da me, incredula, tu così lontano da me, tu, tu così vicino.

Voglio dirti solo due cose prima di partire, e poi non ne parlerò mai più, te lo prometto. In primo luogo, voglio rivederti, ho bisogno di rivederti, un giorno. Ma ti prego di ricordarti che non te lo chiederò mai più  – non per orgoglio, perché con te non sono mai stata orgogliosa, come sai, ma perché un nostro incontro significherebbe qualcosa solo se tu lo volessi veramente.

Quindi aspetterò. Quando lo vorrai, dimmelo. Non mi illuderò che tu mi ami ancora, o che tu voglia fare l’amore con me, e non dovremo necessariamente passare molto tempo insieme – sarà quello che vorrai, quando vorrai. Sappi solo che io aspetterò che tu me lo chieda.

No, non posso pensare di non rivederti mai più. Ho perso il tuo amore, e ha fatto male, fa male: ma non voglio perdere anche te. In ogni caso, mi hai dato così tanto, Nelson, e quello che mi hai dato è stato così importante che non potresti mai portarmelo via. La tua tenerezza, la tua amicizia sono state per me così preziose che quando penso a te in me, dentro me, un’ondata di felicità e gratitudine mi invade.

Spero di portare con me questa tenerezza e quest’amicizia per sempre. Per quanto mi riguarda, la verità – per quanto sconcertante e umiliante – è una sola: ti amo come ti ho amato la prima volta che mi hai stretto tra quelle braccia che tanto mi hanno delusa. Ti amo con tutta me stessa, con tutto il mio cuore inquinato: non posso fare altrimenti. Ma non ti darò noia, tesoro. Non fare delle nostre lettere un dovere: scrivimi solo se e quando ne hai voglia, ricordandoti che mi farai molto felice..

Ogni parola sembra superflua. Tu mi sembri vicino, così vicino: permettimi di avvicinarmi a mia volta. E permettimi, come una volta, di essere nel mio stesso cuore, per sempre.

La tua Simone

Come per tutti gli amori contrastati, resta sempre un dubbio amletico: senza quegli ostacoli, ci sarebbe stato un lieto inizio? O sono gli ostacoli stessi a essere cuore pulsante di un amore come quello tra Simone e Nelson, incontro di due menti lucidissime, di due sensibilità tanto diverse eppure tanto affini, tanto vicine eppure tanto lontane?

Resta nell’aria un vago, insistente odore di mandorle amare, quello che Marquez aveva assegnato agli amori senza capo né coda.

Per saperne di più:

A Transatlantic Love Affair: Letters to Nelson Algren, Simone de Beauvoir, New Pr

Lo scrittore americano e la ragazza per bene. Storia di un amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir, Fernanda Pivano, Tullio Pironti

Beauvoir in love, Irène Frain, trad. E. Cappellini, Mondadori

I mandarini, Simone de Beauvoir, trad. F. Lucentini, Einaudi

Walk on the wild side, Nelson Algren, Minimum Fax

Il corso di letteratura americana de LaMcMusa

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

The Ophelinha Gazette#5 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Edizione straordinariamente….rapida, dato che la redazione si prepara a (letteralmente) scappare nell’amatissima  Albione, alla volta di afternoon tea e decadenti librerie dell’usato (tipo questa a Charing Cross).
Buona lettura, e buon weekend a tutti!

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1) Raccontarsi l’amore. L’amore quotidiano, quello che lotta per resistere alla noia e alle incurie del tempo, in un bellissimo articolo di Silvia Avallone. E, dato che siamo in vena di amore&altri disastri, scoprite con questo test di The Reading Room qual è la perfetta lettura per quando siete in the mood for love (la mia sembra essere Via col Vento di Margaret Mitchell, e domani è un altro giorno. A patto che mi ricordi di andare a riprendermi Rhett…)

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2) Quale libro si adatta di più alla vostra personalità di lettore? Scopritelo con questo test su Book Browser.

3) Dato che un po’ ovunque si parla di 50 sfumature di grigio, voi invece beccatevi le stranezze sessuali dei nostri amici scrittori. Mr Joyce will see you know (con un paio di mutandine da bambola in tasca, magari).

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4) La lettera d’amore più bella (secondo un opinabile articolo del Telegraph) sarebbe stata scritta da Johnny Cash a June Carter (per rinfrescarvi la memoria, guardate Walk the Line).
Io rimango perplessa, voi fatemi sapere.

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5) Ecco a voi la fanciulla che disegna pasti luculliani anziché fotografarli e pubblicarli su Instagram (si, dalla regia mi dicono che persone simili esistono ancora, anche se sono purtroppo una specie in via d’estinzione).

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6) Le lettere di Abelardo ad Eloisa raccontate da Vittoria Baruffaldi, la blogger innamorata di filosofia.

7) Pubblicità libridinose.

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 8) Ieri Victor Hugo avrebbe compiuto 213 anni. Dopo avergli cantato tutti in coro joyeux anniversaire, andate a scoprire come gli piaceva scrivere quando gli mancava l’ispirazione (spoiler alert: in costume adamitico.)

Ma dico, ce lo vedete? Io no. (Per dirla tutta, in questa foto mi fa un po’ paura.)

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Se una lettera non fa primavera: #letteredamore2013

 
 Your beauty lost to you yourself
just as it was lost to them.
Oh take this longing from my tongue,
whatever useless things these hands have done.
Let me see your beauty broken down
like you would do for one you love
 
Leonard Cohen, Take this longing
 
 

Qui la primavera si fa aspettare, in questa sorta di perenne, lattiginoso inverno (non per nulla ho ribatezzato questa città Greyville…)
In giornate come queste è difficile cercare la bellezza, e soprattutto trovarla.
Ci si prova, ma si fa una fatica terribile.
Oggi però avevo una missione da compiere: nella mia borsa, insieme alle migliaia di cose che porto con me ogni giorno (tra cui una copia dei bellissimi Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese..ma questa è un’altra storia, per un’altra sera di quasi primavera) batteva, quasi fosse un cuore, una lettera, dentro una vecchia copia di Pride and Prejudice di Jane Austen.
Una lettera scritta a mano, con tanto di brutta copia (ho sempre avuto una grafia orribile, e la tendenza ad acciuffare idee e pensieri in maniera disordinata):

Una lettera scritta tra un’insonnia e l’altra. Una lettera terapeutica, che mi ha spinto a confrontarmi con l’immensità bianca del foglio di carta, il mio amato Cohen in sottofondo, e a cercare di mettere a nudo quello che penso davvero dell’amore, in senso letterario e in senso reale, senza avere paura di essere etichettata come inguaribile romantica, sospesa in un mondo tutto suo.
Una lettera in cui ho confessato le mie paure, alla quale ho affidato una memoria e un ricordo, una lacrima e un sorriso, una promessa e una speranza. Una lettera che ho messo dentro uno dei miei libri preferiti, sperando che approdi prima o poi in un porto sicuro. Che finisca nelle mani di qualcuno che non abbia paura di mettersi in gioco, di interrogarsi, di mettersi in discussione, di fidarsi, di piangere. Soprattutto, nelle mani di qualcuno che creda nel potere della parole, delle affinità elettive, delle empatie impreviste, che sfidano il tempo e le distanze, i fusi orari e le coordinate, le coincidenze e le prenotazioni.

Specie in un giorno come oggi, che, oltre a sancire (almeno sul calendario) l’inizio della primavera, è dedicato alla poesia. Proprio qualche giorno fa riflettevo, non senza una certa amarezza, sul ruolo esiguo al quale il poeta è costretto nella società odierna, in cui sembra quasi che non ci sia più bisogno di poesia. A tal proposito, voglio citare un estratto del discorso di oggi di Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO, in occasione della giornata mondiale della poesia:




“In celebrating World Poetry Day, UNESCO wishes also to promote the values that poetry conveys, for poetry is a journey – not in a dream world, but often close to individual emotions, aspirations and hopes. Poetry gives form to the dreams of peoples and expresses their spirituality in the strongest terms– it emboldens all of us also to change the world”.

(Nel celebrare la giornata mondiale della poesia, l’UNESCO vuole altresì promuovere i valori veicolati dalla poesia stessa: perchè la poesia è un viaggio, che non avviene in un mondo di sogno, ma spesso a stretto contatto con le emozioni, le aspirazioni e le speranze del singolo. La poesia dà forma ai sogni delle persone ed esprime al massimo la loro spiritualità, conferendo a noi tutti l’audacia di cambiare il mondo).

E ho pensato che finchè ci sarà poesia, e libri da leggere, e una lettera da trovare, lasciata da uno sconosciuto, saremo sempre in grado di trovare la bellezza, anche lì dove sembra essersi smarrita, essersi fatta invisibile. E questo percorso di riscoperta del genere epistolare e della scrittura a mano è stato reso più bello dalla presenza delle mie favolose compagne di viaggio – Rose Mel, Audrey, Tiziana, Strawberry, Federica e Chiara Maria – alle quali va un sentito grazie. Così come a tutti coloro che si saranno seduti, o si siederanno, e prenderanno in mano un vecchio taccuino e una Bic mangiucchiata, e cominceranno a scarabocchiare parole. Riscaldandosi alle ceneri di un vecchio amore, o sognandone uno nuovo.


 

Se siete interessati a scoprire dove sono andate a finire le nostre lettere, vi invito a cercarci su Instagram con l’hashtag #letteredamore2013.
E per chi fosse curioso di sapere dove ho lasciato la mia, dirò soltanto che ho lasciato Pride and Prejudice in compagnia di tanti altri libri.. 🙂

Perchè, come canta Vecchioni, forse le lettere d’amore fanno solo ridere, ma ci renderemmo ancora più ridicoli se non le scrivessimo, mai….

 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
La lettera e il libro di Tiziana (e il suo post)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La lettera e il libro di Federica
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il libro e la lettera di Audrey
 
 
 
Il libro e la lettera di Valentina
 
 
 
 
 
 
 

Famous blue raincoat di Leonard Cohen. Una lettera d’amore.

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Leonard e Marianne

And what can I tell you my brother, my killer
What can I possibly say?
I guess that I miss you, I guess I forgive you
I’m glad you stood in my way.

If you ever come by here, for Jane or for me
Your enemy is sleeping, and his woman is free.

Leonard Cohen
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Nella mia ricerca di lettere d’amore, non potevo trascurare un grandissimo poeta e cantautore, le cui atmosfere e sonorità malinconiche mi avvolgono come una melodia un tempo conosciuta, da tempo dimenticata: Leonard Cohen.

In particolare, c’è una della sue canzoni, che altro non è una lettera d’amore, che avrò ascoltato centinaia di volte. Perché, oltre ad essere di una bellezza e di una tristezza struggente, è di  difficile interpretazione, quasi criptica: Famous blue raincoat (Il famoso impermeabile blu), da Songs of love and hate (1951).

It’s four in the morning, the end of December
I’m writing you now just to see if you’re better
New York is cold, but I like where I’m living
There’s music on Clinton Street all through the evening.
I hear that you’re building your little house deep in the desert
You’re living for nothing now, I hope you’re keeping some kind of record.

Yes, and Jane came by with a lock of your hair
She said that you gave it to her
That night that you planned to go clear
Did you ever go clear?

Ah, the last time we saw you you looked so much older
Your famous blue raincoat was torn at the shoulder
You’d been to the station to meet every train
And you came home without Lili Marlene

And you treated my woman to a flake of your life
And when she came back she was nobody’s wife.

Well I see you there with the rose in your teeth
One more thin gypsy thief
Well I see Jane’s awake —

She sends her regards.

And what can I tell you my brother, my killer
What can I possibly say?
I guess that I miss you, I guess I forgive you
I’m glad you stood in my way.

If you ever come by here, for Jane or for me
Your enemy is sleeping, and his woman is free.

Yes, and thanks, for the trouble you took from her eyes
I thought it was there for good so I never tried.

And Jane came by with a lock of your hair
She said that you gave it to her
That night that you planned to go clear —

Sincerely, L. Cohen

Probabilmente, se questa lettera/canzone fosse stata scritta da un altro cantautore, che non avesse gli abissi e le profondità di Cohen, potrebbe essere semplicemente riconducibile a un triangolo: lui, Cohen (la canzone è necessariamente autobiografica, e non solo perchè reca la sua firma, ma per come è scritta, come è cantata, come è sentita, come è vissuta, come fa venire i brividi a chi la ascolta), alle quattro del mattino di una fredda quasi alba di fine dicembre, sente la necessità di scrivere a un non meglio identificato signore dall’impermeabile blu. Inizialmente potrebbe semplicemente sembrare una lettera scritta di getto a un caro amico che non vede e non sente da tanto, troppo tempo:

Sono le quattro del mattino, dicembre sta per finire
ti scrivo ora solo per sapere se stai meglio
fa freddo a New York, ma amo il luogo dove vivo
c’è musica in Clinton Street tutta la notte

Tuttavia, le note grevi e malinconiche, il paesaggio freddo e desolato suggeriscono uno stato di angoscia e di solitudine. Le prime note autobiografiche emergono con chiarezza: Clinton Street è una strada nel Lower East Side di New York, un mix di storia americana ed ebrea, nelle quale Cohen ha effettivamente vissuto per un periodo.

Ho saputo che ti stai costruendo
una casetta, in mezzo al deserto:
vivi senza uno scopo adesso
spero ne rimanga qualche traccia

Ecco che l’io narrante si inizia a scindere in due diverse individualità: L. Cohen, l’uomo che scrive, e Leonard Cohen, il destinatario della missiva, che si è in qualche modo perso, ha perso di vista lo scopo della sua esistenza, i suoi obiettivi, e ha sentito la necessità di nascondersi, in piena solitudine, nelle profondità di un deserto, vero o fittizio (facendo riferimento alle origini ebree di Cohen, potrebbe anche essere visto come un riferimento ai quarant’anni di peregrinazioni degli Ebrei nel deserto per sfuggire alla schiavitù ed arrivare nella Terra promessa: forse Leonard Cohen vuole sfuggire al controllo di L. Cohen per ritrovare se stesso?).

E Jane è tornata con un ricciolo dei tuoi capelli
ha detto che gliel’avevi dato tu
quella notte in cui avevi deciso di uscire allo scoperto
le hai mai poi detto la verità?

Appare nella terza strofa l’oggetto della contesa: Jane, probabilmente un’incarnazione di tutte le donne di Cohen. Entrambi la amano, ma, mentre L. Cohen riesce a esserle fedele e addirittura a perdonare il suo tradimento, Leonard, pur amandola, non riesce a fare altrettanto.
L’espressione “to come clean ” è di difficile traduzione: significa uscire allo scoperto, dire la verità, confessare, ammettere la propria colpa. Può essere però anche un riferimento a Scientology, alla quale Cohen, nei suoi anni di vagabondaggio spirituale, si era avvicinato, seppur per un breve periodo. Scientology predica infatti una sorta di disciplina di automiglioramento, attraverso la quale bisogna reggiungere lo stato di “clear” che significa privo di “mente reattiva”, e passa tra l’altro attraverso diversi corsi e livelli di “auditing“, una tecnica uno-a-uno tra un praticante (detto auditor) che pone domande e un “paziente” (detto preclear) che cerca nella sua mente e fornisce risposte.

Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi molto più vecchio
il tuo famoso impermeabile blu era consumato sulle spalle
eri andato in stazione per aspettare un treno qualsiasi
e tornato a casa senza Lili Marlene

Qui la copertura di Cohen cade: lo stesso cantante aveva infatti dichiarato di possedere un trench blu Burberry, acquistato a Londra nel 1959, che si era talmente consumato sulle spalle da dover essere sistemato con delle spalline di pelle. Nelle sue Linear Notes che accompagnano The Best of Leonard Cohen (1975), lo stesso Cohen dichiara:

I had a good raincoat then, a Burberry I got in London in 1959. Elizabeth thought I looked like a

I had a good raincoat then, a Burberry I got in London in 1959. Elizabeth thought I looked like a spider in it. That was probably why she wouldn’t go to Greece with me. It hung more heroically when I took out the lining, and achieved glory when the frayed sleeves were repaired with a little leather. Things were clear. I knew how to dress in those days. It was stolen from Marianne’s loft in New York sometime during the early seventies. I wasn’t wearing it very much toward the end

Le cose erano diverse, quando Cohen era in possesso del suo famoso impermeabile blu, prima che gli venisse sottratto: tutto era più chiaro, sapeva come vestirsi, sapeva come vivere, anche se forse aveva già iniziato a perdere di vista la strada da percorrere, dato che poco prima che glielo rubassero aveva iniziato a non indossarlo più tanto spesso…Ma Leonard appare agli occhi di L. Cohen stanco e provato, con il suo talismano consumato dal tempo e la sua inutile ricerca di Lili Marlene, che simboleggia l’amore perfetto. Durante un concerto, in un’introduzione alla bellissima Chelsea Hotel #2, il cantante aveva dichiarato:

Once upon a time, there was a hotel in New York City. There was an elevator in that hotel. One evening, about three in the morning, I met a young woman in that hotel… I wasn’t looking for her., I was looking for Lili Marlene.

Agli occhi di L. Cohen, Leonard ha dunque fallito anche nella sua ricerca dell’amore ideale.

E la mia donna è stata per te solo una scheggia della tua vita
quando è tornata non era la moglie di nessuno
E ti vedo lì, una rosa tra i denti,
l’ennesimo snello ladro gitano
vedo che Jane si è svegliata
Ti saluta

E cosa vuoi che ti dica, mio fratello, mio assassino,
cosa potrei mai dirti?

Mi manchi, suppongo, ti perdono, almeno credo,
Ti sono grato per esserti messo in mezzo

Se mai dovessi tornare, per Jane o per me,
il tuo nemico sta dormendo, e le sua donna è libera

E voglio ringraziarti per la pena che hai cancellato dai suoi occhi
pensavo fosse lì per un buon motivo, così non ci avevo mai provato
E Jane è tornata con un ricciolo dei tuoi capelli
ha detto che gliel’avevi dato tu
quella notte in cui avevi deciso di uscire allo scoperto

Tuo, L. Cohen –

Lo stesso Cohen non aiuta a gettare luce sul misterioso triangolo sentimentale di Famous blue raincoat, come dimostra questo estratto di una celebre intervista della BBC del 1994:

The trouble with that song is that I’ve forgotten the actual triangle. Whether it was my own…of course.I always felt that there was an invisible male seducing the woman I was with, now whether this one was incarnate or merely imaginary I don’t remember, I’ve always had the sense that either I’ve been that figure in relation to another couple or there’d been a figure like that in relation to my marriage. I don’t quite remember but I did have this feeling that there was always a third party, sometimes me, sometimes another man, sometimes another woman. It was a song I’ve never been satisfied with. It’s not that I’ve resisted an impressionistic approach to songwriting, but I’ve never felt that this one, that I really nailed the lyric. I’m ready to concede something to the mystery, but secretly I’ve always felt that there was something about the song that was unclear. So I’ve been very happy with some of the imagery, but a lot of the imagery… The tune I think is good, I remember my mother approving of it, I remember playing the tune for her, in her kitchen, and her perking up her ears while she was doing something else and saying “that’s a nice tune”.

Il cantante dichiara quindi di aver perso di vista il triangolo effettivo e il suo grado di coinvolgimento; di aver sempre avvertito la presenza di un nemico invisibile ponto a sedurre una delle sue donne, o l’incarnazione di tutte le sue donne. In sostanza, l’uomo dell’impermeabile blu potrebbe essere lui nei confronti di un’altra coppia, o una minaccia incombente sul suo matrimonio: Cohen non lo sa più, o non vuole dirlo.

Le domande aperte restano tante: è lui ad aver tradito? è lui ad essere stato tradito? rimpiange di averla perduta? rimpiange che lei sia accaduta? rimpiange di non aver cambiato tutto per lei? rimpiange di aver fatto soffrire qualcun’altro?
Resta una delle canzoni più belle e struggenti nella storia della musica, un inno ad un amore, forse il più grande, il più importante, perduto per sempre, senza rimedio. E poco importa se la colpa è di L.Cohen, che ha perduto per strada una parte di sè, o di Leonard, che gli ha portato via la sua donna, o di Jane, che l’ha tradito o se n’è andata: L. Cohen canta il suo sottile senso di colpa, quella Jane dai contorni sfocati, diventata quasi un fantasma, avvolta dalle nebbie della memoria, quel disperato e viscerale desiderio di riaverla con sè che culmina in quelli che sono i versi più belli della lettera/canzone:

If you ever come by here, for Jane or for me
your enemy is sleeping, and his woman is free

Esiste anche una versione italiana della canzone, cantata da Ornella Vanoni, la cui traduzione è stata curata da Fabrizio de Andrè (autore di magistrali rivisitazioni di canzoni di Cohen, come Suzanne, Giovanna d’Arco o Nancy). Devo dire che è una delle pochissime volte in cui il bravissimo Faber mi ha deluso: La famosa volpe azzurra non riesce a trasmettermi le stesse sensazioni di Famous blue raincoat. A voi giudicare.

LA FAMOSA VOLPE AZZURRA
(Famous Blue Raincoat)
Di: F. De Andrè – S. Bardotti – L Cohen

Le quattro di sera di fine dicembre
Ti scrivo e non so se ci servirá a niente
Milano é un po’ fredda ma qui vivo bene
Si fa musica all'”Angolo” quasi tutte le sere
Mi dicono stai arredando la tua piccola casa
In qualche deserto
E che per il momento stai vivendo di poco
O soltanto di quello
Sì, e Lucio, sai
Parla ogni tanto di te
Di quella notte in cui tu
Gli hai detto che eri sincera …
Sei mai stata sincera?

L’ultima volta ti ho vista invecchiata
Con la tua volpe azzurra famosa e sciupata
Lì alla stazione a contare mille treni
E tornartene a casa come Lili Marléne
Hai trattato il mio uomo come un fiocco di neve
Che si scioglie da sé
E un attimo dopo non era più l’uomo
Né per te né per me
E ti vedo lì con una rosa tra i denti
Un trucco nuovo per nuovi clienti
Ora Lucio si è svegliato
Anche lui ti saluta …

Che cosa altro dirti, sorella assassina
Che cosa altro scriverti adesso non so
Se non che mi manchi se non che ci manchi
E certo alla fine ti perdonerò
E se tornerai da ‘ste parti
Per lui o per noi
Troverai una rivale che dorme
E il suo uomo, se vuoi

E grazie per la noia che gli hai tolto dagli occhi
Io mi c’ero abituata e così
Non mi ero neppure provata
E Lucio, sai
Parla ogni tanto di te
Di quella volta che tu
Gli hai fatto la notte più bella
Ti saluto, tua

Ornella

leonard-2it ery much toward the end.— 

Qualche riferimento bibliografico sull’interpretazione di  Famous Blue Raincoat:

http://blog.bestamericanpoetry.com/the_best_american_poetry/2012/05/famous-blue-raincoat-by-lawrence-j-epstein.html

http://www.judithfitzgerald.ca/famousblueraincoat.html

http://leonardcohen-prologues.com/famous_blue.htm

http://www.webheights.net/speakingcohen/bbctrans.htm

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Te ne sei andato (una lettera d’addio, in versi)

Te ne sei andato.

Il biglietto da tempo prenotato.

Te ne sei andato.

(Troppo leggero il tuo bagaglio,

troppo pesante il mio).

Te ne sei andato

senza aspettare coincidenze, senza ritardi,

senza cambiare i tuoi programmi

senza un biglietto né un saluto

senza avvertirmi.

Te ne sei andato.

Ti avrei dato i miei occhi ed il mio fucile.

Te ne sei andato

(essere odiato, amato, odiato, amato)

Non ho mai potuto chiamarti amore.

Ora posso farlo – che paradosso!

Mio amore, mio amato,

te ne sei andato.

Ti avrei donato i miei occhi ed il mio fucile.

Ti avrei donato il mio cuore e la mia pelle.

Ti avrei donato la mia anima e le mie viscere

(Eri me più di me stessa,

ero te più di te stesso).

Il tuo ricordo mi lacera e mi dilania,

cane arrabbiato che urla e non sai mai quando morderà,

Prometeo sospeso proteso bloccato in un attimo

l’unico

l’ultimo.

Un attimo

l’ultimo

tu che mi giri le spalle

(l’odore di te ancora sulla mia pelle)

e te ne vai.

Semplicemente.

Ma io darei

i miei occhi ed il mio fucile,

la mia testa e la mia anima

ogni singolo pezzetto della mia essenza

per il mio amato amore

per riaverti qui con me.

Ma io guaderei

torrenti di lacrime amare

ma io scalerei

picchi ibernati di sofferenza e di oblio

per essere rischiarata

dall’unico raggio di sole

l’unico

l’ultimo…

E la chiarezza abbacinante

di averti già vissuto

di vedere me stessa nei tuoi occhi.

Lo stupore allucinante

di essere complici,

come riprendere una conversazione mai interrotta

come ritrovare il compagno di un viaggio lasciato a metà.

Te ne sei andato

senza avere avvisato.

La voragine mi divora dentro,

il buco nero mi dilania,

il freddo mi iberna e mi isola,

rendendomi invisibile,

alienandomi.

Ma io darei

diecimila anni della mia inutile vita

ventimila gocce del mio sangue

ogni fibra del mio essere

per riavere

le tue mani.

Le tue mani,

semplici lunghe lisce essenziali,

le tue dita di luce e di ombra,

piacere e dolore.

Il tuo viso.

Metafora obliata già amata in una vita passata,

agrodolce rimembranza viva più che mai,

pena costante ulcera ferita piaga che nessuno può vedere

(sono piena di cicatrici).

Le tue mani

Il tuo viso

Il tuo sorriso.

Raggio di sole in una giornata spettrale,

tanto timido quanto inaspettato quanto

amato.

Le tue mani, il tuo viso ed il tuo sorriso.

Tutto ciò che ricordo

di quegli attimi amari

sono le tue ossa e le tue guance.

Tu

le tue mani

il tuo viso ed il tuo sorriso

le tue ossa e le tue guance

il tuo sonno ed il tuo cuore

la tua insonnia e la tua anima

così semplice così essenziale

vorrei essere polvere e mischiarmi alla tua

così semplice così essenziale

sarò giorno e notte sarò alpha ed omega

sarò la tua dea sarai il mio signore

sarò se.

Se tu tornerai da me.

E tornerai da me.

Se tornerai da me

Ma tornerai da me.

Se.

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Stati d’animo: gli addii (Umberto Boccioni)

L’indicibile solitudine degli eteronimi

Fernando Pessoa e Ophélia Queiroz

 

Fernando Pessoa e Ophélia Queiroz

Cos’è un eteronimo? Dal greco héteros, diverso, altro da sé, e onoma, nome, è un personaggio fittizio, che possiede però una sua personalità e una sua biografia diversa da quella del suo “creatore”.
È un “altro da sé” a cui si affidano aspetti del proprio carattere che non si riescono ad accettare, sogni e speranze che non si sono riuscite a concretizzare. Qualcuno che fa scelte diverse dal suo autore, che ad un incrocio sceglie una direzione diversa, che naviga tra le infinite possibilità della vita con maggiore disinvoltura e sicurezza.
O forse, ci si crea un eteronimo quando la vita non è abbastanza, quando si hanno dentro mondi diversi da quello quotidiano, da quello che si vede. Quando si coltiva un’innata ed infinita irrequietezza. Quando non si accettano alcuni aspetti del proprio carattere che sono però i più veri, i più autentici. E si affidano all’eteronimo.
A volte, l’eteronimo, o gli eteronimi, diventano noms de plume, e, dietro la loro maschera, si scrive, si compone, si dipinge in modo molto più spontaneo ed autentico, tirando fuori la parte più genuina e sincera di sé.

Il più famoso creatore di eteronimi è ovviamente Fernando Pessoa, che spiega la genesi di questi suoi “altri da sé” in una lettera a Adolfo Casais Monteiro – scrittore, poeta, saggista e traduttore portoghese –  pubblicata in Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (a cura di Antonio Tabucchi) e inserita nell’appendice del libro di Luciana Stegagno Picchio Nel segno di Orfeo.

Ecco alcuni stralci della lettera:

Lettera a Adolfo Casais Monteiro sulla genesi degli eteronimi

Casella Postale 147
Lisbona, 13 gennaio 1935

Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non erano mai esistiti. (…) Fin da quando mi conosco come colui che definisco “io”, mi ricordo di avere disegnato mentalmente, nell’aspetto, movimenti, carattere e storia, varie figure irreali che erano per me tanto visibili e mie come le cose di ciò che chiamiamo, magari abusivamente, la vita reale. (…)

Un giorno mi venne in mente di fare uno scherzo a Sá-Carneiro: di inventare un poeta bucolico, abbastanza sofisticato, e di presentarglielo, non mi ricordo più in quale modo, come se fosse reale. Passai qualche giorno a elaborare il poeta ma non ne venne niente. Ala fine, in un giorno in cui avevo desistito – era l’8 marzo 1914 – mi avvicinai a un alto comò e, preso un foglio di carta, cominciai a scrivere, in piedi, come scrivo ogni volta che posso. E scrissi trenta e passa poesie, di seguito, in una specie di estasi di cui non riuscirei a definire la natura. Fu il giorno trionfale della mia vita, e non potrò più averne un altro simile.

Cominciai con un titolo, O Guardador de Rebanhos. E quanto seguì fu la comparsa in me di qualcuno a cui subito diedi il nome di Alberto Caeiro. Mi scusi l’assurdità della frase: era apparso in me il mio Maestro. Fu questa la mia immediata sensazione. Tanto che, non appena scritte le trenta e passa poesie, afferrai un altro foglio di carta e scrissi, di seguito, le sei poesie che costituiscono Chuva Oblíqua di Fernando Pessoa. Immediatamente e totalmente… Fu il ritorno di Fernando Pessoa-Alberto Caeiro al Fernando Pessoa-lui solo. O meglio, fu la risposta di Fernando Pessoa alla propria inesistenza come Alberto Caeiro.

Apparso Alberto Caeiro, mi misi subito a scoprirgli, istintivamente e subcoscientemente, dei discepoli. Estrassi dal suo falso paganesimo il Ricardo Reis latente, gli scoprii il nome e glielo adattai, perché allora lo vedevo già. E, all’improvviso e di derivazione opposta a quella di Ricardo Reis, mi venne a galla impetuosamente un nuovo individuo. Di getto, e alla macchina da scrivere, senza interruzioni né correzioni, sorse l’Ode Triunfal di Alvaro de Campos: l’Ode con questo nome e l’uomo con il nome che ha. (…)

Come scrivo col nome dei tre? … Caeiro per pura e insperata ispirazione, senza sapere né prevedere che mi metterò a scrivere. Ricardo Reis, dopo una astratta deliberazione, che subito si concretizza in un’ode. Campos, quando sento un improvviso impulso a scrivere, anche se non so che cosa. (Il mio semieteronimo Bernardo Soares, che d’altronde in molte cose si assomiglia con Alvaro de Campos, appare sempre mentre sono stanco e insonnolito, quando le mie qualità le mie capacità di ragionamento e inibizione sono un po’ affievolite; quella prosa è un vaneggiamento costante.).

Tabucchi, Antonio
Un baule pieno di gente
Feltrinelli, 1990

La migliore definizione degli eteronimi di Pessoa è, a mio parere, quella di Luciana Stegagno Picchio, una delle massime autorità italiane di lingua e letteratura portoghese e brasiliana, che in un’intervista su RaiLibro ha dichiarato:

(…) Queste “persone”, questi “autori altri”, non sono pseudonimi: lo pseudonimo, infatti, abbraccia l’intera personalità dello scrittore. Nel caso di Pessoa, invece, quando si parla di eteronimi, ci si riferisce a una parte della personalità, quei segmenti di sé non espressi.
Parlare è di per sé una mutilazione: quando un essere umano si esprime, mutila, “esclude” in quello stesso momento le cose che non dice e tutti gli altri personaggi che dentro di lui direbbero altre cose.
In Pessoa erano presenti tante voci diverse – si è arrivati a calcolare addirittura ottanta, novanta eteronimi. E mi sono sempre chiesta cosa sarebbe stato Pessoa se non fosse morto precocemente.

E ancora:

(…) Sono tutti personaggi fortemente delineati e caratterizzati, basta leggere la sua celebre lettera scritta ad Adolfo Casais Monteiro, in cui racconta il giorno della loro nascita.
Ad ognuno di essi attribuisce una faccia, una scheda anagrafica, un lavoro, un segno zodiacale… Ricardo Reis è un po’ più basso di lui ed è un medico espatriato; Álvaro de Campos è un ingegnere, il poeta della modernità portoghese; Bernardo Soares è un aiuto-contabile in una ditta di tessuti che ama scrivere il suo journal intime utilizzando solo la prosa, con gli occhi rivolti verso il cielo di Lisbona; Alberto Caeiro è il “maestro di tutti”, un poeta bucolico, che spiega con la sua poesia la ricerca dell’essenzialità.
Eppure, al di là di questi aspetti “contingenti”, tutti loro hanno in comune il fatto di essere persone di sesso maschile, sole, della stessa età, anche simili fisicamente: caratteristiche che alla fine si riuniscono in un unico uomo, che si chiama Fernando Pessoa.

A volte gli eteronimi smettono di essere finzione e invadono la vita reale del poeta. È il caso della sua tormentata e surreale relazione con Ophélia Queiroz, unica “fidanzata” del poeta,  ostacolata, tra le altre cose, dalla gelosia dell’eteronimo Alvaro de Campos, omosessuale e geloso della giovane.

Come Ophélia stessa racconta nella prefazione di Lettere alla fidanzata a cura di Antonio Tabucchi (edito da Adelphi):

Fernando era una persona molto speciale. Tutta la sua maniera di essere, perfino nel vestire, era speciale. Ma forse io allora non me ne accorgevo, perchè ero troppo innamorata. La sua sensibilità, la sua tenerezza, la sua timidezza, la sua eccentricità mi incantavano. A volte era un po’ assente, ad esempio quando si presentava come Alvaro de Campos. Mi diceva: “Sai, oggi non ero io, al mio posto è venuto il mio amico Alvaro de Campos..”.

In quei momenti si comportava in un modo completamente diverso dal suo: era sconclusionato, diceva cosa senza senso. Un giorno mi disse: “Gentile signorina, ho una commissione per lei: dovrebbe buttare l’abietta immagine di quel tale Fernando Pessoa in un secchio pieno d’acqua, a testa in giù”.

Io gli obiettai: “Detesto Alvaro de Campos, mi piace solo Fernando Pessoa”.

“Chissà poi perchè”, riprese lui, “guarda che invece a Campos piaci molto”.

Raramente parlava di Caeiro, di Reis o di Soares.

Da queste pagine, dalle loro lettere, dalla loro tormentata storia è nata la mia curiosità per Ophélia Queiroz, minuta e vivace fanciulla della media borghesia lisbonese, che, diciannovenne, viene assunta come segretaria dal Diàrio de Notícias e si innamora di questo ometto strambo, che si dichiara a lei con le stesse parole che Amleto usa per promettere amore eterno alla sua Ofelia. Seguono mesi di namoro tormentato, fatto di bigliettini segreti, baci rubati negli androni dei portoni, dato che Fernando non vuole rendere il fidanzamento ufficiale presentandosi a casa sua (Sai, devi capire che è una cosa da persone comuni, e io non sono una persona comune).

E Ophélia lo accetta, e lo ama per quello che è, per tutti i suoi io, per le promesse mai mantenute di sposarla. Lo ama nonostante il malcontento della famiglia, nonostante quella lettera del 29 novembre del 1920 con la quale Fernando mette fine alla loro storia:

Il Tempo, che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancora più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perchè ha contratto abitudine a sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non vi sarebbe al mondo gente felice. Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perchè non possono credere che l’amore sia duraturo, nè, quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato.

Queste cose fanno soffrire, ma poi il dolore passa. Se la stessa vita, che è tutto, passa, perchè non dovrebbero passare l’amore, il dolore e tutte le cose che sono solo parti della vita?  

Ophélia non si sposerà mai. E mi piace credere che sia rimasta sempre innamorata del suo Nininho, che, pochi giorni prima di morire, chiedendo sue notizie al nipote Mario, con gli occhi pieni di lacrime esclama Che anima bella! Che anima bella!

Ophelinha diventa così per me la regina degli amori mai realizzati, degli amori impossibili, di quelli sognati e accarezzati col pensiero ma mai vissuti. La destinataria di lettere d’amore che fanno ridere, ma farebbero ridere ancora di più se non venissero mai scritte. Diventa una piccola donna anticonformista, forte e indipendente, capace di amare un uomo geniale e imprevedibile come il suo Nininho, d’un amore tenero e capriccioso, ma sempre costante.

Nel corso dell’ultimo anno, Ophelinha è diventata la mia maschera, il mio naturale eteronimo che mi aderisce come una seconda pelle.

Perchè preferisco Ophelinha a me stessa? Perchè Ophelinha non ha paura di parlare in prima persona.
Perchè la vedo così, uno scricciolo controcorrente, del tutto incurante delle tradizioni, a cui non importa un fico secco del matrimonio borghese e si innamora del poeta da strapazzo che le declama i versi con cui Amleto si dichiara a Ofelia, e le ruba un bacio.
Perché a lei non importa nulla del parere della gente. Perché gioca a nascondino con Nininho dentro anditi e portoni sotto la pioggia. Perché è orgogliosa di essere chi è, di essere quello che è, e non fa nulla per nascondersi o per conformarsi.
Ophelinha non ha paura. Non ha paura di piangere. Non ha paura di mettersi in gioco, anche se potrebbe significare perdere, e ha il terrore dell’abbandono, e ogni schiena che si allontana le spezza il cuore.
Non si astiene dall’indulgere nel piacere masochista dei ricordi, degli amori passati, delle cose che erano e non sono più.

E Ophelinha scrive d’amore, anche se fa ridere. Anche quando l’ha perso, e non può fare nulla per riaverlo indietro.

 

E non si vergogna della natura malinconica del suo carattere, del bovarismo accentuato, del bisogno di frequentare personaggi fittizi più di quelli reali. Non adotta maschere per fingersi sempre allegra e superficialmente spensierata. Per cercare di piacere agli altri, e di essere accettata.
È incapace di vivere a pieno il presente, e vive nel passato, crogiolandosi nei ricordi, annaspando tra i se e i forse.

Così, protetta da questo schermo virtuale, divento Ophelinha e scrivo di quei mondi che nessuno vede e in cui mi rifugio per sfuggire al grigiore della vita quotidiana.

Ci sono anche eteronimi che non funzionano, che si provano e poi si mettono da parte per sempre, come un vestito troppo stretto e troppo corto. È il caso della frivola contessina Aspasia, un tentativo di trovare un eteronimo più leggero e civettuolo, più frivolo, per l’appunto.

Ma no, non è andata. E allora, che Ophelinha sia. In questo strano mondo di eteronimi fin troppo soli.