Caro Nelson, cara Simone

24

L’amore non è mai facile, nemmeno se si risponde al nome di Simone de Beauvoir, compagna del filosofo Jean-Paul Sartre, scrittrice affermata alla scoperta degli Stati Uniti, dove viaggia da sola per una serie di reading e lezioni universitarie.

Non è facile, quando si ha fiducia nel destino luminoso dei colpi di fulmine – gli stessi che la Szymborska ha descritto mirabilmente come seguiti, non inizi, in un libro degli eventi che resta sempre, inesorabilmente aperto a metà.

Simone, partita alla conquista degli USA, incontra a Chicago Nelson Algren, bad boy della letteratura made in Illinois, oracolo dei postriboli e dei bassifondi. Lo incontra per qualche ora, prima di essere trascinata a cena dal console francese. E si innamora. E gli scrive la prima di centinaia di lettere.

Difficile cercare di ricostruire motivazioni e dinamiche che portano a innamorarsi due artisti diversissimi tra loro  – lei, l’algida e fredda “Castor” di Sartre; lui, che disprezza tutto quello che Simone incarna – la borghesia e il freddo intellettualismo della capitale francese – preferendo la boxe, imparando a conoscere la filosofia di Sartre da una bionda ossigenata che tiene cassa in una bettola di Chicago, frequentata da vecchie prostitute, senzatetto, drogati, alcolizzati.

Simone incarna l’intellettuale borghese bene, ombra di Sartre, a cui fa da editor, da assistente, da correttrice di bozze, anche a causa dei suoi problemi di vista: insomma, una Véra Nabokov occidentale. Il rapporto tra lei e Sartre ha smesso di essere fisico da molto, troppo tempo, tanto che a volte la Beauvoir si trova gravata del compito di aiutare Sartre a scegliere le sue amanti.

Simone, appena trentanovenne, vuole concedere a se stessa e al suo corpo un ultimo amore, una passione assoluta, incendiaria.

Per Nelson, figlio di uno Svedese convertitosi alla religione ebraica, la dimensione fisica è la più importante: assegna un’importanza fondamentale al sesso (e regala alla Beauvoir il suo primo orgasmo), beve, gioca  a poker, vaga di notte per i bassifondi di Chicago alla ricerca di amori facili, avventure, storie, personaggi. Come Chekov, Algren è il poeta dei perdenti. Questo contrasto resta ben evidente nel corso della loro storia e della loro lunga corrispondenza: lei sostiene che scrivere sia un atto fisico, come baciare; lui replica che, dall’altra parte dell’oceano, le sue braccia restano vuote e fredde, senza lei.

Ma andiamo con ordine. A New York, nel 1947, Simone viene invitata a cena da Mary Guggenheim, ex compagna di classe di Indira Gandhi, ballerina, pittrice, scultrice, scrittrice, interprete..e da qualche mese amante di Nelson Algren. La Guggenheim ha piani ambiziosi nei confronti di Nelson, che le ha da poco presentato sua madre: vuole valersi delle sue conoscenze per lanciarlo, farlo conoscere, farlo diventare la stella del firmamento letterario americano. Per questo motivo tiene segreta la loro relazione: vuole essere sicura di avere Nelson tutto per sé. Tuttavia, la fredda e ostinata francese, verso la quale nutre una spontanea e subitanea antipatia, chiacchiera senza sosta, e insiste per avere il nominativo di qualcuno da contattare a Chicago, sua prossima tappa in terra USA. Mary, distratta e innervosita per aver bruciato lo zabaione che stava preparando per l’ospite indesiderata, compie l’errore strategico di dare a Simone il nome e il numero di Nelson.

Simone è entusiasta: è ansiosa di conoscere artisti americani, migliorare il suo inglese (che è pessimo) e, soprattutto, sperimentare la vita dei bassifondi di Chicago.

Arrivata al Palmer House, il suo hotel a Chicago, dopo una giornata trascorsa al Modern Art Institute, Simone cerca di chiamare Algren, che non la capisce a causa del suo marcato accento francese e interrompe la conversazione per ben tre volte, finchè l’operatrice telefonica intercede per Simone e la scrittrice riusce e pronunciare i nomi dello scrittore americano Richard Wright e di Mary Guggenheim, facendosi riconoscere. Fin dalla loro prma conversazione, Algren si fa vedere per quello che è, senza filtri: irascibile, impaziente (uno dei motivi per cui non vuole rispondere al telefono è che ha qualcosa sul fuoco), intollerante verso quell’accento sconosciuto che non vuole impegnarsi a decifrare, lui, che mette la musicalità delle parole sopra ogni altra cosa. I due si incontrano al bar del Palmer, dove Nelson non è mai stato, perché troppo chic e borghese per lui. Lei lo aspetta stringendo al petto un copia della Partisan Review, rivista che lui detesta, tacciandola di snob, pseudo-intellettuale, pseudo-letteraria. Lui arriva con più di un quarto d’ora di ritardo, a causa della Frenchie, che l’ha invitato a raggiungerla al Liteul (little) Cafè, mentre il nome esatto è Le Petit Cafè, alla francese.

Intrigato suo malgrado dagli occhi azzurrissimi e dall’eleganza francese di Simone, si propone di scioccarla, di farle abbassare le arie da istitutrice impettita con una serata a base di passeggiate tra flop-houses (hotel a basso costo che offrono servizi minimi, destinati a chi non poteva permettersi una casa), immigrati senza tetto e spogliarelliste. Nelson vuole scuotere quella Frenchie arrogante, farle capire che l’America non è Ivy League e country club: una buona metà degli Americani non hanno che i mezzi per andare sempre più in basso, imboccando una strada che li conduce direttamente in prigione. Nelson ne sa qualcosa, essendo stato imprigionato in Texas per aver rubato una macchina da scrivere e avendo condiviso la sua cella con un assassino. Fallisce miseramente: Simone è entusiasta di tutta quella vita che ha visto scorrere davanti ai suoi occhi, totalmente diversa dall’esistenza protetta e sicura alla quale è abituata. I due parlano, abituandosi con estrema sorpresa e rapidità l’uno all’accento dell’altro: in giro per il quartiere polacco, bevono vodka (il cui sapore Simone assocerà sempre a Chicago) e lui le racconta di New Orleans, del suo Sud.

CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930s
CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930

Nelson e Simone decidono di passare la giornata seguente insieme, ma i loro piani vengono ostacolati daal console francese a Chicago, che ha già organizzato un pranzo e una cena per Simone, tenendola impegnata fino all’ora della sua partenza. Simone riesce a passare a salutarlo al 1523 di Wabansia Street: un modesto due stanze senza il bagno, con dei tocchi di giallo – tipo la sedia vicino al letto – che le ricordano il suo amato Van Gogh, e le fanno venire voglia di restare ad abitare lì, tra quelle quattro mura che sono Nelson, che aderiscono alla sua immagine e al suo carattere come una seconda pelle.

Quando la accompagna alla macchina, Nelson prende Simone tra le braccia. E la bacia. E le fa promettere di tornare, tornare da lui, per dare un senso a quell’attrazione assoluta, repentina, incontrollabile. Le fa promettere di tornare, perché l’alternativa – non vedersi mai più – fa così male da sembrare impossibile.

In treno, Simone si immerge negli scritti di Nelson, e inizia a buttare giù, nel suo inglese stentato, la prima di tante lettere, tentativo di far durare l’attimo vissuto insieme il più possibile, allungarlo fino a metterne a dura prova la resistenza, sfidando le leggi della logica e della fisica.

I due si scrivono per quasi vent’anni, fino al 1964. Lei torna più volte in America, lui va a trovarla a Parigi. Tra Sartre, il matrimonio e il divorzio di Algren e Amanda Kontowicz, i successi letterari di Simone e il disincanto di Nelson, i due riescono a partire per una sorta di luna di miele nel 1948 – interrotta bruscamente da Sartre, che rivuole Simone accanto a sé. Partono insieme dopo non essersi visti per più di otto mesi ed essersi scritti più di cinquanta lettere. Le aspettative sono altissime: entrambi sono ansiosi di ricreare l’incanto dei giorni di Wabansia, e Nelson propone una sorta di gioco letterario per fingere che il tempo non sia mai passato. Alla fine di ogni giornata passata insieme, i due dovranno registrare quello che è successo dal proprio punto di vista, sensazioni ed emozioni, in una sorta di gioco della verità a due voci.

Simone chiama Nelson “marito lontano, marito amato”, sostenendo che lui l’ha aiutata a crescere, a maturare, a diventare veramente donna, facendole scoprire il suo corpo, facendole il dono della verità, sempre e comunque. Eppure, lei ha una visione astratta e letteraria dell’amore: una visione che alimenta le assenze di lettere e di parole. Per Nelson, l’amore è una cosa semplice: ci si incontra, ci si innamora, si dorme insieme, si vive insieme, si fanno dei bambini.

I due si sono amati alla follia, a scapito dei chilometri, dei pregiudizi, delle barriere linguistiche. Si sono forse amati tutta la vita, tanto che Simone è stata sepolta accanto a Sartre, ma con l’anello che Nelson le aveva regalato al dito.

Eppure, c’è qualcosa che per i due scrittori è più grande del loro amore: la scrittura, Parigi per lei, Chicago per lui.

Lei gli scrive di non essere capace di vivere solo in funzione del loro amore: ha bisogno di scrivere, e per scrivere ha bisogno di Parigi. Lui scrive di Chicago e per Chicago: non è una città facile, non è una città che ama e celebra i suoi scrittori (come fa invece Parigi), ma Nelson non può farne a meno.

Le istanze geografiche, la scomoda, ingombrante ombra di Sartre, la pubblicazione de I Mandarini, il romanzo della Beauvoir in cui Algren compare come Lewis Brogan, un cupo zoticone, fanno sì che i due si rendano conto che anche una passione come la loro non può reggere al tempo, alle distanze, a due vite che sono semplicemente troppo diverse per fondersi.

Quando, nel 1950, Algren decide di risposarsi con l’ex moglie Amanda, Simone, in viaggio alla volta della Francia, scrive a un Nelson da lei sempre più lontano questa bellissima lettera (che vi propongo in traduzione), che compare nel volume Hell Hath No Fury: Women’s Letters from the End of the Affair, una raccolta di lettere di rottura a cura di Anna Holmes. Le parole di Simone a Nelson sono una malinconica riflessione sulla straziante capacità dell’amore di torturare colui che ha perso l’amato, portandogli via ogni parvenza di pace, facendogli bramare la vicinanza, quando quello che resta è solo perdita, e vuoto, e freddezza. Quando non resta più nulla.

La tristezza senza lacrime mi si addice più della fredda rabbia. Per questo finora non ho versato lacrime, secca come un pesce affumicato, il cuore molle come un budino stantio.[…]

Non sono triste. Sono fuori di me, lontanissima da me, incredula, tu così lontano da me, tu, tu così vicino.

Voglio dirti solo due cose prima di partire, e poi non ne parlerò mai più, te lo prometto. In primo luogo, voglio rivederti, ho bisogno di rivederti, un giorno. Ma ti prego di ricordarti che non te lo chiederò mai più  – non per orgoglio, perché con te non sono mai stata orgogliosa, come sai, ma perché un nostro incontro significherebbe qualcosa solo se tu lo volessi veramente.

Quindi aspetterò. Quando lo vorrai, dimmelo. Non mi illuderò che tu mi ami ancora, o che tu voglia fare l’amore con me, e non dovremo necessariamente passare molto tempo insieme – sarà quello che vorrai, quando vorrai. Sappi solo che io aspetterò che tu me lo chieda.

No, non posso pensare di non rivederti mai più. Ho perso il tuo amore, e ha fatto male, fa male: ma non voglio perdere anche te. In ogni caso, mi hai dato così tanto, Nelson, e quello che mi hai dato è stato così importante che non potresti mai portarmelo via. La tua tenerezza, la tua amicizia sono state per me così preziose che quando penso a te in me, dentro me, un’ondata di felicità e gratitudine mi invade.

Spero di portare con me questa tenerezza e quest’amicizia per sempre. Per quanto mi riguarda, la verità – per quanto sconcertante e umiliante – è una sola: ti amo come ti ho amato la prima volta che mi hai stretto tra quelle braccia che tanto mi hanno delusa. Ti amo con tutta me stessa, con tutto il mio cuore inquinato: non posso fare altrimenti. Ma non ti darò noia, tesoro. Non fare delle nostre lettere un dovere: scrivimi solo se e quando ne hai voglia, ricordandoti che mi farai molto felice..

Ogni parola sembra superflua. Tu mi sembri vicino, così vicino: permettimi di avvicinarmi a mia volta. E permettimi, come una volta, di essere nel mio stesso cuore, per sempre.

La tua Simone

Come per tutti gli amori contrastati, resta sempre un dubbio amletico: senza quegli ostacoli, ci sarebbe stato un lieto inizio? O sono gli ostacoli stessi a essere cuore pulsante di un amore come quello tra Simone e Nelson, incontro di due menti lucidissime, di due sensibilità tanto diverse eppure tanto affini, tanto vicine eppure tanto lontane?

Resta nell’aria un vago, insistente odore di mandorle amare, quello che Marquez aveva assegnato agli amori senza capo né coda.

Per saperne di più:

A Transatlantic Love Affair: Letters to Nelson Algren, Simone de Beauvoir, New Pr

Lo scrittore americano e la ragazza per bene. Storia di un amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir, Fernanda Pivano, Tullio Pironti

Beauvoir in love, Irène Frain, trad. E. Cappellini, Mondadori

I mandarini, Simone de Beauvoir, trad. F. Lucentini, Einaudi

Walk on the wild side, Nelson Algren, Minimum Fax

Il corso di letteratura americana de LaMcMusa

sOMSq3Ckkpvpo2vv5NBznJino1_500
Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay
simone-5
Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay
35ecc5462d2ceffb8341f9b7181081cf
Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

The Ophelinha Gazette#5 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

banner
Edizione straordinariamente….rapida, dato che la redazione si prepara a (letteralmente) scappare nell’amatissima  Albione, alla volta di afternoon tea e decadenti librerie dell’usato (tipo questa a Charing Cross).
Buona lettura, e buon weekend a tutti!

anyamount

1) Raccontarsi l’amore. L’amore quotidiano, quello che lotta per resistere alla noia e alle incurie del tempo, in un bellissimo articolo di Silvia Avallone. E, dato che siamo in vena di amore&altri disastri, scoprite con questo test di The Reading Room qual è la perfetta lettura per quando siete in the mood for love (la mia sembra essere Via col Vento di Margaret Mitchell, e domani è un altro giorno. A patto che mi ricordi di andare a riprendermi Rhett…)

rhett2

2) Quale libro si adatta di più alla vostra personalità di lettore? Scopritelo con questo test su Book Browser.

3) Dato che un po’ ovunque si parla di 50 sfumature di grigio, voi invece beccatevi le stranezze sessuali dei nostri amici scrittori. Mr Joyce will see you know (con un paio di mutandine da bambola in tasca, magari).

max-factor-primitif-vintage-perfume-ad-model-jean-patchett-1957

4) La lettera d’amore più bella (secondo un opinabile articolo del Telegraph) sarebbe stata scritta da Johnny Cash a June Carter (per rinfrescarvi la memoria, guardate Walk the Line).
Io rimango perplessa, voi fatemi sapere.

UeVtDh

5) Ecco a voi la fanciulla che disegna pasti luculliani anziché fotografarli e pubblicarli su Instagram (si, dalla regia mi dicono che persone simili esistono ancora, anche se sono purtroppo una specie in via d’estinzione).

a_560x0

6) Le lettere di Abelardo ad Eloisa raccontate da Vittoria Baruffaldi, la blogger innamorata di filosofia.

7) Pubblicità libridinose.

books,advertising,photography,reading-4041c32ce273c5eff19bff58acc0c94e_h

 8) Ieri Victor Hugo avrebbe compiuto 213 anni. Dopo avergli cantato tutti in coro joyeux anniversaire, andate a scoprire come gli piaceva scrivere quando gli mancava l’ispirazione (spoiler alert: in costume adamitico.)

Ma dico, ce lo vedete? Io no. (Per dirla tutta, in questa foto mi fa un po’ paura.)

Victor_Hugo_by_Étienne_Carjat_1876_-_full

L’eleganza del riccio

Rubando le parole di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi, È possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perché sembra troppo bello? Troppo, non perché sospetto di voler piacere, ma proprio nel senso che si fa amare senza riserve….

L’autrice, Muriel Barbery, docente di filosofia, ama le parole. Seduce con i loro suoni. Gioca con la lingua, portandoti in un mondo magico e misterioso, dove tutto può accadere.

E cosa c’è di più bello delle parole?Niente. Sono il sangue, la linfa, il cuore pulsante di una lingua, ciò che la rende viva. Niente si dice “tanto per dire”: tutto significa qualcosa. Le parole hanno forme, e suoni, e colori. Ci sono persone in grado di odorare suoni, sentire colori. Tali fenomeni vengono definiti sinestesie. La forma più comune di sinestesia il fenomeno per cui lettere, parole e numeri diventano in grado di esprimere colori in modo automatico. Più che una malattia, mi sembra un dono. Una magia. “Si muriera el alfabeto, moririan todas las cosas. Las palabras son las alas”.

Ma mi sto dilungando troppo: tornando al libro in questione, applicherei lo stesso giudizio di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi: può un libro fare paura perché troppo bello?

Senza tediarvi più di tanto: in breve, è la storia di un condominio abitato da famiglie aristocratiche visto attraverso gli occhi di Renée, portiera filosofa che ama la letteratura ma si finge ignorante per corrispondere in tutto e per tutto allo stereotipo della portiera DOC, e Paloma, brillante ragazzina di dodici anni superdotata che cerca in tutti i modi di mascherare la sua ipersensibilità e la sua intelligenza fuori dal comune scrivendo due diari: i Pensieri Profondi ed il Diario del Movimento del Mondo. Questo perché ha deciso di suicidarsi il giorno del suo 13esimo compleanno, e di dare fuoco al suo appartamento, per distruggere l’ottusità e la superficialità di un mondo del tutto privo di bellezza; un mondo di apparenze, che la bellezza non riesce a coglierla.

Trascrivo qualche estratto.

“Dove si trova la bellezza?Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?”

“La nostra vita

servizio militare

per tutti quanti”


“Fammi sapere

cosa bevi e leggi

a colazione

e io posso sapere

veramente chi sei tu”


“L’eternità ci sfugge”

“La vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo”


“Morale della favola: nell’universo tutto è compensazione. Quando si è meno veloci, si spinge più forte. Allora, come la mettiamo? E’questo il movimento del mondo?Un infimo sfasamento che rovina per sempre la possibilità della perfezione?Per una buona mezz’ora sono stata di pessimo umore. Poi all’improvviso mi sono chiesta: ma perché volevo che la raggiungesse a tutti i costi? Perché si sta così male quando il movimento non è sincrono?Non è molto difficile da capire: tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità…Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs (occasioni) folgoranti che un giorno sono apparsi ma che non abbiamo saputo cogliere, e sono sprofondati nel nulla…Lo smacco appena un pelo più in là..Ma soprattutto mi è venuta un’altra idea, per via dei “neuroni specchio”. Un’idea inquietante, a dire il vero, forse vagamente proustiana (e la cosa mi secca). E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute?
Complimenti al movimento del mondo!Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro. Dovremmo viverlo davvero, e invece è sempre un’estasi per interposta persona.
Allora ditemelo voi: perché rimanere in questo mondo?”


“Le perle bianche

sulle mie maniche scese quando il cuore ancora colmo

ci lasciammo

le porto con me

come un tuo ricordo” (Kokinshu)

“Io credo che la grammatica sia una via di accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione, o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede ad un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa….Forse bisogna collocarsi in uno stadio di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica”.

“E’ così estenuante desiderare incessantemente…Ben presto aspiriamo ad un piacere senza ricerca, sogniamo una condizione felice che non abbia inizio né fine e in cui la bellezza non sia più finalità né progetto, ma divenga la certezza stessa della nostra natura. Ebbene, questa condizione è l’Arte”.

E poi, pioggia d’estate.
Me la ricordo questa pioggia d’estate.
Sapete cos’è una pioggia d’estate?
All’inizio la bellezza pure che irrompe nel cielo, quel timore rispettoso che si impadronisce del cuore, sentirsi così irrisori al centro stesso del sublime, così fragili e così ricolmi della maestà delle cose, sbalorditi, ghermiti, rapiti dalla magnificenza del mondo.
Dopo, percorrere un corridoio e d’improvviso penetrare in una stanza piena di luce. Un’altra dimensione, certezze appena nate. Il corpo non è più un involucro, la mente abita le nuvole, sua è la potenza dell’acqua, si annunciano giorni felici, in una nuova nascita.
Poi, come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l’anima degli esseri come un respiro infinito.

Quindi certe piogge d’estate si radicano in noi come un nuovo cuore che batte all’unisono con l’altro.