Il Calendario dell’Avvento letterario 19: elogio della gentilezza

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Questa casella è scritta e aperta da Celeste di Una stanza tutta per me

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Forse uno degli spot più famosi d’Italia, quello della Bauli per il pandoro natalizio, è rimasto in testa un po’ a tutti quelli che hanno acceso la televisione nell’ultimo decennio: “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai […]è Natale e a Natale si può dare di più”, così canta un coro di adorabili bambini.

Ora: giusto e sbagliato che sia, io ho sempre avuto un debole per questa patetica opera di marketing, ed il motivo credo sia proprio il richiamo subdolo ad essere di più. Per me questo dare di più era sintomo di altruismo e gentilezza, in un momento dell’anno in cui si può regalare pochi attimi di gioia e un tanto di tempo e affetto alle persone a cui vogliamo bene, la Bauli ti dice che si può dare di più, e lo si può fare proprio a Natale.

E, cara Bauli, mi tocca darti ragione. Mi avvalgo dell’aiuto di due maestri americani, David Foster Wallace e George Saunders, che rispettivamente nel 2005 e 2013 hanno trasformato un discorso per i laureati di due diversi college in piccoli trattati di filosofia, che hanno poi trovato la loro edizione cartacea: “Questa è l’acqua” per Foster Wallace e “L’egoismo è inutile” quella di Saunders.

È incredibile e potenzialmente magico che entrambi gli scrittori abbiano reputato importante concentrarsi sulla gentilezza, recitando prima di tutto un mea culpa. Il fatto è che essere gentili e altruisti tutti i giorni non è facile, è anzi quasi impossibile. La vita è piena di fastidi, grandi o piccoli, e di ostacoli che sommati insieme ci sembrano insopportabili; abbiamo l’innata tendenza all’egocentrismo che non si scrolla di dosso nemmeno piangendo.

In Questa è l’acqua, David Foster Wallace la descrive così: “Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa formadi naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se,sotto sotto, ci accomuna tutti.”

George Saunders, in L’egoismo è inutile, rincara la dose: “Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine darwiniana. Ovvero (1) noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti) […] campiamo di queste cose, che ci spingono ad anteporre i bisogni personali ai bisogni degli altri, anche se ciò che vogliamo davvero […] è essere meno egoisti.”

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Diciamolo, liberiamoci di questo peso: sì, siamo egoisti. Siamo noi stessi, e nessun’altro può aver idea di cosa significhi vivere nei nostri panni. Abbiamo problemi che affrontiamo in prima persona, subiamo perdite, momenti stressanti e periodi bui; per noi è importante star bene e far di tutto per assicurarci di non dover soffrire.

Vogliamo essere ancora più onesti? Alle volte l’egoismo è necessario, può essere la condizione che ci permette di abbandonare situazioni distruttive per il nostro bene; l’egoismo, a volte, è positivo.

L’egoismo – e la gentilezza, di conseguenza – di cui sto parlando, però, è di una natura più subdola, è quella quotidiana, quella che ormai passa in sordina. Ovviamente Foster Wallace la descrive meglio di quanto mai potrei fare io:

“Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti […] il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giú di corda ogni volta […], perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo […] Certo che è proprio un’ingiustizia […] se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv,[…] che bloccano la corsia bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti.”

E adesso, in tutta onestà, non siamo forse tutti noi, questi descritti? Il mattino adesso è freddo, a volte piove, tutti vanno a lavoro. Se nevica, le strade si bloccano. I trasporti non funzionano, gli scioperi ci sono sempre quando proprio non ce lo meritiamo. E suoniamo i clacson, camminiamo battendo i piedi con forza per mostrare disappunto, sbuffiamo abbassandoci sotto l’ombrello altrui borbottando come una pentola a pressione. In più, i centri storici sono impraticabili: tutti a fare i regali, i turisti, il ponte dell’Immacolata. Ma tutti all’ultimo, questi regali? Beh:

“Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale.” ammette Foster Wallace.

Adesso mi spiego meglio: nella vita cerco di essere gentile, ma a Natale un po’ di più. E’ un’occasione per ricordare e ricordarci quanto renda felice essere altruisti, senza indugiare in “malinconie inessenziali”, come le chiamava Calvino. Diciamo che sarebbe bello sfruttare questo momento propizio per impegnarsi a uscire dal proprio mondo individualistico e pensare.

Cosa pensare, dunque? “Posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia.” suggerisce sempre Foster Wallace. Se scegliete di riflettere, allora “Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla.”

Da quando ho letto questi passaggi, sono rare le volte in cui mi trovo ingrovigliata nel traffico e non penso a David Foster Wallace. D’altronde, quella mentalità predefinita cosa mi porta? Stress e nervosismo, che non fa altro che aggiungersi a quello già accumulato dal mondo.

Quello che è vero, d’altra parte, è che siamo tutti ingrovigliati nel traffico, al freddo, sotto Natale; che da una parte se ci pensate, è veramente quasi poetico.

Vi voglio augurare qualcosa, per questo periodo dell’anno forse più stressante che gentile: un Natale pateticamente felice e gentile, adornato da momenti in cui il nostro egocentrismo riesce a mettersi da parte. Ma vi auguro soprattutto di tornare con il pensiero a Foster Wallace quando sarete in coda al supermercato.

“Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi […], ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.”

 

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Il Calendario dell’Avvento letterario #15: un Natale da brivido con Shirley Jackson

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Questa casella è scritta e aperta da Veronica de Il cassetto dei calzini spaiati

Manca poco più di una settimana a Natale, quel momento dell’anno che, per me che non ho mai smesso di essere una fuori sede, significa soltanto una cosa: tornare a casa. Questo implica ore di coccole estreme, annegamenti nella cioccolata e frequenti attacchi di narcolessia sul divano – e anche esperienze di viaggio ai confini del narrabile, abbuffate senza senso e crisi esistenziali che si ripresentano tra un’ora di ozio e l’altra – ma soprattutto poter andare a letto mentre c’è qualcuno ancora sveglio in casa.

Da che ero una bambina, ho sempre avuto il vizio di prendere sonno più facilmente con almeno un altro paio di occhi aperti nella stanza accanto. E questo ha a che fare anche con i libri che leggo prima di dormire, perché sono una fifona e tendo a concedermi il piacere di letture da avere paura solo quando sono sicura che mamma, papà o il gatto non siano ancora addormentati.

È così che è iniziata, un Natale di un paio di anni fa, la storia del mio innamoramento per Shirley Jackson, grande maestra americana del terrore, ingiustamente meno nota – perlomeno in Italia – rispetto al suo celeberrimo discepolo Stephen King.

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La riscoperta di questa autrice nel nostro paese è avvenuta grazie alla pubblicazione per Adelphi – a partire dai primi anni duemila – di L’incubo di Hill House (apparso in America nel 1959), cui sono seguiti La lotteria (raccolta che trae il titolo dal suo racconto d’esordio sul “New Yorker” nel 1949), Abbiamo sempre vissuto nel castello (dall’edizione del 1962) e Lizzie (del 1954).

Le opere di Shirley Jackson vibrano di un’ironia sinistra che attinge alla materia di cui sono fatte le allucinazioni, senza mai ricorrere a immagini truculente per avvinghiare il lettore alla pagina. Sono storie in cui una ingannevole tranquillità viene scossa dall’elemento paranormale che attraversa la scrittura come una corrente d’aria gelida, sottilmente perturbante. Nessun cedimento allo splatter né a situazioni violente in senso fisico, e persino il ricorso ai più triti cliché del genere horror – la casa infestata dai fantasmi – è ribaltato da un’acutissima, e per questo tanto più terrificante, esplorazione della psiche umana.

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Shirley Jackson dimostra di sapere bene che «nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà» e pone al centro delle sue narrazioni quasi sempre una giovane donna che non ricorda «di esser mai stata davvero felice nel corso della sua vita» (come Eleanor Vance in L’incubo di Hill House). Sono personaggi alienati dal proprio mondo, in preda a un conflitto con se stessi che porta la loro identità a sgretolarsi (come le personalità multiple che tormentano Elizabeth Richmond in Lizzie) e che appaiono tanto più veri quanto più sono ossessionati da piccoli rituali paranoici (come fa Merricat in Abbiamo sempre vissuto nel castello, quando stabilisce tre parole magiche che non devono mai essere pronunciate per continuare a sentirsi al sicuro).

Anche gli spazi non sono mai semplicemente delle scenografie, ma sono animati da una percezione disturbata, perché tutto ciò che accade è restituito attraverso gli occhi di queste donne i cui disordini mentali agiscono sulle cose come una lente deformante.

Sono storie che si svolgono come incubi a occhi aperti che ci attirano nelle loro spire senza offrirci possibilità di soluzione; non si tratta di letture che fanno perdere il sonno, ma che sicuramente possono indurre a guardare le cose di tutti i giorni da una prospettiva obliqua.

Ripercorrendo in ordine di pubblicazione in lingua originale le opere di Shirley Jackson, vi invito a incontrare questa scrittrice attraverso l’unico strumento infallibile che conosco per scegliere una lettura: lasciare che sia la prima pagina a catturarmi, facendomi venire la curiosità di andare avanti.

La mattina del 27 giugno era limpida e assolata, con un bel caldo da piena estate; i fiori sbocciavano a profusione e l’erba era di un verde smagliante. La gente del paese cominciò a radunarsi in piazza, tra l’ufficio postale e la banca, verso le dieci. In certe città, dato il gran numero di abitanti, la lotteria durava due giorni, e bisognava iniziarla il 26 giugno; ma in questo paese, di sole trecento anime all’incirca, bastavano meno di due ore, sicché si poteva cominciare alle dieci del mattino e finire in tempo perché i paesani fossero a casa per il pranzo di mezzogiorno.»

Shirley Jackson, La lotteria (Adelphi, 2007)

 

«Anche se il museo godeva di notevole fama in quanto sede di un sapere immenso, le sue fondamenta avevano cominciato a cedere. Così si era prodotta nell’edificio un’inclinazione verso ovest, bizzarra e fastidiosamente vistosa, e nelle giovani donne della città, le cui energiche questue avevano sostentato il museo, una sconfinata vergogna e la tendenza a incolparsi a vicenda.»

Shirley Jackson, Lizzie (Adelphi, 2014)

«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva da sola.»

Shirley Jackson, L’incubo di Hill House (Adelphi, 2004)

«Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.»

Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi, 2009)

 

Di ispirazione, esordi e Jack London

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Da quasi due mesi a questa parte non riesco a scrivere niente.

Il 2016 è stato un anno lungo e difficile, puntellato di piccoli e grandi eventi – o non eventi – che mi hanno mio malgrado profondamente segnata, rendendomi più chiusa, più restia, più silenziosa. Facendomi diventare diffidente – degli altri, delle mie e delle altrui parole, dei sentimenti altrui, dei miei sentimenti.

Mi sono detta e ripetuta che, una volta passato questo lungo e freddo inverno, fatto di cambiamenti poco desiderati, valigie e scatoloni, le parole sarebbero tornate. Sono sempre stata tremendamente meteoropatica, e otto anni di cieli nordeuropei hanno acuito ancora di più la mia tendenza alla malinconia quando il cielo è grigio e a smisurati attacchi di allegra irrequietezza al primo, timido raggio di sole.

L’arrivo della primavera nordeuropea è stato salutato quest’anno da splendide giornate di sole, ma le parole non sono tornate. Mi sembra di avere un tappo sulla bocca dello stomaco che comprime con forza tutti quei sentimenti e quelle emozioni che nell’arco degli ultimi mesi ho archiviato con cura, seguendo il credo del “ci penserò domani, domani è un altro giorno” (Rossella O’Hara, c’est moi). Forse ho paura di tirarlo via, questo tappo, e di scoprire una sorte di vaso di Pandora; forse sono semplicemente stanca, o soffro di bloggo esistenziale, per citare La Cocchi (a proposito, seguite il suo blog? Se non lo fate, vi consiglio di rimediare).

In compenso, sto leggendo tantissimo, e, nel tentativo di superare il bloggo, ho cercato un paio di articoli su aspiranti scrittori/scrittori alle prime armi/ esordienti sedotti e delusi dal fascino camaleontico delle parole. Su Letters of Note, fonte di costante ispirazione per gli amanti del genere epistolare (avevamo già letto una bellissima lettera di Steinbeck al figlio, sempre tratta da Letters of Note), ho trovato questa missiva molto tranchant indirizzata da Jack London a tale Max Fedder, che ha avuto l’ardire di propinargli una copia del suo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. La trovate di seguito nella mia traduzione, sperando che contribuisca a farmi (e magari a farvi, se ne avete bisogno) ritrovare l’ispirazione.

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Oakland, California

26 ottobre, 1914

Gentile Max Fedder,

Rispondo alla sua recente lettera, arrivatami senza data, e restituisco con la presente il suo manoscritto.

Per iniziare, lasci che le dica che, come psicologo e come qualcuno che c’è passato, ho apprezzato la sua storia per la sua psicologia e per il punto di vista. In tutta franchezza e onestà, non ne ho apprezzato l’attrattiva o il valore letterario. A onor del vero, ha poco valore letterario e praticamente zero fascino. Il fatto che lei abbia qualcosa da dire che potrebbe interessare agli altri non la esime dallo sforzarsi di esprimerla al meglio della forma e del mezzo. Lei ha del tutto trascurato sia mezzo che forma.

Tornando a quanto stavo dicendo nel paragrafo precedente, cosa ci si può aspettare da un ragazzo di vent’anni, privo di esperienza, in termini di conoscenza del mezzo e della forma? Perdinci, ragazzo, se volesse diventare un abile fabbro avrebbe bisogno di almeno cinque anni di apprendistato. Oserebbe dichiarare di aver dedicato non dico cinque anni, ma almeno cinque mesi al duro, irreprensibile, continuo lavoro di imparare a usare gli strumenti dello scrittore professionale, in grado di vendere le cose che scrive ai giornali e ricevere in cambio un compenso? Ovviamente non può: non l’ha mai fatto.

Tuttavia, dovrebbe già aver capito che il motivo per il quale gli scrittori di successo vengono pagati così bene è che ben pochi aspiranti scrittori raggiungono la fama. Se sono necessari cinque anni per diventare un fabbro provetto, quanti anni di studio intensificato, concentrato in diciannove ore al giorno cosicché un anno di lavoro duro equivalga a cinque, sono necessari per un uomo di talento e con qualcosa da dire per studiare il mezzo e la forma, l’arte e il mestiere? Quanti anni per fargli raggiungere una posizione tale nel mondo delle lettere da permettergli di guadagnare un migliaio di dollari in contanti ogni settimana?

Avrà capito il succo del discorso. Se qualcuno vuole sfruttare una stella da 1000 dollari a settimana, in proporzione dovrà lavorare molto più duramente di colui che sfrutta una piccola lucciola da 20 dollari a settimana. L’unica ragione per cui ci sono più fabbri di successo che scrittori di successo è che diventare un abile fabbro è più facile e meno faticoso che diventare uno scrittore famoso. Non è possibile che lei, a vent’anni, abbia già fatto il lavoro necessario per raggiungere il successo con la scrittura. Non ha nemmeno iniziato il suo apprendistato. Ne è prova il fatto che abbia avuto l’ardire di scrivere questo manoscritto, A Journal of One Who Is to Die. Se si fosse preso la briga di fare qualche ricerca, avrebbe scoperto che storie come la sua non vengono pubblicate sui giornali. Se vuole scrivere per la fama e per i soldi, deve proporre al mercato prodotti che possano essere venduti. Il suo scritto non rientra in questa categoria, e se si fosse preso la briga di andare la sera in una sala di lettura e avesse letto tutte le storie pubblicate sugli ultimi giornali, avrebbe già capito che il suo scritto non si può vendere.

Ragazzo mio, le parlo dal cuore. Si ricordi una cosa molto importante: il suo ennui dei vent’anni è il suo ennui dei vent’anni. Nel corso della sua vita, attraverserà ben altri periodi di ennui, ancora più complicati. Io ho sperimentato l’ennui dei sedici anni e quello dei vent’anni, e la noia, e l’apatia, lo squallore dell’ennui dei venticinque e dei trent’anni. Eppure sono sopravvissuto, e ingrasso, e sono molto felice, e rido per la maggior parte delle mie giornate. Vede, la mia malattia ha raggiunto uno stadio ben più avanzato della sua. Come superstite che esibisce le cicatrici della battaglia, guardo ai suoi sintomi come a quelli dell’adolescenza.

Lasci che le ripeta che conosco questi sintomi, ne ho sofferto, e, come nel mio caso, anche lei dovrà subire cose ben peggiori. Nel frattempo, se vuole trionfare ed essere ben pagato, si prepari a lavorare duramente.

C’è un solo modo di iniziare, ed è fatto di duro lavoro, e pazienza, e preparazione per tutte quelle delusioni che Martin Eden ha dovuto sperimentare prima del successo – che io stesso ho dovuto sperimentare prima del successo – dal momento che ho equipaggiato il mio personaggio fittizio, Martin Eden, delle mie stesse esperienze in quel duro gioco che è la scrittura.

Se dovesse venire in California, mi farebbe piacere che venisse a farmi visita qui al ranch. Posso aiutarla ad arrivare al nocciolo della questione, e martellarla con quelle cose della vita che probabilmente non ha ancora esperito.

Suo,

Jack London

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Soundtrack: Inside of love, Nada Surf

Il Calendario dell’Avvento Letterario #13: Natale su Marte

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Bellezza rara

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Non so a voi, ma a me spesso capita di non riuscire a spremere bene il cuore.

Adoro le mie figlie. Adoro quella grande, piena di riccioli e di frasi uniche che escono così, fra una risata e l’altra. Adoro quella piccola, il suo sorriso con cento denti che stanno spuntando, e il profumo della sua testolina, quando va a incastrarsi perfettamente fra la mia spalla e il mio collo, in quel punto che è fatto per gli abbracci.

Le amo così tanto, e a volte non so se le amo bene. Non so se faccio abbastanza, non so se do le risposte, i sorrisi, gli sguardi giusti.

Forse è per questo che è stato inventato il Natale: per permettere ai genitori di mettere in un regalo tutte le parole che non sono riusciti a dire durante l’anno, tutte le ore che non sono riusciti a passare con i loro bimbi, tutto l’amore che non sono riusciti a spremersi dal cuore.

 

Non hanno nomi i genitori di cui scrive Ray Bradbury in un racconto piccolo e incantato, Il dono. Ma hanno due pacchi grandi da caricare sul razzo che porterà loro e il loro bambino su Marte: un regalo e un albero di Natale con tante candele bianche.

Solo che i pacchi sono troppo pesanti, non possono essere caricati, e rimangono al terminal del razzoporto.

Che dobbiamo fare?

– Niente, niente. Cosa possiamo fare?

Che sciocco regolamento! E lui desiderava tanto l’albero!

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Sale lo stesso, quella famiglia, comincia ugualmente – anche senza regali e albero – il viaggio che porterà il loro bambino per la prima volta su Marte proprio il giorno di Natale.

 

– Penserò io qualcosa, – disse il padre

 

Passano le ore, la mamma è preoccupata, il bambino dorme, e il padre pensa a una soluzione.

Quasi a mezzanotte il bambino si sveglia:

 

– Voglio andare a guardare fuori dall’oblò.

C’era soltanto un oblò, una “finestra” di cristallo immensamente spesso, ed abbastanza grande, su, nel ponte vicino.

– Non ancora, – disse il padre. – Ti condurremo lassù più tardi.

– Voglio vedere dove siamo e dove stiamo andando.

– Voglio che tu aspetti, per una ragione, – disse il padre.

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Il Natale si sta avvicinando, mancano trenta minuti, e il lettore sa che su quel razzo non ci sono doni, e non ci sono alberi né candele.

Così come sai, quando sei genitore, di non essere perfetto,  e sai che non riuscirai sempre a trovare la soluzione giusta, e che tutto l’amore che provi non basterà a far sempre sorridere i tuoi figli.

Ogni anno, a Natale, racconti loro che si può essere felici. Passi giorni a cercare il regalo perfetto e la carta per fare i pacchetti più belli, ti aggiri per la casa furtivo, complice la notte, metti tutti i pacchi sotto l’albero e poi ti infili sotto le coperte, e tutto solo perché loro si sentano arrivare il cuore fino in gola, la mattina dopo, appoggiando gli occhi sui loro sogni.

Tutto perché possano essere felici come solo i bambini la mattina di Natale possono essere.

 

– È Natale, adesso! Natale! Dov’è il mio regalo?

– Andiamo, – disse il padre, e prese il suo bambino per la spalla e lo guidò fuori dalla stanza, lungo il corridoio, su per una rampa, e la moglie lo seguiva.

– Non capisco, – continuava a dire la donna.

– Eccoci arrivati, – disse il padre.

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Quante volte mi è sembrato di essere un giocatore di pocker, nel mio essere mamma. Quante volte ho fatto mosse senza conoscerne le conseguenze, e quante volte ho bluffato sperando che comunque tutto andasse bene.

E quante volte – tutte – le mie figlie hanno continuato a tenere la loro mano nella mia, senza mettere mai in dubbio che io sapessi dove stavamo davvero andando.

 

Si erano fermati davanti alla porta chiusa di una grande cabina. Il padre bussò tre volte e poi due, per un segnale prestabilito. La porta si aprì e nella cabina la luce si spense e vi fu un sussurrìo di voci.

– Entra, figliolo, – disse il padre.

– È buio.

– Ti terrò per mano. Vieni, mamma.

Entrarono nella stanza e la porta si chiuse e lì dentro era veramente molto buio. E davanti a loro c’era un grande occhio di cristallo, l’oblò, una finestra alta quattro piedi e larga sei, dalla quale potevano guardare fuori, nello spazio.

Il bambino boccheggiò.

Dietro di lui il padre e la madre boccheggiarono con lui, e poi nella stanza buia qualcuno cominciò a cantare.

– Buon Natale, figliolo, – disse il padre.

E le voci nella stanza cantarono i vecchi familiari canti natalizi, e il bambino avanzò lentamente fino a che il suo viso fu contro il vetro freddo dell’oblò. E rimase lì ritto per molto tempo, molto tempo, guardando e guardando fuori nello spazio e nella notte profonda, dove ardevano e ardevano dieci miliardi di miliardi di bianche e belle candele…

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Quante volte ho pensato di non essere abbastanza per le mie figlie. E quante volte poi, ho visto i loro occhi riempirsi di miliardi di stelle, e non ho più pensato, ho solo sussurrato «Buon Natale».

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #3: il Natale di Arturo Bandini

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Questa casella è scritta e aperta da Chiara di Librofilia

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John Fante è uno dei miei autori prediletti e, ogni volta che posso, cerco di spezzare una lancia in suo favore, perché la sua è una produzione letteraria abbastanza ampia, coraggiosa e drammatica, soprattutto perché lo scrittore mette al centro della sua narrativa alcuni elementi cardini tipici all’umanità intera che risultano così universali e ricchi di pàthos, di sentimentalismo e di passione.

Durante la lettura delle sue opere – tra romanzi, racconti e sceneggiature hollywoodiane – c’è stato un romanzo che, forse più di altri, ha colpito la mia attenzione e mi ha permesso di comprendere come alcune contrapposizioni e alcuni paradossi non siano mai così scontati nella vita.

Sto parlando di Aspetta primavera, Bandini, ovvero il romanzo d’esordio di questo autore italo-americano, pieno di sogni e di ambizioni, nato a Denver nel 1909. Il romanzo viene pubblicato per la prima volta  – dopo mille riscritture e tribolazioni – nel 1938 e vede, per la prima volta in assoluto, l’entrata in scena di uno dei personaggi letterari più amati e più controversi della narrativa fantiana ovvero Arturo Bandini, che in fondamentalmente risulterà essere una sorta di alter-ego dello stesso John Fante.

Ma ciò che rende unico questo primissimo romanzo di John Fante, oltre alla presenza di Arturo Bandini, è la sua ambientazione in un’ immaginaria cittadina del Colorado – chiamata Rocklin, che corrisponde  grosso modo alla città di Boulder – talmente fredda e sommersa di neve durante l’inverno che tutti i suoi abitanti attendono con speranza e con trepidazione l’arrivo della primavera. Arturo Bandini e suo padre Svevo l’aspettano anche più degli altri: il primo per tornare a giocare sui campi da baseball, il secondo per tornare a lavorare come esperto muratore.

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Natale a Boulder, Colorado

Eh già, perché Arturo Bandini è un adolescente lentigginoso, arrogante e testardo che sogna diventare il più grande campione di baseball di tutti i tempi, nonostante appartenga ad una famiglia di origini italiane talmente povera e modesta che egli cerca in tutti i modi di nasconderla, soprattutto per colpa di quel padre nervoso e attaccabrighe che, impossibilitato a compiere il proprio lavoro da abile muratore per via della neve e del gelo, preferisce trascorrere le sue giornate ai tavoli di gioco, perdendo tanti soldi e cacciandosi ripetutamente nei guai.

Tutto questo non fa altro che accrescere il disgusto per le sue origini italiane e per la sua stessa condizione e il senso di ribellione e di disagio in Arturo Bandini, dando vita ad una sorta di guerriglia interiore e di perenne frustrazione che il ragazzo serberà in cuor suo.

In Aspetta primavera, Bandini c’è però un elemento che lo contraddistingue dalle altre opere di John Fante, ovvero l’atmosfera bella, calda e avvolgente del Natale che trasuda e che si respira dalle pagine del libro e che è totalmente contrapposta alla condizione di miseria e di povertà in cui versa l’intera famiglia Bandini.

Nel libro è infatti narrato un episodio specifico che si svolge proprio a ridosso delle festività natalizie e che fa trascorrere all’intera famiglia Bandini, il peggior Natale della loro vita, poiché il padre di Arturo Bandini – in un crescente mix di drammaticità e di comicità, per lo svolgersi della scenata – decide di abbandonare il tetto coniugale, per sfuggire alla visita dell’arcigna suocera e piomba direttamente in un pericoloso meandro fatto di alcool, gioco d’azzardo e donne.

Se inizialmente l’assenza dell’uomo di casa è comprensibile e a tratti persino giustificabile per via della sua totale avversione nei confronti della suocera, ben presto diventa invece insopportabile e preoccupante proprio con il passare dei giorni, mandando letteralmente in frantumi l’intera famiglia Bandini e i loro nervi.

A un certo punto, Arturo Bandini si mette sulle tracce di suo padre, nonostante la paura, il timore e la riverenza quasi assoluta che nutre nei suoi confronti.

In fondo, anche questo è lo spirito del Natale o no?

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Luci di Natale a Boulder, CO

Il Calendario dell’Avvento Letterario #2: Babbo Mark Twain

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book

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Le foto d’epoca ce lo presentano sempre un po’ così, duro, accigliato, questi baffoni che nascondono ogni parvenza di sorriso, ma anche Mark Twain sapeva diventare dolce come il miele, almeno sotto Natale, per le sue figlie.

Nello specifico abbiamo memoria di una lettera che scrisse nientepopodimeno che nelle vesti di Babbo Natale, in risposta a quella che sua figlia Susy aveva inviato al vecchio portatore di regali con la sua richiesta di doni.

Di solito le lettere a Babbo Natale sono a senso unico, si mandano e non si riceve mai risposta, se non sotto forma di desideri esauditi; questa volta, invece, la piccola Susy ha avuto il grande dono di ricevere una risposta, lunga, articolata, la risposta che farebbe tremare di felicità le gambe di ogni bambino.

Ed ecco a voi la lettera di Babbo Natale Twain per Susy:

 

Palazzo di San Nicola, sulla Luna

Mattina di Natale

 

 Mia cara Susy Clemens,

 

ho ricevuto e letto tutte le lettere che mi avete scritto tu e la tua sorellina… so leggere senza alcun problema la grafia frastagliata e fantasiosa, tua e della piccola. Ma ho avuto qualche problema con le lettere che avete dettato a vostra madre e alle balie, perché sono straniero e non so leggere bene in inglese. Vedrete che non ho commesso errori per quanto riguarda le cose che tu e la piccolina avete chiesto nelle vostre lettere – sono sceso lungo il vostro camino a mezzanotte mentre dormivate e vi ho portato tutto personalmente – e ho anche dato un bacio a entrambe… Ma… c’erano una o due piccole richieste che non ho potuto esaudire, perché abbiamo finito le scorte…

 C’erano una o due parole nella lettera della tua mamma che… penso fossero “un baule pieno di vestitini per le bambole”, è così? Mi farò trovare alla porta della cucina intorno alle nove di questa mattina per chiedertelo. Ma non devo vedere nessuno né parlare con nessun altro a parte te. Quando il campanello della cucina suonerà, George deve essere bendato e mandato ad aprire. Devi dire a George di camminare in punta di piedi e di non parlare – altrimenti morirà, un giorno. Quindi devi salire nella cameretta e stare in piedi sulla sedia o sul letto della tata e appoggiare l’orecchio al citofono che dà sulla cucina e, quando io ci fischierò dentro, dovrai dire: «benvenuto, Babbo Natale!» Quindi ti chiederò se era un baule che volevi. Se dirai di sì, ti chiederò di che colore lo vuoi… e dovrai descrivermi in ogni singolo dettaglio le cose che vuoi che contenga. Quindi, quando dirò: «arrivederci e buon Natale alla mia piccola Susy Clemens» tu devi dire «arrivederci, buon vecchio Babbo Natale, ti ringrazio moltissimo». Quindi devi scendere nella biblioteca e dire a George di chiudere tutte le porte che danno sulla sala e tutti devono stare fermi per un pochino. Andrò sulla Luna e, in pochi minuti, prenderò le cose che mi avete chiesto, tornerò passando per il camino della sala – se vuoi un baule – perché non posso far passare un baule dal camino della cameretta, sai… se lascio della neve nella sala, dite a George di spazzarla nel camino perché io non avrò il tempo di farlo. George non dovrà usare la scopa, ma uno straccio – o di nuovo, un giorno morirà… se i miei stivali lasciano una macchia sul marmo, George non dovrà pulirlo con la pietra pomice. Lasciatela lì per sempre a memoria della mia visita, e ogni volta che la guarderai o la mostrerai a qualcuno, deve ricordarti sempre di essere una brava bambina. Ogni volta che ti comporterai male e qualcuno ti indicherà quella macchia che lo stivale del buon vecchio Babbo Natale ha lasciato sul marmo, cosa dirai, piccolo tesoro mio?

Arrivederci tra pochi minuti, quando verrò sulla terra e suonerò il campanello della cucina.

 Il tuo amorevole Babbo Natale,

che ogni tanto viene chiamato Uomo della Luna.

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Non si sa esattamente come sia andata quella mattina, come si sia comportata Susy dopo aver letto e ricevuto la lettera, però ne è arrivata un’altra  fino a noi scritta dalla piccola, nella quale racconta del suo incontro con Babbo Natale (Mark Twain travestito?). Eccone uno stralcio:

 

[…] Una sera Rosa e tutti gli altri hanno detto che Babbo Natale sarebbe venuto prima di Natale e si sarebbe fatto vedere da tutti. Rosa ha detto che temeva che Babbo Natale non sarebbe venuto da noi perché non siamo tedeschi [in quel periodo la famiglia di Twain si trovava a Monaco, in Germania]. Mamma e tutti gli altri hanno detto che pensavano che Babbo Natale non sarebbe venuto. Quando mamma si è seduta a tavola, per mangiare il dolce, abbiamo sentito bussare alla porta ed è entrata Fraulein Dahlweiner e, dietro di lei, Babbo Natale. È entrato portando un sacco di tela e ha detto «Noch ein Sach!» («Un altro sacco!»). Ha tirato fuori un pacchetto, e quel pacchetto conteneva delle candele, poi ha tirato fuori due bambole, poi delle noci dorate e delle mele e delle gemme. Er hat gesagt (ha detto): «Wenn du nicht brav bischt, denn gibt es ‘was!» («Se non fai la brava le prendi!»). Aveva in testa un cappellone e continuava a coprirsi, non voleva che nessuno lo vedesse in faccia. L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso. Andandosene ha detto: «Ich hab’ viele unnadige Knabe’n dass ich in Wasser [hinein] werfen muss, und wieder naus nehmen» («Ho un sacco di bambini cattivi da buttare in acqua e poi tirare fuori») – quindi ha salutato e se n’è andato. Questo è tutto, per quanto riguarda Babbo Natale. […]

Olivia L. e Olivia Susan (Susy) Clemens

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“L’ho guardato in faccia, a lungo, e ha riso”, chissà se Susy ha intravisto sotto la barba di Babbo Natale le fattezze del suo papà, chissà se l’ha riconosciuto dalla risata, chissà se le è venuto un piccolo dubbio.

E, soprattutto, chissà se i suoi piccoli aiutanti erano Tom Sawyer e Huckleberry Finn 😉

 

 

Rivalità letterarie: Hemingway versus Borges

Hemingway à Cuba

Ernest Hemingway a Cuba

“Dear Jorges, my Cuban friend Lino Calvo gave me The Aleph, here in El Floridita, el Catedral del Daiquiri. Sure, dammed good book. They are saying around you are the best writer in Spanish, but you can kiss my ass and you never hit a ball out of the infield in your life. You took LITERATURE too solemnly. You discovered life late. You come down down here and fight for free with an old character like me, who is fifty years old and weighs 209 and thinks you are a shit, Jorges, and would knock you in your ass. HOW DO YOU LIKE IT NOW, GENTLEMEN? Viva El Torre Blanco. Yours sincerely, Papá”.

(Caro Jorge,

Il mio amico cubano Lino Calvo mi ha dato una copia de L’Aleph, qui al Floridita, la Cattedrale del Daiquiri. Gran libro, senza ombra di dubbio. Si dice che tu sia il miglior scrittore ispanofono, ma puoi baciarmi il didietro, non sei mai riuscito a colpire una palla fuori dal diamante. Hai preso la letteratura troppo sul serio. Hai scoperto la vita troppo tardi. Sei venuto fin qui per lottare gratis con un vecchio come me, che ha cinquant’anni e pesa 135 KG e pensa che tu sia un poco di buono, e ti prenderebbe a calci nel didietro. Che te ne pare adesso, gentiluomo? Viva El Torre Blanco. Tuo, Papa).

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Jorge Luis Borges

Secondo la leggenda, questa deliziosa missiva (nella mia traduzione italiana ho usato un po’ di eufemismi, ma basta dare un’occhiata al testo originale per rendersi conto di quello che intendo) sarebbe stata scritta da un Hemingway estremamente brillo nel marzo del 1950 e ritrovata tra i suoi scritti inediti. Molto più plausibilmente, si tratterebbe invece di uno scherzo letterario elaborato da quel burlone di José Emilio Pacheco, poeta messicano deceduto nel 2014.

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Pacheco

In un caso o nell’altro, la lettera, apocrifa o meno, fa venire alla luce la rivalità letteraria tra i due giganti della letteratura americana e ispano-americana, rispettivamente. Una rivalità giustificata da orientamenti politici (Hemingway  aveva appoggiato la Guerra civile spagnola, Borges era fortemente reazionario), ma anche da stili di vita e modi di intendere la letteratura diametralmente opposti.

Hemingway incarna la figura del macho, donnaiolo, cacciatore, soldato, amante delle corride e dei safari, cultore del buon vino, dei buoni cocktail e del buon cibo (a giugno, nel corso di una brevissima tappa a Valencia, sono andata a mangiare a La Pepica, che preparava la paella preferita di Hemingway, tanto per fare un esempio).

La Pepica, Valencia

Borges coltiva invece il mito della figura dell’intellettuale erudito e riservato, il lettore infinito che vive tra biblioteche, libri e conferenze, timido con le donne, austero, discreto. Hemingway è lo scrittore dell’esperienza, Borges è lo scrittore dell’immaginazione; entrambi sono politicamente scorretti (Hemingway è stato più volte internato per manie di persecuzione – era infatti convinto di essere spiato dal FBI, e non a torto, viste le sue simpatie per Paesi con governi di sinistra; Borges, per cui la politica era una de las formas del tedio, una delle declinazioni della noia, è stato più volte accusato di essere fin troppo vicino al regime di Pinochet e al generale argentino Jorge Rafael Videla in opposizione al peronismo – secondo molti, queste infelici affiliazioni gli costarono il Nobel), ma lo esprimono in modi diversi: Hemingway in maniera irruente, rumorosa, impegnata, Borges con un certo distacco da intellettuale che alla fine è lontano dalla res publica, in un mondo di sogni e di parole.
Ad ogni modo, l’antipatia tra i due era nota a tutti gli intellettuali (come dimostra la burla escogitata da Pacheco): la leggenda vuole che, alla morte di Hemingway, Borges abbia mandato al nemico ormai estinto una corona di fori con il seguente (cattivissimo) messaggio:

“Hemingway, que era un poco fanfarrón, terminó por suicidarse porque se dio cuenta que no era un gran escritor. Esto, en parte, lo redime”

(Hemingway, che era un esibizionista, ha deciso di suicidarsi dopo essersi reso conto di non essere poi un grande scrittore. La cosa in parte lo redime).

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Borges con Videla e Pinochet

 

Per saperne di più:

Tutte le donne di Hemingway

Borges y Hemingway, dal blog Oye Borges (in spagnolo)

 

Soundtrack: Hemingway, Negrita

 

Frammenti di un discorso amoroso#1: Emily Dickinson a Susan Gilbert

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

 

Questa citazione è speciale, perchè è dedicata al mio amico Nicola, che amava leggere.

Il frammento di oggi è tratto da una lettera di Emily Dickinson alla cognata, Susan Gilbert, moglie del fratello Austin. Il matrimonio di Susan e Austin è tormentato, segnato dalla morte del figlio Gib, di soli otto anni, e dalla storia tra Austin e Mabel Loomis Todd, durata ben tredici anni.

La corrispondenza pluridecennale tra Emily e “Susie” risponde a quell’ideale di “amicizia romantica” tipico del XIX secolo, caratterizzato da una prosa innocente e piena di affetto. Tuttavia, Susan riveste un ruolo ben più importante nella vita e negli affetti di Emily: la poetessa le manda tutti i suoi versi, chiedendole opinioni e revisioni. Susie è per lei amica, confidente, un tassello della sua vita e delle sua giornate di cui sente acutamente la mancanza; in una lettera datata agosto 1854, Emily le scrive;

“Non è passato giorno, bambina mia, in cui non ti abbia pensata, in cui io non abbia chiuso gli occhi su una serata estiva senza il ricordo dolce di te….Non mi manchi Susie – è ovvio che non mi manchi – semplicemente me ne sto seduta davanti alla finestra a fissare il vuoto e so che non c’è più nulla…”

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Il sentimento che unisce le due donne è forte, delicato, giocoso, possessivo, pervaso di una vena di gelosia e di costante malinconia.

La stessa Emily ha eternato l’impossibilità di definire ed etichettare l’amore nei suoi versi:

 

That Love is all there is,
Is all we know of Love;

(Che l’Amore è tutto/È tutto ciò che sappiamo dell’Amore).

Senza cercare quindi di stabilirne limiti e confini, le lettere di Emily Dickinson a Susie traboccano di questo tutto.

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Susan Gilbert Dickinson, Courtesy of John Hay Library, Brown University)

 

“A Susan Gilbert, 11 giugno 1852

In questo pomeriggio di giugno, Susie, ho un solo pensiero, e quel pensiero riguarda te, e una sola preghiera: cara Susie, anche quella riguarda te. Che tu e io, mano nella mano, come facciamo dentro di noi, possiamo vagabondare lontano, nei boschi e nei campi, come fanno i bambini, possiamo dimenticare tutti questi anni, dimenticare affanni, e tutte e due ridiventare bambine – ci riuscirei, se fosse così, Susie, e quando mi guardo intorno e mi ritrovo sola, di nuovo sospiro per te; sospiri brevi, sospiri inutili, che non ti riporteranno a casa.

Ho bisogno di te ogni giorno di più, il mondo che è già grande diventa sempre più vasto, il numero di coloro che amo sempre più piccolo, ogni giorno che passa e che tu sei lontana – mi manchi, tu cuore mio grande: il mio cuore se ne va in giro a vuoto e chiama Susie – gli amici sono troppo preziosi perché ce ne si separi, sono troppo pochi, e quanto presto se ne andranno là dove tu ed io non riusciremo a trovarli, non dimentichiamolo tutto questo, perché il loro ricordo, ora, ci risparmierà molte angosce, per quando sarà troppo tardi per amarli! Mia dolce Susie perdonami, tutto quello che ti dico – ho il cuore pieno di te, nessun altro all’infuori di te nei miei pensieri, eppure quando cerco di dire parole che non riguardano il mondo, il mondo mi viene meno. Se tu fossi qui – oh se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – cerco di avvicinarti sempre di più, scaccio le settimane fino al punto in cui sembrano del tutto dissolte, poi mi immagino che tu sia arrivata, e mi immagino mentre cammino lungo il sentiero verde per venirti incontro e il cuore mi scappa di mano e ho un gran da fare a riportarlo al passo e a insegnargli ad essere paziente, fino al momento in cui arriverà la dolce Susie. Tre settimane – non possono durare per sempre (……)

Diventerò impaziente ogni giorno di più fino al momento in cui quel giorno arriverà, perché fino ad ora non ho fatto altro che piangere e lamentarmi in attesa di te: adesso comincio a sperare.

Cara Susie, ho cercato in tutti i modi di farmi venire in mente che cosa ti avrebbe dato piacere, una qualche cosa da spedirti – poi alla fine ho visto le mie piccole Viole, mi supplicavano di lasciarle andare, così eccole qui – e con loro, quale Guida, un briciolo di erba che gli farà da cavaliere, che parimenti mi chiese il favore di accompagnarle – sono solo piccole, Susie, e temo non più profumate, ma ti parleranno degli affetti di casa, di quel qualcosa fedele che “mai si assopisce nè dorme”. Tienile sotto il cuscino, Susie, ti faranno sognare cieli azzurri, casa, il “paese benedetto”!

(…) Ora, Susie, addio, Vinnie* ti manda saluti affettuosi, la mamma i suoi, e io ci aggiungo un bacio, timidamente, per paura che ci sia lì qualcuno! Non lasciare che guardino, lo farai Susie?

 Emilie –”

(Da Emily Dickinson, Lettere, 1845 – 1886, Einaudi, a cura di Barbara Lanati)

 

*Lavinia Dickinson, sorella di Emily

Soundtrack: For Emily, whenever I may find her, Simon&Garfunkel

 

Sylvia Plath, la donna senza voce

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L’undici febbraio 1963, nel corso di uno degli inverni più rigidi conosciuti a Londra, Sylvia Plath si toglie la vita. Nel momento stesso in cui la Sylvia-persona smette di respirare, la testa appoggiata su un panno ordinatamente piegato in due, nasce una leggenda.

Quando la Sylvia mamma, poetessa, moglie tradita dal cuore spezzato, figlia arrabbiata, artista tormentata tace per sempre, dalle sua ceneri emerge l’idea di Sylvia: un’idea di cui hanno cercato – e continuano a cercare – di appropriarsi studiosi, critici, storici, eserciti di femministe. Ognuno di questi gruppi cerca di alzare la voce, di gridare di più, di fare ascoltare al mondo la propria versione di Sylvia: una Sylvia che ormai non può più difendersi e cercare di raccontare la sua, di versione, mentre il suo unico romanzo – La campana di vetro – e le sue poesie vengono rivisitate e forzate ad assumere la forma, la dimensione e le sfumature imposte loro dalla mitologia imperante.

Questo è il rischio che si corre quando si scrive della Plath: le versioni e le rappresentazioni che si sono avvicendate nel corso degli anni sono così diverse tra loro che Sylvia ha perso la sua voce, intrappolata in una rete sempre più contorta di aspettative individuali e collettive, mentre i due schieramenti della tifoseria – i pro Hughes, nettamente in minoranza, e i pro Plath, agguerriti e pieni di rivendicazioni – si guardano in cagnesco. Ognuno di loro vuole un pezzo della Plath, un pezzo che corrisponda a una precisa idea e raffigurazione, tanto che non si può fare a meno di chiedersi: chi è davvero Sylvia Plath? A chi appartiene l’idea, la memoria, il ricordo della creatura mitologica che emerge dalle ceneri con i suoi capelli di fuoco e mangia gli uomini come se fossero aria?

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Image credits: Etsy

Di chi sono le sue parole – e non solo quelle pubbliche, ma quelle più intime, quegli spaccati di vita quotidiana racchiusi nelle lettere e nei diari?

Uno degli episodi più macabri ed eccessivi di questa lotta per l’appropriazione della poetessa rimasta eternamente trentenne riguarda la sua lapide. Il 7 aprile 1989, due ammiratori della poetessa scrivono una lettera al Guardian per esprimere la loro indignazione per non essere riusciti a trovare la tomba di Sylvia, sepolta a Heptonstall, nel West Yorkshire. La sua lapide era infatti stata rimossa: un gruppo di femministe, offese dal fatto che l’iscrizione sulla lapide leggesse Sylvia Plath Hughes (i due non erano legalmente divorziati al momento della sua dipartita) avevano infatti grattato via il cognome del marito, e la lapide era stata rimossa per essere riparata.

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Un altro feudo degno di nota è quello nato tra i lettori, gli studiosi, i biografi e The Plath Estate, gestito con mano ferrea da Hughes (deceduto nel 1998) e da sua sorella Olwyn, agente letteraria, deceduta a gennaio. I due fratelli hanno dato filo da torcere ai biografi che, nel corso dei decenni, hanno cercato di raccontare la loro versione di Sylvia, tra querele, richieste di ritrazioni, lettere aperte, permessi non accordati: l’unica biografia approvata da Olwyn, Bitter fame, è stata praticamente scritta a quattro mani dalla stessa Olwyn e dalla poetessa Anne Stevenson, finendo per offrire un’agiografia di Ted Hughes e un’immagine alquanto negativa della Plath, mangiatrice di uomini, misogina, patologicamente gelosa del marito, offuscata dai suoi problemi mentali.

L’intera vicenda della sfortunata biografia Bitter fame è raccontata dalla scrittrice e giornalista Janet Malcolm in The Silent Woman: Sylvia Plath e Ted Hughes. La Malcolm, oltre a  ricostruire quelle vicende che hanno cercato di erodere la potenza della voce della Plath, offre interessanti spunti di riflessione sulla natura stessa delle biografie: il biografo, scrive, è un ladro professionista che si infiltra nelle case degli altri e rovista nei loro cassetti, svuotandone il contenuto e sottraendone sia le cose di valore, sia i segreti più sordidi, in una sorta di estasi voyeuristica.

C’è sicuramente un elemento di voyeurismo nelle vicende della famiglia Hughes-Plath, che fanno gridare Ted alla persecuzione e che vengono esasperate dalle vicende editoriali dopo la morte di Sylvia. La campana di vetro, il suo unico romanzo, era stato infatti pubblicato solo in Regno Unito e con uno pseudonimo, Victoria Lucas: Sylvia temeva infatti soprattutto di ferire i sentimenti della madre, la cui ambizione eccessiva nei confronti della figlia e la sua parziale cecità nei confronti dei suoi problemi psicologici sono incarnati dalla madre di Esther Greenwood.

All’inizio degli anni ’70, Hughes chiede alla madre della Plath, Aurelia, il permesso di pubblicare il romanzo anche negli Stati Uniti, per una motivazione alquanto veniale che rivela in una lettera datata 24 marzo 1970: Ted racconta all’ex suocera di aver adocchiato una bellissima casa nella costa nord del Devon. Non vuole vendere la casa che ha comprato nello Yorkshire, definendola un ottimo investimento, nè Court Green, il cottage in cui aveva vissuto con Sylvia, per ragioni sentimentali:

“Therefore I am trying to cash all my other assets and one that comes up is The Bell Jar”.

Aurelia acconsente a malincuore, ma vuole la sua parte: il permesso di Hughes di pubblicare le lettere che Sylvia aveva scritto a lei e a fratello, ovviamente in un’edizione rivista e corretta da lei, con tutti i tagli e le omissioni necessarie.

Anche i Diari, nei quali la voce di Sylvia può finalmente trovare libero sfogo, non sfuggono alle forbici di Hughes: il diario degli ultimi mesi di vita della poetessa viene da lui distrutto, sostenendo che fosse suo dovere risparmiare ulteriori sofferenze ai loro due figli, Frieda e Nicholas; un altro dei diari scompare misteriosamente. Tuttavia, come scrive Katharine Viner, è nei diari che ritroviamo le varie identità di Sylvia: la casalinga anni ’50, la donna sessualmente liberata anni ’60, la femminista anni ’70 e anche un tocco della Bridget Jones degli anni ’90:

“The journals remind us that there was a time when Sylvia Plath was alive and living – angry, happy, distressed, bitchy, silly, right, wrong. In her own words, withouth the filter of biography or poetry, here, the silent woman speaks for herself” (I diari ci ricordano che c’è stato un momento in cui Silvia era viva e viveva – arrabbiata, felice, angosciata, pettegola, frivola, giusta, sbagliata. Attraverso le sue parole, senza il filtro della biografia o della poesia, qui la donna silenziosa ritrova la sua voce”.)

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Per questo The Silent Woman della Malcolm rimane uno studio più interessante dei diversi tentativi biografici: è infatti un’analisi delle analisi, un’interpretazione delle interpretazioni dell’immenso baraccone sorto intorno al connubio Plath-Hughes. Secondo la Malcolm, in questo marasma di articoli, libri, studi, biografie, parole, la voce della Plath è stata totalmente soffocata, e non sarà mai in grado di raccontare il freddo, la tristezza, la solitudine, l’angoscia, l’alienante disperazione di quegli ultimi mesi. Tutti si arrogano il diritto di parlare al posto suo, in suo nome: ma la sua voce, diventata sempre più fievole fino a svanire del tutto quel gelido 11 febbraio, è stata così sottoposta a interventi esegetici e di alterazione che bisogna essere in grado di scavare sotto tutti gli strati per cercare di ritrovarla.

Bisogna approcciarsi alla Plath, sia alla sua prosa che alla sua poesia, cercando di non leggere tutto attraverso il mito della sua vicenda biografica: solo così, libere dal peso di decenni di tentativi di appropriazione, le sue parole riacquisteranno un senso perlomeno simile a quello originale, e Sylvia Plath, la ragazza di vetro andata a pezzi poi incollati alla meno peggio e messi a prendere polvere nel buio di una credenza scura, riacquisterà la sua propria voce.

Tesoro, è tutta la notte

che vacillo, spenta, accesa, spenta, accesa.

Le lenzuola si fanno grevi come il bacio di un vizioso.

Tre giorni. Tre notti.

Acqua e limone, acqua

di pollo, acqua mi fanno vomitare.

Sono troppo pura per te o per chiunque.

Il tuo corpo

mi fa male come il mondo fa male a Dio. Sono una lanterna_______

la mia testa una luna

di carta giapponese, la mia pelle oro in foglia

infinitamente delicata e infinitamente costosa.

Non ti sbalordisce il mio calore? È la mia luce.

Tutta sola, sono un’enorme camelia

che arde e viene e va, vampa su vampa.

Sto sollevandomi, credo.

Credo che salirò______

I grani di metallo bollente volano e io, amore, io

sono una pura

vergine

di acetilene, scortata da rose,

da baci e cherubini,

da tutte queste strane cose rosa.

Non tu, né lui,

non lui, né lui

(i miei io che si dissolvono, vecchie gonnelle di puttana)________

verso il Paradiso.

(Da Febbre a 40 gradi, trad. a cura di Anna Ravano)

Consigli di lettura:

Soundtrack: Celebrity skin, Hole (You want a part of me? Well I’m not selling cheap, no, I’m not selling cheap)

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Cartoline da New York: passeggiate letterarie

Ho un rapporto un po’ strano con New York. Nel senso, non è stato amore a prima vista, anzi. Ci sono andata per la prima volta tre anni e mezzo fa. Arrivavo da Boston, dal mio New England, dal verdissimo campus di Harvard: New York mi era sembrata troppo. C’è anche da dire che in ogni viaggio cerco qualcosa di quella Albione che possiede il mio cuore da decenni ormai: in questo sono un po’ come Henry James, lo scrittore sospeso tra due continenti, che viveva a Washington Square (che sembra quasi londinese), sostenendo che fosse la parte “più squisita” di New York, più quieta, più ricca, più onorevole. Oggi al posto della casa di Henry James c’è una delle facoltà della NYU, ma Washington Square (dove abitavano anche Edith Warthon, la regina dei salotti newyorchesi, e Edward Hopper) mantiene quell’aspetto un po’ romantico, un po’ decadente, un po’ demodé che mi fa sempre sognare ad occhi aperti.

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Washington Square

 

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Qui ha vissuto Edith Wharton

 

 

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Qui ha vissuto Edward Hopper

Comunque, avevo cercato di mettere nero su bianco i miei alti e bassi con New York in un racconto (che trovate qui) ispirato ad una canzone di Leonard Cohen.
Questa volta, la mia esperienza con New York è stata diversa: sarà stato il Natale, sarà stata la ferrea volontà di cercare di non fare la turista e di andare semplicemente alla ricerca delle cose che mi piacciono, senza orari né programmi.

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Rockefeller Center

Attraversando a piedi il Brooklyn bridge la sera del ventisei dicembre ho capito finalmente cosa intendesse Joan Didion quando scriveva che a New York “tutto sarebbe potuto accadere, ogni minuto, ogni mese”: lasciandomi alle spalle la (relativa) oscurità di Brooklyn per farmi abbracciare dalle sfavillanti luci di Manhattan, ho pensato che in fondo la cosa che rende New York un posto assolutamente unico al mondo non sono gli sgargianti billboard di Times Square, né la silhouette dell’Empire State Building (o dell’elegante Chrysler, il mio preferito, o del buffo Flatiron). La cosa che rende New York unica al mondo è questo senso di possibilità, questa certezza quasi matematica (che magari dura solo mezz’ora, come nel caso della mia traversata) che tutto possa cambiare, che nella Grande Mela sia possibile lasciarsi tutto alle spalle, liberarsi dei fardelli del passato e respirare a pieni polmoni, reinventandosi, imparando di nuovo ad essere felice.

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Con questa nuova sicurezza in tasca ho smesso di pianificare e, affidandomi semplicemente alle mie mappe letterarie di NYC, sono andata alla ricerca di librerie indipendenti e non, mostre, angoli meno popolati ma non per questo meno affascinanti. Ho camminato per ore per il Village sotto la pioggia, ritrovandomi poi a Little Italy e trovando rifugio nella McNally Jackson Books, dove ho afferrato una copia di All My Puny Sorrows (in italiano I miei piccoli dispiaceri, edito da Marcos y Marcos) di Miriam Toews e ne ho letto d’un fiato le prime quaranta pagine, per poi finire il libro nel Greyhound da New York a Philadelphia.

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Tra un pretzel e un sidro di mele dello Union Square Farmers Marker, sono arrivata al mitico Strand Bookstore, che ospita 18 miglia di libri, un piano dedicato a magnifiche edizioni antiche, prime edizioni e edizioni per collezionisti e una sorta di immensa caverna sotterranea di libri usati. Quest’ultima mi ha però deluso: nella sezione saggistica e critica letteraria i libri non erano disposti in ordine alfabetico, ma un po’ a caso. La polvere e il gran numero di persone non aiutano poi a cercare con calma libri interessanti, e i prezzi dell’usato non sono molto bassi. Poco male: sulla Fifth Avenue ho trovato uno stand dello Strand Bookstore, di fronte all’elegante Plaza Hotel, dove ho potuto spulciare libri a piacimento (e all’aperto), nonostante l’aria frizzantina di un tardo pomeriggio dicembrino.

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Copia di “Little failure” autografata da Gary Shteyngart

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Copia di “Invisible Monsters” con autografo e dedica di Chuck Palahniuk

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Sempre alla ricerca di libri usati e edizioni varie, sono finita al Brooklyn Flea Market (che durante i mesi invernali si tiene al chiuso), una vera chicca per gli amanti del vintage.

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Amo i campus delle università americane. Sono così eleganti, così ordinati, dall’architettura raffinata e dalle biblioteche così accoglienti che ti fanno venire voglia di mollare tutto e sederti su una poltrona di pelle e avvicinarti a un tavolo di mogano, alla luce fioca di una lampada, e leggere fino all’orario di chiusura. Non potevo non visitare la Columbia University, dove hanno studiato Isaac Asimov, Paul Auster, Federico García Lorca, Allen Ginsberg, Langston Hughes, Jack Kerouac (che ha abbandonato gli studi prima di laurearsi), Ursula K. Le Guin, Carson McCullers, J.D. Salinger, Hunter S. Thompson, Theodore Roosevelt, Franklin Delano Roosevelt e Madeline Albright, per citare un paio di nomi.
La Columbia è famosa per la sua scuola di giornalismo, fondata da Joseph Pulitzer – sì, quello del premio, che è stato creato appunto dall’università e viene assegnato ogni anno ai fortunati vincitori nella Low Library.

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Wendell Berry 🙂

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Dalla Columbia sono passata a Central Park e sono andata alla ricerca delle anatre di Holden Caulfield (confermo che il lago era pieno di pennuti, probabilmente perchè è stato un Natale caldissimo a New York). Di Central Park amo le panchine: mi piace fermarmi a leggere le dediche sulle targhe, immaginare le vite delle persone che si sono intrecciate magari proprio tra gli alberi, le foglie e i sentieri del parco, i loro volti, le loro storie.

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Pensando a Walt Whitman e alla sua Crossing Brooklyn Ferry, ho preso il traghetto per Staten Island nel corso di una mattinata azzurra e freddissima, contemplando lo skyline di Manhattan e la Statua della Libertà.

What is it, then, between us?

What is the count of the scores or hundreds of years between us?

Whatever it is, it avails not—distance avails not, and place avails not.

Cosa c’è da fare a Staten Island? Poco e niente, come ho avuto modo di appurare. Nell’isola c’è una cittadina storica, Richmond, che avrei voluto visitare, ma dista una cinquantina di minuti dal porto e, nella città che non dorme mai, il tempo è tiranno. Mi sono rifatta con uno stupendo tramonto su Wall Street e una passeggiata a Williamsbourg.

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Una delle tappe più piacevoli della mia vacanza newyorchese è stata la visita alla mostra dedicata a Hemingway, Ernest Hemingway: Between Two Wars, ospitata dalla Morgan Library & Museum. Sfortunatamente non si potevano scattare foto all’interno, ma era ricca di tesori per gli amanti di good ol’Ernest: lettere all’ultima moglie Mary, la lettera che Salinger gli scrisse nel 1945 e che rimane una testimonianza dell’amicizia tra i due scrittori, i divertenti carteggi tra Hemingway e Fitzgerald, le lettere di Dorothy Parker, che si preoccupava alquanto del giudizio di Hemingway. E poi ancora quaderni manoscrittti, progetti di scrittura, appunti: una vera e propria immersione nel mondo di Hemingway e nel ruolo che le due guerre mondiali e la guerra civile spagnola hanno giocato nel suo immaginario di scrittore. Nello shop del museo mi sono regalata Hemingway in love, un memoir su Ernest e le sue donne scritto dall’amico A.E. Hotchner, e una raccolta di racconti di Hemingway.

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La notte del 31 dicembre mi sono ritrovata in mezzo a un milione di persone a Times Square, ad aspettare la caduta della palla. Non amo particolarmente l’ultimo dell’anno: arriva sempre col suo carico di rimpianti, di malinconia e di bilanci, di propositi per l’anno nuovo che verranno puntualmente riscritti o abbandonati nel corso delle prime due settimane di gennaio. Mi sono ritrovata ad osservare le persone intorno a me, armate di fischietti e di incontenibile entusiasmo, e mi sono ritrovata a chiedermi a cosa pensassero, cosa causasse quell’incontenibile allegria. Con la mezzanotte è arrivata anche la mia risposta: festeggiavano semplicemente il fatto di essere vivi, di essere riusciti a rimanere a galla per un altro anno, di essere circondati dalle persone che amavano, di avere la possibilità di dare il benvenuto al 2016 tra le luci sfavillanti di Times Square, nella città in cui ogni strada sembra una possibilità e nessun obiettivo sembra irraggiungibile. Nella città in cui sembra possibile lasciar andare gli errori del passato e ricominciare da zero, abbracciando con fiducioso entusiasmo tutto il futuro che ci sarà.

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Soundtrack: New York, New York,  Frank Sinatra