Il Calendario dell’Avvento Letterario#12: le notti bianche del Natale

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Nellie di Just Another Point.

Vintage Russian winter card

A me piace molto il fantastico mondo dei Se.

Non ho ricordo o avvenimento realmente accaduto che la mia testa non abbia trasformato in un grande e immenso Se, in un’alternativa possibile (ma a volte nemmeno troppo), un mondo parallelo dove la mia storia avrebbe potuto avere un finale e/o un risultato diverso. È un vizio che mi porto sin da bambina, da quando dicevo a mia madre che la mia io, su un pianeta parallelo al nostro , in una galassia parallela alla nostra, poteva mangiare il cioccolatino che io volevo, ma che mia madre mi negava (spoiler: non funzionava mai).

Ancora oggi, a distanza di anni, mi ritrovo a fare gli stessi ragionamenti assurdi, con la differenza, però, che mi ritrovo ad applicarli anche al mondo dei libri, dove la fantasia può trasformare e rivisitare storie infinite volte (e Gianni Rodari lo sapeva bene, tanto da scriverne la Grammatica della Fantasia). È proprio in occasione di questo avvento letterario, quindi, che ho pensato a un nuovo Se: cosa sarebbe accaduto se Le Notti Bianche di Fëdor Dostoevskij fossero state ambientate nei quattro giorni precedenti al Natale?
Mi perdonino gli studiosi e gli accaniti appassionati dello scrittore russo che molto probabilmente stanno già inforcando le armi, ma la mia è solo una supposizione, che nasce in realtà da un piccolo ma enorme problema di memoria (anche questo ereditato dall’infanzia: mai saputo ripetere una poesia a memoria in vita mia). Proverò subito a spiegarvi meglio.

Vintage Russian2
Lessi Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij nel lontano 22 marzo 2013, dopo un’abbuffata in uno dei miei ex ristoranti giapponesi preferiti (tranquilli, ricordo tutto ciò semplicemente perché è scritto nella prima pagina della mia copia – il motivo per il quale il ristorante sia uno degli “ex” preferiti lo si può leggere fra le righe). Insomma, stavo facendo una passeggiata con la pancia piena di sushi e sashimi e riso saltato con la soia e altre leccornie simili, quando in una libreria dell’usato mi decisi ad acquistare una copia di uno dei classici più amati della letteratura russa (forse perché, pardon ancora una volta a tutti i russofili, il più breve?).

Inutile dire che me ne innamorai dalla prima pagina, quasi quanto inutile aggiungere che a distanza di più di due anni mi son ritrovata a ricordarne solo lo schiaffo finale e la panchina lungo il fiume (quest’ultima reminiscenza, forse, perché pochi giorni dopo la lettura de Le notti bianche  vidi Manhattan di Woody Allen, ma questa è decisamente un’altra storia).
Ma torniamo a Fëdor Dostoevskij: nel mio cassetto della memoria (decisamente troppo impolverato), il nostro solitario protagonista incontrava Nasten’ka sotto la neve. Ho ripreso in mano il libro a distanza di due anni e di questo fenomeno meteorologico nemmeno si parla; anzi, nelle prime righe del racconto ho ritrovato proprio tutt’altra descrizione.

“Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?

Avevo forse scambiato tutta questa magia con quell’atmosfera felice e spensierata che si respira proprio nei giorni precedenti al Natale? Ho deciso, di conseguenza, di rileggere l’intero racconto e a lettura terminata mi è stato fin troppo chiaro che nella mia testa c’era proprio un errore stagionale.

“C’è qualcosa di indicibilmente toccante nella nostra natura pietroburghese, quando d’improvviso, all’apparire della primavera mostra tutta la sua potenza, tutte le energie donatele dal cielo, si adorna, si agghinda, si colora di fiori..”

Lo ammetto, non un errore stagionale ma un enorme e abominevole errore stagionale in cui in realtà mi sarebbe bastato sapere che “le notti bianche”, nella Russia del Nord, sono quel periodo dell’anno in cui il sole tramonta dopo le 22. Eppure tutte quelle stelle, tutto quell’agghindare la città non poteva essere scambiato per alberi e luci e preparativi alla festa più attesa di tutto l’anno?  Non poteva essere una notte fredda ma con un cielo limpido a cui mancava solo la stella cometa a fare da ciliegina sulla torta?

“(..) e non faccio che sognare, ogni giorno, che alla fine, chissà quando, incontrerò qualcuno. Ah, se sapeste quante volte sono stato innamorato in questo modo!”
“Ma come dunque, di chi?”
“Ma di nessuno, di un ideale, di colei che mi appare in sogno. Io in ogni sogno creo interi romanzi. (..)”

Madre lo dice sempre che sono un’incallita sognatrice: credo lo dica più per disperazione che per orgoglio, ma io lo prendo sempre come un complimento. Sta di fatto che rileggere Le notti bianche e scoprire che mancano la neve e gli alberi di Natale mi ha fatto proprio arrabbiare, tanto da decidere, perciò, di tenere il ricordo che avevo e raccontarmi questo classico come lo vorrei io, anzi, con una piccola aggiunta. Perché, nel mio finale, nel  mattino dopo la quarta notte il sognatore con il cuore spezzato trova una sorpresa.

“Le mie notti finirono un mattino.”

Torna a casa e la ragnatela sul soffitto della camera non c’è più semplicemente perché Matrëna sta addobbando l’albero, scusandosi per il ritardo ma facendo intendere che il profumino che sale dalle scale sarà il pranzo di Natale più inaspettato e goloso che il sognatore si sarebbe potuto aspettare.

Albert Chevallier Tyler

The Christmas Tree, Albert Chevallier Tyler, 1911

Si spiegherebbero così molte cose, si spiegherebbe come, tornando a casa la sera prima (la Vigilia di Natale!), molte persone gli avessero sorriso nonostante il suo umore gelido e il cuore freddo, nonostante il suo aver detto addio a quel sogno che era stato così vicino a diventare reale. Quel mattino, il suo cuore si sarebbe scaldato, l’atmosfera natalizia l’avrebbe cullato e il pranzo in compagnia l’avrebbe fatto sentire meno solo, contento per Nasten’ka come in ogni caso sarebbe stato, ma contento anche per sé che solo, nella sua testa, avrebbe potuto continuare a sognare, ma aiutato da quell’atmosfera che scalda il cuore ogni anno.
A Natale tutto è possibile, no?

Vintage Russian 3

Raw with love (l’amore secondo Bukowski)

Little dark girl with
kind eyes
when it comes time to
use the knife
I won’t flinch and
I won’t blame
you,
as I drive along the shore alone
as the palms wave,
the ugly heavy palms,
as the living does not arrive
as the dead do not leave,
I won’t blame you,
instead
I will remember the kisses
our lips raw with love
and how you gave me
everything you had
and how I
offered you what was left of
me,
and I will remember your small room
the feel of you
the light in the window
your records
your books
our morning coffee
our noons our nights
our bodies spilled together
sleeping
the tiny flowing currents
immediate and forever
your leg my leg
your arm my arm
your smile and the warmth

of you
who made me laugh
again.
little dark girl with kind eyes
you have no
knife. the knife is
mine and I won’t use it
yet. 

Ragazzina mora dagli occhi gentili

quando verrà il tempo di usare il coltello

non batterò ciglio

e non incolperò

te,

mentre guido lungo la costa, da solo

mentre ondeggiano le palme,

palme brutte, pesanti

quando i vivi non arrivano

e i morti non se ne vanno

non incolperò te,

invece

ricorderò i baci

le nostre labbra scorticate d’amore

e ricorderò come mi hai dato

tutto quello che avevi

e come io ti ho offerto

quello che restava di me

e ricorderò la tua stanzetta

il senso di te

la luce alla finestra

i tuoi dischi

i tuoi libri

i nostri caffè mattutini

i nostri pomeriggi le nostre notti

i nostri corpi fusi

addormentati

flussi e correnti minime

immediate ed eterne

la tua gamba la mia gamba

il tuo braccio il mio braccio

il tuo sorriso e il tuo calore

tu

che mi hai fatto ridere

di nuovo.

Ragazzina mora dagli occhi gentili

non hai un coltello.

Il coltello è mio e non lo userò

non ancora.

Ci sono poesie che sono ferite aperte e ogni verso getta un po’ di sale nel taglio.
Ci sono poesie che appartengono a tutti, perché parlano un linguaggio semplice e diretto.
Ci sono poesie che sono come strali, perché sono nude. Perché sono vere.
C’è Charles Bukowski, e ci sono notti che arrivano accompagnate da una malinconia pertinace, che si attacca alla pelle come l’afa di agosto, quell’afa che contiene già in grembo la promessa delle piogge di fine estate che verranno e porteranno via con sè la sabbia dai teli da mare, insieme a ricordi di cose che sono state e non sono più. Cose che potevano essere e non saranno mai.
C’è Bukowski, e c’è una ragazzina dagli occhi profondi e gentili, e c’è l’impossibilità di viverlo nel momento, l’amore, perché c’è la consapevolezza che finirà, che andrà via, come il solleone di agosto che si scioglie nelle piogge di settembre torrenziali e piangenti di cardarelliana memoria.
C’è un coltello, perché l’amore è una lama sottile e affilata, che può facilmente ferire anche le pelli più dure.
C’è l’amore, e ci sono gli amanti, separati e tenuti insieme dalla promessa e dalla minaccia di questa lama sospesa nel mezzo, prigionieri del dilemma dei porcospini di Schopenauer:  se si avvicinassero troppo, se decidessero di vivere come un’entità sola, gli aculei dell’uno infliggerebbero sicuramente dolore all’altro, e viceversa. E allora l’amore diventa una sorta di balletto, un avvicinarsi allontanarsi riavvicinarsi prendersi riprendersi lasciarsi, dilaniati da una parte dalla paura di soffrire, dall’altra dalla paura della perdita, del vuoto, della solitudine, ottenebrati dall’immensità di questa dipendenza fisica e intellettuale, fatta di carne e sogni, di pelle e pensieri, di sangue e sudore.
C’è l’amore che è un’arma a doppio taglio, fatta di beatitudine e di solitudine.
Se la ragazzina usasse il coltello contro Bukowski, quest’ultimo non batterebbe ciglio, né l’accuserebbe, perché guiderebbe già nelle ramblas di chi sa che ha già perso in partenza, sospeso in una terra di mezzo costeggiata di palme brutte perché pesanti, brutte perché in qualche modo delimitano un orizzonte brumoso, senza confini, che limiti non dovrebbe avere dal momento che è una terra di nessuno, una regione dove i vivi non arrivano e i fantasmi dei morti (degli amori persi e finiti? delle cose che avrebbero potuto essere e non saranno mai?) non vogliono proprio saperne, di andarsene.
È la terra di passaggio di tutti coloro che hanno perso un amore e camminano alla cieca, avanzando a tentoni, nella nebbiolina dell’oblio.
No, Bukowski non ce l’avrebbe con la morettina dagli occhi gentili: userebbe il suo tempo in questa terra di nessuno per ricordarla, centimentro per centimetro. Ricordare le labbra scorticate dall’amore, i baci crudi. Ricordare come lei gli avesse dato tutto quello che aveva e lui, in cambio, solo quello che gli era rimasto, o meglio, quello che di lui era rimasto.
Ricorderebbe questa ragazza minuta nella sua camera, la luce del mattino che penetrava tra le fessure delle imposte, la stanza infestata da un amore crudo, nudo, puro, essenziale.
Ricorderebbe tutto quello che la definiva: i suoi libri, i suoi dischi, la sua presenza minuta nella sua piccola stanza.
Ricorderebbe tutto quello che li definiva: i loro caffè mattutini, il loro mezzogiorno e la loro notte, quando il braccio di lei era il braccio di lui, quando c’era una confusione di gambe di arti di respiri di sudore di pelle. Quando quell’amore duro, nudo, scorticato era una questione di centimetri di pelle e di correnti. Quando il sorriso di lei gli aveva insegnato a ridere, di nuovo.

No, Bukowski non le serberebbe rancore. Perché l’amore è un’arma a doppio taglio, e forse il coltello per tagliare quel filo sottile che sono loro due non è nelle piccole mani di lei, ma nelle mani sofferte e forti di lui. Che lo userà, perché sa che quello che lo aspetta è quel viale alberato senza inizio né fine, che ha come partenza la fine e come arrivo la solitudine, passando attraverso il lungo tunnel dell’oblio.
Lo userà, ma non ancora. Perché in fondo, l’amore è una nebbia che si dissolve al mattino. Per essere più precisi, è una nebbiolina combustibile che brucia con le prime luci del mattino, sostiene Bukowski, sostiene:

Love is kind of like when you see a fog in the morning, when you wake up before the sun comes out. It’s just a little while, and then it burns away… Love is a fog that burns with the first daylight of reality.

E ancora:

If there are junk yards in hell, love is the dog that guards the gates.

Se ci fossero discariche di rottami all’inferno, l’amore sarebbe il cane che ne sorveglia i cancelli. Perché l’amore è un cane dall’inferno, sostiene Bukowski, sostiene. 

 

Moonstruck (variazioni su un bacio)

Munch
Magritte
Sinfonia di un bacio
il tempo scandito da una clessidra
capovolta per sbaglio, forse, o per caso;
bacio come fiocco di neve
– lieve silenzioso soave indicibile
inenarrabile
senza fa rumore
cade
sul tabasco
delle pause pranzo quotidiane.
Ho chiuso il cuore a chiave
e l’ho buttata via.
I cuori non saranno una cosa pratica

se non ne inventeranno di infrangibili.

Klimt






Have been walking barefoot

stark naked

moonstruck

quite besotted

amidst the dew

your kiss

lingering

on my lips

burning

centuries of unintelligible unutterable desire

no direction no possession no present no future

– no clue, to be honest

forever held hostage in this no man’s land

of things past and regrets.

I had lost myself

and found you.

My mystery

lies

in my eternal absence

my not being here,

hic et nunc

My bare body

a shrine

to things I have long forgotten

My secret

lies

in the untold

My secret

inhabits me
Hayez



Picasso

The moment of change is the only poem

Jean-Michel Folon

C’è una frase di Adrienne Rich, poetessa statunitense che ho scoperto recentemente, che continua a tormentarmi da quest’estate, quasi fosse una sveglia, o un campanello d’allarme: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è l’unica poesia.
Continuo a ripeterla tra me e me anche quando non mi fa comodo, anche quando non vorrei, perchè è una sorta di passe-partout che potrebbe aprire quel vaso di Pandora che ho nascosto in soffitta e nelle voragini del cuore.
L’autunno è la stagione dei cambiamenti. Dopo un fine settimana trascorso ad osservare le gradazioni dorate e ruggine delle foglie e cieli decadenti che si rispecchiano su laghetti che tanto avrebbero attratto l’Ofelia di Millais continuo a nascondermi.
Mi rendo conto che tutto intorno a me cambia costantemente, e il pazzo cielo nordeuropeo mi ha regalato qualche giorno di sole per farmi contemplare la natura che si prepara ad accogliere il brevissimo autunno e il lungo, lunghissimo, statico inverno.

Mi rendo conto che tutti intorno a me cambiano: c’è chi arriva e c’è chi parte, c’è chi se ne va per non tornare più, c’è chi scrive un romanzo e c’è chi accoglie una nuova vita, c’è chi si mette in gioco e chi si ritira a riflettere per qualche tempo.
La gente evolve, cresce, migliora, peggiora. Rivoluziona la sua vita, si trasferisce in una nuova città, in un nuovo paese, in un nuovo continente. Taglia i capelli e ne cambia il colore come se niente fosse, si innamora e smette di amare, cambia casa e cambia partner, fa e disfa, cade e si rialza. Io sto ferma.

Se la mia immobilità derivava da mancanza di occasioni, la domanda fatidica è: perchè, ora che ho ricevuto la possibilità di cambiare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il luogo fisico e il ritmo di una quotidianità fin troppo rutinaria, non la abbraccio con fiducia, speranza, intraprendenza ed eccitazione, ma mi richiudo in se stessa e mi rifugio nei miei silenzi, paralizzata dalla paura, congelata dall’incapacità di prendere una decisione?

Cosa succede quando it doesn’t feel quite right, ma l’alternativa, dall’altra parte del fiume, è un minestrone stantio riscaldato fin troppe volte?
Come si fa a capire quando un cambiamento è IL cambiamento che abbiamo lungamente atteso, quando un’occasione è LA NOSTRA occasione, quella per cui ci siamo certosinamente preparati nel corso di lunghe notti insonni e di giornate senza requie?
Cosa succede se, semplicemente, sono troppo codarda per decidere e ho perso la capacità di cambiare pelle, di darmi un’altra chance, di cercare di diventare farfalla? Sarò destinata a rimanere per sempre bruco?

Per dirla sempre con Adrienne Rich, tonight no poetry will serve.


Saw you walking barefoot
taking a long look
at the new moon’s eyelid
later spread
sleep-fallen, naked in your dark hair
asleep but not oblivious
of the unslept unsleeping
elsewhere
Tonight I think
no poetry
will serve
Syntax of rendition:
verb pilots the plane
adverb modifies action
verb force-feeds noun
submerges the subject
noun is choking
verb    disgraced    goes on doing
now diagram the sentence

Ti ho vista camminare a piedi nudi
mentre lanciavi una lunga occhiata
alla palpebra della luna nuova
poi distesa
tra le braccia di Morfeo, nuda nei tuoi capelli scuri
addormentata e tuttavia consapevole
del sonno non dormito degli insonni
altrove
Stanotte penso
che nessuna poesia
potrà servire
Sintassi dell’esecuzione:
il verbo pilota l’aereo
l’avverbio modifica l’azione
il verbo costringe i verbi a mangiare
sommerge il soggetto
il nome si sta strozzando
il verbo caduto in disgrazia insiste
adesso illustra la frase con un diagramma

Jean-Michel Folon

LibriInValigia#3: Dear Life, Alice Munro

 ali

Se l’estate scorsa è stata l’estate in cui ho scoperto John Fante e Harper Lee, questa è stata l’estate in cui ho scoperto – e amato alla follia, l’unico modo di amare che mi è consono – Alice Munro.
La Munro è un’autrice che aspettavo di “incontrare” da tempo, per motivi diversi, in parte legati alla mia smisurata curiosità nei confronti del racconto – bisogna essere davvero bravi per riuscire a concentrare una storia, per far affezionare il lettore a personaggi e paesaggi e situazioni e far scattare reti di celesti corrispondenze ed empatie astrali in uno spazio fisico ristretto. Dear life mi è capitato tra le mani in uno di quegli istanti di serendipità grazie ai quali la vita riesce ancora a cogliermi di sorpresa, regalandomi larghi sorrisi, ed è stato la coperta di Linus della mia breve estate, trascinato da una spiaggia calabrese all’altra, con la sua incantevole copertina di foglie d’acero rosse ed autunnali, così canadese, così semplice, così rassicurante.
Il Canada è uno dei protagonisti indiscussi dei racconti della Munro: i paesaggi della sua infanzia, scavati dal ricordo, ricostruiti attraverso sensazioni tattili ed olfattive, acquarelli sporchi di fango e foglie autunnali.

La Munro è senza dubbio la regina del racconto. Commovente, sorprendente, mai monotona, la sua scrittura palpita di una vitalità intrinseca che lascia il lettore col fiato sospeso fino all’ultima riga. Le sue parole vivono di vita propria, indulgono in descrizioni lente e raffinate di paesaggi e personaggi a dir poco singolari, esplodono in epitaffi che offrono chiavi di lettura della personalità della sempre schiva Munro, sfuggente anche nei suoi racconti autobiografici.
L’atmosfera delle storie di Dear life è sempre sospesa tra storia e mistero, sogno e realtà, passato e presente, ricordo e immaginazione. Tra i temi cari all’autrice, la malattia mentale, l’alienazione, la solitudine, la condizione del poeta (specie nel caso delle donne), che porta con sé quasi un atavico senso di colpa nei confronti della sua condizione, con echi che richiamano Gozzano e il suo “io mi vergogno d’essere un poeta”.
Gli ultimi quattro racconti – The eye, Night, Voices, Dear life – affrontano temi autobiografici da prospettive mai scontate: ad esempio, nell’ultimo racconto (che dà il nome alla raccolta) la Munro rivive il suo legame di odio-amore con la madre, prematuramente ammalatasi di Alzheimer, partendo da un episodio apparentemente irrilevante: la storia, raccontatale dalla madre stessa, del giorno in cui la loro vicina, un’anziana signora malata di mente, aveva cercato di fare irruzione in casa Munro, dove una spaventatissima signora si era barricata con la piccola Alice dietro il montavivande, after my mother ha grabbed me up, as she said, for dear life, dopo averla afferrata, dopo essersi disperatamente attaccata a lei, sopraffatta dal terrore, dall’imprevedibilità della situazione.
Anni dopo la Munro avrebbe scoperto che casa sua era appartenuta in passato alla famiglia dell’anziana signora – i Netterfield – e probabilmente, nella confusione della sua mente avvolta dalla nebbia dell’infermità, la vicina stava pensando di fare ritorno a casa sua, anzichè fare incursione in casa d’altri. La persona alla quale Alice avrebbe davvero voluto raccontare la sua scoperta sarebbe stata proprio lei, sua madre, portata via dalla malattia. In chiusura, la Munro ricorda con una sorta di distante e rassegnata tristezza di non aver fatto ritorno a casa nell’ultima fase della malattia della madre, nemmeno per il suo funerale. I soldi erano pochi, i bambini erano piccoli. E conclude in modo magistrale:

We say of some things that they can’t be forgiven, or that we will never forgive ourselves. But we do – we do it all the time.

(Diciamo che alcune cose non potranno mai essere perdonate, o che non riusciremo mai a perdonare noi stessi. Eppure lo facciamo – lo facciamo tutto il tempo).

Il racconto che ho amato di più è il primo della raccolta, To reach Japan, la storia di una giovane poetessa, Greta, invitata per la prima volta ad una soirée letteraria, nel corso della quale si sente un’aliena e si ubriaca, finchè un editor non corre in suo aiuto, riaccompagnandola a casa in macchina e confessandole semplicemente: Excuse me for sounding how I did. I was thinking whether I would or wouldn’t kiss you and decided I wouldn’t.
Quel bacio sospeso brucia sulle labbra di Greta nel fluire sempre uguale della sua quotidianità, fatta del marito, di sua figlia Kathy e del suo lavoro.
Quando una coppia di amici le propone di occuparsi della loro casa a Toronto durante una loro assenza, Greta accetta col cuore in tumulto. Peter, suo marito, è fuori per lavoro; a Toronto vive lui, lui dal bacio mai dato, lui dalla moglie pazza rinchiusa in una casa di cura, lui a cui Greta non può esimersi di inviare un messaggio in bottiglia

Writing this letter is like putting a note in a bottle – 
And hoping
It will reach Japan.

Nient’altro, a parte il giorno di arrivo e l’orario del suo treno.
Dopo un viaggio tumultuoso, marcato da un’avventuretta dai pentimenti facili a causa della quale Greta perde sua figlia Kathy per alcune ore, fino a ritrovarla, in pigiama e spaventata, seduta nel passaggio da un vagone all’altro, Greta arriva a Toronto. E, surrealmente, mentre scende dal treno sulla piattaforma, qualcuno le prende le valigie. E la bacia, per la prima volta, in modo deciso e celebratorio.
She didn’t try to escape. She just stood waiting for whatever had to come next.

Come Greta dalle poesie alate e dal cuore in tempesta aspetta sulla piattaforma, guardando con distratta curiosità il sentiero contorto che si è improvvisamente aperto davanti ai suoi piedi in un’esistenza di strade larghe e ben pavimentate, io aspetto con impazienza di leggere una seconda raccolta di racconti della Munro, New Selected stories. E di innamorarmene, magari.

 

La carta è più paziente degli uomini

Tornare a casa, nella casa in cui sono nata e in cui sono cresciuta, significa per me passare ore nella vecchia stanzetta con la carta da parati ormai logora e tutti i miei libri del ginnasio ordinati sugli scaffali, aprendo cassetti, leggendo vecchi temi, spolverando ricordi. La mia scatola dei ricordi di bambina mi fa sorridere: tra i miei tesori, vecchie cartoline, un Pierrot decapitato, una copia del certificato di nascita di Giacomo Leopardi (souvenir di una gita scolastica a Recanati), una copia de La sigolatrice di Sapri battuta al computer da me nell’ufficio di mia madre, tante poesie, tante lettere scritte ai primi amori e mai inviate.

Quando ero piccola ero molto più sistematica di adesso nel mio approccio con la scrittura: ho sempre tenuto un diario, in cui appuntavo minuziosamente pensieri, emozioni, stati d’animo, piccoli e grandi avvenimenti. In cui iniziavo a mentire a me stessa per non vedere quelle cose intorno a me che mi avrebbero fatto male e riversavo sulle pagine bianche le parole tenute a freno dalla mia indole troppo timida e troppo introversa.

Ho riletto alcune pagine che, a distanza di quasi vent’anni, mi hanno fatto riflettere. Su come alcune cose non passino mai, e alcune ansie – il passare del tempo, il mancato raggiungimento di obiettivi, piccoli o grandi che fossero, l’assegnarsi traguardi troppo alti, il senso di solitudine, di alienazione, di diversità – siano state ereditate quasi intonse dalla mia me adulta.

E mi ritrovo a pensare alla fede – intesa non strettamente in senso religioso, ma nell’interpretazione più lata possibile. La fede può essere definita come la capacità di credere con tutto il cuore in qualcosa che non si può vedere, né sentire. La fede è un dono che si riceve da piccoli, quando si ha tutta la vita davanti –dopo il film di Virzì aborro questa espressione – e si ha il cuore aperto alle infinite possibilità della vita, e si è pronti a perdersi nel suo labirinto, alla ricerca di un lieto fine, o , quantomeno, di un finale aperto.

Gli anni passano, e questa fede – negli altri, in se stessi, nelle proprie possibilità, nel futuro, nell’amore come forza massima capace di smuovere il mondo, come equazione suprema nelle cui regole ritrovare senso ed ordine – si affievolisce, fino a svanire, nel peggiore dei casi. In una miriade di bollicine, come nel caso della sirenetta di Andersen o della ragazza del bar di Cuba, o in polvere di stelle.

Mi chiedo quando inizi, questo processo. Quando si smetta di credere. Quando si inizi ad aver bisogno di segni tangibili.

Nel tentativo di trovare una risposta, rubo qualche riga a quella bambina di dieci anni, che cercava a modo suo di darsi risposte, di trovare il bandolo della matassa in un mondo di adulti che non riusciva a capire, in cui le famiglie non erano perfette e si spezzavano, in cui imparare a perdere una persona amata era obbligatorio, in cui essere accettati per quello che si era sembrava un’impresa ardua.  Facendole una carezza furtiva e ritardataria, a quella bambina che era curiosa di diventare grande ma aveva paura di crescere.

26 ottobre 1994

Caro diario
non è vero che solo i bambini negli istituti non hanno una famiglia. Tu mi capisci, vero?
Si, perché tu, come disse Anna Frank, sei l’AMICA lungamente attesa. Oh, come mi sei cara!
Mi sei di grande conforto, anche se poi questi stupidi sfoghi non interessano né a me né a te.
Ma si sa, la carta è più paziente degli uomini. Oggi con educazione fisica abbiamo giocato a pallavolo.
Quando riguardo le pagine del mio diario mi sento solo una stupida ed insignificante ragazzetta.
E tu, ti senti bene? Io così così, sia fisicamente che moralmente. Certo, non deve essere divertente restare chiuso in un cassetto, ammassato alla rinfusa con tante altre carte, eppure a te accade. Ma non è stata colpa mia: dovevo fare i compiti!
 

6 giugno 1995

Caro diario,

sai, ho cominciato un libro, dove raccolgo tante storielle “mie” e spero di poter condurre anche te nella mia “rete privata” di fantasia.
 
 
 

 

Vorrei essere leggera.

And you want to travel with her
And you want to travel blind
And you know that she will trust you
For you’ve touched her perfect body with your mind…
Suzanne, Leonard Cohen
 
 
 
 

Vorrei essere leggera, come quella ragazza che oggi andava davanti a me in bicicletta, top rosa e capelli biondi al vento, mentre io in bicicletta non so più se so ancora andarci.
Vorrei essere leggera, lasciarmi trasportare dal vento frizzante dei miei anni, di un’età anagrafica ancora – relativamente – fresca ma strozzata dall’insostenibile pesantezza del mio essere.
Vorrei essere leggera, fare tabula rasa di tanti troppi momenti da dimenticare, di quei pensieri negativi che si annidano come erbacce nel mio giardino e impediscono ai fiori di sbocciare, liberarmi di questa cappa soffocante di Greyville, dalle convenzioni, dai lunedì avvilenti, dai se e dai forse. Dal pensiero di non potercela fare, di non essere abbastanza, di dover cercare di essere quella che tutti pensano dovrei essere anche se io proprio non ci riesco. E recitare, recitare una parte gravosa, portare una maschera pesante, alterare la voce in un falsetto che non mi appartiene.
Vorrei essere leggera, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
Vorrei essere leggera, fermarmi a pescare nel mio baule pieno di gente un eteronimo leggiadro e soave, una ninfa, una ballerina, una piccola Ofelia dei boschi innocente dagli occhi pieni di meraviglia, una gitana un saltimbanco una piccola signorina Felicita come nelle poesia di Gozzano, semplice e priva di affascinanti complicazioni.
Vorrei essere leggera e non avere paura di fermarmi a dare una vita una voce e un cuore a quel baule di personaggi che mi popolano, senza lasciarmi inibire da decaloghi sullo scrivere, da ansie di prestazione, dalla paura di non saper fare nemmeno questo, la cantastorie, un ibrido tra don Chisciotte e Cyrano de Bergerac.
Vorrei essere leggera e non aver paura di andare sulle montagne russe o saltare col paracadute o tuffarmi da punti troppo alti, perchè tanto la vita è troppo breve per covare queste paure, queste preoccupazioni, che altro non mascherano se non l’ansia del domani, quel domani incerto che arriva come ospite indesiderato di incubi che strozzano il respiro.
Vorrei essere leggera, vestirmi a colori, dipingermi le labbra e le unghie del rosso più intenso e scendere per strada a ballare, senza paura di essere goffa e rendermi ridicola, come se non ci fosse un domani, perchè alla fine forse è proprio questo che manca, un domani da inventare e reiventare e modellare e ampliare ogni giorno e colorare con le sfumature di infinite possibilità.
Vorrei essere leggera e intravedere una possibilità ad ogni angolo, un nuovo incontro in ogni viso, una nuova storia in ogni conversazione, una sfida in ogni ostacolo.
Vorrei essere leggera e non aver paura di ammettere la mia pesantezza e il mio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarmi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.

L’ (anti)eroina

I’m good at love, I’m good at hate
It’s in between I freeze
I’d work it out but it’s too late
It’s been too late for years
But you look good, you really do
They love you on the street
If you were here I’d kneel for you
A thousand kisses deep
A thousan kisses deep, a poem (Leonard Cohen)

 

Se un giorno trovassi il coraggio di farlo – e fossi ancora in tempo.
Se un giorno mi convincessi di poterlo fare. Di poterci riuscire. Di trovare le parole giuste, quelle che smuovono corde nascoste, invisibili all’occhio umano.
In quel caso, non scriverei di moderne eroine indipendenti, che usano i loro lunghi capelli da spot Pantene per salvare se stesse, che fanno della loro forza e della loro indipendenza un’arma, in contrapposizione alle eroine della tradizione classica, che avevano invece bisogno di un principe. Oh, no.
Se un giorno riuscissi a farlo, scriverei della ragazza della porta accanto, dell’antieroina dei nostri giorni, che si arrampica tra appuntamenti sbagliati e contratti precari, maternità arrivate troppo presto o troppo tardi o non arrivate.
Quelle ragazza che affianca brufoli adolescenziali alle prime rughe, i cui capelli sono crespi come un cespo di lattuga.
Quella ragazza che ha perso se stessa e il suo posto nel mondo. Che insegue un sogno – o più sogni – da quando era piccola, ma, al momento giusto, è mancata l’opportunità, la possibilità, il coraggio di seguirli. È intervenuta la vita, e ha scombinato tutte le carte in tavola.
Una ragazza che vive in una città che non sente sua e che odia il suo lavoro (temporaneo, ovviamente) tanto da non riuscire a dormire la domenica, in previsione di quei lunedì così odiati.
Una ragazza che brucia d’ambizione, ma non riesce ad accenderne lo stoppino.
Una ragazza che si guarda allo specchio e non si piace, che si guarda allo specchio e non si riconosce.
Una ragazza come tante, ammalata d’insonnia e di delusione, dannatamente fragile, emotivamente immatura, umorale, poco disposta ad indossare una maschera in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia la sua bandiera.

Una ragazza che si allena ad essere ottimista e si vergogna del suo pessimismo cronico – storico – cosmico, senza tuttavia cedere alla tentazione di fingersi diversa da quello che è, senza scivolare in giochi della felicità al sapore di Prozac e di Pollyanna.
Una ragazza che raccoglie decaloghi e si dimentica puntualmente di rispettarli, che compra agende e quaderni nel tentativo di rendere la sua caotica e precaria esistenza quotidiana quanto più possibile simile a quella di altre ragazze, dai capelli ordinati e dai pensieri ordinati e colorati di rosa – e li perde, puntualmente.

Una ragazza che spesso si sveglia col piede storto, che non riesce mai a domare i suoi capelli, che dimentica sempre l’ombrello quando diluvia, che arriva sempre in ritardo, che non riesce ad abbinare i colori. Che si inerpica su sentieri desolati di bovaristica memoria, alimentando timidamente quelle illusioni romantiche che non riescono proprio a spegnersi, malgrado i reality check imposti dalla vita quotidiana.

Una ragazza che trascina valigie pesanti, piene non di abiti griffati ma di ricordi e di fantasmi, persa tra le piattaforme e i binari di una stazione labirintica, avvolta dalla foschia, incerta sulla direzione da prendere. Ferma lì, ad osservare, ad immaginare, a cercare di raccontare. Di dare voce a ogni batticuore. A ogni cuore pulsante perso nella nebbia più fitta, che non riesce più ad orientarsi. A tutti coloro persi nel tentativo di risolvere gli algoritmi della ragione del cuore.
A tutti coloro che aspettano treni che non arrivano mai, a chi ha perso le coincidenze, ha dimenticato le prenotazioni. A quei treni che partono vuoti.

La ragazza sta lì, ferma, ad aspettare.

E, nonostante tutto, nonostante la nebbia che le impedisce di vedere e la pioggia che la fa rabbrividire di freddo e l’ansia e la paura, non riesce proprio a smettere di sperare. Proprio non ci riesce.

Soundtrack: Hero, Regina Spektor

Confessioni del triste e solitario scrittore Telemaco Storti (un breve, brevissimo racconto)

A tutte le cose che potevano essere, e non sono state

Una vita sola non è sufficiente a contenere tutte le vite che vorremmo vivere, tutte le persone che vorremmo essere.
Una vita sola è un tempo così lungo che pare tendere all’infinito, un labirinto di scelte obbligate una volta intrapreso il cammino in una direzione, un contenitore troppo piccolo che si riempie troppo in fretta di delusioni e di rimpianti, non lasciando spazio a sufficienza a sogni, speranze, illusioni, che soffocano per mancanza d’aria.
Quand’ero piccolo il mio gioco preferito era farmi portare in macchina per ore attraverso l’intrico di strade della città – oh, se mi sembrava immensa – e osservare la gente, studiare le persone, cercare di abbinare ad ogni volto un nome, una storia, immaginare se assomigliasse di più al padre o se avesse il naso e gli occhi della madre. Guardare dentro le finestre e cercare di immaginare come vivessero quelle persone, quelle famiglie, immaginare di far parte della loro vita, di essere loro, tutti loro, sul divano di pelle bianca a guardare la televisione, in balcone a mangiare anguria su un tavolo di plastica bianco coperto da una tovaglia a scacchi, nella finestra dell’appartamento di universitari a cantare accompagnati da una chitarra, in una piccola stanza dalle pareti verde oliva a studiare di notte, o a scrivere lettere d’amore, sospirando.
Mi chiedo cosa sarei stato – cosa avrei scelto di essere – se non fossi divenuto quello che sono, uno scrittore scorbutico e solitario – nemmeno tanto di successo, eh.
Un uomo chiuso e orgoglioso che dorme di giorno e sogna ad occhi aperti di notte. Un inetto, così spaventato di aver scelto la strada sbagliata da accontentarsi di vivere attraverso le vite degli altri, personaggi fittizi attraverso i cui occhi filtro il mondo.
Mi chiedo cosa sarebbe stato di me se fossi riuscito ad evadere da quell’oscurità, da quello schermo, da quei mugugni e avessi invece abitato il mondo, vestendomi a festa, adobbandomi di un sorriso. Per te.
Ma non posso fare altro che nascondermi tra le poltroncine dell’ultima fila e guardarti danzare.
Nella danza si svolge la vera essenza di te: quella bellezza algida e fredda come un diamante, quella maniacale tendenza al perfezionismo, quell’ossessiva attenzione alla forma, quell’instancabile cura dei particolari.
Un occhio estraneo e poco allenato si soffermerebbe ad osservare soltanto la linea elegante del tuo collo di cigno, quell’incavo tra spalla e attaccatura del collo suddetto su cui fermarsi a sospirare fino a morirne.
Si lascerebbe trascinare dall’indescrivibile grazia del tuo corpo allungato, annegando le pene dell’anima nell’armonia fluida dei tuoi movimenti liquidi. Quando danzi non sei della terra: sei d’aria e d’acqua, eterea, divina, eterna. Il tuo corpo non ha contorni nè confini: è infinita poesia di pennellate di colore, sfumate.
Solo questo osserverebbe l’occhio acerbo e distratto, la rosea, ingenua conchiglia da bimba delle tue orecchie, la tenera attaccatura dei tuoi capelli di miele scuro raccolti nel perfetto ed impassibile chignon di rito. E si perderebbe la luce incredibile dei tuoi occhi, quella luce così chiara, quasi trasparente, che si infiamma di un entusiasmo quasi infantile quando parli delle cose che ami, che splende di un’estasi ebbra quando danzi.
Eri un mistero troppo semplice, una poesia troppo piena di prosa per un orso come me. Incarnavi ed impersonavi paure ataviche, le stesse che vengono a stanarmi nelle mie notti da vampiro, che scaricano velate minacce nelle mie orecchie stanche, che stendono l’ennesima pennellata di grigiore, disegnano l’ennesima ruga, marcano i contorni delle borse sotto i miei occhi vitrei.
E, quando alla tua perentoria  richiesta, in contrasto col tono di voce timido, sussurrato – portami a ballare – ho grugnito no, io non ballo mai, i tuoi occhi grigiazzurri hanno riassunto in un istante quel freddo distacco, frutto di un’antica abitudine, e mi hanno licenziato con un impercettibile ma imperioso scrollare delle tue spalle sottili, con un’ombra di sorriso tirato.
Così ora non posso che eternarti a musa, cercarti in ogni personaggio, rincorrerti tra le parole, farti malinconica eroina di tutti i miei racconti, alla ricerca di un altro finale. Cantarti in ogni poesia, celebrarti in ogni verso, accarezzarti i capelli sottili in ogni rima, cercare di raggiungerti tra un enjambement e l’altro.
Così ora non posso che nascondermi tra le poltrone dell’ultima fila, mentre interpreti una Giselle o un’Aurora o un’Odile o un’Odette o una Clara dagli occhi incredibilmente, straordinariamente luminosi, ed essere il primo a lasciare la scena, quando le luci si accendono ad illuminare questa perenne ed imperitura imitazione di vita, sempre uguale a se stessa.

Photo credits: le fotografie che accompagnano il racconto sono opera della talentuosa Chiara Maria Lenzini, ballerina, fotografa, lettrice e molto di più. Grazie 🙂

Dicono di Ofelia

Quando la sera colora di stanco dorato tramonto le torri di guardia,
la piccola Ophelia vestita di bianco va incontro alla notte dolcissima e scalza,
nelle sue mani ghirlande di fiori e nei suoi capelli riflessi di sogni,
nei suoi pensieri mille colori di vita e di morte, di veglia e di sonno…
Silvia Camporesi, Dreams are like a white flower

Dicono che Ofelia fosse bella.
Non di una bellezza appariscente: di una bellezza lacustre, opalescente, lunare, di pallidi bagliori e trasparenze.
Dicono che Ofelia avesse la pelle talmente bianca e sottile e fragile che attraverso di essa si poteva vedere la sua anima. E la sua anima era fatta d’aria, e il suo corpo era di muschio fragrante e terra umida della foresta, foglie autunnali d’oro e di rame e acqua. Acqua quieta e immota di un lago metallico, senza tempo; acqua torbida e inquieta, scroscio argentino di una sorgente segreta, nascosta.

Dicono che Ofelia avesse gli occhi di stelle spente e foglie morte, e lunghi capelli scuri di salici piangenti intrecciati con crisantemi.

Dicono Ofelia portasse con , ovunque andasse, un profumo di assenza, un presagio della sua precarietà e fragilità. Dicono che, sotto il battito delle sue lunghe ciglia scure e arcuate, si celasse un senso di inesorabile addio.

Dicono Ofelia amasse. Ma non come amano le persone comuni: dicono che amasse dolorosamente, come se l’inevitabile conseguenza dell’amare fosse il perdere. Dicono che amasse così intensamente e disperatemente che un giorno il cuore le scoppiò in petto – un istante, giusto il tempo di un sospiro – lasciandola inerte, per sempre addormentata, per sempre, cullata dall’acqua, per sempre.

Dicono fosse una piccola ninfa dei boschi, e che sia semplicemente tornata a far parte di quegli elementi – l’aria, l’acqua, la terra – ai quali apparteneva. Un’inevitabile restituzione, un cerchio che si chiude, un ciclo che si completa.

Dicono che Ofelia vestisse sempre di bianco e non legasse mai i capelli, avesse l’anima trasparente e nel cuore un dolore nero.

Dicono che Ofelia vivesse di passato, che ignorasse il presente e non credesse nel futuro. Dicono che attraversasse la vita sfiorandola appena, in punta di piedi, tanto che quando camminava sembrava quasi levitasse, senza far rumore. La più terrena e la più celeste delle creature.

Dicono che Ofelia non credesse nelle cose reali, ma riponesse una fede cieca ed incrollabile negli amori impossibili, nei se e nei forse, nelle strade mai percorse, nei fiori mai colti, nei baci rubati, negli abbracci spezzati.

Dicono che Ofelia parlasse spesso da sola, e cantasse ai cristantemi e alle foglie d’autunno dolci e malinconiche nenie sul suo amore impossibile, su quell’illusione portatale via, su quel suo povero cuore maciullato a colpi di machete. Sulla sua solitudine eterna.

Dicono che Ofelia fosse pazza. D’amore e di dolore.
Il vento della foresta narra che era rara e preziosa, troppo fragile per vivere.

Dicono che Ofelia, prima di abbandonarsi con ingenua, infantile e cieca fiducia all’abbraccio estremo dell’acqua verde di foglie e di alberi e di boschi e di muschio, avesse cercato di gridare.
Ma, come nei peggiori incubi, aveva perso la voce, dicono.

Silvia Camporesi
Silvia Camporesi
Kirsten Dunst in Melancholia, Lars Von Trier

 

John Everett Millais

 

Nadav Kander, Erin O’Connor posing as Ophelia, 2004
Tom Hunter, The way home, 2000
Saoirse Ronan: The Cult of Beauty – Vogue US photographed by Steven Meisel, December 2011
“Ophelia” remake by Elena Ayllon

 

Silvia Camporesi

Photography by Sanchez and Mongiello