Un’ora con… Vittoria Baruffaldi di La filosofia secondo BabyP

Lei si chiama Vittoria Baruffaldi, insegna filosofia e sul suo blog, La filosofia secondo BabyP, si dedica ad esercitare la meraviglia insieme a una piccola aiutante dallo stupore ineguagliabile.

Ho scoperto il blog di Vittoria un pomeriggio brumoso di due anni fa, e ho passato ore a leggerlo, perdendomi nella sua capacità di infarcire di filosofia ogni momento del quotidiano, anche il più banale – almeno in apparenza.

Dal 2 febbraio, Vittoria continuerà a raccontarci storie nel suo Esercizi di meraviglia. Fare la mamma con filosofia, Einaudi editore, che in realtà è il libro di babyP, ma anche un po’ di Vittoria, in fondo.

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Photo credits: Elena Datrino

 

1) Come nasce La filosofia secondo BabyP?

Il blog è nato nel 2012 con un’ambizione alla “meraviglia”, ma senza una forma precisa. Via via che scrivevo, la storia che volevo raccontare ha trovato la sua chiave nella filosofia.

La storia è quella di una madre e una bambina che si fanno delle domande, e provano a illuminare il senso del loro rapporto, e delle cose che accadono intorno a loro. All’epoca leggevo parecchie cose sulle madri, ma trovavo solo risposte, consigli, informazioni: io, invece, avevo solo domande. Le ho messe a galleggiare nel blog: sono ancora lì.

Perché la meraviglia è il primo passo, piacevole, luminoso: la difficoltà arriva quando la lasciamo andare e iniziamo con le domande, i capovolgimenti, le incertezze.

 

 2) Chi c’è dietro la filosofia secondo BabyP?

Ci sono io, c’è lei. C’è il mondo che viviamo. Prendo spunto da questo mondo, ma non racconto la mia vita: c’è una forte componente d’immaginazione.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Lo scaffale d’oro è in continua costruzione, per fortuna. Ti dico i libri che sono stati importanti in una data fase della mia vita, e che continuano a esserlo per diversi motivi:

  • Calvino, Le fiabe italiane (il ricordo più affascinante e terribile della mia infanzia)
  • Cassola, Un cuore arido (il primo romanzo “da grandi” che ricordo di aver letto)
  • Cortázar, Rayuela; Barthes, Frammenti di un discorso amoroso; Queneau, Esercizi di stile (di quando sono rimasta a bocca aperta)
  • Everett, Glifo (un romanzo “filosofico”; tra i protagonisti: uno strano e divertente Barthes)
  • Morante, La storia (i personaggi più vicini alla “meraviglia”)
  • Ginzburg, Le piccole virtù (mi ha accompagnato, e sostenuto, mentre scrivevo)
  • Raboni, Tutte le poesie; Mari, Lettere d’amore a Ladyhawke; Pavese, Le poesie (la poesia, un amore tardivo; prima non ne ero capace)
  • Buzzati, Sessanta racconti (in particolare Sette piani e Inviti superflui; anche dei racconti mi sono innamorata solo in età adulta)

 

4) Il tuo rapporto con la scrittura

So che tipo di rapporto non è: non è urgente, non è terapeutico, non è smanioso.

Il blog mi ha obbligato a una certa disciplina: per la prima volta avevo osato farmi leggere, e piano piano ho cercato di dare credibilità a quello che scrivevo. Poi è arrivata la proposta di Einaudi, e scrivere è stato un lavoro faticoso e lieve al contempo.

Scrivo spesso, ma rimane poco: mi alleno a lasciarmi andare – a farmi visitare da immagini e parole -, ma dopo la revisione non rimangono che poche righe. Inoltre, ho bisogno di molto tempo per riuscire a mettere in fila le parole, e silenzio assoluto, il che non accade quasi mai.

Ciò che più mi interessa è lavorare sullo stile – è l’elemento che più mi affascina anche quando leggo – ed essere coerente con me stessa (niente trucchi da quattro soldi, insomma).

Ho, invece, un ottimo rapporto con la lettura, da sempre. Naturale, equilibrato e vario (a parte la letteratura di genere).

 5) Progetti in cantiere

Il 2 febbraio uscirà Esercizi di meraviglia, per Einaudi. È una cosa che non avevo messo in conto, invece è accaduta: vorrei semplicemente vivermela.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#13: caro Julio Cortázar

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Questa casella è scritta e aperta da Andrea di Un crotalo al sole

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Grazie a Il Lettore Forte (@Librimmagine) che mi ha segnalato questa splendida illustrazione

Caro Julio,

da troppo tempo non parliamo di libri. T’ho raccontato di me, di dove penso di essere, di come le cose, tutte le cose, siano un diario. Ha ragione Palahniuk, le cose ci osservano e quel che osservano, annotano. Ci pensavo qualche ora fa mentre smontavo gli scatoloni delle decorazioni. Mi si è allungato il viso dentro il riflesso e tutto sommato non ero poi così male. Una specie di ovale oblungo, pallido dentro il rosso imperante, una specie di James Incandenza che vorrebbe scrivere come Arturo Bandini e poi firmarsi Ismaele. Le cose, dunque, mio caro Julio. Le cose somigliano a Bartleby. Le cose annotano. E, se devo dirtela tutta, mi pare che abbiano una qualche dote, una buona consapevolezza formale, una specie di padronanza istintiva del raccontare.

Per esempio, mentre tiravo fuori quel che resta di un albero rimediato coi punti del supermercato, ho lasciato che quella piccola cosa inesplosa deflagrasse col suo bel carico di ricordi di persone passate e case e credenze ed altre piccole emozioni di pessimo gusto. M’accorgo, e questo è bene che tu lo sappia, che mia madre sempre di più stia finendo per somigliare a quella Enid franzeniana, tutta intenta a tenere insieme le cose, a fondere i pezzi, a correggere le linee storte, le deviazioni dalle strade maestre ed a fare esercizi di calligrafia e conformismo riempiendo biglietti d’auguri. Quanto a mio padre, sempre più mi pare un uomo disincantato e quasi arreso, una specie di riflesso distorto dei propri desideri di un tempo. È che, ma questa mio caro Julio è una mia convinzione, a volte ho la sensazione che abbia in sé qualcosa che lo fa somigliare ad un animale morente, ad una macchia umana, ad una specie di pastorale tutta italiana di controllata e metodica decadenza, in qualche modo titanica e per questo stesso motivo un po’ più rassegnata ogni anno. Quanto a me, tu sai bene che cosa m’affligge. Ho questo modo tutto mio d’essere insoddisfatto più o meno di tutto, di sbuffare spostandomi il ciuffo biondo ora a destra ora sinistra. Emma, così dovresti chiamarmi. Per quanto possibile ho tentato di fronteggiare questa deriva.

Ma io non sono Achab. Sono piuttosto, io stesso, una balena bianca, talvolta spiaggiata. Ecco, questo è il nostro piccolo presepe. Ecco, questi sono i nostri capelli d’angelo, qualcuno dorato, qualcuno argentato. C’è un libro che ho letto qualche mese fa ed è un libro di Percival Everett. Lì si parla di un uomo che pare debba morire e che in effetti muore e che, per qualche oscura ragione, resta in vita ed in vita è di fatto immortale. Questi sono giorni in cui si festeggia, in cui si brinda alla vita, alla speranza. Continuo a tirare fuori addobbi, convinto che ci sia una qualche possibilità di mascherare quello che in verità si annida, più o meno nascostamente, in chiunque. Allora, Julio, potresti dirmi, sei ricco, coniglio, perché conosci il senso della paura, perché sei consapevole dell’imperscrutabilità del domani.

La verità, io credo, è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E te lo dico da qui, dallo stipite di questa porta bianca, con un cappello da caccia in testa ed una mezza cicca che penzola pigra dalle mie labbra.

Buon Natale, Julio. Ovunque io sia.

Cortázar