Un’ora con…Norma Amitrano di Il soffitto si riempie di nuvole

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Quello di Norma è un bel mondo.

È un mondo colorato, pieno di intraprendenza, di fantasia e di creatività.

È un mondo delicato, intessuto di ricordi e memorie leggere come quelle nuvole che riempiono il soffitto del blog.

È un mondo genuino, creato da una persona che non si sforza di adattarsi alle mode e non cerca di piacere a tutti i costi, ma rimane se stessa, sempre.

È un mondo ironico, in cui spesso l’ansia fa capolino, ma viene decostruita e sdrammatizzata con leggerezza.

Ora però ve lo faccio raccontare da Norma, il suo mondo, che è meglio.

 

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Il soffitto si riempie di nuvole: come e perché?

Quando ero adolescente scrivevo poesie. In ogni classe che si rispetti c’è sempre la ragazzetta pallida col trucco sbavato di nero che scrive poesie, nella mia classe si era deciso che dovessi essere io. Di solito si trattava di versucoli malinconici, pervasi da quello che mi pareva spleen ma in realtà erano i 17 anni. Ogni tanto, però, sbucavano dal nulla sprazzi di speranza, colori chiari, cieli azzurri, voli di rondini, soffitti pieni di nuvole.

E infatti Il soffitto si riempie di nuvole è il verso iniziale di un componimento, per il resto dimenticabile, che dovrei aver scritto da qualche parte in un diario del 2005.

Non mi è più tornato in mente fino al 2011, quando decisi di aprire un blog. Non sapevo cosa mai avrei potuto scriverci dentro, sapevo solo che doveva essere azzurro e leggero.

 

Chi c’è dietro Il soffitto si riempie di nuvole?

Norma, 30 anni, perenne indecisa e perfezionista, di fronte alla richiesta di una presentazione si blocca come un cerbiatto che ha appena udito un fruscio tra le foglie, certo della morte imminente.

Questa presentazione in particolare l’ho cominciata, penso, 720 volte.

Sono curiosa, cocciuta, idealista e suscettibile. Il mio ruolo nel mondo è dare risposta alla domanda “Insicurezza e narcisismo sono conciliabili?” 1

Lavoro come copywriter e come barista, a volte nello stesso momento.

Leggo appena posso, cammino sempre, potrei essere presa come testimonial delle linee di autobus della mia città.

Sono afflitta da una lieve ossessione per i quaderni: ne ho uno per ogni occasione. Il mio primo diario risale al 1994. Rileggendoli a distanza di tempo, scopro che ci scrivo dentro quasi sempre le stesse cose: “Cambierò? Migliorerò? Supererò questo e quest’altro? Diventerò all’improvviso una persona meno ansiosa?” 2

Amo i travestimenti, la recitazione e il teatro. Sì, amo anche il palcoscenico, camminare finalmente sulle assi di legno diseguali dopo mesi di prove in uno stanzone, sentire il calore delle luci sulla testa e l’odore polveroso del sipario nelle narici, mettermi nei panni del personaggio, guardarmi allo specchio e riconoscermi. Sì, sono reduce da uno spettacolo, non parlatemi della realtà, è troppo difficile.

 

1 La risposta è naturalmente sì

2 La risposta è naturalmente no

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Il tuo scaffale d’oro

Lo prendo e lo spargo sul tavolo, mescolando le età, facendo incontrare i personaggi tra di loro.

Ci sono Le correzioni di Franzen, Revolutionary Road di Yates, Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Ci sono Anna Karenina ed Emma Bovary. Oh, e c’è Lolita. E Julien Sorel, mio adorato stronzetto, dove ti eri nascosto?

C’è Neil Gaiman che sa sempre in quale mondo portarmi a spasso.

C’è Harry Potter: ho iniziato a leggerlo solo un anno fa, mi chiedo perché non l’abbia fatto prima. C’è Sylvia Plath, sempre e da sempre. C’è Rimbaud, che, anche se non lo leggo da anni, è ancora lì che passeggia mani in tasca, Petit-Poucet rêveur. Ci sono i Wu Ming. C’è Calvino con le sue città invisibili, c’è L’isola di Arturo col suo incanto senza fine.

Ci sono i libri di quando ero bambina, come Piccole donne o qualsiasi romanzo di Bianca Pitzorno, Le streghe di Roahl Dahl, Il Mistero di Agnes Cecilia di Maria Gripe (che ha decisamente vinto il premio di Libro più letto dalla sottoscritta).

 

Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Per motivi che prima o poi mi diventeranno lampanti, tendo a immedesimarmi quasi sempre nei personaggi antipatici e insopportabili. Inizia subito un rapporto d’odio che si trasforma piano piano in comprensione e infine in riconoscimento.

Mi è successo soprattutto con Emma Woodhouse, la protagonista del romanzo di Jane Austen, che mi ha messo di fronte a uno specchio con questa frase:

“Che cosa meritate?”
“Oh, merito sempre il trattamento migliore, perché non ne accetto altri.”

Mi sono sentita e mi sento tuttora Emma Bovary, Julien Sorel, Cathy Earnshaw – irrequietezza allo stato puro.

Alle elementari, invece, mi immedesimavo decisamente in Harriet la spia, la protagonista di Professione? Spia! di Louise Fitzhugh, tant’è che per un periodo me ne sono andata in giro scrivendo sul taccuino ogni cosa o movimento che vedessi, alla ricerca di chissà quali scoop di paese.

Se invece dovessi scegliere il personaggio di una serie, la parte di me più altera e snob sta già trasformandosi in Lady Mary mentre scende la scalinata di Downton Abbey. E lì siamo ben oltre l’antipatia e l’insopportabilità, ma sarei abbigliata benissimo e andrei a cavallo e potrei finalmente alzare il sopracciglio con aria di superiorità di fronte alla maggior parte delle cose della vita – sarebbe bellissimo.

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Termino col personaggio di un film che amo molto: Ofelia de Il labirinto del fauno. Le lacrime che piango quando lo guardo sono per lei e per me.

(Perdonami Manuela, tu mi hai chiesto un personaggio, io te ne ho scritti 79. E pensare che all’inizio non me ne veniva in mente neanche uno!) Ma figurati! Anzi, come sempre, mi stupisco della quantità di cose che abbiamo in comune…)

 

Se il tuo blog fosse una canzone…

Nothing brings me down di Emiliana Torrini. Mi piacerebbe riuscire a trasmettere la stessa dolcezza e purezza, lo stesso incanto.

Invece, se il mio blog fosse il pezzo che ascolto quasi sempre quando scrivo, sarebbe Friends of the night dei Mogwai (messo su in loop fino a che non ho finito, se no l’atmosfera cambia e la qui presente autrice della domenica perde l’ispirazione).

 

Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Ho sempre amato scrivere, ma ammetto con candore che da bambina era più facile. Se la mia testolina pensava a una storia, dopo cinque minuti la mia mano la stava scrivendo. Ho avuto la fase “Storie a tema miominipony” e la fase “Storie del mistero”, in cui impavidi gruppi di dodicenni risolvevano questo o l’altro caso, di solito dopo essere scappati di casa.

Questo rapporto ideale si è incrinato crescendo, quando sono sopraggiunte domande esistenziali come “Ma perché mai dovrei fare lo sforzo di scrivere questa scemenza?”.

L’abitudine di scrivere per me stessa però non l’ho mai persa: non viaggio mai senza il mio diario, bisognerebbe avere sempre qualcosa di sensazionale da leggere in treno, direbbe la mia cara Gwendoline Fairfax.

Per lavoro, mi è capitato di scrivere di qualsiasi argomento, pure di biomagneti e urne funerarie (non necessariamente nello stesso testo).

Sul blog, scrivo soprattutto per desiderio di leggerezza. La domanda di cui sopra continuo comunque sempre a farmela.

La lettura ha seguito all’incirca le stesse fasi: esplosione da bambina, timore misto a senso di colpa crescendo. Ho ricominciato a leggere con tranquillità e gusto solo da alcuni anni. Forse non leggo tanto quanto vorrei, ma non me ne faccio un cruccio. Mi distraggo facilmente e se in testa ho altri pensieri, altre storie o qualcuna delle mie fantamirabolanti idee geniali, non riesco a mettermi col naso su un libro.

Detto ciò, sono una lettrice viziata: a casa ho una sessantina di libri ancora da leggere e sono capace di non trovare nulla che possa concorrere al titolo di Prossima Lettura.

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Progetti in cantiere

Il mio blog è un cantiere perenne, anche se non si vede. Da mesi mi ripeto che devo dargli una sistemata, ma rimando e rimando e rimando. A giugno mi ero promessa che entro settembre l’avrei fatto. No, non fatemi notare che ormai è ottobre.

Ho delle rubriche in mente e vorrei portarle avanti con costanza, che non è di certo una delle mie virtù principali. Ad esempio, ci sono Le guide definitiveLe guide definitive, ovvero: come affrontare cose più o meno pratiche della vita di tutti i giorni se sei una persona poco pratica come la sottoscritta. Però non posso programmarle, perché mi vengono in mente sempre e solo quando è troppo tardi e sto già sclerando e l’unico modo per superare la frustrazione è riderci su scrivendo.

Una rubrica iniziata e subito abbandonata (forse perché nata nel momento sbagliato) è Interviste tra le nuvole. L’idea era quella di andare a trovare persone che mi piacciono che fanno cose che mi piacciono nei luoghi dove le fanno e raccontarle attraverso un’intervista libera e non programmata (quelle che di solito si chiamano chiacchiere). La vorrei riprendere, ma qualcosa mi blocca. Che dici Manuela, riparto? J

Di certo so che continuerò a invitare ospiti per la rubrica I libri dei ricordi, perché frugare tra gli scatoloni dei libri e dei momenti dell’infanzia mi fa sempre sorridere gli occhi.

Una spola di filo blu lunga come la nostalgia

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Lise Sarfati

 

Parafrasando Jane Austen, è una verità universalmente riconosciuta che ogni protagonista maschile sia disfunzionale a modo suo. Sarà che dopo la mia #franzethon sono diventata più sensibile alla loro presenza, ma la realtà è questa: vedo uomini fittizi disfunzionali un po’ ovunque. Uomini incapaci di amare, e poco desiderosi di imparare a farlo (vi ricordate gli #uominichenonsapevanoamare di febbraio?)

Prendete Junior Whitshank, il patriarca della famiglia protagonista di Una spola di filo blu di Anne Tyler: non essendo capace di amare la donna che, un po’ per caso e un po’ per sbaglio, per un errore di calcolo o di distrazione, è diventata sua moglie, vivendo la paternità come una sorta di competizione, una sfida a chi fa meglio per i propri figli, riversa tutto l’amore di cui è capace in una casa.

Una casa, che progetta per un’altra famiglia – i Brill – appartenente a un ceto sociale più elevato, in un quartiere residenziale di Baltimora che sembra a Junior l’habitat naturale per un parvenu come lui stesso. Una casa dal portico di legno dorato, grande, accogliente come un abbraccio. Una casa che cura nei minimi dettagli, senza tener conto dei desideri degli acquirenti, preparandola per sé e per la sua famiglia – Linnie Mae, la moglie bambina dagli occhi d’acqua, e i due figli, che rispondono ai nomi altisonanti di Merrick e Redcliffe.

 

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Lise Sarfati

 

Ecco, avrebbe potuto dire qualcuno. Possibile che tra i misteriosi antenati della famiglia Whitshank ci fossero dei Merrick e dei Redcliffe? Invece no, erano solo nomi che secondo Junior suonavano nobili. Suggerivano origini illustri, magari per parte di madre. Oh, Junior era sempre in cerca dei modi più efficaci di darsi un tono. Eppure li teneva in quella casetta triste a Hampden senza nemmeno prendersi la briga di sistemarla, anche se sarebbe stato in grado di farlo meglio di chiunque altro “Aspettavo il mio momento” disse anni dopo. “Stavo solo aspettando il mio momento, tutto qui”.

 

Puntuale solo come certi inaspettati appuntamenti col destino possono esserlo, il momento di Junior arriva: la signora Brill decide di lasciare quella casa in cui si è sempre sentita estranea. Per i Whitshank arriva così il tanto agognato riscatto sociale, nei confronti del quale tuttavia Linnie Mae rimane fredda e indifferente, covando risentimento nei confronti del marito per averla strappata alla sua casa, al suo quartiere, alla confortante compagnia delle sue vicine, fragrante di chiacchiere e biscotti appena sfornati. La ribellione di Linnie Mae si concentra su un mobile: un dondolo di legno, che fa dipingere di una brillante tonalità di blu all’insaputa – e contro la volontà – del marito Junior.

Junior è furioso: un dondolo blu è pacchiano, comune. Tutto deve essere straordinariamente perfetto nella dimora Whishank: è necessario che la casa e la famiglia si integrino nell’elegante quartiere, e per farlo devono raggiungere quello stadio di asettica eleganza che sembra caratterizzare tutte le dimore – e le famiglie – del quartiere. Il divano torna ad essere di legno biondo, una sorta di vendetta di Junior nei confronti di quella moglie conosciuta troppo presto – Linnie Mae aveva soltanto tredici anni – che gli aveva mentito sulla sua età per poi diventare per lui un peso, quotidiano e ineluttabile. In mezzo al suo risentimento fa capolino un pensiero, improvviso come una nuvola gravida di pioggia in un cielo sereno e soleggiato:

 

Gli aveva rivoltato la vita così come rivoltava un maglione appena lavato per dargli la forma giusta. Forse di quest’ultima cosa doveva essere contento.

 

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Lise Sarfati

 

Il filo blu di Linnie Mae la ricongiunge alla nuora Abby, che con una spola di filo dello stesso colore cuce una sorta di caftano per il fidanzato Red, da indossare nel giorno del loro matrimonio.

Abby e Red si innamorano proprio nella casa di famigli, nella confusione che precede il matrimonio della sorella, Merrick (che ha ereditato la pretese di grandezza paterne) al freddo Tripp, erede delle fortune della sua famiglia.

 

Era un pomeriggio meraviglioso, tutto ventilato, verde-giallo, con un cielo dal blu irreale di un barattolo di crema Nivea. Tra un minuto avrebbe detto a Red che accettava volentieri il suo passaggio per andare al matrimonio. Per ora, però, preferiva aspettare, tenersi stretto al cuore quel pensiero.

 

Abby e Red, soliti e innamorati, restano a vivere a casa Whitshank, legando i loro destini e le loro vicissitudini a quelle della casa: l’arrivo dell’orfano Stem; i problemi col figlio Danny, estremamente geloso della madre, misterioso, incapace di tenersi un lavoro, capace di sparire per mesi e mesi; la morte improvvisa della stessa Abby.

 

“Le case hanno bisogno di essere vissute” disse Red. “Questo dovreste saperlo tutti. Certo, gli esseri umano provocano problemi di usura – pavimenti consumati, gabinetti intasati e cose così – ma non è niente rispetto ciò che accade quando una casa è abbandonata. È come se restasse senza cuore. Si affloscia, si accascia, comincia a sprofondare. Giuro che guardando la trave maestra di una casa riesco a capire se è abitata o meno. Credete che fare una cosa simile a questo posto”?

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Lise Sarfati

 

Anne Tyler racconta la storia di una famiglia. Una storia imperfetta, come imperfette sono tutte le famiglie, fatta di troppo – o di troppo poco – amore, di assenze, di lacrime, di sorrisi, di nascite e morti. Fatta di una ragnatela di rapporti umani così complicati da fare male.

Lo fa in modo così delicato da sconfinare a volte nel superficiale, da fare desiderare al lettore di scavare un po’ di più nel carattere di un personaggio, da lasciare punti interrogativi e dubbi lasciati insoluti da una dissolvenza sfumata, che lascia casa Whitshank ormai vuota, sospesa in un universo parallelo senza tempo.

 

Comunque, si sa com’è quando ti manca qualcuno che ami. Cerchi di trasformare ogni estraneo nella persona che speri di vedere. Senti una certa musica e subito ti dici che potrebbe aver cambiato modo di vestire, essere ingrassato di una tonnellata, aver comprato un’automobile e averla parcheggiata davanti alla casa di un’altra famiglia. “È lui!” dici. “È venuto! Lo sapevamo: noi siamo sempre…” Ma poi senti quanto sei patetico, le tue parole si perdono nel silenzio e ti si spezza il cuore.

 

Una spola di filo blu, Anne Tyler, Guanda editore, trad. a cura di Laura Pignatti

Soundtrack: Fix you, Coldplay

 

 

Un’ora con…Ophelinha

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Questa puntata di Un’ora con è un po’ fuori dalle righe e diversa dalle altre, perché a rispondere alle domande…sarò io 😉

È da tempo infatti che volevo fare un po’ il punto della situazione: parlare di com’è nato il blog, come si è evoluto nel corso degli anni, come vorrei che continuasse a cambiare. Avrei voluto farlo a novembre, in occasione del quarto compleanno del blog, ma eravamo in fase di preparazione del calendario dell’Avvento letterario, un’esperienza molto divertente che spero di ripetere anche quest’anno (voi della ciurma, ci sarete tutti, vero?)

Approfitto dell’occasione anche per parlare un po’ di me: sono schiva, riservata e mi viene sempre più facile nascondermi dietro Ophelinha che far venire fuori Manuela. Voglio provare comunque a mettermi, per una volta, dall’altra parte e provare a raccontarmi. Pronti?

 

1) Impressions chosen from another time: come e perché?

Il mio blog nasce in un brumoso pomeriggio del lontano novembre 2011. Avevo già scritto su altri blog e testate (tipo qui o qui), occupandomi prevalentemente di politica europea; quando poi questa passione è diventata anche un po’ (all’incirca pressappoco) il mio lavoro, ma non nei termini o nelle misure che speravo (quasi per niente), ho sentito la necessità di dare sfogo ad altre passioni che mi rappresentassero maggiormente: la lettura, la letteratura, la scrittura, il cinema, il teatro.

Avevo un numero imprecisato di quaderni pieni di appunti, poesie, racconti, e ho pensato – anche per smettere di perderli – di iniziare a ricopiarli in questa sorta di finestrella virtuale che mi era creata su blogger. Vorrei poter dire che la ragione per cui ho iniziato a scrivere sul blog è qualcosa di eroico, nobile ed elevato, ma non è così: era un pomeriggio di novembre, mi ero ri-trasferita da circa un annetto (dopo aver vissuto a Roma, Londra, di nuovo Roma, di nuovo Londra, di nuovo Roma e una prima volta a Bruxelles), c’era un sacco di nebbia e faceva freddissimo. L’inverno 2011 è stato il secondo inverno più freddo di quelli che ho trascorso in Belgio: ha nevicato fino ad aprile e per me è stata dura abituarmi sia al freddo che a un contesto professionale molto diverso.

Nel primo post ho copiato semplicemente una poesia che avevo scritto a Londra nel 2008, Un altro finale, perché era quello che mi auguravo: di trovare il mio lieto fine, un posto in cui stare bene, un lavoro che mi appagasse, un contesto socio-professionale (e climatico) che mi si confacesse di più. Non l’ho ancora trovato (segno che dovrei ritirarmi nella campagna inglese e fare l’eremita) e mi auguro ancora esattamente le stesse cose, ma da un annetto a questa parte ho iniziato a provarci sul serio, e spero di trovare presto quello che sto cercando.

Il titolo del blog è tratto da una canzone di Brian Eno, By this river, colonna sonora de la stanza del figlio di Nanni Moretti. Amo le canzoni malinconiche (sono un’allegrona), e il testo di By this river è davvero bellissimo, oltre a riflettere lo stato d’animo in cui mi trovavo nel periodo in cui ho aperto il blog (e in cui mi ritrovo a momenti alterni): così confusa e lontana dalle cose importanti per me da sentirmi con la testa sott’acqua, cercando di carpire l’eco di parole troppo lontane per risultare intellegibili (suona drammatico, lo so, ma non lo è: abbiate pazienza, sono una drama queen) .

 

2) Chi c’è dietro Impressions chosen from another time?

Ci sono io, Manuela. C’è Ophelinha, che è nata come una crasi tra l’ineffabile Ofelia shakesperiana, scritta all’inglese (Ophelia) e la malinconica Ofélia Queiroz, eterna fidanzata e mai moglie di Fernando Pessoa. L’incomprensibile grafia vuole essere metà anglofona, metà lusofona: finora quasi nessuno è riuscito a scriverla correttamente, ma non riesco a liberarmene, per ragioni che ora cerco di spiegarvi. Abbiate pazienza, e sopportatemi!

L’eteronimia mi ha sempre affascinato: ho iniziato a studiare il portoghese al secondo anno di università e mi sono innamorata di Pessoa. Ophelinha (Pequena, scritto come nella versione portoghese, perché Pessoa, tra altri nomignoli e vezzeggiativi, chiamava la fidanzata “la sua piccola Ofelia”) è diventata per me un posto felice, un repositorio di cose belle nel quale rifugiarmi e dietro al quale nascondere la mia timidezza (Lucio Battisti usava i suoi ricci, io uso Ophelinha, anche un po’ i ricci, a dire il vero). Ophelinha è un po’ la regina di quelle storie d’amore infelici e contrastate di cui ho sempre voluto farmi paladina, ed è rétro e antiquata quanto basta per piacermi.

Dietro Ophelinha c’è Manuela, timida, disordinata, idealista, donchisciottesca, nevrotica, insonne, perennemente alla ricerca di qualcosa.

Amo leggere, scrivere quando ne ho voglia, viaggiare (specie se si tratta di andare a Londra, il mio posto preferito in assoluto, o se si tratta di andare da qualche parte dove c’è il mare e possibilmente il sole). Amo il teatro (ho fatto parte di un gruppo anglofono fino a due anni fa e mi manca un sacco), la campagna inglese, i frullati di frutta, un buon vino bianco (aziende vinicole, vero che volete farvi sponsorizzare da me?), la focaccia, la musica di Leonard Cohen e di Joni Mitchell (non ascolto solo musica deprimente, lo giuro).

Mi interessano la politica internazionale e il mondo della comunicazione e dei new media, che sto cercando di approfondire, essendo da qualche mese tornata a studiare.

Non amo le polemiche (specie quelle sui social media – a cui comunque sono troppo pigra per rispondere), i posti troppo affollati, la mancanza di gentilezza, l’opportunismo, l’arroganza, il freddo e la neve. Sto cercando di trovare il giusto equilibrio tra l’eccesso di condivisione e l’essere diventata una privacy freak: le cose più belle e personali, però, me le tengo per me, ben strette.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio scaffale d’oro metterei in primis i libri che mi hanno insegnato ad amare la lettura: Piccole donne di Louisa May Alcott, Cime tempestose di Emily Brontë, tutta Jane Austen. Ci sarebbe tanta poesia: Antonio Machado, Juan Ramón Jiménez, Federico García Lorca, Eugenio Montale, Jacques Prévert, TS Eliot, Sylvia Plath, Emily Dickinson, ee cummings, Wislawa Szymborska, Leonard Cohen, Pablo Neruda, solo per citarne alcuni. Ci sarebbero le lettere di Pessoa alla fidanzata e quelle di Sylvia Plath alla madre. Ci sarebbero i racconti di Alice Munro e l’Ernest Hemingway di Addio alle armi, Per chi suona la campana e Fiesta. Ci sarebbe l’incredibile Gabo con le meraviglie di Macondo e l’idilliaca Port William di Wendell Berry. Non potrebbe mancare una rappresentanza russa, Anna Karenina e Lolita in cima al mucchietto. Ci sarebbe un libro che ho amato in un momento particolare della mia vita, L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, qualche biografia e qualche bella saga familiare, tipo I viceré di De Roberto. Non potrebbe mancare qualche testo teatrale – l’Amleto shakespeariano, Casa di bambola di Ibsen, La Locandiera di Goldoni per un amarcord di tutto rispetto. Ci sarebbe Il grande Gatsby, col suo finale che mi fa rabbrividire ogni volta che lo leggo, e L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. Ci sarebbero vecchi amici – La coscienza di Zeno di Svevo, il Coe de La banda dei brocchi e La casa del sonno, Via col Vento della Mitchell, Sostiene Pereira di Tabucchi, nuovi amori – Jonathan Franzen, nuove scoperte – Miriam Toews e Elizabeth Strout.

E ci sarebbe un bel po’ di spazio per i libri che verranno.

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4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Sono un po’ Ofelia, un po’ Rossella O’Hara di Via col Vento: testarda, ostinata, sono bravissima a fare pessime scelte e a rimpiangerle per molto, moltissimo tempo. La mattina del mio ventiquattresimo compleanno ho trovato sulla porta della mia stanza (abitavo in uno studentato) un post-it con l’aggettivo quixotic, e non a torto: ho in comune con Don Chisciotte la tendenza a battermi per le cause perse  e a essere romanticamente idealista (e a sentirmi fuori posto abbastanza spesso).

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

…sarebbe la canzone che gli ha dato il titolo (vedi risposta uno), con un tocco di Famous blue raincoat di Leonard Cohen e di Both sides now di Joni Mitchell (cantata a squarciagola sotto la doccia).

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Con la lettura è sempre andata abbastanza bene, anche se il trucco nel mio caso è trovare il libro che funzioni a seconda delle situazioni, ispirazioni, stati d’animo, livelli di stress e stanchezza.

Con la scrittura è molto più altalenante: non scrivo quando non ne ho voglia, non scrivo quando non ho effettivamente qualcosa da dire. La scrittura – specie quella personale, che non va a finire necessariamente nel blog, almeno per ora – va spesso per me di pari passo con stati d’animo riflessivi e malinconici: per dirla con Luigi Tenco (o Bruno Lauzi, dato che non ci si mette d’accordo sulla paternità di questa citazione), quando sono felice esco.

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7) Progetti in cantiere

Mi piacerebbe tornare a dare al blog un taglio più personale: parlare di letteratura e raccontare storie mettendoci anche pezzi di me. La realtà è che, al momento, scrivo prevalentemente lettere di motivazione da affiancare al curriculum, e, per quanto inizi seriamente a pensare che alla redazione di cv e affini andrebbe dedicato un intero genre, non credo che il mondo sia ancora pronto a canonizzarlo. In definitiva, mi tocca mettermi a ricercare la mia voce eccetera, sperando che il processo non sia troppo lungo o doloroso e che non includa meditazione o affini (ho provato a meditare una volta e sono andata in spin: devo pensare a un posto felice – non mi viene in mente un posto felice – ma ho attaccato la lavatrice stamattina? – ma che ansia.)

Vorrei anche ripetere a dicembre il calendario dell’Avvento letterario e continuare a organizzare iniziative insieme a gente che mi piace.

 

Sono prolissa, lo so. Se siete arrivati fino a qui sotto meritate un premio 😉

 

#uominichenonsapevanoamare

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Disclaimer: quest’iniziativa non rappresenta assolutamente un manifesto neofemminista. Si tratta semplicemente di un gioco letterario, da prendere con tanta ironia, o, come direbbero gli Inglesi, with a pinch of salt.

Buona lettura, e buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat o, più probabilmente, lo ignoriate.

no more

#uominichenonsapevanoamare è nato nel corso di un’allegra e goliardica pausa pranzo di un paio di mesi fa. Ero appena uscita dal tunnel della #franzethon, la mia maratona letteraria dei capolavori di Franzen prima di incontrarlo dal vivo, e avevo scritto su Twitter che, grazie a lui o per colpa sua, ormai vedevo uomini disfunzionali ovunque, nelle pagine dei libri come nella vita vera. Ne è sorta una vivace e scoppiettante discussione privata con un paio di fanciulle che, come scoprirete a breve, mi hanno aiutato a scrivere il post di oggi, condividendo uno dei loro uomini letterari disfunzionali. Pronti a sfogliare il nostro bestiario letterario?

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1. L’uomo che rovina tutto e rimane a leccarsi le ferite (scelto da me medesima)

Chi è? Barney Panofsky, protagonista de La versione di Barney, Mordecai Richler

Ci ho messo un bel po’ a scegliere il mio personaggio letterario disfunzionale. Fresca di #franzethon, avevo pensato a Walter Berglund di Libertà, o Andreas Wolf di Purity; nel corso dei mesi, tra una casella del calendario letterario e un curriculum, ho soppesato cattivoni classici, tipo Gilbert Osmond di Ritratto di signora di Henry James o Francis Troy di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy; ci ho riflettuto, e mi sono fatta una domanda: qual è stato il personaggio letterario maschile che mi ha fatto arrabbiare di più?

E la risposta è stata quasi immediata (e sorprendente): Barney Panofsky, il protagonista de La versione di Barney di Mordecai Richler.

Perché proprio Barney? Perché, grazie alla sua pertinace ostinazione, riesce ad ottenere tutto quello che ha sempre desiderato – la sua Miriam, his heart’s desire – e a rovinare tutto. Perché, dopo una serie di scelte sentimentali a dir poco infelici, la vita gli concede non una seconda, ma una terza chance, e lui riesce comunque a mostrarsi ingrato e a non apprezzare l’enorme fortuna che gli è capitata: innamorarsi a prima vista, totalmente, irreversibilmente, e avere la fortuna di essere ricambiato nello stesso modo.

Perché ha un tempismo da schifo (si innamora di Miriam durante il rinfresco per il suo secondo matrimonio) e la insegue, cercando di convincerla a scappare con lui. Ora, per quanto io trovi la cosa assurdamente romantica, aver mollato neo-moglie e invitati per inseguire una sconosciuta è un atto di egoismo, così com’è egoismo quel suo non lasciarsi andare mai completamente, nemmeno con la sua Miriam: quella continua necessità di provare a se stesso che è ancora burbero, ancora orso, che le sue esigenze vengono prima di quelle di Miriam e dei loro figli. Barney è inoltre incapace di accettare che Miriam voglia svilupparsi anche come persona al di fuori della loro coppia: quando lei torna a lavorare, la gelosia di Barney e la sua incapacità di accettare il cambiamento la allontanano sempre di più. Per completare l’opera, Barney tradisce Miriam: è un’avventura senza importanza, ma suggella di fatto la fine del loro matrimonio. Miriam va avanti, Barney continua ad amarla per tutta la vita, a bere whiskey e piangere quando sente la voce di Miriam alla radio (lavora per un’emittente radiofonica) o quando ascolta Dance me to the end of love di Leonard Cohen. È questa la cosa che mi fa più arrabbiare di lui: ha tantissimo amore da dare, ha un cuore grande, non è burbero e scostante come potrebbe sembrare, ma ha paura di lasciarsi andare completamente, e perde l’unica cosa per lui davvero importante.

Che serva di monito a tutti quegli uomini, letterari e non, che hanno così paura di amare da rinchiudersi nella loro caverna e non accorgersi che, là fuori, c’è tutto un mondo di infinite possibilità, di coincidenze e di prenotazioni per coloro che hanno il coraggio di inseguirle.

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2. Il Sick Boy (scelto da Valentina di Peek A Book)

Chi è? Uno dei personaggi di Trainspotting o qualsiasi altro romanzo di Irvine Welsh

Avete nostalgia degli anni ’90 e siete tipe tutte rave, musica gabber, droghe e sballo? Questi tipi fanno per voi. In tutti gli altri casi: scappate. Sono bellocci e, nei rari momenti di lucidità, sapranno farvi sentire il centro dei loro pensieri, ma, attenzione, solo fino alla prossima crisi di astinenza. Dopo, ogni loro pensiero sarà focalizzato al trovare la loro “dose” di felicità e voi non esisterete più. Patiti di calcio e alcol, fanno parte di quella working class anglosassone che, più che lavorare, aspetta in poltrona che arrivi il prossimo sussidio, ovviamente da spendere in calcio, alcol e droghe. Non lasciatevi ingannare dal bell’aspetto, dall’occhio languido o dall’idea di un amore borderline e non fidatevi di Irvine Welsh, che vi ci fa affezionare un libro dopo l’altro, o in un attimo vi ritroverete con loro, stesi su un binario, a fare “trainspotting”.

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3. L’uomo che non si accontenta mai (scelto da Giulia di La Cornacchia Sepolta)

Chi è? Il Professor Kepesh, protagonista de Il professore di desiderio e de L’animale morente di Philip Roth

“Too many fish in the sea”, cantavano The Marvelettes, “I said there’s short ones, tall ones, fine ones, kind ones, too manyfish in the sea”, e il  Kepesh, bramosa creatura nata dalla ancor più bramosa penna di Philip Roth, quei pesci li vuole tutti. Kepesh è il professore di desiderio, il tipo d’uomo che non riesce a smettere di desiderare e, per quante donne collezioni, non riesce mai ad essere appagato. Essendo estremamente colto ed affascinante, le donne faticano a non finire nelle sue reti. È il tipo di uomo che rifugge la quieta normalità per rincorrere il sempre più lontano Graal della spericolatezza erotica della sua gioventù. È inutile sperare di essere quella che finalmente riuscirà a cambiarlo e a fargli metter su casa: in bilico tra pesca a strascico ed esistenza convenzionale, il tipo Kepesh rifuggirà sempre e comunque la riva a causa del continuo rimpianto per tutte le pescioline che altrimenti non farebbero parte della sua paranza. È tanto fortunato da raggiungere più volte il traguardo della donna e dell’amore della vita, ma continua a superarlo e a girare intorno. In vecchiaia si trasforma in un animale morente, un Von Aschenbach che continua a preferire la perdizione ad una seppur minima scelta, e quello che ci guadagna è solo la morte.

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 4. L’opportunista (scelto da Marina di Interno storie)

Chi è? Nino Sarratore, personaggio de L’amica geniale di Elena Ferrante

Potrei risultare banale con la mia scelta sulla tetralogia di Elena Ferrante, L’amica geniale, ma da un anno a questa parte non ho incontrato alcun personaggio letterario che rientrasse in questa categoria o forse mi sono distratta così tanto da non accorgermene.

In America gli hanno dedicato uno spazio su tumblr, FuckingNino Sarratore, e di certo il protagonista maschile della Ferrante non gode di molti estimatori. Nino Sarratore, pur essendo una presenza quasi labile (almeno nei primi due libri), è quello rivela più di tutti gli altri la sua vera natura, un’evoluzione lenta e sorprendente. Oggetto del desiderio di Elena e Lila, affascinante e sfuggente, appartenente alla borghesia napoletana degli anni ’50, Nino ha, all’inizio, tutte le carte in regole per brillare ma il suo personaggio si compone libro dopo libro in un miscuglio di contraddizioni.

Attratto dall’irruenza e genialità di Lila, finirà poi nelle braccia dell’affermata Elena, dalla quale avrà una figlia, Imma. Ma non saranno le uniche conquiste. Con gli anni affina le sue tecniche seduttive: “amava le donne, certo, ma era soprattutto un cultore delle relazioni utili”. Quelle relazioni che gli permetteranno la grande ascesa politica.

Elena e Lila più volte comprometteranno la loro amicizia, abbagliate dall’amore si accorgeranno troppo tardi dell’inganno quando oramai i giochi sono finiti e le opportunità impossibili da riacciuffare. La sua ambizione divorerà quanto di buono ha creduto e combattuto in gioventù, soprattutto quel padre al quale ha finito per assomigliare nonostante il suo odio. Le medesime dinamiche private si riflettono davanti a tanti spettatori. Da comunista incallito segue il trasformismo della classe dirigente, finendo per abbracciare il socialismo e via via sempre più le correnti di destra: intuisce che il clima sta cambiando e velocemente si adatta alla nuova stagione. Nel 1994 si siede in Parlamento, inserito nell’elenco dei corrotti e corruttori.

Nino è magmatico, è l’attributo che meglio si addice, un vulcano che porta solo distruzione. Non bisogna sorprendersi se un uomo del genere: incapace di amare una o l’altra donna, incapace di amare la Cosa pubblica.

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5. Il vendicativo (scelto da Chiara di Librofilia)

Chi è? Jay Gatsby, protagonista dell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald

Nessuno sa realmente chi sia Jay Gatsby, da dove provenga o che lavoro svolga, ma soprattutto, nessuno sa come e quando sia diventato così ricco, nonostante sulla sua persona circolino tanti pettegolezzi incapaci però di carpire la sua vera essenza o il suo vero nome. Di Jay Gatsby possiamo però dire con certezza che è un bellissimo trentenne raffinato, brillante ed elegante che ama vestire in modo impeccabile e parlare forbito, ma soprattutto che, da quando si è trasferito a West Egg – una zona falsamente elegante e ipocrita, governata dalle sue bizzarre dinamiche e dagli ambigui personaggi che la popolano – non fa altro che organizzare sfarzosissimi party pieni di gente – spesso imbucata – e inondati da fiumi di champagne e di whiskey che mandano letteralmente in visibilio gli ospiti e l’intera area.

Eppure, dietro quella maschera di affabilità e di sicurezza e dentro quel corpo muscoloso e abbronzato, Jay Gatsby nasconde un animo profondamente sentimentale e un cuore spezzato – ben cinque anni prima – dalla cinica e squilibrata Daisy che lo aveva respinto quando era ancora un giovane e povero ufficiale dell’esercito, incapace di garantirle un futuro e una solidità economica.E non a caso, Daisy – che nel frattempo ha sposato un uomo rozzo e bruto – è ora sua vicina di casa e Jay Gatsby fa davvero di tutto per farsi notare e per incontrarla poiché nonostante lo scorrere del tempo, Daisy continua ad essere la sua ossessione e farebbe davvero di tutto pur di riconquistarla.

Raccontata così, sembrerebbe una storia romantica seppur triste e infelice, contraddistinta da un amore impossibile mai del tutto sopito o spento. La verità però è che Jay Gatsby non è realmente Daisy che desidera poiché è dannatamente innamorato di se stesso e di ciò che è diventato nel corso degli anni – e dopo un passato losco e burrascoso – ma soprattutto è ossessionato dal suo sogno di gloria e dalla sua sete di successo e di ricchezza e letteralmente muore dal desiderio di dimostrarlo agli altri e in particolar modo a Daisy, semplicemente per farle capire cosa si è persa nel momento esatto in cui lo ha rifiutato, quasi come se fosse una sorta di romantica e cinica vendetta privata.

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6. L’uomo dal cuore di ghiaccio (scelto da Nellie di Just Another Point)

Chi è? Asterios Polyp, protagonista dell’omonimo graphicnovel di David Mazzucchelli

Asterios Polyp è un architetto che non scende a patti con niente e nessuno, nemmeno il suo destino, figuriamoci l’amore. Composto da linee azzurre, fredde e lineari, AsteriosPolyp è il protagonista dell’omonimo graphic novel di David Mazzucchelli che porta fra le sue tavole un personaggio cocciuto e testardo che si ritroverà, improvvisamente, ad affrontare un viaggio che il lettore può definire di formazione, anzi, di riformazione ritrovandosi Asterios ormai più che adulto. E non è solo questione di cambiare lavoro, casa e sostanzialmente vita, ma sta, soprattutto, nel rimuginare sulle proprie azioni, su ciò che si è perso e su cosa invece poteva cercare di tenere stretto a sé, vicino al cuore. Perché si sa: ci si accorge sempre troppo tardi del valore di chi incontriamo sulla nostra strada.

Asterios Polyp conosce Hana e la sua vita dovrebbe cambiare dopo questo scontro con linee curve e calde che la dolce donna di origini giapponesi porta con sé ma tutto ciò, invece, non accade. Asterios è un architetto, gioca con rette e angoli acuti: non può mica perdere tempo con ghirigori che lo distraggono dalle sue forme cubiche e ben delineate. Eppure Hana è così tenera, sensibile e soprattutto innamorata mentre il nostro esempio di uomo che non sa amare pare proprio non riuscire a cedere, sente qualcosa vibrare da qualche parte dentro di sé ma vuole fingere indifferenza, proprio non riesce a lasciarsi andare a quel battito accelerato che improvvisamente gli scombussola il cuore.

Asterios Polyp è un uomo tremendo, ferisce tantissimo con il suo comportamento che pare sminuire ciò che invece agita profondamente l’animo più delicato di Hana: il suo viaggio lungo le tavole del graphic novel sapranno insegnargli come amare?

heathcliff7. Il capricorno folle (scelto da Irene di LibrAngolo Acuto)

Chi è? Heathcliff, protagonista di Cime tempestose di Emily Brontë

Heathcliff è del Capricorno. Forse è una dichiarazione scioccante, ma sono sicura che sia così. Emily Brontë ha di certo avuto la sfortuna di imbattersi in un uomo del Capricorno e di provare dell’affetto per lui. Niente di più sbagliato e sconsigliato, non solo dalle donne che ci sono già passate, ma anche dall’ordine dei medici e degli psicoterapeuti. Nella parte dedicata ai disturbi di personalità presente sul DSM V, sono quasi certa ci sia un paragrafo sull’uomo del Capricorno. Ce lo dice la stessa Emily che Heathcliff è torvo, suscita brutti sentimenti nelle persone che lo circondano, è incline a non manifestare alcuna emozione (alle volte, se sei fortunata, ti degna di uno sguardo schifato) ed è molto vendicativo. Ebbene, ripensando a Heathcliff, mi è venuto in mente un ragazzo che conoscevo e che mi piaceva anche tanto, prima di scoprire che si trattasse di un caso da manicomio. Questo ragazzo, che chiamerò Marzio per comodità, proprio come il personaggio maschile creato da Emily Brontë, sembrava provasse piacere nel suscitare l’avversione negli altri e in me, nella fattispecie. Faceva di tutto per farsi odiare, oltre che soffocare qualunque emozione emergesse in superficie, cosicché non riuscivo mai a capire cosa provasse realmente. E ditemi o no se non lo è anche Heathcliff, che quando scopre che Cathy è innamorata di lui, sebbene sia intenzionata a sposare Linton per via della loro condizione economica, che fa? Al posto di battersi i pugni in petto e reclamare ciò che è suo – un po’ come avrebbe fatto il territoriale uomo del Leone – se ne va per tre lunghi anni senza neanche una parola. Ma dico, ma sei scemo? E magari c’hai anche il coraggio di incazzarti perché lei, nel frattempo, s’è rifatta una vita?! Arrogante, crudele e completamente folle, come lo era Marzio, per l’appunto.

D’accordo, Heathcliff quando torna – perché, donne all’ascolto, sappiate che non è semplice liberarsi di un Capricorno che non ha ottenuto ciò che vuole – è ricco e quindi potrebbe, secondo il suo ragionamento (che si bada bene dal rendere noto, è il lettore che lo intuisce), sposare Cathy e mantenersi senza problemi. Sì, Heathcliff, bravo, ma due parole alla donna che ami gliele vogliamo dire? Non tutti hanno la chiaroveggenza e la lettura del pensiero tra le proprie capacità.

Heathcliff, proprio perché appartenente alla squadra dei veri Capricorno, è il prototipo dell’uomo incapace di amare, troppo impegnato a cercare di convincerci che vi disprezza, ma potrebbe apprezzarvi qualora vi impegnaste a esaudire ogni suo desiderio.Ammetto che dalla sua ci sia il fascino dell’uomo maledetto… Però, ve lo dico per esperienza, non è abbastanza per sopportare la sua insana follia.

broken heart8. L’uomo zerbino (scelto da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta)

Chi è? Rick Vigorous (David Foster Wallace – La scopa del sistema)

Avete sempre desiderato un uomo che vi ami con tutto se stesso, che abbia occhi solo per voi e, probabilmente, se ne trovate uno l’amore sarà idilliaco (almeno all’inizio). Pensate che questo sia l’unico uomo che non nota le vostre gambe, ma adocchia, con un piacere al limite del feticismo, come le gambe e il vestitino che portate si intonino con le Converse ai vostri piedi o come i capelli si incurvino ai lati del mento facendo assomigliare la testa a quella di un granchio incorniciato da due chele. Insomma, un uomo che si lascia andare ai meccanismi amorosi, che inizia ad amare cose che per lui erano impensabili solo perché fanno parte di voi.

Lo stesso uomo che dopo aver fatto l’amore, vi racconta storie, storie pazzesche, riempiendo il vostro bisogno di verità nel mondo mettendo una parola dietro l’altra.

Il Rick Vigorous della situazione vive della vostra luce riflessa, scambia con voi fluidi vitali per farvi risplendere, mentre la sua autostima è tormentata da dubbi sui vostri possibili amanti e la vita sociale diventa un complotto alla vostra storia d’amore. Paradossalmente il problema del maschio Vigorous è amare troppo, è annullarsi nella vostra identità in quella particolare pratica riconosciuta come lo zerbino.

Non è molesto, né violento, la rabbia è incanalata in improbabili opere scritte e in sogni in cui un non ben identificato servizietto alla Regina Vittoria non va a buon fine.

Segnali di avvertimento potrebbero essere affermazioni come:

La Soglia dell’Unione mi è inaccessibile. Il massimo che mi è dato di fare è dimenarmi freneticamente all’esterno di te. Solo all’esterno di te. Non mi è dato di essere veramente dentro di te. Vicino abbastanza da metterti incinta sí, ma non da consentirti un vero appagamento. Il nostro essere insieme deve lasciarti terribilmente vuota. Nonché alquanto incasinata, ovviamente.”

(David Foster Wallace, La scopa del sistema, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Einaudi, 2010)

Il Rick Vigorous è facilmente influenzabile, non da voi, ma dalle eco immaginarie di chi lo circonda. L’unico nemico che dovrà affrontare sarà lui stesso.


9. Il Carveriano (scelto da Francesca de Il Club dei Libri)

Chi è? Uno dei personaggi dei racconti di Raymond Carver

Il Carveriano è il tipo d’uomo da camicia a quadri, rude, con la barba incolta e un bicchiere sempre in mano. Di alcool ovviamente.

Vede la vita a modo suo e di solito è un modo che non coincide con la visione comune, il che lo porta spesso a compiere scelte azzardate, ad esprimere opinioni che vanno controcorrente, molto contro corrente, al punto che tutti lo guardano di traverso. E come biasimarli. Il Carveriano è un tipo semplice, che ama la vita all’aria aperta e passa il suo tempo libero a pescare nei fiumi dell’Oregon, dell’Idaho o della British Columbia, oppure trascorre le ore libere (soprattutto quelle serali) davanti alla tv con una birra in mano (ricordate? Ama l’alcool) a guardare le partite di football o di baseball. Quando non è a casa e non è a pesca, potete stare certi che sia al bar con gli amici di sempre a fare due chiacchiere e a bere whiskey.

Con le donne il Carveriano non sa bene che pesci pigliare: si sposa perché è così che si fa, ma poi? Come si trattano questi essere complicati?

Eh, bella domanda.

Si prova a buttarla sempre sul sesso, che, si sa, quello aggiusta tutto, ma loro sono talmente diverse, sono talmente strane che non approvano per nulla. Il sesso non è la soluzione a tutto è la frase che le donne preferiscono e che il Carveriano proprio non capisce. E che dire di quelle insoddisfatte, a cui dai tutto ma che sembrano non accorgersi di tutti gli sforzi? Sono delle ingrate e delle egoiste che non vedono più in la del proprio naso. Possibile che non si rendano conto di tutti gli sforzi che quest’uomo fa per loro. Alcune hanno addirittura la pretesa di lamentarsi pensando a quello che hanno perduto quando hanno scelto il Carveriano. Pazzesco. Il Carveriano bambino cresce sperando di essere cambiare il corso del suo destino, di diventare un uomo diverso dal Carveriano standard, lo desidera con tutte le sue forze: qualcuno ce la fa, qualcuno segue le orme dei padri, qualcuno è una via di mezzo che tira fuori la parte migliore di se solo davanti alle tragedie.

Soundtrack: una playlist ad hoc dedicata agli #uominichenonsapevanoamare

Il Calendario dell’Avvento Letterario#13: caro Julio Cortázar

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Questa casella è scritta e aperta da Andrea di Un crotalo al sole

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Grazie a Il Lettore Forte (@Librimmagine) che mi ha segnalato questa splendida illustrazione

Caro Julio,

da troppo tempo non parliamo di libri. T’ho raccontato di me, di dove penso di essere, di come le cose, tutte le cose, siano un diario. Ha ragione Palahniuk, le cose ci osservano e quel che osservano, annotano. Ci pensavo qualche ora fa mentre smontavo gli scatoloni delle decorazioni. Mi si è allungato il viso dentro il riflesso e tutto sommato non ero poi così male. Una specie di ovale oblungo, pallido dentro il rosso imperante, una specie di James Incandenza che vorrebbe scrivere come Arturo Bandini e poi firmarsi Ismaele. Le cose, dunque, mio caro Julio. Le cose somigliano a Bartleby. Le cose annotano. E, se devo dirtela tutta, mi pare che abbiano una qualche dote, una buona consapevolezza formale, una specie di padronanza istintiva del raccontare.

Per esempio, mentre tiravo fuori quel che resta di un albero rimediato coi punti del supermercato, ho lasciato che quella piccola cosa inesplosa deflagrasse col suo bel carico di ricordi di persone passate e case e credenze ed altre piccole emozioni di pessimo gusto. M’accorgo, e questo è bene che tu lo sappia, che mia madre sempre di più stia finendo per somigliare a quella Enid franzeniana, tutta intenta a tenere insieme le cose, a fondere i pezzi, a correggere le linee storte, le deviazioni dalle strade maestre ed a fare esercizi di calligrafia e conformismo riempiendo biglietti d’auguri. Quanto a mio padre, sempre più mi pare un uomo disincantato e quasi arreso, una specie di riflesso distorto dei propri desideri di un tempo. È che, ma questa mio caro Julio è una mia convinzione, a volte ho la sensazione che abbia in sé qualcosa che lo fa somigliare ad un animale morente, ad una macchia umana, ad una specie di pastorale tutta italiana di controllata e metodica decadenza, in qualche modo titanica e per questo stesso motivo un po’ più rassegnata ogni anno. Quanto a me, tu sai bene che cosa m’affligge. Ho questo modo tutto mio d’essere insoddisfatto più o meno di tutto, di sbuffare spostandomi il ciuffo biondo ora a destra ora sinistra. Emma, così dovresti chiamarmi. Per quanto possibile ho tentato di fronteggiare questa deriva.

Ma io non sono Achab. Sono piuttosto, io stesso, una balena bianca, talvolta spiaggiata. Ecco, questo è il nostro piccolo presepe. Ecco, questi sono i nostri capelli d’angelo, qualcuno dorato, qualcuno argentato. C’è un libro che ho letto qualche mese fa ed è un libro di Percival Everett. Lì si parla di un uomo che pare debba morire e che in effetti muore e che, per qualche oscura ragione, resta in vita ed in vita è di fatto immortale. Questi sono giorni in cui si festeggia, in cui si brinda alla vita, alla speranza. Continuo a tirare fuori addobbi, convinto che ci sia una qualche possibilità di mascherare quello che in verità si annida, più o meno nascostamente, in chiunque. Allora, Julio, potresti dirmi, sei ricco, coniglio, perché conosci il senso della paura, perché sei consapevole dell’imperscrutabilità del domani.

La verità, io credo, è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E te lo dico da qui, dallo stipite di questa porta bianca, con un cappello da caccia in testa ed una mezza cicca che penzola pigra dalle mie labbra.

Buon Natale, Julio. Ovunque io sia.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#8: Natale a casa Franzen

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Questa casella è scritta e aperta da Ilenia di Con amore e con squallore.

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“Un ultimo Natale” è l’ultimo capitolo de “Le correzioni”. Quel romanzo di Jonathan Franzen che tutti sembravano aver letto tranne me.

Adesso che conosco anch’io gioie e dolori della famiglia Lambert, mi trovo nella condizione di non poter evitare di parlare proprio del loro Natale, se mi si chiede un intervento a tema, in attesa del fatidico giorno.

Sì, anche a costo di rovinare la festa a tutti. So che non ci sono regole, ma immagino che un calendario dell’Avvento letterario dovrebbe circondarsi di certe atmosfere, magari che si associno bene all’immagine rassicurante di un focolare, di pacchi dalla carta sgargiante e cesti di deliziose noci, giusto? Ora invece arriva la guastafeste che ci racconta della disfunzionale famiglia del Midwest e del loro Natale atroce.

Sbagliato. Perché, rifletteteci, anche i Natali hanno i loro momenti d’agonia. E io dirò, audacemente, soprattutto i Natali.

L’ultimo Natale della famiglia Lambert (che già così non suona proprio benissimo, no?) è l’Evento attorno a cui ruota tutto il romanzo, non a caso si trova in chiusura. È il canto del cigno di un romanzo ambizioso. In particolare, l’epicentro è Enid, la madre, ossessionata dall’idea di riunire tutta la famiglia (tutti e tre i figli ormai adulti, che fanno i conti con le loro vite a pezzi) per un ultimo Natale, prima che tutto crolli.

Questo momento perfetto, a cui tendono tutti gli sforzi di Enid (e dei figli che cercano di realizzare questo suo desiderio), non è che un autoinganno, un ultimo, inutile riparo contro una grande verità: niente potrà essere più come prima. Nessun Natale potrà essere uguale ad un altro.

“Ecco una tortura che i Greci, inventori dei supplizi del Banchetto e del Masso, avevano dimenticato di inserire nell’Ade: il Mantello dell’Illusione. Un bel mantello caldo che copriva l’anima afflitta, senza però riuscire a coprirla del tutto. E ora le notti stavano diventando fredde”.

Per dimostrarvi come il Natale nasconda subdole soprese, devo per forza introdurvi il concetto di“momenti alla Franzen”. Il nostro caro Autore è un maestro nel creare momenti di estremo disagio (spesso mascherati da una feroce ironia) che riescono benissimo ad illuminarci su quanto distanti siamo gli uni dagli altri. La regola principe di ogni “momento alla Franzen” è: il disagio non è mai abbastanza. Qualche esempio?

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Quando ti parlano di affari al supermercato mentre hai un salmone viscido che ti scivola giù per la gamba. Ma i momenti si moltiplicano all’infinito, così come la frustrazione dei personaggi: sopportare la stupidità e l’ottusità altrui annuendo, facendo finta di nulla; ignorare l’egoismo del partner, i figli tirannici, mentre tenti di ascoltare tua madre (che non ascolta te, invece) che ripete fino alla nausea le stesse insignificanti raccomandazioni sulla tua vita.

Queste sono le tribolazioni dei Lambert; ma, in realtà, tutti noi ci prepariamo a scendere in battaglia quando partecipiamo ad un Evento che riunisce tutta la famiglia. E ogni anno nasconde maggiori insidie dei precedenti e molti, moltissimi “momenti alla Franzen”.

Quello zio con cui non avete mai scambiato più di sei parole tutte di fila e che con tutta probabilità potrebbe non conoscere nemmeno la vostra età, figuriamoci intavolare una discussione fluida, che tenta goffamente di capire da che assurdo pianeta proveniate. Rassegnatevi. Per un’altra decina d’anni ancora sarete identificati come “figlio/a di x”. Poi tutta quella valanga di domande :“E il fidanzato? E la laurea? E a Capodanno? Ma quei capelli? La barba quando la tagli?”.

Nel frattempo nel vostro cervello compaiono immagini amorevoli di banchetti familiari alla Shirley Jackson (per chi non ha mai conosciuto questa magnifica donna, chiarisco: sonnifero nello zucchero).

Non so voi, magari siete più fortunati di me, ma a Natale sento sempre (tra le molte, moltissime altre cose belle) una distanza tra me e gli altri. E, più divento grande, più sento aumentare questo divario. E più ti senti diverso, più aumentano i momenti-farsa in cui fingi di ascoltare, seppellisci la tua vita, i tuoi segreti sotto strati e strati di cortese convenzionalità e chiacchiere frivole.

Però c’è un altro tipo di “momento alla Franzen”. Un momento che rende necessario e prezioso qualsiasi Natale. I momenti in cui riesci a vedere attraverso.

I componenti della famiglia Lambert sono davvero insopportabili, irrimediabilmente infelici. E cercano continuamente di correggersi senza successo. Non si accettano perché non si capiscono, non si parlano. Si odiano perché cercano di essere migliori senza mai riuscirci. Franzen è bravissimo nel relegare i loro singolari dolori, le loro delusioni segrete (come in ogni famiglia letteraria che si rispetti, non si parla mai di ciò che è importante ma si finisce sempre a parlare di soldi, cibo e sgabelli per la doccia) ciascuno in ogni capitolo, con il suo punto di vista, la sua prospettiva, per farci capire quanto siano appunto distanti gli uni dagli altri.

Però c’è un passaggio in più. Il Natale. Per un giorno (per poche ore, in realtà), finalmente, sono tutti insieme. E arrivano sia “i momenti alla Franzen” pieni sia di imbarazzi e farse, sia dei nuovi momenti di rivelazione.

“Ma come tanti fenomeni che apparivano belli da lontano – nubi temporalesche, eruzioni vulcaniche, stelle e pianeti – quel dolore seducente si rivelò, a distanza ravvicinata, di proporzioni disumane”.

Sono attimi di autentica comprensione dell’Altro. Certo, durano poco e nascono spesso da un’insopportabile vergogna (non sarebbe Franzen senza una bella dose di imbarazzo). Trovarti davanti alla malattia di un padre (con tutto il corredo di orribili conseguenze che ne derivano, conseguenze piene di viscida, disgustosa, incontrollabile materia organica), ad esempio. Sono momenti rari che ci fanno capire che, se solo smettessimo di volerci correggere, forse, potremmo, anche solo per qualche ora, accettarci. Molte incertezze ci tengono, forse per coincidenza, sotto lo stesso tetto, almeno una volta l’anno.

Ho deciso per questo Natale di lanciarmi due importanti sfide (prendendo ispirazione da questo bel libro):

1) “Se non posso avere la cosa vera, non voglio niente”.

2) Cercare di capire che, come per Alfred Lambert, a volte “l’amore non è questione di avvicinarsi ma di tenersi a distanza”.

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(Le citazioni usate nel post sono tratte da Le correzioni, Jonathan Franzen, trad. a cura di Silvia Pareschi, Einaudi super ET, 2003)

The rules of (literary) dating#2 – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

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Pensavate di esservi liberati dei miei bestiari letterari, vero?

Invece no, perché, se la letteratura è infinita, infiniti sono i personaggi, infiniti i caratteri, infinite le tipologie da imparare a riconoscere e, eventualmente, a evitare.

Purtroppo, la mia capacità di lettura è finita, delimitata dal tempo, dagli impegni, dalle coincidenze e dalle prenotazioni, dalle trappole e dagli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale. Tuttavia, le mie liste di frequentazioni letterarie mi divertono tantissimo, e, dato che uno dei miei (finora fallimentari) buoni propositi PRTDV (post rientro traumatico dalle vacanze) è cercare di concentrarmi di più sulle cose belle, che mi fanno stare bene, tenterò (malgrado la mia patologica avversione alla pianificazione) di aggiornarle di quando in quando, magari stilando anche una lista di personaggi femminili. Va da sé che tutti i vostri suggerimenti sono più che benvenuti, anzi, caldamente incoraggiati, nei commenti al post, sulla pagina Facebook del blog, su Twitter, per email, per piccione viaggiatore, cablogramma o civetta di Hogwarts. Cominciamo?

I'm_Sorry_The_Fictional_Characters_In_My_Head_Recently_Have_Been_More_Important_Than_You_To_me

(Riassunto delle puntate precedenti: Il Mr Darcy (Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen); L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë ; Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell); Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez); Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen); Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë); L’Amleto (Amleto, William Shakespeare) – L’Otello (Otello, William Shakespeare); L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov) – Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj).

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Matthias Schoenaerts as “Gabriel” in FAR FROM THE MADDING CROWD. Photos by ALex Bailey.  © 2014 Twentieth Century Fox Film Corporation
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Tipologia K: Il Gabriel Oak (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Durante l’estate ho letto per la prima volta Via dalla pazza folla, invaghendomi della capacità di Hardy di delineare e dar vita sulle pagine ai suoi personaggi, specie al trittico di protagonisti maschili innamorati della bella e (apparentemente) indomabile Bathsheba Everdene.

Il fattore Oak è quel tipo di uomo che tutte le donne vorrebbero incontrare prima o poi: onesto, leale, con la testa sulle spalle, capace di amare in modo assoluto, genuino, duraturo. Il tipo Oak è inoltre caratterizzato da una silenziosa ostinazione, da una pazienza pertinace che gli consente di aspettare anni (tra un marito deceduto per finta e un quasi fidanzato stalker) prima di ottenere il cuore della sua bella. Il tipo Oak è inoltre generoso e altruista, capace di proteggere e aiutare l’oggetto dei suoi desideri in silenzio, assicurandosi che cada sempre in piedi, senza troppa fanfara, senza aspettarsi qualcosa in cambio.

L’unico neo del tipo Oak è quel filino di prevedibilità e quell’eccessiva disponibilità che a volte lo rende un tantinello noioso, incapace di sorprendere. D’altro canto, nessuno è perfetto, no?

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Tipologia L: Il Mr Boldwood (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Sarei curiosa di sapere a quante di voi (spero poche) sia capitato di avere un ammiratore un po’ troppo insistente e persistente. Alla povera Bathsheba purtroppo è successo: a seguito di uno stupido scherzo di San Valentino, si ritrova a ricevere le costanti attenzioni e l’indesiderata ammirazione del suo vicino di casa, Mr Boldwod. Timido, ritroso, cupo, scapolo incallito, Boldwood scopre per la prima volta l’amore senza volerlo né cercarlo. Il tipo Boldwood è un solitario, abituato a pensare solo a se stesso e per se stesso, incurante dei sentimenti e del gentil sesso. A maggior ragione, quando Cupido scocca la sua freccia avvelenata, l’oggetto dei desideri diventa per il tipo Boldwood una vera e propria ossessione, capace di fargli promettere di aspettare sette anni di vedovanza prima di dichiararsi per l’ennesima volta e addirittura uccidere l’odiato rivale.

Un consiglio disinteressato, lettrici che, per qualche misteriosa ragione, trovate un attaccamento del genere commovente o addirittura meritevole di comprensione/compassione: davanti a un Boldwood, scappate a gambe levate.

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Tipologia M: Il Francis Troy (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Il Troy chiude la trilogia di spasimanti letterari di Bathsheba Everdene. È l’unico che riesce a conquistarla, per una ragione molto semplice: di lei non gliene importa un fico secco. Certo, la trova attraente, ma gli piacciono di più i suoi soldi, che consuma in fretta. Il Troy fa parte di una delle tipologie peggiori di uomini, fittizi e non: è narcisista, innamorato di se stesso, egoista, egocentrico, del tutto incurante dei sentimenti altrui e del dolore che infligge, interessato alle persone solo se gli sono strumentali per raggiungere lo scopo che si è prefisso.

Il Troy è convinto di essere assurdamente romantico; ma le sue pretese di romanticismo sono, letteralmente, assurde. In ogni caso, non illudetevi di riuscire a catalizzare le sue attenzioni su di voi per più di un paio di giorni: il Troy si annoia in fretta.

(Tanto per restare in argomento, fate questo test per scoprire quali delle tre tipologie vi attrae maggiormente. Secondo il mio risultato, sarei attratta da Boldwood: devo iniziare a preoccuparmi?)

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Tipologia N: Il Nathaniel Piven (Amori e disamori di Nathaniel P., Adelle Waldman)

Il Nathaniel P. non sa cosa vuole, ma cerca lo stesso di ottenerlo, incurante delle conseguenze e dei sentimenti altrui. In amore è un vero disastro: ha bisogno di convincersi che una donna sia perfetta per uscire con lei, e quella donna perfetta deve ottenere il sigillo d’approvazione dei suoi amici. È un insicuro, troppo superficiale e concentrato su se stesso e sulla sua vita per potersi realmente innamorare. Il Nathaniel P. è un ragazzo intelligente e privilegiato che si limita a fare un sacco di navel-gazing: letteralmente a guardarsi l’ombelico, metaforicamente ad essere così ossessivamente concentrato su se stesso e sulle sue idiosincrasie da dimenticarsi di osservare il mondo che lo circonda. È inoltre misogino, insofferente delle donne per il semplice fatto di essere donne, con i pregi e i difetti che questo comporta: il bisogno di definire i confini di una relazione, il desiderio ossessivo di parlare della relazione stessa, la spinta ad analizzare ogni stato d’animo e rivivere ogni litigio, l’emotività, la prevedibilità, l’ostinazione, la sottile preferenza accordata alle situazioni e alle cose difficili. Il Nathaniel P. ama invece le cose facili, già pronte, come i pasti precotti, già scartati, riscaldati al microonde e messi in tavola senza che lui debba fare nessuno sforzo.

Dal canto mio, lo piazzo nel mio bestiario come il tipo da evitare a tutti i costi: astenersi fanciulle in cerca del principe azzurro o quantomeno di una frequentazione seria, benvenute perditempo, masochiste ad oltranza, donne col complesso da infermiera e da io-ti-salverò. Un po’ un Wickam dei nostri tempi, insomma, con l’aggiunta di pose e pretese da intellettualoide, o meglio ancora un Willoughby di Ragione e sentimento: per me, le somiglianza tra Adelle Waldman e Jane Austen (alla quale alcuni incauti ed iper-entusiasti blurb l’hanno paragonata) si esauriscono qui.

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Tipologia N: L’Alfred Lambert (Le correzioni, Jonathan Franzen)

La prima tappa (quasi obbligata) della mia #franzethon (una maratona di lettura dell’opera omnia di Franzen in attesa di incontrarlo qui il 18 ottobre) mi ha fatto incontrare uno dei personaggi maschili (secondo me) più sgradevoli: Alfred Lambert, incarnazione della più assoluta incapacità di amare e capire le persone che gli stanno intorno. Misogino, individualista, l’Alfred Lambert arriva addirittura ad essere disgustato dal mero contatto fisico (ne Le correzioni, la moglie Enid deve far finta di essere addormentata perché lui possa avvicinarsi a lei). Incorreggibile solipsista, preferisce vivere da solo, quindi toglietevi dalla testa qualsiasi progetto di coabitazione: la sua casa è chiusa, come il suo cuore. Lettrici avvisate, mezzo salvate.

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thanks+for+being+my+friend+despite+my+obesession+with+fictional+characters

Soundtrack: Tous les garçons et les filles , Françoise Hardy

E se Purity non l’avesse scritto Franzen? (Impressioni di lettura alternative)

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Avete intenzione di leggere Purity, l’ultima fatica letteraria del tanto discusso Jonathan Franzen (per gli amici Franzie)?

Vi darò lo stesso consiglio che vi ho dato quest’estate per l’altrettanto dibattuto Go Set A Watchman di Harper Lee: spegnete il computer, disattivate il 4G, mantenetevi lontani da Twitter, evitate come la peste Goodreads. Rifuggite dal flusso apocalittico di recensioni che stanno infestando il web, e, se ne avete letta qualcuna, dimenticatevela. Insomma, sospendete il giudizio, onde evitare di corrompere la vostra lettura con visioni preconcette e distorte.

Già che ci siete, mettete anche un attimo da parte l’annosa questione dell’Internet e dei social media: ci ritorniamo, eh. Nel frattempo, mettetevi comodi e godetevi quello che Purity è veramente: un romanzo meravigliosamente scritto. Non rischiate che l’autore diventi più grande dell’opera: immaginate che lo scrittore sia un anonimo esordiente, un Pinco Pallo qualunque.

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Il segnalibro è un regalo di Peekabook.it

Se mi seguite su Twitter, saprete che da settembre mi sono imbarcata in un personalissimo triathlon letterario (ribattezzato #franzethon): Le correzioni, Purity e Freedom (si, in quest’ordine). I motivi sono due: avevo solo letto estratti e articoli di Franzie, e già da tempo volevo rimediare; la tempistica era poi particolarmente opportuna, dato che il 18 ottobre Franzie sarà qui a parlare di Purity (e io, ovviamente, sarò tra le prime file, pronta a lanciargli il mio bigliettino da visita e a dichiarargli la mia infatuazione per lui). Sì, perché durante il mio franzethon (ho da poco cominciato Freedom) mi sono innamorata di Franzie, e della sua incredibile abilità di tratteggiare i suoi personaggi, di scavare dentro di essi ed estrapolarne i segreti più reconditi e impensabili, per far arrivare il lettore, in maniera quasi maieutica, a capire le ragioni dietro comportamenti anaffettivi, irrazionali, apparentemente privi di fondamento o di logica.

Tanto per cominciare, Purity è questo: una collezione di umanità spezzata, sofferente, esacerbata dalla ricerca di onestà, dall’ambizione alla purezza, e dalla frustrante impossibilità di raggiungere entrambe le condizioni.

C’è Purity (Pip) Tyler: una ragazza mediamente carina, mediamente intelligente, mediamente interessante, cresciuta in California con una madre misteriosa e iperprotettiva, innamorata di un uomo sposato, più grande di lei, col quale vive in una squallida casa condivisa di proprietà dell’instabile Dreyfuss. Pip ha sulla coscienza $130,000 di debiti studenteschi e il desiderio irrinunciabile di scoprire l’identità di suo padre. Si lascia così convincere da Annagret, un’affascinante tedesca, a partire per la Bolivia e fare uno stage per il Sunlight Project, una fosca organizzazione dedicata alla trasparenza dell’informazione che potrebbe aiutarla a ritrovare suo padre. Conosce così Lui, l’uomo del momento, il carismatico leader del Sunlight, l’uomo più onesto del mondo che lotta per la verità e solo per la verità, uno degli esseri più puri mai esistiti: Andreas Wolf. Anche se allo stesso Andreas e al suo esercito di groupie, rigorosamente donne, fa comodo credere all’irreprensibile reputazione di questo cavaliere senza macchia e senza paura, la realtà non è (quasi) mai quella che si vede: Andreas è un uomo tormentato, che ha costruito la sua carriera di dissidente e la sua fama mediatica quasi per caso, nel tentativo di liberarsi del legame semi-incestuoso con sua madre, che l’ha legato per bene alle sue gonne grazie a una fitta rete di menzogne, nascondendogli la sua infermità mentale e la vera identità di suo padre. Andreas diventa un adolescente arrabbiato, ossessionato dalla masturbazione e dai suoi disegni di donne bellissime e sensuali che elimina subito dopo l’atto, nel tentativo di esorcizzare sua madre e al tempo stesso di mantenerne intatta la purezza genitoriale.

Ai suoi primi tentativi di ribellione, Andreas, il cui padre/patrigno è una personalità di spicco nella Repubblica Democratica Tedesca, viene allontanato da casa e, dopo la pubblicazione di un paio di poesie pornografiche e un’intervista davanti agli archivi segreti della Stasi, presi d’assalto da un gruppo di dissidenti, viene etichettato come loro leader e raggiunge un’improvvisa – e indesiderata – fama mediatica. Il suo sopralluogo negli archivi della Stasi, la sua determinata ostinazione a far venire fuori la verità, nasce dalla necessità di proteggersi, di proteggere il suo segreto: ha ucciso un uomo, apparentemente per proteggere la bella Annagret, di cui è infatuato, ma di cui si stufa ben presto, perché incapace di amare; la verità è che la sua sete di uccidere risponde al desiderio di sangue del suo alter ego, The Killer, un concentrato di rabbia ancestrale e di desideri incontrollabili che a tratti si impossessa di Andreas, condannandolo a un’eterna lotta col desiderio di morte, con la voglia di uccidere sua madre, le donne che gli stanno intorno, la stessa Purity. Andreas è l’incarnazione di questo rapporto di amore-odio con Internet e i social media di cui si è tanto parlato: si avvicina al web per la pornografia, ma poi scopre che la sua persona pubblica – e social – è migliore del suo se stesso tridimensionale; quello che è un labirinto di dolore, sofferenza, rabbia, bugie e follia diventa, nei social e nella rete, il filo d’Arianna che lo conduce a un Andreas Wolf leader carismatico, paladino della verità tutta la verità nient’altro che la verità, fondatore del Sunlight project, che gli procura anche un bel po’ di denaro e svariate ammiratrici/finanziatrici con cui andare a letto.

Fino all’arrivo di Pip, l’unica che sembra capace di redimerlo attraverso un legame di sottomissione assoluta a lui; ma Pip, che pure si rivela misteriosamente attratta dalla parte più torbida di Andreas, dalle sue mani di assassino, alla fine scappa, e diventa solo una pedina per disinnescare un’altra di quelle bombe ad orologeria che rischiano di profanare la santità di Andreas.

franzie 2Tom Aberant (il cui cognome è tutto un programma) è un giornalista vecchio stampo dall’etica professionale integerrima. Crede nei reportage fatti sul campo, nel giornalismo vecchio stile, nelle nottate insonni passate a scrivere pezzi per essere certi che diventino scoop; non crede invece che i social e i vari WikiLeaks e i blogger e gli influencer possano del tutto sostituire questo tipo di giornalismo. Anche l’incorrotto e incorruttibile Tom nasconde un paio di segreti: ha aiutato Andreas ad occultare le prove del suo omicidio. Non ha mai smesso di amare, o meglio, di essere ossessionato dall’ex moglie, l’eccentrica, instabile Anabel, scomparsa da più di vent’anni senza lasciare traccia. Ha una figlia che non conosce, ma che è molto più vicina a lui di quanto potrebbe immaginare. Il pilastro della sua vita, la sua collega e compagna Leila, è sposata con un alcolizzato disabile che non ha il coraggio di abbandonare, anche perché abbandonarlo significherebbe rassegnarsi a essere la seconda donna nella vita di Tom dopo l’eterna, eterea Anabel.

C’è la madre di Pip, che afferma di chiamarsi Penelope Tyler ed essere povera in canna. O forse è una ricca ereditiera, e la vita che si è costruita è una gigantesca menzogna? In ogni caso, la madre di Pip è uno dei personaggi più affascinanti del romanzo. Si rifiuta ostinatamente di riconoscere (e di vivere) la realtà e vive nel suo mondo di finzioni, una bambina intrappolata in un corpo da grande, che concepisce Purity con un unico scopo: creare un essere perfettamente puro (da qui il nome) da amare in maniera perfetta, assoluta e continua, e da cui essere amata allo stesso modo. Cosa che Pip fa, fino a un certo punto, come viene fuori da uno dei pezzi più belli del romanzo:

The cabin was dark. Inside it was the sound of her childhood, the patter of rain on a roof that consisted only of shingle and bare boards, no insulation or ceiling. She associated the sound with her mother’s love, which had been as reliable as the rain in its season. Waking up in the night and hearing the rain still pattering the same way it had when she’d fallen asleep, hearing it night after night, had felt so much like being loved that the rain might have been love itself.

(Il bungalow era buio. Dentro c’erano i suoni della sua infanzia, il picchiettio della pioggia su un tetto fatto solo di tegole e travi nude, senza isolamento o soffitto. Associava quel suono all’amore di sua madre, affidabile come la pioggia durante la sua stagione, Svegliarsi nel corso della notte e ascoltare quel ticchettio continuo, identico al suono che l’aveva fatta addormentare, notte dopo notte, le faceva sentire così tanto di essere amata che la pioggia avrebbe potuto identificarsi con l’amore stesso).

A un certo punto, tuttavia, le bambine crescono e giunge il momento di affrontare la realtà. Pip chiede alla madre di demolire la loro vita di finzioni e bugie e di ricominciare da zero, costruendo un rapporto paritario; Franzen la ricompensa con un finale degno di Grandi speranze, un trust fund e un ragazzo -James – che per una volta non ha il doppio dei suoi anni, con cui camminare verso il tramonto (o sotto le torrenziali piogge californiane, in questo caso).

Avete capito allora qual è il fascino di Purity? Ogni parte è dedicata a un personaggio, e sta al lettore mettere insieme i pezzi del puzzle. Ogni parte è uno straordinario affresco di umanità deforme e sconsolata, destina all’annullamento del sé finché costretta a vivere nella negazione del sé.

La geografia si sposta dalla Germania dell’Est alla Berlino pre e post caduta muro, dalla California a Denver, dal Belize alla Bolivia. Franzen abbraccia un’incredibile varietà di tematiche, dalla doppia faccia dei social media all’onestà intellettuale, dalla persona virtuale alla persona reale, dal sottilissimo confine tra verità e menzogna alla pazzia, dal suicidio agli istinti più brutali nascosti nella parte oscura di ognuno di noi, dalla famiglia all’amore, dal sesso alla morte, dall’ossessione alla fama. Da questo punto di vista, credo possa dirsi il suo romanzo più compiuto, che spazia dalla storia del crollo dell’ex-URSS a WikiLeaks e Assange, filtrando il vissuto storico e i cambiamenti sociali attraverso gli occhi di un’incredibile, variegatissima galleria di personaggi.

Durante la lettura mi sono creata una playlist di accompagnamento: la condivido con voi, e aspetto i vostri suggerimenti per migliorarla ed arricchirla.

Ve l’ho già detto che mi sono innamorata di Franzen, vero?

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Consiglio di lettura: un buon Pouilly-Fumé