Il Calendario dell’Avvento Letterario #3: il Natale di Arturo Bandini

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Questa casella è scritta e aperta da Chiara di Librofilia

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John Fante è uno dei miei autori prediletti e, ogni volta che posso, cerco di spezzare una lancia in suo favore, perché la sua è una produzione letteraria abbastanza ampia, coraggiosa e drammatica, soprattutto perché lo scrittore mette al centro della sua narrativa alcuni elementi cardini tipici all’umanità intera che risultano così universali e ricchi di pàthos, di sentimentalismo e di passione.

Durante la lettura delle sue opere – tra romanzi, racconti e sceneggiature hollywoodiane – c’è stato un romanzo che, forse più di altri, ha colpito la mia attenzione e mi ha permesso di comprendere come alcune contrapposizioni e alcuni paradossi non siano mai così scontati nella vita.

Sto parlando di Aspetta primavera, Bandini, ovvero il romanzo d’esordio di questo autore italo-americano, pieno di sogni e di ambizioni, nato a Denver nel 1909. Il romanzo viene pubblicato per la prima volta  – dopo mille riscritture e tribolazioni – nel 1938 e vede, per la prima volta in assoluto, l’entrata in scena di uno dei personaggi letterari più amati e più controversi della narrativa fantiana ovvero Arturo Bandini, che in fondamentalmente risulterà essere una sorta di alter-ego dello stesso John Fante.

Ma ciò che rende unico questo primissimo romanzo di John Fante, oltre alla presenza di Arturo Bandini, è la sua ambientazione in un’ immaginaria cittadina del Colorado – chiamata Rocklin, che corrisponde  grosso modo alla città di Boulder – talmente fredda e sommersa di neve durante l’inverno che tutti i suoi abitanti attendono con speranza e con trepidazione l’arrivo della primavera. Arturo Bandini e suo padre Svevo l’aspettano anche più degli altri: il primo per tornare a giocare sui campi da baseball, il secondo per tornare a lavorare come esperto muratore.

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Natale a Boulder, Colorado

Eh già, perché Arturo Bandini è un adolescente lentigginoso, arrogante e testardo che sogna diventare il più grande campione di baseball di tutti i tempi, nonostante appartenga ad una famiglia di origini italiane talmente povera e modesta che egli cerca in tutti i modi di nasconderla, soprattutto per colpa di quel padre nervoso e attaccabrighe che, impossibilitato a compiere il proprio lavoro da abile muratore per via della neve e del gelo, preferisce trascorrere le sue giornate ai tavoli di gioco, perdendo tanti soldi e cacciandosi ripetutamente nei guai.

Tutto questo non fa altro che accrescere il disgusto per le sue origini italiane e per la sua stessa condizione e il senso di ribellione e di disagio in Arturo Bandini, dando vita ad una sorta di guerriglia interiore e di perenne frustrazione che il ragazzo serberà in cuor suo.

In Aspetta primavera, Bandini c’è però un elemento che lo contraddistingue dalle altre opere di John Fante, ovvero l’atmosfera bella, calda e avvolgente del Natale che trasuda e che si respira dalle pagine del libro e che è totalmente contrapposta alla condizione di miseria e di povertà in cui versa l’intera famiglia Bandini.

Nel libro è infatti narrato un episodio specifico che si svolge proprio a ridosso delle festività natalizie e che fa trascorrere all’intera famiglia Bandini, il peggior Natale della loro vita, poiché il padre di Arturo Bandini – in un crescente mix di drammaticità e di comicità, per lo svolgersi della scenata – decide di abbandonare il tetto coniugale, per sfuggire alla visita dell’arcigna suocera e piomba direttamente in un pericoloso meandro fatto di alcool, gioco d’azzardo e donne.

Se inizialmente l’assenza dell’uomo di casa è comprensibile e a tratti persino giustificabile per via della sua totale avversione nei confronti della suocera, ben presto diventa invece insopportabile e preoccupante proprio con il passare dei giorni, mandando letteralmente in frantumi l’intera famiglia Bandini e i loro nervi.

A un certo punto, Arturo Bandini si mette sulle tracce di suo padre, nonostante la paura, il timore e la riverenza quasi assoluta che nutre nei suoi confronti.

In fondo, anche questo è lo spirito del Natale o no?

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Luci di Natale a Boulder, CO

Il Calendario dell’Avvento Letterario#13: caro Julio Cortázar

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Questa casella è scritta e aperta da Andrea di Un crotalo al sole

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Grazie a Il Lettore Forte (@Librimmagine) che mi ha segnalato questa splendida illustrazione

Caro Julio,

da troppo tempo non parliamo di libri. T’ho raccontato di me, di dove penso di essere, di come le cose, tutte le cose, siano un diario. Ha ragione Palahniuk, le cose ci osservano e quel che osservano, annotano. Ci pensavo qualche ora fa mentre smontavo gli scatoloni delle decorazioni. Mi si è allungato il viso dentro il riflesso e tutto sommato non ero poi così male. Una specie di ovale oblungo, pallido dentro il rosso imperante, una specie di James Incandenza che vorrebbe scrivere come Arturo Bandini e poi firmarsi Ismaele. Le cose, dunque, mio caro Julio. Le cose somigliano a Bartleby. Le cose annotano. E, se devo dirtela tutta, mi pare che abbiano una qualche dote, una buona consapevolezza formale, una specie di padronanza istintiva del raccontare.

Per esempio, mentre tiravo fuori quel che resta di un albero rimediato coi punti del supermercato, ho lasciato che quella piccola cosa inesplosa deflagrasse col suo bel carico di ricordi di persone passate e case e credenze ed altre piccole emozioni di pessimo gusto. M’accorgo, e questo è bene che tu lo sappia, che mia madre sempre di più stia finendo per somigliare a quella Enid franzeniana, tutta intenta a tenere insieme le cose, a fondere i pezzi, a correggere le linee storte, le deviazioni dalle strade maestre ed a fare esercizi di calligrafia e conformismo riempiendo biglietti d’auguri. Quanto a mio padre, sempre più mi pare un uomo disincantato e quasi arreso, una specie di riflesso distorto dei propri desideri di un tempo. È che, ma questa mio caro Julio è una mia convinzione, a volte ho la sensazione che abbia in sé qualcosa che lo fa somigliare ad un animale morente, ad una macchia umana, ad una specie di pastorale tutta italiana di controllata e metodica decadenza, in qualche modo titanica e per questo stesso motivo un po’ più rassegnata ogni anno. Quanto a me, tu sai bene che cosa m’affligge. Ho questo modo tutto mio d’essere insoddisfatto più o meno di tutto, di sbuffare spostandomi il ciuffo biondo ora a destra ora sinistra. Emma, così dovresti chiamarmi. Per quanto possibile ho tentato di fronteggiare questa deriva.

Ma io non sono Achab. Sono piuttosto, io stesso, una balena bianca, talvolta spiaggiata. Ecco, questo è il nostro piccolo presepe. Ecco, questi sono i nostri capelli d’angelo, qualcuno dorato, qualcuno argentato. C’è un libro che ho letto qualche mese fa ed è un libro di Percival Everett. Lì si parla di un uomo che pare debba morire e che in effetti muore e che, per qualche oscura ragione, resta in vita ed in vita è di fatto immortale. Questi sono giorni in cui si festeggia, in cui si brinda alla vita, alla speranza. Continuo a tirare fuori addobbi, convinto che ci sia una qualche possibilità di mascherare quello che in verità si annida, più o meno nascostamente, in chiunque. Allora, Julio, potresti dirmi, sei ricco, coniglio, perché conosci il senso della paura, perché sei consapevole dell’imperscrutabilità del domani.

La verità, io credo, è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E te lo dico da qui, dallo stipite di questa porta bianca, con un cappello da caccia in testa ed una mezza cicca che penzola pigra dalle mie labbra.

Buon Natale, Julio. Ovunque io sia.

Cortázar

Un’ora con… Irene Daino di LibrAngolo Acuto

Irene – che molti di voi conosceranno come Nereia, crudele e irresistibile stroncatrice di copertine brutte su LibrAngolo Acuto – ha risposto alle mie domande esordendo con “scusa se è tipo l’intervista più lunga che tu abbia mai fatto. My fault, sono logorroica seriamente”, cosa che me l’ha resa ancora più simpatica, perché le sue risposte sono tutto tranne che logorroiche: sono brillanti, sincere, spontanee. E questa è la cosa bella del conoscersi, no? Parlarsi senza troppi artifici, senza preoccuparsi di sembrare una cosa o quell’altra: essere se stessi, nella scrittura come nella vita di tutti i giorni. Da quello che leggo, mi sembra che Irene riesca a farlo egregiamente.

Potete leggerla anche su Agenda Geek (www.agendageek.it), dove scrive sempre di libri ed editoria.

Irene

 1) LibrAngolo Acuto: come e perché

Una delle cose che mi dicono più spesso è che io sia brava a scrivere, anche se non ci ho mai creduto realmente. Non perché non mi fidi della gente, ma perché il concetto di “ben scritto” è variabile. Nel 2011, quando ho pensato di metter su un blog, ne seguivo già diversi, di belli e di brutti, sempre a tema letterario – passami il termine.

Seguivo più intensamente quelli di blogger che recensiscono libri che io non apprezzo particolarmente. Il motivo era semplice: possibile che loro, che leggevano libri spesso oggettivamente brutti, potessero farlo e io no? Potessero parlarne tranquillamente con altre persone? In fondo anche io ero stata, seppur per poco tempo, una utente di My Space. In quello spazio scrivevo racconti, romanzando la mia vita privata. Non avevo mai scritto di libri, ma non poteva essere più difficile che rendere migliore la propria vita agli occhi miei – che la inventavo – e degli altri. E in fondo, a detta degli stessi altri, ero anche brava a scrivere. Così l’ho pensato e creato, senza renderlo pubblico. Non aveva niente, neanche un nome. Aveva la struttura e la pagina fissa che spiega chi sono. È stato un embrione per qualche mese, volevo che fosse fatto bene, che avesse un nome e una struttura sensati. E poi non lo so come mi è venuto in mente di chiamarlo LibrAngolo Acuto, non ricordo il frangente esatto. Ricordo solo che, dentro di me, questo nome aveva perfettamente senso. L’angolo dei libri, per cui LibrAngolo, ma anche Acuto. In fondo l’angolo può essere anche acuto, no? Ed essere acuti vuol dire essere perspicaci. L’angolo acuto dei libri. Mi sembrava – e mi sembra tutt’ora – completamente sensato. Qualcuno mi ha confessato che non è esattamente intuitivo ma che importa. In fondo ha senso per me.

2) Chi c’è dietro LibrAngolo

Oddio, ho il terrore delle presentazioni. Mi sento sempre a una roba che è un perfetto mix tra un focus group e Ok, il prezzo è giusto. E poi non so mai che dire, ti ritrovi a elencare delle cose di cui in effetti non frega niente a nessuno. Che gli frega, a quello che manda avanti il focus o, nella peggiore delle ipotesi, ai telespettatori di dove passi il tuo sabato sera e di come ti smangiucchi le pellicine quando sei nervosa? Ma supererò questo scoglio. Ho 30 anni, mi tingo i capelli perché il mio colore naturale mi mette tristezza, mi piace l’autunno, mi piace il mare d’inverno. Sto bene con gli altri, ma anche sola con me stessa, sto meglio in compagnia degli animali. Sono aracnofobica e mi innamoro sempre della persona sbagliata. Sono spesso quella che ama, molto meno spesso quella amata. Mi piacciono i film tristi, adoro i romanzi lunghi. Sono logorroica, soprattutto quando scrivo. Mi commuovo troppo spesso, adoro i ninnoli e i fiorellini e i vestitini con il pizzo. Mi piacciono i fiocchi, ho tre tatuaggi e prima di abbracciare il dolce far niente facevo la copywriter.

3) Il tuo scaffale d’oro

Che domandone. Difficile rispondere. Non dirò libri a caso, anche se spesso molti di quelli che inserisco tra gli “irrinunciabili” mi rendo conto, a posteriori, che erano irrinunciabili solo riferiti a quel preciso momento. Uno che non cambierà mai è C’era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell’isola di San Giulio di Gianni Rodari. Non so elencare le volte che l’ho letto ma, credimi, sono davvero tantissime. Il secondo irrinunciabile è Jane Eyre, seguito da Cime tempestose. E poi Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Lucky di Alice Sebold, Chiedi alla polvere di John Fante. E mi fermo qui perché altrimenti ne nomino a migliaia e non diventa più uno scaffale ma una cantina d’oro.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Amélie Poulain, un po’ disadattata nel suo essere così naïve e gentile in un mondo abitato da persone che, spesso, non meritano alcun atto di gentilezza. Mi piace Amélie perché ci crede ancora nel genere umano, perché si emoziona ancora per le piccole cose, perché è una pura di cuore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Sarebbe Occhi bassi dei Tre allegri ragazzi morti. Anche se, forse, è più la canzone di Nereia che quella del suo blog. Forse questa domanda è più difficile di quella sullo scaffale d’oro. Sì, perché sto cominciando a parlare di me e Nereia come fossimo due cose distinte e non è un buon segno. (Irene, lo faccio anch’io con Ophelinha, se ti consola)

6) Il tuo rapporto con la scrittura/lettura

Con la scrittura ho sempre avuto un rapporto difficile, fatto di alti e bassi. Fare la copywriter è stato più difficile di quanto immaginassi. Perché, per chi non scrive, non è possibile immaginare che cosa significhi scrivere quando non sei dell’umore adatto o, peggio, quando devi trattare un argomento che non ti piace. Mi occupavo di automobili – cosa di cui, non mi vergogno a dirlo, non me ne può fregare di meno – e quando dovevo star lì e cercare di rendere accattivante qualcosa che riguardava un veicolo commerciale – immagina l’entusiasmo – mi stressavo non poco. Avevo certi mal di testa a fine giornata che non hai idea. Per il blog funziona allo stesso modo che con le automobili, più o meno, con la differenza che l’argomento mi interessa. È l’umore che non è sempre dei migliori.

Con la lettura, invece, va decisamente meglio. Perché cambio libro a seconda dell’umore. Ciofeca quando sto male, libro intenso quando sono triste, romanzo normale quando ho il mio umore di sempre. E quando la testa è annebbiata da troppi pensieri, spazio agli young adult che se sono ridicoli è anche meglio. E pensare che un tempo ero una persona seria, leggevo molta meno spazzatura.

7) Progetti in cantiere

Progetti tanti, tantissimi. Mi vengono sempre in mente delle cose che potrei fare, ma poi mi mancano i mezzi oppure, spesso, vince la pigrizia e la tendenza a fare le cose alla cazzo di cane. Posso dire cazzo, vero? (Si, Irene, puoi dire quello che vuoi).

Tra tutti c’è quello di incrementare le rubriche sul blog, non solo dedicate ai libri brutti – anche se la tentazione di specializzarmi in quel settore è forte.

Allo stesso tempo, però, mi piacerebbe che il blog fosse leggermente più professionale, senza che questo significhi annullare del tutto l’ironia con la quale affronto il brutto e la sciatteria editoriale. Però, ecco, vorrei migliorarlo anche nell’aspetto grafico per renderlo meno chiassoso. Per l’aspetto grafico, però, devo aspettare un po’: non sono ancora pronta ad abbandonare il mio adorato ET e forse non lo sarò mai.

E adesso che si fa, normalmente ci si saluta? Ma sì, vieni qua ragazza, fatti abbracciare! È stato un piacere 🙂

(Anche per me, darling)

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Un’ora con…Chiara Ruggiero di Librofilia

librofilia-immagineNon potete non farvi piacere la blogger che vi presento oggi.
È calabrese (come la sottoscritta), ama il mare, la birra (meglio se al mare), il rap, la letteratura americana, e nutre una viscerale passione per quel gran figo di John Fante.
Quindi, se non correte subito a sbriciare tra e pagine del suo blog, Librofilia.it, it’s your loss, mates. Io vi ho avvertito.

1) Librofilia: come e perché?

Dopo aver collaborato per anni con diversi portali letterari e dopo aver sparso in giro per il web un po’ di articoli vari, nell’agosto del 2012, dopo una lunga e travagliata gestazione, nasce Librofilia perché desideravo possedere uno spazio tutto mio nel quale far confluire la mia roba e dove potermi finalmente esprimere in modo libero, anarchico e senza particolari vincoli o condizionamenti. Librofilia rappresenta quindi la mia inclinazione verso i libri e verso la lettura ma soprattutto rappresenta il mio modo di essere.

2) Chi c’è dietro Librofilia?

Questa è una domanda che spesso mi pongo anche io ma quasi mai ottengo risposte valide. Non amo molto parlare di me perché non ne sono tanto capace, preferisco che siano gli altri a farlo, in bene o in male. Nel complesso posso dire che dietro Librofilia c’è Chiara – compresi difetti e contraddizioni – e dietro Chiara c’è Librofilia. Semplice no?

Dico solo che ho tre grandi passioni: i libri – specialmente la letteratura nordamericana – il rap e la birra.

Colleziono tappi, etichette e bottiglie di birra, segnalibri dal mondo e snow globe.

3) Il tuo scaffale d’oro

Il mio scaffale d’oro è quasi totalmente occupato dalla letteratura nordamericana ed è davvero molto variabile soprattutto perché sono molto curiosa e mi piace misurarmi sempre con nuovi autori. Diciamo che la mia triade perfetta è comunque rappresentata da John Fante, Richard Yates e Raymond Carver.

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4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Il personaggio letterario con il quale mi immedesimo particolarmente è ovviamente Arturo Bandini, il protagonista dell’omonima tetralogia di John Fante, perché è ribelle, bizzarro, disadattato, ossessionato dal suo obiettivo, apparentemente egoista e pieno di sé ma in realtà fragile, impaurito e romantico a suo modo.

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Se il mio blog fosse una canzone potrebbe essere “Io scriverò” di Rino Gaetano ma allo stesso tempo, dovendo fare i conti con la mia vena rap, direi “Bisogna scrivere” di Fabri Fibra. Il messaggio delle canzoni è grosso modo simile seppur espresso in due modi apparentemente differenti. Dovendo fare invece un discorso più ampio e dovendo esprimere tutta l’attitudine e il modo di vedere di Librofilia dico: “Che tempi” di Fabri Fibra.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Il mio rapporto con la scrittura e con la lettura è totalizzante, nel senso che di entrambe le cose ne faccio quasi sempre una ragione di vita o di morte, seppure, come ogni rapporto totalizzante, preveda degli alti e dei bassi. Quando leggo, prendo appunti di ogni sorta che annoto su taccuini di ogni forma e dimensione che accumulo in modo compulsivo. Di sicuro non ho ambizioni letterarie perché adoro stare dall’altra parte della barricata ovvero dalla parte del lettore poiché credo che di questi tempi in cui tutti scrivono e pubblicano qualsiasi cazzata, essere lettori dotati di un giudizio critico – seppur non accademico – è più difficile che dirsi “scrittori”.
Solitamente appena termino una lettura mi piace scriverne subito perché temo che le sensazioni – negative o positive – evaporino e difficilmente inizio a leggere un nuovo libro se prima non ho scritto del precedente. Sono inoltre molto critica e insoddisfatta nei confronti di ciò che scrivo e di ciò che leggo e di come lo leggo, perché ho sempre paura che qualcosa mi sia sfuggito.

Mi preme però sottolineare il fatto che il mio rapporto con scrittura e con la lettura subisce molto l’influenza della musica che amo cioè il rap, poiché questi mondi apparentemente diversi fra loro sono in realtà per me molto simili, imprescindibili e indivisibili fra loro, come in una perfetta sinergia. Il rap – quello vero e fatto bene – è pieno di riferimenti culturali e molti scrittori – quelli veri e che scrivono bene – specie negli USA amano il rap. Avete già letto cosa diceva tempo fa Michael Chabon a proposito di Kendric Lamar?

7) Progetti in cantiere

Non ho particolari progetti in cantiere legati a Librofilia o meglio non li programmo, di certo mi piacerebbe dar vita a nuove rubriche e proporre contenuti sempre più interessanti. Allo stesso tempo mi piacerebbe creare un giorno, una sorta di “collettivo” di blog letterari, raccogliendo solo il meglio della rete e dove ogni blogger può dire la propria pur mantenendo alta la propria individualità e quella del proprio blog.In caso contrario, mi accontenterò di trasferirmi in un’isoletta di un qualsiasi arcipelago greco e trascorrere tutto il tempo a leggere e ad osservare il mare e lo scorrere del tempo.

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When you love a book because of who’s from (libri e feticismi)

Yes, I got away. I made it when I was not yet twenty. The writers drew me away. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. Trapped and barricaded against the darkness and the loneliness of the valley, I used to sit with library books piled on the kitchen table, desolate, listening to the call of the voices in the books, hungering for other towns.

— John Fante – The brotherhood of the grape


fantefante1 Ho letto qualche tempo fa quest’articolo su BuzzFeed Books. L’autrice, Helen Rosner, sostiene che condividere un libro è più intimo di un bacio, e che molto spesso amiamo un libro anche – e soprattutto – per via di chi ce l’ha suggerito, prestato, regalato.

Scrive la Rosner: Like a kiss, like a crush, like love itself, opening a book at someone else’s suggestion is simultaneously a solitary act and a shared one: We may travel these paths alone, but we visit common territory. When someone you love tells you about a book that he loves, it’s an act of revelation —intentional or not — that’s as intimate and vulnerable as being handed the keys to his childhood home. He’s telling you where he’s been, but even more than that, he’s trusting you to explore it on your own, knowing your steps will fall where his once did. (And oh, the thrilling signs and wonders that attend reading his own copy of the book: There’s a strange and profound power to holding the very same object in your hands that he once held and — by the same portkey — reaching, separately but identically, the same destination.)

(Come nel caso di un bacio, di un’infatuazione, dell’amore stesso, aprire un libro che qualcuno ci ha consigliato è al tempo stesso un atto solitario e condiviso: viaggiamo da soli, ma visitiamo lo stesso territorio. Quando qualcuno che amiamo ci parla di un libro che ama, ci rivela – che lo voglia o meno – qualcosa di così intimo, così vulnerabile, quasi come se ci avesse messo in mano le chiavi della casa dove ha trascorso la sua infanzia. Ci sta raccontando dov’è stato, anzi di più: si sta fidando di noi al punto di lasciarci esplorare da soli i sentieri che ha già percorso, ripercorrendone i passi. (E le meraviglie e le sorprese nascoste nella sua copia del libro, il profondo, misterioso fascino nascosto nel tenere in mano lo stesso oggetto che lui ha tenuto in mano, la possibilità di raggiungere la stessa destinazione, utilizzando lo stesso lasciapassare).

La Rosner parla di una copia de Le correzioni di Jonathan Franzen, prestatale dalla persona di cui era innamorata. Descrive il senso di necessità della lettura, quel non poterne fare a meno, quel bisogno di andare avanti. Non quella lettura dosata, centellinata, come una passeggiata al parco, ma una lettura vertiginosa, vorace, impetuosa, una maratona. Non c’è tempo per accarezzare le parole: la Rosner ha necessità di divorarle, inghiottendole senza masticarle, per mettersi al pari con lui, per mettersi nei suoi panni, per cercare di capire come lui si possa essere sentito, leggendo, sottolineando. Basta un’orecchietta, un punto interrogativo appena abbozzato a far precipitare la lettrice in un oceano di dubbi: cosa avrà provato, lui, leggendo questo passo? Si sarà soffermato sulla melodia delle allitterazioni, sulla struttura convoluta della sintassi, sulla bellezza ossessiva e inquietante di una parola? Il libro diventa allora un trait d’union, uno strumento-feticcio, un modo per sentirsi più vicini a qualcuno in absentia, per cercare di conoscerlo meglio, per cercare di capirlo. Per innamorarsi di lui da capo, ancora una volta, attraverso le parole di una storia che l’ha segnato, che gli ha lasciato qualcosa dentro.

Poi c’è il tatto: sfiorare le pagine che lui ha sfiorato, accarezzare le orecchiette, quelle volute e quelle casuali, distratte. Il colore della carta. L’odore delle pagine. Un segnalibro dimenticato. Uno scontrino, un post-it, un pezzo di carta, un biglietto del tram, un biglietto da visita con una macchia di caffè. Pezzetti di un puzzle che assume una forma e un significato diverso, assorbito nel tempo e negli umori della storia che si sta leggendo: un tempo parallelo, alternativo, un tempo lieve, leggero, una dimensione in cui ci si può ancora ritrovare, dopo essersi persi, a lungo.

Il mio Jonathan Franzen è John Fante, le mie Correzioni sono una vecchia copia di The Broterhood of the Grape, regalatami da qualcuno che mi ha informato senza mezzi termini che non potevo affermare di conoscere o amare la letteratura americana senza aver mai letto Fante. La carta è ormai giallognola, riempita di annotazioni in una grafia irruente, distratta, vitale, disordinata. E Henry Molise avrà per me sempre gli occhi felini, l’andatura dinoccolata, la risata roca, e un bicchiere di Chianti avrà sempre per me quel sapore amarognolo di disillusione, quella consapevolezza che non era un vino che faceva per me, che tra l’altro il vino rosso mi fa male. Ma ho voluto provarlo, a tutti i costi. Perché sono testarda, o forse, semplicemente, perché era il momento di berlo. fante2

“Nor did he give a damn for the world either, or the universe, or heaven or hell. But he liked women.”

 

― John Fante, The Brotherhood of the Grape