Port William, un posto al mondo

wendellberry

Trovare il proprio posto nel mondo è uno dei compiti più difficili da eseguire.

Un posto da chiamare casa, che possa offrire rifugio e consolazione.

Un posto a cui tornare, che faccia sentire sicuri, protetti.

Un posto in cui capire chi si è, e imparare ad esserlo, giorno dopo giorno.

Per i personaggi nati dalla penna magistrale di Wendell Berry quel luogo è Port William, cittadina immaginaria del Kentucky la cui geografia è una geografia dell’anima. Ogni famiglia che la abita ha dato qualcosa di sé a Port William, definendone i confini grazie a linee immaginarie di storie e alberi genealogici, stabilendone l’ossatura a forza di case e fattorie, casupole sul fiume e campi coltivati o abbandonati all’incuria, per caso o per una serie di sfortunati eventi.

Port William è i suoi abitanti, quei personaggi cari all’immaginario del lettore di Berry e destinati a far breccia anche nell’immaginario del neofita: la dolce, coraggiosa, giovanissima Hannah (poi Coulter), che affronta la prima gravidanza nell’angoscia dell’attesa del marito Virgil, disperso in guerra; il barbiere Jayber Crow, mite e riflessivo, punto di riferimento di tutte le teste di Port William, in senso letterale e figurato; il vecchio zio Jack Beechum, tanto orgoglioso e testardo quanto leale nei suoi affetti e nella sua dedizione agli amici; i coniugi Crop – Ida e Gideon – devastati dalla morte della figlioletta Annie, vittima di un’alluvione; il tormentato Ernest Finley, divorato da un amore tanto silenzioso e impossibile quanto inesorabile e distruttivo.

Tutti questi personaggi, e la stessa Port William, ruotano intorno ai coniugi Feltner, Margaret e Mat, la luna e il sole dell’intera comunità, un porto sicuro in caso di bisogno, un rifugio per tutti coloro che si sentono persi, o hanno perso la speranza. A casa Feltner tutto, anche la tragedia più inspiegabile – la scomparsa in guerra dell’amatissimo figlio Virgil, la morte della piccola Annie Crop, le sciagure provocate dall’alluvione, il dolore di Ernest, fratello di Margaret – diventa un fardello sopportabile. L’ordine, la tranquillità, la serenità nell’esecuzione di compiti e gesti quotidiani, la dignità nell’elaborazione e nella sopportazione del lutto, la disponibilità a dare una mano a chi ne ha bisogno, l’amore viscerale per la terra: queste sono le colonne portanti della vita dei Feltner, e della comunità di Port William tutta per estensione.

Mat e Margaret incarnano lo stesso ideale di comunità delineato da Berry nei suoi scritti: il fare parte sempre e comunque di un insieme unitario, in cui nessuno viene lasciato indietro, anche quando sbaglia, anche quando è troppo debole e scoraggiato per combattere. Non esistono ultime ruote del carro, e nemmeno ruote di scorta: ogni parte dell’insieme è importante, ed è essenziale per il suo armonioso funzionamento.

Quando Gideon Crop impazzisce per la morte della piccola Annie e scappa di casa, Mat organizza una rete di aiuti per l’orgogliosa e dignitosa moglie Ida, per fare in modo che possa mandare avanti la fattoria di famiglia. Insieme si ricordano i ragazzi partiti per la guerra e mai più tornati; insieme si resta incollati alla radio per cercare di comprendere l’indescrivibile orrore di Hiroshima; insieme si festeggia, con dolceamara e forzata, ma al tempo stesso incontenibile, euforia la fine di quella guerra che sembra sempre più priva di ogni logica e razionalità.

(Mat) Per tutto il pomeriggio è stato perseguitato dalla consapevolezza incompiuta della bomba e della città distrutta. Ha avvertito la propria mente che cavalcava la cresta della storia come un uomo su un guscio di noce, in una violenza di puro effetto, come se il senso della guerra, separatosi molto tempo prima dalla propria causa, ora sfuggisse a ogni comprensione e procedesse per suo conto. Ha avuto l’impressione che alla fine, senza che lui se ne accorgesse, quegli anni di violenza sono arrivati dov’erano diretti non per ragioni o motivi o desideri umani, ma per la logica della violenza stessa. E tutti gli eventi della guerra sono di colpo trasformati dal loro risultato, anche se non sa ancora dire come e quanto”.

Nel contesto di una comunità così unita da sembrare indissolubile, da assumere i contorni di una rete di solidarietà che attenua la caduta di tutti, il silenzioso, solitario suicidio di Ernest Finley assume un’eco ancora più tragica, rivestendosi di un’incomprensibile, drammatica assurdità.

Ernest, tornato dalla guerra con un piede mutilato, investe tutte le sue energie nel lavoro di falegname e nel tentativo di andare avanti come se niente fosse successo e non avesse nessuna disabilità.

All’inizio dell’estate del 1919, quando Ernest alla fine era tornato a casa dopo la guerra, i genitori erano ormai morti e la loro casa era stata venduta. Port William si era abituata alla sua assenza e lui era tornato a casa diverso.

Aveva subito una grave ferita complicata fin all’inizio da un’infezione, e la guarigione era stata lenta e dolorosa. Dopo il congedo aveva passato quasi un anno intero in ospedale. Alla fine, gli avevano riaggiustato il piede alla meglio e quella era stata la cosa più difficile da accettare, una volta guarito: per lui essere curato significava soltanto che sarebbe rimasto storpio. Le ossa e i tendini sbriciolati erano stati rimessi insieme in una mutilazione irreparabile per consentirgli di guarire e vivere. Non c’era ragione, gli dissero, perché non potesse condurre una vita normale. Naturalmente sarebbero stati necessari alcuni aggiustamenti.

Eppure, quando si era apprestato a lasciare l’ospedale, mentre cercava di recuperare la perdita servendosi delle stampelle come in un impossibile problema di meccanica, era consapevole di aver subito una sconfitta. E sapeva che si trattava di una sconfitta evidente e definitiva che non ammetteva guarigione o rivincita, che non contemplava illusioni che ne mitigassero l’immutabilità. E più che da qualsiasi altro luogo in cui era stato, aveva fatto ritorno a Port William soprattutto da quella sconfitta”.

Mentre Ernest lavora a casa di Ida Crop, coinvolto nella rete assistenziale stesa da Mat, si innamora di lei, anelando ossessivamente ogni giorno di più alla vicinanza della bella, dignitosa, riservata Ida. Tuttavia, Ernest si rende presto conto del fatto che la sua dirompente, assoluta passione non può essere ricambiata: Ida non ha occhi che per il marito, di cui attende il ritorno con una fede incrollabile. Quando Gideon le scrive di essere pronto a tornare a casa, Ernest non riesce a tollerare il pensiero di quella rinnovata prossimità e si toglie la vita.

I coniugi Feltner riescono a superare il vuoto immenso di una perdita continua, come un’emorragia grazie al loro reciproco esserci l’uno per l’altra, quel noi che hanno costruito e cementato nei decenni, con fatica e con amore.

Le parole di Margaret gocciolano su di lui come acqua e luce. Dolente e illuminato, ora si sente pronto a riavvicinarsi a lei. Scuote la testa.

Adesso lei lo invita chiaramente e lui si alza e si siede al suo fianco. Le posa il braccio sulle spalle.

‘E Mat – aggiunge lei – noi ci apparteniamo. Dopo tutti questi anni, non pensi che significhi qualcosa?’

(….) ‘Che cosa significhi non lo so’, risponde alla fine. ‘Ma so quanto vale’.

Mat Feltner, la voce narrante più forte di questa collezione di vite, riesce a superare il buio che minaccia di inghiottirlo dopo la perdita di Virgil, allontanandolo inesorabilmente dalla paziente Margaret, grazie alla sua simbiosi con la Terra, moglie e amante, confidente e nemica.

Solo rispettando l’inestimabile valore della terra su cui poggia i piedi e dalla quale trae nutrimento e vita, Port William può continuare a esistere come comunità, più forte di guerre, inondazioni e siccità, piantando i semi di quelle che sarà la sua eredità: la comunità di domani.

Mentre osserva le cataste di pietre e cerca di indovinare quel poco che è possibile intuire, Mat avverte la consapevolezza di un passato perduto e morto, di un passato remoto privo persino della forza della memoria. E se prima ha resistito a quel pensiero temendo di esserne addolorato, ora non prova nessuna tristezza. Là, in presenza del bosco, nei suoni dell’acqua e delle foglie che piovono, ora non avverte la perdita del passato.

Avverte invece la sovrumana quiete del luogo, il suo perfetto ordine fortuito. La quiete di un luogo dove l’evento più semplice o improbabile diviene necessità e parte di un disegno, dove la morte può soltanto cedere il passo alla vita. E avverte la distanza tra quell’ordine quieto e la sua costante battaglia personale per conservare e tenere liberi i propri terreni. Anche se dentro di sé il significato di quei terreni e la sua devozione verso di loro restano saldi, capisce senza dispiacere che un giorno spariranno, che l’ordine che ha creato e mantenuto in essi sarà infine travolto dall’ordine istintivo della natura.

Attorniato dalle foglie scintillanti che gli cadono intorno, Mat si ritrova infine al cospetto del luogo che si stende chiaro e nitido di fronte a lui, radioso come di una luce che emana dal terreno e diventa di colpo visibile. Entra in uno stato di veglia sereno come un sonno”.

Un posto al mondo, Wendell Berry, Edizioni Lindau, trad. a cura di Vincenzo Perna

Soundtrack: Mellon Collie and the Infinite Sadness, Smashing Pumpkins

wb

portwilliammap_large

Shotgun lovesongs

Shotgun-Lovesongs-di-Nickolas-Butler-646x1024

Mi piacerebbe farvi vedere un’alba dalla cima di un silos del grano, il nostro grattacielo della prateria. Mi piacerebbe farvi vedere quant’è tutto verde durante la primavera, quanto sono gialli i fiocchi di mais anche pochi mesi più tardi, quanto sono blu le ombre del mattino, e i torrenti che svolgono i loro percorsi lenti, la terra che rotola e rotola ancora, torchiata qui e là da orgogliosi fienili rossi, da aziende agricole bianche, da strade ciottolate pallide. Il sole che sorge a est così rosa e arancione, così grande. Nelle fosse e nelle valli, la nebbia che si addensa come un fiume lento di vapore in attesa di essere bruciata via.

Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler, trad. Claudia Durastanti, Marsilio editori

 

Shotgun, nella lingua inglese, si presta a varie combinazioni e interpretazioni.

Lo shotgun wedding è il matrimonio riparatore, così chiamato perché il padre della fanciulla violata e offesa si presenterebbe a casa dell’indegno giovine armato di pistola per convincerlo a sposare sua figlia. Se necessario, il simpatico quasi-suocero si vedrebbe costretto ad accompagnare il recalcitrante futuro genero in chiesa armato di forza di persuasione e della sempre fida pistola. Se ormai questi matrimoni forzati diventano sempre più rari negli States, stanno invece prendendo piede progressivamente in Cina, dove vengono chiamati Fèngzǐchénghūn (alla lettera “sposati per ordine del bambino”).

La shotgun house (grazie, McMusa) è una casa stretta e lunga (solitamente, non supera i 3.5 metri di larghezza). Le stanze sono sistemate una dietro l’altra: la loro struttura è dovuta a un’assenza di spazio per la costruzione di nuovi immobili e al bisogno di offrire case a prezzi contenuti ai ceti sociali più bassi dell’America meridionale, tanto che in città come New Orleans, anche oggi, il 10% di abitazioni rientrano nella categoria shotgun.

Nel lessico del golf, una partenza shotgun implica che i giocatori partano tutti insieme alla stessa ora da buche differenti.

Il sequenziamento shotgun è un metodo di sequenziamento del DNA per cui un lungo tratto è fisicamente suddiviso in piccoli frammenti che vengono clonati, sequenziati, e assemblati .

Durante le uscite di gruppo tra amici, quando giunge il momento di salire in macchina, il primo dei passeggeri che esclama shotgun! guadagna il diritto a sedere davanti, accanto all’autista. Storicamente, l’espressione riding shotgun indicava la prassi, a bordo delle diligenze, di avere una persona armata di fucile (shotgun messenger) seduta accanto al conducente per proteggere denaro o oggetti di valore in caso di rapina.

Tutte queste espressioni, o quasi, mi trasmettono un’idea di urgenza, un senso di impellente necessità, un’ impressione di velocità; quella stessa urgenza e velocità che hanno spinto Lee, uno dei protagonisti del romanzo di Butler, a scrivere le canzoni del suo primo disco, Shotgun lovesongs. Lee lavora in un vecchio pollaio adattato alla bell’e meglio a studio di registrazione, combattendo il freddo del Wisconsin con un fuoco improvvisato e la fame con le tortillas dei suoi coinquilini messicani. Decide di dargli quel titolo perché si è sentito quasi costretto a scrivere quelle canzoni, a comporre quella musica, come se, per tutto il tempo, qualcuno gli avesse premuto la canna di una pistola contro la schiena. La vera pistola puntata contro Lee è il suo terrore di fallire come musicista, la sua ansia di dimostrare a tutti a Little Wing, il paesino del Wisconsin da cui proviene, che può farcela davvero, il suo desiderio spasmodico di conquistare Beth, la ragazza (poi moglie) del suo migliore amico Henry, con la quale Lee ha trascorso una notte che gli è rimasta appiccicata addosso, quasi una seconda pelle.

Beth è un po’ il trait d’union del romanzo, narrato a quattro voci (Beth stessa e i tre protagonisti, Henry, Lee, Ronny e Kip, amici d’infanzia, spesso anche rivali). Le loro vite si intrecciano nuovamente quando si ritrovano tutti a Little Wing in occasione del matrimonio di Kip; rivedersi significherà gettare sale su antiche ferite non del tutto risanate e far riemergere prepotentemente i sentimenti di Lee per Beth, portando così la sua amicizia con Henry (quasi) al punto di rottura.

Lee è ormai ricco e famoso, e apparentemente ha tutto dalla vita: eppure, dopo il rapidissimo fallimento del suo matrimonio con una famosa attrice, il musicista sente il bisogno di tornare a casa, a Little Wing. Essere conosciuto in tutto il mondo non è niente in confronto alla sensazione di essere riconosciuto tra quelle strade che l’hanno visto crescere: durante il matrimonio di Kip, mentre tutti ballano, allegramente brilli, Lee si sente abbracciato dalla sua comunità, quella stessa comunità dalla quale si è allontanato, e vuole tornare a tutti i costi ad appartenere. Lì, tra alcool e sudore, Lee intravede il cuore pulsante e nascosto dell’America come potrebbe essere: una comunità di gente semplice che condivide musica e danza e cibo, anche – e soprattutto – quando le cose vanno così male che la condivisione di questi piaceri essenziali sembra diventare impossibile.

Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato. Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?

Butler offre così al lettore un ritratto alternativo del Paese a stelle e strisce: niente capitalismo, né sogno americano. L’America è di coloro che hanno poco – o niente – e lottano ogni giorno per sopravvivere. Solo l’unione e l’appartenenza possono salvare l’individuo: il vero fallimento è restare fuori dalla comunità alla quale si vuole appartenere. Sembra quasi di passeggiare nella Port William di Wendell Berry insieme a Hannah Coulter e Jayber Crow, a ricordare che, una volta che si è parte di un ecosistema, si continua a esserne parte per sempre, condividendone gioie e dolori, lutti e vittorie.

Shotgun lovesongs è una canzone d’amore all’America come potrebbe essere, come dovrebbe essere, e un inno all’amicizia, quella vera, che resiste alle insidie del tempo e alle prove peggiori a cui la vita può sottoporla.

Soundtrack: Dancing in the dark, Bruce Springsteen

Wendell Berry, be my Valentine!

Si, siamo tutti d’accordo: San Valentino è un’operazione commerciale bella e buona  (Bridget Jones docet).
Ma il mondo non sarebbe un posto più bello se ad augurarci un buon San Valentino fosse uno dei nostri scrittori preferiti, tipo…la butto lì, Wendell Berry? (E non perché sia uno degli scrittori più amati dalla sottoscritta, eh).
Grazie al poliedrico genio creativo degli amici di Edizioni Lindau, yes, you can!

Preparatevi dunque a celebrare l’amore (o quello che vi pare, fate voi) con le cartoline scaricabili di Wendell Berry. Festeggiate la buona letteratura, i libri che rimangono dentro e cambiano il lettore per sempre, le storie ben raccontate, l’incanto delle parole, tasselli di un mosaico perfetto, con una selezione di frasi tratte da Hannah Coulter e Jayber Crow (e, dato che ci siete, fatevi anche un regalo: leggeteli. Ve ne innamorerete).

Dato che siamo in vena di regali, ve ne faccio uno anch’io, piccolo piccolo: la traduzione di una poesia di Wendell Berry, Come l’acqua (Like the water). Una poesia che parla, appunto, d’amore. Da leggere mentre ascoltate Ovunque proteggi di Vinicio Capossela, magari.

E un grazie sonoro e corale a Edizioni Lindau per la bellissima e originale iniziativa.

Come l’acqua
di un torrente profondo,
l’amore è troppo, sempre.
Non ce l’abbiamo fatta.
Ne abbiamo bevuto fino a scoppiare,
ma non possiamo averlo tutto
o volerlo nella sua interezza.
Nella sua prodigalità
sopravvive alla nostra sete.
La sera scendiamo verso la riva
per bere fino a riempirci,
e dormire
mentre l’acqua scorre
attraverso regioni oscure.
Non ci trattiene,
ma continuiamo a ritornare alle sue acque fragranti
assetati.
Entriamo
nel regno della sua gioia,
pronti a morirne.

Like the water
of a deep stream,
love is always too much.
We did not make it.
Though we drink till we burst,
we cannot have it all,
or want it all.
In its abundance
it survives our thirst.
In the evening we come down to the shore
to drink our fill,
and sleep,
while it flows
through the regions of the dark.
It does not hold us,
except we keep returning to its rich waters
thirsty.

We enter,
willing to die,
into the commonwealth of its joy.

JCAV

stanza HC

Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità: note da un incontro tra il prof. Hillis e Berry

WB3

Leggere Wendell Berry significa entrare in un mondo a parte. Un mondo che contempla tanti aspetti diversi – amore, comunità, famiglia, Chiesa, agricoltura, economia, scontro tra il vecchio e il nuovo,  amicizia, memoria, passato, morte – che Berry indaga ed approfondisce.

Sono a tre quarti di Jayber Crow, e la sua struttura è un po’ come una cipolla: ogni strato ne nasconde un altro, fino ad arrivare al cuore, al nocciolo duro della storia; la storia di Jayber, una storia di paese che al tempo stesso diventa parabola universale. La storia di un individuo che si interroga su se stesso  -a partire dal suo nome, dalle sue radici, dalla comunità che abita – fino ad arrivare a tematiche più ampie, più profonde, di interesse collettivo: l’amore, la fede, il senso di appartenenza, la coerenza con se stessi.

Jayber Crow non è dunque solo la storia di un singolo barbiere di paese, raccontata da lui stesso: è una metafora della ricerca di se stessi, della ricerca di significato, della ricerca di risposte. Della necessità di dare un senso a ciò che si è, a ciò che si fa, a quanto ciò che si fa definisca quello che si è.

L’articolo che vi propongo di seguito è la traduzione di un post  (Wendell Berry, Jayber Crow and the Trinity) segnalatomi dagli amici di Edizioni Lindau, tratto dal blog My unquiet heart curato da Greg Hillis, professore associato di Teologia presso la Bellarmine University di Louisville, KY.

Hills racconta del suo incontro con Wendell e Tanya Berry presso la loro fattoria, dove si reca insieme alla moglie Kim e a Kaya Oakes, scrittrice californiana che si occupa di femminismo e spiritualità.

Parlano di Jayber Crow, usato come testo dal professor Hillis nel suo corso di introduzione alla teologia, e di fede. Una fede che trascende la Chiesa, oggetto di aspre critiche da parte di Berry anche attraverso le parole di Jayber, e che si incarna nel senso di comunità di Port William, cittadina fittizia del Kentucky dove Berry ha ambientato sia Hannah Coulter che Jayber Crow.

Ecco come Jayber descrive la comunità di Port William:

Sentivo che ormai nessuno poteva staccarmi da Port William come se fossi stato l’osso di una prugna, né poteva staccare Port William da me. Neppure la morte, ormai, ci poteva separare.

La storia trabocca oltre il tempo, e l’amore trabocca oltre ciò che il mondo ci concede. Ogni recipiente trabocca, e nessun termine o limite restano stabili. Tutto ciò che può essere fatto vacillare deve vacillare. In un certo senso, invece, niente è mai andato perduto, e siamo compattati insieme per sempre, persino dai nostri fallimenti, dai nostri rimpianti e dai nostri desideri.

L’immagine della chiesa riunita che mi ero fatto dopo esserne diventato il custode cedette il passo a quella della comunità riunita. Ciò che vedevo era una comunità imperfetta e indecisa, ma tenuta insieme dai legami snervati e snervanti, imperfetti eppur sempre vigorosi, da diversi tipi di affetto. Probabilmente nessun abitante di Port William era mai stato privato dell’affetto di un altro membro della comunità, che a sua volta era stato amato da qualcun altro, e così di seguito.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, traduzione a cura di Vincenzo Perna, pag. 286).

Vi lascio all’articolo del prof. Hillis, che offre più di un’interessante chiave di lettura per addentrarsi in quel microcosmo che è Port William e scendere lungo il corso del fiume insieme a Jayber Crow, il barbiere.

Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità

Un paio di persone mi hanno chiesto di scrivere due righe sul mio recente incontro con Tanya e Wendell Berry nella loro fattoria, domenica scorsa. Non ho detto a Wendell che avrei scritto qualcosa sul nostro incontro perché non ne avevo nessuna intenzione. Sono quindi riluttante ad addentrarmi nei dettagli: mi manterrò sul generale.

Tanya e Wendell sono stati ospiti molto generosi e hanno messo me e le due persone che mi avevano accompagnato, Kaya Oakes e mia moglie Kim, a nostro agio (avevo organizzato quest’incontro con Wendell Berry perché lui e Kaya hanno un editore in comune, e Kaya era in città per una delle sue lezioni per il Master in studi spirituali di cui sono responsabile). La nostra conversazione ha toccato temi quali l’educazione secondaria, l’agricoltura, il matrimonio, il mondo dell’editoria e Il Kentucky.

Quando ho accennato al fatto che uso il suo romanzo, Jayber Crow, nel mio corso di introduzione alla teologia, siamo finiti in quella che spero sia stata una conversazione proficua per tutti sul soggetto della Trinità e l’importanza di una genuina teologia dell’incarnazione.

“Sei un teologo dell’incarnazione?” mi ha chiesto. Quando gli ho risposto di si, ho intravisto una scintilla di sollievo nei suoi occhi. La sua preoccupazione principale era che potessi rivelarmi simile a quei predicatori che negano l’esistenza della bellezza nel mondo; quei predicatori contro i quali Berry inveisce di sovente.

Come volevasi dimostrare, quando più tardi mi sono assentato per un momento dalla stanza, Wendell ha guardato Kaya e le ha detto “Mi sto divertendo molto più di quanto pensassi”. Non ero uno di quei teologi!

Non sono il solo a vedere nello stesso Berry un teologo;  la nostra conversazione sulla Trinità si è basata sulle intuizioni teologiche presenti in Jayber Crow.

Le mie osservazioni su Jayber Crow sono essenzialmente quelle che ho buttato giù qui nel blog in un post del 2012; quindi voglio concludere facendo un copia/incolla delle mie vecchie note.

Per me, Jayber Crow è una parabola del Regno di Dio. È una storia raccontata dal punto di vista di un barbiere celibe che vive in una cittadina fittizia del Kentucky, Port William.

La descrizione che Jayber fa della ragion d’essere e dello scopo della comunità di Port William è tra le più belle che io abbia mai letto. Non tutti nella comunità erano affettuosi o amabili.

Al contrario: alcuni, come Cecelia Overhold, rifiutano di accettare la generosità e la disponibilità della cittadina. Ma la comunità si è mantenuta unita perché ogni individuo, che lo volesse o no, entrava a farne parte. Jayber descrive Port William come un posto dove gli affari del singolo diventano gli affari di tutti; di conseguenza, la comunità ne condivide guadagni e perdite. Si tratta di una comunità in cui ci si prende cura del raccolto di un agricoltore malato, i pasti caldi arrivano lì dove ce n’è bisogno, chi ha freddo non rimane senza combustibile e i giocattoli arrivano a quei bambini che altrimenti non ne avrebbero. Jayber la definisce

una carità che include anche la chiesa, non il contrario.

Berry non trova molte parole gentili per la chiesa in Jayber Crow. La chiesa di Port William fa spesso mostra di un sentimento anticomunitario, di un atteggiamento da “noi-contro-di-loro”, e un dualismo corpo/anima che non può che scatenare le critiche di Berry. La vera comunità è la cittadina, perché è in seno ad essa che l’amore si manifesta.

Tutto questo si rivela chiaramente e meravigliosamente nell’amore che Jayber nutre per Mattie. Jayber, dopo aver scoperto che il marito di Mattie la tradisce, decide che la ragazza si merita un marito che la ami veramente e le sia fedele. Jayber si prefigge di essere lui, quel marito. Così, tormentato dalla possibilità che un essere così degno di amore come Mattie passi la vita senza essere amata come meriterebbe, Jayber decide di giurarle fedeltà, senza che lei ne sappia niente.

Il fatto che ci siano persone che spesso mi guardino con incredulità o disgusto quando parlo di questo voto di fedeltà la dice lunga. Molti lo percepiscono come un voto strano, forse perfino perverso. Io invece suggerirei di vederlo come espressione di un amore completamente disinteressato; un amore interamente basato sul dare; un amore che esiste unicamente in virtù dell’amore stesso. E non è un caso che Jayber, dopo aver deciso di dedicarsi completamente a quest’amore senza aspettative, riesca improvvisamente ad avere una profonda intuizione sulla natura di Dio:

 Immaginavo che il nome vero fosse Padre, e immaginavo tutto ciò che quel nome implicava: l’amore, la compassione, l’offesa, la delusione, la rabbia, la sopportazione del dolore, le lacrime, il perdono, la sofferenza sino alla morte.

Se l’amore era in grado di forzare i miei pensieri oltre i limiti del mondo e al di fuori del tempo, allora non potevo forse vedere come anche l’onnipotenza divina avesse la capacità, per la forza del proprio amore, di essere riportata nel mondo? Non potevo forse vederlo, perché aveva la capacità di conoscere le sue creature soltanto attraverso la compassione, incarnarsi in un corpo mortale, diventare umano e camminare tra noi, assumere la nostra natura e il suo destino, patire le nostre colpe e la nostra morte?

Si. E immaginavo un Padre che apre le ali come una chioccia prima del temporale, o al tramonto prima che scenda la notte, offrendo protezione ai suoi piccoli di Port William, alcuni dei quali accettano e altri no. Immaginavo Port William cavalcare la sua modesta onda nel tempo sotto il cielo, le sue fiammelle d’insonnia illuminarsi e spegnersi. Riuscivo a immaginare Dio che la guardava dall’alto in basso, con le sue vite che vivevano nel Suo spirito, che respiravano il Suo soffio vitale, che conoscevano la Sua luce, ma ogni volta che anche, inevitabilmente, viveva per suo proprio volere – il Suo corpo donato soltanto per essere ucciso”.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, trad. Vincenzo Perna, pag. 350)

 

Un barbiere di una piccola cittadina del Kentucky (Può qualcosa di buono venir fuori da Nazareth?) ci offre un’immagine di vero amore, diventa un vero teologo con una comprensione del divino più profonda della maggior parte delle cose che ho letto. Definendo il significato dell’amore, Wendell Berry – per bocca di Jayber – ci narra la parabola di una vera comunità: una comunità basata su un amore disinteressato, generoso, vulnerabile, accogliente.

Se solo la Chiesa riuscisse ad assomigliare a questa versione del Paradiso.

JC

foto da: https://www.etsy.com/it/shop/Pyrogravure