La versione di Jane

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Quando si ama molto uno scrittore, si vorrebbe avere la possibilità di conoscerlo meglio, di chiedergli di tutto, di sapere che musica ascoltasse mentre scriveva, cosa provasse davvero nei confronti dei suo personaggi, specie di quelli più detestabili.

Forse a voi non succede, ma a me piacerebbe entrare in possesso di piccoli dettagli biografici in grado di alimentare infinite conversazioni immaginarie con lui/lei: la ricetta segreta della torta di mele tramandata dalla sua bisnonna; la prima volta che ha avuto il cuore spezzato; il posto che gli/le assomiglia, e in cui si è sentito/a a casa.

La biografia di Jane Austen è una di quelle che mi interessa e mi affascina di più, anche perché tanti dettagli non possono essere colmati, ma sono affidati all’immaginazione del lettore: non sapremo mai, ad esempio, come sia andata per davvero la sua storia d’amore con Tom Lefroy. Non sappiamo se, a causa sua, Jane abbia sperimentato i tormenti di un cuore spezzato: quella voragine nello stomaco che sembra destinata a non essere colmata mai più; quella sensazione di essere stata spezzata a metà e di non poter più tornare intera; quella paura di non riuscire più a sorridere, a ridere, a sperare, ad aspettare con ansia. A me piace pensare che Tom sia stato il suo grande amore e che non si siano potuti sposare a causa di problemi finanziari (come ho raccontato qui); Manuela Santoni, nella sua graphic novel dedicata a Jane Austen e pubblicata da Becco Giallo, racconta una versione dei fatti un po’ diversa, nel contesto di una lunga lettera scritta da Jane, quarantaduenne e molto malata, all’adorata sorella Cassandra.

La lettera si apre sui ricordi di una Jane bambina, frustrata dai dettami della società in cui vive, che le impone di saper suonare bene il pianoforte, ricamare abilmente ed essere versata nel disegno per poter essere in grado in futuro di trovare marito. Di fianco all’angelica e obbediente Cassandra, Jane appare come una ragazzina senza spiccate qualità: non eccelle nella musica o nel disegno e odia ricamare. Jane nasconde però un segreto: ogni notte, quando tutti dormono, si chiude nella biblioteca del padre e si lascia trasportare dai libri in giro per il mondo, lontano da quell’angolino d’Inghilterra in cui avrebbe vissuto tutta la vita: il suo amatissimo Hampshire.

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Crescendo, Jane scopre il suo vero talento: la scrittura, nella quale riversa, analizza e commenta tutto quello che vive, affidandosi al suo acuto spirito di osservazione e alla sua tagliente ironia.

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Anche l’amore è per Jane un mero esercizio letterario, fino al giorno in cui incontra Tom Lefroy e tutto cambia: scopre un sentimento nuovo e intossicante e rivisita le sue priorità, prendendo in considerazione per la prima volta il matrimonio.

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Tuttavia, Jane non riesce a rassegnarsi a quella che è la posizione della donna nella società contemporanea, e teme che il matrimonio possa portarle via la sua adorata scrittura, i suoi libri, la sua indipendenza: lascia così sfumare il suo sogno d’amore con Tom, e chiede alla fida Cassandra di distruggere tutte le lettere in cui parla di lui. La Jane raccontata dalla Santoni paga il prezzo della sua libertà di artista con la rinuncia all’amore, e riesce così a scrivere quei sei romanzi perfetti che hanno reso la sua fama di scrittrice – e censore – eterna e imperitura.

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Jane non ci ha lasciato la sua versione della sua storia d’amore, lasciando noi lettori liberi di immaginarci svolgimenti diversi, anche se il finale resta sempre lo stesso: Jane non si sposa e si consacra alla sua arte. Qualunque sia la versione di Jane e Tom che preferite, la Austen raccontata dalla Santoni (con una nota biografica di Mara Barbuni) è avanti anni luce rispetto ai suoi tempi: curiosa, intraprendente, intelligente, impertinente, bambina e donna ribelle capace di rendere la sua normalissima, forse anche monotona esistenza nello Hampshire di personaggi e storie indimenticabili.

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Il cibo nei romanzi di Jane Austen

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

I romanzi e le lettere di Jane Austen sono cosparsi di riferimenti a pietanze, cene, picnic, tè, che riflettono le abitudini, il carattere, i sentimenti, le ambizioni, le ansie, le piccolezze della costellazione di personaggi che animano il suo mondo. Tuttavia, si tratta di riferimenti spesso esigui: se le eroine della Austen sono spesso troppo prese dal turbine di eventi – romantici e non – che le coinvolgono per raccontarci cosa hanno mangiato o i loro cibi preferiti, zia Jane sopperisce a questa mancanza di informazioni con le più dettagliate descrizioni presenti nelle sue lettere, che contribuiscono a farci capire l’importanza che la società georgiana (specie i ceti sociali più alti) attribuisce a cosa si mangia – e a quando lo si mangia.

Nelle sue lettere, Jane si dimostra interessata alla vita domestica a tuttotondo, descrivendo pasti, pietanze, ghiottonerie ricevute in regalo da parenti e amici. La sua prima casa, Steventon Rectory nello Hampshire, la inizia alle dolcezze della vita rurale: suo padre è uomo di chiesa e fattore, dedito all’allevamento di maiali e mucche. Sua madre si occupa del pollame, della produzione di latte, dell’orto e del giardino. La famiglia Austen riesce così ad essere autosufficiente, con l’eccezione di beni quali caffè, tè, arance, limoni e spezie. A venticinque anni, Jane si trasferisce con la famiglia a Bath, e le sue lettere iniziano a fare riferimento alla difficoltà di trovare latticini e carne di qualità – nonché all’annoso problema dei prezzi.

Tra i contributi più significativi, si annoverano senza dubbio quelli che arrivano da Martha Loyd, intima amica di Jane e sua sorella Cassandra che nel 1805 – dopo la morte del padre – va a vivere con le due sorelle e la madre, prima a Southampton, poi in un cottage a Chawton, nello Hampshire. È proprio a Chawton che Martha Lloyd inizia a compilare il suo libro di ricette, regalandoci così un’interessante, variegata panoramica delle pietanze che Jane consuma con la famiglia e gli amici. Dai suoi scritti, il cibo emerge anche come elemento di identificazione sociale: la gentry, che in periodo georgiano è in piena ascesa, mira infatti a differenziarsi dalle classi inferiori, adottando la moda di pranzare – e soprattutto cenare –sempre piu tardi. Se ci si alza tra le sei e le otto, la gentry inizia a fare colazione dalle nove in poi.

A colazione si servono tè, caffé e cioccolata, pane e panini caldi e freddi, torte, pound cake (così chiamata perché si prepara con un pound di burro, uno di zucchero, uno di farina e uno di uova), pane tostato con burro, buns (Jane Austen scrive alla sorella Cassandra il 3 gennaio 1801 dicendole di essersi rovinata lo stomaco con i Bath buns, ricchi di burro e di zucchero) e Sally Lunn Buns, un incrocio tra panino e brioche.

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

In Northanger Abbey, Catherine, ospite dei Tilney a Bath, rimane impressionata dalla quantità e dalla raffinatezza dei cibi serviti a colazione: tra i suoi preferiti campeggiano la cioccolata calda e la brioche, di cui parla a profusione una volta rientrata a casa, tanto che sua madre la sgrida, convinta che il soggiorno dai Tilney le abbia messo in testa ingiustificate idee di grandezza. La madre della Austen, ospite di sua cugina a Stoneleigh Abbey nel Warwickshire, descrive una colazione che può darci un’idea del banchetto dei Tilney: tra i cibi che le vengono offerti figurano cioccolata, caffè, tè, pound cake, toast, pane e burro e torte di frutta secca. La colazione diventa più consistente per lavoratori e viaggiatori: prima di lasciare Mansfield Park per recarsi a Londra, William Price mangia maiale e mostarda e Henry Crawford uova sode.

Il pranzo è un’innovazione vittoriana, introdotta quando la cena viene posticipata dal pomeriggio alla sera; tuttavia, è presente anche in epoca georgiana, seppure non abbia un nome né una fascia oraria fissa. In Orgoglio e pregiudizio, quando Lydia e Kitty vanno incontro a Jane e Lizzie di ritorno da Londra, si fanno offrire da loro un pranzo freddo al George Inn, a base di carne e insalata.

Come ci ha insegnato Downton Abbey (anche se ovviamente parliamo di momenti storici molto diversi), cambiarsi prima di cena è un momento topico per le signore della casa, che richiede circa un’ora, ma arriva anche a un’ora e mezzo nel caso di Miss Bingley e Mrs Hurst in Orgoglio e pregiudizio. La cena è infatti il momento per mettere in mostra la propria toeletta, i vestiti e le acconciature più alla moda; anche gli uomini cambiano d’abito, specie dopo battute di caccia o altre escursioni all’aria aperta.

Tè, caffè e dolci vengono serviti circa un’ora dopo la cena, una volta che i signori hanno bevuto il loro porto, fumato i loro sigari e si sono ricongiunti alle signore. Se la cena ha luogo in campagna, ci si intrattiene giocando a carte, suonando o improvvisando un ballo, mentre in città si va a teatro e si cena intorno alle nove. La cena può essere estremamente semplice e consistere di pane e formaggi o un assortimento di piatti freddi, oppure arrivare ad essere una cosa seria, un pasto di varie portate calde servite alla francese: tutte le pietanze della prima portata vengono servite insieme, con il pesce e la zuppa ai due capi della tavola.

In Orgoglio e pregiudizio, la signora Bennet invita Mr Bingley, con un misto di pretese di grandeur e accenni ad un’intimità che spera si sviluppi presto, a una cena in famiglia. L’invito si concretizza solo alla fine del libro, e la signora Bennet si rivela decisa a servire due portate. Potrebbe sembrare una soluzione modesta, al ribasso, che cozza con le sue pretese di grandeur: in realtà, una portata singola nel periodo georgiano arriva ad occupare l’intero tavolo, in un tripudio di zuppe, pesce, arrosti, torte, fricassee, ragù. Può essere seguita da una seconda portata di dolce e salato e dal dessert (frutta, frutta secca e sweetmeats, per i quali non serve un cambio di coperto). Non si tratta ovviamente di una modesta cena in famiglia, che avrebbe più verosimilmente un’unica portata: la struttura della cena ha un valore allusivo – come spesso succede con le scene di cibo nei romanzi della Austen – e riflette le mire espansionistiche di mamma Bennet, decisa ad avere Bingley come cognato a qualsiasi costo, anche quello di far beccare alla sua primogenita, la bella Jane, un brutto raffreddore pur di far sì che venga ospitata a casa dell’amato. La cena a casa Bennet riassume quelle che sono le patate bollenti della perfetta ospite georgiana: fare bella figura con i vicini più altolocati, stabilire la propria posizione sociale servendo selvaggina e cacciagione, le pietanze dei signorotti della gentry, e introdurre una nota di raffinatezza facendo l’occhiolino ai cuochi e alle pietanze francesi.

Sempre in Orgoglio e pregiudizio compare una misteriosa zuppa bianca, una pietanza apparentemente laboriosa e di lunga preparazione (Bingley, in procinto di organizzare un ballo a Netherfield, affida la tempistica alla preparazione della zuppa bianca della sua governante, la signora Nicholls; solo quando quest’ultima avrà preparato zuppa a sufficienza Bingley potrà mandare gli inviti). La zuppa bianca ha posto non pochi grattacapi ai traduttori del romanzo, a partire dalla prima traduzione di Giulio Caprin del 1932, dove la Nicholls diventa Nicolò e la zuppa la sua barba bianca. Vi rimando a questo articolo di Giuseppe Ierolli per le ulteriori peripezie della zuppa bianca nelle varie traduzioni del romanzo.

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White soup  – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Emma è il romanzo che contiene maggiori riferimenti al cibo, che assume anche una funzione di coesione sociale all’interno della comunità in cui la protagonista vive. Offrire cibo a chi ne ha più bisogno è l’atto di carità cristiana più naturale ed immediato, l’elemento che avvicina le famiglie più abbienti a quelle bisognose: la condivisione diventa così uno dei motori che tengono insieme il tessuto sociale dell’universo dei romanzi austeniani.

Le due signorine Bates, probabilmente i personaggi meno abbienti descritti dalla Austen, ricevono, cucinano e condividono vettovaglie con una gratitudine e una generosità tale che il loro amore per il cibo arriva incensurato al lettore. Sono estasiate oltre ogni dire quando il signor Woodhouse regala loro un pezzo di maiale o Knightley le omaggia di un sacco di mele; commentano con eccitazione i diversi modi in cui hanno intenzione di cucinare il maiale e condividerlo con i vicini, e cercano una soluzione per usare le mele in modo tale da stuzzicare il capriccioso appetito dell’elusiva nipote, Jane Fairfax.

Le due signorine non possiedono un forno, quindi mandano pane e torte a cuocere da Mrs Wallis, la panettiera del vicinato.

La frutta è uno dei simboli più forti nei romanzi della Austen, emblema di prosperità e di felicità per le sue eroine – basti pensare alla frutta in serra di cui Elizabeth godrà a Pemberley, alle fragole di Knightley a Downell Abbey, alla frutta secca presente in abbondanza nella torta nuziale della novella signora Weston, che pone all’ipocondriaco padre di Emma il dilemma della sua difficile digestione; la stessa Jane scrive alla sorella Cassandra nell’ottobre 1815 “good apple pies are a considerable part of our domestic happiness”, le torte di mele sono un elemento integrante della felicità domestica: e come darle torto?

Se tutto questo parlare di cibo vi ha messo fame e volete cimentarvi a preparare alcune pietanze in salsa Regency, ecco due ricette gentilmente offerte da Sigrid de Il Cavoletto di Bruxelles, che per l’occasione ha indossato crinoline e cuffietta e ha ricreato in cucina lo spirito dei romanzi di zia Jane, scattando anche tutte le foto presenti nel post.

Correte a indossare le vostre toelette migliori, e buon appetito!

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Sally Lunn Buns

Questi panini, che sono un delicato incrocio fra panino e brioche, eterei a sufficienza per sposarsi con burro e marmellata senza che l’insieme risulti altro che delizioso e leggero, a quanto pare arrivano da Bath, UK, dove li avrebbe sfornati per prima una fornaia francese, Solange Luyon. Contrariamente alle classiche brioche francesi, l’impasto delle Sally Lunn non è appesantito o arricchito con tanto burro, contiene invece della panna, che rende i panini più golosi e ricchi del pane classico, ma in un modo diciamo discreto e appena percettibile. Ho realizzato questi panini utilizzando la Pasta madre, riporto qui sotto entrambi i procedimenti, sia per il lievito di birra che per la lievitazione naturale.

Per 12 panini

farina 00 225g

farina manitoba (o 00) 225g

panna fresca 280ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

lievito di birra granulare 7g

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Se usate il lievito di birra a cubetto scioglietelo nella panna che tiepida. Mescolare la farina con il lievito granulare, la vaniglia, il sale e lo zucchero. Versare, in mezzo, le uova e la panna, e impastare per circa 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, coprire con della pellicola e lasciar lievitare in luogo tiepido per circa 2 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 45 minuti.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.

Per la versione con il lievito madre:

Lievito madre (100% idratazione) 230g

farina 00 175g

farina manitoba (o 00)175g

panna fresca 155ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Mescolare le farine con la vaniglia, lo zucchero e il sale, aggiungere le uova, il lievito madre e la panna tiepida. Impastare per 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, sistemarla in una ciotola di ceramica, coprire con della pellicola e lasciar lievitare a temperatura ambiente per circa 2 ore. Trasferire in frigorifero e lasciar riposare per 12 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 4-5 ore.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.
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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

White soup

Di base ho usata la ricetta del Telegraph, con qualche piccola modifica.

Pensavo di ammodernare il tutto usando del brodo pronto fino a quando ho capito che lo charme e nutrimenti di questa zuppa proviene proprio dal brodo fatto in casa, quindi alla fine, per quanto possa sembrare lungo e noioso (nemmeno tanto in realtà), il brodo di carne va fatto dal principio. L’altra piccola modifica che ho apportata è che invece di legare la zuppa con del pane, ho usato della brioche (questo perché mi piaceva molto l’idea del contrasto fra il brodo ricco e sostanzioso, e poi le aggiunte cremose e dolci (panna, mandorle) che si fanno prima di servirlo. Ho resistito, contrariamente alle indicazioni del Telegraph, a rimettere la carne bollita nella zuppa: non credo che all’epoca si fosse fatto, credo che il punto di questa zuppa sia proprio di sembrare delicata e sensibile ma di avere nel contempo una robusta sostanza nascosta (molte proprietà nutrienti della carne si trovano ormai nel brodo) quindi aggiungerci la polpa bollita sembrava cosa rozza da fare (puoi invece usare la carne, tritata con pane, uova, patate bollite, formaggio e buccia di limone per fare delle ottime polpette di bollito alla romana ;)) Nell’insieme, zuppa gradevole e elegante, una bella scoperta, grazie Jane! 😉

Polpa di vitello 400g

pancetta 50g

sedano 2 coste

cipolla 1

carote 2

grani di pepe 10

un cucchiaio di sale

un mazzetto di erbe fresche (ho usato origano, salvia, timo e alloro)

Tagliare tutti gli ingredienti grossolanamente, sistemarli dentro una pentola capiente, coprire con dell’acqua fredda, poi portare a ebollizione. Lasciar sobbollire il brodo per 2 ore circa, poi filtrare il tutto, mettere da parte la carne di vitello e buttare il resto. Lasciar riposare il brodo al fresco per una notte.

Mandorle spellate 100g

brioche 2 fette

panna 3dl

tuorlo 1

Il giorno dopo, togliere le eventuali impurità in superficie del brodo. Versarlo dentro una pentole, aggiungere le mandorle e la brioche, e portare a abolizione. Lasciar cuocere piano per 30 minuti. Frullare con il frullatore a immersione, poi filtrare di nuovo in modo da eliminare le mandorle e il pane non sciolto. Riversare nella pentola e portare a ebollizione. Poi, a fiamma bassissima, aggiungere la panna nella quale avrete sciolto il tuorlo, mescolare con un cucchiaio di legno per qualche minuto, senza far bollire. Spegnere, aggiustare sale e pepe, e servire subito.

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White soup – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

 

Per saperne di più

Il Calendario dell’Avvento Letterario #16: i buoni propositi di Jane Austen

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La Leggivendola

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Quando Manuela mi ha chiesto se avessi voglia di prendere parte al Calendario dell’Avvento Letterario, ero contenta come una Pasqua – che detto così sembra tipo “qual è il colmo per una blogger a Natale?”, ma tralasciamo. Ero entusiasta perché è una rubrica che ho adorato la scorsa edizione, e poi perché Manuela mi ha riservato con estrema premura la casella di oggi, quella del 16 dicembre. Per i non iniziati – o non fanatici, vedete voi – il compleanno di Jane Austen.

Ora, io adoro zia Jane, ma a lungo ho tentennato sul tema. Avevo pensato a un lungo post sul rapporto tra i suoi romanzi e i regali, e stavo spulciando il meraviglioso sestetto in cerca di doni, quando mi è balenata in testa un’idea ben più adeguata e succosa.

I buoni propositi.

A Natale siamo tutti più buoni – in teoria – e a fine anno a molti viene da mettersi metaforicamente una mano sull’anima per fare un rendiconto delle azioni e delle malefatte compiute nell’anno che volge al termine. Cosa si può migliorare, cosa si dovrebbe cambiare? Chi abbiamo ferito e come? C’è rimedio?

Ammetto – e sarò in minoranza – che per me non tutti i difetti sono da rimuovere; certi sono carini e ci rendono quelli che siamo. Ma ci sono anche i cambiamenti importanti, quelli che è vitale fare. La cosiddetta crescita, se vogliamo.

E trovo che sia uno degli aspetti che Jane Austen aveva più cari quando componeva le sue opere, anche se sicuramente non era al Natale e ai conseguenti buoni propositi che pensava. Ma ci penso io, mia è la casella e mio è il collegamento.

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Premetto che da qui in avanti saranno presenti numerosi spoiler sui romanzi di Jane Austen; se ancora non li avete letti – male – vi sconsiglio caldamente di leggere innanzi. Piuttosto, correte in biblioteca e abbrancate il primo che vi passa tra le mani.

Prendiamo i buoni propositi di Elizabeth Bennett e di Fitzwilliam Darcy, anche se già col titolo Orgoglio e Pregiudizio le magagne dei protagonisti sono già abbastanza esplicite. Lizzie evolve enormemente nel corso del romanzo. Fin dalle prime pagine, dai suoi dialoghi con la sorella Jane e l’amica Miss Lucas, è chiaro quanto le venga facile affibbiare giudizi su chiunque capiti a tiro del suo intelletto, basandosi talvolta su fattori ben poco oggettivi, quali la gentilezza dimostrata a lei e alle persone cui tiene. Le è bastata una frase per sancire la sua idea di Mr Darcy, e da quella ha rifiutato di discostarsi a lungo, nonostante i ripetuti tentativi di lui di farsi conoscere e di farle una buona impressione. Lizzie non smuove il proprio pregiudizio, antepone i propri valori alle scelte altrui – come fa col matrimonio di Miss Lucas – e sbaglia, sbaglia terribilmente.

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D’altro canto, Mr Darcy a inizio romanzo è di una presunzione insopportabile, e non c’è da meravigliarsi se la prima impressione che suscita, non soltanto a Lizzie, sia di pura antipatia. Mr Darcy è stato fortunato a incontrare Lizzie; se non fosse stato così fermamente umiliato dopo la prima dichiarazione – che comunque è un capolavoro di faccia tosta – difficilmente avrebbe avuto la possibilità di guardarsi dentro e di trovare qualcosa che, dopotutto, non gli piaceva. Lo stesso si può dire di Lizzie, comunque. In Orgoglio e Pregiudizio i due eroi cambiano in seguito a un errore madornale e alla conseguente vergogna.

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Il loro è un cambiamento cosciente, una crescita dovuta che li avvicina alle loro rispettive controparti, alle loro coscienze: la sorella Jane e l’amico Bingley. In una lettera alla nipote Fanny Jane Austen decretava la superiorità del buon carattere rispetto all’intelletto, nel valutare una persona. E ripensando a questa sua personalissima visione dell’umanità, mi viene da pensare che in Orgoglio e Pregiudizio i veri esempi da seguire non siano Elizabeth e Darcy, ma Jane e Bingley. Sono loro i buoni, quelli che fin dall’inizio non fanno danno, ma che finiscono per soffrire per le altrui intromissioni, nonostante facciano un po’ la figura dei manovrabili bonaccioni.

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Un altro romanzo della sestina in cui l’evoluzione della protagonista riveste una parte fondamentale è Emma, e si tratta anche del titolo austeniano che prediligo. Forse proprio perché la protagonista, all’inizio, è così piena di difetti che non sarebbe strano, rimaneggiando la trama per raccontarla dal punto di vista di Jane Fairfax o di Harriet Smith, vederla come un personaggio negativo. È presuntuosa, calcolatrice, indifferente agli altrui sentimenti, snob. Gioca con la vita delle persone per puro orgoglio; ha deciso di essere un’ottima combinatrice di matrimoni, seppure il caso abbia avuto una parte assai preminente rispetto alle sue azioni nel procurare marito alla sua istitutrice, e dunque si fa portatrice del compito di accoppiare le sue conoscenze. Gioca con la vita di Harriet, già orfana sfortunata, che le solletica l’ego e che tratta alla stregua di un animaletto da compagnia e rischia letteralmente di rovinarle la vita, precludendole un avvenire di gioia e prosperità con un fattore soltanto per la sua classe sociale. Ah, Emma.

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Emma ha diverse occasioni per cambiare; prima fra tutte la ferita che infligge a Miss Bates durante il picnic, che le procurerà un immediato senso di colpa e una terribile vergogna. Emma non è crudele, ma manca di tatto. L’offesa a Miss Bates colpisce anche lei, e cercherà a suo modo di fare ammenda. L’avrebbe fatto anche senza l’intervento di Mr Knightley, che a fine giornata la mette di fronte alla sua sfacciataggine a agli effetti provocati.

Emma si rende conto delle mancanze della propria persona anche quando viene a conoscenza della vera storia di Jane Fairfax, che fin dall’inizio ha giudicato malissimo, e quando realizza il danno che ha rischiato di provocare ad Harriet Smith. Sono tutte occasioni di crescita personale, ma vedo qui un punto di somma differenza tra la crescita di Emma e quella di Lizzie e di Mr Darcy.

Emma viene messa di fronte ai suoi difetti dall’eloquenza di Mr Knightley, l’eroe del romanzo – che un tempo era il mio preferito, ora mi rendo conto che con la protagonista ha instaurato un rapporto non molto paritario di mentore/allieva, e questo mi disturba non poco – mentre Lizzie e Darcy sono soli con la loro vergogna, è qualcosa che non possono scegliere di provare, ma che potrebbero decidere di accantonare, perché nessun altro ne è a conoscenza. Emma ha una coscienza in Mr Knightley e non ci è dato di sapere se sarebbero bastati i suoi errori a farla crescere, in assenza di lui.

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Persuasione è un romanzo fortemente malinconico; forse non più di Mansfield Park , che ho trovato particolarmente cupo, ma comunque ben lontano dalle atmosfere casalinghe e scherzose di Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento. Anne Elliot ha ventisette anni – a quanto corrisponderebbero ai giorni nostri? – e ha perso l’amore della sua vita – possiamo credere o meno al concetto in sé, ma è quello che zia Jane intende raccontarci, quindi prendiamolo per buono – per via della propria debolezza. La famiglia era contraria al suo legame con il giovane Wentworth, e lei non era riuscita a imporsi né a insistere. Il fidanzamento è stato sciolto, l’amato è andato per mare, e Anne è rimasta sola ad affliggersi per anni, rinchiusa in una bolla di rimpianto e desolazione che l’ha separata dal resto del mondo, rendendola anzitempo una zitella senza speranza. E nel romanzo, ovviamente, cambia, cresce, si rafforza poco a poco. Anche lei prosegue per gradi: c’è la sua decisione di fare visita a una vecchia compagna di scuola nonostante il parere contrario della famiglia; c’è la sua volontà di dire la propria in difesa di sentimenti delle donne che durano a lungo, durante una discussione col Capitano Harville a casa dei Musgrove; e infine, ovviamente, la decisione di accettare la proposta del Capitano Wentworth.

La crescita di Anne non ricalca esattamente quella compiuta da Emma o da Lizzie; se loro erano motivate al cambiamento dalla vergogna e dall’imbarazzo, Anne è spinta soltanto dal dolore che la propria debolezza le ha provocato. Certo, anche quella debolezza l’avrà fatta vergognare, ma identifico nella sofferenza e nel rimorso la causa della sua rivoluzione interiore.

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E poi? Poi ci sono Marianne ed Elinor di Ragione e sentimento , che devono imparare l’una dall’altra. L’una impara a carissimo prezzo a non farsi trascinare dalle fantasie e dai sentimenti, l’altra capisce che deve esporsi e rischiare per essere felice. E Fanny di Mansfield Park cosa impara, se non a imporsi, ad anteporre un “no” ai desideri altrui quando cozzano coi propri? E la mia adorata Catherine Morland de L’abbazia di Northanger che scopre la differenza tra i romanzi e la realtà, che non sempre un castello cela un mistero.

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Non la faccio lunga su questi casi, però. Si tratta sempre di eroine che cambiano nel corso dei rispettivi romanzi, ma non vedo in loro caratteristiche tali da annotare come difetti da risolvere, dunque mi parrebbe poco sensato disquisirne a lungo in un post che vorrebbe trattare le magagne personali e i cambiamenti dettati dai buoni propositi.

La trattazione è finita – era ora, eh? – e spero di non avervi annoiato. Sicuramente dovrei imparare ad essere un attimo meno prolissa; ma se ben ricordate, all’inizio dicevo che non sempre guardo ai difetti come aspetti da ripulire e risolvere.

Buone feste, e grazie mille a Manuela per avermi ospitata qui – e per non avermi defenestrata. Lei sa perché. (Risposta di Manuela: ami troppo Jane Austen per essere defenestrata, nel giorno del suo compleanno poi <3)

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Una spola di filo blu lunga come la nostalgia

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Lise Sarfati

 

Parafrasando Jane Austen, è una verità universalmente riconosciuta che ogni protagonista maschile sia disfunzionale a modo suo. Sarà che dopo la mia #franzethon sono diventata più sensibile alla loro presenza, ma la realtà è questa: vedo uomini fittizi disfunzionali un po’ ovunque. Uomini incapaci di amare, e poco desiderosi di imparare a farlo (vi ricordate gli #uominichenonsapevanoamare di febbraio?)

Prendete Junior Whitshank, il patriarca della famiglia protagonista di Una spola di filo blu di Anne Tyler: non essendo capace di amare la donna che, un po’ per caso e un po’ per sbaglio, per un errore di calcolo o di distrazione, è diventata sua moglie, vivendo la paternità come una sorta di competizione, una sfida a chi fa meglio per i propri figli, riversa tutto l’amore di cui è capace in una casa.

Una casa, che progetta per un’altra famiglia – i Brill – appartenente a un ceto sociale più elevato, in un quartiere residenziale di Baltimora che sembra a Junior l’habitat naturale per un parvenu come lui stesso. Una casa dal portico di legno dorato, grande, accogliente come un abbraccio. Una casa che cura nei minimi dettagli, senza tener conto dei desideri degli acquirenti, preparandola per sé e per la sua famiglia – Linnie Mae, la moglie bambina dagli occhi d’acqua, e i due figli, che rispondono ai nomi altisonanti di Merrick e Redcliffe.

 

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Lise Sarfati

 

Ecco, avrebbe potuto dire qualcuno. Possibile che tra i misteriosi antenati della famiglia Whitshank ci fossero dei Merrick e dei Redcliffe? Invece no, erano solo nomi che secondo Junior suonavano nobili. Suggerivano origini illustri, magari per parte di madre. Oh, Junior era sempre in cerca dei modi più efficaci di darsi un tono. Eppure li teneva in quella casetta triste a Hampden senza nemmeno prendersi la briga di sistemarla, anche se sarebbe stato in grado di farlo meglio di chiunque altro “Aspettavo il mio momento” disse anni dopo. “Stavo solo aspettando il mio momento, tutto qui”.

 

Puntuale solo come certi inaspettati appuntamenti col destino possono esserlo, il momento di Junior arriva: la signora Brill decide di lasciare quella casa in cui si è sempre sentita estranea. Per i Whitshank arriva così il tanto agognato riscatto sociale, nei confronti del quale tuttavia Linnie Mae rimane fredda e indifferente, covando risentimento nei confronti del marito per averla strappata alla sua casa, al suo quartiere, alla confortante compagnia delle sue vicine, fragrante di chiacchiere e biscotti appena sfornati. La ribellione di Linnie Mae si concentra su un mobile: un dondolo di legno, che fa dipingere di una brillante tonalità di blu all’insaputa – e contro la volontà – del marito Junior.

Junior è furioso: un dondolo blu è pacchiano, comune. Tutto deve essere straordinariamente perfetto nella dimora Whishank: è necessario che la casa e la famiglia si integrino nell’elegante quartiere, e per farlo devono raggiungere quello stadio di asettica eleganza che sembra caratterizzare tutte le dimore – e le famiglie – del quartiere. Il divano torna ad essere di legno biondo, una sorta di vendetta di Junior nei confronti di quella moglie conosciuta troppo presto – Linnie Mae aveva soltanto tredici anni – che gli aveva mentito sulla sua età per poi diventare per lui un peso, quotidiano e ineluttabile. In mezzo al suo risentimento fa capolino un pensiero, improvviso come una nuvola gravida di pioggia in un cielo sereno e soleggiato:

 

Gli aveva rivoltato la vita così come rivoltava un maglione appena lavato per dargli la forma giusta. Forse di quest’ultima cosa doveva essere contento.

 

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Lise Sarfati

 

Il filo blu di Linnie Mae la ricongiunge alla nuora Abby, che con una spola di filo dello stesso colore cuce una sorta di caftano per il fidanzato Red, da indossare nel giorno del loro matrimonio.

Abby e Red si innamorano proprio nella casa di famigli, nella confusione che precede il matrimonio della sorella, Merrick (che ha ereditato la pretese di grandezza paterne) al freddo Tripp, erede delle fortune della sua famiglia.

 

Era un pomeriggio meraviglioso, tutto ventilato, verde-giallo, con un cielo dal blu irreale di un barattolo di crema Nivea. Tra un minuto avrebbe detto a Red che accettava volentieri il suo passaggio per andare al matrimonio. Per ora, però, preferiva aspettare, tenersi stretto al cuore quel pensiero.

 

Abby e Red, soliti e innamorati, restano a vivere a casa Whitshank, legando i loro destini e le loro vicissitudini a quelle della casa: l’arrivo dell’orfano Stem; i problemi col figlio Danny, estremamente geloso della madre, misterioso, incapace di tenersi un lavoro, capace di sparire per mesi e mesi; la morte improvvisa della stessa Abby.

 

“Le case hanno bisogno di essere vissute” disse Red. “Questo dovreste saperlo tutti. Certo, gli esseri umano provocano problemi di usura – pavimenti consumati, gabinetti intasati e cose così – ma non è niente rispetto ciò che accade quando una casa è abbandonata. È come se restasse senza cuore. Si affloscia, si accascia, comincia a sprofondare. Giuro che guardando la trave maestra di una casa riesco a capire se è abitata o meno. Credete che fare una cosa simile a questo posto”?

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Lise Sarfati

 

Anne Tyler racconta la storia di una famiglia. Una storia imperfetta, come imperfette sono tutte le famiglie, fatta di troppo – o di troppo poco – amore, di assenze, di lacrime, di sorrisi, di nascite e morti. Fatta di una ragnatela di rapporti umani così complicati da fare male.

Lo fa in modo così delicato da sconfinare a volte nel superficiale, da fare desiderare al lettore di scavare un po’ di più nel carattere di un personaggio, da lasciare punti interrogativi e dubbi lasciati insoluti da una dissolvenza sfumata, che lascia casa Whitshank ormai vuota, sospesa in un universo parallelo senza tempo.

 

Comunque, si sa com’è quando ti manca qualcuno che ami. Cerchi di trasformare ogni estraneo nella persona che speri di vedere. Senti una certa musica e subito ti dici che potrebbe aver cambiato modo di vestire, essere ingrassato di una tonnellata, aver comprato un’automobile e averla parcheggiata davanti alla casa di un’altra famiglia. “È lui!” dici. “È venuto! Lo sapevamo: noi siamo sempre…” Ma poi senti quanto sei patetico, le tue parole si perdono nel silenzio e ti si spezza il cuore.

 

Una spola di filo blu, Anne Tyler, Guanda editore, trad. a cura di Laura Pignatti

Soundtrack: Fix you, Coldplay

 

 

Un’ora con…Ophelinha

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Questa puntata di Un’ora con è un po’ fuori dalle righe e diversa dalle altre, perché a rispondere alle domande…sarò io 😉

È da tempo infatti che volevo fare un po’ il punto della situazione: parlare di com’è nato il blog, come si è evoluto nel corso degli anni, come vorrei che continuasse a cambiare. Avrei voluto farlo a novembre, in occasione del quarto compleanno del blog, ma eravamo in fase di preparazione del calendario dell’Avvento letterario, un’esperienza molto divertente che spero di ripetere anche quest’anno (voi della ciurma, ci sarete tutti, vero?)

Approfitto dell’occasione anche per parlare un po’ di me: sono schiva, riservata e mi viene sempre più facile nascondermi dietro Ophelinha che far venire fuori Manuela. Voglio provare comunque a mettermi, per una volta, dall’altra parte e provare a raccontarmi. Pronti?

 

1) Impressions chosen from another time: come e perché?

Il mio blog nasce in un brumoso pomeriggio del lontano novembre 2011. Avevo già scritto su altri blog e testate (tipo qui o qui), occupandomi prevalentemente di politica europea; quando poi questa passione è diventata anche un po’ (all’incirca pressappoco) il mio lavoro, ma non nei termini o nelle misure che speravo (quasi per niente), ho sentito la necessità di dare sfogo ad altre passioni che mi rappresentassero maggiormente: la lettura, la letteratura, la scrittura, il cinema, il teatro.

Avevo un numero imprecisato di quaderni pieni di appunti, poesie, racconti, e ho pensato – anche per smettere di perderli – di iniziare a ricopiarli in questa sorta di finestrella virtuale che mi era creata su blogger. Vorrei poter dire che la ragione per cui ho iniziato a scrivere sul blog è qualcosa di eroico, nobile ed elevato, ma non è così: era un pomeriggio di novembre, mi ero ri-trasferita da circa un annetto (dopo aver vissuto a Roma, Londra, di nuovo Roma, di nuovo Londra, di nuovo Roma e una prima volta a Bruxelles), c’era un sacco di nebbia e faceva freddissimo. L’inverno 2011 è stato il secondo inverno più freddo di quelli che ho trascorso in Belgio: ha nevicato fino ad aprile e per me è stata dura abituarmi sia al freddo che a un contesto professionale molto diverso.

Nel primo post ho copiato semplicemente una poesia che avevo scritto a Londra nel 2008, Un altro finale, perché era quello che mi auguravo: di trovare il mio lieto fine, un posto in cui stare bene, un lavoro che mi appagasse, un contesto socio-professionale (e climatico) che mi si confacesse di più. Non l’ho ancora trovato (segno che dovrei ritirarmi nella campagna inglese e fare l’eremita) e mi auguro ancora esattamente le stesse cose, ma da un annetto a questa parte ho iniziato a provarci sul serio, e spero di trovare presto quello che sto cercando.

Il titolo del blog è tratto da una canzone di Brian Eno, By this river, colonna sonora de la stanza del figlio di Nanni Moretti. Amo le canzoni malinconiche (sono un’allegrona), e il testo di By this river è davvero bellissimo, oltre a riflettere lo stato d’animo in cui mi trovavo nel periodo in cui ho aperto il blog (e in cui mi ritrovo a momenti alterni): così confusa e lontana dalle cose importanti per me da sentirmi con la testa sott’acqua, cercando di carpire l’eco di parole troppo lontane per risultare intellegibili (suona drammatico, lo so, ma non lo è: abbiate pazienza, sono una drama queen) .

 

2) Chi c’è dietro Impressions chosen from another time?

Ci sono io, Manuela. C’è Ophelinha, che è nata come una crasi tra l’ineffabile Ofelia shakesperiana, scritta all’inglese (Ophelia) e la malinconica Ofélia Queiroz, eterna fidanzata e mai moglie di Fernando Pessoa. L’incomprensibile grafia vuole essere metà anglofona, metà lusofona: finora quasi nessuno è riuscito a scriverla correttamente, ma non riesco a liberarmene, per ragioni che ora cerco di spiegarvi. Abbiate pazienza, e sopportatemi!

L’eteronimia mi ha sempre affascinato: ho iniziato a studiare il portoghese al secondo anno di università e mi sono innamorata di Pessoa. Ophelinha (Pequena, scritto come nella versione portoghese, perché Pessoa, tra altri nomignoli e vezzeggiativi, chiamava la fidanzata “la sua piccola Ofelia”) è diventata per me un posto felice, un repositorio di cose belle nel quale rifugiarmi e dietro al quale nascondere la mia timidezza (Lucio Battisti usava i suoi ricci, io uso Ophelinha, anche un po’ i ricci, a dire il vero). Ophelinha è un po’ la regina di quelle storie d’amore infelici e contrastate di cui ho sempre voluto farmi paladina, ed è rétro e antiquata quanto basta per piacermi.

Dietro Ophelinha c’è Manuela, timida, disordinata, idealista, donchisciottesca, nevrotica, insonne, perennemente alla ricerca di qualcosa.

Amo leggere, scrivere quando ne ho voglia, viaggiare (specie se si tratta di andare a Londra, il mio posto preferito in assoluto, o se si tratta di andare da qualche parte dove c’è il mare e possibilmente il sole). Amo il teatro (ho fatto parte di un gruppo anglofono fino a due anni fa e mi manca un sacco), la campagna inglese, i frullati di frutta, un buon vino bianco (aziende vinicole, vero che volete farvi sponsorizzare da me?), la focaccia, la musica di Leonard Cohen e di Joni Mitchell (non ascolto solo musica deprimente, lo giuro).

Mi interessano la politica internazionale e il mondo della comunicazione e dei new media, che sto cercando di approfondire, essendo da qualche mese tornata a studiare.

Non amo le polemiche (specie quelle sui social media – a cui comunque sono troppo pigra per rispondere), i posti troppo affollati, la mancanza di gentilezza, l’opportunismo, l’arroganza, il freddo e la neve. Sto cercando di trovare il giusto equilibrio tra l’eccesso di condivisione e l’essere diventata una privacy freak: le cose più belle e personali, però, me le tengo per me, ben strette.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio scaffale d’oro metterei in primis i libri che mi hanno insegnato ad amare la lettura: Piccole donne di Louisa May Alcott, Cime tempestose di Emily Brontë, tutta Jane Austen. Ci sarebbe tanta poesia: Antonio Machado, Juan Ramón Jiménez, Federico García Lorca, Eugenio Montale, Jacques Prévert, TS Eliot, Sylvia Plath, Emily Dickinson, ee cummings, Wislawa Szymborska, Leonard Cohen, Pablo Neruda, solo per citarne alcuni. Ci sarebbero le lettere di Pessoa alla fidanzata e quelle di Sylvia Plath alla madre. Ci sarebbero i racconti di Alice Munro e l’Ernest Hemingway di Addio alle armi, Per chi suona la campana e Fiesta. Ci sarebbe l’incredibile Gabo con le meraviglie di Macondo e l’idilliaca Port William di Wendell Berry. Non potrebbe mancare una rappresentanza russa, Anna Karenina e Lolita in cima al mucchietto. Ci sarebbe un libro che ho amato in un momento particolare della mia vita, L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, qualche biografia e qualche bella saga familiare, tipo I viceré di De Roberto. Non potrebbe mancare qualche testo teatrale – l’Amleto shakespeariano, Casa di bambola di Ibsen, La Locandiera di Goldoni per un amarcord di tutto rispetto. Ci sarebbe Il grande Gatsby, col suo finale che mi fa rabbrividire ogni volta che lo leggo, e L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. Ci sarebbero vecchi amici – La coscienza di Zeno di Svevo, il Coe de La banda dei brocchi e La casa del sonno, Via col Vento della Mitchell, Sostiene Pereira di Tabucchi, nuovi amori – Jonathan Franzen, nuove scoperte – Miriam Toews e Elizabeth Strout.

E ci sarebbe un bel po’ di spazio per i libri che verranno.

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4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Sono un po’ Ofelia, un po’ Rossella O’Hara di Via col Vento: testarda, ostinata, sono bravissima a fare pessime scelte e a rimpiangerle per molto, moltissimo tempo. La mattina del mio ventiquattresimo compleanno ho trovato sulla porta della mia stanza (abitavo in uno studentato) un post-it con l’aggettivo quixotic, e non a torto: ho in comune con Don Chisciotte la tendenza a battermi per le cause perse  e a essere romanticamente idealista (e a sentirmi fuori posto abbastanza spesso).

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

…sarebbe la canzone che gli ha dato il titolo (vedi risposta uno), con un tocco di Famous blue raincoat di Leonard Cohen e di Both sides now di Joni Mitchell (cantata a squarciagola sotto la doccia).

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Con la lettura è sempre andata abbastanza bene, anche se il trucco nel mio caso è trovare il libro che funzioni a seconda delle situazioni, ispirazioni, stati d’animo, livelli di stress e stanchezza.

Con la scrittura è molto più altalenante: non scrivo quando non ne ho voglia, non scrivo quando non ho effettivamente qualcosa da dire. La scrittura – specie quella personale, che non va a finire necessariamente nel blog, almeno per ora – va spesso per me di pari passo con stati d’animo riflessivi e malinconici: per dirla con Luigi Tenco (o Bruno Lauzi, dato che non ci si mette d’accordo sulla paternità di questa citazione), quando sono felice esco.

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7) Progetti in cantiere

Mi piacerebbe tornare a dare al blog un taglio più personale: parlare di letteratura e raccontare storie mettendoci anche pezzi di me. La realtà è che, al momento, scrivo prevalentemente lettere di motivazione da affiancare al curriculum, e, per quanto inizi seriamente a pensare che alla redazione di cv e affini andrebbe dedicato un intero genre, non credo che il mondo sia ancora pronto a canonizzarlo. In definitiva, mi tocca mettermi a ricercare la mia voce eccetera, sperando che il processo non sia troppo lungo o doloroso e che non includa meditazione o affini (ho provato a meditare una volta e sono andata in spin: devo pensare a un posto felice – non mi viene in mente un posto felice – ma ho attaccato la lavatrice stamattina? – ma che ansia.)

Vorrei anche ripetere a dicembre il calendario dell’Avvento letterario e continuare a organizzare iniziative insieme a gente che mi piace.

 

Sono prolissa, lo so. Se siete arrivati fino a qui sotto meritate un premio 😉

 

Un’ora con…Laura Ganzetti de Il tè tostato

 

Che dire di Laura, meglio nota come la fanciulla del tè tostato e dei libri?

In primis che l’ammiro moltissimo: ha mille idee, realizza tantissimi progetti e si dedica a tutti con passione ed entusiasmo (vi rimando a questo post in cui Laura spiega di cosa si occupa e come potete seguire i suoi progetti di lettura sui social).

Laura, ti lascio la parola e spero di incontrarti prestissimo, magari a qualche evento bronteano 😉

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1) Il tè tostato: come e perché?

Il tè tostato è nato per mettere in fila le mie letture e non dimenticarle. Leggo tanto e a un certo punto mi è sembrato impossibile continuare ad avere tutto in testa, così ho aperto il blog; un diario non sarebbe bastato, sono un’incostante e senza un impegno all’esterno avrei smesso.

Il nome deriva dall’altra mia passione, il tè, e appunto il tè tostato è uno di quelli che preferisco; in giapponese si dice Hojicha ed era abbastanza improbabile, così ho scelto la versione italiana, ma per un anno intero quando dicevo “Il tè tostato” tutti capivano “Il terzo stato”: è imbarazzante dover ripetere come ti chiami, ma sento di essere quasi fuori dal tunnel. Andando avanti Il tè tostato si è arricchito di idee, voglia di fare, progetti, collaborazioni, il rapporto uno a uno di me che scrivo e mio padre che leggeva è cambiato e oggi occupa moltissimo della mia giornata.

 

2) Chi c’è dietro Il tè tostato?

Il tè tostato è tutto mio e solo mio, in un’autarchia arcaica e felice. Dato che sono in costruzione (e demolizione) personale continua, lo è anche il blog. I libri sono la cosa che mi piace di più, la lettura e la scrittura sono il modo in cui preferisco passare il tempo, sono una solitaria, mi piace l’autunno e il malumore della pioggia. Poi c’è tutta la mia vita personale che nel blog non appare, ma lo condiziona come la lettura condiziona me. Parlando di pratica dietro c’è una negata col computer che ha imparato a starci insieme, la mia pagina l’ho fatta da sola e so che si vede, ma ne sono orgogliosa, ed è stato un passo importante, ci sono poi, e soprattutto, molte ore di lettura, di approfondimento, di discussione e confronto con chi legge, c’è l’amore per la condivisione del mondo dei libri la frequentazione di librerie e il dialogo con chi di libri vive e lavora, e moltissima curiosità.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Lo scaffale è lungo e articolato, in ordine sparso: Jack Kerouac, George Simenon, Virginia Woolf, J.D. Salinger, Jane Austen, Emily Brontë, tutti gli Harry Potter. Di alcuni autori l’intera narrativa per me è fondamentale, certo con delle preferenze di titolo, e poi c’è la saga che ha frantumato i miei pregiudizi letterari, ed è stata una sensazione di miglioramento unica. Il mio percorso di lettore mi ha portata dall’amare visceralmente gli americani della beat generation, poi a sentire la necessità di ambientazioni inglesi a partire da Peter Pan; ora, per esempio, sono inamorata di Elizabeth Jane Howard.

Ma c’è un’autrice italiana a cui devo tutto ed è Natalia Ginzburg: è stato con Lessico Famigliare che ho scoperto il piacere della lettura, avevo undici anni. C’è inoltre un autore cui devo l’attenzione per la parola e la fiducia nell’immaginazione ed è Italo Calvino: Se una notte d’inverno un viaggiatore mi ha insegnato che le storie possibili sono infinite e così le vite.

 

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Holden Caulfield, per il suo disagio cui il mio assomiglia moltissimo e la sua voglia di esistere anche. Ho una famiglia di personaggi letterari, sono figure che sento, vorrei potergli telefonare, farci una passeggiata, ma nessuno è come Holden per me. Lui sa chi sono, e seppure abbia ancora sedici anni mentre io sono diventata grande, e si spera che diventerò vecchia, Holden è in me e io lo tengo stretto. Che poi l’immedesimazione secondo me è sopravvalutata, ho amato dei libri in cui non mi sono trovata, sono stata spettatore seppure partecipe, in ogni lettura entro e esco dall’ambientazione, ma non dai personaggi, non spesso almeno, ma Holden, lui non si batte, non se ne è più andato da me.

 

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Il mio blog sarebbe Nella mia ora di libertà di Fabrizio De André, e Hotel Supramonte; ci sono poi alcune colonne sonore di film, quella di City of Angels prima di tutte, film orribile,ma brutto brutto, colonna sonora pazzesca, e poi quella di Ritorno al futuro.

Poi c’è Mexico di James Taylor, perché l’evasione è quel posto in cui poi si va a vivere.

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Con la lettura facilissimo, con la scrittura complicatissimo. Leggere e scrivere sono le uniche cose che ho sempre fatto da quando ho imparato, quelle che mi hanno salvato, divertito, sostenuto, fatto soffrire e fatto stare bene.

 

7) Progetti in cantiere

Uh, moltissimi! Tra quelli interni al blog e le sue derive, ho tremila idee e, contrariamente al mio solito che le contemplo e basta, ora tento di realizzarne almeno due o tre. Sto imparando a essere (almeno un po’) concreta. Comunque tra le altre dovrebbe esserci l’abbandono della mia grafica autodidatta alla volta di qualcosa meno naif , ma non troppo, e nuovi gruppi di lettura, che sono un po’ la mia missione.

Il Calendario dell’Avvento Letterario#16: un Natale Regency con Jane Austen

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Questa casella, aperta da me medesima, è dedicata a Jane Austen, nata il 16 dicembre 1775, e corredata da una strenna gastro-letteraria offerta da Sigrid de Il cavoletto di Bruxelles.

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Inghilterra, fine XVIII secolo: dopo l’embargo del Natale imposto dai Puritani, si ricomincia a festeggiare la stagione dell’agrifoglio e dello Yule, il ceppo natalizio messo ad ardere nel caminetto la notte di Natale.
Prima dell’epoca Regency non era stata certo the season to be jolly, la stagione dell’allegria, come predica un famoso Christmas carol: nel 1644, Oliver Cromwell aveva deciso di bandire il Natale, sostenendo che favoriva piaceri dei sensi e della carne in grado di obnubilare l’essenza religiosa della festività. I Puritani, in generale, non amavano il Natale perchè lo associavano alla chiesa di Roma, e sostenevano che nelle Sacre Scritture non ci fosse alcuna menzione del 25 dicembre: si trattava semplicemente di un tentativo della chiesa cattolica di incorporare la festività pagana del solstizio d’inverno, svuotandola della sua valenza profana e attribuendogliene una sacra, incoraggiando al tempo stesso i fedeli agli eccessi. I canti di Natale erano stati proibiti, e chiunque si fosse azzardato a cucinare un’oca, una torta o un pudding natalizio sarebbe stato punito con la confisca del bene incriminato e multe salate.

Fortunatamente, Jane Austen e sua sorella Cassandra vivono nell’era georgiana (1714 – 1830), ben più liberale e permissiva nei confronti del Natale. Il periodo georgiano prende il nome dal primo dei  quatto Hannover ad essere insignito della corona reale in suolo britannico, George I. Il periodo della reggenza degli Hannover, da George I a George IV, viene per l’appunto chiamato Regency. E, parlando di Regency, si parla di Jane Austen quasi per antonomasia, identificando il momento storico con la pubblicazione e diffusione dei suoi romanzi, che a loro volta definiscono canoni di abbigliamento e di comportamento che diventeranno tratti essenziali dello stesso periodo Regency.

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Jane e Cassandra, come le altre ragazze dell’epoca, decorano la loro casa (il rettorato di Steventon) di agrifoglio, alloro, rosmarino ed edera. Anche la frutta fresca – specie arance, mele e limoni – viene usata per decorare, sia per il suo profumo, sia come indicatore dello status sociale della famiglia, in grado di permettersi frutta fuori stagione o addirittura in possesso di una serra riscaldata. Si inizia a decorare la casa il giorno della vigilia di Natale: farlo prima porta male.

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A Natale iniziano i dodici giorni di Natale (vi ricordate il Christmas carol di cui vi parlavo qualche casella fa?), che culminano nella Twelfth night, la dodicesima notte, che celebra l’arrivo dell’Epifania. Dalle sue lettere, sappiamo che Jane Austen festeggiava i dodici giorni di Natale: un turbinio di giochi, come sciarade e tableaux vivants (rappresentazioni di quadri viventi), balli e pietanze tipicamente natalizie, come le mince pies (la cui origine risale addirittura all’epoca delle Crociate) nella variante con e senza carne, la Twelfth Night cake, un sacco di punch diversi e l’immancabile Christmas pudding, di cui torneremo a parlare più tardi.

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Ogni famiglia si prepara a ricevere un flusso costante di ospiti: in particolare, giovani in età da matrimonio – o quantomeno da fidanzamento – di ritorno da università, rettorati, reggimenti, navi della marina inglese. Così il Natale Regency, oltre ad essere la stagione della gioia, dei balli e dell’agrifoglio, diventa la stagione del match-making: è il momento di sistemare quelle fanciulle in età da marito che rischiano di vedersi condannate a una vita solitaria di zitelle dai mezzi limitati (ad essere sinceri, quello che sembra più preoccupare le fanciulle dell’epoca è la mancanza di mezzi più che la mancanza di marito. Erano delle Bridget Jones in crinoline e mussoline, insomma).

The mistletoe or Christmas gambols, c1796 British Museum 1884

The mistletoe or Christmas gambols, c1796 British Museum 1884

Il Natale del 1795 è particolarmente significativo per Jane Austen: a vent’anni si innamora per la prima volta, e si ritrova per la prima volta col cuore spezzato (ironico come le due cose tendano ad andare insieme…)
L’oggetto della sua infatuazione è il giovane, affascinante Thomas Langlois Lefroy, di origini irlandesi, studente di legge, venuto in Inghilterra a trascorrere il Natale con sua zia, Madam Lefroy.

Tom Lefroy
Jane è giovane, carina, fresca, entusiasta, vivace, molto più disinibita, impulsiva e incline al flirt di quello che si potrebbe pensare.
Claire Tomalin, autrice della biografia Jane Austen: A Life, scrive della Austen:
“(Jane) was already greatly admired among the many gentlemen of the neighborhood, and it was to become a moot point with her whether flirtation or novel-writing afforded her greater delight. On the whole, she rather inclined to believe that it must be flirtation…”
(Jane era già oggetto dell’ammirazione di molti gentiluomini dei dintorni, tanto che viene  da chiedersi se lei stessa traesse più piacere dai flirt o dalla scrittura. Nel complesso, propendeva per il flirt…)

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Galeotti sono i balli, che a Natale sono più numerosi che mai e offrono intrattenimento alla gentry di campagna e ai loro ospiti. I balli sono una delle poche occasioni in cui si può parlare privatamente con persone dell’altro sesso, complici il rumore e la confusione di sale affollate e una prossimità fisica più unica che rara. Ci sono comunque tutta una serie di norme sociali da rispettare: non si può danzare con una fanciulla che non si conosce senza prima aver chiesto di essere presentati; ballare con uno sconosciuto può portare una ragazza alla rovina sociale; se una ragazza rifiuta di ballare con qualcuno che non le garba, deve rifiutare di ballare con tutti gli altri (per questo, in Orgoglio e pregiudizio, Elizabeth Bennet acconsente alla richiesta dell’odioso cugino Collins, che la prenota per due danze –  il numero massimo di balli concesssi con lo stesso partner).

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A vent’anni, Jane adora i balli; segue le ultime mode e tendenze in fatto di abbigliamento e capigliature ed è instancabile, vantandosi con la sorella Cassandra di aver danzato venti balli di fila, senza fermarsi nè stancarsi. Jane e Tom flirtano apertamente nelle sale da ballo – e non solo – attirando l’attenzione di tutti e diventando oggetto di pettegolezzi e preoccupazioni per le rispettive famiglie. Jane sa che il soggiorno di Tom nello Hampshire è limitato nel tempo: ma ha deciso di innamorarsi, e niente riesce a farla desistere dal suo proposito, nemmeno la mancanza di prospettive  concrete dei due innamorati.

Jane sembra convinta dell’affetto e delle costanza del suo innamorato, tanto da scrivere alla sorella Cassandra – che la rimprovera per la sua imprudenza – di aspettarsi una proposta di matrimonio da Tom nel corso dell’ultimo ballo a cui avrebbero partecipato tutti e due, ad Ashe. Le preannuncia, scherzosamente, che ha intenzione di rifiutare, a meno che lui non riununci ad indossare un cappotto bianco, per via del quale Jane l’ha preso in giro più volte.
Tuttavia, il ballo tanto atteso, nei confronti del quale Jane ha nutrito tante speranze, è destinato a spezzarle il cuore: Tom non vi parteciperà, costretto dalla sua famiglia a partire immediatamente per  Londra per evitare i danni e le conseguenze di un fidanzamento tra due giovani quasi del tutto sprovvisti di mezzi. La famiglia di Tom era povera, la sua istruzione era pagata da un vecchio zio benestante; la stessa Jane non aveva di certo una dote che potesse permetterle di sposarsi per amore.
I due sono destinati a non rivedersi mai più. Lo stesso fatidico venerdì del ballo rovinato, del fidanzamento mancato, Jane scrive alla sorella Cassandra:
“At lenght the day is come on which I have to flirt my last with Tom Lefroy, and when you receive this it will be over. My tears flow as I write at the melancholy idea”
(Alla fine è giunto il giorno che ha messo termine al mio flirt con Tom Lefroy, e, quando riceverai questa mia lettera, tutto sarà già finito. Alla sola idea, lacrime di malinconia scorrono copiose mentre scrivo).

Dal film

Dal film “Becoming Jane”

Da quel famigerato Natale del 1795, Jane porta con l’amara consapevolezza della vulnerabilità, del desiderio, della passione amorosa, delle farfalle nello stomaco, della speranza, del dolore della perdita. Scrive Michiko Kakutani, celeberrimo e temuto critico del New York Times:

“No doubt the disappointment of this love affair galvanized feelings of vulnerability and defensiveness that Austen felt as a child. It was in the months after Lefroy’s departure from Hampshire that Austen turned incresingly to writing”.
(Non c’è dubbio che la delusione amorosa abbia galvanizzato un senso di vulnerabilità e impotenza che la Austen nutriva fin da piccola. Proprio nei mesi successivi alla partenza di Lefroy dallo Hampshire, la Austen si dedica sempre di più alla scrittura).

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Jane è stata bruciata: ha amato ed è stata lasciata, senza nemmeno poter vedere Tom un’ultima volta, senza nemmeno dirgli addio. Se lui chiama la prima figlia Jane Christmas Lefroy, lei trasforma passione amorosa e dolore in grande letteratura, condendo il tutto di una buona dose delle sua inimitabile ironia.

Mi piace pensare che il cuore spezzato di Jane abbia trovato sollievo tra le braccia dell’amata sorella Cassandra e quelle materne. Mi piace pensare che Jane sia stata assorbita dai preparativi degli ultimi giorni delle festività natalizie, e abbia preferito essere attiva, scendendo ad aiutare in cucina, magari preparando il bread pudding di mamma Austen, che oggi potete provare a preparare anche voi, grazie a Sigrid de Il cavoletto di Bruxelles . Sigrid, ispirandosi a questa ricetta in versi di mamma Austen, ha ricreato la sua propria variante di bread pudding con un twist à la cavoletto.
La ricetta e le foto che seguono sono opera delle manine, della cucina e della macchina fotografica di Sigrid.

Il bread pudding di Mrs Austen

brioche del giorno dopo 420g
latte 500ml
burro 100g
uvetta di Corinto 100g
zucchero 100d
tuorli 3
acqua di rosa 3 cucchiai
cardamomo macinato mezzo cucchiaino
chiodi di garofano 3
noce moscata una grattugiata
una bustina di tè nero

1. Preparare una tazza di tè, versarla sull’uvetta e lasciare in ammollo per 10 minuti.
2. Tagliare la brioche a cubetti e versarli in una teglia da forno.
3. Portare il latte a ebollizione insieme al cardamomo e ai chiodi di garofano.
4. Preparare una crema inglese: sbattere i tuorli con lo zucchero, fino a ottenere un composto di color chiaro. Versarci sopra il latte (dal quale avrete tolto i chiodi di garofano), mescolare bene con la frusta, poi riversare il tutto nel pentolino del latte e mescolare con un cucchiaio di legna a fuoco basso (attenzione, il composto non deve bollire) fino a quando la crema si sarà leggermente addensata. Spegnere, incorporare il burro tagliato a pezzettini, l’acqua di rosa e la noce moscata.
5. Scolare l’uvetta e mescolarla con i dadini di brioche. Versare la crema profumata sui dadini di brioche, coprire e lasciar riposare per un paio d’ore o una notte intera.
6. Infornare il tutto a 180°C per circa 50 minuti o fino a quando si forma una crosticina in superficie. Servire tiepido, cosparso di zucchero a velo.

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Soundtrack: Deck the halls, un altro dei miei Christmas carols preferiti (deck the halls with boughs of holly, tis the season to be jolly)

Per saperne di più:

A Jane Austen Christmas: Celebrating the Season of Romance, Ribbons and Mistletoe, Carlo De Vito

Bonus extra: un’infografica sul Natale inglese

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Cartoline dallo Hampshire, tra i luoghi di Jane Austen

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Ci sono viaggi e altri viaggi.

Ci sono viaggi che si aspettano una vita, che maturano dentro di noi prima ancora che ci avventuriamo effettivamente a percorrerne i sentieri, accarezzandone con lo sguardo ogni dettaglio.
Nel mio caso specifico, il viaggio/pellegrinaggio nei luoghi austeniani è nato come desiderio quand’ero una ragazzina introversa innamorata dei libri di zia Jane, e, tra un partita di pallone e l’altra con i miei due fratelli – che mi obbligavano a fare da portiere – leggevo e desideravo con tutta me stessa di scappare dal paesello calabrese e ritrovarmi improvvisamente nella campagna inglese.
Ci sono voluti un paio di anni, ma finalmente ho preso un treno e sono arrivata a Alton, lussureggiante paesino in mezzo al nulla, e ho macinato tre chilometri a piedi, con tanto di valigia e piumone in una giornata inaspettatamente mite e soleggiata, per arrivare a Chawton, sede del The Jane Austen’s House Museum, l’unica dimora presso la quale la Austen ha soggiornato attualmente aperta al pubblico.

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La passeggiata in mezzo al verde e alla natura, tra case residenziali e qualche sparuto ciclista, mi ha fatto pensare alle centinaia di passeggiate che Jane deve avere fatto negli stessi luoghi insieme alla sorella Cassandra, amica e confidente, magari discutendo nuovi personaggi, raccontando storie, condividendo impressioni, sorridendo delle stramberie di qualche eccentrico vicino.

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Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775, settima di otto fratelli, figlia di un pastore anglicano, George Austen, e di Cassandra Leigh, discendente di una famiglia bene della gentry inglese. La famiglia Austen è basata a Steventon, nello Hampshire. Jane e sua sorella Cassandra Elizabeth vengono mandate a studiare ad Oxford e poi a Southampton. Dopo una terribile epidemia di tifo, che quasi costa loro la vita, le due sorelle si spostano a Reading, dove frequentano la Abbey school (oggi una scuola indipendente solo femminile).
Jane viene ritirata da scuola a soli undici anni; inizia la sua carriera di lettrice avida e curiosa, indirizzata dal padre George e dai fratelli James e Henry.
All’età di vent’anni conosce l’amore, fulcro di quelli che sarebbero diventati i suoi romanzi: Tom Lefroy, nipote dei vicini e povero in canna. I due non si sposano molto probabilmente a causa delle loro difficoltà economiche: d’altro canto, se nei suoi romanzi Jane è contraria ai matrimoni d’interesse (ad esempio, in Mansfield Park, Maria Bertram sposa il ricco Mr Rushworth per i suoi soldi, e il matrimonio finisce presto e disastrosamente), è anche consapevole delle difficoltà di mettere su casa quando i mezzi sono limitati (in Ragione e sentimento, Willoughby – che resta comunque un essere spregevole – benchè invaghito della bella Marianne, la pianta senza apparente motivo per sposare una ricca ereditiera; la sorella Elinor riesce a sposare Edward Ferrars solo dopo che l’intercessione del Colonnello Brandon, eternamente innamorato di Marianne, gli consente di iniziare a esercitare la professione di pastore). La Austen riceve una proposta di matrimonio a ventisette anni da Harris Bigg-Wither: la accetta, per pentirsene la mattina dopo e annullare il fidanzamento. In sostanza, la Austen – un po’ come le sorelle Brontë, un po’ come Emily Dickinson – ha poca esperienza diretta con l’amore: nonostante ciò, lo osserva e lo studia minuziosamente per tutta la vita, con una vivacità, una passione e un calore che mi fanno pensare che la cara vecchia Jane  riunisse in sè l’indipendenza di giudizio e la lingua tagliente di Elizabeth Bennet, l’esuberante passionalità di Marianne Dashwood, la tenace costanza e la dolcezza di Anne Elliot.

Nel 1800, il pastore Austen decide di andare in pensione e spostare la famiglia a Bath. Jane è estremamente rattristata da questo cambiamento: le manca il verde del suo Hampshire, in mezzo al quale, appena ventenne, è riuscita a scrivere la prima bozza di Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio.
A Bath Jane smette di scrivere; per questo motivo, a posteriori, sono soddisfatta della mia scelta di iniziare il pellegrinaggio austeniano da Chawton e non da Bath, seppure quest’ultima resti la città simbolo di Jane Austen e ospiti ogni anno il festival a lei dedicato. Gli anni a Bath le servono tuttavia a osservare, a effettuare uno studio profondo di una società più ampia e diversificata di quella con la quale doveva essere a contatto a Steventon: l’eco dei suoi anni a Bath risuona forte e chiaro in Northanger Abbey, ironica revisitazione della devozione al romanzo gotico tanto à la mode tra le fanciulle dell’epoca, tra cui l’ingenua Catherine Morland, che troppo spesso confonde I pettegolezzi delle terme e della Pump room coi misteri di Udolpho. Anche Anne Elliot, la timida, sensibile protagonista di Persuasione, si fa portavoce dell’insofferenza della Austen nei confronti di Bath e della sua società.
La morte del pastore Austen lascia le sue donne in gravi difficoltà finanziarie: nell’impossibilità di mantenersi a Bath, si trasferiscono a Southampton, città nella quale Jane non riesce ad essere felice.
Le cose cambiano quando il fratello Henry, per complicate questioni di eredità (e i fan di Downton Abbey riconosceranno facilmente quanto sia complicato rintracciare cugini di terzo grado mai visti in vita propria per assicurarsi un erede), si ritrova improvvisamente benestante e in grado di assicurare alla madre e alle sorelle un cottage a Chawton, non lontano dal paese natale della Austen. È facile immaginare la gioia di Jane nel tornare nel suo amatissimo Hampshire, insieme alla madre, alla sorella e alla fida amica Martha Lloyd (grazie alla quale ci rimane una raccolta di ricette usate a Chawton, che sono poi state pubblicate da Peggy Hickman nel suo A Jane Austen Household Book e da Maggie Black e Deirdre Le Faye in The Jane Austen Cookbook).
Gli anni di Chawton sono anni felici per Jane, e Martha e Cassandra le permettono di dedicare le mattinate alla sua scrittura. Jane scrive con una penna d’oca (ci ho provato io e credetemi, non è per niente facile), china su un minuscolo tavolino.

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Essere nella stessa stanza in cui Jane ha scritto Emma, Northanger Abbey e The Elliots (poi Persuasion), immaginandola avvolta in uno scialle per difendersi dal freddo, una cuffietta in testa, piegata su se stessa, intenta a dar voce a un mondo a lungo osservato con avida e vivace curiosità negli anni a Steventon e poi a Bath, dipingendo un’intricata ragnatela di delicati, fragilissimi sentimenti appena conosciuti in prima persona, probabilmente soffocati sul nascere, ha gettato una luce diversa, più intima e più profonda, sulla mia fantasia di lettrice popolata dai vari Mr Darcy e Knightley, Emma e Elizabeth Bennet, Anne Elliot e Mr Collins, Wenthworth e Marianne Dashwood.

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Admiral’s room

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Stola ricamata da Jane Austen

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Vestito probabilmente appartenuto a Jane Austen

Il cottage delle Austen a Chawton è una casa semplice, costituita da un dining parlour (sala da pranzo), dove si consumavano i pasti e si preparavano direttamente caffè e tè, tenuto sotto chiave in quanto molto costoso; una drawing room (salotto), dove le donne di casa Austen si riunivano dopo cena per leggere, chiacchierare, cucire o ricamare (Jane eccelleva anche nel ricamo; una delle sue creazioni, una stola bianca, è esposta a Chawton); l’Admiral room, destinata agli ospiti e alle visite dei fratelli; la stanza da letto della madre; la cameretta che Jane divideva con Cassandra, anche questa piccola e semplice, dove attualmente troneggia una replica del letto usato dalle due sorelle; una dressing room, una sorta di spogliatoio probabilmente adibito anche a camera da letto per bambini in visita/servitori; una cucina e una bakeroom esterna, destinata alla produzione di pane e torte.

Stanza da letto di Jane e Cassandra

Stanza da letto di Jane e Cassandra

Dining room

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Cucina

Scrivania del padre di Jane Austen

Scrivania del padre di Jane Austen

La casa museo ospita attualmente una mostra dei costumi usati per l’adattamento di Emma a cura della BBC (2009).

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L’intero cottage trasmette l’idea di una vita semplice, intima e raccolta, condivisa da Jane con poche persone, in mezzo al verde della campagna inglese. Una vita che spesso doveva essere anche solitaria e priva di stimoli esterni, cosa che rende ancora più incredibile la capacità della Austen di descrivere e rappresentare quadri di una società ampia e variegata, che non sfuggivano al vaglio del suo spirito critico e della sua ineguagliabile, arguta, elegante ironia. Forse lo stile di vita che più si avvicina a quello della Austen è quello descritto in Emma: l’omonima protagonista, benchè indubbiamente più benestante di Jane, vive una vita alquanto chiusa e raccolta per soddisfare I capricci dell’anziano padre, irritabile e ipocondriaco.

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Parlando di malattia, la salute non arride a lungo alla Austen: debole e malaticcia, nel maggio 1817 lascia il suo amatissimo cottage a Chawton e si trasferisce a Winchester, per essere più vicina al suo dottore, stabilendosi al numero 8 di College Street. Si spegne il 18 luglio dello stesso anno, sul grembo della sorella Cassandra, lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Sanditon.
Le sue ultime parole sono state God grant me patience. Pray for me. Oh pray for me (che il Signore mi conceda di essere paziente. Pregate per me, pregate per me).
Viene sepolta nella cattedrale di Winchester, che tanto ammirava. Ben pochi, a parte I familiari più stretti, sono consapevoli di aver detto addio ad una grande scrittrice: la sua stessa lapide all’interno della Cattedrale non ne fa cenno, sottolineando invece le numerose virtù di Jane, la sua dolcezza, la sua pazienza, la sua benevolenza, la sua fede. Solo quattro persone assistono al funerale della Austen: tre dei suoi fratelli e il nipote Edward. Se ne va in silenzio, così come ha vissuto, lasciando un’eredità di sei romanzi, destinati ad occupare un posto di rilievo nella letteratura mondiale.

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Tuttavia, mano a mano, la sua fama inizia a crescere; sempre più persone visitano la sua tomba, tanto che nel 1850 un sagrestano si domanda cos’abbia di speciale quella semplice lapide, cosa ci sia di speciale nel nome inciso sul marmo.
Nel 1870 il nipote Edward scrive un memoir dedicato alla zia; grazie ai proventi, fa istallare accanto alla lapide una targa commemorativa d’ottone, che la celebra come la grande scrittrice che è stata: Jane Austen, known to many by her writings, da molti conosciuta per I suoi scritti.
L’iscrizione sulla lapide termina con un proverbio biblico (31:26): She openeth her mouth with wisdom; and in her tongue is the law of kindness (Parlava con saggezza, e la sua lingua era governata dalla gentilezza).

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Winchester, oltre ad ospitare le spoglie di Jane Austen, è una cittadina deliziosa, piena di storia: colonizzata dai Romani, è stata capitale dell’Inghilterra dall’871 al XIII secolo circa. Oltre alla bellissima cattedrale (XI secolo), ospita le spoglie di un castello medievale, all’interno delle quali si trova quella che, secondo la leggenda, è la tavola rotonda di Re Artù.

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Dopo un giro nello Hampshire, una sosta a Londra è d’obbligo: io ho usato la mia per visitare la British Library e innamorarmi della libreria al suo interno, fornitissima e piena di curiosità capaci di soddisfare ogni lit-nerd che si rispetti. Se passate dalla British Library, fate una sosta anche al negozio temporaneo dedicato all’anniversario di Alice nel Paese delle Meraviglie: la mostra dedicata al capolavoro di Carroll inizierà il 20 novembre e durerà fino ad aprile 2016.

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King's Cross

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

Non ne avete ancora abbastanza? Vi lascio con una ricettina rinfrescante: la ginger beer (birra allo zenzero) di Martha Lloyd (tratta da Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler).

Ingredienti:
1.75 l di acqua naturale
225 g di zollette di zucchero
40 g di radice di zenzero, pulita e grattuggiata
1 limone a fette
1 cucchiaino di cremor tartaro
2 cucchiani di zenzero in polvere (facoltativo)
1 cucchiaino di lievito di birra

Procedimento:
Bollite lo zucchero nell’acqua fino allo scioglimento. Lasciate raffreddare, aggiungete lo zenzero, il limone e il cremor tartaro (e lo zenzero in polvere, se preferite usarlo). Mescolate e lasciate raffreddare. Aggiungete il lievito, coprite il tutto e lasciate riposare per una notte.
Soundtrack: Kathy’s song, Simon and Garfunkel (to England, where my heart lies)

The rules of (literary) dating#2 – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

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Pensavate di esservi liberati dei miei bestiari letterari, vero?

Invece no, perché, se la letteratura è infinita, infiniti sono i personaggi, infiniti i caratteri, infinite le tipologie da imparare a riconoscere e, eventualmente, a evitare.

Purtroppo, la mia capacità di lettura è finita, delimitata dal tempo, dagli impegni, dalle coincidenze e dalle prenotazioni, dalle trappole e dagli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale. Tuttavia, le mie liste di frequentazioni letterarie mi divertono tantissimo, e, dato che uno dei miei (finora fallimentari) buoni propositi PRTDV (post rientro traumatico dalle vacanze) è cercare di concentrarmi di più sulle cose belle, che mi fanno stare bene, tenterò (malgrado la mia patologica avversione alla pianificazione) di aggiornarle di quando in quando, magari stilando anche una lista di personaggi femminili. Va da sé che tutti i vostri suggerimenti sono più che benvenuti, anzi, caldamente incoraggiati, nei commenti al post, sulla pagina Facebook del blog, su Twitter, per email, per piccione viaggiatore, cablogramma o civetta di Hogwarts. Cominciamo?

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(Riassunto delle puntate precedenti: Il Mr Darcy (Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen); L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë ; Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell); Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez); Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen); Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë); L’Amleto (Amleto, William Shakespeare) – L’Otello (Otello, William Shakespeare); L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov) – Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj).

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Matthias Schoenaerts as “Gabriel” in FAR FROM THE MADDING CROWD. Photos by ALex Bailey.  © 2014 Twentieth Century Fox Film Corporation
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Tipologia K: Il Gabriel Oak (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Durante l’estate ho letto per la prima volta Via dalla pazza folla, invaghendomi della capacità di Hardy di delineare e dar vita sulle pagine ai suoi personaggi, specie al trittico di protagonisti maschili innamorati della bella e (apparentemente) indomabile Bathsheba Everdene.

Il fattore Oak è quel tipo di uomo che tutte le donne vorrebbero incontrare prima o poi: onesto, leale, con la testa sulle spalle, capace di amare in modo assoluto, genuino, duraturo. Il tipo Oak è inoltre caratterizzato da una silenziosa ostinazione, da una pazienza pertinace che gli consente di aspettare anni (tra un marito deceduto per finta e un quasi fidanzato stalker) prima di ottenere il cuore della sua bella. Il tipo Oak è inoltre generoso e altruista, capace di proteggere e aiutare l’oggetto dei suoi desideri in silenzio, assicurandosi che cada sempre in piedi, senza troppa fanfara, senza aspettarsi qualcosa in cambio.

L’unico neo del tipo Oak è quel filino di prevedibilità e quell’eccessiva disponibilità che a volte lo rende un tantinello noioso, incapace di sorprendere. D’altro canto, nessuno è perfetto, no?

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Tipologia L: Il Mr Boldwood (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Sarei curiosa di sapere a quante di voi (spero poche) sia capitato di avere un ammiratore un po’ troppo insistente e persistente. Alla povera Bathsheba purtroppo è successo: a seguito di uno stupido scherzo di San Valentino, si ritrova a ricevere le costanti attenzioni e l’indesiderata ammirazione del suo vicino di casa, Mr Boldwod. Timido, ritroso, cupo, scapolo incallito, Boldwood scopre per la prima volta l’amore senza volerlo né cercarlo. Il tipo Boldwood è un solitario, abituato a pensare solo a se stesso e per se stesso, incurante dei sentimenti e del gentil sesso. A maggior ragione, quando Cupido scocca la sua freccia avvelenata, l’oggetto dei desideri diventa per il tipo Boldwood una vera e propria ossessione, capace di fargli promettere di aspettare sette anni di vedovanza prima di dichiararsi per l’ennesima volta e addirittura uccidere l’odiato rivale.

Un consiglio disinteressato, lettrici che, per qualche misteriosa ragione, trovate un attaccamento del genere commovente o addirittura meritevole di comprensione/compassione: davanti a un Boldwood, scappate a gambe levate.

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Tipologia M: Il Francis Troy (Via dalla pazza folla, Thomas Hardy)

Il Troy chiude la trilogia di spasimanti letterari di Bathsheba Everdene. È l’unico che riesce a conquistarla, per una ragione molto semplice: di lei non gliene importa un fico secco. Certo, la trova attraente, ma gli piacciono di più i suoi soldi, che consuma in fretta. Il Troy fa parte di una delle tipologie peggiori di uomini, fittizi e non: è narcisista, innamorato di se stesso, egoista, egocentrico, del tutto incurante dei sentimenti altrui e del dolore che infligge, interessato alle persone solo se gli sono strumentali per raggiungere lo scopo che si è prefisso.

Il Troy è convinto di essere assurdamente romantico; ma le sue pretese di romanticismo sono, letteralmente, assurde. In ogni caso, non illudetevi di riuscire a catalizzare le sue attenzioni su di voi per più di un paio di giorni: il Troy si annoia in fretta.

(Tanto per restare in argomento, fate questo test per scoprire quali delle tre tipologie vi attrae maggiormente. Secondo il mio risultato, sarei attratta da Boldwood: devo iniziare a preoccuparmi?)

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Tipologia N: Il Nathaniel Piven (Amori e disamori di Nathaniel P., Adelle Waldman)

Il Nathaniel P. non sa cosa vuole, ma cerca lo stesso di ottenerlo, incurante delle conseguenze e dei sentimenti altrui. In amore è un vero disastro: ha bisogno di convincersi che una donna sia perfetta per uscire con lei, e quella donna perfetta deve ottenere il sigillo d’approvazione dei suoi amici. È un insicuro, troppo superficiale e concentrato su se stesso e sulla sua vita per potersi realmente innamorare. Il Nathaniel P. è un ragazzo intelligente e privilegiato che si limita a fare un sacco di navel-gazing: letteralmente a guardarsi l’ombelico, metaforicamente ad essere così ossessivamente concentrato su se stesso e sulle sue idiosincrasie da dimenticarsi di osservare il mondo che lo circonda. È inoltre misogino, insofferente delle donne per il semplice fatto di essere donne, con i pregi e i difetti che questo comporta: il bisogno di definire i confini di una relazione, il desiderio ossessivo di parlare della relazione stessa, la spinta ad analizzare ogni stato d’animo e rivivere ogni litigio, l’emotività, la prevedibilità, l’ostinazione, la sottile preferenza accordata alle situazioni e alle cose difficili. Il Nathaniel P. ama invece le cose facili, già pronte, come i pasti precotti, già scartati, riscaldati al microonde e messi in tavola senza che lui debba fare nessuno sforzo.

Dal canto mio, lo piazzo nel mio bestiario come il tipo da evitare a tutti i costi: astenersi fanciulle in cerca del principe azzurro o quantomeno di una frequentazione seria, benvenute perditempo, masochiste ad oltranza, donne col complesso da infermiera e da io-ti-salverò. Un po’ un Wickam dei nostri tempi, insomma, con l’aggiunta di pose e pretese da intellettualoide, o meglio ancora un Willoughby di Ragione e sentimento: per me, le somiglianza tra Adelle Waldman e Jane Austen (alla quale alcuni incauti ed iper-entusiasti blurb l’hanno paragonata) si esauriscono qui.

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Tipologia N: L’Alfred Lambert (Le correzioni, Jonathan Franzen)

La prima tappa (quasi obbligata) della mia #franzethon (una maratona di lettura dell’opera omnia di Franzen in attesa di incontrarlo qui il 18 ottobre) mi ha fatto incontrare uno dei personaggi maschili (secondo me) più sgradevoli: Alfred Lambert, incarnazione della più assoluta incapacità di amare e capire le persone che gli stanno intorno. Misogino, individualista, l’Alfred Lambert arriva addirittura ad essere disgustato dal mero contatto fisico (ne Le correzioni, la moglie Enid deve far finta di essere addormentata perché lui possa avvicinarsi a lei). Incorreggibile solipsista, preferisce vivere da solo, quindi toglietevi dalla testa qualsiasi progetto di coabitazione: la sua casa è chiusa, come il suo cuore. Lettrici avvisate, mezzo salvate.

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Soundtrack: Tous les garçons et les filles , Françoise Hardy

The Ophelinha Gazette#8 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie – speciale rentrée

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A furor di popolo (!) torna la Ophelinha Gazette, la rubrica più volubile, squinternata, incostante e capricciosa che sia mai esistita!

Dopo lo shock di aver utilizzato due punti esclamativi nella stessa frase (!), passiamo alla hot potato, come dicono quei simpaticoni degli Inglesi, all’elefante nella stanza: vi ricordate quando, appena due settimane fa, eravamo tutti (o quasi) sparati sulla spiaggia, a fare le nostre belle foto di libri sulla spiaggia tra un tramonto e un Mojito?

Incredibile come pochi giorni possano introdurre cambiamenti colossali: eppure, qui a Greyville ci sono attualmente 10 gradi (!), piove ininterrottamente da due giorni e l’ufficio mi sembra più cupo e asfissiante che mai. Ecco perché ho pensato di riportarvi tutti in spiaggia con uno speciale rentrée: un post di quiz e test letterari, per distrarvi durante i 112 giorni (!) che ci separano dalle vacanze di Natale. Pronti? Via!

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1) In quale personaggio di Alice nel paese delle meraviglie vi rispecchiate maggiormente? Attenzione ai risultati: potreste essere molto sorpresi. A me, ovviamente, è capitato il cappellaio matto…

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2) Qual è il vostro Heimat nel mondo letterario? Che sia l’Hampshire di Jane Austen o la New York del grande Gatsby, scopritelo qui.

3) Ah, l’ammmore, gioia e dolore, causa principale della consumazione di infiniti vasetti di Haagen-dazs (per me Strawberry cheesecake, grazie) e infiniti fazzoletti. Scoprite qui a quale coppia letteraria la vostra assomiglia maggiormente, o fate un giro da queste parti per scoprire se siete degli irresistibili rubacuori o quelli che finiscono sempre col cuore spezzato (e qui parte Bridget Jones che canta All by myself). Io apparentemente sono una Cathy Earnshaw, destinata a vagare tra le lande e le brughiere dello Yorkshire mentre Heathcliff sbatte la testa contro un albero e Linton mi aspetta inutilmente davanti al fuoco (capita anche ai migliori).

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4) Sempre in tema di amore&altri disastri, scoprite qui chi è il vostro tipo (o la vostra tipa) letterario ideale (Mr Darcy, aspetto sempre quel famoso invito a cena).

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5) A proposito di Janeite&co: a quale sorella Bennet assomigliate maggiormente? Indipendente, testarda, orgogliosa, senza peli sulla lingua: non potevo non essere una Lizzie. Passando a Piccole donne, per quale sorella March facevate il tifo? Scoprite qui se siete una Meg, una Jo, una Beth o una Amy.

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6) La grammatica, questa sconosciuta. Quali sono gli errori che vi danno maggiormente fastidio? Da uno a dieci, quanto siete nerd? Scopritelo qui.

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7) Nerd di tutto il mondo, uniamoci! Quali di questi incipit vi ricordate, e quali di questi finali?

8) Infine, le dolenti note: riveliamo tutti la nostra età in base ai nostri gusti e alle nostre abitudini di lettori. E, per riprenderci dallo shock, riscopriamo il bambino che è in noi, oppure scopriamo di quale storia dovremmo essere i protagonisti. Senza dimenticare, come ci ricorda Samantha Ellis in How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, siamo tutti protagonisti della nostra storia, che scriviamo e riscriviamo giorno per giorno, tra migliaia di errori, rimpianti e correzioni di franzeniana memoria.

Buon weekend, e fatemi sapere nei commenti o sui social i vostri risultati (o mandatemi la solita civetta di Hogwarts).

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Soundtrack: Nat King Cole, Those Lazy Crazy-Hazy-Days Of Summer