Eroine letterarie disfunzionali

Dopo gli uomini che non sapevano amare, torna il nostro Valentine’s Day disfunzionale, stavolta con una carrellata di crudeli eroine letterarie: algide, fredde, calcolatrici e senza cuore, riescono a farla in barba a stupid Cupid e ai suoi strali sempre scagliati un po’ a caso.

Buona lettura, godetevi le nostre crudeli eroine e le gif del buon Michele (che ha realizzato anche il banner della nostra romantico-sarcastica iniziativa).

Ah, buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat, vi dedichiate a fare gli stalker dei vostri ex sui social media (non lo fate, vi prego) piangendo sulle note di All By Myself, o lo ignoriate completamente.

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Irene Forsyte di La saga dei Forsyte di John Galsworthy, scelta da me

Irene Forsyte è un personaggio per cui il lettore dovrebbe provare simpatia e compassione. Bellissima, algida, fragile, infelice, in grado di ammaliare e affascinare chiunque. Tranne me.

Irene sposa Soames Forsyte per i suoi soldi, pur odiandolo e disprezzandolo; dopo un paio di anni di matrimonio, decide di non ammetterlo più nella sua alcova, lasciando il povero Soames a torturarsi, cercando di capire come mai sua moglie non solo non lo ami, ma non riesca nemmeno a tollerare di stare nella stessa stanza con lui. Irene infatti non sopporta nemmeno di rivolgergli la parola o di guardarlo negli occhi, e non si lascia scappare l’occasione di ricordare al marito e ai parenti di lui quanto Soames le sia inviso.

Dopo il tragico epilogo di un’avventura col fidanzato della cugina di Soames, June, Irene lascia il marito, che rimane ossessionato da lei per tutta la vita, commettendo di conseguenza errori di ogni sorta, anche imperdonabili. Dopo una breve parentesi romantica con lo zio di Soames, che le lascia un bel po’ di quattrini, Irene si sposa col cugino dell’ex marito,  Jolyon Forsyte.

La domanda sorge spontanea: in tutta Londra, in tutta l’Inghilterra, in tutta la Francia (dove vive per un periodo) Irene non è stata capace di innamorarsi di un uomo che non facesse parte della famiglia dei Forsyte, che pure professa di odiare? Tutto il suo personaggio puzza di falso, di costruito, di artificioso: Irene non vede che se stessa e rimane egoista fino alla fine, impedendo al figlio Jon di coronare il suo sogno d’amore con Fleur Forsyte, che, udite udite, è la figlia dell’odiatissimo Soames. L’amore tra I due piccioncini potrebbe chiudere un circolo vizioso, mettendo fine alla faida tra Irene e Soames e riportando la pace tra i vari Forsyte; ma Irene, dopo la morte del marito Jolyon, ha troppa paura di perdere il figlio, “consegnandolo” alla famiglia di Soames, e di rimanere sola.

Soames non è certo il più amabile dei personaggi letterari: è un uomo che non sa amare, ma suo malgrado, e non riesce a rendersene conto. La capacità di Irene di amare (e di essere amata) è invece alla base del suo personaggio: questo dettaglio rende il suo cieco egoismo e il suo estenuante vittimismo ancora più insopportabili.

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La Marchese di Merteuil di Le relazioni pericolose di Laclos, scelta da Valentina di Peek a Book

Baudelaire la definì la personificazione dell’ “Eva satanica”: quale altra eroina letteraria è più bad girl della Marchesa di Merteuil, colei che tira davvero le fila di tutte le 175 lettere che compongono il leggendario romanzo epistolare Le relazioni pericolose? La più grande libertina della letteratura dell’epoca, vera Don Giovanni del romanzo (Valmont è nulla a confronto) e villain per eccellenza, la Marchesa, rispettabile e stimata agli occhi di tutti, è in realtà una gelida e spietata calcolatrice, dedita solo a tramare per nuocere chiunque si metta sulla sua strada. Dietro un muro di finta pudicizia e intoccabilità, si nasconde la più fine conoscitrice della strategia amorosa, la più diabolica cospiratrice del romanzo libertino, una donna che fa della seduzione dell’altro sesso una ragione di vita. In realtà, noi che la Marchesa la conosciamo bene sappiamo che non è veramente malvagia e glaciale; la sua è “solo” una ribellione al ruolo di contorno a cui era relegato il genere femminile all’epoca, alla secondaria importanza che la donna aveva su tutto.

Moderna eroina o astuta mistificatrice, la Marchesa di Merteuil si trascina fino a dove la porteranno la sua spregiudicata disinvoltura e la sua mancanza di empatia verso il prossimo con una sola idea in mente: “Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio”.

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Elyria di Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, scelta da Chiara di Librofilia

Giovane moglie newyorchese che, alle prese con un passato difficile, con un perenne senso di disorientamento causato dalla morte della sorella e con un matrimonio sbagliato – contratto con il professore della sorella morta suicida – avverte un senso di inadeguatezza nei confronti della vita, nonché l’incapacità di dare un nome al suo malessere interiore e per questo motivo, decide improvvisamente di abbandonare suo marito e la loro casa, per fuggire solo con uno zaino in spalla e con pochi soldi in tasca, per dirigersi in Nuova Zelanda, dove spera di ricominciare tutto da capo. Durante il viaggio, Elyria non dovrà difendersi solo dai pericoli e dai possibili stupratori, ma dovrà lottare soprattutto contro se stessa e contro la sua mente contorta e piena di contraddizioni. Elyria, è infatti l’emblema vivente della donna intelligente e consapevole del fatto che la natura umana è incapace di raggiungere un totale appagamento e, pertanto, tutti i sentimenti che smuovono l’animo sono molto spesso ingiusti e complessi; di conseguenza, tutte le decisioni che vengono prese non sempre sono il frutto di meccanismi interiori lucidi e prevedibili anzi, spesso è tutto l’opposto.

E nemmeno l’amore sembra far rinsavire Elyria, poiché preferisce fare e disfare tutto, fuggire in preda all’indecisione e comportarsi come una bambina capricciosa e incapace di affrontare le difficoltà, piuttosto che preservare l’unica cosa bella che la vita le aveva riservato ovvero il matrimonio con quell’uomo devoto, totalmente e follemente innamorato di lei.

Marie di Carne viva di Merrit Tierce, scelta da Mariateresa di Casa di ringhiera

Marie è una giovane donna, troppo giovane per comprendere cosa voglia dire impegnarsi. Fare la cameriera non richiede uno sforzo tale da lasciarle il tempo, mentale e materiale, per potersi occupare della sua carne. Marie non cerca una soddisfazione interiore, ma ne esige una fisica e metafisica.

Ciò di cui Marie ha bisogno è lo stordimento necessario per potersi concedere a chi voglia approfittare della sua libertà. Qualsiasi genere di uomo Marie si trovi di fronte, per lei non è mai abbastanza. Quello che la mia eroina disfunzionale teme più di ogni altra cosa è di non riuscire a sentire alcun tipo di dolore, perché è l’unica cosa che le da la certezza di non essere un cadavere in putrefazione.

Quello che mi viene in mente pensando a Marie è Betty, quarto brano presente nell’ultimo album dei Baustelle, L’amore e la violenza. Perché effettivamente Marie e Betty si somigliano molto in questa instancabile ed estenuante ricerca del dolore come fonte continua di vita.

Oltre all’amore materno, quello nei confronti di una figlia che in tutta probabilità sarà esposta allo stesso problema, non è in grado di sentire alcun tipo di sentimento verso altri esseri umani. Questo perché la carne viva è la sua, non quella altrui. Che invece equivale al putrido desiderio sessuale. Il resto è storia.

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Cheryl di Wilddi Cheryl Strayed, scelta da Nellie di Just Another Point

Cheryl è forte ma non troppo. Cheryl vorrebbe amare ma preferisce prendere uno zaino enorme, infilarci lo stretto necessario per sopravvivere durante la sua fuga nell’America più selvaggia con il desiderio di mettere più chilometri possibile fra se stessa e il problema. Perché per Cheryl la risposta è semplice: quando qualsiasi soluzione temporanea pare impossibile tanto vale andarsene nella natura, mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio, neanche fosse una sorta di auto elogio per dimostrare che anche da soli ce la si può fare, che non è necessario essere un duo per essere forti. Lo scopo di Cheryl è svuotarsi di qualsiasi pensiero, veder svanire ogni piccolo ripensamento per poi purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di sopravvivenza che solo un viaggio come quello lungo il Pacific Crest Trail può richiedere. L’amore, di qualsiasi tipo, rimane l’unico peso che le spalle di Cheryl non possono portare.

Lily Bart di La casa della gioia di Edith Wharton, scelta da Irene di LibrAngolo Acuto

Lily Bart è attraente, molto attraente. È giovane e viziata. A 29 anni è ancora single, ama la vita e le sue gioie, desidera un’esistenza felice e agiata e non le importa se l’uomo che è disposto a darle tutto questo sia un bell’uomo o no. Non le importa nemmeno che quest’uomo la ami e le importa ancor meno che sia lei ad amare lui.

Lily non cerca l’amore, cerca la ricchezza; cerca un uomo che possa tenere in vita la sua passione per gli abiti e i cappelli di ottima fattura, cerca un uomo che le possa garantire le sue tanto amate partitine a carte, che possa farla sentire una regina in casa sua. Ciò che Lily non sa, e di cui si accorgerà a sue carissime spese, è che non si può vivere una storia d’amore come se fosse una partita a canasta. Con i sentimenti, sia tuoi che degli altri, non puoi fare una scala di colore, proprio no. Non puoi pensare che sposarsi con un uomo debba per forza equivalere a un Bingo finanziario, né pensare che accontentarsi di Selden –avvocato solo “normalmente” benestante – sia come accontentarsi del gratta e vinci di tre euro quando si ambisce al primo premio del Mega Miliardario. Lily non pesa i gesti e non pesa le parole, agisce d’impulso e sempre per preservare una certa immagine di sé: quella della donna tutta d’un pezzo, sempre elegante, di buone maniere, sempre pronta a divertirsi e a partecipare a questa o a quell’altra crociera.

Lily è tanto bella e intelligente quanto veniale e superficiale. Una donna dalla quale stare alla larga se, sopravvissuti ai suoi giochetti, non si è interessati ad accompagnare ogni gesto d’amore con un prezioso collier di perle rosa.

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Rileggendo i classici #3: la saga dei Forsyte

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La saga dei Fosyte,  capolavoro del premio Nobel  John Galsworthy, abbraccia tre generazioni e una generosa fetta di storia inglese: l’epoca vittoriana, il suo achmé e il suo declino, foriero di un futuro sconosciuto e misterioso, fatto di Labourismo, ascesa della piccola borghesia e altre diavolerie moderne, che mettono a repentaglio uno stile di vita dai confini tracciati col righello, senza mai uscire dai margini.
Quella dei Forsyte è una famiglia numerosa, i cui personaggi principali emergono però con caparbia determinazione: il vecchio Jolyon, orgoglioso e sentimentale; suo figlio, il giovane Jolyon, dalla natura artistica e dal passato sentimentale tormentato; sua nipote June, una ragazza minuta con un’aureola di capelli biondo rame, testarda come tutti i Forsyte.

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Su tutti spicca Soames Forsyte, il possidente, “l’uomo di proprietà”, un personaggio facile da odiare, ma che ispira anche un’involontaria pietà. Soames incarna perfettamente lo spirito del tempo, quell’irresistibile necessità di trattenere il passato e il presente senza far spazio a un futuro confuso: un futuro che vede l’Impero a repentaglio,  tra le guerre anglo-boere e la morte dell’immensa regina Vittoria. Un futuro che vede l’alta borghesia dei Forsyte, priva di titoli nobiliari e ancorata nelle proprietà, minacciata dalla piccola borghesia e dalle sue pretese.

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Quello dei Forsyte è un circolo chiuso, disturbato dagli estranei che entrano a far parte della famiglia senza condividerne l’essenza, lo spirito; fra tutti, la più estranea è la bellissima Irene, che ha sposato Soames per i suoi soldi e lo disprezza con tutto il cuore. Irene non parla mai per se stessa: arriva al lettore filtrata dalle descrizioni e percezioni altrui. Prima che come personaggio o come donna, arriva come zaffata di bellezza: quella stessa bellezza, eterna ed evanescente, che i Forsyte, nonostante le loro ricchezze, non riescono a comprendere, né a possedere, essendo la loro dimensione spirituale soffocata da quella materiale.
La giovane donna dall’eleganza innata, il portamento eretto e orgoglioso, i capelli dorati e gli occhi di velluto, rimane un mistero per Soames; non lo guarda se non con freddezza e con disprezzo, non gli rivolge la parola se non per rispondere in sussurri forzati.

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La sua algida indifferenza viene messa a dura prova da Bosinney, affascinante architetto fidanzato con June, cugina aquisita e amica più cara di Irene; I due diventano amanti, e la faccenda fa venire alla luce gli istinti più bassi di Soames, per il quale amare significa possedere.
Soames non riesce a capire come sia possibile che la bellissima moglie, tutta pizzi e spalle bianche e capelli dorati, possa non appartenergli, di fatto come di diritto; passa notti insonni alla ricerca della chiave che gli permetta di aprire la porta della camera di Irene, sempre chiusa per lui; arriva a usarle violenza, a pretendere con la forza quello che dovrebbe essere suo, perché non c’è niente che un Forsyte non possa comprare.

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Eppure, Soames è condannato a una vita di solitudine: Irene se ne va e si risposa col cugino, il ribelle Jolyon Jr; la sua seconda moglie, la giovane Annette, adempie al dovere di dargli un figlio e rimane distante e sfocata; perfino l’amatissima figlia, Fleur, finisce per innamorarsi del figlio di Irene e Jolyon, Jon, infilandosi nel cul de sac di una faida familiare che ha poco da invidiare a quello dei Montecchi e dei Capuleti.
Il triangolo amoroso tra Irene, Soames e Jolyon riflette la vicenda autobiografica dell’autore: Galsworthy brucia infatti di passione amorosa per Ada, moglie di suo cugino Arthur. I due sono amanti per quasi dieci anni, fino alla morte del padre dello scrittore; dopo la sua dipartita, Ada chiede il divorzio e i due possono finalmente sposarsi, allontanandosi però da una società bigotta che guarda di mal grado ai matrimoni finiti.

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Nonostante tutto, è difficile, nell’arco dei tre romanzi della saga – Il possidente (A man of property);  Nella ragnatela – In chancery, pubblicato anche col titolo Alla Sbarra da Mondadori nel 1939, nella traduzione di Elio Vittorini;  Affittasi (To let) – non provare pietà per Soames, erede dell’abbacinante filosofia dei Forsyte, secondo la quale essere è possedere, amare è possedere, e possedere equivale a non morire. I Forsyte si sentono immortali: provano shock e indignazione quando qualcuno di loro tira le cuoia, ma si consolano pensando al suo ricco testamento, sempre escogitato in modo che i beni siano vincolati ai Forsyte di sangue.

Tra di loro, Soames si muove con una sorta di ottundimento: non è brutto, non è illetterato, non è zoppo, non è sfigurato, ma non riesce a farsi amare. È ricco, in salute, ha una ricca collezione di opere d’arte, ma non possiede quell’altruistica devozione capace di ammetterlo al cospetto della Bellezza. Perfino la sua devozione per Irene, per Fleur lo condanna alla solitudine: devozione che confonde l’amore col possesso, senza volerlo, senza esserne consapevole.

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Il mondo solido, robusto, apparentemente intoccabile di Soames si sgretola poco alla volta: con la fuga di Irene e il successivo, lungamente ritardato divorzio; col matrimonio di Irene con Jolyon; con la morte dell’eterna regina Vittoria, il cui funerale segna il tramonto dell’epoca a lei intitolata, che ha sancito le libertà del possidente e ha canonizzato l’ipocrisia di un’intera società; col matrimonio della figlia Fleur, autocondannatasi ad un’unione senza amore dopo aver perso Jon, il figlio di Jolyon e Irene, per colpa di una faida che nessuno riesce a dimenticare.
Se non sono riuscita a provare simpatia per Irene, arroccata nel suo odio per Soames – non totalmente giustificato – e nell’autocommiserazione, ne ho provata tanta per Soames, l’infelice prodotto di un’epoca ormai al tramonto, il rampollo di una società che ha occultato I suoi valori sotto un velo di ipocrisia e di cupidigia. La sua costante tensione verso l’amore, nell’incapacità di capirlo, e verso la bellezza, nell’impossibilità di avvicinarsi ad essa, lo assolvono dal suo ruolo di cattivo, rendendolo un personaggio straordinariamente vulnerabile ed umano;  a mio parere, uno dei personaggi più belli e meglio riusciti della storia della letteratura.

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La saga dei Forsyte è completata da due racconti che Galsworthy definisce interludi: L’estate di San Martino, contenuto nella raccolta Cinque racconti (Five Tales) e Risveglio (Awakening), che però non ho letto.
Ho letto i tre romanzi della saga in inglese; in italiano sono disponibili nella traduzione di Gian Daùli e in quella di Lucio Angelini per Newton Compton (che, a una prima ricerca, sembrerebbe fuori catalogo).
Le immagini che ho usato per il post sono tratte dalla serie omonima della PBS.

Soundtrack: Death of a ladies’ man, Leonard Cohen