Il Calendario dell’Avvento letterario #12: il pianeta degli alberi di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di Librangolo acuto

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Anche quest’anno, come tutti gli anni, non poteva mancare il mio post “natalizio ma non troppo” su questo blog.

Giuro, quest’anno ci ho provato – e lo dico veramente – a farmi pervadere dalla gioia del Natale, dalle luci dei mercatini e dal profumo di cannella.

Proprio ieri sono uscita a farmi un giro per negozi, per scegliere qualche regalo da acquistare e farmi, appunto, pervadere dalla gioia.

Ho passeggiato per le strade del centro di Barcellona, ho comprato una sciarpa in puro acrilico della quale non avevo bisogno, ho bevuto un caffè bollente accompagnato da una treccina di pasta sfoglia, ho guardato le vetrine e valutato l’ipotesi di acquistare una barretta di cioccolato avvolta in una carta colorata e piena di simpatici pupazzi di neve.

Ho fatto tutto secondo i piani, ho seguito le azioni e le regole di chi, appunto, gioisce del Natale.

E quindi, mi chiederete, come è andata? Eh. È andata che non vedevo l’ora di tornare a casa, che ho dribblato la gente per le strade, ho ingurgitato la treccia al cioccolato senza neanche masticarla, ho bevuto il caffè rischiando un’ustione di terzo grado alla lingua, ho scelto la sciarpa meno natalizia all’interno di tutto il negozio e poi, per tornare alla normalità, sono andata al Lidl a comprare la carta igienica, preferendola alla barretta di cioccolato con pupazzetti e fiocchi di neve.

Dove ho sbagliato? Non lo so dove ho sbagliato, forse, in verità, semplicemente non sono ancora pronta.

Una cosa, però, rispetto agli anni scorsi è sicuramente cambiata: ho iniziato a considerare di leggere anche romanzi normali in questo periodo dell’anno.

Ebbene sì, gente, forse la vecchiaia mi fa essere meno scontroso Grinch e più nostalgica Piccola fiammiferaia. Certo, pur sempre in quantità molto limitate, per non dire quasi completamente nulle, ma meglio di niente. Sono cosciente, diciamo, di avere margini di miglioramento ma che non tutto è perduto: la mia umanità è salva!

Per questa casella, infatti, non ho scelto libri che parlano di morti sanguinolente, parchi natalizi dell’orrore ed efferati omicidi, nossignori. Per questa casella ho scelto di parlarvi di Gianni Rodari e del suo Il pianeta degli alberi di Natale.

 

Ho conosciuto Rodari ad appena 6 anni, credo, grazie al suo romanzo C’era due volte il Barone Lamberto ovvero i misteri dell’isola di San Giulio. Lo leggevo a ripetizione, giuro, forse una volta ogni tre-quattro mesi, perché mi divertiva moltissimo, lo trovavo geniale e piacevole (la dolcissima signorina Delfina occuperà per sempre un posticino nel mio cuore).

Per anni – e vi assicuro che non ero più una bambina ma una grande, grossa adolescente con svariati problemi ormonali e di seboregolazione –, ho cercato di diffonderne il verbo, regalandone copie a destra e a manca e costringendo mia cugina ad ascoltarmi mentre lo leggevo ad alta voce, sputacchiando parole a caso a causa dell’evidente difetto di pronuncia dovuto all’apparecchio per i denti.

Purtroppo la mia passione è rimasta solo mia: il Barone Lamberto nessuno delle mie conoscenze se lo è cagato di striscio e io ho imparato a capire quando è bene lottare per qualcosa e quando, invece, il rischio concreto di identificarsi con il Don Quijote è dietro l’angolo.

Così, visto che con lo sfigato Lamberto non ho ottenuto nulla di buono e visto soprattutto che un po’ di quell’animo giovane e combattivo mi è rimasto, quest’anno ho deciso di riprovare a diffondere il verbo di Rodari e ho scelto Marco invece che il Barone, sperando di trovare qualcuno, questa volta, che mi stia a sentire.

Vi risparmierò la lettura ad alta voce, soprattutto perché negli anni ho appreso che sono brava solo a leggere gli oroscopi con lo stesso tono di voce e lo stesso irrefrenabile entusiasmo dell’ora esatta e vi risparmierò anche il regalo di una copia sgualcita trovata al mercatino dell’usato (cosa che ho fatto, credetemi, per diversi anni con il povero Lamberto).

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Marco è un bambino romano – di Testaccio, per essere precisi – che per il giorno del suo compleanno riceve in regalo dal nonno un cavallo a dondolo, di quelli di legno, un po’ vintage, che nessuno, ormai, regala più. Triste e un po’ deluso da questo regalo insolito e anche un po’ sgradito, poco prima di mettersi a letto, decide di maledirlo un po’ e poi di montarci su.

D’un tratto, senza che se ne renda neanche conto, Marco viene catapultato nello spazio e poi su una navicella spaziale e si trova così lontano, ma così lontano, che la Terra non è che un anonimo puntino.

Senza che vi sveli troppo i dettagli del perché e del per come – che sì che tanto siamo tra amici e ce piace cazzarà, ma lo spoiler va accuratamente negato –, Marco raggiunge il pianeta degli alberi di Natale, dove l’aria è sempre dolce, non piove mai e se piove piovono coriandoli, le vetrine non hanno i vetri, esistono i marciapiedi mobili e, cosa più importante, ogni giorno è giorno di Natale.  Le strade sono sempre addobbate e sui davanzali delle finestre, in piccoli vasi colorati, si trovano degli alberi di Natale che nascono già decorati, con palline, nastrini, stelle comete e tutto l’armamentario.

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Su questo pianeta, più piccolo della Terra, l’anno solare dura solo 6 mesi, ogni mese dura 15 giorni e ogni settimana dura solamente 3 giorni: un sabato e due domeniche.

Il clima non è mai troppo caldo o troppo freddo, non esistono i soldi o le monete e gli abitanti del posto, oltre ad andare in giro sempre in pigiama – che è e rimarrà per sempre un mio sogno nel cassetto – si cibano di tristecche e zuppe di mattoni traforati ripieni.

In un posto così, nonostante la mia avversione per il clima natalizio, ci vivrei persino io, per poter chiamare il 17 e farmi raccontare delle fiabe al telefono, quando non riesco a dormire.

Certo, l’alimentazione a base di mattoni non è esattamente invidiabile, ma è un compromesso al quale posso scendere. Nel Pianeta degli alberi di Natale non manca nulla, sono tutti felici, l’aria profuma di mughetto, è possibile farsi intestare le strade e basta semplicemente chiedere per avere qualcosa, senza che sia necessario acquistarla, dopo aver magari fatto un giro sul cavallo a dondolo mezzo pubblico della città.

L’unica preoccupazione degli abitanti di questo pianeta è la Terra, da loro chiamata Serena, con i suoi abitanti. Quando i sereniani scopriranno l’esistenza di questo pianeta, come si comporteranno con i suoi abitanti? Saranno ostili e cercheranno di sopraffarli? Avranno paura del diverso oppure cercheranno una soluzione per coesistere e, perché no, coabitare garantendo la pace cosmica?

Lo scopo della visita di Marco e di tantissimi bambini come lui è proprio quello di scongiurare un possibile atteggiamento di chiusura.

Un libro, questo, dedicato “ai bambini di oggi, astronauti di domani”, portavoce del cambiamento e del progresso tecnologico.

È questa, in fondo, la preoccupazione di Rodari e anche un po’ la mia: gli esseri umani smetteranno mai di avere paura del diverso? Forse sì, ma solo se si lavora su di loro prima che diventino astronauti del domani.

Il Natale, con tutto il suo carico di buoni sentimenti e altruismo, mi sembra proprio un ottimo momento per riflettere e far riflettere su questo argomento. Magari i diversi di oggi non vivono la loro giornata in pigiama e non mangiano tristecche, non usano i trinocoli per guardare in mare e non si spostano con i cavalli a dondolo, ma forse importa?

A me piacerebbe averceli amici gli abitanti di questo pianeta, sia mai che dovessero esportare il brevetto dei marciapiedi mobili, soprattutto nei tratti in salita!

Il Calendario dell’Avvento letterario #20: ritorno a Christmasland

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di LibrAngolo Acuto

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Che cosa saresti disposto a fare per passare la vita in un posto in cui ogni mattina è la mattina di Natale?

Non so cosa sarebbe disposta a fare la gente normale per vivere over and over la mattina di Natale. Io so che, dopo qualche giorno, sarei colta da un’ansia non indifferente e cercherei in tutti i modi di scappare via, colta da un attacco di panico e un principio di follia omicida. Mi rincuora sapere che non sono l’unica sulla faccia della Terra, perché come me, lo stesso deve pensare la famigerata famiglia King. Sì, sì, proprio quei King, avete capito bene.

 L’odore di cannella, un buon bicchiere di vin brulé, il dolce scoppiettio della legna che arde felice nel camino, le luci intermittenti dell’albero di Natale e la musichetta forzatamente allegra devono costituire uno dei peggiori incubi della famiglia King, o perlomeno dei suoi figli. Ok, va bene, va bene, di un solo: Joe Hill.

Dietro i cinnamon rolls, i simpatici pupazzi di neve, le lucette led colorate, le ghirlande profumate, gli ettolitri di eggnog, gente, non si nasconde un mondo ideale ma il male più assoluto.

Scommetto che l’idea più romantica che Joe Hill ha del periodo natalizio è quella in cui non esiste il classico Babbo Natale, ma il protagonista di tutto è Babbo Nachele, che spaventa i bambini a bordo della sua mostruosa slitta, guidata dal fantasma di un cane e dagli scheletri di tre renne.

Crescere con un padre come Stephen King, che riesce a rendere mostruose anche le vicende più normali – e mi riferisco ad esempio a Misery, che mi ha scosse non poco quando lo lessi da giovane lettrice, dove una semplice fan viene trasformata dal Re in una pazza senza scrupoli che, raga, smetto di pensarci altrimenti non dormo stanotte –, non deve essere affatto cosa semplice. Certo è che la propensione all’orrore del proprio padre deve, necessariamente, far scattare qualcosa anche in te, figlio ignaro.

Perché dico questo? Dico questo perché solo qualcuno che possiede gli stessi geni del Re poteva anche solo pensare di immaginare un romanzo come NOS4A2 (e perché solo io, che ho un rapporto strano con il Natale, potevo trovarlo il libro giusto da leggere in questo periodo).

Se Stephen King mi chiedesse cosa sarei disposta a fare per vivere ogni giorno la mattina di Natale, avrei paura. Voi no? Considerando che Joe Hill è decisamente il figlio del Re, la domanda assume tutto un altro significato, per niente rassicurante.

Nel mondo magistralmente creato in NOS4A2, Christmasland è un parco giochi a tema natalizio dedicato, secondo Charlie Manx – un personaggio abbastanza inquietante dai denti marroni che guida una Rolls Royce –, a quei bambini che, se non vengono salvati dalle grinfie delle loro disastrate e malvagie famiglie, perderanno la loro innocenza, vivendo una vita misera e terribile. Grazie a lui, invece, vivrebbero per sempre, felici e spensierati, in un mondo parallelo, circondati da fontane di cioccolato, piogge di candy cane, caramelle e marshmallow, alberi di zucchero filato perennemente addobbati e cascate di coloratissimi doni.

Un parco giochi che io, con un po’ di ansia e paura – lo ammetto -, ho immaginato come una versione 2.0 de La Fabbrica di Cioccolato, con i folletti e le renne al posto degli Umpa Lumpa e un uomo a bordo di un’auto nera al posto di Willy Wonka.

Manco a dirlo, Christmasland non si avvicina neanche lontanamente a tutto questo, altrimenti non sarebbe un libro scritto da un parente prossimo di Stephen King.

Di fatto, Charlie Manx non salva proprio nessuno, come potevate immaginare, ma rapisce i bambini mentendo a loro e anche ai pochi adulti che, nel corso della sua lunghissima vita, lo hanno servito fedelmente, diventando i lacchè che si occupano delle sporche questioni burocratiche, passatemi il termine. Convinti di salvare povere creature in difficoltà, di fatto contribuivano a popolare un parco giochi che di sereno e spensierato non aveva proprio nulla.

Un romanzo a tratti disturbante, ma che trasmette un messaggio che è bene tenere sempre presente: non è tutto oro quello che luccica. E voi, amanti sfegatati del Natale che sareste disposti a tutto pur di giocare a tombola tutto l’anno sgranocchiando torrone e piccoli panettoni, state bene attenti: mai fidarsi di un estraneo che vi ci avvicina in macchina e vi promette un mondo dove tutti i giorni è la mattina di Natale, potreste pentirvene amaramente.

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Cartoline da Barcellona, con un’inviata speciale

Queste cartoline virtuali ci arrivano direttamente dalla bellissima Barcellona grazie ad Irene di LibrAngolo Acuto, da poco trasferitasi nel cuore della Catalunya e già alla scoperta di passeggiate letterarie e librerie da visitare mentre ci si perde in quella meraviglia che è l’architettura di Gaudí.

Buona passeggiata nelle Barcellona di Irene!

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Libreria italiana Le nuvole, Barcellona

 

 

Non sono una persona metodica. O meglio, mi piace pensare di non esserlo. Eppure, arrivata ai trent’anni, ho capito che ciò che nella vita avevo sempre cercato apparteneva, in un modo o in un altro, a quelle che chiamo le mie comfort zone.

Mi piace pensare a me stessa come una persona creativa, completamente priva di interesse verso ciò gli altri pensano di me, libera da inutili e noiosi schemi mentali, con un’intelligenza fuori dagli schemi. Sebbene mi opponga strenuamente alla ricerca della comfort zone, alla fine cedo sempre. Si tratta di una ricerca che non mi rendo conto di attuare: è un po’ come se le mie gambe mi portassero da qualche parte autonomamente, come se il mio cervello scegliesse in automatico su cosa focalizzarsi, come se le mie mani afferrassero, di propria sponte, un libro di Anne Tyler quando ne ho più bisogno.

Accade, quindi, che mi accorga solo dopo di essere nel bel mezzo di una delle mie, non esattamente numerose ma quasi, comfort zone.

Questo mi succede anche quando viaggio, ovviamente. Non che io sia la classica tipa da stessa spiaggia stesso mare, questo no. Il tutto, in realtà, consiste piuttosto nel cercare una parte di me nel luogo in cui mi trovo in quel momento.

Questo è esattamente ciò che ho fatto, forse un po’ inconsciamente, non appena sono arrivata a Barcellona: ho cercato una parte di me, una cosa alla quale potessi aggrapparmi per non sentirmi totalmente sola in una città a me estranea.

Ho passeggiato su quella meraviglia che è Passeig de Sant Juan, un viale alberato talmente tanto mozzafiato che, davanti alla sua bellezza, al tramonto di una domenica, mi sono commossa. Ebbene, avevo scelto di provare a vivere qui, in questo posto, in una casa proprio su questa via, con le panchine dove i ragazzi leggono al sole, con le aree giochi dove i padri portano i figli, con gli anziani che giocano entusiasti a improbabili tornei di bocce.

E una piccola parte di me l’ho subito incontrata quando ho incrociato la fontana con Cappuccetto Rosso, che se ne stava lì, ferma e immobile, e sembrava che mi stesse aspettando.

Poco distante da lì, a circa una decina di minuti di cammino, Passeig de Sant Joan si trasforma per lasciare il posto al quartiere Gràcia, nel cuore del quale si trova la libreria italiana Le nuvole. Quale miglior comfort zone, se non una libreria italiana?

Le nuvole ha festeggiato i suoi cinque anni dall’apertura proprio lo scorso 23 settembre e, mi tocca dire, se li è davvero meritati perché non è semplicemente una libreria.

Cecilia e Valentina, infatti, non sono libraie qualunque. La loro libreria ospita sì i libri, ma anche gruppi di lettura, lezioni d’italiano, presentazioni di libri, reading e piccole finestre sulla cultura italiana.

Varcare la soglia è stato come fare un piccolo salto e ritrovarsi direttamente trasportati a casa.

L’aria che si respira, complice anche l’originalità dell’arredamento, è senza ombra di dubbio armoniosa e accogliente.

Inoltre, è anche un ottimo punto d’appoggio per gli italiani che si trovano a Barcellona da poco. Non solo, infatti, è possibile ritrovarsi con i propri connazionali, ma si può anche chiedere un consiglio per lasciarsi dietro le paure e iniziare a leggere in lingua (spagnola o catalana) perché all’interno della libreria si trovano anche alcuni titoli in lingua.

 

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Libreria Gigamesh, Barcellona

 

Durante i miei primi giorni a Barcellona ho quasi esclusivamente camminato senza meta. Un po’ era sicuramente dovuto alla necessità di scoprire che cosa la zona dove abito avesse da offrirmi, un po’, invece, era semplicemente voglia di guardare i meravigliosi palazzi liberty (di cui Barcellona è ricca) e ammirare le loro splendide finestre colorate.

Senza sapere bene in che modo – e di questo devo sinceramente ringraziare la mia totale assenza di senso dell’orientamento – mi sono ritrovata in Carrer Bailén.

Carrer Bailén è lunga, anzi, lunghissima e davvero non riesco a ricordare in che modo io sia arrivata dalle parti della Librería Gigamesh.

Uno sguardo veloce alla vetrina e mi ero già innamorata: impossibile, per chi ha una passione per il fantastico e il fantasy (e per chi ne fa una comfort zone, come me), non rimanere letteralmente incantati da questo posto. Dico seriamente. Dieci giorni a Barcellona e la Librería Gigamesh mi ha fatto venir voglia di imparare lo spagnolo il prima possibile, così da poter diventare – come minimo! – cliente abituale. Non sto esagerando: 500 metri quadrati dedicati interamente al fantasy e alla fantascienza, con giochi di ruolo, action figures e carte collezionabili. In una sola parola: genial!

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Libreria Gigamesh, Barcellona

Non so ancora se Barcellona potrà mai diventare una delle mie comfort zone e non so neanche se, un domani, smetterò di cercare una parte di me qui. So solo che, tutte le volte che passeggerò su Passeig de Sant Joan, mi sentirò a casa mia.

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Libreria Gigamesh, Barcellona

Il Calendario dell’Avvento Letterario#18: Un sogno di Natale, e come si avverò

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di LibrAngolo Acuto

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Io, ecco, adoro l’Ottocento. Non posso dire lo stesso del Natale, di cui mai sono stata fiera sostenitrice. Un po’, lo ammetto, il Natale lo odio pure. Non è raro, quindi, che durante le feste io legga storie tristi.

Per un periodo, a dire il vero, a Natale leggevo sempre un libro di Stephen King, per gettare un po’ di terrore e oscurità nella mia vita, per bilanciare la mia esistenza nel mondo in quei giorni pieni di puffosissimi folletti, caramelle, dolcetti, buone azioni e idiozie varie. E così: fuori casa musichette fastidiose, dentro casa Misery che teneva in ostaggio Paul Sheldon.

Ultimamente mi sto un po’ ammorbidendo e, anche se il Natale continua a piacermi poco, riesco a gestirlo. E riesco anche, incredibilmente, a gestire le storie ambientate in questo periodo, soprattutto se di mezzo c’è anche l’Ottocento. Questo è il motivo, in sostanza, per cui in casa mia campeggia una copia di Un sogno di Natale, e come si avverò di Louisa May Alcott. Pubblicato da Mattioli 1885 nel 2011 –  nella traduzione di Nicola Manuppelli – è la versione italiana di A Christmas dream, and how it came true, apparso per la prima volta non si sa bene dove, quando e in che forma. Credo si trattasse di scritti volanti della Alcott, raccolti negli anni in volumi diversi, senza curarsi di mantenere l’ordine originale.

All’interno del volumetto (appena 105 pagine) nell’edizione italiana che ho fatto una gran fatica a procurarmi perché – a quanto pare – non se ne trova traccia facilmente, vi sono tre racconti brevi che riguardano il Natale.

Il primo è proprio quello da cui il libro prende il nome e si tratta della riscrittura, dedicata ai più piccoli, del famosissimo A Christmas Carol, scritto da Charles Dickens e pubblicato per la prima volta nel dicembre del 1843.

Protagonista della versione alcottiana è Effie, una bambina ricca e viziata che è annoiata dal Natale e che desidera diventare povera perché, sostiene, da ricca non è felice.

A sottolineare, probabilmente, la stima che l’autrice nutriva nei confronti del collega inglese, la Alcott inserisce l’opera di Dickens all’interno del suo racconto.

La piccola Effie, infatti, trova in casa una copia di A Christmas Carol e, su suggerimento della madre, lo legge prima di andare a dormire; quella lettura la cambierà profondamente e sarà la causa di un lungo sogno che le farà comprendere l’altruismo, la gentilezza, l’amore per il prossimo.

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Non amo questo tipo di storie, quelle che raccontano di qualcuno cattivo che poi diventa buono, le trovo fastidiose e pedanti. Non ho mai neanche nutrito simpatia per A Christmas Carol, mi tocca ammettere. Insomma, la retorica e la paternale, con tanto poi di insegnamento morale, sul consumismo e su quanto si deve apprezzare ciò che si ha, donandone magari una parte a chi invece non ha, mi irrita un po’.

Però, dannazione, si tratta della Alcott e io, a Louisa May, le perdono tutto. Le perdono la dipendenza dall’oppio, soprattutto perché causata da una malattia, le perdono l’uso massiccio di morfina, le perdono la mancanza del sorriso nei suoi ritratti o nelle sue foto.

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E le perdono anche l’essere un po’ pedante nel primo racconto, appunto, perché Un sogno di Natale, e come si avverò riporta anche Un Natale in campagna e Il Natale di Tilly che hanno toccato le corde giuste e risvegliato la piccola donna ottocentesca che c’è dentro di me.

Un Natale in campagna – titolo originale A country Christmas – sebbene sia un racconto breve, mi ha catapultata indietro nel tempo, facendomi assaporare le atmosfere che tanto mi piacciono dei romanzi della Alcott. È la storia di Sophie e dei suoi amici di città, Emily e Randall, che passano le vacanze natalizie insieme in campagna, ospiti della zia di Sophie.

Si tratta, in fondo, solo di una storia come tante, dal finale prevedibile e che ovviamente non si può paragonare alle altre opere dell’autrice, né per la storia narrata, né di certo per l’intreccio narrativo.

Poche pagine, troppe poche pagine in realtà che, però, per un momento mi hanno fatto rivivere il momento in cui ho letto – e amato dal profondo dell’anima – Una ragazza fuori moda e Gli otto cugini. Perché la Alcott è sempre lei, con quei suoi personaggi così genuini, quei sentimenti puri, quelle atmosfere che mi fanno sempre battere forte il cuore.

Nell’ultimo racconto, Il Natale di TillyTilly’s Christmas è il titolo originale – Louisa May Alcott ci racconta di Tilly, una bimba poverissima che il giorno prima di Natale trova, tra la neve, un piccolo pettirosso infreddolito e decide di portarlo a casa con sé, nonostante il parere palesemente contrario delle sue due amichette che, invece, sperano di trovare un borsellino pieno di soldi. Una storia che si concluderà, neanche a dirlo, con i desideri esauditi della povera Tilly, per opera di un’anima pura che donerà a lei e alla madre della legna da ardere e qualche altro piccolo regalo.

Forse, di un libriccino così, davvero qualcuno non ne sentiva la mancanza. È però vero che io, un po’, dell’Ottocento invece la mancanza la sento, prepotente, e la Alcott mi ha accompagnata in così tanti momenti della mia vita che ritrovarla per un po’, in queste pagine, è stato bello come ricordare improvvisamente un profumo, un’essenza che credevo dimenticati.

Lo definirei una perla d’acqua dolce, meno preziosa di una perla vera, ma pure bella da guardare.

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Un’ora con… Irene Daino di LibrAngolo Acuto

Irene – che molti di voi conosceranno come Nereia, crudele e irresistibile stroncatrice di copertine brutte su LibrAngolo Acuto – ha risposto alle mie domande esordendo con “scusa se è tipo l’intervista più lunga che tu abbia mai fatto. My fault, sono logorroica seriamente”, cosa che me l’ha resa ancora più simpatica, perché le sue risposte sono tutto tranne che logorroiche: sono brillanti, sincere, spontanee. E questa è la cosa bella del conoscersi, no? Parlarsi senza troppi artifici, senza preoccuparsi di sembrare una cosa o quell’altra: essere se stessi, nella scrittura come nella vita di tutti i giorni. Da quello che leggo, mi sembra che Irene riesca a farlo egregiamente.

Potete leggerla anche su Agenda Geek (www.agendageek.it), dove scrive sempre di libri ed editoria.

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 1) LibrAngolo Acuto: come e perché

Una delle cose che mi dicono più spesso è che io sia brava a scrivere, anche se non ci ho mai creduto realmente. Non perché non mi fidi della gente, ma perché il concetto di “ben scritto” è variabile. Nel 2011, quando ho pensato di metter su un blog, ne seguivo già diversi, di belli e di brutti, sempre a tema letterario – passami il termine.

Seguivo più intensamente quelli di blogger che recensiscono libri che io non apprezzo particolarmente. Il motivo era semplice: possibile che loro, che leggevano libri spesso oggettivamente brutti, potessero farlo e io no? Potessero parlarne tranquillamente con altre persone? In fondo anche io ero stata, seppur per poco tempo, una utente di My Space. In quello spazio scrivevo racconti, romanzando la mia vita privata. Non avevo mai scritto di libri, ma non poteva essere più difficile che rendere migliore la propria vita agli occhi miei – che la inventavo – e degli altri. E in fondo, a detta degli stessi altri, ero anche brava a scrivere. Così l’ho pensato e creato, senza renderlo pubblico. Non aveva niente, neanche un nome. Aveva la struttura e la pagina fissa che spiega chi sono. È stato un embrione per qualche mese, volevo che fosse fatto bene, che avesse un nome e una struttura sensati. E poi non lo so come mi è venuto in mente di chiamarlo LibrAngolo Acuto, non ricordo il frangente esatto. Ricordo solo che, dentro di me, questo nome aveva perfettamente senso. L’angolo dei libri, per cui LibrAngolo, ma anche Acuto. In fondo l’angolo può essere anche acuto, no? Ed essere acuti vuol dire essere perspicaci. L’angolo acuto dei libri. Mi sembrava – e mi sembra tutt’ora – completamente sensato. Qualcuno mi ha confessato che non è esattamente intuitivo ma che importa. In fondo ha senso per me.

2) Chi c’è dietro LibrAngolo

Oddio, ho il terrore delle presentazioni. Mi sento sempre a una roba che è un perfetto mix tra un focus group e Ok, il prezzo è giusto. E poi non so mai che dire, ti ritrovi a elencare delle cose di cui in effetti non frega niente a nessuno. Che gli frega, a quello che manda avanti il focus o, nella peggiore delle ipotesi, ai telespettatori di dove passi il tuo sabato sera e di come ti smangiucchi le pellicine quando sei nervosa? Ma supererò questo scoglio. Ho 30 anni, mi tingo i capelli perché il mio colore naturale mi mette tristezza, mi piace l’autunno, mi piace il mare d’inverno. Sto bene con gli altri, ma anche sola con me stessa, sto meglio in compagnia degli animali. Sono aracnofobica e mi innamoro sempre della persona sbagliata. Sono spesso quella che ama, molto meno spesso quella amata. Mi piacciono i film tristi, adoro i romanzi lunghi. Sono logorroica, soprattutto quando scrivo. Mi commuovo troppo spesso, adoro i ninnoli e i fiorellini e i vestitini con il pizzo. Mi piacciono i fiocchi, ho tre tatuaggi e prima di abbracciare il dolce far niente facevo la copywriter.

3) Il tuo scaffale d’oro

Che domandone. Difficile rispondere. Non dirò libri a caso, anche se spesso molti di quelli che inserisco tra gli “irrinunciabili” mi rendo conto, a posteriori, che erano irrinunciabili solo riferiti a quel preciso momento. Uno che non cambierà mai è C’era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell’isola di San Giulio di Gianni Rodari. Non so elencare le volte che l’ho letto ma, credimi, sono davvero tantissime. Il secondo irrinunciabile è Jane Eyre, seguito da Cime tempestose. E poi Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Lucky di Alice Sebold, Chiedi alla polvere di John Fante. E mi fermo qui perché altrimenti ne nomino a migliaia e non diventa più uno scaffale ma una cantina d’oro.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Amélie Poulain, un po’ disadattata nel suo essere così naïve e gentile in un mondo abitato da persone che, spesso, non meritano alcun atto di gentilezza. Mi piace Amélie perché ci crede ancora nel genere umano, perché si emoziona ancora per le piccole cose, perché è una pura di cuore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Sarebbe Occhi bassi dei Tre allegri ragazzi morti. Anche se, forse, è più la canzone di Nereia che quella del suo blog. Forse questa domanda è più difficile di quella sullo scaffale d’oro. Sì, perché sto cominciando a parlare di me e Nereia come fossimo due cose distinte e non è un buon segno. (Irene, lo faccio anch’io con Ophelinha, se ti consola)

6) Il tuo rapporto con la scrittura/lettura

Con la scrittura ho sempre avuto un rapporto difficile, fatto di alti e bassi. Fare la copywriter è stato più difficile di quanto immaginassi. Perché, per chi non scrive, non è possibile immaginare che cosa significhi scrivere quando non sei dell’umore adatto o, peggio, quando devi trattare un argomento che non ti piace. Mi occupavo di automobili – cosa di cui, non mi vergogno a dirlo, non me ne può fregare di meno – e quando dovevo star lì e cercare di rendere accattivante qualcosa che riguardava un veicolo commerciale – immagina l’entusiasmo – mi stressavo non poco. Avevo certi mal di testa a fine giornata che non hai idea. Per il blog funziona allo stesso modo che con le automobili, più o meno, con la differenza che l’argomento mi interessa. È l’umore che non è sempre dei migliori.

Con la lettura, invece, va decisamente meglio. Perché cambio libro a seconda dell’umore. Ciofeca quando sto male, libro intenso quando sono triste, romanzo normale quando ho il mio umore di sempre. E quando la testa è annebbiata da troppi pensieri, spazio agli young adult che se sono ridicoli è anche meglio. E pensare che un tempo ero una persona seria, leggevo molta meno spazzatura.

7) Progetti in cantiere

Progetti tanti, tantissimi. Mi vengono sempre in mente delle cose che potrei fare, ma poi mi mancano i mezzi oppure, spesso, vince la pigrizia e la tendenza a fare le cose alla cazzo di cane. Posso dire cazzo, vero? (Si, Irene, puoi dire quello che vuoi).

Tra tutti c’è quello di incrementare le rubriche sul blog, non solo dedicate ai libri brutti – anche se la tentazione di specializzarmi in quel settore è forte.

Allo stesso tempo, però, mi piacerebbe che il blog fosse leggermente più professionale, senza che questo significhi annullare del tutto l’ironia con la quale affronto il brutto e la sciatteria editoriale. Però, ecco, vorrei migliorarlo anche nell’aspetto grafico per renderlo meno chiassoso. Per l’aspetto grafico, però, devo aspettare un po’: non sono ancora pronta ad abbandonare il mio adorato ET e forse non lo sarò mai.

E adesso che si fa, normalmente ci si saluta? Ma sì, vieni qua ragazza, fatti abbracciare! È stato un piacere 🙂

(Anche per me, darling)

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