Frammenti di un discorso amoroso #4: Henry James e gli errori generosi dell’amore

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

ritratto 1

 

Isabel Archer, l’affascinante, sfortunata protagonista di Ritratto di signora, capolavoro di Henry James, è una delle mie eroine preferite. È bella, intelligente, intraprendente e non priva di una certa hybris che, insieme alla caparbietà esacerbata dalla sua giovane età, la conduce a scelte rovinose.

La giovane americana si ritrova per la prima volta in visita nel vecchio mondo ed eredita inaspettatamente un discreto patrimonio, che le regala indipendenza e mezzi per poter esplorare l’Europa secondo il suo capriccio. Ed è proprio qui che tutto inizia ad andare storto, quando Isabel ha tutto, bellezza, ricchezza, un continente da esplorare e un discreto contingente di spasimanti tra cui scegliere: l’americano Caspar Gloomwood, l’inglesissimo Lord Warburton, lo sfuggente, malaticcio cugino Ralph, suo segreto benefattore, e l’enigmatico, oscuro Gilbert Osmond, dalle motivazioni dubbie e dai tanti, troppi segreti. Indovinate per quale di questi gentiluomini Isabel decide di sacrificare la tanto agognata indipendenza? Ecco, appunto.

Il suo percorso è un percorso di crescita e maturazione, al cui termine Isabel è costretta però a rendersi conto di quanto abbia sbagliato, di quanto abbia sacrificato per un uomo che in cambio non le ha dato che sofferenze e bugie. Isabel scopre quanto l’amore, quello stesso sentimento che aveva evitato con cura e corteggiato con curiosità a fasi alterne, possa attutire i sensi e la ragione fino a perdere di vista la propria identità, il proprio percorso, il proprio posto nel mondo.

Nel frammento che vi propongo oggi, Isabel è un’eroina spezzata, confusa, spaventata. Ha scoperto che l’uomo che ha scelto di sposare non è la persona che sperava, ma un estraneo dal passato torbido, che non può offrirle altro che un futuro di ipocrisie e disprezzo in una gabbia dorata, una casa di specchi. La situazione tra i due esplode quando Isabel si strugge per raggiungere suo cugino Ralph, le cui condizioni di salute non lasciano più adito a speranze: il marito glielo vieta tassativamente, ma Isabel decide di partire lo stesso, essendosi resa conto di essere innamorata di Ralph, che a sua volta l’ha sempre amata. Sul letto di morte, Ralph le insegna a vivere con se stessa e con i suoi errori, a perdonarsi, ad avere ancora fiducia in quell’amore che è l’unica cosa che resta, l’unica cosa in grado di cancellare odio e dolore.

011.jpg

Isabel Archer mi fa sperare. Sì, mi fa sperare in una sorta di redenzione collettiva, un’amnistia generale, un’indulgenza universale che cancelli tutti gli errori, una sorta di rieducazione per quella diabolica tendenza a continuare a commetterne, un barlume di speranza nelle terze, nelle quarte, nelle quinte possibilità, senza cedere alle facili tentazioni del cinismo e del disincanto.

1995-the-portrait-of-a-lady.png

– Oh, sì, sono stata punita – singhiozzò Isabel.

Egli rimase un poco in ascolto, e poi continuò:

– Ha preso molto male la vostra venuta?

– Mi ha reso la cosa molto dura. Ma non m’importa.

– È tutto finito tra voi?

– Oh no; non credo sia finito tutto.

– Tornerete da lui? – ansimò Ralph.

– Non lo so…non posso dirlo. Rimarrò qui più che potrò. Non voglio pensare…non ce n’è bisogno. Non m’importa d’altro che di voi, e ciò mi basta, per adesso. Durerà ancora un poco. Qui, in ginocchio, con voi morente tra le mie braccia, sono più felice di quanto non fossi da gran tempo. E voglio che siate felice anche voi…che non pensiate a niente di triste; che sentiate solo che vi sono vicina, che vi amo. Perché dovrebbe esserci il dolore? In ore come queste che cosa abbiamo a che fare con il dolore? Non è il dolore la cosa più profonda; c’è qualcosa di più profondo ancora.

Ralph evidentemente trovava di momento in momento sempre più difficoltà a parlare; doveva aspettare più a lungo per riprendersi. Dapprima parve non rispondere a queste ultime parole; lasciò passare molto tempo. Poi mormorò soltanto:

– Dovete restare qui.

– Vorrei restare…finché sembrerà giusto.

(….)

– Passa, dopo tutto; sta passando, ora. Ma l’amore rimane. Non so perché dobbiamo soffrire tanto. Forse lo scoprirò. Vi sono molte cose nella vita E voi siete molto giovane.

– Mi sento molto vecchia – disse Isabel.

– Tornerete ad essere giovane. È così che vi vedo io. Io non credo…non credo…. – ma si fermò di nuovo; le forze gli mancavano.

Ella lo pregò di stare calmo, ora.

– Non abbiamo bisogno di parlare, per capirci – ella disse.

– Non credo che un errore generoso come il vostro possa farvi del male troppo a lungo.

– Oh, Ralph, sono molto felice ora – ella proruppe tra le lacrime.

– E ricordatevi questo – egli disse ancora – che se siete stata odiata, siete anche stata amata.

(Trad. a cura di Pina Sergi Ragionieri, Biblioteca Economica Newton)

ritratto-di-signora-giusto-940x500

GAL_2.jpg

Soundtrack: Comes love, Billie Holiday

Rileggendo i classici#2: la solitudine di Jane Eyre

Rileggendo

Rileggendo Jane Eyre, non ho potuto fare a meno di pensare alla sua solitudine.

La sua è una storia di mancanze: dei genitori; di una persona che la faccia sentire protetta, sicura e amata; di un tetto sopra la testa, di un posto da chiamare casa.

jane1

 

Da un certo punto di vista, Jane è un’antesignana del precariato 2.0: orfana, cresce a Gateshead, casa della perfida zia Reed, che non fa niente per soddisfare il bisogno di accettazione e di amore della bambina. Viene poi mandata a studiare in una scuola così rigida che, tra freddo, privazioni, acqua sporca e cibo insufficiente, diverse ragazze perdono la salute o addirittura la vita, come nel caso di Helen, la migliore amica di Jane. Jane riesce a sopravvivere e a diventare insegnante nella stessa scuola, diventata più moderna e rispettabile: ma la sua vita inizia a starle stretta. La ragazza vuole vedere quel mondo che, dalle sue quattro mura, sembra così immenso, così lontano. Da brava ragazza moderna e indipendente, Jane decide di pubblicare un annuncio per trovare un posto da tutrice: finisce così a Thornfield, dove si imbatte per la prima volta nell’amore.

Un amore intenso, tanto da sconfinare quasi nell’amore tossico.

Un amore così totalizzante da diventare idolatra: nell’immaginario di Jane, l’oggetto del suo amore – Rochester – diventa simile a una divinità da adorare.

Vorrei soffermarmi un attimo su quest’aspetto, comune sia ad Emily – immortale autrice di Cime tempestose – sia a Charlotte Brontë: l’amore come religione.

In Cime tempestose, l’amore tra Cathy e Heathcliff trascende l’umano e il divino comprendonio, sfidando le leggi della terra e del cielo: Cathy sostiene che la sua anima e quella di Heathcliff siano fatte della stessa sostanza, e che solo insieme i due riescano a essere completi (lui è me più di me stessa!). Quando Cathy muore, Heathcliff esclama disperato di non essere in grado di vivere senza la sua vita e la sua anima, dileguatesi con Cathy. A sua volta, l’intensa, capricciosa, incostante Cathy, più e più volte evocata da Heathcliff, torna a manifestarsi anche dopo la sua dipartita; dopo la morte di Heathcliff, i passanti sono pronti a giurare che i due fantasmi passeggino insieme nelle notti brumose delle brughiere dello Yorkshire.

L’amore come religione è presente anche in Jane Eyre, mitigato dalla rettitudine e dai valori morali dalla protagonista, che le impediscono di cedere a un abbandono assoluto. Quando St John, cugino ritrovato dopo rocambolesche vicissitudini in un improvviso e inaspettato twist of fate, le propone di soffocare l’amore per Rochester – un amore che non può realizzarsi – e dedicarsi totalmente alla fede, diventando missionaria in India (e sua moglie), Jane esita. È combattuta tra il fare la cosa – apparentemente – giusta e l’obbedire ai dettami del cuore; tra purezza e tentazione; tra due tipi di fede – quella in Dio e nell’integerrimo parroco St John e quella in Rochester.

Quello di Rochester è però un amore bugiardo: un amore che nasconde in soffitta una moglie malata di mente – Bertha Mason, sposata nella lontana, esotica Giamaica. Jean Rhys, nell’ambito del filone del neocolonialismo letterario, ha cercato di riscattare la figura di Bertha/Antoinette in Wide Sargasso Sea, storia della colonizzata – Bertha – strappata via dalla sua terra, dal suo clima e dalla sua gente dall’inglesissimo Rochester, trapiantata forzatamente in una società oppressiva e patriarcale alla quale non appartiene, a metà strada tra il bianco caucasico e il nero giamaicano.

Devo ammettere che, rileggendo Jane Eyre, ho sviluppato una percezione molto diversa di Rochester: nonostante sia prigioniero di un matrimonio affrettato e una situazione infelice, rifiuta di accettare – e affrontare – la realtà e cerca di scappare – prima girando l’Europa alla ricerca di amanti usa e getta, poi mentendo a Jane, chiedendole di diventare sua moglie senza raccontarle il suo segreto. Rochester è lunatico, cupo, collerico: quando Jane, dopo aver scoperto l’esistenza di Bertha, decide di non restare a Thornfield e rischiare di diventare l’amante di Rochester, anche se lasciarlo le spezza il cuore, confessa di avere paura della reazione di Rochester, della sua rabbia.

A questo proposito, ho trovato particolarmente pertinente l’analisi di Samantha Ellis in How to be a Heroine, or what I’ve learned from reading too much: Rochester pecca di machismo e di presunzione nel non considerare l’intelligente, indipendente, coraggiosa Jane come sua pari: per lui è la sua piccola Jane, un uccellino da vestire di seta e ricoprire di perle. Non a caso, una delle mie citazioni preferite tratte dal romanzo è la seguente:

Per Rochester, Jane è una creatura fragile da proteggere da Bertha, da sposare in fretta e furia e in segreto, per evitare che qualcuno mandi tutto all’aria, cosa che in effetti succede.

Anche quando si arriva al celeberrimo lettore, l’ho sposato e si tira un sospiro di sollievo, perchè Jane e Rochester sono finalmente insieme, si tratta di un lieto fine a metà: secondo la Ellis, Rochester accetta Jane come sua compagna e sua pari solo dopo essere diventato un “uomo a metà”, cieco e privo di una mano; solo allora la loro diventa una vera unione, una comunione di mente e anima, in cui lui, Rochester, rispetta e ama lei, Jane, per quello che è veramente: non un uccellino fragile e indifeso, ma una donna coraggiosa e indipendente, dall’invidiabile forza interiore, grazie alla quale riesce a superare avversità e solitudine.

citazEN

E torniamo, dopo questa lunga digressione, alla solitudine di Jane: la Jane bambina desiderosa di amore, in punizione nella tanto paventata stanza rossa, dove crede di vedere il fantasma dello zio; la Jane ragazzina, che si sveglia abbracciata al corpo esanime dell’adorata amica Helen; la Jane ragazza dal cuore spezzato, che scappa da Thornfield senza portare niente con sé e passa tre orribili giorni da mendicante, dormendo fuori al freddo e mangiando poco e niente, prima di essere accolta da St John e le sue sorelle; la Jane donna, maestra in una piccola scuola di campagna, che vive sola in un’umile dimora isolata, passando serate cupe e eterne in compagnia di un libro o dei suoi disegni, aspettando un segno che la riporti da Rochester.

La sua pazienza, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua rettitudine, la sua fede smisurata nell’amore e in Rochester le permettono di essere in grado di accorrere da lui quando Rochester ha ormai perso tutto, e fanno di Jane Eyre un’eroina senza tempo.

Soundtrack: Stubborn love, The Lumineers

how I met your Jane

Fonte: schmoop.com/jane-eyre/summary.html

Frammenti di un discorso amoroso#2: dell’amore e di altri demoni

Per te nacqui, per te ho vita, per te morirò e per te muoio.
Garcilaso de La Vega
img_2309
 I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.
Il 26 ottobre 1949, nella cripta dello storico convento colombiano di Santa Clara, viene rinvenuto un cranio di ragazzina con una splendida chioma ramata, lunga ben ventidue metri e undici centimetri.
A  Márquez, giornalista alle prime armi inviato a occuparsi della storia, questa chioma straordinaria ricorda una leggenda narratagli da sua nonna: quella di una marchesina di dodici anni dalla chioma lunga come un velo da sposa, morta per aver contratto la rabbia dopo il morso di un cane.
La leggenda e il ritrovamento della cripta ispirano a  Márquez una delle sue storie più poetiche, Dell’amore e di altri demoni, da cui è tratto il frammento di oggi.
Sierva María de Todos los Ángeles è una ragazzina magra, dalla timidezza irrimediabile, la pelle livida, gli occhi azzurri e silenziosi e una splendida chioma ramata. Cresce nel disinteresse totale dei genitori, affidata alle cure degli schiavi della casa paterna: parla svariate lingue africane, imita le voci degli uccelli e degli animali, si dipinge il viso di nero, indossa collane stregonesche, impara a camminare così silenziosamente che la madre le mette un campanello al collo per sentirla.
Durante una spedizione al mercato per i festeggiamenti per il suo dodicesimo compleanno, Sierva María viene morsa da un cane nero con una stella bianca sulla fronte: contrae la rabbia, che viene scambiata per possessione demoniaca, e inizia il suo lento martirio.
Cayetano Delaura è candidato per la carica di custode del fondo sefardita presso la biblioteca del Vaticano. È brillante, intelligente, benvoluto dal vescovo, che gli affida il caso di Sierva María, nonostante Cayetano non sia un esorcista.
Cayetano ha poca dimestichezza con le donne: è spaventato da Sierva María più che dal diavolo. Intravede presto il vero problema della ragazzina, e decide di curarlo con i sonetti di Garcilaso de la Vega e non con gli esorcismi. Ma la poesia ha i suoi effetti collaterali, e i due si ritrovano presto prigionieri di un sentimento che può esistere solo all’interno degli esigui confini della cella di Sierva María, a riprova del fatto che l’amore va sempre preso molto sul serio.
gabo
Fino ad allora non aveva smesso di guardarla negli occhi e lei non dava mostra di arrendersi. Lui sospirò profondamente, e recitò:
Oh bel sembiante per mia sventura incontrato”.
Lei non capì.
“È un verso del nonno della mia trisnonna” le spiegò lui. “Ha scritto due egloghe, due elegie, cinque canzoni e quaranta sonetti. E quasi tutti per una portoghese senza grandi attrattive che non fu mai sua, in primo luogo perché lui era sposato, e in secondo perché lei si sposò con un altro e morì prima di lui”.
“Frate pure lui?”
“Soldato” disse Cayetano.
Qualcosa si mosse nel cuore di Sierva Maria, perché volle riascoltare il verso. Lui lo ripeté, e questa volta proseguì, con voce intensa e ben articolata, fino all’ultimo dei quaranta sonetti del gentiluomo d’amore e armi, don Garcilaso de la Vega, morto nel fiore degli anni per una sassata in guerra.
Quando ebbe finito, Cayetano prese la mano di Sierva Maria e se la posò sul cuore. Lei vi sentì dentro il fragore della sua bufera.
“Sono sempre così” disse lui.
E senza lasciare tempo al panico si liberò della materia torbida che gli impediva di vivere. Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava e beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stata morire con lei. Continuò a parlarle senza guardarla, con la stessa fluidità e lo stesso calore con cui pregava, finché ebbe l’impressione che Sierva Maria si fosse addormentata. Ma era sveglia, con i suoi occhi da cerva impaurita fissi su di lui. Si azzardò solo a domandare:
“E adesso?”
“Adesso nulla” disse lui. “Mi basta che tu lo sappia”.
Non gli fu possibile proseguire. Piangendo in silenzio passò un braccio sotto la testa di lei affinché le servisse da guanciale, e lei si rannicchiò contro il suo fianco. Rimasero così, senza dormire, senza parlare, fin quando cominciarono a cantare i galli, e lui dovette sbrigarsi per arrivare in tempo alla messa delle cinque.
(…) Il panico era stato sostituito dall’affanno del cuore. Delaura non aveva tregua, faceva le cose come gli venivano, fluttuava, fino all’ora felice in cui fuggiva dall’ospedale per incontrare Sierva Maria. Arrivava ansante nella cella, inzuppato dalle piogge perpetue, e lei lo aspettava con tale inquietudine che il solo sorriso di lui le restituiva il respiro.
(Dell’amore e di altri demoni, Gabriel García Márquez, traduzione a cura di Angelo Morino, Mondadori)

Quel resto che è ossigeno

ossigeno.png

Si è parlato e scritto molto del difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, delle traversìe dei ragazzi e delle ragazze che si affacciano alla vita come persone indipendenti ma ancora in via di costruzione; eppure, troppo poco è stato detto e scritto del momento in cui questi ragazzi e queste ragazze sono chiamati a diventare uomini e donne.

Il passaggio all’età adulta comprende riti di iniziazione ai quali prima o poi tutti siamo chiamati a sottoporci: trasferimenti, lavori che avevamo giurato non avremmo mai accettato ma pagano l’affitto, convivenze, dichiarazioni dei redditi, bollette, conti congiunti o disgiunti, la prima ruga, il primo capello bianco. Alcune esperienze sono così imprevedibili e piene di poesia e di meraviglia da lasciarci senza fiato: alcuni , la maternità, la paternità, le chiavi della prima casa tutta nostra; altre sono molto più prosaiche. Tra le une e le altre c’è un abisso: l’abisso della persona che volevamo diventare e che, a un certo punto del cammino, abbiamo perso di vista, insieme al lavoro che volevamo fare, alla città nella quale ci siamo sempre promessi di vivere, a quel bouquet di scelte e infinite possibilità consegnatoci insieme alla pergamena di laurea, garanzia assoluta che ci sarebbe stato il tempo di diventare qualsiasi cosa volessimo.

Non sono solo gli Holden Caulfield a voler scappare dalla loro vita, a sentirsi persi, a non riconoscersi: spesso, spessissimo, i non-più-tanto-giovani Holden hanno superato gli enta, hanno un mutuo e un posto da chiamare casa che improvvisamente smette di essere tale. È quello che succede un anonimo, monotono cinque aprile ad Arturo, protagonista di Il resto è ossigeno, romanzo di esordio di Valentina Stella, la cantastorie di Bellezza rara: inizia a camminare e non torna a casa. E continua a camminare, nonostante la rabbia di Sara, sua moglie, costretta a cercare di spiegarsi da sola – e di spiegare a sua figlia Giulia – perché Arturo, da un giorno all’altro – almeno in apparenza – abbia deciso di non voler essere più un marito, un padre:

Vorrei poter parlare con quella Sara che si lamentava di tutto, tanti anni fa. Vorrei parlare con la Sara ventenne che non riusciva a dormire e vedeva all’orizzonte attacchi di panico che non arrivavano mai. Vorrei raccontare alla Sara di quei tempi cosa vuol dire il panico vero, quello di quando capisci che la vita che avevi programmato, amato e curato si fa brillare in mezzo alla piazza, spargendo nel cielo milioni di pezzi di te e dei tuoi sogni più grandi.

Cosa succede quando la propria vita va in pezzi da un giorno all’altro?

Quando iniziamo a dire “è troppo tardi per ricominciare” e a crederci davvero?

Cosa ci fa stare insieme, e cosa ci fa andare in mille pezzi?

Quand’è che l’ossigeno in una stanza, in una casa, in una relazione, in una vita diventa così rarefatto e del tutto insufficiente, tanto da non permetterci più di respirare?

Quand’è che una vita inizia a stare stretta come un maglione di cachemire lavato in lavatrice?

Queste sono solo alcune delle domande a cui sia Sara che Arturo, in modi diversi, in circostanze diverse, devono cercare di trovare una risposta. Per capire perché hanno deciso di costruire una vita a due, cos’è andato storto, se la somma di due solitudini ne crea una ancora più grande oppure la annulla. Nella ricerca del loro personalissimo Sacro Graal, un maestro di musica e una Biancaneve appassionata di giardini diventeranno i rispettivi bracci destri e consiglieri di Sara e Arturo: persone che non facevano parte della loro vita di prima e che entrano nelle loro giornate solo grazie alla loro ritrovata capacità di dire .

A vent’anni è naturale trovarsi a cena con gente sconosciuta, o attaccare discorso con un tizio che sta bevendo la birra accanto a noi. Poi, quando si diventa grandi, quando si passa nel quadrante ‘famiglia- lavoro’, diventa tutto più difficile. E sotto certi aspetti meno male, perché quello è il momento in cui ti devi dedicare a costuire qualcosa, e allora tenere fisso lo sguardo verso il tuo centro di gravità aiuta. Ma a volte ti dimentichi del resto, e quel resto in realtà serve per respirare. Quel resto è ossigeno.

Per me è stato naturale immedesimarmi in Sara, nelle sue debolezze e fragilità di donna che non riesce a capire, perché non c’è niente di peggio di una persona che sparisce senza spiegazioni, senza dare la possibilità di gettargli addosso rabbia e dolore, scomparendo in una nebbia di rancori e silenzi. Sara si ritrova improvvisamente ad essere la metà di niente, a gestire la figlia Giulia, innamorata di un ragazzo di terza media, a bilanciare come una giocoliera impacciata alle prime armi la rabbia, il dolore, il senso di colpa e la voglia di innamorarsi di nuovo, davanti a uno spritz, sotto il cielo di quella Torino che è protagonista immancabile delle storie di Valentina.

Dei miei vent’anni mi manca il sapere che tutto può ancora succedere. Il sapere di essere in un prato enorme da cui partono tante strade, e io sono lì, a giocare, bere, ridere, scherzare, amare, e poi, con calma, dovrò sceglierne una e cominciare a costruire il futuro.

Il resto è ossigeno racconta una storia che resta appiccicata alla pelle e solleva una scia di dubbi e domande. Valentina ha rivolto una di queste domande a un gruppetto di blogger, in questo video: a un certo punto spunto anch’io, così imbarazzata che sto quasi per scoppiare in lacrime (non ho certo un futuro da vlogger).

Forse tutte le famiglie felici si assomigliano, per parafrasare Anna Karenina, ma anche quelle famiglie che sembrano felici e sono invece sul punto di implodere non sono poi così dissimili. Non perdersi di vista, non smettere di conoscersi e riconoscersi, ricordarsi di respirare: cose apparentemente banali, che pensiamo siano automatiche e quotidiane, ma che troppo spesso invece ci dimentichiamo di tenere a mente e di esercitare.

Ho paura di rimproverarmi il mio egoismo per tutta la vita.

E ho paura di non essere in grado di raccogliere la bellezza inaspettata che la vita mi sta regalando.

(Il resto è ossigeno,Valentina Stella, Sperling&Kupfer)

Soundtrack: Fragile, Negrita

ossigeno 2

Frammenti di un discorso amoroso#1: Emily Dickinson a Susan Gilbert

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

 

Questa citazione è speciale, perchè è dedicata al mio amico Nicola, che amava leggere.

Il frammento di oggi è tratto da una lettera di Emily Dickinson alla cognata, Susan Gilbert, moglie del fratello Austin. Il matrimonio di Susan e Austin è tormentato, segnato dalla morte del figlio Gib, di soli otto anni, e dalla storia tra Austin e Mabel Loomis Todd, durata ben tredici anni.

La corrispondenza pluridecennale tra Emily e “Susie” risponde a quell’ideale di “amicizia romantica” tipico del XIX secolo, caratterizzato da una prosa innocente e piena di affetto. Tuttavia, Susan riveste un ruolo ben più importante nella vita e negli affetti di Emily: la poetessa le manda tutti i suoi versi, chiedendole opinioni e revisioni. Susie è per lei amica, confidente, un tassello della sua vita e delle sua giornate di cui sente acutamente la mancanza; in una lettera datata agosto 1854, Emily le scrive;

“Non è passato giorno, bambina mia, in cui non ti abbia pensata, in cui io non abbia chiuso gli occhi su una serata estiva senza il ricordo dolce di te….Non mi manchi Susie – è ovvio che non mi manchi – semplicemente me ne sto seduta davanti alla finestra a fissare il vuoto e so che non c’è più nulla…”

emily-dickinson-e1424863667272

 

Il sentimento che unisce le due donne è forte, delicato, giocoso, possessivo, pervaso di una vena di gelosia e di costante malinconia.

La stessa Emily ha eternato l’impossibilità di definire ed etichettare l’amore nei suoi versi:

 

That Love is all there is,
Is all we know of Love;

(Che l’Amore è tutto/È tutto ciò che sappiamo dell’Amore).

Senza cercare quindi di stabilirne limiti e confini, le lettere di Emily Dickinson a Susie traboccano di questo tutto.

susan.jpg

Susan Gilbert Dickinson, Courtesy of John Hay Library, Brown University)

 

“A Susan Gilbert, 11 giugno 1852

In questo pomeriggio di giugno, Susie, ho un solo pensiero, e quel pensiero riguarda te, e una sola preghiera: cara Susie, anche quella riguarda te. Che tu e io, mano nella mano, come facciamo dentro di noi, possiamo vagabondare lontano, nei boschi e nei campi, come fanno i bambini, possiamo dimenticare tutti questi anni, dimenticare affanni, e tutte e due ridiventare bambine – ci riuscirei, se fosse così, Susie, e quando mi guardo intorno e mi ritrovo sola, di nuovo sospiro per te; sospiri brevi, sospiri inutili, che non ti riporteranno a casa.

Ho bisogno di te ogni giorno di più, il mondo che è già grande diventa sempre più vasto, il numero di coloro che amo sempre più piccolo, ogni giorno che passa e che tu sei lontana – mi manchi, tu cuore mio grande: il mio cuore se ne va in giro a vuoto e chiama Susie – gli amici sono troppo preziosi perché ce ne si separi, sono troppo pochi, e quanto presto se ne andranno là dove tu ed io non riusciremo a trovarli, non dimentichiamolo tutto questo, perché il loro ricordo, ora, ci risparmierà molte angosce, per quando sarà troppo tardi per amarli! Mia dolce Susie perdonami, tutto quello che ti dico – ho il cuore pieno di te, nessun altro all’infuori di te nei miei pensieri, eppure quando cerco di dire parole che non riguardano il mondo, il mondo mi viene meno. Se tu fossi qui – oh se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – cerco di avvicinarti sempre di più, scaccio le settimane fino al punto in cui sembrano del tutto dissolte, poi mi immagino che tu sia arrivata, e mi immagino mentre cammino lungo il sentiero verde per venirti incontro e il cuore mi scappa di mano e ho un gran da fare a riportarlo al passo e a insegnargli ad essere paziente, fino al momento in cui arriverà la dolce Susie. Tre settimane – non possono durare per sempre (……)

Diventerò impaziente ogni giorno di più fino al momento in cui quel giorno arriverà, perché fino ad ora non ho fatto altro che piangere e lamentarmi in attesa di te: adesso comincio a sperare.

Cara Susie, ho cercato in tutti i modi di farmi venire in mente che cosa ti avrebbe dato piacere, una qualche cosa da spedirti – poi alla fine ho visto le mie piccole Viole, mi supplicavano di lasciarle andare, così eccole qui – e con loro, quale Guida, un briciolo di erba che gli farà da cavaliere, che parimenti mi chiese il favore di accompagnarle – sono solo piccole, Susie, e temo non più profumate, ma ti parleranno degli affetti di casa, di quel qualcosa fedele che “mai si assopisce nè dorme”. Tienile sotto il cuscino, Susie, ti faranno sognare cieli azzurri, casa, il “paese benedetto”!

(…) Ora, Susie, addio, Vinnie* ti manda saluti affettuosi, la mamma i suoi, e io ci aggiungo un bacio, timidamente, per paura che ci sia lì qualcuno! Non lasciare che guardino, lo farai Susie?

 Emilie –”

(Da Emily Dickinson, Lettere, 1845 – 1886, Einaudi, a cura di Barbara Lanati)

 

*Lavinia Dickinson, sorella di Emily

Soundtrack: For Emily, whenever I may find her, Simon&Garfunkel

 

Love Stories (sui pericoli di innamorarsi delle parole)

love

L’amore mi sfugge.
Un tempo scrivevo racconti e tante, tantissime poesie d’amore. Mi piaceva pensare all’amore, analizzarlo, osservarlo, metterlo in discussione, cercare di capire il suo rapporto con la felicità e col dolore. Trovarlo ovunque, re-inventarlo, celebrarlo, accusarlo, cercare di comprenderlo.
Ora mi sfugge, letteralmente, e non riesco a riacciuffarlo. Elude il mio comprendonio e la mia immaginazione, rimanendo quel mistero così difficile da afferrare e da raccontare, come insegna anche Carver. Pessoa scrive (e Vecchioni canta) che più ridicolo di colui che scrive d’amore è colui che non ne scrive, mai. Non pensavo sarei mai rientrata in questa seconda categoria e invece ci sono finita. Sarà l’età, sarà la timidezza, sarà la mancanza di coraggio o di onestà con me stessa.
Continuo a cercarlo in quello che leggo, come in quest’articolo della Paris Review scritto da Phoebe Connelly. È il genere di storia d’amore che preferisco: eterea, surreale, nata sui libri, condannata fin dall’inizio da un’estrema difficoltà, quasi impossibilità di concretizzarsi.
Cosa succede quando ci si innamora delle parole? Una volta il mio motto era “le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire”: me l’aveva scritto una persona che, pur conoscendomi pochissimo, è riuscita a vedere in me e a capire quanto bisogno avessi di credere nel potere taumaturgico delle parole. Ho perso un po’ di vista questa fede cieca dei vent’anni, così come ho perso di vista la persona che ero a vent’anni: mi capita di intravederla, di incrociarla, ogni tanto, col suo disordine discreto dentro al cuore, per parafrasare De Andrè, in mezzo a un marasma di dubbi, di scelte, di confusione. Ma dove hai lasciato il tuo cuore?
Anche Phoebe, come la me ventenne, è affascinata dal potere delle parole, e racconta in questa storia – che mi ha gentilmente concesso di tradurre – le conseguenze dell’amore. Quell’amore nato sui libri, in un vortice di parole, personaggi, storie.
Buona lettura.

love3
F. mi è stato presentato da un amico comune durante un viaggio a Los Angeles. Vivevo a D.C., ero da poco single e lavoravo per una rivista di politica. Mi ero data una regola ferrea: mai uscire con giornalisti. In una sonnolente cittadina aziendale* dove, per motivi etici, dovevo evitare coinvolgimenti romantici con le mie fonti, iniziavo a credere di essermi condannata a restare da sola.
F. era uno scrittore che aveva appena finito il suo primo film e si occupava di rubriche di spettacoli per passare il tempo. A volte giocava a tennis con la mia migliore amica. “Ti piacerà” mi aveva promesso mandandogli un messaggio, mentre io ficcavo la mia borsa nel sedile posteriore della sua macchina all’aereoporto internazionale di Los Angeles (LAX). “Gli dirò di incontrarci per bere qualcosa insieme in questo locale tedesco all’aperto”. Ci siamo piaciuti subito.
Tutto è iniziato con una sfida. Quella prima sera, gli ho detto che avevo trovato Il verificazionista di Donald Antrim troppo affettato, così ha fatto scivolare I cento fratelli nel mio bagaglio a mano per il volo notturno che mi avrebbe riportato ad est. La moltiplicazione costante dei fratelli di Antrim e la sua prosa claustrofobica si addicevano benissimo ai monotonia degli spazi del LAX. Il mio profumo si è aperto in valigia durante il volo, ma gli ho restituito lo stesso la sua copia insieme a un biglietto scritto a mano, con lo stesso odore della mia nuca.
Abbiamo passato i due anni successivi a corteggiarci con le parole – le nostre, ma anche quelle di qualsiasi scrittore per mezzo del quale pensavamo di fare colpo. Non eravamo di certo i primi a intraprendere questo cammino; tuttavia, come in ogni storia d’amore – e lista di libri da leggere- che si rispetti, ci sembrava di essere gli unici. La domanda “cosa stai leggendo?” diventava una scusa molto conveniente per iniziare a parlare ogni volta che eravamo tutt’e due online, per mandarci link, per scriverci lettere lunghe e complicate il cui messaggio subliminale era il desiderio.
Per lui ho letto Sportwriter di Richard Ford, che avevo scartato, etichettandolo come troppo sessista, prima ancora di leggerlo. (La mia opinione non è migliorata di molto dopo la lettura, ma lui sosteneva che il protagonista offrisse una rappresentazione fedele del maschio scrittore). Gli ho mandato La talpa di John le Carré, dopo avergli citato una descrizione della moglie di Smiley fuori contesto. Mi ha detto che il fatto che la citazione non arrivasse fino alla penultima scena del libro l’aveva fatto quasi uscire fuori di testa.
Ho iniziato a leggere compulsivamente libri ambientati nella West Coast. Ho passato un luglio umido ad appiccicoso a completare la mia serie di Lew Archer; ho fatto scorta di malconci libri in brossura di James M. Cain, sognando pomeriggi all’insegna dello smog e inverni senza neve. Mi stavo innamorando di F. o dell’idea di una città che si prestava così facilmente alla narrazione? All’epoca non me lo sono chiesto. Ero grata di avere un posto nuovo da abitare, anche se questo avveniva solo in weekend rubati e nei titoli della Library of Congress.
Un paio di mesi dopo il nostro incontro, Farrar, Straus e Giroux ha pubblicato la corrispondenza completa tra Elizabeth Bishop e Robert Lowell. Abbiamo studiato attentamente i dettagli delle loro rispettive esperienza a D.C. come poeti insigni e consulenti di poesia presso la Library of Congress; gli ho scritto una lettera durante una noiosa lezione sulla politica del deficit presso il Cosmos Club, dove Lowell aveva vissuto nel 1947 e nel 1948. “Il clima invernale di Washington è come quello di Parigi, ma senza compensazioni” osservava seccamente la Bishop in una lettera a Lowell nel dicembre 1949.
Thomas Travisano scrive nell’introduzione che “quelle lettere erano diventate parte della loro persistenza: parte di quell’enorme pezzo di vita che avevano condiviso, vicini e lontani, attraverso trent’anni di corrispondenza intima e acuta”
Quando arrivavo a casa, mi sdraiavo in un letto solitario con quel volume, trovando nelle loro poesie un mezzo per esprimere tutto ciò che io e F. esitavamo a dirci.
“A volte/ sorprendo la mia mente/ ruotare intorno a te con occhi di vetro-/ il mio amore perduto a caccia/ del tuo viso perduto”. La nostra corrispondenza manteneva un tono stranamente cortese e formale, nonostante il flirt. I romanzi spediti dall’altra parte del continente, le caustiche osservazioni dei due poeti: tutto ciò ci permetteva di fingere che si trattasse di un gioco letterario, che non coinvolgesse i nostri cuori pulsanti, ad alto rischio di spezzarsi.
Dimmi perchè ami questo libro, gli chiedevo, e lui me lo spiegava.
I libri sostituivano il sesso, reso impossibile dalla distanza. Gli avevo mandato La biblioteca della piscina di Alan Hollinghurst; durante una delle mie puntatine a L.A., ci siamo infiltrati nel Los Angeles Athletic Club, prossimo alla chiusura, e abbiamo trascorso un’ora di felicità a galla nella piscina circondata da colonne del 1910, scambiandoci baci al cloro. Avevamo una sorta di romantico riflesso condizionato: immergerci in quegli scenari che avevamo condiviso attraverso la lettura. Mi aveva mandato Dieci giorni sulle colline di Jane Smiley, ambientato a L.A., che ho abbandonato più o meno alla metà del Quarto Giorno. “Leggere di politica per me è come lavorare”, gli ho confessato. “Magari leggo solo le parti sexy”.
Dopo un anno di libri spediti, occasionali fine settimana insieme, e molte lacrimevoli telefonate su quanto difficile stesse diventando stare lontani, F. ha fatto le valigie e si è trasferito ad est. Era impaziente di sperimentare un’altra città: la superficialità di L.A. lo stava logorando, diceva. Invidiava il fatto che ogni notte passata in un bar di D.C. sfociasse in infiniti dibattiti. Aveva iniziato a lavorare nella mia libreria preferita e a dedicarsi seriamente alla scrittura. Io continuavo a dedicarmi al giornalismo politico.
Ma il nostro circospetto corteggiamento letterario continuava. Lui mi aveva trovato una copia del 1997 della rivista Granta, dedicata alla Francia, in previsione del mio primo viaggio a Parigi, e al mio ritorno mi aveva aspettato a Dulles con una copia di Il flâneur. Vagabondando tra i paradossi di Parigi di Edmund White, che avevo letto durante il mio viaggio. Appoggiati al cofano della sua macchina, nel parcheggio dell’aeroporto avvolto dal crepuscolo rosa di una sera di fine marzo, avevamo fumato sigarette e ripercorso i nostri rispettivi viaggi a Parigi – il mio effettivo, il suo letterario.

Aveva imparato a memoria il contenuto della mia libreria. “Quello ce l’hai già, Connelly. Stessa copertina, ma edizione anni ’80” mi ha avvertito quando ho preso in mano una copia di La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. Sono andata alla ricerca di un memoir sulla manifattura tessile nel Sud per un articolo che aveva pensato di scrivere. Ma continuava a rimandare; gli spunti per una nuova sceneggiatura erano in continua revisione, e la routine lavorativa faceva a pezzi il resto. Nonostante vivessimo ora nella stessa città, la nostra storia necessitava di manutenzione.
Ognuno di noi aveva il suo appartamento. Quando passavo il weekend da lui, cercavo qualcosa da leggere tra i suoi scaffali. Ho pescato da lì uno dei primi Ian McEwan che non avevo mai letto, e, nel corso dei mesi, ho riletto Territori londinesi di Martin Amis. Teneva una copia del Decameron in bagno, e la mattina mi ritrovavo appollaiata sul davanzale della finestra a leggere anzichè prepararmi per andare a lavorare.
F. sapeva quanto mi mancassero i libri che non mi ero portata dietro quando mi ero trasferita a D.C. Per il mio ventinovesimo compleanno, dopo aver festeggiato in un bar invaso da un’orda di miei amici, arrivati a casa mi aveva passato una pila di tascabili Pocket Press di Joan Didion. In cima troneggiava una prima edizione di The White Album. La sua dedica, “A Phoebe, per il suo trentesimo compleanno”, voleva prendermi in giro per la mia abitudine di aggiungere un anno o due alla mia età effettiva.

Avevamo tutte le carte in regola: se potevo parlare di libri con lui, se capiva perchè piangevo su un romanzo, perchè sognavo rubriche, tutto il resto doveva venire da sè. Ma le parole, da sole, non ci sono bastate. Dopo due anni e un trasferimento dall’altra parte del continente, ci siamo lasciati.
“Mi dispiace non averti risposto prima” mi ha confessato nella sua ultima lettera. “Ci ho provato un paio di volte, ma non ho mai trovato le parole giuste. Anzi, non le ho trovate proprio, le parole”

*(Ndrm – nota della redazione mia : le company town sono città in cui la maggior parte o tutti gli immobili, sia residenziali che commerciali, sono di proprietà di una singola azienda che provvede, in genere, anche alla pianificazione urbana)

Soundtrack: Half the world away, Aurora (cover della celeberrima canzone degli Oasis)

love bis

The Ophelinha Gazette#5 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

banner
Edizione straordinariamente….rapida, dato che la redazione si prepara a (letteralmente) scappare nell’amatissima  Albione, alla volta di afternoon tea e decadenti librerie dell’usato (tipo questa a Charing Cross).
Buona lettura, e buon weekend a tutti!

anyamount

1) Raccontarsi l’amore. L’amore quotidiano, quello che lotta per resistere alla noia e alle incurie del tempo, in un bellissimo articolo di Silvia Avallone. E, dato che siamo in vena di amore&altri disastri, scoprite con questo test di The Reading Room qual è la perfetta lettura per quando siete in the mood for love (la mia sembra essere Via col Vento di Margaret Mitchell, e domani è un altro giorno. A patto che mi ricordi di andare a riprendermi Rhett…)

rhett2

2) Quale libro si adatta di più alla vostra personalità di lettore? Scopritelo con questo test su Book Browser.

3) Dato che un po’ ovunque si parla di 50 sfumature di grigio, voi invece beccatevi le stranezze sessuali dei nostri amici scrittori. Mr Joyce will see you know (con un paio di mutandine da bambola in tasca, magari).

max-factor-primitif-vintage-perfume-ad-model-jean-patchett-1957

4) La lettera d’amore più bella (secondo un opinabile articolo del Telegraph) sarebbe stata scritta da Johnny Cash a June Carter (per rinfrescarvi la memoria, guardate Walk the Line).
Io rimango perplessa, voi fatemi sapere.

UeVtDh

5) Ecco a voi la fanciulla che disegna pasti luculliani anziché fotografarli e pubblicarli su Instagram (si, dalla regia mi dicono che persone simili esistono ancora, anche se sono purtroppo una specie in via d’estinzione).

a_560x0

6) Le lettere di Abelardo ad Eloisa raccontate da Vittoria Baruffaldi, la blogger innamorata di filosofia.

7) Pubblicità libridinose.

books,advertising,photography,reading-4041c32ce273c5eff19bff58acc0c94e_h

 8) Ieri Victor Hugo avrebbe compiuto 213 anni. Dopo avergli cantato tutti in coro joyeux anniversaire, andate a scoprire come gli piaceva scrivere quando gli mancava l’ispirazione (spoiler alert: in costume adamitico.)

Ma dico, ce lo vedete? Io no. (Per dirla tutta, in questa foto mi fa un po’ paura.)

Victor_Hugo_by_Étienne_Carjat_1876_-_full

Wendell Berry, be my Valentine!

Si, siamo tutti d’accordo: San Valentino è un’operazione commerciale bella e buona  (Bridget Jones docet).
Ma il mondo non sarebbe un posto più bello se ad augurarci un buon San Valentino fosse uno dei nostri scrittori preferiti, tipo…la butto lì, Wendell Berry? (E non perché sia uno degli scrittori più amati dalla sottoscritta, eh).
Grazie al poliedrico genio creativo degli amici di Edizioni Lindau, yes, you can!

Preparatevi dunque a celebrare l’amore (o quello che vi pare, fate voi) con le cartoline scaricabili di Wendell Berry. Festeggiate la buona letteratura, i libri che rimangono dentro e cambiano il lettore per sempre, le storie ben raccontate, l’incanto delle parole, tasselli di un mosaico perfetto, con una selezione di frasi tratte da Hannah Coulter e Jayber Crow (e, dato che ci siete, fatevi anche un regalo: leggeteli. Ve ne innamorerete).

Dato che siamo in vena di regali, ve ne faccio uno anch’io, piccolo piccolo: la traduzione di una poesia di Wendell Berry, Come l’acqua (Like the water). Una poesia che parla, appunto, d’amore. Da leggere mentre ascoltate Ovunque proteggi di Vinicio Capossela, magari.

E un grazie sonoro e corale a Edizioni Lindau per la bellissima e originale iniziativa.

Come l’acqua
di un torrente profondo,
l’amore è troppo, sempre.
Non ce l’abbiamo fatta.
Ne abbiamo bevuto fino a scoppiare,
ma non possiamo averlo tutto
o volerlo nella sua interezza.
Nella sua prodigalità
sopravvive alla nostra sete.
La sera scendiamo verso la riva
per bere fino a riempirci,
e dormire
mentre l’acqua scorre
attraverso regioni oscure.
Non ci trattiene,
ma continuiamo a ritornare alle sue acque fragranti
assetati.
Entriamo
nel regno della sua gioia,
pronti a morirne.

Like the water
of a deep stream,
love is always too much.
We did not make it.
Though we drink till we burst,
we cannot have it all,
or want it all.
In its abundance
it survives our thirst.
In the evening we come down to the shore
to drink our fill,
and sleep,
while it flows
through the regions of the dark.
It does not hold us,
except we keep returning to its rich waters
thirsty.

We enter,
willing to die,
into the commonwealth of its joy.

JCAV

stanza HC

Montagne russe

I didn’t fall in love. I fell through it:
Came out the other side moments later, hands full of matter, waking up from the dream of a bullet tearing through the middle of my body.
I no longer understand anything for longer than a long moment, or the time it takes to receive the shot.
This kind of gravity is like falling through a cloud, forgetting it all, and then being told about it later. On the day you fell through a cloud . . .
Life is a Roller Coaster, Christine Wagner

Questa breve, brevissima storia e’ una traduzione un po’ riadattata di una storia in Inglese che ho pubblicato qui, e che trovate sotto il testo in Italiano.

****************************

Ho sempre avuto paura delle montagne russe.

Non di quelle fobie, tipo il sangue; piuttosto quel tipo di paura che ti blocca quando sei a due passi dall’oggetto dei tuoi desideri, eppure non riesci ad allungare la mano per toccarlo.

Le guardo, le montagne russe. Ne sono affascinata e repulsa al tempo stesso. Il momento più brutto è il prima: il dibattito interiore sui pro e i contro di salire sul trenino, la lotta tra ansia e eccitazione, le mani gelate, la nausea durante la prima parte del tragitto, breve, calma, ingannatrice, il terrore della salita.

(Ricordarsi di respirare).

Ma la discesa è sempre qualcosa di magico: il panico si mischia all’eccitazione e insieme formano una miscela che mi esplode nella pancia, lasciandomi libera, leggera, lontana da tutto e da tutti, così vicina al cielo da dover solo allungare la mano per toccare le stelle. Lasciandomi preda di pensieri un po’ morbosi, a desiderare che la morte sia un po’ così, come questa caduta che in realtà è un’ascesa verso le nuvole e le stelle, come lasciare le proprie paure a terra e diventare leggera come un palloncino, fino a diventare solo aria. Non un addio ma un arrivederci, non una fine ma una trasformazione.

Ho capito di non essere mai salita sulle montagne russe quando ho conosciuto te. Il mio istinto, quello che si nasconde nella pancia, mi ha suggerito di scappare lontano a gambe levate. Ma io sono rimasta, incapace di muovermi, senza parole, quasi istupidita.

Dovevo restare, semplicemente, anche quando il mio restare era solo un rituale vuoto a perdere, la mia autostima un agnello sacrificale immolato all’altare della tua vanità. Dovevo restare, anche quando mi centrifugavi il cuore e mi trituravi l’anima, e io ero in caduta libera.

Non mi stavo innamorando, stavo cadendo, barcamenandomi tra panorami da mozzare il fiato e vertigini buie, fatte di solitudine (ricordarsi di respirare, far arrivare aria alla pancia, zittirne l’istinto primordiale. Si tratta sempre di respirare).

Sei stato le mie montagne russe. È stata la corsa più spaventosa, piena di ostacoli, selvaggia della mia vita. Il triplo salto mortale dello stomaco, la vitalità nuda e cruda, la cecità, l’euforia, l’incanto, la frustrazione pura hanno conferito alla mia caduta una certa nobiltà, dignità, sobrietà. Inevitabilità.

Ora sono rimasta con un gomitolo di parole, le nostre parole (euforica, cotta, infatuata, pazza di).

E non posso più usarle, quelle parole, e non riesco a trovarne altre. E sono ancora senza fiato. E sto ancora cadendo.

***********************************

I have always been scared of rollercoasters.

Not scared like I am when it comes to blood: the kind of scared that makes you want something so badly, yet being afraid of reaching out and touching it.

I would be amusingly scared when looking at them, quite preoccupied queuing for  them (after much talking and debating with myself the pros and cons of wanting something so badly, yet being so terrified), kinda anxious seating in the wagon, nauseous at the beginning, in tenterhooks after the first, tentative, easy part of the ride, utterly horrified while going up, up, up.

But in going down the magic would happen: the fear would mingle with excitement and together they would explode, leaving me ever so light, so ethereal, so close to the sky that I would only have to stretch my arm in order to touch the stars. Leaving me with the estranged, morbid wish that death could be something like that, leaving all your fears behind and getting lighter and lighter and lighter reaching for the clouds, mingling with them, dissolving into them. Not a farewell but just a goodbye, not an ending but a transformation.

Anyway, I found out I had never really been on a rollercoaster when I first met you, and my gut instinct (it’s always the guts) told me to run as fast as I could, but there I stayed, dumbstruck.

I had to stay, as simple as that, even when my staying was just a redundant, empty gesture, my self-esteem a new born lamb sacrificed to the altar of your vanity. I had to stay, even when you were running my bare soul in the spin cycle, and I was freefalling.

It wasn’t falling in love, it was falling from it and through it, far away from any possible state of grace, sailing through tough days and breath taking moments, loneliness and completeness, utter misery and thorough bliss. (Breath and guts, it was always a question of breath and guts)

You were my own rollercoaster. It was by far the scariest, the bumpiest, the wildest ride of all. The triple jump of my guts, the sheer vitality, the blindness, the elation, the enchantment, the sheer frustration gave my fall from grace a certain dignity, a sobriety, a solemnity, a feeling of unavoidability.

Now I am left with a ball of thread made of words, our words (elated, smitten, besotted. Who knew the English language could be so enthralling).

And I am still lost for words, and I am still catching my breath. And I am still falling.

Cecily Brown, Shadow burn, Gagosian gallery

 

Cecily Brown, Combing the Hair (Côte d’Azur), Gagosian gallery

 

 

 

What we talk about when we talk about love

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Me lo chiedo anch’io, sempre più spesso, del tutto incapace di darmi una risposta, intellettualizzando l’idea di amore fino a farne un concetto astratto, un ideale del tutto avulso dalla realtà, che rischierebbe di passare dalla poesia alla prosa nel tran tran del quotidiano. Un fiore troppo bello e raro e profumato per essere colto, destinato a una teca, e a essere rimirato da lontano, agognato per tutta la vita, senza mai essere posseduto davvero, nè tantomeno conosciuto. Insomma, io ho le idee piuttosto confuse.
Ma Raymond Carver, beh, lui è Carver.
Nell’ultimo racconto della raccolta omonima, What we talk about when we talk about love, Carver si fa beffa della pretesa di sapere, di conoscere, di comprendere poi davvero di cosa si parli, quando si parla d’amore.
Ne ride, ghigno peggio del gatto di Cheshire, davanti a una bottiglia di pessimo gin tonic con ghiaccio e lime. Perchè noi non possiamo sapere, e loro non possono sapere. Loro sono i protagonisti del racconto, due coppie: Mel e Terri, Nick e Laura.
Nick e Laura sono la coppia perfetta, ancora in fase luna di miele: hanno la sfrontata arroganza di non doverlo spiegare, l’amore, perchè loro sono l’amore, con la certezza spavalda di chi non si fa troppe domande, con i loro sguardi ammiccanti e complici, i loro gesti. Il loro toccarsi, cercarsi, trovarsi, trovarsi senza cercarsi, cercarsi per il solo gusto di cercarsi.
E poi ci sono loro, Mel e Terri, entrambi al secondo matrimonio. Mel odia l’ex moglie, al punto di evitare di telefonare ai loro figli solo per non rischiare di sentire la sua voce dall’altra parte della cornetta. Terri ha rischiato di essere uccisa dal suo ex compagno, Ed, dal suo amore assoluto, violento, possessivo, maniacale.
Eppure, candidamente, con una fede incorruttibile nei grandi amori, lei porta Ed come esempio d’amore. Ed, che l’ha picchiata fino a lasciarla quasi senza vita; Ed, che ha ingollato una generosa razione di veleno per i topi quando Terri se n’è andata, per essere poi salvato in corner; Ed, che dopo mesi di minacce nei confronti della neocoppia Mel-Terri si spara un colpo in bocca, alla Hemingway. E lei, Terri, è lì ad aspettare la morte con lui, a tenergli la mano nonostante sia in coma, perchè lui non ha nessuno a parte lei, e lei non vuole che Ed muoia da solo. Perchè anche questo è amore.
L’idea che Terri ha dell’amore, passionale, assoluto, anche distruttivo, purchè sia amore, si scontra con l’idea che ne ha Mel, che si chiede dove sia potuto andare a finire tutto l’amore che nutriva per la sua ex-moglie, e che, alquanto cinicamente, osserva che tutti loro hanno amato prima di sposare i rispettivi compagni, e, nel caso in cui dovessero perderli, continuerebbero comunque a respirare, mangiare, vivere insomma, e, dopo un certo periodo di tempo, riprenderebbero ad amare.
Tuttavia, Mel non è disposto a gettare la spugna così facilmente: vuole raccontare una storia per dimostrare che “it ought to make us feel ashamed when we talk like we know what we’re talking about when we talk about love” (dovremmo vergognarci quando parliamo come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore).
Mel è un dottore, e, una notte, arriva in ospedale una coppia d’anziani gravemente ferita a seguito di un incidente stradale. Sono plurisettantenni, con fratture multiple e lesioni interne, e poche speranze di sopravvivenza. Il caso più critico è la moglie, che riesce però a sopravvivere. Mel va a visitarli ogni giorno, e non riesce a capire perchè il marito sia sempre più depresso. Un giorno si avvicina all’anziano signore e lui glielo spiega: è depresso perchè non può muovere il collo a causa del gesso, quindi non può girarsi verso sua moglie e guardarla.

Carver lancia una provocazione: nessuno può definire o delimitare l’amore, nessuno può tracciarne i confini. Possiamo solo ammetterne di non saperne nulla, accettare l’affascinante, ineluttabile mistero, mentre fuori si fa sempre più buio e la notte  si porta via le ultime parole e il ghiaccio si è ormai totalmente sciolto nel bicchiere di gin da quattro soldi.

(Ecco, io potrò non saperne niente di amore, ma mi piace pensare che sia qualcosa di simile a quello raccontato nella storia dell’anziana coppia e degli sguardi mancati).