Il Calendario dell’Avvento letterario 2018 #10: decorazioni di Natale da creare con i libri

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Questa casella è scritta e aperta da Serena di Follow the Books – racconti di una lettrice in viaggio

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Amo il Natale, amo i libri e amo questo mitico Calendario dell’Avvento letterario, che ormai da anni seguo e attendo con gran trepidazione, come una vera e propria tradizione natalizia.

Mentre cercavo qualcosa di cui scrivere per la mia cartellina, rigorosamente canticchiando carole natalizie e indossando calzini con le renne ricamate sopra, mi sono detta che sarebbe stato molto carino scrivere di Natale e libri, in un modo un po’ più pratico. E cioè pensando a delle decorazioni di Natale da creare direttamente con i libri, per un Natale da vera booklover.

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Iniziamo subito con un paio di dichiarazione forti: sì i libri sono preziosi, no i libri non si distruggono senza motivo. Ok. Ma parliamoci chiaro: esistono anche libri brutti. Orrende edizioni, pessime traduzioni, agghiaccianti copertine. Di alcuni libri, diciamoci la verità, non sappiamo che farcene. Regalarli? Non è proprio lo scopo principale di “fare un regalo” quello di liberarsi di qualcosa che non vogliamo noi per primi. Conservarli per poi buttarli alla prima occasione? È un peccato. Possiamo donarli in biblioteca, portarli ai mercatini, oppure… Possiamo donargli nuova vita.

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Per esempio potremmo creare delle deliziose decorazioni di Natale con i libri! Ve lo immaginate un albero di Natale letterario? E poi segnaposti per la tavola che possono essere conservati e riutilizzati come segnalibri, decorazioni e ghirlande da appendere per rendere l’atmosfera ancora più magica.

Alcune idee sono davvero semplici da realizzare. Per esempio: prendiamo un palloncino, della colla vinilica, ritagliamo accuratamente delle pagine dal libro che abbiamo scelto. Spennelliamo abbondante colla sulle pagine e sui ritagli, e incolliamoli al palloncino. La colla va applicata sia sotto che sopra i fogli. Ricopriamo quasi del tutto il palloncino, lasciando fuori la parte con il nodino. Lasciamo asciugare per una notte. Quando la colla si sarà indurita con uno spillo buchiamo il palloncino: quel che ci rimane è la nostra pallina di carta. Possiamo usare brillantini, nastrini colorati, fiocchetti di neve in feltro, spago grezzo… possiamo liberare la fantasia. La pallina sarà imperfetta, ma unica. Creata da noi e a partire da un oggetto che amiamo tanto: un libro.

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Allo stesso modo possiamo inventarci di tutto e di più, dipende dalla creatività che abbiamo e dal tempo a disposizione. Si possono creare con la carta addobbi per l’albero (stelline, ghirlande, fiocchi di neve); segnaposti da tavola, che possono essere poi donati agli invitati come segnalibri; decorazioni per la casa, come piccoli alberelli di carta da poggiare sui davanzali delle finestre; ghirlande letterarie per abbellire le nostre porte. Insomma, ci possiamo davvero sbizzarrire nel creare le decorazioni di Natale con i libri.

Tra l’altro, se creiamo le nostre decorazioni con la carta evitiamo anche l’uso spropositato di plastica che si fa solitamente durante questi giorni di festa. Mi raccomando però, quando le riponiamo dobbiamo ricordarci di avene molta cura, altrimenti l’anno successivo saranno inutilizzabili: le decorazioni di carta sono davvero delicate.

Oh, quasi dimenticavo: si potrebbe addirittura costruire un albero di Natale fatto con dei veri e propri libri. Però occhio alle lucine, eh! Che come dice la canzone “si accendono e brillano”, e vicino alla carta bisogna stare attenti e scegliere quelle giuste, altrimenti si accende qualcos’altro.

Insomma, i libri sono un bene prezioso. Mai buttarli. Piuttosto regaliamoli, vendiamoli, riutilizziamoli. Portiamoli con noi sotto altre forme, perché sono veri e propri doni. Buon Natale letterario a tutti!

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Il Calendario dell’Avvento letterario #8: #vestitiperilibri – Dickens in verde e rosso

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Questa casella è scritta e aperta da Marina di Interno storie

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Se si pensa al Natale nella sua versione più culturale vengono subito in mente i classici della letteratura anglosassone moderna, il cui iniziatore è proprio Charles Dickens.

Nell’Inghilterra vittoriana prende corpo la celebrazione del Natale, grazie soprattutto al recupero antropologico ad opera di Thomas K. Hervey nel suo The Book of Christmas  (1837), dove ha indagato il passato più lontano per riportare a galla le consuetudini medievali, periodo in cui la festività ha assunto un aspetto importante. Perché dunque questa riappropriazione? Nei secoli avvenire è caduta nell’oblio, nonostante sia stata ricordata con nostalgia da Chaucer e Shakespeare. Si parla dunque di una riscoperta.

Dickens è il vero autore moderno del Natale, scrive Adam Gopnik nell’Invenzione dell’inverno (Guanda), ha imparato la lezione di Hervey e ha catapultato questa festività nell’atmosfera magica della fiaba, corredando la sua bibliografia di un ciclo di libri destinato al 25 dicembre.

Nel primo romanzo, Il circolo Pickwickil «Natale è celebrato pattinando sul ghiaccio, mangiando e festeggiando nell’allegria generale».

Da questo momento in poi diverrà una festa secolarizzata.

Piccola parentesi frivola.

#Vestitiperilibri è una rubrica che curo su Instagram, dedicata agli abiti e ai libri: accosta titoli per cromie e, a volte citazioni, con il guardaroba. E in questa occasione si veste delle due fiabe dickensiane, Il Grillo del Focolare e A Christmas Carol, entrambe curate e tradotte da Enrico De Luca per Caravaggio editore, comprese di note esplicative.

I due colori per eccellenza del Natale, rosso e verde, giocano per opposizioni e piccole suggestioni letterarie.

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A Christmas Carol rappresenta l’idea del Natale svincolato dalla religione: il dualismo tra capitalismo e carità, ricordi e cinismo, paternalismo e individualismo. Gli ingredienti per fare di Scrooge il rappresentante del materialismo ci sono tutti, ma fortunatamente ha la possibilità di redimersi.

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Il Grillo del Focolare è una fiaba domestica, in cui equivoci, spiriti e fate hanno un ruolo non secondario. Anche qui troviamo uno Scrooge, Tackleton, ma le atmosfere e la posta in gioco sono differenti rispetto alla sua opera più nota, nonostante ciò il calore umano ha il potere sciogliere i cuori più freddi.

Il Calendario dell’Avvento letterario #7: canto della neve silenziosa

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Questa casella è scritta e aperta da Alessandra di Una lettrice

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“Molti, molti anni fa un tale mi disse che negare i propri sogni equivale a vendere la propria anima. Ero giovane allora e non sapevo che quelle parole avrebbero trovato un loro particolare posto dentro di me e che sarebbero rimaste mie per sempre, però ricordo di aver battuto le palpebre e aver scosso il capo annuendo come se quegli stessi movimenti mi spingessero ancor più dentro la verità. Ero pieno di sogni. E ancora sogno.”

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Canto della neve silenziosa” uscito nel 1986, è stato pubblicato in Italia nel 1989 da Feltrinelli e negli anni Novanta ottenne un ulteriore successo per la lettura che ne fece Alessandro Baricco. Per alcuni anni il libro è stato introvabile, grazie anche alle alterne fortune del suo autore, spesso messo al bando dalla critica. Il libro raccoglie quindici racconti scritti nel corso di vent’anni, tutti ambientati a New York, l’odiata-amata città natale nella quale Selby aveva ambientato il romanzo “Ultima fermata a Brooklyn“, considerato uno dei grandi romanzi americani.

Protagonista dei racconti è Harry, un eroe dai mille volti del quale l’autore conserva solo il nome in racconti diversi per tono e taglio. Quindici racconti, forse non tutti ugualmente riusciti, nel complesso formano un insieme convincente: Selby racconta infatti la varia umanità metropolitana, quella degradata e borderline, e lo fa con una prosa folgorante che amalgama parlato e flusso di coscienza.

In particolare mi ha colpito, per il suo lirismo autentico, quello che dà il nome alla raccolta e, che, più di tutti incarna lo spirito del Natale. Nella solitudine e nella disperazione che attanagliano i personaggi Selby lascia filtrare un raggio di luce: è la possibilità di ristabilire, anche nel frenetico e per certi versi feroce scenario metropolitano, un rapporto positivo tra la propria interiorità, per quanto ferita, e il mondo circostante. Lo spirito del Natale è il momento in cui il canto della neve, apre uno spiraglio di speranza nel cuore, nonostante tutto.

Nel racconto del Canto della neve silenziosa, Selby suggerisce che anche New York può nascondere attimi di poesia.

Harry si è trasferito in una zona residenziale del Connecticut, ha comprato una casa di proprietà, è depresso e l’angoscia non lo fa dormire la notte. Ha imboccato un’altra strada, ha provato a cambiare vita; i ragazzi hanno più spazio per giocare e sua moglie è contenta della cucina nuova. Qual è il problema, allora? «Esistevano per caso dei tipi di morte di cui lui non sapeva niente?». È una giornata di marzo Harry, dopo essere tornato dall’ospedale a causa di un esaurimento nervoso, non è in grado di lavorare. Sdraiato nel suo letto, sa che la sua famiglia è al piano inferiore, impegnata a fare quelle cose che fanno le famiglie la mattina: la moglie prepara la colazione, il figlio dimentica lo zaino. Ma la sua famiglia è diversa: tutti cercano di non fare rumore per non svegliarlo. L’unica cosa che in questo periodo di convalescenza può fare è una passeggiata. Harry si incammina per le vie di New York.

“Quando giunse al punto stabilito si fermò. Aveva percorso un miglio. Bisognava tornare indietro. Guardò le case circostanti, quelle che da lontano sembravano quasi prive di forma, fuse com’erano nell’aria luminosa; poi guardò gli alberi e il loro grigiore innevato scomparve nella luce. Si girò e fece il primo lento passo del ritorno. Ripercorse le proprie impronte, le uniche nella neve. Sembravano piccole e anche se erano le uniche non sembravano sole, abbandonate. Sorrise all’idea delle impronte sole, come se le impronte avessero una vita propria o anche potessero riflettere quella di chi le aveva lasciate. Forse… chissà. Andava dunque, e si teneva compagnia.

Svoltò un altro angolo e davanti gli si posò un lungo tratto bianco piatto e friabile, interrotto sempre e solo dalle sue impronte che s’allontanavano e sembravano scomparire nella distanza bianco/grigio. Non sembrava possibile, eppure ora l’aria era ancora più dolce e serena. Continuò a procedere lungo le proprie impronte con l’impressione di poter camminare in eterno, la sensazione che fin quando la neve silenziosa continuava a cadere lui avrebbe potuto camminare lasciandosi dietro tutte le preoccupazioni e le ansie, tutti gli errori del passato e del futuro. Più nulla lo avrebbe preoccupato o perseguitato o riempito di tremiti di paura: la buia notte dell’anima era ormai finita. Sarebbero rimasti solo lui e la soffice neve silenziosa, e ogni fiocco avrebbe portato, nella propria vita una particolare gioia…mentre la dolce e silenziosa neve continuava a cadere dolcissima e gioiosissima…

Sì, e amorosissima… amorosissima… Avrebbe potuto camminare in eterno. Gli sarebbe stato facile continuare a camminare mentre tutti i pensieri di morte sarebbero svaniti, assorbiti dalla neve silenziosa.

Ben presto pur tendendo l’orecchio non sentì più neppure lo scricchiolio dei passi nella neve e la cosa non lo sorprese, quasi che il corpo gli fosse diventato tanto leggero da non lasciare neppure un’impronta. Raggiunse la sua strada ma invece di svoltarvi continuò dritto: qualcosa lo attirava in fondo a una strada nella quale non era mai stato prima, una strada completamente sconosciuta, completamente diversa da tutte le altre nei paraggi. E mentre andava continuava a sentirsi sempre più leggero, come se la scintilla nella neve silenziosa, e quella che illuminava l’aria, gli scoccasse dentro. Sapeva di avere gli occhi in fiamme, pieni di quella luce. Sapeva d’irradiare quella luce attraverso gli abiti. E si sentiva le gambe sempre più leggere e quando abbassò lo sguardo vide che non c’erano impronte. Il soffice manto di neve steso sulla strada era ancora immacolato e fin dove vedeva lui non c’erano impronte e allora tutto il suo essere si riempì d’indicibile gioia e allora la sentì, agli inizi molto debolmente e tuttavia distintamente.

Sentì la neve cadere lenta nell’aria, ogni fiocco con un suono proprio e distinto e non ostacolato nella caduta così che i suoni di tutti quei fiocchi non mescolavano né stridevano ma si fondevano invece in un canto, quello della neve, che pochi avevano udito.

E, pur restando dolce, quel canto diventava sempre più forte, diventava una cosa sola con la luce… e alla fine non ci furono più piedi che lasciassero impronte né corpo né occhi che brillassero ma soltanto luce e suono e gioia. Niente passato, niente futuro, niente, neppure un presente, unicamente la nuova gioia che non conteneva ricordi di angustie e lotte e sofferenze… unicamente la nuova gioia… e capì che sarebbe potuto restare lì per sempre.

Estratto da Canto della neve silenziosa, Hubert Selby Jr., 1986, Feltrinelli

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Il racconto termina così, con una gioia che gli alleggerisce l’anima, finalmente sollevata dal peso del vivere, dalla miseria, dall’angoscia, dalla solitudine. Selby per tutta la vita ebbe problemi di eroina e depressione, ma non si arrese mai: voglio pensare che ciò che gli diede coraggio nelle notti dell’anima furono momenti come questo, che ricordano la gioia di essere al mondo.

L’Autore: Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). È morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima.”

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #5: Tutte le ragazze avanti!

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Questa casella è stata scritta e aperta da Federica de Il lunedì dei libri

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Ci sono libri che, quando arrivano in libreria, smuovono dentro di noi il desiderio assoluto di leggerli, se non altro per saperne di più sull’argomento in questione. A me questa cosa è recentemente con Tutte le ragazze avanti!, una raccolta di racconti, anzi: una raccolta di storie vere di autrici che si sono raccontate rispondendo alla domanda Cosa significasse per loro essere femministe oggi.

Il titolo è ripreso dall’invito gridato con cui Kathleen Hanna apriva i concerti delle Bikini Kill, invitava tutte, ma proprio tutte le ragazze presenti a farsi avanti nella folla, fin sotto al palco. Un invito all’inclusione, alla condivisione, per farsi sentire in mondo come quello musicale, in cui le donne sono ancora poco considerate.

Ho scelto di parlarvi di questo libro, da ospite del Calendario dell’Avvento letterario di Manuela, perché penso che sia da leggere, regalandoselo e regalandolo a chi si vuole per Natale, dato che siamo in tema. Potrebbe essere un modo per festeggiare questa ricorrenza in modo un po’ più femminista, appunto, non pensando solo alle tradizionali differenze che troviamo tra maschile e femminile

Proprio io, che in ventisette abbondanti anni di vita, credevo di sentirmi né troppo vicina né troppo lontana a questi temi, all’improvviso ho preso coraggio e ho detto: anch’io ho una voce in merito, anche a me interessa, fammi leggere cosa ne scrive chi ne sa più di me. O, meglio, chi ha capito molto prima di me di essere femminista.

Però, a pensarci bene, forse sono sempre stata femminista, solo non lo sapevo. Ho sicuramente attraversato il mio periodo da ribelle e quello da maschiaccio, quando ho deciso che il rosa cominciava a farmi schifo. Poi il Natale… parliamo un po’ di come ho vissuto male il Natale tipo dai quattro agli otto anni? Babbo Natale mi incuteva terrore, forse per colpa di uno di quei giocattoli che aveva la sua faccia e camminava cantando Jingle bells in un modo metallico che a me sembrava bruttissimo e piangevo disperata. Questo era comunque il fatto meno grave. Perché quello che proprio non mi andava giù, e ovviamente l’ho razionalizzato solo anni e anni dopo, era che non capivo perché l’importanza dovesse essere data a livello mondiale solo a Babbo Natale e non a Mamma Natale, per dire. Per me Mamma Natale sembrava più importante del vecchio con cappello rosso e la barba che non finiva più. Credo di essermi spinta a pensare che in un mondo più giusto Mamma Natale sarebbe riuscita a prendere il posto del vecchio, ma non viviamo in quel mondo e in questo sembra che le le cose degne di nota debbano farle solo i maschi. Niente di più sbagliato.

Pur avendo questi piccoli e buoni pensieri fin da piccola, purtroppo, non avevo una coscienza femminista ben chiara nella mia testa, quindi arrivo un po’ tardi. Per fortuna poi è successo che io Tutte le ragazze avanti!, questo libretto tutto colorato, edito da add editore e con la curatela di Giusi Marchetta, l’ho letto e mi sono sentita molto, ma molto più vicina a tutte le donne che lo hanno scritto. A partire dalla prefazione di Giusi Marchetta che indirizza il lettore (generico, si tratta di una raccolta che può, anzi che dovrebbe essere letta proprio da tutti, se non altro per evitare quei bruschi scollamenti dalla realtà che non ci fanno bene come esseri umani) verso i temi del libro, ho capito che da Tutte le ragazze avanti! avrei solo imparato.

Non ero mai stata davvero “femminista” perché non ero in grado di capire quanto le parole avessero inventato il mondo in cui vivevo; adesso potevo esserlo perché di quel mondo finalmente vedevo quegli aspetti ingiusti e crudeli che poteva essere cambiati.

(…)

Se essere femminista, come io credo significa battersi per un mondo più giusto, non può che essere la definizione di chi include nella sua battaglia le cosiddette minoranze.

(…)

Mi piacerebbe che questi interventi fossero per te delle piccole esplosioni ma che fossi tu la voce che manca perché il femminismo di cui parliamo qui non è un monologo ma una discussione aperta a tutti e a tutte.

da Essere femminista, la prefazione alla raccolta di racconti a cura di Giusi Marchetta

 Al centro di questi undici racconti a firma di Marzia D’Amico, Giulia Gianni, Giulia Perona, Giulia Cavaliere, Maria Marchese, Lucia Brandoli, Marta Corato, Marina Pierri, Claudia Durastanti, Giulia Blasi e Giulia Sagramola troviamo un mondo e anche di più: la percezione di noi stesse in quanto donne, libere e pensanti, troppo spesso vessate e subordinate o, semplicemente screditate. Ci si sente meno sole leggendo Tutte le ragazze avanti! ed è molto bello. In questo periodo, poi, in cui l’opinione pubblica ha finalmente preso a dare spazio alle storie nate da movimenti come il #MeToo e #quellavoltache post scandalo Weinstein possiamo dire che sia necessario.

Ora, proprio perché il femminismo è fatto da persone e ognuna di queste ha una sua storia, ci tengo a lasciarvi piccole citazioni dai loro racconti, in modo che potete conoscerle anche voi più da vicino.

Per Marzia D’Amico, che apre la raccolta, il femminismo è una cosa bellissima che tutti dovremmo conoscere:

 Non volevo essere una femmina come le altre. Volevo essere una femmina come gli altri.

(…)

Rifiutare il femminismo vuol dire decidere che si è comodi nella propria posizione, a discapito di altri.

da Una cosa bellissima che dovreste conoscere, Marzia D’Amico

 Giulia Gianni, invece, ci catapulta nel mondo della sua infanzia, in cui le principesse non le stavano poi così tanto bene: lei preferiva essere una guerriera.

Insomma, qua c’era qualcosa che non andava bene per niente. Non per Giulia, almeno. Lei voleva essere padrona del suo destino, proprio come i principi o i cavalieri. E così, nella sua testa di bambina, fece la seconda equazione della sua infanzia: se i maschi erano più i forti e i più valorosi, allora anche lei sarebbe stata un maschio.

(…)

Non avevo bisogno di essere un maschio per essere padrona del mio destino perché, come donna, potevo fare qualunque cosa volessi. Come me ne sono accorta? Semplice. Perché lo sto facendo.

da Storia di una bambina guerriera, Giulia Gianni

 Un’altra Giulia, che di cognome fa Perona e poi è una delle due Giulie di Senza rossetto (lo conoscete? Ascoltatelo, è uno dei pochissimi podcast che amo seguire), ci racconta di quel preciso momento in cui ha capito di essere femminista e ci racconta com’è bello portare avanti un progetto che c’entra, eccome se c’entra…

Raccontare le donne e dare loro uno spazio pubblico, per me, allora, non significava essere femminista. Anzi, credo che all’epoca quella parola non mi sfiorasse neppure.

(…)

Essere femminista per me, per me, non è mai stato un dato di fatto. È stata una scoperta, crescendo, affrontando il mondo. Mi sono resa conto tardi di non leggere abbastanza autrici. Non che lo facessi per qualche forma di pregiudizio, ma perché non mi rendevo conto di quanto poco spazio avessero i libri scritti da donne nelle librerie, nelle classifiche, nella comunicazione.

da Diventare grande senza rossetto, Giulia Perona

Con il racconto di Giulia Cavaliere possiamo imparare o quantomeno ricordarcene, se li conosciamo già dei diversi gradi di maschilismo che sono presenti nella nostra società: in famiglia, sul lavoro, nel divertimento e anche nella musica, per anni sempre troppo stereotipata. Un punto di svolta, per Giulia, è stato David Bowie:

In questo senso la figura di David Bowie è stata fondamentale per la mia apertura mentale rispetto al concetto di maschile e femminile, quando ho incontrato Ziggy Stardust la prima volta non avevo neppure compiuto 13 anni: ho imparato da lui che siamo tutti maschi e femmine, che abbiamo infinite anime intercambiabili, che siamo molte cose e soprattutto, finché siamo da queste parti, possiamo essere ciò che desideriamo.

da Gradi di maschilismo, Giulia Cavaliere

La storia raccontata da Lucia Brandoli, invece, la sua storia è piena di libertà: di scelta, libertà di vivere come si vuole, quella libertà di intendere anche la letteratura come si vuole, lontano da etichette e pregiudizi di sorta:Quando ci sentiamo minacciati ciascuno punta la giugulare come può, e un uomo insicuro ha un lungo repertorio di pregiudizi!

(…)

La domanda che però mi faccio è: le scrittrici che scrivono come uomini, che si sono adattate a scrivere come uomini, a quanto hanno dovuto rinunciare di sé stesse?

 da La nostra storia è la chiave, Lucia Brandoli

Marta Corato si è avvinata giovanissima al femminismo grazie alla rete: ha studiato (soprattutto da fonti straniere), approfondito il tema, e poi, sempre online, ha co-fondato Soft Revolution. Col suo racconto in Tutte le ragazze avanti! ci regala una testimonianza legata alla bodyposivity che, per me, è stata importantissima da leggere.

Come ho già detto, il mio femminismo è nato soprattutto da internet: Anche oggi le persone che mi ispirano e mi stimolano sono per lo più persone che lavorano nel digitale. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma per me la letteratura femminista classica è venuta dopo.

da Mai darsi una calmata, Marta Corato

Marina Pierri, in Tutte le ragazze avanti!, racconta sì del suo essere femminista, ma poi (un po’ per passione, un po’ perché è il suo lavoro) si sposta a descriverci molto bene quei ruoli femminili autentici che possiamo trovare in alcune serie tv, che siano conosciutissime in Italia o meno.

Sono nata femminista da una madre femminista, ho assistito per buona parte della mia vita, direttamente, agli abusi professionali e umani che le sono stati fatti perché, non solo non era un maschio, ma era competente e capace di imporsi, sempre come interlocutrice. Si è difesa come una leonessa. Non rimprovero e non accuso chi non ha avuto la stessa prontezza, anzi.

da Una voce per raccontarci, Marina Pierri

Il primo approccio di Claudia Durastanti al femminismo è stato, come dire, di impatto. Ad aiutarla poi è arrivata la letteratura:

È stato un addestramento graduale, ma molto preciso — essere femmina significava essere esposta a una violenza costante, e il femminismo era consapevolezza di questa violenza — finché a un certo punto ho iniziato a fare di testa mia e ho iniziato a leggere libri che mi spiegassero quel che mi diceva mia madre, ma meglio, e in maniera più sfumata.

da Non di muri ma di onde, Claudia Durastanti

La copertina di Tutte le ragazze avanti! è di Giulia Sagramola, così come il racconto a fumetti che troviamo all’interno. Ve ne lascio un assaggio:

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da Le mie storie non sono neutre, Giulia Sagramola

 

La raccolta si chiude con Giulia Blasi che ci ripete una cosa importantissima, da non dimenticare mai, perché sta alla base di tutto:

È un valore, e io continuerò a chiamarlo femminismo finché ci sarà qualcuno là fuori che mi dice “questa è una cosa da femmina” per dire “questa è una cosa inferiore”.

da Il mondo è già cambiato, Giulia Blasi

 Scoprire le storie contenute in Tutte le ragazze avanti! è stata una boccata di aria fresca. Serve, molto. E poi tra un po’ è davvero Natale, mi ripeto, scommetto che a più di qualcuno farà piacere trovarlo sotto l’albero, nella calza, al posto del latte e dei biscotti per il caro Babbo Natale (anche se io continuo a preferirgli Mamma Natale, sia chiaro). Insomma dove e per chi volete. Maschi e femmine che siate, leggetelo.

Il Calendario dell’Avvento letterario #1: Natale con Bridget Jones

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Questa casella è scritta e aperta da me medesima

Calendario dell’Avvento letterario: posologia e istruzioni per l’uso

Il Calendario dell’Avvento Letterario è un progetto nato nel 2015, volto a rivisitare l’attesa dell’Avvento in chiave alternativa e imprevedibile. Il Natale è un periodo di condivisione, e io e gli altri blogger partecipanti vogliamo donare a tutti voi spunti, curiosità, aneddoti natalizi raccontati dai nostri scrittori del cuore o vissuti dai nostri personaggi letterari preferiti. Ogni giorno, uno di noi vi farà compagnia aprendo una casella del Calendario: in cambio, vi chiediamo di regalarci qualche momento del vostro tempo, fermarvi a leggere e a lasciare un commento e visitare i siti dei blogger partecipanti, tutti incredibilmente preparati e talentuosi.

Effetti collaterali

Attenzione: il Calendario dell’Avvento letterario può avere effetti collaterali, nella fattispecie: una strana tendenza all’allegria e alla leggerezza; un’irresistibile spinta a canticchiare canzoni di Natale; un precipitoso e rovinoso aumento delle vostre wishlist natalizie di libri; una spasmodica necessità di consultare Google maps per cercare il mercatino di Natale più vicino; una pericolosa tendenza ad alimentarsi esclusivamente di pandoro, mince pies ed eggnog; infine, un’irrefrenabile voglia di indossare esclusivamente maglioni di Natale e vestitini da elfo.

Poi non dite che non vi ho messo in guardia. Pronti?

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At Christmas little children sing and merry bells jingle,

The cold winter air makes our hands and faces tingle

And happy families go to church and cheerily they mingle

And the whole business is unbelievably dreadful, if you’re single.

(Wendy Cope, da Serious Concerns, Faber&Faber)

Ah, la magia del Natale. Le decorazioni, le luci, l’atmosfera, i maglioni con le renne, i mercatini, il vin brûlé, l’incanto nell’aria, eccetera eccetera. Cosa succede invece se sei una single che ha superato i trenta, con un lavoro poco soddisfacente e qualche chilo di troppo, perennemente vessata dalla genitrice, dalla società e dall’orologio biologico?

E l’intera faccenda, se sei single

È dura veramente.

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La protagonista della casella di oggi è la single più famosa del mondo, così buffa, goffa e spontanea da offrire una boccata d’aria fresca in una società in cui siamo circondati sempre più da modelli di perfezione – reale o artefatta che sia. Quindi, per questo Natale, dimenticatevi i profili Instagram di influencer bellissime, dagli outfit all’ultima moda abbinati a quelli dell’immacolata progenie, al design della casa – possibilmente scandinavo –  e all’ultimo food trend a disposizione: infilate il maglione natalizio più osceno che avete a disposizione – se si illumina ancora meglio, accendete Love Boat e aprite una buona bottiglia di vino mentre cantata a squarciagola All by myself. Pronti?

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Il diario di Bridget Jones inizia a capodanno, con i buoni propositi del caso: fumare meno, bere meno, mangiare meglio, andare in palestra, leggere di più, evitare di procrastinare. Soprattutto, evitare di innamorarsi di uomini disfunzionali, intolleranti alle relazioni, bugiardi, inaffidabili, inattendibili. I Mr Wickam della situazione, insomma. D’altro canto, l’intero diario può essere considerato un omaggio a Orgoglio e pregiudizio: c’è la signora Bennet, interpretata da Pam Jones, la petulante, sguaiata, inopportuna, ipercritica madre di Bridget; c’è il perfido Wickam, impersonato da Daniel Cleaver, affascinante playboy che, guarda caso, è anche il capo di Bridget; e poi c’è ovviamente Lui, Mark Darcy, serio e impettito avvocato difensore dei diritti umani.

Mark Darcy vota Tory, vive in un’enorme casa a Holland Park, ha frequentato una boarding school e l’università di Cambridge e ha la puzza sotto al naso; Bridget vota Labour, sogna di lavorare in televisione e ha paura di finire sola e divorata da un pastore alsaziano. I due hanno in comune la provenienza dal paesino di Grafton Underwood, dove si re-incontrano in occasione di un buffet natalizio a base di tacchino al curry. Bridget accusa i postumi di una sbronza, Mark ha un orrendo maglione natalizio regalatogli da un’amica della madre: le reciproche prime impressioni non lasciano presagire niente di buono, proprio come nel caso del primo incontro tra Ms Darcy ed Elizabeth Bennet.

  1. Don’t see him. Don’t phone or write a letter.
  2. The easy way: get to know him better.

(Wendy Cope, Two Cures for Love)

 

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Perché Bridget Jones e Wendy Cope insieme? Perché la Cope è considerate la paladina delle donne single. Perché è stata una delle prime poetesse a dar voce alla solitudine, al senso di isolamento rispetto ai colleghi uomini, all’alienazione che può derivare dal vivere sola in un appartamento londinese, lavorando da casa e non avendo nessuno a cui ricorrere quando la lavatrice si rompe e l’appartamento è sommerso d’acqua. Perché Londra a Natale può diventare un percorso ad ostacoli, un non-luogo ostile pieno di famiglie felici che vanno a pattinare al Natural History Museum e che sono in fondo la raison d’etre dell’intero apparato natalizio;

E l’intera faccenda, se sei single

È dura veramente.

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Come Bridget, anche Wendy, prima di conoscere a 41 anni il suo futuro marito, ha collezionato una sfilza di appuntamenti insoddisfacenti e amori deludenti, che l’hanno portata ad assumere una posizione disincantata nei confronti delle relazioni, senza perdere però ironia e sarcasmo, come nei versi riportati di seguito, in cui la poetessa paragona gli uomini a quei maledetti bus sempre in ritardo che poi arrivano tutti insieme quando meno te l’aspetti:

Bloody men are like bloody buses —
You wait for about a year
And as soon as one approaches your stop
Two or three others appear.

A differenza di Bridget, la Cope non sogna fiori d’arancio e vestiti bianchi; la poetessa, un’icona del femminismo, nutre seri dubbi nei confronti dell’istituzione matrimoniale e, quando incontra il suo Mr Darcy (il poeta Lachlan Mackinnon) non vorrebbe convolare a nozze. I due di sposano solo dopo vent’anni di convivenza, quando il parlamento inglese non porta avanti la proposta di legge sulle coppie di fatto. Sul femminismo, la Cope dichiara:

I would call myself a feminist, and I think things have improved, but there are still things that depress me. High heels, for example. The fact that, after all we’ve been through, women are still persuaded to wear those ridiculous shoes just appalls me. The idea of young women being against feminists because they think they’re ugly old women also makes me very cross. They’ve benefited from feminists.

 (Mi definirei una femminista, e penso che la situazione sia migliorata, ma ci sono ancora cose che mi deprimono. I tacchi, per esempio. L’idea che, dopo tutto quello che hanno passato, le donne si lascino ancora persuadere a portare quelle scarpe ridicole mi sconvolge. Anche il fatto che ci siano ragazze che criticano le femministe perché pensano che siano solo delle brutte vecchiacce mi fa arrabbiare. Hanno beneficiato delle femministe).

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Ma è una casella dell’Avvento letterario, non dovremmo parlare di tacchino arrosto e panettoni invece che disquisire sul femminismo? Giuro che, almeno nella mia testa, è tutto collegato, ma per farvi capire devo passare attraverso un libro che va anche a finire dritto dritto nelle vostre letterine a Babbo Natale e nelle liste regali: si tratta di una raccolta di articoli sul femminismo, intitolata Feminists do not wear pink (and other lies). La raccolta, curata da Scarlett Curtis, affronta quello che è da una parte un luogo comune, dall’altra un apparente ossimoro, come traspare anche dalle parole della Cope: se mi metto i tacchi e i vestitini alla moda, se il mio colore preferito è il rosa e rifuggo dalle magliette con gli slogan, posso comunque citare la Solnit e definirmi una femminista?

La risposta delle giornaliste, scrittrici e attrici che contribuiscono alla raccolta è un univoco, roboante SI. E quale personaggio compare nella raccolta, con una serie di pagine di diario inedite? La nostra Bridget Jones, ovviamente.

Bridget ha due amiche molto strette, Shazzer e Jude. La prima è un’accesa femminista, la seconda un’inguaribile romantica, invischiata in una relazione un po’ morbosa con il Perfido Richard.

Nel Diario di Bridget Jones, sia Bridget che Jude sono abbastanza a disagio con il femminismo ‘stridente’ di Shazzer: agli uomini non piacciono le femministe agguerrite (e nemmeno quelle pacate…)

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In Feminists don’t wear pink, Bridget riflette sul perché esitasse a definirsi una femminista, e, alla luce di #MeToo, ripensa agli abbracci un po’ troppo stretti dello ‘zio’ Geoffrey al buffet natalizio a base di tacchino al curry e alle attenzioni ‘speciali’ dei suoi colleghi (e superiori) Daniel Cleaver/ Wickam e Fitzherbert (non a caso soprannominato Fitzpervert).

La Bridget degli anni ’90 ha un lavoro, un appartamento e un gruppo stretto, forse anche troppo co-dipendente, di amici: forse allora, anche se il buffet natalizio a base di tacchino al curry non avesse fatto scattare una serie di eventi che avrebbero portato Bridget e Darcy prima ad odiarsi, poi ad amarsi, tra i problemi con la giustizia di Pam Jones e le bugie di Danier Cleaver/Wickam, quella di Bridget non sarebbe stata poi una brutta storia. Se Darcy non avesse superato il suo orgoglio e Bridget i suoi pregiudizi, e non fossero finiti a festeggiare il Natale successivo insieme, ci sarebbe stato comunque un lieto fine.

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Forse il Natale non appartiene solo alle famiglie felici, anzi: appartiene alle famiglie monoparentali, alle ragazze madri, agli anziani soli (ricordate Man on the moon, la bellissima pubblicità di Natale di John Lewis del 2015? Vi sfido a guardarla senza piangere), a quelle donne che avrebbero tanto volute essere madri ma non lo sono, ai rifugiati, ai senzatetto, agli orfani, a chi ha perso una persona cara, ai single di tutto il mondo.

Facciamo tutti il tifo per Bridget e Mark Darcy, come lo abbiamo fatto per secoli per Elizabeth e Mr Darcy, ed è una cosa bellissima, perché il Natale è il momento perfetto per la felicità e l’amore: ma si può essere felici in tanti modi diversi e ci sono infinite forme di amore. Wendy Cope e la nuova Bridget ci insegnano che il Natale può sorprenderci con un lieto fine inaspettato. E, dopo aver aperto questa casella, mi auguro che tutti sentiate la voglia e il desiderio di tirar fuori la Bridget che vive in tutti voi, mettere a tacere l’ansia di perfezione, amarvi per quello che siete, alzare la cornetta e chiamare qualcuno per cui questo Natale sarà più difficile del vostro. Perché, finché ci stringiamo tutti insieme intorno al tacchino freddo al curry di Pam Jones, nessuno è solo.

Che sia un Natale a misura di tutti, che sia un Natale per tutti. Quello che vi auguro di trovare sotto l’albero è la versione migliore di voi stessi.

Tuttavia, dato che la protagonista di questa casella è Bridget, che è una material girl, come canta la sua adorata Madonna, vi lascio con qualche spunto e ispirazione per i vostri regali sotto l’albero, per un Natale da vera Bridget Jones:

  • Un’alternativa al classico maglione di Natale, per ricordarci che ci sono le ferie e possiamo recuperare un po’ di libri che hanno preso polvere sul comodino

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  • Il vestito perfetto per partecipare al buffet a base di tacchino al curry di Pam Jones e incontrare il vostro Mr Darcy

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Sountrack: Rudolph the red nose reindeer, la storia di una renna ‘diversa’ che diventa protagonista del Natale, per ricordarci che questa deve’essere anche una festa di inclusione, un falò del bullismo e dei pregiudizi. Una festa del cuore e dell’anima, insomma, durante la quale, per una volta, proviamo sul serio a pensare anche agli altri.

 

Hohoho, Merry Christmas!

Il Calendario dell’Avvento letterario: buon Natale 2017!

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Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Valentina di Meno male che non sono una mucca, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’Avvento Letterario, arricchendolo ogni giorni di sorprese, spunti e curiosità sul Natale letterario. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei inoltre ringraziare (sono ripetitiva, lo so, ma quale momento migliore del Natale per esprimere la propria gratitudine e condividere le cose belle?) tutti voi che siete passati a leggere, a commentare, a condividere le nostre caselle, rendendo ognuna di esse unica e speciale.

Vi auguro il Natale più felice di sempre attraverso le immortali parole del genio incompreso Billy Mack.

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Oggi è il 25 dicembre. Ho pensato di regalare ai lettori di Ophelinha un assaggio natalizio (poche righe, l’equivalente di un cioccolatino, di un mozzico di panettone) di libri che ho molto amato, con l’augurio che almeno uno tra questi possa scatenarvi una voglia irrefrenabile di correre in libreria.

Buon Natale!

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Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Johan Harstad, M. V. D’Avino

Iperborea

“Era il Natale del 1978 e mi era stato regalato il mio primo libro sulla luna, che mi tenne occupato per tutte le feste. Studiai le figure, le cartine, fu allora che cominciai a collezionare libri, li cercavo nei negozi, nelle librerie dell’usato, bisognava leggere tutto, volevo sapere tutto. E la primavera del 1979 decisi: sarei scomparso là fuori nella folla, sarei stato il numero due, uno che si rendeva utile invece di cercare di farsi notare, che faceva quello che gli chiedevano di fare. Ma questa naturalmente è solo una riflessione a posteriori, il tentativo di inchiodare il vero punto di partenza di una vita. È solo nella finzione, nei film e nei romanzi, che si può stabilire l’istante esatto del cambiamento. Nella realtà la scelta arriva strisciando, il pensiero si forma a poco a poco, e forse fu solo a un certo punto del primo anno delle medie che decisi attivamente di non essere visibile. ”

Il petalo cremisi e il bianco

di Michel Faber, Elena Dal Pra, Monica Pareschi

Einaudi

“Mentre prende tempo, si chiede se dire a Sophie la verità. Non sul bordello gestito da sua madre, naturalmente, ma sul Natale. Sul fatto che a casa Castaway la festività non si è mai celebrata; che Sugar aveva ormai sette anni quando ha capito che c’era un’occasione collettiva in cui i musicanti di strada suonavano motivi particolari, verso la fine di un mese chiamato dicembre. Sí, aveva sette anni quando ha trovato infine il coraggio di chiedere a sua madre che cos’era il Natale, e Mrs Castaway aveva risposto (una volta sola, perché da quel momento era diventato un argomento proibito): «È il giorno in cui Gesú Cristo è morto per i nostri peccati. Senza alcun risultato, visto che li stiamo ancora scontando».”

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di Amy Hempel, S. Pareschi

Mondadori

“A La Rondalla, le luci colorate sulla Vergine annunciano ogni giorno il Natale. Le pietanze arrivano su vassoi simili a coperchi di tombino, e il bar è pieno di mariachi. Il dottor Diamond disse che a Guadalajara c’è un college per mariachi, che ne sforna classi intere. Ma secondo me questi qui non avevano fatto neanche le superiori per mariachi.”

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Da dove sto chiamando

di Raymond Carver, Riccardo Duranti

Einaudi

“C’era la macchina di Vera, nessun’altra, e Burt ringraziò il cielo. Entrò nel vialetto e fermò la macchina proprio accanto alla torta che gli era caduta la sera prima. Era ancora lí: la teglia di alluminio rovesciata, un alone di ripieno alla zucca sparso sul cemento. Era il giorno dopo Natale. Il giorno di Natale era venuto a trovare la moglie e i figli. Ma Vera l’aveva avvertito. Gli aveva detto come stavano le cose. Se ne doveva andare prima delle sei, perché il suo amico e i figli di lui sarebbero arrivati per cena.”

Il nuovo sesso: cowgirl

di Tom Robbins, H. Brinis

Baldini & Castoldi

“La mia prima cowgirl l’avevo vista su un catalogo dei Sears. Avevo tre anni. Fino a quel momento avevo sentito parlare soltanto di cowboy. Dissi: «Mamma, papà, ecco cosa voglio che mi porti Babbo Natale». E per Natale mi regalarono un completo da cowgirl. Il Natale dopo ne ebbi un altro, perché il primo l’avevo ridotto ormai a brandelli. Chiesi un costume da cowgirl ogni Natale fino a che arrivai a dieci anni, poi i miei mi dissero: «Sei troppo grande, ora; Babbo Natale non ha dei costumi da cowgirl che ti vadano bene». «Balle», dissi io.”

 

Nessuno scompare davvero

di Catherine Lacey,‎ Teresa Ciuffoletti

SUR

È di nuovo Natale, mia cara. Ma dove va il tempo così in fretta? E guardò in su verso i rami dell’albero, ma i rami dell’albero non risposero, e comunque se avessero risposto le avrebbero detto che il tempo va a dormire, va di matto, va in vacanza, va a Milwaukee, va e va e va e non fa che passare, passare, passato. O forse il tempo è più come una persona che cammina per strada con due buste della spesa e una grata si spezza e quella persona e tutta la sua spesa piombano giù nelle fogne, e di colpo si ritrovano da un’altra parte, di colpo un casino di uova rotte e spiaccicate e latte versato dappertutto, perché la gente se ne va in giro pensando che non succederà mai niente fino a quando non succede qualcosa, proprio come il tempo, che adesso è qui e noi non lo notiamo se non quando non c’è più.”

 

Il peso

di Liz Moore,‎ Ada Arduini

Neri Pozza

“Fuori è ancora buio e alcune case hanno appena messo fuori le luminarie di Natale. Penso a Lindsay Harper e alle cose che a volte sogno di darle e per un momento sono felice. Credo che non sia troppo tardi per noi due. Se mi scuso con lei. Se mi apro con lei e le racconto le cose che finora ho tenuto nascoste a tutti gli amici che ho. Immagino la situazione: seduto a gambe incrociate davanti a lei nel suo seminterrato che profuma di fragola, le prenderei le mani, lascerei che le parole scorrano fuori da me come acqua, confesserei a Lindsay Harper tutti i miei peccati, tutte le mie paure, tutte le mie speranze. Poi le poserei la testa in grembo, la testa leggera, scarica. Potrei farlo. ”

 

Colla

di Irvine Welsh , M. Bocchiola

Guanda

“Sicurissimo. Non è stato Gally, lui non è fatto così. Aveva accoltellato alla mano quel ragazzo là, Glen, a scuola, ed è stata una cretinata, ma è tutta diversa che squarciare la faccia a uno. Adesso a Gally lo metteranno dentro. Il giorno di Natale è il suo compleanno. Mi ricordo quando chiedevamo se gli facevano il doppio dei regali, uno per Natale e uno per il compleanno. Adesso non gliene faranno un bel niente. Il piccoletto. È il migliore amico che potevo avere, cioè.”

Ho pensato che mio padre fosse Dio

di Paul Auster,‎ F. Oddera

Einaudi

“Avevo l’animo colmo dello spirito del Natale. Sapevo che in un modo o nell’altro era stato papà a guidarmi. Quella notte lo sentivo vicino come non mai. Mi sembrava di vederlo nelle stelle alte sopra di me, in ogni finestra illuminata, nell’albero che mi stavo portando a casa. Non ricordo se incontrai qualcuno lungo la strada. Probabilmente sí, e se cosí fu, dovetti offrire uno spettacolo ben strano: una bambina abbracciata a un abete grosso il doppio di lei, intenta a cantare sottovoce carole natalizie. Ma in quel momento non mi preoccupavano affatto i commenti della gente, lo so.”

 

L’albero velenoso della fede

di Barbara Kingsolver, Alessandra Petrelli

BEAT

“Per Natale la mamma ci regalò biancheria da ricamare. Sapevamo di non doverci aspettare troppo e, per non farcelo dimenticare, il sermone natalizio di papà fu tutto incentrato sulla grazia che bisogna avere nel cuore, per scacciare la bramosia delle cose terrene. Va be’. Come albero di Natale avevamo un ramo di palma conficcato in un secchio pieno di pietre. Mentre eravamo radunate lì intorno aspettando di aprire a turno i pacchetti dei nostri miseri e costruttivi doni, io fissai quel pietoso albero di Natale decorato con angeli di pasta di mandorle bianca che si stava scurendo ai bordi, e decisi che era meglio ignorarlo. Anche se hai appena compiuto quindici anni senza nemmeno una torta di compleanno, è duro essere così mature a Natale.”

 

I ragazzi Burgess

di Elizabeth Strout, S. Castoldi

Fazi Editore

Una settimana prima di Natale Susan comprò un alberello alla stazione di servizio. Zach l’aiutò a decorarlo in soggiorno e la signora Drinkwater scese al piano di sotto portando l’angelo da sistemare come puntale. Susan glielo lasciava fare tutti gli anni da quando la vecchia signora si era trasferita in casa sua, ma dentro di sé non le piaceva quell’angelo, un cimelio appartenuto alla madre della signora Drinkwater, con delle lacrime azzurre ricamate sulla faccia sbrindellata, gonfia per l’imbottitura di cotone. «È gentile da parte tua, mia cara, metterlo sul tuo albero», disse la signora. «A mio marito non piaceva, perciò non lo usavamo mai».”

 

Bar sport

di Stefano Benni

Feltrinelli

“Al bar ci scambiamo i regali. Sigari, cambiali, abbonamenti di tribuna. L’albero, decorato con krapfen e candele di motorino, lampeggia e spande intorno un calore confortante. È indubbiamente Natale. Tacchino per tutti. Ai malati dell’ospedale, dentro al brodo. Al carcere, al manicomio e in caserma. E a mezzanotte, ragazzi, un bel presentatarm a Nostro Signore. Oggi siamo tutti uguali: soprattutto i poveri, ospiti d’onore nei discorsi dei cardinali, nelle riunioni conviviali, nei servizi dei telegiornali. Oggi siamo tutti uguali. Il 26, però vado al Sestrière. Buon Natale.”

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #23: un perfetto Natale bronteano

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Questa casella è scritta e aperta da Serena e Selene di The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

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Da sempre la tradizione natalizia ha un lato culinario decisamente interessante. A seconda delle epoche storiche e delle aree geografiche a cui guardiamo, possiamo abbinare al Natale cibi tipici: che si tratti di Pandoro o Panettone, di Stollen o Christmas Pudding, di casette di pan di zenzero, omini di panpepato, o di Bûche de Noël, viene sempre l’acquolina in bocca durante le feste! Ma cosa mangiavano, a Natale, le nostre care sorelle Brontë? C’era qualche prelibatezza culinaria tipica dello Yorkshire negli anni ’50 del 1800, che si associava particolarmente alle feste natalizie?

Come sempre Elizabeth Gaskell, prima biografa di Charlotte, ci viene in aiuto in questi casi, e sfogliando le pagine della sua Vita di Charlotte Brontë troviamo più di qualche riferimento molto interessante. La Gaskell ci racconta infatti l’autrice di Jane Eyre in una veste intima, alle prese con le tradizioni di Natale e più nello specifico con qualcosa che ha che fare con il cibo. Nel capitolo XIII leggiamo di un episodio accaduto nel 1854: “Il giorno di Natale si recò a piedi, col marito, dalla povera vecchia (che in giorni meno felici le aveva chiesto di andarle a cercare un vitello che si era smarrito) portandole un grosso dolce di zenzero per rallegrarle il cuore. Il giorno di Natale molte umili tavole in Haworth furono allietate dai suoi doni.”

Dunque apprendiamo che era usanza fare visita ai vicini e portare in dono dolci durante i gironi di Natale. Ma concentriamoci su questo “dolce allo zenzero”: si tratta di una Yorkshire Spice Cake, un dolce tradizionale che sembra essere collegato allo Yorkshire Main Bread. Veniva servito con il formaggio, e nei romanzi delle sorelle Brontë diverse volte incontriamo riferimenti a “cake and cheese”, “spicy cake” e “Christmas cake”, tutti in capitoli natalizi. Sappiamo anche che parte del materiale utilizzato nei loro romanzi ha una matrice autobiografica, e possiamo dunque supporre che questa Christmas Cake fosse una delle usanze natalizie al Parsonage (la Gaskell, in fondo, conferma questa teoria con il racconto di pocanzi).

In un delizioso libro natalizio che possediamo, The Brontës’ Christmas, abbiamo trovato la ricetta di qualcosa che probabilmente somiglia molto proprio a quel dolce di cui tanto scrive Charlotte: si tratta, in questo caso, di una Christmas Spice Cake tipica di quell’area perduta nelle brughiere del West Riding. La ricetta è dei primi anni del 1900, ma è di sicuro la cosa più vicina che abbiamo a quella usata al Parsonage. Se volete cimentarvi in un dolce natalizio e fare un salto indietro nello Yorkshire di oltre cento anni fa, non dovrete fare altro che: scegliere una cupa giornata di pioggia, mettere su delle carole di Natale per creare la giusta atmosfera, accendere tutte le lucine dell’albero, indossare un bel grembiule da cucina, e seguire questa ricotta.

Ingredienti:

900 gr di farina

200 gr di burro (circa)

450 gr di uvetta

200 gr di uva sultanina

200 gr di zucchero di canna

4 uova

50 gr di scorze miste di agrumi

30 gr di lievito

½ noce moscata

1 cucchiaino di cannella

½ bicchiere di latte

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Mescolate il lievito al latte caldo, coprite e lasciate lievitare. Nel frattempo mettete la farina e un pizzico di sale in una ciotola precedentemente riscaldata. Aggiungete il burro, la pasta lievitata, lo zucchero, il resto del latte caldo e mescolate. Coprite il tutto e lasciatelo riposare per 20 minuti. Poi impastate l’impasto e lasciatelo riposare ancora un’ora. Sbattete le uova e aggiungetele all’impasto insieme all’uvetta e alla cannella. Dopo aver mescolato tutto lasciate riposare un’altra ora. Infornate il tutto nel forno preriscaldato a 160° e attendete la cottura (circa un’ora).

Quando sarà pronto vi raccomandiamo una comoda poltrona di fronte all’albero di Natale, una morbida e calda coperta, e la vostra copia preferita di Jane Eyre. Ecco qui: tutto pronto per un perfetto Natale bronteano!

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Il Calendario dell’Avvento letterario #22: io che in settimana bianca non ci sono mai stata, ma con Carrère sì

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Questa casella è stata scritta e aperta da Federica de Il lunedì dei libri

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Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza. Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza, ma da qualche anno a questa parte non amo tanto il Natale. Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza, ma da qualche anno a questa parte non amo tanto il Natale e, cosa importante per la storia che sto per raccontarvi, non sono mai stata in settimana bianca con la scuola.

Non ho mai imparato a sciare, a dire il vero. Avrei avuto più di qualche problema a restare in equilibrio, dicono. Poco male, già mi vedevo rotolare giù dal pendio, diventando una piccola e man mano sempre più grande palla di neve umana. Eppure ricordo che alle medie una professoressa insistentemente provò a convincermi. Per andare in settimana bianca, dico. Chissà per quale motivo avrei dovuto far spendere dei soldi ai miei per andare sulla neve, se proprio non posso mettermi un paio di sci ai piedi. La neve, per fortuna, l’ho vista in altri contesti, anzi: scendeva proprio a fiocchi qualche giorno fa mentre pensavo a che forma dare a quest’articolo.

Quindi io di settimane bianche ne so meno di niente. Mi pare di capire che intorno a queste esperienze compiute spesso e volentieri massimo in età adolescenziale aleggino sempre misteri, quei segreti non detti che però sanno tutti e sguardi d’intesa. Volevo scoprirne di più e farlo grazie a una buona (buonissima) penna, così sono andata in libreria e ho preso La settimana bianca di Emmanuel Carrère, nell’edizione Adelphi con la traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

Com’è stato per me leggere La settimana bianca? In una parola: esaltante. Un romanzo breve, poco più di centotrentapagine. Pieno di neve, di bianco, di freddo, ma anche di mistero, di nero, di quel calore che però non rassicura. Sconvolge. Un noir che è una storia ben raccontata e che diventa anche quasi un romanzo di formazione, di crescita e di crudo impatto con le difficoltà. Protagonista è Nicolas, ragazzino che in quella settimana bianca sembra quasi un pesce fuor d’acqua e che proprio in questa situazione capirà molto di più sulla propria vita e sulle persone che ne fanno parte.

La settimana bianca è stato il mio primo Carrère. Adesso non vedo l’ora di recuperare tutta la sua produzione letteraria. Un romanzo che vi consiglio se volete trascorrere una di queste sere natalizie a colpi di camino, divano, copertina e voglia di scoprire cosa sta succedendo sulla neve.

Ma loro non sarebbero usciti. Sarebbero rimasti tutta la notte stretti nel loro rifugio, trincerati nel cuore del carnaio, con le guance bagnate da un liquido caldo, forse il sangue di una ferita o le lacrime dell’altro. Sarebbero rimasti lì, tremanti. Nella notte senza fine. Magari per non uscirne mai più.

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #21: Nero Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia de Il mondo urla dietro la porta

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Su cosa sia un racconto non si spenderanno mai abbastanza parole. Narrazione in prosa dalla durata fulminea, che è in grado di riverberare nella mente del lettore per molto tempo donando alla storia una completezza temporale e vitale. Su cosa sia un ricordo sarà impossibile pronunciarsi perché il suo racconto è avvolto da un fascino tutto personale.

Entrambi, però, condividono una correlazione complementare quando si tratta di affiancarli al Natale. Quando il racconto si fa ricordo assume la consistenza di un sogno (o di un incubo) e rischia di perdersi nei nuovi dettagli aggiunti dall’oralità: ricordi quando hai scoperto che Babbo Natale non esisteva? Ti sei sentito grando e maturo conservando per te la malinconia della sorpresa. Quando il ricordo si fa racconto diventa una pietra da incastonare nella memoria degli anni successivi, una commemorazione segreta e personale richiamata dalla ricorrenza della festa. C’è chi ricorda la dolcezza degli addobbi di Natale, uguali tutti gli anni e rassicuranti proprio per questo. C’è chi ricorda una mancanza e non ha intenzione di festeggiare. C’è chi vuole essere un’assenza e non festeggerà mai. Dal candore delle luci e dal calore della tavola esala un sentimento contrastante che ha l’occasione di rigenerarsi anno per anno. Non esistono natali definitivi perché ognuno è diverso dall’altro.

Sicuramente il racconto di Natale ha in sé sfumature infinite, ognuna caratterizzata dal tratto distintivo dell’autore che l’ha scritto. Ma, se volessimo riconoscere una caratteristica generale che fa eco proprio dal Canto di Natale di Dickens, potremmo riconoscere il mistero del racconto. Prescindendo dal riferimento religioso, il Natale è una pausa di festa in cui è probabile che si debba convivere l’impegno collettivo a rimpinzarsi insieme, amati e odiati, felici e tristi. Proprio per sondare i misteriosi accadimenti dell’animo umano e del soprannaturale, esulando dai festeggiamenti veri e propri, viene in soccorso Nero Natale. Nove racconti da brivido, raccolta di racconti pubblicata da Einaudi e curata da Luca Scarlini.

Quando non ti restano che i ricordi, li custodisci e li rispolveri con particolare cura.

Così la governante dai nobili natali rimane fedele alla sua missione portando il nome, la tradizione e il ricordo al di là del ceto sociale. È la baronessa ne I lupi di Cernogratz, racconto fulmineo di Saki che qui dimostra l’abilità del misticismo andando oltre i suoi racconti di humor nero. La tradizione del clima conviviale però si fa cupa per Hawthorne nelle storia Il banchetto di Natale, perché un nobile investe parte della sua ricchezza per riunire al tavolo una serie di figure tragiche e mai realmente felici nella vita. Il Natale risulta essere un periodo ben più funesto del resto dell’anno, ma non si ha intenzione di risollevare gli animi degli astanti perché uno scheletro è a capotavola, sempre pronto a ricordare loro la sofferenza.

Parte dei racconti della raccolta è attraversata da un imperativo inevitabile: la celebrazione di una tradizione a tutti i costi, che assume i contorni delle persone che la festeggiano. Il Natale di un visitatore sperduto nella sua terra natia seguirà la commemorazione degli avi. Un’atmosfera putrescente e mefitica s’innalza dai sotterranei di una città fantasma nel racconto di Lovecraft, La ricorrenza: affresco gotico perfetto che smorza il romanticismo di un periodo che ha più a che fare con una sacralità sinistra.

L’unicità del Natale è in grado di travolgere l’andamento tipico della fiaba andando su sfumature che conosciamo grazie a Nightmare Before Christmas. Frank L.  Baum compone Il rapimento di Babbo Natale, un’avventura dei demoni dell’Invidia, dell’Odio, dell’Egoismo, della Malizia e del Pentimento alle prese con sentimenti che alla fine non si riveleranno del tutto malvagi.

E, infine, il Natale dei detective. Sherlock Holmes con il racconto L’avventura del carbonchio azzurro e di Hercule Poirot con L’avventura del dolce di Natale: due viaggi deduttivi che solo nell’apparenza si svolgono nel clima natalizio.

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Di certo una raccolta non esaustiva sui racconti di genere per il Natale, ma di sicuro un buon modo per conoscere un’atmosfera inedita. È proprio in questo modo che i racconti portano a compimento la loro missione: mostrare un lato diverso e creare una duplice percezione tra il brivido e la sorpresa.

 

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #20: ritorno a Christmasland

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di LibrAngolo Acuto

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Che cosa saresti disposto a fare per passare la vita in un posto in cui ogni mattina è la mattina di Natale?

Non so cosa sarebbe disposta a fare la gente normale per vivere over and over la mattina di Natale. Io so che, dopo qualche giorno, sarei colta da un’ansia non indifferente e cercherei in tutti i modi di scappare via, colta da un attacco di panico e un principio di follia omicida. Mi rincuora sapere che non sono l’unica sulla faccia della Terra, perché come me, lo stesso deve pensare la famigerata famiglia King. Sì, sì, proprio quei King, avete capito bene.

 L’odore di cannella, un buon bicchiere di vin brulé, il dolce scoppiettio della legna che arde felice nel camino, le luci intermittenti dell’albero di Natale e la musichetta forzatamente allegra devono costituire uno dei peggiori incubi della famiglia King, o perlomeno dei suoi figli. Ok, va bene, va bene, di un solo: Joe Hill.

Dietro i cinnamon rolls, i simpatici pupazzi di neve, le lucette led colorate, le ghirlande profumate, gli ettolitri di eggnog, gente, non si nasconde un mondo ideale ma il male più assoluto.

Scommetto che l’idea più romantica che Joe Hill ha del periodo natalizio è quella in cui non esiste il classico Babbo Natale, ma il protagonista di tutto è Babbo Nachele, che spaventa i bambini a bordo della sua mostruosa slitta, guidata dal fantasma di un cane e dagli scheletri di tre renne.

Crescere con un padre come Stephen King, che riesce a rendere mostruose anche le vicende più normali – e mi riferisco ad esempio a Misery, che mi ha scosse non poco quando lo lessi da giovane lettrice, dove una semplice fan viene trasformata dal Re in una pazza senza scrupoli che, raga, smetto di pensarci altrimenti non dormo stanotte –, non deve essere affatto cosa semplice. Certo è che la propensione all’orrore del proprio padre deve, necessariamente, far scattare qualcosa anche in te, figlio ignaro.

Perché dico questo? Dico questo perché solo qualcuno che possiede gli stessi geni del Re poteva anche solo pensare di immaginare un romanzo come NOS4A2 (e perché solo io, che ho un rapporto strano con il Natale, potevo trovarlo il libro giusto da leggere in questo periodo).

Se Stephen King mi chiedesse cosa sarei disposta a fare per vivere ogni giorno la mattina di Natale, avrei paura. Voi no? Considerando che Joe Hill è decisamente il figlio del Re, la domanda assume tutto un altro significato, per niente rassicurante.

Nel mondo magistralmente creato in NOS4A2, Christmasland è un parco giochi a tema natalizio dedicato, secondo Charlie Manx – un personaggio abbastanza inquietante dai denti marroni che guida una Rolls Royce –, a quei bambini che, se non vengono salvati dalle grinfie delle loro disastrate e malvagie famiglie, perderanno la loro innocenza, vivendo una vita misera e terribile. Grazie a lui, invece, vivrebbero per sempre, felici e spensierati, in un mondo parallelo, circondati da fontane di cioccolato, piogge di candy cane, caramelle e marshmallow, alberi di zucchero filato perennemente addobbati e cascate di coloratissimi doni.

Un parco giochi che io, con un po’ di ansia e paura – lo ammetto -, ho immaginato come una versione 2.0 de La Fabbrica di Cioccolato, con i folletti e le renne al posto degli Umpa Lumpa e un uomo a bordo di un’auto nera al posto di Willy Wonka.

Manco a dirlo, Christmasland non si avvicina neanche lontanamente a tutto questo, altrimenti non sarebbe un libro scritto da un parente prossimo di Stephen King.

Di fatto, Charlie Manx non salva proprio nessuno, come potevate immaginare, ma rapisce i bambini mentendo a loro e anche ai pochi adulti che, nel corso della sua lunghissima vita, lo hanno servito fedelmente, diventando i lacchè che si occupano delle sporche questioni burocratiche, passatemi il termine. Convinti di salvare povere creature in difficoltà, di fatto contribuivano a popolare un parco giochi che di sereno e spensierato non aveva proprio nulla.

Un romanzo a tratti disturbante, ma che trasmette un messaggio che è bene tenere sempre presente: non è tutto oro quello che luccica. E voi, amanti sfegatati del Natale che sareste disposti a tutto pur di giocare a tombola tutto l’anno sgranocchiando torrone e piccoli panettoni, state bene attenti: mai fidarsi di un estraneo che vi ci avvicina in macchina e vi promette un mondo dove tutti i giorni è la mattina di Natale, potreste pentirvene amaramente.

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