Il Calendario dell’Avvento Letterario: regali filosofici

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Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Vittoria di La filosofia secondo baby P, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’#AvventoLetterario, arricchendolo ogni giorni di spunti, curiosità, parole, storie. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei anche ringraziare tutti voi che ci avete letto/condiviso/commentato ogni giorno, e Paola Chiesa che ha parlato di noi su La Stampa.

Vi auguro un felicissimo Natale tramite l’immenso Leonard Cohen (nella mia testa, l’intero calendario è dedicato a lui, per ovvi motivi. Grazie delle parole, grazie della musica, Leonard. Grazie, sempre.)

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Il rasoio di Ockham.

Ockham, sostenitore dell’empirismo, mise in atto un principio economico che riducesse tutte quelle nozioni metafisiche che non facevano altro che complicare la vita.

Il rasoio è uno strumento unisex che taglia in maniera definitiva menzogne e illusioni: zac a amore eterno, corpo perfetto, anima bella. Resta il mondo quale è, quello in carne e ossa, quello con gli amori che vanno e vengono, con le cosce a materasso e le anime perdute.

Il mondo quale è va preso quale è: non c’è nient’altro da chiedere.

 

Il tacchino induttivista.

Russell raccontava la storia di un tacchino a cui veniva dato da mangiare sempre alle nove del mattino. L’animale, giorno dopo giorno, concluse, tramite l’osservazione dei casi particolari, che  “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. L’inferenza del tacchino fu smentita la mattina della vigilia di Natale.

Il tacchino, dunque, oltre che possibile piatto di portata per la cena di Natale, è un valido argomento contro la pretesa induttivista di fornire regole universali partendo da casi particolari. Se, per esempio, tutte le mie amiche con figli hanno enumerato, all’alba dei cinque anni, la genialità dei propri bambini in qualcosa (legge all’incontrario, vibra il violino come uno tzigano ungherese, fa la trottola sui pattini a rotelle fino a scomparire), non è detto che anche mia figlia si esibisca in un numero simile. Lei sa solo ridere con le ciglia e baciare con i piedi.

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Il cielo stellato sopra di me.

Passata la moda della stella, è ora di regalare il cielo intero, con tutte le sue stelle e i suoi pianeti e, forse, gli extraterrestri.

Il cielo stellato, suscitando venerazione per la sua grandiosità, restituisce l’idea di un’umanità piccola e insignificante (da una parte noi, le nostre lampadine, le nostre idee; dall’altra le stelle);  eppure siamo qua, ad ammirarlo.

 

Una bacinella.

A volte l’anima si mette a fare un grande bucato di pensieri: si riempie d’acqua saponata, simile a una bacinella, e lava tutto a mano, perché i pensieri sono capi delicati.

Domande marcescenti, e risposte da stendere. Rilavaggi continui dei pensieri, quelli più ostinati trattati a 90 gradi. Visioni piene di macchie. Risciacqui vigorosi. Generose dosi di ammorbidente. Sfregamenti di idea contro idea. Teorie sulla vita lasciate in ammollo.

Il lavaggio dei pensieri è un’operazione lunga e ostinata, i pensieri sempre sporchi.

L’anima vorrebbe esondare, gonfiare di felicità, ma non ci riesce; non può, i pensieri la trattengono dentro quell’acqua stagnante. Deve imparare a ristagnare. A rassegnarsi alla sua forma quando non sa essere null’altro che una bacinella di plastica.

Poi, a un certo punto, arriva la vita – con le ciabatte e lo scopettone, impaziente di sciogliere i pensieri – e getta in strada quell’acqua stagnante. Fluisce di nuovo.

 

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Un giocattolo anti borghese.

Barthes criticava i giocattoli moderni in quanto significano sempre qualcosa, qualcosa che rimanda al mondo degli adulti, a un destino segnato (sarai medico come il nonno, chef come quelli della TV, professoressa come la mamma). Il bambino si limita a utilizzare questo mondo già fatto: “gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia”. Via il set della dottoressa Peluche, gli utensili da piccolo chef stellato, il kit della professoressa con la matita rossa e blu. Il vestito di Frozen, no, dice mia figlia, perché non condizionerà affatto il suo futuro ruolo di principessa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #22: il dono dei Magi

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Questa casella è scritta e aperta da Tamara di Citazionisti avanguardisti

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Era il 1995 e avevo undici anni. La peluria si diffondeva uniformemente sul mio labbro superiore così come qualche timido pelo sotto le ascelle. Un accenno di tette che in pochi mesi sarebbe esploso e una strana attrazione per un compagno di classe dotato di orecchie elefantiache completavano il quadro.

Era il 1995 e io credevo nell’esistenza di Babbo Natale. Non che mi mancassero prove del contrario, solo che non volevo rinunciare, un po’ come la faccenda dello spirito santo.

Era il 1995 dicevo, l’anno in cui l’amica del cuore mi forniva un maligno indizio, indizio che avrebbe fatto crollare la fede nel bianco natal.

“Io so cosa ti hanno comprato i tuoi per il 25, cerca in casa e capirai che non dico fandonie”.

La curiosità è stata più forte di tutto e un pomeriggio mi sono messa ad aprire armadi, cassetti, ripostigli alla ricerca di qualcosa che la smentisse. Come si permetteva lei di distruggere la mia idea di Natale? Come si permetteva lei che già indossava assorbenti tutti i mesi?

Lo trovai alla fine. Era un pacchetto discretamente grande, avvolto da una carta rossa e bianca, con dei piccoli pupazzi di neve. Sollevai delicatamente una delle linguette superiori, stando ben attenta a non modificarne in alcun modo la consistenza. Lessi l’etichetta: una Barbie. Non una bambola qualunque ma proprio quella, quella con l’usignolo e il vestito azzurro pieno di fiori, quella che sembrava una nuvoletta di zucchero filato, quella di cui avevo scritto nella mia lettera. Crollai sul letto, travolta dalla rabbia. Era tutto vero allora! Babbo Natale non esisteva! Quell’uomo grasso a cui avevo lasciato latte e biscotti per anni durante la notte della vigilia non era altro che una rubiconda bugia. Mi avevano lasciato crederci! Non mi avevano dissuaso dal farlo! Avevano continuato a farmi passare per una babbasona!

Cosa fare allora? Meritavano una lezione, meritavano che finalmente sfoderassi tutta la mia cattiveria, quella che avevo sempre tenuto buona a suon di preghiere e guance offerte.

Accoglierli con in mano la bambola decapitata? Infilargliela nel letto come la testa del cavallo che avevo visto in quel film? Distruggere a caso qualche giocattolo di mio fratello, così, a sfregio? No, avrei dovuto ragionare a mente fredda, pianificare lucidamente ma ero troppo ingenua per farlo, ero ben lontana dall’avere quella saggezza lieve dei protagonisti di Il dono dei magi di O. Henry, edito da Orecchio Acerbo.

Della e Jim sono una giovane coppia di sposi che vive in un appartamento modesto. Il Natale si avvicina e con esso anche la preoccupazione di non poter donare all’amato un regalo speciale. Un dollaro e ottantasette centesimi è tutto ciò che hanno risparmiato.

Che fare allora? Entrambi pensano a quello che più di prezioso posseggono: per Della sono i suoi splendidi capelli; per Jim l’orologio d’oro appartenuto a suo nonno.

Della decide così di vendere la sua folta chioma a un negozio di parrucche, ricavandone il necessario per comprare una catenina da abbinare all’orologio tanto caro al suo sposo. Jim invece si disfa del suo prezioso ricordo per comprarle degli adorabili pettinini, che Della ha sempre desiderato.

Si ritrovano così in cucina, con la cena sul fuoco durante la vigilia: i loro regali di Natale sono inservibili ma hanno qualcosa di più prezioso, il loro amore e il loro spirito di sacrificio. Sono saggi Della e Jim, come i re magi.

Diversamente da me, che nemmeno quella volta ho imparato qualcosa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #19: è sempre la vigilia di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture Sconclusionate

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“Era la Vigilia di Natale. Inizio così, perché questo è il modo corretto, ortodosso e rispettabile di cominciare, e io sono stato educato in modo corretto, ortodosso e rispettabile e mi è stato insegnato a fare sempre la cosa più corretta, ortodossa e rispettabile; e resto fedele all’abitudine.

Naturalmente, a titolo puramente informativo, non c’è nessun bisogno di nominare la data. Il lettore esperto sa che era la Vigilia di Natale, senza che io glielo dica. È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”

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Ho scoperto questo libercolo del grande Jerome K. Jerome a ridosso di una vigilia di Natale di qualche anno fa. Per me il Natale non dovrebbe essere uno sfoggio inutile di cibarie, di ovvietà di parenti che vedi poco e via dicendo, ma è un momento di silenzio e di chiacchiere soffuse, di odor di mela e cannella, di risate in cui ognuno regala agli altri l’opportunità di chiacchiere allegre e poco impegnative – se ci si conosce poco, sarebbe d’obbligo! – e nel quale, fra una bevanda calda e un buon liquore, potersi ritrovare, riconoscere e apprezzare.

In realtà, invece, è una corsa agli armamenti: supermercati svuotati, negozi presi d’assalto -manco si fosse prossimi allo scoppio della guerra! – e ansia da prestazione per i regali. Il risultato è che arrivi alla notte del 24 dicembre che non vedi l’ora di andare a letto!

In generale molti libri raccontano storie di Natale che ci riportano verso i buoni propositi mentre, per ora, fra i classici, solo Jerome con il suo umorismo tagliente riesce fra una risata e l’altra a portarci in una casa dove si sta “elegantemente” festeggiando con una bella cena e subito dopo ci ritroviamo seduti, non sotto l’albero e nemmeno a scartare regali in maniera chiassosa, bensì a sorseggiare del ponce, davanti un bel fuoco, con una compagnia di composti gentiluomini che fanno a gara a chi ha la storia di fantasmi più spettacolare.

In quest’assetto così tranquillo si inseriscono un sacco di fattori che caratterizzano ancora oggi le nostre vigilie di Natale. Ci sono le chiacchiere vuote, fatte per compiacere l’ospite che ci ha invitato, c’è il parente che ha sempre qualcosa da insegnare agli altri ma che cade rovinosamente alla prima domanda competente, c’è anche una canzone e ci sono storie sempre più mirabolanti per stupire l’uditorio e c’è quello che, alla fine, è l’alticcio della situazione. E, come in ogni vigilia che si rispetti, ci sono le chiacchiere post-cena che son sempre pettegolezzi. Il tutto, però assume una connotazione ironica grazie proprio alla costruzione della storia di Jerome.

I personaggi che popolano questa storia sono il narratore con suo zio John, signore anziano e composto, il vecchio dottor Scrubbles – il curato-, Mr Samuel Coombes e il membro di consiglio di contea Teddy Biffles: l’anziano curato è quello che ha da insegnare, Coombes è il competente, Teddy Biffles è insieme allo zio John quello che partecipa senza farsi coinvolgere più di tanto e il nostro narratore è l’alticcio dopo che per metà serata, a detta sua per far onore a quello che gli proponeva, ha bevuto un ponce dietro l’altro.

Ma fermi tutti! Scatta l’ora in cui si comincia a diventare un po’ stanchi, i temi di cui chiacchierare cominciano a scarseggiare e si comincia a parlare di fantasmi! Ecco, i fantasmi di Jerome non sono fantasmi di coloro che nella vita precedente hanno fatto chissà che cosa e che ritornano per terrorizzare chi li incontra; sono invece fantasmi ingenui, a volte burloni e, perché no, anche fantasmi che tengono all’etichetta anche nell’aldilà. Anzi per dirla tutta, i fantasmi di Jerome sono carenti di “ghigni demoniaci” come quelli di cui si parla nell’introduzione e sono decisamente tontoloni come quello descritto nella storia di Teddy Biffles, in cui il fantasma “innamorato” compare tutte le sere per piangere la sua amata che non lo ha aspettato mentre cercava di far fortuna per poterla sposare; c’è anche quello burlone e c’è quello che invece ci tiene all’etichetta e ad essere ricordato per i suoi efferati delitti, magari con la compiacenza di vossignoria, in ordine cronologico e nel numero corretto! Delitti che per la precisione, ancora oggi, verrebbe condannato ma anche un po’ capito…

Non c’è omogeneità nelle storie, proprio perché sono raccontate per stupire, ma questo non sembra rovinare l’insieme proprio perché la storia è costruita come un divertissement per il quale l’autore parte dai comportamenti usuali amplificandoli con ironia, interponendo fra una storia e l’altra particolari divertenti come il curato che ad un certo punto cerca di costruire anche lui una storia a braccio creando non poca confusione, e costruendo un crescendo che ci accompagna fino quasi all’ultima parola prima della fine del racconto. Come in ogni gara che si rispetti, a chi ha una storia più strana delle altre, anche qui si crea una specie di crescendo che porta alla storia finale che riguarda il narratore stesso che, sul finire della serata, decide di dormire nella camera infestata per incontrare i fantasmi dell’assassino e degli assassinati nella casa di zio John. Questa è l’unica storia che è realmente contemporanea allo svolgimento dei fatti rispetto alle precedenti. È in questo momento che la parabola si inarca in maniera decisa verso un finale che uno non si aspetterebbe e che alla fine ci fa rimanere come degli allocchi.

Questo racconto mi è sempre piaciuto moltissimo: un po’ perché Massimo D’Onofrio, che è il lettore dell’audiobook che me l’ha raccontato la prima volta, è decisamente bravo a tenere, con la sua voce, l’attenzione del suo uditorio e un po’ perché, alla fine della fiera , Jerome ci svela il segreto del perché ha scritto veramente quel racconto: farci vedere come possiamo essere creduloni, soprattutto alla vigilia di Natale. Ecco, essere presa in giro così mi ha sempre, stranamente, dato soddisfazione e, nonostante abbia letto il libro, gli preferisco sempre la trasposizione in audiobook, peraltro l’unico – insieme a Jane Eyre (letto da Silvia Cecchini) -, tra i più ascoltati fra quelli che ho.

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Se infatti bisogna trovare un difetto a questa storia è che, per essere compresa nel suo essere goliardica rappresentazione dell’umana natura, andrebbe letta con il tono giusto e, quindi, al lettore poco avvezzo all’humor nero inglese potrebbe sembrare senza né capo e né coda.

Quindi, se alla vigilia di Natale, sarete stanchi, messi lì a cucinare manicaretti per gente che vi invaderà casa, e magari vi sarà passato un po’ d’entusiasmo fate come me che, ogni anno, alla vigilia di Natale mi ritaglio un paio d’ore -anche meno forse- per ascoltare il libro di Jerome e sorprendermi a riderci su, anche se lo conosco oramai a memoria, perché , credetemi, non c’è giorno più adatto. Dopotutto… “È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”


Buone letture e buon Natale!

I riferimenti del libro e dell’audiobook sono:

Storie di fantasmi per il dopocena

Jerome K. Jerome

Mattioli 1885, ed. 2007

Traduzione a cura di Paolo Cioni

Collana “Experience Light”

Prezzo 9,00€

Storie di fantasmi per il dopocena

Edizione integrale letta da Massimo D’Onofrio

Jerome k. Jerome

Il Narratore audiolibri, ed. 2012

Collana “Narrativa straniera”

Prezzo: 3,90€ (Prezzo riferito allo store apple)

Il Calendario dell’Avvento Letterario #17:Natale con Charles Dickens

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Questa casella è scritta e aperta da Noemi di Tazzina di caffè

“Di nessun altro scrittore del suo secolo si potrà dire che ha aumentato la gioia del mondo. Alla lettura dei suoi libri, milioni di occhi brillarono di lacrime: migliaia di persone, il cui riso era sfiorito e spento, lo ritrovarono in lui”

(Stefan Zweig)

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Mi sono fatta un’idea, dopo tanto leggere libri e storie. Idea che sicuramente potrà cambiare nel tempo, ma che ora come ora sento tanto autentica quanto semplice. Ed è questa: la scrittura può essere una grande consolazione dalle difficoltà della vita.

Chi ad esempio se l’è vista brutta durante la prima parte dell’esistenza, come è il caso di Charles Dickens, può diventare un geniale consolatore, uno scrittore capace, con le sue storie e il suo stile, di restituire qualche scintilla di gioia perduta.

Di lui si sono dette e scritte infinite cose e il suo Canto di Natale resta a mio parere il più grande e indiscusso capolavoro del genere scrittura-natalizia. Perché nessuno come lui ha saputo toccare le corde più profonde di adulti e bambini allo stesso modo, andando al cuore autentico della faccenda, ovvero quale sia il senso, oltre a quello religioso, di una festa millenaria che torna ogni anno a coinvolgerci e a porci alcune domande su chi siamo stati, siamo oggi e saremo un domani.

Ma Dickens non ha scritto solo quel racconto sul Natale, ne compose altri tra il 1843 e il 1848 che sono confluiti in questa raccolta (che merita senz’altro di finire sotto i nostri alberi!).

La mia copia di Racconti di Natale fa parte di una collana dell’Istituto Geografico De Agostini di tanti anni fa – nello specifico la mia è del 1981 –  che usciva in edicola: i famosi libri “grigi” che conferiscono, ritrovati oggi, una veste poeticamente vintage alle opere. Questa raccolta contiene cinque storie di Natale una più commovente dell’altra.

C’è la Ballata di Natale, che apre le danze con le storie dei fantasmi e il temibile Mister Scrooge. Ma ci sono anche altre storie surreali in cui non mancano personaggi strani e fantastici, come un bizzarro grillo pieno di ironia o certe campane che suonano messaggi e visioni del futuro, o atmosfere che portano sempre il lettore a domandarsi come sia il proprio di Natale.

Dickens, come è tipico di chi ha sofferto abbandono e solitudine, aveva un gran bisogno di calore umano, di famiglia e di festa e provò a trasformare questa necessità in letterature. Da vivo, sappiamo che coinvolgeva moltissimi lettori nelle sue performance e durante i suoi innumerevoli viaggi; letture che oggi chiameremmo reading. E ancora adesso, attraverso le pagine scritte, è in grado di toccare in profondità il cuore umano, la sua unicità è inconfondibile così come lo è la sua capacità di esplorare i drammi della società inglese – e per estensione la condizione umana sbilanciata di chi vive in città  – balzandovi però con la leggerezza di fate e folletti che si avvicendano insieme ai fantasmi. Mai come in Dickens la realtà e la fantasia si compenetrano in modo tanto naturale e con ampio respiro.

Tutte e cinque queste storie ruotano attorno al “focolare” domestico e hanno un lieto fine: non vuole essere uno spoiler ma una rassicurazione. Quel che disperatamente – ma forte di un talento fuori dal comune – volle trasmetterci il nostro adorato autore inglese – alla fine – non è altro che questo: nonostante le sciagure e la cupezza della vita, per chi sa vederla, esiste sempre una scintilla, magari piccola come una lucina di Natale, eppure preziosa e calorosa come una raggio di sole. Ecco infine un esempio di semplicità e luminosità dickensiane: un incipit di un capitolo qualsiasi di uno dei racconti della raccolta:

“Da quella notte del ritorno il mondo era di sei anni più vecchio. Era un caldo pomeriggio autunnale ed era piovuto molto. A un tratto il sole venne fuori improvvisamente tra le nubi e il vecchio campo di battaglia, nel vederlo, si trasformò brillantemente e allegramente in una distesa verde, porgendogli un’impressionante benvenuto, che si stese su tutto il paese, come se fosse stato acceso un fuoco di gioia al quale rispondessero mille stazioni”

Ed è proprio così, la lettura di queste storie di Natale. Un accendersi di emozioni positive, simile a gioie e scintille, che si credevano dimenticate.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #16: i buoni propositi di Jane Austen

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La Leggivendola

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Quando Manuela mi ha chiesto se avessi voglia di prendere parte al Calendario dell’Avvento Letterario, ero contenta come una Pasqua – che detto così sembra tipo “qual è il colmo per una blogger a Natale?”, ma tralasciamo. Ero entusiasta perché è una rubrica che ho adorato la scorsa edizione, e poi perché Manuela mi ha riservato con estrema premura la casella di oggi, quella del 16 dicembre. Per i non iniziati – o non fanatici, vedete voi – il compleanno di Jane Austen.

Ora, io adoro zia Jane, ma a lungo ho tentennato sul tema. Avevo pensato a un lungo post sul rapporto tra i suoi romanzi e i regali, e stavo spulciando il meraviglioso sestetto in cerca di doni, quando mi è balenata in testa un’idea ben più adeguata e succosa.

I buoni propositi.

A Natale siamo tutti più buoni – in teoria – e a fine anno a molti viene da mettersi metaforicamente una mano sull’anima per fare un rendiconto delle azioni e delle malefatte compiute nell’anno che volge al termine. Cosa si può migliorare, cosa si dovrebbe cambiare? Chi abbiamo ferito e come? C’è rimedio?

Ammetto – e sarò in minoranza – che per me non tutti i difetti sono da rimuovere; certi sono carini e ci rendono quelli che siamo. Ma ci sono anche i cambiamenti importanti, quelli che è vitale fare. La cosiddetta crescita, se vogliamo.

E trovo che sia uno degli aspetti che Jane Austen aveva più cari quando componeva le sue opere, anche se sicuramente non era al Natale e ai conseguenti buoni propositi che pensava. Ma ci penso io, mia è la casella e mio è il collegamento.

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Premetto che da qui in avanti saranno presenti numerosi spoiler sui romanzi di Jane Austen; se ancora non li avete letti – male – vi sconsiglio caldamente di leggere innanzi. Piuttosto, correte in biblioteca e abbrancate il primo che vi passa tra le mani.

Prendiamo i buoni propositi di Elizabeth Bennett e di Fitzwilliam Darcy, anche se già col titolo Orgoglio e Pregiudizio le magagne dei protagonisti sono già abbastanza esplicite. Lizzie evolve enormemente nel corso del romanzo. Fin dalle prime pagine, dai suoi dialoghi con la sorella Jane e l’amica Miss Lucas, è chiaro quanto le venga facile affibbiare giudizi su chiunque capiti a tiro del suo intelletto, basandosi talvolta su fattori ben poco oggettivi, quali la gentilezza dimostrata a lei e alle persone cui tiene. Le è bastata una frase per sancire la sua idea di Mr Darcy, e da quella ha rifiutato di discostarsi a lungo, nonostante i ripetuti tentativi di lui di farsi conoscere e di farle una buona impressione. Lizzie non smuove il proprio pregiudizio, antepone i propri valori alle scelte altrui – come fa col matrimonio di Miss Lucas – e sbaglia, sbaglia terribilmente.

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D’altro canto, Mr Darcy a inizio romanzo è di una presunzione insopportabile, e non c’è da meravigliarsi se la prima impressione che suscita, non soltanto a Lizzie, sia di pura antipatia. Mr Darcy è stato fortunato a incontrare Lizzie; se non fosse stato così fermamente umiliato dopo la prima dichiarazione – che comunque è un capolavoro di faccia tosta – difficilmente avrebbe avuto la possibilità di guardarsi dentro e di trovare qualcosa che, dopotutto, non gli piaceva. Lo stesso si può dire di Lizzie, comunque. In Orgoglio e Pregiudizio i due eroi cambiano in seguito a un errore madornale e alla conseguente vergogna.

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Il loro è un cambiamento cosciente, una crescita dovuta che li avvicina alle loro rispettive controparti, alle loro coscienze: la sorella Jane e l’amico Bingley. In una lettera alla nipote Fanny Jane Austen decretava la superiorità del buon carattere rispetto all’intelletto, nel valutare una persona. E ripensando a questa sua personalissima visione dell’umanità, mi viene da pensare che in Orgoglio e Pregiudizio i veri esempi da seguire non siano Elizabeth e Darcy, ma Jane e Bingley. Sono loro i buoni, quelli che fin dall’inizio non fanno danno, ma che finiscono per soffrire per le altrui intromissioni, nonostante facciano un po’ la figura dei manovrabili bonaccioni.

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Un altro romanzo della sestina in cui l’evoluzione della protagonista riveste una parte fondamentale è Emma, e si tratta anche del titolo austeniano che prediligo. Forse proprio perché la protagonista, all’inizio, è così piena di difetti che non sarebbe strano, rimaneggiando la trama per raccontarla dal punto di vista di Jane Fairfax o di Harriet Smith, vederla come un personaggio negativo. È presuntuosa, calcolatrice, indifferente agli altrui sentimenti, snob. Gioca con la vita delle persone per puro orgoglio; ha deciso di essere un’ottima combinatrice di matrimoni, seppure il caso abbia avuto una parte assai preminente rispetto alle sue azioni nel procurare marito alla sua istitutrice, e dunque si fa portatrice del compito di accoppiare le sue conoscenze. Gioca con la vita di Harriet, già orfana sfortunata, che le solletica l’ego e che tratta alla stregua di un animaletto da compagnia e rischia letteralmente di rovinarle la vita, precludendole un avvenire di gioia e prosperità con un fattore soltanto per la sua classe sociale. Ah, Emma.

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Emma ha diverse occasioni per cambiare; prima fra tutte la ferita che infligge a Miss Bates durante il picnic, che le procurerà un immediato senso di colpa e una terribile vergogna. Emma non è crudele, ma manca di tatto. L’offesa a Miss Bates colpisce anche lei, e cercherà a suo modo di fare ammenda. L’avrebbe fatto anche senza l’intervento di Mr Knightley, che a fine giornata la mette di fronte alla sua sfacciataggine a agli effetti provocati.

Emma si rende conto delle mancanze della propria persona anche quando viene a conoscenza della vera storia di Jane Fairfax, che fin dall’inizio ha giudicato malissimo, e quando realizza il danno che ha rischiato di provocare ad Harriet Smith. Sono tutte occasioni di crescita personale, ma vedo qui un punto di somma differenza tra la crescita di Emma e quella di Lizzie e di Mr Darcy.

Emma viene messa di fronte ai suoi difetti dall’eloquenza di Mr Knightley, l’eroe del romanzo – che un tempo era il mio preferito, ora mi rendo conto che con la protagonista ha instaurato un rapporto non molto paritario di mentore/allieva, e questo mi disturba non poco – mentre Lizzie e Darcy sono soli con la loro vergogna, è qualcosa che non possono scegliere di provare, ma che potrebbero decidere di accantonare, perché nessun altro ne è a conoscenza. Emma ha una coscienza in Mr Knightley e non ci è dato di sapere se sarebbero bastati i suoi errori a farla crescere, in assenza di lui.

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Persuasione è un romanzo fortemente malinconico; forse non più di Mansfield Park , che ho trovato particolarmente cupo, ma comunque ben lontano dalle atmosfere casalinghe e scherzose di Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento. Anne Elliot ha ventisette anni – a quanto corrisponderebbero ai giorni nostri? – e ha perso l’amore della sua vita – possiamo credere o meno al concetto in sé, ma è quello che zia Jane intende raccontarci, quindi prendiamolo per buono – per via della propria debolezza. La famiglia era contraria al suo legame con il giovane Wentworth, e lei non era riuscita a imporsi né a insistere. Il fidanzamento è stato sciolto, l’amato è andato per mare, e Anne è rimasta sola ad affliggersi per anni, rinchiusa in una bolla di rimpianto e desolazione che l’ha separata dal resto del mondo, rendendola anzitempo una zitella senza speranza. E nel romanzo, ovviamente, cambia, cresce, si rafforza poco a poco. Anche lei prosegue per gradi: c’è la sua decisione di fare visita a una vecchia compagna di scuola nonostante il parere contrario della famiglia; c’è la sua volontà di dire la propria in difesa di sentimenti delle donne che durano a lungo, durante una discussione col Capitano Harville a casa dei Musgrove; e infine, ovviamente, la decisione di accettare la proposta del Capitano Wentworth.

La crescita di Anne non ricalca esattamente quella compiuta da Emma o da Lizzie; se loro erano motivate al cambiamento dalla vergogna e dall’imbarazzo, Anne è spinta soltanto dal dolore che la propria debolezza le ha provocato. Certo, anche quella debolezza l’avrà fatta vergognare, ma identifico nella sofferenza e nel rimorso la causa della sua rivoluzione interiore.

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E poi? Poi ci sono Marianne ed Elinor di Ragione e sentimento , che devono imparare l’una dall’altra. L’una impara a carissimo prezzo a non farsi trascinare dalle fantasie e dai sentimenti, l’altra capisce che deve esporsi e rischiare per essere felice. E Fanny di Mansfield Park cosa impara, se non a imporsi, ad anteporre un “no” ai desideri altrui quando cozzano coi propri? E la mia adorata Catherine Morland de L’abbazia di Northanger che scopre la differenza tra i romanzi e la realtà, che non sempre un castello cela un mistero.

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Non la faccio lunga su questi casi, però. Si tratta sempre di eroine che cambiano nel corso dei rispettivi romanzi, ma non vedo in loro caratteristiche tali da annotare come difetti da risolvere, dunque mi parrebbe poco sensato disquisirne a lungo in un post che vorrebbe trattare le magagne personali e i cambiamenti dettati dai buoni propositi.

La trattazione è finita – era ora, eh? – e spero di non avervi annoiato. Sicuramente dovrei imparare ad essere un attimo meno prolissa; ma se ben ricordate, all’inizio dicevo che non sempre guardo ai difetti come aspetti da ripulire e risolvere.

Buone feste, e grazie mille a Manuela per avermi ospitata qui – e per non avermi defenestrata. Lei sa perché. (Risposta di Manuela: ami troppo Jane Austen per essere defenestrata, nel giorno del suo compleanno poi <3)

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #15: la festa del ritorno a casa

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Questa casella è scritta e aperta da Alessandra di Una lettrice

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Natale è vicino, ormai. E cosa facciamo noi, gli italiani, a Natale? Torniamo a casa. Qualcuno parte dal nord Europa e scende. Altri partono dal centro e scendono. Alcuni partono da Milano e scendono. Alcuni tornando a casa, salgono. Altri si diramano a est, a ovest. A Natale, torniamo a casa. Cerchiamo di condensare in pochi giorni il desiderio di semplicità, la ricerca della quotidianità, le tradizioni ritrovate, gli echi delle nostre memorie di bambini. Il Natale, in Italia, è la festa del ritorno a casa.

“Seduti di fronte ad un grande falò acceso nella notte di Natale, sul sagrato della chiesa di un paesino italo-albanese della Calabria, un padre e un figlio, ormai pronto a bere la sua prima birra, rievocano le storie della loro famiglia. Sembra che tutto nasca da quel fuoco crepitante e dallo sciame di scintille sollevate dal vento notturno” scrive il critico Alfonso Berardinelli a proposito de La festa del ritorno, romanzo di Carmine Abate, vincitore del Premio Campiello nel 2004.  La festa e il suo enorme falò rosso fuoco sono solo una cornice, un pretesto per raccontare le vicende di una famiglia come tante.

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Il padre racconta a Marco della vecchia e nuova famiglia, del primo e secondo lavoro in Francia, della sofferta condizione di emigrante; Marco dice al padre della sua vita,  giunta fino a tredici anni senza la presenza del genitore tranne che per brevi periodi, della festa che i ritorni a casa del padre dalla Francia avevano rappresentato per lui, dei suoi studi, delle loro escursioni nel bosco vicino al paese, delle battute di caccia. È un ritorno reale, che lo scrittore ha vissuto mille volte nella sua vita. In una vecchia intervista, Carmine Abate racconta:

“L’origine di questa storia è fortemente autobiografica. Il padre emigrato de «La festa del ritorno» è mio padre emigrato. Da bambino ho vissuto il ritorno di mio padre a casa come un evento straordinario; mi ricordo che i suoi ritorni mi riempivano di gioia, sentivo di avere finalmente un padre in carne ed ossa e non un padre di carta e matita, quello delle lettere che arrivavano continuamente a casa. E cambiavo radicalmente quando tornava mio padre. Diventavo sicuro di me accanto a questo padre che, in qualche modo, proteggeva la famiglia e che ti insegnava tante cose, piccole e belle, come per esempio giocare a carte oppure i nomi delle piante quando andavamo in campagna o a sparare con il fucile da caccia. Eppure sapevo dentro di me che prima o poi mio padre sarebbe ripartito. Mi ricordo, e me lo hanno confermato i miei parenti, che quando mio padre ripartiva diventavo feroce. Non lo lasciavo partire, mi aggrappavo alle sue gambe e mi dovevano prendere di forza perché non riuscivano a staccarmi da lui. Il ritorno di mio padre di allora fa il paio con i miei ritorni di oggi al mio paese d’origine, ritorni gioiosi, felici, in cui coinvolgo la famiglie e, da qualche anno, l’intera comunità perché con un gruppo di amici organizziamo ogni anno una festa del ritorno, nel mese di luglio o agosto, quando c’è il maggior numero di emigrati di ritorno dalla Germania”

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“Se c’è una cosa che mi manca lassù, a parte la mia famiglia, è questa caloria gorgogliante dal fuoco e dalla gente: te la senti fuori e dentro, ti riscalda la vita.” (p.37)

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Il libro è scritto mescolando italiano e arbëreshe, in un lessico famigliare che arriva al cuore anche di chi non conosce l’albanese antico, parlato in Italia fin dalla fine del 400 da quasi centomila persone che vivono nei paesi arroccati intorno a Piana degli Albanesi, in Calabria.  Raccontando una storia dove i protagonisti provengono da una terra che ha una connotazione linguistica e culturale molto forte (quella degli arbëreshe), Carmine Abate offre una voce a uno dei popoli che compongono l’Italia. E ci rimanda l’eco di un canto corale, non ancora scritto, con la storia di un’Italia, formata da mille popoli, ognuno minoranza a suo modo, legati ognuno alle proprie tradizioni, al proprio lessico famigliare, che emigrano, dal sud a nord del mondo, e che sono tutti accomunati dalla lontananza dagli affetti, dalla famiglia spezzata dalla necessità, dalla festa del ritorno a casa.

È quasi Natale. E con chi stanno, gli italiani, a Natale? Con la famiglia. Nel romanzo, padre e figlio custodiscono un segreto e poiché nessuno osa confidarlo questo rimarrà tale per molta parte della conversazione. Si tratta di Elisa, figlia per uno e sorella per l’altro.  La vicenda di Elisa, che si scopre nelle ultime pagine, con il suo strano comportamento in casa, avevano per molto tempo turbato i pensieri dei genitori, guastato l’atmosfera famigliare, comportato gravi disagi e pericoli per il padre, coinvolto il fratello; erano divenuti prima il problema della casa ora il ricordo che più d’ogni altro univa i narratori.  Le feste di Natale sono spesso un momento triste e malinconico dove in famiglia si ricorda chi non c’è più e la solitudine e la nostalgia pesano più del solito. Si tende l’orecchio e non si sente più la voce così nota, si indugia con lo sguardo intorno al tavolo, alla ricerca delle assenze, dei vuoti del cuore. Ma alla fine del romanzo e dei loro discorsi padre e figlio si accorgono che è scoccata la mezzanotte, che la festa si è animata maggiormente. Festeggiano con la gioia di chi ha superato un pericolo e spera in un futuro migliore. È Natale.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #13: Natale su Marte

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Bellezza rara

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Non so a voi, ma a me spesso capita di non riuscire a spremere bene il cuore.

Adoro le mie figlie. Adoro quella grande, piena di riccioli e di frasi uniche che escono così, fra una risata e l’altra. Adoro quella piccola, il suo sorriso con cento denti che stanno spuntando, e il profumo della sua testolina, quando va a incastrarsi perfettamente fra la mia spalla e il mio collo, in quel punto che è fatto per gli abbracci.

Le amo così tanto, e a volte non so se le amo bene. Non so se faccio abbastanza, non so se do le risposte, i sorrisi, gli sguardi giusti.

Forse è per questo che è stato inventato il Natale: per permettere ai genitori di mettere in un regalo tutte le parole che non sono riusciti a dire durante l’anno, tutte le ore che non sono riusciti a passare con i loro bimbi, tutto l’amore che non sono riusciti a spremersi dal cuore.

 

Non hanno nomi i genitori di cui scrive Ray Bradbury in un racconto piccolo e incantato, Il dono. Ma hanno due pacchi grandi da caricare sul razzo che porterà loro e il loro bambino su Marte: un regalo e un albero di Natale con tante candele bianche.

Solo che i pacchi sono troppo pesanti, non possono essere caricati, e rimangono al terminal del razzoporto.

Che dobbiamo fare?

– Niente, niente. Cosa possiamo fare?

Che sciocco regolamento! E lui desiderava tanto l’albero!

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Sale lo stesso, quella famiglia, comincia ugualmente – anche senza regali e albero – il viaggio che porterà il loro bambino per la prima volta su Marte proprio il giorno di Natale.

 

– Penserò io qualcosa, – disse il padre

 

Passano le ore, la mamma è preoccupata, il bambino dorme, e il padre pensa a una soluzione.

Quasi a mezzanotte il bambino si sveglia:

 

– Voglio andare a guardare fuori dall’oblò.

C’era soltanto un oblò, una “finestra” di cristallo immensamente spesso, ed abbastanza grande, su, nel ponte vicino.

– Non ancora, – disse il padre. – Ti condurremo lassù più tardi.

– Voglio vedere dove siamo e dove stiamo andando.

– Voglio che tu aspetti, per una ragione, – disse il padre.

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Il Natale si sta avvicinando, mancano trenta minuti, e il lettore sa che su quel razzo non ci sono doni, e non ci sono alberi né candele.

Così come sai, quando sei genitore, di non essere perfetto,  e sai che non riuscirai sempre a trovare la soluzione giusta, e che tutto l’amore che provi non basterà a far sempre sorridere i tuoi figli.

Ogni anno, a Natale, racconti loro che si può essere felici. Passi giorni a cercare il regalo perfetto e la carta per fare i pacchetti più belli, ti aggiri per la casa furtivo, complice la notte, metti tutti i pacchi sotto l’albero e poi ti infili sotto le coperte, e tutto solo perché loro si sentano arrivare il cuore fino in gola, la mattina dopo, appoggiando gli occhi sui loro sogni.

Tutto perché possano essere felici come solo i bambini la mattina di Natale possono essere.

 

– È Natale, adesso! Natale! Dov’è il mio regalo?

– Andiamo, – disse il padre, e prese il suo bambino per la spalla e lo guidò fuori dalla stanza, lungo il corridoio, su per una rampa, e la moglie lo seguiva.

– Non capisco, – continuava a dire la donna.

– Eccoci arrivati, – disse il padre.

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Quante volte mi è sembrato di essere un giocatore di pocker, nel mio essere mamma. Quante volte ho fatto mosse senza conoscerne le conseguenze, e quante volte ho bluffato sperando che comunque tutto andasse bene.

E quante volte – tutte – le mie figlie hanno continuato a tenere la loro mano nella mia, senza mettere mai in dubbio che io sapessi dove stavamo davvero andando.

 

Si erano fermati davanti alla porta chiusa di una grande cabina. Il padre bussò tre volte e poi due, per un segnale prestabilito. La porta si aprì e nella cabina la luce si spense e vi fu un sussurrìo di voci.

– Entra, figliolo, – disse il padre.

– È buio.

– Ti terrò per mano. Vieni, mamma.

Entrarono nella stanza e la porta si chiuse e lì dentro era veramente molto buio. E davanti a loro c’era un grande occhio di cristallo, l’oblò, una finestra alta quattro piedi e larga sei, dalla quale potevano guardare fuori, nello spazio.

Il bambino boccheggiò.

Dietro di lui il padre e la madre boccheggiarono con lui, e poi nella stanza buia qualcuno cominciò a cantare.

– Buon Natale, figliolo, – disse il padre.

E le voci nella stanza cantarono i vecchi familiari canti natalizi, e il bambino avanzò lentamente fino a che il suo viso fu contro il vetro freddo dell’oblò. E rimase lì ritto per molto tempo, molto tempo, guardando e guardando fuori nello spazio e nella notte profonda, dove ardevano e ardevano dieci miliardi di miliardi di bianche e belle candele…

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Quante volte ho pensato di non essere abbastanza per le mie figlie. E quante volte poi, ho visto i loro occhi riempirsi di miliardi di stelle, e non ho più pensato, ho solo sussurrato «Buon Natale».

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #11: Natale con i Cazalet

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Questa casella è scritta e aperta da Laura di Il tè tostato

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E poi arriva il Natale, con l’aria fredda che sembra più pulita, le luci che scintillano perché a dicembre comunque non si rinuncia alla brillantezza, le case che si scaldano, gli alberi colorati che illuminano le finestre, dietro ai vetri un po’ appannati, dove inizia a salire il profumo di cannella e musica di slitte. A Natale più che mai le abitudini sembrano avere un senso e si elevano fino a diventare tradizioni, e i desideri sono quelli del cuore, e ogni famiglia ha tradizioni e desideri suoi. Anche quelle letterarie.

Elizabeth Jane Howard costruisce la storia dei Cazalet attraverso il secolo breve, raccontando la vita personale della famiglia e insieme quelle del mondo che attraversa il novecento. In Italia sono usciti tre volumi dell’opera ( Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, Confusione) ambientati rispettivamente nel 1937, nel 1939 e nel 1942, e ogni anno, che la guerra stia per arrivare o sia già protagonista, il Natale torna a riempire i pensieri dei personaggi come quelli di tutti noi.

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A casa dei Cazalet le tradizioni ruotano intorno alla Duchessa e al Generale, i capostipiti della famiglia, che aprono la loro casa, Home Place, a figli, nuore e i nipoti per le vacanze; tuttavia, nel secondo volume, quando l’Europa è a ferro e fuoco, anche il Natale non non è più lo stesso, e si sa che le cose belle a Natale sono magiche, ma quelle brutte diventano drammatiche.

E la guerra fu la protagonista di qualcuno di quei Natali:

“Il pensiero del Natale le diede un senso di disagio, di tristezza. Lo aveva trascorso come tutti gli anni a Home Place e, sebbene ognuno facesse del suo meglio perché sembrasse un Natale come gli altri, non lo era stato, ed era difficile dire cosa ci fosse di diverso, almeno in ciò che contava veramente. Ognuno aveva appeso la calza, ma dentro non erano stati messi i mandarini e Lydia aveva pianto credendo che si fossero scordati della sua. Niente mandarini, niente arance, niente limoni, perciò non ci furono le tortine alla crema di limone che la Duchessa faceva sempre il giorno di Santo Stefano: piccole cose che però messe insieme facevano la differenza. La casa poi sembrava più fredda, l’acqua calda scarseggiava perché la caldaia consumava troppo carbone, e la Duchessa aveva messo lampadine a più basso voltaggio per migliorare l’oscuramento, disse, e risparmiare energia elettrica. Peggy e Bertha, le cameriere, si erano arruolate nella WAAF e Billy era andato a lavorare in fabbrica. Il giardino era diverso: non c’erano più le aiuole di fiori, McAlpine adesso ci coltivava le verdure.”

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Perdere le piccole certezze delle tradizioni espone a grande tristezza, forse addirittura a smarrimento, finché, sul finire del secondo volume, i Cazalet ci regalano ciò che ogni anno dovremmo desiderare, tutti, perché c’è sempre qualcuno che non si bea delle lucine e non sente il profumo di cannella, qualcuno che potremmo amare:

“Poi si bloccò. Tentò una lista delle cose che le sarebbero piaciute per Natale, ma erano tutte irreperibili; le cose che desiderava accadessero nell’anno a venire: «Che la guerra finisca». C’erano poche speranze: stava invece diventando una guerra sempre più grande, che presto avrebbe coinvolto anche la Cina, l’India, l’Africa, come un’epidemia. Forse le persone che avrebbe potuto amare e che avrebbero potuto amarla stavano morendo in quell’istante. Ogni cosa che le veniva in mente, ogni lista che avrebbe potuto fare, riportavano tutte a quel desiderio. È solo questo che voglio, pensò con tristezza. Non voglio nient’altro.”

E così con i Cazalet, in questo calendario dell’avvento, aspettando la notte più bella dell’anno, forse per la prima volta profondamente desidero che sia per tutti un Natale di pace.

Laura

The Cazalets

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Il Calendario Dell’Avvento Letterario #10: miniguida al racconto di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta

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Il racconto di Natale è un racconto di fede. E “fede” ha subito un’usura semantica tale da perdere il suo significato generale. Accettare l’invisibile: ecco cos’è, prima di tutto, la fede, una fiducia nella verità di ciò che non è. Forse è per questo che su di me il Natale ha esercitato un fascino incredibile, senza essere macchiato dalla consapevolezza del tempo, un resoconto costante alla fine dell’anno.

Questo fantasma ha la forma di un suono, la mia voce estranea di bambina, impressa su una cassetta perduta, che chiede dove sono finite le scarpine rosse; o ha la forma di un abete spelacchiato, unico superstite alla moda degli alberi di plastica; o ha l’odore di un muschio invisibile tra le decorazioni di Natale.

Ma se volessi pensare a una voce del Natale non riuscirei a farlo e dovrei affidarmi ai molti che l’hanno raccontato. Il racconto di Natale non è un vero e proprio genere, ma è un tipo di storia che si discosta dalla luce emanata dagli addobbi ed è più incline alla riflessione.

“Chi di voi è senza peccati scagli la prima tavoletta di torrone” gridò Carlinetto, che stava appunto intaccando il suo torrone col coltello.

Vecchi giovinastri di Emilio De Marchi potrebbe essere un racconto anonimo, se non fosse per l’unicità dei personaggi che lo animano. Gli anziani si riuniscono nel locale del paese e condividono bevute e racconti. Ma quando uno di loro avrà l’impegno della famiglia –  e delle donne – subentreranno sospetto e pettegolezzi da parte degli amici. Tutto si risolve nel potere conviviale del cibo durante la vigilia di Natale. La frase sopra riportata è pronunciata da Carlinetto, colui che gode dei piaceri terreni senza condannarli a prescindere. L’umiltà della sua sincerità si nota dall’ospitalità incontrollata e dal non lasciarsi andare a facili ipocrisie. Paradossalmente sono proprio i modi ingessati del prete, sempre contenuti in un’aura dogmatica, a rendere meno vera la festa.

Il peccato e il misticismo della notte di Natale, il non appartenere in apparenza a nessuna religione in particolare, predilige l’introspezione con una sorta di ricerca da parte di chi scrive. Don Balanguer è il protagonista di una leggenda raccontata nel racconto Le Messe di Natale di Manuel Gutiérrez Nájera:

Sono uscito a passeggiare un po’ per la strada, e in ogni angolo il fresco odore del muschio, l’animazione e il brusio delle piazze e l’eterna gazzarra dei pifferi hanno riportato i miei pensieri alla Vigilia. È impossibile parlare d’altro. Stasera le baracche miseramente sparse nella piazza principale sono state più animate che mai.

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Dopo la traversata in una città addobbata a festa il narratore racconta di un prete, tentato dal diavolo in persona che gli racconta le meraviglie del banchetto che lo attende.  Una messa frettolosa varrà al religioso l’entrata nel limbo: tenere in eterno una messa di fantasmi.

Il racconto di Natale è un racconto di congiuntura, lì dove si incontra l’imago di un tempo che fu, confuso tra ricordi e spettri. Tra i due c’è una differenza tutta particolare che è decisa da chi racconta o rivive alcuni avvenimenti.

Capita che Dickens, lontano dal canonico Christmas Carol, scriva Un albero di Natale facendo rivivere davanti ai suoi e ai nostri occhi i ricordi d’infanzia. Così come sono abbelliti dal reimmaginare un racconto. Anche se i colori non sempre compaiono e difficilmente particolari così dettagliati coincidano con la nostra esperienza, tutto è avvolto dalle voci di personaggi e storie che si rincorrono tra i diversi piani dell’albero:

Ebbene sì, su ogni oggetto che riconosco tra i rami più alti dell’albero di Natale vedo brillare questa luce magica! Nelle fredde e buie mattinate invernali, quando mi sveglio all’alba e intravedo il biancore della neve attraverso il gelo delle finestre, odo la voce di Dinarzad che esclama: «Sorella mia, se siete già sveglia, vi supplico di terminare il racconto del giovane re delle Isole Nere». Al che Sherazad risponde: «Se il Sultano mio signore mi concederà di vivere un altro giorno, o sorella, vi prometto che non soltanto porterò a termine la storia, ma che ve ne racconterò un’altra ancor più meravigliosa». E il benevolo Sultano si allontana senza dare ordine di metterla a morte, e tutti e tre tiriamo un sospiro di sollievo. A quest’altezza dell’albero comincio a presagire, nascosto tra le foglie, un incubo spaventoso – forse provocato dal tacchino, dal pudding o dal mince pie, oppure da tutta la cena combinata con Robinson Crusoe sull’isola deserta, Philip Quarll 1 tra le scimmie, Sandford e Merton con Mr Barlow, Mother Bunch e la Maschera.

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Dal piano incorporeo può capitare che le storie prendano il sopravvento e si trasformino in una presenza indifferente, come quella del gioco Sonì nel racconto omonimo di Alfred McClelland Burrage. Si spengono le luci su un gruppo di amici nella notte di Natale, chi ha preso il biglietto con scritto Sonì dovrà nascondersi e, quando trovato, non risponderà alla chiamata degli altri giocatori. Ogni volta che i giocatori si riuniscono c’è sempre una persona in più.

Il bello dell’atmosfera dei racconti di Natale di questo tipo è che l’orrore viene sfiorato senza avere l’intenzione di incutere timore.

A volte  a raccontare sono anime contemplative, imbevute di una malinconia suscitata dai reietti. Uno di questi è il protagonista di The Burglar’s Christmas di Willa Cather. Nell’ora più fredda di una fangosa Chicago il protagonista ne percorre le strade ricordando dolcemente i natali passati e i fallimenti venuti in seguito.

The unyielding conviction was upon him that he had failed in everything, had outlived everything. It had been near him for a long time, that Pale Spectre. He had caught its shadow at the bottom of his glass many a time, at the head of his bed when he was sleepless at night, in the twilight shadows when some great sunset broke upon him. It had made life hateful to him when he awoke in the morning before now. But now it settled slowly over him, like night, the endless Northern nights that bid the sun a long farewell.

(La ferma convinzione che lo affliggeva era che aveva fallito in tutto ed era sopravvissuto a tutto. Quel Pallido Spettro era vicino a lui da tempo. Molte volte aveva intravisto la sua ombra sul fondo del bicchiere, alla testa del letto quando la notte non riusciva a dormire, l’aveva visto nelle ombre del crepuscolo che si schiudeva davanti a lui. Gli aveva reso la vita odiosa quando si svegliava la mattina. Ma ora si era stabilito lentamente in lui, come la notte, come le notti senza fine del Nord che offrivano al sole un lungo addio.)

Il racconto di Natale è tradizione. Una tradizione forte, una tradizione scontata più per il ripetersi ciclico che per l’anno appena passato. Le usanze mantenute negli anni sono però dei riti, alle stregua di riti religiosi, che normalizzano l’anno e lo stabilizzano con un lieto ricordo. Potrà capitare di perdere di vista lo scopo e di farsi prendere dalla foga di cose in realtà inutili, come la scelta della carta da regalo che verrà stracciata in ogni caso, la scelta di regali originali nel timore di non ricambiare il valore di quelli ricevuti. Insomma c’è uno scambio inconscio tra il valore del Natale in sé e il valore delle cose che compongono il Natale.

“Intanto l’industria e il commercio hanno scatenato sulla città l’incantesimo pianificato del Natale, velivoli di notte hanno seminato sulla città la polverina dell’anticongiuntura, radio e televisione hanno bombardato il pubblico di messaggi motivazionalizzanti, nei ristoranti e nei caffè, sui cibi e nelle bevande, sono state versate dosi di elisir promozionale, uomini e donne sono stati quindi presi da una irrefrenabile smania, entrano ed escono dai negozi, comprano, ordinano, spediscono, scrivono, telefonano, firmano assegni e cambiali, giganteschi furgoni carichi di strenne intasano le strade della città, cataratte di Christmas cards, bigliettini, buste, calendarietti, immagini ingorgano le sedi postali e quindi traboccano all’esterno.

[…]

Riuscite ancora a distinguerla, la vostra città nella piena notte di Natale? Sommersa interamente da una coltre di inutili assurdi costosissimi regali, da uno strato spesso tre metri di telegrammi bigliettini cartoncini auguri auguri auguri.”

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In Una torta e una carezza di Dino Buzzati una tata trascorre il Natale con la famiglia di cui ha cresciuto i bambini. Lei è l’unica a ricordare l’imperfezione e la semplicità della torta che preparava per l’occasione e vi si dedicherà ad ogni costo. Attorno a lei si anima la foga della presentazione e nell’ossessione delle apparenze della cucina della cuoca di casa e della marea di biglietti e pacchetti ricevuti dalla famiglia. Qui Buzzati è fin troppo chiaro nel messaggio: se il Natale non è un giorno come un altro allora perché ostentare le psicosi collettive invece di dedicarsi a quello che si ha proprio davanti agli occhi? Rendere speciale un giorno che speciale non è, tra le cose più semplici da dire e difficilissime da fare.

La miniguida ai racconti di Natale ha selezionato solo una piccola parte nello sterminato panorama di storie che ci sono attorno alla festività. E questa incompletezza rincuora perché vuol dire che il Natale, nonostante tutto, è ancora in grado di originare un tentativo di renderlo memorabile anno per anno. I lettori troveranno diversi natali, dai generi più disparati, dagli autori più disparati mossi semplicemente dalla voglia di raccontare. Alla fine sono i lettori a scegliere il Natale che desiderano, a leggerlo e raccontarlo insieme agli autori preferiti.

Vecchi giovinastri, Un albero di Natale, Sonì e Le Messe di Natale sono tratti da Racconti sotto l’albero, Edizioni Lindau, 2016

Una torta e una carezza tratto da Aspettando il Natale. 25 racconti per la vigilia, a cura di Fabiano Massimi, Einaudi, 2009

Il racconto di Willa Cather in lingua

Il Calendario dell’Avvento Letterario #9: il valore delle piccole cose

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di Ringhiera

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Quand’ero piccola – si parla di tutta la durata degli anni Novanta –, dal primo di novembre tutti cominciavano a pensare al Natale. Che disdetta, pensavo, non sanno che questo mese si conclude ogni anno dal 1989 col mio compleanno. Allora mentre tutti fracassavano il cervello a mamma e papà su ciò che avrebbero scritto nella lettera per Babbo Natale, io cominciavo il mio conto alla rovescia per diversi rituali che dopo ventinove giorni mi conducevano al giorno del mio compleanno.

Tra tutti, due erano quelli fondamentali: Lo Zecchino d’oro e Canto di Natale di Topolino. Entrambi avevano a che fare con la musica, una di quelle costanti fondamentali nella mia vita. Intorno alla fine del mese la Rai trasmette in Eurovisione il programma televisivo che da piccola adoravo. La leggenda narra che quando avevo circa cinque anni mi arrivò la lettera di partecipazione ai provini per lo Zecchino, ma nessuno pensò che avessi la possibilità di sfondare come cantante. Le mie performance si tenevano nel soggiorno di casa, usando come microfono la mascherina dell’aerosol tra i fumi dell’acqua fisiologica, interpretando i successi dello Zecchino d’oro a squarciagola per sovrastare il fastidioso ed assordante rumore del generatore.

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Durante le pause tra le viarie esibizioni, gli sketch di Mago Zurlì con Topo Gigio e le votazioni, c’erano le pubblicità di giocattoli. Le ricordo natalizie, scintillanti e piene di quelle musicassette che ti mandano in visibilio. C’erano le bambole più belle, i giochi più in voga e tutti sorridevano super carichi di quell’energia che solo il Natale ti da. Strattonavo mia madre ogni anno per mostrarle il regalo che desideravo per il mio compleanno. Quando quegli spot terminavano ero così piena di aspettative che nella mia mente stilavo una lista di possibili regali da scegliere per la richiesta che mi era concessa soltanto una volta all’anno.

Quando il Festival dello Zecchino d’oro era passato, così come lo era il mio compleanno, quel che mi gasava di più dei regali che avrei ricevuto a Natale era Canto di Natale di Topolino, il film d’animazione basato sul racconto di Charles Dickens. Sin da subito, ovvero tra i titoli di testa, passava la scritta: “tratto da Canto di Natale di Charles Dickens”. E mentre leggevo quel pezzetto mi chiedevo chi fosse tale Charles Dickens. Inutile dirvi che ne sono venuta a conoscenza anni dopo, al liceo, attraverso l’adeguata conoscenza della letteratura inglese.

Da bambina però mi importava molto di quella storia così strappacuore e ogni volta che vedevo morire Tiny Tim piangevo a dirotto perché era così ingiusto che al mondo ci fosse gente che aveva troppo e non voleva donare nulla. L’empatia è sempre stata una parte importante del mio temperamento, ma il mio giudizio nei confronti di Scrooge, impersonato impeccabilmente da Zio Paperone, non riservava sconti. Per non parlare del terrore che provavo all’apparizione del fantasma di Jacob Marley e dello spirito del Natale futuro. Molto probabilmente è anche questa la ragione per cui quella fetta di letteratura romantica di stampo gotico non mi ha mai attirato. Tutta la costruzione del cartone animato era basata su un saliscendi di emozioni perlopiù negative. Ed era ciò che permetteva a noi bambini di godere del nostro meritato happy ending, nonostante l’angoscia per la presenza di miseria, avarizia e spettri.

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Quando compresi chi era Dickens avevo ormai rimosso dalla memoria Canto di Natale di Topolino. Ricordo bene il giorno in cui il nostro professore d’inglese entrò in classe per cominciare a spiegare il nuovo autore di letteratura. Avevamo appena concluso col compito in classe su Emily Bronte e le sue Wuthering Heights che ad essere sincera avevo mal sopportato.

– Cosa sapete di Charles Dickens?

Alle sue lezioni non era necessario alzare la mano per rispondere, soprattutto perché nel 90% dei casi esigeva che si rispondesse in lingua; va da sé che la maggior parte della 5ˆG non avesse il coraggio di cominciare un dialogo, a maggior ragione su un argomento praticamente sconosciuto ai più. Mi piacevano le sue lezioni, sopratutto il modo in cui interpretava i brani selezionati dalle opere maggiori sul nostro libro di testo. Bene o male, nonostante la mia perenne timidezza e la tendenza ad arrossire molto facilmente, cercavo sempre di farmi coraggio e superare quel maledetto imbarazzo provocato dal parlare in pubblico. Quel giorno quando ci chiese se sapevamo chi fosse Dickens non solo risposi quasi immediatamente, ma trovai la forza di spiegare che da piccola guardavo spesso un cartone animato della Disney basato su Canto di Natale. Mi sbloccai a tal punto da confessare la paura per i fantasmi e i pianti disperati per la sfortuna di Timmy e la sua famiglia, strappando un sorriso a quell’insegnate spesso impassibile e pronto a storcere il naso per gli strafalcioni in lingua.

Propose a tutti di leggere il racconto nelle vacanze di Natale, dicendoci che avrebbe leggermente smorzato la felicità natalizia perché «Dickens is a bit sad», disse annuendo incessantemente e col fare di chi sa quello che dice. Ci rassicurò però che questa lettura ci avrebbe permesso di ricacciare nei meandri della nostra stupidità adolescenziale la parte materialista insita nel Natale, rendendoci più compassionevoli.

Mentre le mie amiche cercavano il racconto in ogni libreria nel raggio di 50 km (IBS e Amazon erano ancora poco usati), io non dovetti fare alcuno sforzo impensabile. Mia zia, laureata da circa dieci anni in Lingue straniere, aveva la sua copia di racconti in cui era inserito proprio Canto di Natale. Glielo chiesi in prestito e, nonostante avessi preso due libri dalla biblioteca scolastica, nel pomeriggio mi accomodai sul divano accanto all’albero di Natale addobbato e illuminato e cominciai a leggere.

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La storia la conoscevo bene, avendo guardato decine di volte il film d’animazione e per questo motivo l’Ebenezer Scrooge che immaginavo parlava con la stessa voce del doppiatore italiano di Zio Paperone. La lacrimosa sensazione di cui conservavo il ricordo in qualche disperso meandro della mia mente tornava a farmi visita prepotentemente in tutta la Strofa dello Spirito dei Natali passati. Se nella parte introduttiva Scrooge appare come un uomo avido e senza scrupoli, Dickens, rivolgendosi direttamente al lettore e utilizzando l’espediente dello spettro di Jacob, cerca di portarlo ad osservare con attenzione il passato dell’uomo. Quello che lo scrittore cerca di smuovere nel lettore è la reazione che si ha ogni volta che si cerca di oltrepassare la superficie delle apparenze.

In definitiva Scrooge è l’uomo dal cuore arido a causa delle sconfitte affrontate sin da bambino, quando in collegio veniva emarginato dai suoi compagni, cercando continuo conforto nel mondo dei libri. Quando lo spirito gli mostra sua sorella Fan, venuta in suo soccorso per portarlo via da quel luogo così triste, a Scrooge torna in mente che le persone a cui teneva di più sono andate via, lasciandolo a marcire in una solitudine immensa.

Sua sorella era morta, lasciandogli un nipote che per i suoi gusti era troppo entusiasta del Natale. Che sciocchezze, continuava ad asserire il vecchio dal cuore di pietra. Ad ogni ricordo, ogni sensazione di quei momenti che l’avevano reso l’uomo che era, Scrooge si scioglie in pianti di dispiacere per se stesso. La gente intorno non può comprendere perché lui non vuol lasciarsi attraversare dagli altri, mostrandosi così vulnerabile e umano.

Anche osservando il Natale attraverso lo spirito del Presente si può realizzare quanto le vicende passate abbiano influito sugli atteggiamenti di Scorge, il cui modo di fare si riflette sui Cratchit. Quello che in definitiva rappresenta Canto di Natale è il viaggio di un uomo attraverso il tempo vissuto. L’occasione di sentirsi deluso dal comportamento che si manifesta con l’apparizione prima di Jacob e poi degli spiriti, equivale alla seconda chance di cui Scrooge può usufruire per riscattarsi nei confronti del mondo. È un modo per dimostrare che il Natale è solo un momento dell’anno che però ci rende meno aridi e, se siamo fortunati come Scrooge, avremo l’occasione di godere di una felicità raggiunta con poco.

Dopo aver letto le ultime parole del racconto, ho fatto quello che faccio sempre quando termino una lettura. Ho riletto le frasi che mi conducevano alla chiusura, come se stessi temporeggiando in attesa di un’illuminazione. Poi ho poggiato il libro sul divano ed ho deciso di farmi carico dell’insegnamento di Dickens. Mi sono stesa sotto l’albero di Natale e mi sono lasciata ipnotizzare dalle luci che si accendevano in modo scoordinato. Non erano perfette, qualcuna era anche fulminata, ma l’aria sapeva di cartellate* e tutto ciò per me aveva un gran valore, quello delle piccole cose.

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*cartellate: tipici dolci originari della Puglia preparati soprattutto a Natale. Nella tradizione cristiana rappresenterebbero l’aureola o le fasce che avvolsero il Gesù nella mangiatoia.