Il Calendario dell’Avvento letterario #23: un perfetto Natale bronteano

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Questa casella è scritta e aperta da Serena e Selene di The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

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Da sempre la tradizione natalizia ha un lato culinario decisamente interessante. A seconda delle epoche storiche e delle aree geografiche a cui guardiamo, possiamo abbinare al Natale cibi tipici: che si tratti di Pandoro o Panettone, di Stollen o Christmas Pudding, di casette di pan di zenzero, omini di panpepato, o di Bûche de Noël, viene sempre l’acquolina in bocca durante le feste! Ma cosa mangiavano, a Natale, le nostre care sorelle Brontë? C’era qualche prelibatezza culinaria tipica dello Yorkshire negli anni ’50 del 1800, che si associava particolarmente alle feste natalizie?

Come sempre Elizabeth Gaskell, prima biografa di Charlotte, ci viene in aiuto in questi casi, e sfogliando le pagine della sua Vita di Charlotte Brontë troviamo più di qualche riferimento molto interessante. La Gaskell ci racconta infatti l’autrice di Jane Eyre in una veste intima, alle prese con le tradizioni di Natale e più nello specifico con qualcosa che ha che fare con il cibo. Nel capitolo XIII leggiamo di un episodio accaduto nel 1854: “Il giorno di Natale si recò a piedi, col marito, dalla povera vecchia (che in giorni meno felici le aveva chiesto di andarle a cercare un vitello che si era smarrito) portandole un grosso dolce di zenzero per rallegrarle il cuore. Il giorno di Natale molte umili tavole in Haworth furono allietate dai suoi doni.”

Dunque apprendiamo che era usanza fare visita ai vicini e portare in dono dolci durante i gironi di Natale. Ma concentriamoci su questo “dolce allo zenzero”: si tratta di una Yorkshire Spice Cake, un dolce tradizionale che sembra essere collegato allo Yorkshire Main Bread. Veniva servito con il formaggio, e nei romanzi delle sorelle Brontë diverse volte incontriamo riferimenti a “cake and cheese”, “spicy cake” e “Christmas cake”, tutti in capitoli natalizi. Sappiamo anche che parte del materiale utilizzato nei loro romanzi ha una matrice autobiografica, e possiamo dunque supporre che questa Christmas Cake fosse una delle usanze natalizie al Parsonage (la Gaskell, in fondo, conferma questa teoria con il racconto di pocanzi).

In un delizioso libro natalizio che possediamo, The Brontës’ Christmas, abbiamo trovato la ricetta di qualcosa che probabilmente somiglia molto proprio a quel dolce di cui tanto scrive Charlotte: si tratta, in questo caso, di una Christmas Spice Cake tipica di quell’area perduta nelle brughiere del West Riding. La ricetta è dei primi anni del 1900, ma è di sicuro la cosa più vicina che abbiamo a quella usata al Parsonage. Se volete cimentarvi in un dolce natalizio e fare un salto indietro nello Yorkshire di oltre cento anni fa, non dovrete fare altro che: scegliere una cupa giornata di pioggia, mettere su delle carole di Natale per creare la giusta atmosfera, accendere tutte le lucine dell’albero, indossare un bel grembiule da cucina, e seguire questa ricotta.

Ingredienti:

900 gr di farina

200 gr di burro (circa)

450 gr di uvetta

200 gr di uva sultanina

200 gr di zucchero di canna

4 uova

50 gr di scorze miste di agrumi

30 gr di lievito

½ noce moscata

1 cucchiaino di cannella

½ bicchiere di latte

sale all’occorrenza

Mescolate il lievito al latte caldo, coprite e lasciate lievitare. Nel frattempo mettete la farina e un pizzico di sale in una ciotola precedentemente riscaldata. Aggiungete il burro, la pasta lievitata, lo zucchero, il resto del latte caldo e mescolate. Coprite il tutto e lasciatelo riposare per 20 minuti. Poi impastate l’impasto e lasciatelo riposare ancora un’ora. Sbattete le uova e aggiungetele all’impasto insieme all’uvetta e alla cannella. Dopo aver mescolato tutto lasciate riposare un’altra ora. Infornate il tutto nel forno preriscaldato a 160° e attendete la cottura (circa un’ora).

Quando sarà pronto vi raccomandiamo una comoda poltrona di fronte all’albero di Natale, una morbida e calda coperta, e la vostra copia preferita di Jane Eyre. Ecco qui: tutto pronto per un perfetto Natale bronteano!

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #6: Natale in casa Brontë

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Questa casella è scritta e aperta da Serena e Selene di The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

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Da Etsy

Purtroppo nessuna delle sorelle Brontë sembra essersi mai soffermata a raccontare per iscritto quali fossero le abitudini, le tradizioni, le usanze che scaldavano l’atmosfera del Parsonage durante le feste natalizie. Possiamo dedurre però dalle lettere che il ritorno alla canonica per le vacanze di Natale era un momento atteso con gran trepidazione da Charlotte, Emily e Anne. Elizabeth Gaskell ci racconta in particolare dell’inverno del 1842: Emily e Charlotte avevano trascorso l’intero anno a Bruxelles, e non vedevano l’ora di tornare a casa per una breve pausa invernale. Quell’anno, Charlotte ricevette e ricambiò molte visite alla gente del luogo; insieme alle sorelle fece lunghe passeggiate per la brughiera innevata, arrivando fino a Keighley, per aggiornarsi sugli ultimi titoli arrivati in biblioteca.

Stando a questo, il quadro che viene fuori del Natale ad Haworth è davvero molto romantico, ma è un ritratto realistico? Sebbene oggi il paesino sia delizioso sotto la neve, con le luci delle vetrine accese e le strade illuminate, gli alberi di Natale decorati sotto la facciata di St. Michael and All Angels, non è difficile immaginare che al tempo la ripida e ghiacciata salita di Main Street fosse molto meno accogliente e piacevole di come è oggi. Anche lo stesso Parsonage deve essere stato piuttosto freddo in quel periodo, e il reverendo Brontë probabilmente non era un tipo propenso alle “frivolezze” natalizie che iniziavano ad essere in gran voga proprio in epoca vittoriana. Non stupisce molto dunque che le sorelle non facessero menzione di particolari tradizioni o usanze familiari.

Scavando meticolosamente però, ed entrando un po’ più nello specifico, se sbirciamo tra i romanzi e le poesie delle tre autrici, scopriamo diversi accenni al Natale. Anne Brontë scrisse una poesia ispirata al 25 Dicembre dal titolo “Music on a Christmas Morning“, eccone l’inizio:

MUSIC I love–but never strain

Could kindle raptures so divine,

So grief assuage, so conquer pain,

And rouse this pensive heart of mine–

As that we hear on Christmas morn,

Upon the wintry breezes borne.

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All’interno di questa poesia ci sono numerosi riferimenti a canti religiosi tradizionali, e viene spontaneo immaginare con quale spirito di preghiera Anne dovesse approcciarsi al Natale.

Emily Brontë invece ci offre uno spaccato abbastanza dettagliato di quello che immaginiamo possano essere state le usanze natalizie nello Yorkshire del tempo. Ci riferiamo in particolar modo al capitolo VII del suo romanzo: dopo aver trascorso cinque settimane in casa Linton, Catherine torna a Cime tempestose.
il giorno di Natale, ormai cresciuta e completamente cambiata. Nelly Dean è indaffarata a preparare il pranzo a cui Hindley Earnshaw e la sua signora, Frances, hanno invitato i Linton.

È proprio Nelly a raccontarci di questo Natale in casa Earnshow, dipingendo, di sfondo alla vicenda principale, tutta una serie di attività che la vedono impegnatissima e indispensabile per la riuscita di un pranzo così importante:

“Dopo aver fatto da cameriera personale alla nuova venuta e aver messo i dolci in forno, e aver reso la casa e la cucina allegre con grandi fuochi adatti alla vigilia di Natale, mi preparai a riposarmi su una sedia e a divertirmi da sola cantando le carole di Natale.”

Leggendo le parole di Nelly Dean, è impossibile non immaginare Tabitha indaffarata dentro la cucina del Parsonage illuminata da fuochi caldi e vivaci. E proprio riguardo le “carole”, in Cime Tempestose si parla della “banda di Gimmerton”, composta da quindici strumenti, che gira per le case offrendo musiche tradizionali in cambio di qualche “dono”. Questo tipo di usanza, presente anche nel nostro paese, si conserva in forme un po’ diverse tutt’oggi… chissà quindi che anche le strade di Haworth al tempo non fossero state illuminate dalle torce dei cantori natalizi?

Anche in Jane Eyre, il romanzo più noto di Charlotte Brontë, troviamo traccia di alcuni episodi natalizi: alcuni, seppur non esplicitamente dichiarati tali, possono facilmente essere ricondotti agli usi e costumi del Natale nello Yorkshire, come ad esempio quando a Thornfield Hall, la compagnia si dedica al gioco della sciarada, tipico intrattenimento di gruppo associato al Natale; altri che riguardano le tradizioni culinarie propriamente natalizie, come quando a Moore House, a Natale, Jane racconta di fuochi accesi per rendere le sale più vivaci, allegre e calde, del tempo trascorso in lieta compagnia a “sbatter uova, mondare uva sultanina, grattugiare spezie, preparare dolci natalizi, sminuzzare ingredienti per le crostate, e celebrare solennemente altri riti culinari”.

Non è certo, ma è possibile immaginare che questi episodi letterari abbiano preso spunto da ricordi autobiografici, o almeno da realtà culturali non troppo lontane da quelle vissute dalle Brontë.

Così, con l’aiuto di brevi stralci (impliciti o espliciti) di testi di narrativa o poesia direttamente dalle penne delle sorelle, con alcuni riferimenti a riti e tradizioni dello Yorkshire, e con un po’ di fantasia, gli amanti del Natale e i più romantici potranno facilmente sognare di Natali innevati, allegri campanelli cristallini, deliziosi profumi dalle porte delle cucine e, senza dubbio, ore serene e liete, trascorse in famiglia.

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Come rifiutare uno spasimante indesiderato secondo Charlotte Brontë


Charlotte Brontë, la signora indiscussa delle lande desolate e delle brughiere tempestose dello Yorkshire, l’autrice di classici senza tempo come Jane Eyre, Shirley, Villette e Il professore, nasceva esattamente duecento anni fa a Thornton. Il Brontë parsonage, casa-museo dedicata alle sorelle scrittici (che vorrei visitare tantissimo, tra l’altro, anche perché conosco poco lo Yorkshire, e mi aspetto di incontrare un Rochester a ogni incrocio), ha sede invece a Haworth, sempre nello Yorkshire, dove la famiglia si era trasferita nel 1820.


In occasione del compleanno di Charlotte, sono andata a scovare una lettera (che vi propongo nella mia traduzione; potete trovare l’originale qui) in cui la scrittrice inglese scarica, con aplomb ed ironia, un certo Henry Nussey, parroco di Donnington (nel Sussex), che le chiede di sposarlo il 28 febbraio 1839. Charlotte, decisa e indipendente, nella lettera spiega di non aver paura della condizione di zitella, se il contrario significa sposarsi con un uomo troppo diverso da lei, spianando la strada all’infelicità.

Charlotte cerca di spiegare le sue motivazioni alla sorella dello stesso Henry, Ellen, in una lettera del 12 marzo 1839:
(…) I asked myself two questions: Do I love him as much as a woman ought to love the man she marries? Am I the person best qualified to make him happy? Alas! Ellen, my conscience answered no to both these questions.
(Mi sono chiesta due cose: lo amo tanto quanto una donna dovrebbe amare il suo futuro marito? Sono la persona più adatta a renderlo felice? Ahimé, Ellen, la mia coscienza ha risposto in maniera negativa a entrambe le domande).

Charlotte, come la sua eroina Jane Eyre, brilla e si contraddistingue per l’intelligenza arguta, per il rigore morale, per l’indipendenza di spirito. Ed è così che vogliamo ricordarla oggi, in mezzo alle sue eroine.
La lettera che vi propongo di seguito è tratta dalla bellissima antologia Hell Hath No Fury: Women’s letter from the end of the affair, a cura di Anna Holmes e Francine Prose. Le illustrazioni che corredano il post sono invece tratte da The Brontës, Children of the Moors, di Mick Manning e Brita Granström.

Auguri, Charlotte!

Gentile signore,
Prima di rispondere alla sua lettera, ho pensato a lungo al suo contenuto; tuttavia, dal momento che il mio corso d’azione mi è stato chiaro fin dal primo momento della sua ricezione e lettura, considero ulteriori ritardi del tutto superflui.
Sa bene che nutro una profonda gratitudine nei confronti della sua famiglia, che nutro un affetto particolare per almeno una delle sue sorelle, e che la stimo moltissimo. Di conseguenza, non mi imputi motivazioni mendaci quando le comunico che la mia risposta alla sua proposta è decisamente no. Nel prendere questa decisione, sono fiduciosa del fatto di aver ascoltato i dettami della mia coscienza più di quelli dell’inclinazione; non rifuggo dall’idea di una nostra unione – tuttavia, sono persuasa che il mio carattere non potrebbe rendere felice un uomo come lei.
Ho sempre avuto l’abitudine di studiare il carattere delle persone con cui mi capita di entrare in contatto, e credo di conoscere il suo e di riuscire a immaginare di che tipo di donna avrebbe bisogno come moglie. La sua indole non dovrebbe essere troppo intensa, appassionata e originale – dovrebbe essere mite, senza dubbio devota, allegra e non soggetta a sbalzi d’umore; il suo aspetto dovrebbe essere tale da compiacere il suo sguardo e gratificare il suo orgoglio. Per quel che mi riguarda, lei non mi conosce: non sono la persona seria, algida, distaccata che lei si immagina – mi troverebbe romantica, e [eccentrica] direbbe che sono ironica e [severa]. [Tuttavia, disdegno] l’inganno e mai, per raggiungere la distinzione che deriva dal matrimonio e sfuggire al marchio di vecchia zitella, accetterei la mano di un brav’uomo che non potrei, in coscienza, rendere felice.
Arrivederci! Sarò sempre lieta, come amica, di ricevere sue notizie.

Sua,
C Brontë